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Eli_Wallach_012Ci credereste, che L’amore non va in vacanza ha fatto parte di un cineforum, durante il mio dottorato?

E siccome ero una studentessa zelante e desiderosa di imparare tutto quanto i dottorandi hanno a disposizione in Italia (soprattutto attacchinaggio e presenzialismo ai cineforum dei prof) non me ne persi una virgola.

Mi rimase impressa la battuta del trailer che spammavano l’inverno precedente a Manchester (dove me l’ero scansata per El laberinto del fauno, il mio destino spagnolo era segnato). Con lessico cinematografico, il compianto Eli Wallach dava a Kate Winslet una lezione di vita: nei film ci sono le protagoniste e le migliori amiche. Tu sei una protagonista, ma per qualche motivo fai la parte della migliore amica.

Immagino che la frase fosse stata scelta nel trailer perché molte (e molti) di noi si riconoscono nella definizione.

Ci ripenso ora, a più di 6 anni di distanza, perché finalmente l’ho capito: io nella sceneggiatura non sono manco la migliore amica. Vivo direttamente negli spazi tra le battute. Io vivo tra parentesi. O vivevo, spero.

Ero l’amica che ti consigliava quando avevi problemi d’ogni genere, ma quasi mai condivideva i suoi con te. L’alunna che stava zitta per non far vedere che sapeva più degli altri, ma che non si esimeva dal dichiarare l’ignoranza nelle materie che non le riuscivano.
Poi, l’impiegata veloce che, temendo ripercussioni sui compagni di reparto, suggeriva loro al PC le risposte da dare.

In amore, sono stata soprattutto due cose: l’eterna amica che sapeva quando sparire, quando la “titolare” rivendicava l’attenzione del suo amore platonico; quella che “se smettessi di usarmi come passatempo staremmo così bene, insieme”.

Perché lo facevo? Ora mi dico, per due motivi principali.

Il più ovvio è che le cose non possono andare male se non ci provi nemmeno. Se sei il puparo invece che la marionetta è come se i fischi non li prendessi mai tu. O meglio, parafrasando il quinto libro di Trono di Spade: meglio ridere del gioco che giocare e perdere.

E poi perché [attenzione, argomento contorto], a sminuire la mia importanza confermavo a me stessa di essere speciale.

È che ero troppo brava per uscire allo scoperto a scuola o al lavoro. Aiutavo perfino gli altri. Così non dovevo notare le cose ridicole che facevo in campi che non padroneggiavo.

Ero troppo buona rispetto alla Corte dei Miracoli costituita dal mio gruppo di amici: occupandomi dei loro problemi potevo chiudere tutti e due gli occhi sui mille modi che trovassi io per rovinarmi la vita.

L’amore, per esempio. Avere un amore platonico è comodo, così come mettersi in situazioni ultrapoetiche e drammatiche in cui non c’è mai il rischio di ritrovarsi davanti a un divano in pantofole a guardare la Tv insieme. Solo baci furtivi e spazzolini da denti messi di nascosto in borsa, che manco quelli era dato lasciare nell’altra casa. Ovviamente era l’altro che non si accorgeva di che splendida compagna sarei stata, invece che amica o amante. Colpa sua, comunque, io ero quella dell’amore puro che non poteva fare sul serio per reticenza altrui.

Insomma, niente fa sentire così speciali come non fare da protagonista, nella propria vita. Così bravi e condannati dal destino.

L’antidoto, ora ve lo posso dire, siete stati voi. Non l’unico, eh, che pare che vi sto adulando.

Ma insomma, tutto questo mio sentirmi speciale dove andava a parare? Nell’essere unica e irripetibile.

Ed è difficile continuare a crederlo quando qualcuno altrettanto unico e irripetibile si prende il disturbo di scriverti due righe: “Ciao, sai che in questo post mi sono riconosciuta molto?”. “Quello che scrivi qua è esattamente quello che mi sta succedendo”.

Mi sa che non potremmo andare così sincronizzati (smussando le mie follie) se non fosse che siamo fatti della stessa sostanza. Non solo dei sogni, ma degli esseri umani.

E che una delle maledizioni più belle che ci toccano è avere simili bisogni e desideri, anche se declinati in modi diversi. Ve lo dice una che si vantava di volere cose diverse da tutti.

Ma è proprio dura trovare qualcuno che non voglia essere amato, qualunque sia il tipo di amore che cerca, a meno che non creda di non meritarselo, che quella è un’altra storia. Come è difficile trovare qualcuno che voglia essere non dico felice, ma sereno, una volta che capisca come me che tutta l’ansia autoprodotta per evitare le sue paure gliele serve su un piatto d’argento, pronte ad avverarsi.

Insomma, mi state guarendo dall’assurda e arrogante malattia di credere che l’unicità abbia un prezzo.

Si distribuisce gratis, dalla nascita, ma se ne accorgono in pochi.

Per gli altri, mi sa, ci sono i blog autoreferenziali. Ehm.

La RUOTA DELLA FORTUNA Niente, non lo trovo. Vorrei citarlo a dovere, ma si sarà perso tra un trasloco e l’altro.

Il libro sull’ansia, dico. L’unico testo in italiano sull’argomento in cui mi sia imbattuta.

In attesa di riacciuffare l’autore, ricordo il concetto.

In molti casi, quando ci prefiggiamo delle mete, abbiamo lo stesso atteggiamento di chi accende un cero alla Madonna e spera di vincere al lotto.

Ci diciamo infatti: il mio obiettivo è prendere 30 all’esame.

Alt. È legittimo e più che desiderabile, ma dipende da noi? No. Dipende da un’infinità di fattori: da come si è svegliato il professore, da quale assistente ci sentirà la parte generale, da che domande ci faranno, e a che ora (meglio una prof. affamata e desiderosa di chiuderla lì, o una ancora in digestione ma soddisfatta del pranzetto?).

E già, dipende anche (si spera soprattutto) da come abbiamo studiato.

Sui primi fattori, come vedete, possiamo influire molto poco. Sul secondo… Be’, sì, c’è molto da fare.

Quindi, prendere 30 all’esame, se ricordo bene la definizione del libro, è un Obiettivo Risultato: una cosa che ci sfugge di mano, perché non sta in noi ottenerla. A meno che il vostro santo di fiducia non sia più efficace di una raccomandazione multipla, e allora svelatecene il nome che corriamo in cereria.

Intanto, quello che ci serve è un Obiettivo Performance.

Ovvero, soffermarci sulla seconda parte: quello che possiamo fare.

Il nostro obiettivo, quindi, dovrebbe essere studiare da 30.

Ovvio che l’esempio più assurdo in questi casi, insieme al famoso terno al lotto, è l’amore.

Uno può essere attratto o meno da noi per un insieme di fattori imprevedibili, che vanno da quanto abbia bevuto quella sera a quanto somigliamo alla sua personale bambina coi capelli rossi (non Anna, dico quella di Charlie Brown).

Il bello è che non ce ne rendiamo conto e ci ostiniamo a pensare che l’amore sia qualcosa che possa essere “provocato”.

E sì, che possiamo fare qualcosa al riguardo: possiamo presentarci nella nostra migliore veste, possiamo non demordere subito, possiamo anche corteggiare un po’, senza sfinire. Un mio ex di Napoli aveva la regola dei tre inviti a uscire: il primo rifiuto può essere davvero dovuto a ad altri impegni, il secondo è probabilmente una scusa, il terzo ci dice che non ne vuole sapere.

Quello che non possiamo fare è ipnotizzare la persona che ci interessa e costringerla ad amarci, e non è neanche raccomandabile il noto metodo Alfredo Canale, il luogotenente del Camorrista di Tornatore che risolve un litigio con la fidanzata gambizzandola (nella scena successiva stanno battezzando il loro figlioletto).

Quindi, il nostro obiettivo non dev’essere: devo conquistarla/o.

Manteniamoci su un prudente: devo fare quanto sta in me per piacere, e (soprattutto) capire se piaccio.

Insomma, a meno che non stiamo chiedendo due numeri a San Gennaro, capiamo una volta per tutte che soffermarci su quanto possiamo fare noi, invece di pretendere di piegare il destino, non è volare basso, è volare e basta.

Seguendo il vento. E quando lo facciamo (seguire il vento, dico), invece di soffermarci sul fatto di non poterlo piegare alla nostra volontà, dovremmo renderci conto che siamo noi a imboccare la strada più semplice, senza più pretendere di decidere il meglio per gli altri e per la sorte.

Quando rinascete padreterni, per nostra disgrazia, farete tutto quello che vorrete.

In quel caso, mi raccomando, tenetemi presente. 15 e 58, una settimana sì e una no.

rossetto-1Ho assistito alla scena molte volte.

In qualche occasione era un amico che giustificava con se stesso (come se ce ne fosse bisogno) la sua mancanza di femmine con “Non so corteggiare”. Come se ogni volta ci fosse da timbrare il cartellino e sparare una serie di minchiate a raffica, perché una si accorga della tua esistenza.

Più spesso è stata una donna, come la signora che da Kiko, a Barcellona: vuole una matita per gli occhi. La commessa le spiega le proprietà di qualche lapis particolare, finché lei non risponde “Eh, io questa cosa di truccarmi non tanto la faccio bene, dammene una nera e pace”.

E non è un dialogo banale, traspariva qualcosa che, quando si parla di standard maschili e femminili e della “necessità” di rispettarli, spesso manca: l’onestà. La signora non era sprezzante, come quando si sarà beata con le amiche della sua incapacità di fare cose superficiali come truccarsi. Manifestava, in quel caso, un disagio che effettivamente aveva, che magari era stato un problema nell’adolescenza, ma che ormai era rimasto relegato all’idea di aneddoto.

Perché, quando ci rendiamo conto di non saper essere uomini o donne secondo le regole imposte da la società, è di disagio che si tratta. Di orgoglio, di vanità, di anticonformismo… Ma anche di disagio. È dal disagio che partono, anzi, l’orgoglio, l’anticonformismo…

Prendiamo questi miei amici “incapaci di corteggiare”. Pensare di non avere una compagna per questo è una grande scappatoia: suggerisce che il corteggiamento sia una farsa (e fin qui sono perlopiù d’accordo), che i nostri eroi sono “troppo onesti” per portare avanti. Quindi, non possono avere quello che vogliono per un eccesso di onestà. Comodissimo! Peccato che, ad avere il privilegio di essere loro amica, vedevo in loro il classico accontentarsi di quello che passava il convento, le relazioni fallimentari con ragazze tutte uguali, o una serie di amori platonici alternati a relazioni molto pedestri.

E veniamo alle donne. Il nostro caso è contorto come il modello femminile che abbiamo appreso se siamo nate dopo il 1950. Da un lato la classica principessina Disney, con la differenza che non veniamo su col rossetto incorporato come Biancaneve. Dall’altro, la “donna emancipata”, quella che usa il-cervello-mica-altro per andare avanti. Tertium non datur.

E allora, deridi apertamente quelle che fanno tutorial su youtube su come truccarsi (le parodie sono un’altra cosa, le adoro) e critica sperticamente quelle che non vivono come te e si truccano, spendono e spandono in abiti firmati…

E non c’è niente di male nel non apprezzare i modus vivendi altrui. L’odio feroce, invece, dovrebbe farci pensare che qualcosa non va. Che dietro le nostre critiche molto logiche sul consumismo o sul modello maschilista che ci impongono ecc. ecc. di fondo c’è sempre lui: il disagio.

L’idea, appresa magari in un’età molto precoce, che in fondo facciamo male a “ribellarci” a quegli standard. E che l’unica verità è che siamo incapaci di riprodurli. Allora ne diventiamo i più acerrimi nemici. E lasciamo che s’impossessino di noi

Ne parleremo ancora.

acquaTempo. Ultimamente, si parlava di quello, da queste parti.

Del tempo che perdiamo a non ammettere di aver perso tempo.

Di aver trascinato inutilmente una relazione che è andata male, un progetto di lavoro che non funziona, una disputa senza vie d’uscita.

E per una volta vi risparmio la solfa, in cui peraltro credo molto, dell’insegnamento che ne possiamo ricavare, del tempo che non è mai perso se impariamo, del “possiamo scegliere come reagire”. Perché non cancella una realtà ovvia, lapalissiana: una cosa brutta che ci è successa, ci è successa, indipendentemente da come reagiamo.

Penso alla più grande tragedia dell’umanità, i genitori che perdono i figli. Magari in qualche stupido incidente che poteva essere evitato. Alcuni si chiudono nel proprio lutto, altri fondano associazioni, si battono contro la causa della morte del figlio, della figlia. Sono reazioni diverse, ugualmente accettabili, ci mancherebbe, alla stessa cosa. Chi può dire se elaborano meglio il lutto quanti si chiudano nel dolore, se non lo accettino meglio di chi si accanisca nella ricerca degli assassini, nella speranza vana di vedersi restituito il figlio.

Fortuna che in genere non dobbiamo affrontare niente di così grave.

Ma brucia.

“La mia relazione è fallita. Non mi ha mai amato, ho fatto di tutto, di tutto. È durata un anno. È venuta un’altra persona, in cinque minuti gli ha preso il cuore, ha avuto tutto quello per cui ho lavorato, mendicato, implorato”.

“Il progetto è andato a monte. Ci ho investito soldi che avrei potuto impiegare in un mutuo, ho chiamato la gente giusta, ci ho messo la buona volontà e le mie energie. Niente. Sembrava che le cose andassero storte apposta, che una mano invisibile le sabotasse”.

“Devo ritornare in Italia. Le ho provate tutte. Il padrone di casa non mi ha concesso una proroga, è il terzo call center che cambio in tre mesi. Mia madre ha bisogno di me per il negozio. I miei amici se ne stanno andando. Che sono partito a fare cinque anni fa, che adesso che torno mi ritrovo gli amici sposati e con la loro vita. Chissà se riesco a integrarmi di nuovo”.

Sì, brucia.

E possiamo reagire come vogliamo, ci ha fatto male lo stesso. Fa male lo stesso.

Ma a volte, se lavoriamo abbastanza e abbiamo fortuna, si arriva a una consapevolezza come quella (ma ognuno ha la sua) che ha preso me ieri sera. Pensavo proprio a questo: al fatto che, indipendentemente da come reagissi, da se scrivessi questo blog o no, da se per un incredibile scherzo del destino mi ritrovassi coi miei desideri di un tempo realizzati, quello che è successo è successo.

È atroce.

È uno schifo.

È passato.

Sì, passato. Improvvisamente mi sono resa conto che niente di quanto fosse successo mi circondasse in quel momento. Che ci fosse il dolore, il rimpianto, la confusione, ma non la “cosa”, l’avvenimento in sé. Che in quel preciso istante ci fossi solo io, uguale e diversa rispetto a quella che fossi al momento dei fatti.

Sana e salva, più o meno, più resistente, e tuttavia ostinata a costruire la mia vita intorno a qualcosa che è passato, svanito.

Non svaniscono le conseguenze, ovviamente, di questo passato che finalmente lasciamo andare. Non svanisce l’amore, o il rimpianto, o il buco nel conto in banca.

E non svanisce il fatto che il tempo “perso” a soffrire avremmo potuto impiegarlo a inaugurare altri dieci progetti di lavoro, a conoscere altri dieci candidati a rovinarci la vita come meglio credessero (sorrido).

Ma, si diceva, resto io. Uguale e diversa. Quel diversa mi è costato tempo e lavoro, ma mi piace.

E allora sì, che conta la nostra reazione. Allora sì, che sono contenta di aver vissuto il dolore fino in fondo (perfino di vivere quello che resta) e di averlo usato per cambiare.

Quando mi renderò conto, quando ci renderemo conto anche che rinunciare alle cose che non fluiscono, a volte, è l’unico modo per far sì che accadano? Magari non le stesse (o forse sì?), ma ne accadono di buone, utili, felici. Quando ci renderemo conto di questo neanche il tempo sarà più qualcosa di perduto.

Diventerà il giusto tempo passato a soffrire, prima di occuparlo nella cosa più importante: lasciarci vivere.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAOh, quella volta che è possibile scegliere, scegli.

Nella puntata precedente si parlava di un bivio. Della facilità con cui tu e io ci chiudiamo in un angolo nella nostra vita, perché ci spaventa l’idea di non poterla controllare tutta, e allora “almeno” ce ne ritagliamo un angolino e ci osserviamo vivere.

Perché lo facciamo? Per paura.

Ti infili in relazioni “metà e metà” perché temi di soffrire in un rapporto più stretto. Finendo per soffrire in un rapporto metà e metà.

Accetti lavori gratis per paura di ritrovarti senza stipendio (questa si commenta da sola).

Finché proprio quella parte della vita che non puoi controllare, quella che eviti chiudendoti in un angolo, ti dà la salvezza.

Ti fa naufragare.

Perché si fa sempre naufragio, ricorda Adriano nel libro della Yourcenar.

Cos’è, che ti ha fatto fare naufragio?

Cosa ti ha fatto ritrovare con la tua bella zattera di fortuna al bivio dei bivi?

E anche se qui andiamo sulle metafore acquatiche, come ogni bivio che si rispetti ha una via stretta e una larga. Spetta a te fare distinzioni.

Una delle opzioni è quella di non uscire dal tuo spazio vitale, decidendo che tutto quanto ti succeda da lì, ti vada bene. Ti lamenti ma non molli, anzi, lavori pure sodo, accusando la sorte per non averti fatto trovare tutto quello che ti serve a portata di mano. Fallisci sicuro, ma potrai accusare “il destino” per non averti dato questa o quella opportunità. E magari spararti qualche palla rassicurante a fine tragitto, stile forse era giusto così, forse ma forse ma sì.

L’altra è quella di uscire dall’angolo e, come recita una preghiera famosa, accettare la parte della tua vita che non puoi cambiare, cambiare quella che puoi, e imparare a riconoscere la differenza. Non è sicuro che tu fallisca, né che riesca, se è per questo. Ma non potrai accusare il “destino” che per quelle due-tre cose che proprio ti sono girate storte all’improvviso, “se no…”.

Non sono scelte facili perché non è che una sia il paradiso e l’altra Armageddon.

E capisco perché scegliamo spesso la prima. Alla fine, non ce ne accorgiamo nemmeno, ed è così facile che le cose vadano male comunque, a prendere il timone della nostra vita, che meglio metterci da parte, fedeli al fatto che prima o poi il caso farà da sé. Come spesso accade.

Ok, avrai capito che sono di parte. Io posso solo dire che da quando ho preso la seconda strada le cose mi vanno molto meglio. E non perché abbia coronato grandi sogni d’amore o trovato il lavoro della mia vita o avuto chissà che colpo di fortuna.

No, semplicemente mi sento più serena. So che non potrò calcolare tutte le mie mosse, ma ragionevolmente saranno buone. Arrendendomi alla parte di vita che non controllo ne sono diventata amica e coautrice. Con risultati alterni, ma grandi possibilità di miglioramento.

La scelta l’ho fatta, insomma.

Qualunque cosa scelga tu, sappi che stai scegliendo.

La libertà di scegliere, di farlo davvero, non è cosa di tutti i giorni.

orlandoNella scorsa puntata, si vaneggiava di stanze in cui cerchiamo forsennatamente cose che abbiamo perso o che non abbiamo mai avuto, senza mai porci il problema che l’oggetto del desiderio possa trovarsi fuori da quelle quattro mura.

Ora, per concludere, facciamo un po’ di variazioni sul tema.

Potrebbe venirci il dubbio che, siccome quanto cerchiamo non si trova in quella stanza, non sia da nessuna parte. In quel caso, ovviamente, si troverebbe immediatamente sulla soglia, ma usciremmo con gli occhi bassi senza neanche accorgercene. Oppure potremmo ammettere che semplicemente non sappiamo cosa stia succedendo e dove sia finito l’oggetto della ricerca, ma IN QUEL MOMENTO non riusciamo a localizzarlo. Rinunciare in questi casi è la cosa più difficile da fare. Ne parleremo in seguito. Limitiamoci a osservare, qui, che ne va del nostro orgoglio e dell’esigenza che sentiamo di dimostrarci di non aver perso tempo in una ricerca inutile.

E sì, forse il “tempo perso” è la cosa che fa più male.

A volte, però, ammettendo di averlo “perso” nel senso che intendiamo noi, ci accorgiamo che non è perso affatto, è stato solo una lunga e dispendiosa premessa per trovare davvero, nel luogo opportuno, ciò che cercavamo.

Quanto al ritrovamento, chi mi dice che avverrà proprio là fuori? Be’, niente, vado a tentoni come voi. Mi conforta l’esperienza, l’atticuccio assolato ed economico trovato quando ormai avevo rinunciato a sbattermi a cercare come non ci fosse un domani, limitandomi a visitare un sito di annunci immobiliari e passare parola (e il passaparola, come spesso accade, ha vinto). E quante volte i disperati tentativi di far funzionare una storia che una volta accantonati hanno portato almeno a una comoda, deliziosa amicizia? Ok, poche. Ma ci sono, vabbuo’?

E qui veniamo all’ultimo punto: siamo sicuri che troveremo esattamente quello che cerchiamo?

Vediamo. Magari sì. Se cercavate esattamente quel lavoro, e lo trovate appena abbiate lasciato la stanza in cui vi siete chiusi da soli, scrivetemi e spiegatemi come avete fatto. Anche se la persona che vorreste accanto, dopo interminabili tentativi di conquistarla, viene a voi senza che dobbiate minacciarla di morte.
Vi invidierò come una bestia, ma sarò anche contenta per voi, garantito.

A volte, però, potremmo renderci conto che quanto ci aspetta fuori dalla stanza non è esattamente quello che cerchiamo, ma va bene lo stesso. Come scritto in precedenza, potrebbe essere “l’idea” di quello che cerchiamo. Potremmo trovare l’amore, senza per forza “localizzarlo” in quella persona. Oppure ottenere il lavoro che volevamo in un’altra azienda che improvvisamente necessiti di un dipendente, e chi l’avrebbe mai detto che ci sarebbe piaciuto di più altrove.

O anche scoprire che se ci riposiamo un po’, senza neanche uscire dalla stanza, ci accorgiamo che quanto cercassimo era sempre stato lì, come quando cerco gli occhiali che tengo inforcati, solo che la cecità dataci dalla stanchezza e dall’accanimento ci teneva nascosto il particolare.

Quello che è certo è che a cercare sempre là dove non troviamo, si rischia di perdere ancora più tempo, ancora più energie, senza mai trovare.

E allora perché volevo intitolare questi paragrafi “la stanza del dolore”? Perché, come scritto in precedenza, il dolore mi pare un posto terribile in cui cercare le cose. Pensiamo che per il solo fatto di soffrire ce le siamo meritate, e allora sarà lì. E allora, mettiamo, le mie sofferenze di ora porteranno il mio ex a tornare da me. Ma le sue sofferenze non sono altrettanto degne di riportarlo dalla sua, di ex, e così via? E dopo un anno perso a cercare un lavoro, come reagiamo all’amico appena uscito dall’università che ne trova subito uno?

Allora, uscire dalla stanza del dolore. Perdonando, pensando ad altro, fate voi.

Basta che usciate.

E se come sospetto trovate tutto quello che cercavate ad aspettarvi fuori, magari non come credevate, magari non così, non dite che non ve l’avevo detto.

lampioneEro indecisa se chiamare o no quest’articolo la stanza del dolore, riprendendo uno dei primi testi di questa mia svolta emo.

È che da un po’ mi perseguita un’immagine.

Cerco disperatamente qualcosa in una stanza molto grande e caotica, non lo trovo ma non voglio mollare.

Finché non mi devo rassegnare al fatto che no, non ci sia, e se c’è non è in mio potere vederlo, in quel momento.

Allora esco dalla stanza e mi accorgo che quanto cercassi era fuori, era sempre stato fuori.

Forse mi sarà successo in qualche festa organizzata con l’associazione, quando ci mettiamo in 10 di noi a cercare, che so, il microfono, o una cassa di birre, tra le cianfrusaglie degli altri collettivi che fanno capo al centro che ci ospita.

Quante volte ci è capitato di accorgerci che quanto cercassimo fosse direttamente in corridoio, che non l’avessimo mai portato dentro?

E non è che voglio vedere metafore dappertutto, ma inso’. Poi una legge Julia Cameron che ne La via dell’artista dice che noi ci chiudiamo in una stanza, la nostra Comfort Zone, e tutto quello che ci serve si trova fuori.

Per non parlare di quelle frasi che ho letto sulla rinuncia. Dappertutto: su facebook, nel romanzo di Chiara Gamberale, che cercavo in precedenza e finalmente mi sono procurata (sempre a Capodichino, è tradizione). Qualcuno argomentava addirittura che in certi casi la rinuncia fosse una conquista.

Dipende, ho annotato a matita sul libro della Gamberale. Se è rinuncia a cose che nemmeno vogliamo, ma continuiamo a cercare per orgoglio o abitudine o paura, ben venga. Se è “accontentarsi di quello che abbiamo”, per paura di procurarci quello che vogliamo davvero, non ci piace.

Infine, mi viene in mente quella storiella usata da tutti gli autori di self-help, e allora perché non riciclarla io che non ci guadagno niente (anche se vedete banner, i soldi se li pappa WordPress): nottetempo, un tipo cerca le chiavi di casa sotto un lampione. Un passante gli chiede se le abbia perse proprio lì, e lui risponde di no. E allora perché le cerchi là sotto?, insiste il passante. Perché qui c’è luce, spiega lo scemo.

Quando cerchiamo di far sì che le cose vadano esattamente a modo nostro è come se stessimo cercando qualcosa esattamente dove non c’è, proprio perché lì è più comodo provarci. E se, guarda un po’, non troviamo nulla, possiamo sempre accusare la sfiga. Ma, a differenza del protagonista di un racconto, noi non sappiamo come andrà a finire. Non sappiamo se, a furia di cercare, prima o poi troveremo, o troveremo un succedaneo di quanto cerchiamo, o qualcuno entrerà nella stanza a portarcelo, o ci dimenticheremo della ricerca e ci arrangeremo con quello che abbiamo.

Il momento in cui rinunciamo potrebbe essere il più saggio della nostra vita o il più stupido.

Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

Guardo le pareti e non ci credo, che non mi parlino di dolore.

Non conosco altra lingua, a volte, a volte non riesco a ordinare un hamburger senza pensare nonmiamanonmiamanonmiama.

Ma per fortuna passeggiando passa la paura, mi ricordo qual è la situazione, passeggiando nel mio nuovo barrio catalano ma non troppo, straniero ma non troppo, in cui non ci sono i pakistani a guardarti insinuanti ma dei mulatti latini a farti hooola al supermercato, e promettono grandi diverimenti.

Ma l’amore chiama ancora, nella sua assenza, e allora ti ricordi com’è la situazione: no che non ti ama, cocca, c’è quello bello là di fronte che ti sta guardando e non tanto puoi rispondere perché pensi ancora a lui. E oggi ti hanno offerto un lavoro, fatto un trasloco, fatto un complimento fatto una sorpresa e tutto quello che sapeva dire questa bambina di 33 anni che ti porti appresso, mentre giravi come una trottola per non cadere sbattuta a terra, era nonmiamanonmiamanonmiama.

Be’, la casa a questo serve. A vedere com’è un mondo in cui nonmiama e va bene.

Un mondo in cui la luna non è una chimera, basta affacciarsi alla terrazzina. Un mondo in cui chi ti ha preceduto era giovane e innamorato, non il vecchietto buono dell’altra casa, e solo la pioggia ti separa dai riflessi della candela cinese fuori al balcone.

La pioggia è entrata nella notte umida di una domenica che non hai vissuto, eri ancora altrove, dove le pareti parlano di dolore.

E ora resta l’odore di pioggia e di acqua che proprio non vuole andarsene, proprio insiste a invaderti camera e ricordarti che esiste qualcosa al di là del dolore, anche se hai paura, anche se non era previsto.

E sarebbe anche ora che prendessi la paura in mano, come il portacandele arrugginito ma ancora buono da usare, e vedessi un po’ cos’è.

Cersei-LannisterSe c’è un personaggio con cui m’identifico, in Trono di Spade, è Ned Stark: l’Animus ultraretto che finisce per rovinare tutti e se stesso con la sua fame e sete di giustizia. C’est moi. La mia Ombra invece (il mio lato oscuro, per chi non avesse seguito) non sa più che inventarsi per comunicarmi che sono pure Cersei Lannister: ‘na granda cessa, avida di gloria. E allora so’ pure bona?, le chiedo. Solo allora tace, Ombra dimmmerda.

Invece, per rassicurarmi dei progressi che sto facendo sulla strada della sanità mentale, ho tentato una rapida classifica degli uomini che mi piacciono in questa serie. Risultato: 1) Tyrion Lannister, 2) Jon Snow, 3) Khal Drogo. Allora ho lasciato perdere il progetto sanità mentale.

Vabbe’, a parte Khal Drogo, a cui affiderei direttamente l’impero del mondo, tanto stenderebbe i nemici con un rutto, mi sembra di capire che la tendenza sia sempre quella. Mi piacciono gli outsiders. Quelli che non sono esattamente integrati nella loro famiglia o nel contesto sociale. Ma che sono brillanti ed eccellenti in qualcosa.

Ieri, essendo rimasta al secondo volume della saga, ho letto di quando Jon riflette sul fatto di essere il fratello bastardo di un re, e si dice che il fratellino se ne starà a bere vino dolcificato mentre lui succhierà l’acqua ghiacciata di qualche fiume, oltre la Barriera.

Allora stanotte ho sognato Cersei che mi stendeva la biancheria, un curioso bucato tutto fatto di sciarpe che, sempre senza spoilerare (tanto siete tutti alla quarta serie), mi ha fatto pensare a un momento cruciale per la vita di Ned Animus Stark, una scena da perderci la testa. Come a dire che ha vinto lei, che ha usurpato il trono contro le legittime pretese della successione.

Ma allora sono Ned o Cersei? Ovviamente, la mia vita appartiene a entrambi, sono entrambi parte di me. E come il Buono e il Malo del Visconte dimezzato, di Calvino, non saprei dire chi faccia più bene. Perché i Ned Stark, con la Legge che applicano ciecamente anche quando non è giusto (pensate al poveretto decapitato all’inizio della saga) fanno ancora più male di chi almeno agisce per amore, del solito cattivo indispensabile perché la storia vada avanti.

E voi? Se la vostra vita fosse un trono, adesso chi lo occuperebbe? Qualche sovrano oltranzista che è meglio spodestarlo anche se ha tutti i blasoni al posto giusto, come Stannis Baratheon?

Pensate a Jon. È giusto che abbia meno diritti di Robb? Così va il mondo? Sì, così va finché non va più così.
Finché non vi dite che usurpare il diritto a decidere della vostra vita non è usurpare. È metterci il legittimo sovrano, quello che avrebbe dovuto essere seduto lì da sempre. Voi.

C’è una difficoltà, ovviamente. Se avete sempre vissuto da bastardi, emarginati, se vi siete identificati tanto in questo ruolo, vi sentirete sempre un po’ usurpatori a cambiarlo.

Che sia una pippa mentale vostra aiuta poco, non è una convinzione che si raggiunga con la ragione e l’ho imparato a mie spese.

Ancora una volta, l’importante è cominciare. Cominciate a buttar giù dal trono il fantoccio oltranzista che avete messo al vostro posto, e scoprire un po’ come ci si sente, a prendere decisioni.

Poi andate a braccio. A mettere Jon sul trono, se non fosse stato emarginato tutta la sua vita sarebbe stato un altro Robb, coi suoi pregi, ovviamente, ma la metà delle esperienze, delle lotte, dei ghiacci affrontati e vinti.

E allora ringraziate gli anni di emarginazione che vi siete inflitti e regalatevi un trono, da governare con saggezza e un po’ di sana bastardaggine.

Che quella, statene certi, non ve la leva nessuno.

The_ShiningNon è neanche colpa nostra, questo è vero. Ma di sicuro non è colpa sua.

Del vostro ex, per il fatto di non amarvi più.

Di vostro padre, che preferisce vostro fratello a voi.

Del vostro capo, se nonostante tutti gli sforzi che facciate gli sta più simpatica la collega inetta.

Prima di tutto è importante arrivare a capire che non è colpa nostra. È un gran passo avanti, credo. Ci liberiamo del peso di dover essere perfetti, obiettivo impossibile che ci impedisce di essere noi, al meglio delle nostre capacità. Di dover piacere a tutti, o di credere che, se gli altri non ci amano come vorremmo, è perché noi siamo sbagliati.

Il passo successivo è capire che non è colpa loro.

Non sto giustificando le loro “malefatte”, sia chiaro. Hanno degli obblighi, verso di noi, quelli di tutti: il rispetto, la coerenza.

Il nostro compagno è tenuto a non prenderci per i fondelli. Nostro padre, a essere equo nella distribuzione di attenzioni e beni materiali. Il nostro capo, a riconoscere i meriti di chi lavora e le responsabilità di chi non lo fa.

Se vengono meno a questi obblighi, la nostra rabbia è sacrosanta. È rispetto per noi stessi.

Però i loro obblighi si fermano qui. Fortunatamente, perché più di questo non possono fare.

Non possono amarci o stimarci per pura forza di volontà.

E noi dobbiamo rendercene conto e anche ammettere che è la cosa che ci ferisce di più. Per superarla e andare avanti con la nostra vita.

Se siamo onesti, cos’è che ci rode di più, dei favoritismi dei nostri genitori? Vedere che abbiano portato nostra sorella al ristorante, per il suo compleanno, mentre quando è toccata a noi non hanno rimandato la visita all’avvocato? O ammettere che, per qualche inspiegabile gioco di alchimie, nonostante il bene che ci vogliano, se l’intendano di più coi nostri fratelli? Che con loro abbiano una complicità che non ci spieghiamo, che neanche loro, spesso, riescono ad ammettere a se stessi? E possiamo rimproverarli per cosa abbiano fatto, ma non per cosa provino.

E quando una relazione finisce o non decolla, cos’è che ci fa più male? Il suo essere sparito, fare il doppio gioco, tenerci nell’ombra mentre la nuova tempo una settimana è sulla bocca di tutti?
O il fatto che non ci ami? Che non sia scattata quella molla che lo rendesse partecipe della nostra vita, interessato alla nostra giornata, ammirato da qualcosa di diverso dalla sicurezza che gli davamo o da ciò che avessimo tra le gambe? Che dopo di noi verrà qualcuno a cui sì che risponderà al telefono, con cui troverà il tempo di andare a passeggio, per cui rimanderà l’impegno di lavoro per una serata tra termometri e borse dell’acqua calda?

Possiamo rimproverare loro ambiguità, impegni presi e non mantenuti, le scorrettezze assortite che tutti sappiamo. Ma non quello che sentono o non sentono.

Se noi non ci possiamo fare niente, non possono neanche loro. La trovo ancora una legge ingiusta e ancora non so come uscirne, a parte usare il famoso verbo che schifo, accaccett… Quello.

D’altronde, non so se vi capita, siamo bravissimi, ad accettare la mancanza di attenzioni di cui sopra. Lì siamo i campioni dell’accettazione. Siamo i migliori nell’accontentarci, in certe relazioni ambigue, delle briciole di tempo dell’amato bene, dei due baci in pubblico dopo aver appena passato la notte insieme. Perché lo facciamo? “Perché lo amo”, ci rispondiamo, come se questa giustificazione facesse da tana libera tutti.
Se per noi è così, però, tolte come si diceva le scorrettezze deliberate, anche l’altro, a domanda “Perché lo fai?”, dev’essere libero di rispondere: “Perché non ti amo”. Altrimenti dovremmo riconsiderare la nostra risposta.

Considerando che i genitori non si scelgono (ma sì che, nel corso della vita, ce ne siamo scelti di adottivi, vero?), che i datori di lavoro vanno tenuti buoni se il lavoro ci piace, quello che possiamo fare è imparare a vivere nonostante tutto questo. Con l’ex, aiuta capire come ci siamo messi in questa situazione, come è deteriorata se siamo mai stati insieme, come non ci siamo sottratti in tempo se non è mai decollata. Aiuta renderci conto, si diceva, se l’apprezzassimo per quello che era, o se nei suoi occhi cercassimo noi stessi (vedi Ombra).

Soprattutto per me aiuta, ormai si è capito, non sottrarsi al dolore, per non portarcelo dietro. Distrarci quando vogliamo distrarci, ma fare gli emo quando così ci gira.

Prima o poi, di questo passo, su tutto questo riusciremo anche a farci una bella risata, come questo signore qua sotto.

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