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Orgoglio   Quando ho costretto qualcuno a prendere un caffè con me e confrontarsi col passato, il nostro passato insieme, non è stata la fine, è stato l’inizio. L’inizio di nuove domande, nuove richieste di confronto. Che non toglievano il problema di fondo: il fatto che lui non volesse a) vedermi, b) darmi spiegazioni, c) tornare con me.

D’altronde, se stavo combinando tutto quel casino, non era per far pace. Era perché una parte di me ancora non aveva chiuso quel capitolo e sperava lo facesse lui.

Detto questo, salve.

Per concludere questo sproloquio sull’ “assenza che ci appartiene” (parafrasando una canzone di Giorgia che forse ricordo solo io), volevo proprio chiedermi: perché abbiamo tanto bisogno di rivedere qualcuno che ci evita? Perché pretendiamo che sia l’altro a chiudere un capitolo della nostra vita?

Capisco all’inizio, quando chi volevamo incontrare era ancora lui, perché era passato poco dalla rottura e ci mancava. Ma col tempo, i lavori, i viaggi, gli altri amori, per me quello che vogliamo rivedere è il nostro passato, con cui abbiamo un conto in sospeso. I nostri vent’anni, che ora ci sembrano spesi male. I maldestri tentativi di farlo innamorare, evaporati al primo incrocio di sguardi con un’altra. L’incapacità di accettare che quello che faccia male a noi sia così indifferente all’altro.

Ecco, la chiave, almeno nel mio caso, è stata la più semplice e la più difficile: accettarlo. Ma proprio prenderne atto. Ingoiare il boccone e andare avanti. Senza cercare altre spiegazioni, i sentimenti non ne hanno bisogno. E l’indifferenza, personalmente, la considero un sentimento di tutto rispetto. Anche quando si accompagna ad altri fattori (come i sensi di colpa), tende a neutralizzarli con la sua evidenza.

Una volta accettato questo, ho avuto il tempo e la voglia di fare altro. Per esempio di accorgermi di quelli che, a invitarli a prendere un caffè, non ci avrebbero pensato due volte.

E poi, devo confessarlo. È stato quando ho accolto l’assenza, che l’assente ha voluto vedermi.

Sapete quando l’ho preso, un caffè col fuggitivo?

Quando ho risolto il problema mio, con me. Quando ho smesso di cercare i miei vent’anni negli errori altrui e ho cominciato a trovarli nei miei.

Oppure quando l’ho piantata di cercare solo errori, spiegazioni razionali, e ho riconosciuto quanto delle nostre vicende sia dovuto al caso. Alla telefonata che l’ha restituito al lavoro, un settembre in cui per noia o solitudine si stava riavvicinando. Alla permanenza all’estero che improvvisamente gli ha risolto ogni dubbio sul cominciare o no la relazione.

Stiamo certi che, se alla base ci fosse stato un interesse vero, sarebbe stato almeno più difficile che queste circostanze avessero rovinato la storia.

Accogliamo l’assenza, dunque, ma come una possibilità concreta. Non come un’ospite scomoda. Che l’accogliamo o meno, quella si siede di traverso sui nostri rimpianti, manco fossero un divano.

Tanto vale accettarla e chiederle quanto conta di restare. Ci risponderà che, in gran parte, dipende da noi. È di quelle ospiti che per andarsene devono assicurarsi di essere ben accette. Quando hai preso atto della sua presenza, quando quasi ti ci sei affezionata, ecco che prende il cappotto ed esce dalla porta giusta.

Quella che nessun altro chiuderà per noi.

funny-ex  Nell’ultimo post parlavamo di amici stalker, poco inclini ad accettare i rifiuti delle fanciulle, e di ex furbissime che si fanno restituire oggetti inutili all’ora dell’aperitivo. Che dite, continuiamo a farci del male? Claro que sí!

Avevo quest’amico, a Napoli, che era uscito a pezzi da una relazione ed era in fase chiodo schiaccia chiodo, ma con tutta la ferramenta. Uno dei… chiodi era durato poco perché la fanciulla viveva “troppo lontano”.

Prosaico? Se accettate una storia fondata unicamente sul piacere reciproco, una motivazione così ci può stare, o avete tutti il ferrarino e lo zio benzinaio.

Fatto sta che a pochi giorni dalla rottura mi contatta lei, su facebook, e chiede spiegazioni a me. Che le posso rispondere, secondo voi. Che è un momento difficile per il mio amico e che non se la sente di avere storie serie. Non è una bugia, non è tutta la verità.

E allora lei attacca con un’analisi psicologica che manco Freud sotto acidi, azzeccandoci su tutta la linea tranne che nella conclusione: “Poiché lui ha paura del nascente sentimento tra noi, troppo bello d’altronde per non destare timori, è sparito per non affrontarlo”.

Per non affrontare il carobenzina, avrei voluto correggerla, ma ho desistito.

Perché “non vuole” è una delle frasi più difficili da accettare. Ci smonta teorie, distrugge alibi, soprattutto ci lascia nudi di fronte all’esigenza di spiegarci perché a qualcuno non piaciamo, come se da questo dipendesse la nostra esistenza ed esistesse, poi, una spiegazione razionale: mi sapete dire perché vi piace il pistacchio e non la zuppa inglese? E sì, il paragone è più calzante di quanto ci piacerebbe credere.

E l’esempio scemo di cui sopra non è niente, rispetto a un genitore o figlio che ci sbatte la porta in faccia, a un ex compagno attivista che a una mail lunghissima di riconciliazione risponde con 5 parole: “Non è possibile, mi spiace”.

O a un ex che semplicemente non ha abbastanza volontà di rivederci per sfidare pigrizia e agenda piena.

Ops, mi sono buttata la zappa sui piedi. Perché ora devo ammettere che tutto questo vale anche per me.

Qualche volta sono stata messa da parte senza preavviso, magari in nome di nuovi amori così grandi che di lì a poco erano già svaniti nel nulla. In un caso, i miei timidi e invero scarsissimi tentativi di tornare a parlare con la persona in questione sono stati respinti in malo modo con la motivazione “ho poco tempo libero e tu non sei una priorità”.

Dopo il pippone che vi ho somministrato, dovrei accettare anch’io pacificamente questa versione, che in fondo è la più semplice, e fare pace col mio passato.

Ok, non lo farò. Lo ammetto. Non perché sia difficile, ma proprio perché non mi quadra.

Capisco che gli alibi di “chi non vuole” non quadrino neanche a voi. Spesso sono dettati dal senno di poi.

E magari è vero, che l’ex non ci restituisce il lume perché ha paura o imbarazzo nel guardarci in faccia, dopo quello che è successo tra noi.

Capiamo una cosa, però. Nessuna considerazione elimina il “non vuole”. Il tipo che s’innamora di un’altra e sparisce esagererà pure a minimizzare ciò che provasse per noi, ma possiamo metterci la mano sul fuoco che non fosse proprio sto sentimento imprescindibile.

E l’ex del lume sarà immaturo, ancora spaventato, ma a noi non ci tiene più, o non come una volta, o non abbastanza da rivederci.

Chiediamoci piuttosto perché abbiamo tanto bisogno di rivederlo noi.

Non sarà che, ancora più di lui, vogliamo rivedere una parte di noi che adesso ci manca?

Se è così, meglio! Potremmo ritrovarla per conto nostro, invece di frugare nel tempo libero di chi non sembra avere più un minuto per noi.

Ne riparleremo.

https://www.youtube.com/watch?v=FGAwq–2pv4

image2-293x300  Eccolo, è ancora lui. Ormai non deve neanche più chiamarci, basta il WhatsApp. Evitiamo accuratamente che si accenda la spunta blu mentre scorgiamo le prime parole sullo schermo e immaginiamo il resto:

Mi ha messo ‘mi piace’ a…

No. No. No.

Il messaggio si concluderà certo con qualche emoticon di coriandoli, festoni giapponesi, bottiglia di spumante stappata… Ah, non esiste, l’emoticon dello spumante?

Be’, stapperemmo noi quello vero, se il nostro amico stalker capisse che la sua “amata” non ne vuole sapere. Si toglierebbe il pensiero. Ma lei non avrebbe nessun motivo per puntualizzarlo: si sono visti una volta a una festa e chiacchierando cinque minuti hanno scoperto di amare lo stesso film. Fine dell’idillio. Lei è sparita a prendere da bere e si è intrattenuta col barman, un bel po’ in effetti.

Ma il nostro amico, quella notte stessa, l’ha aggiunta su facebook. Giusto in tempo perché lei si ricordasse vagamente della conversazione e del film.

Il resto è invenzione. Quella che ci creiamo da soli in queste situazioni in fondo innocue e quella, ben più pericolosa, che viviamo quando entrano in scena i rimpianti.

Quando scriviamo al nostro ex per riavere il lume da comodino che abbiamo dimenticato andandocene da casa sua: una scusa davvero brillante per incontrarci! Magari alle 20, davanti a un bar famoso per gli aperitivi e vicino al suo ristorante preferito. Strano che lui non cada in questa astuta trappola.

Spiegazione di lui: sono bloccato in casa da tre giorni con una terribile perdita d’acqua che ha generato delle macchie di umido, che stanno marcendo trasformandosi in Gremlins (sempre meglio che un sibillino “No llego”, non faccio in tempo, propinato una volta a me).

Spiegazione nostra: 1) ha i sensi di colpa per come sia finita tra noi (è stata colpa sua); 2) teme che l’irresistibile attrazione che ancora prova comprometta l’effimero rapporto con la tipa insulsa con cui gira ultimamente.

Anzi, magari è quella lì che gli proibisce ogni contatto (perché lui, ovviamente, gliel’ha detto, che rivogliamo il lume).

Forse la verità, in questi casi, è racchiusa in due parole, le più difficili da accettare: non vuole.

La tipa della festa non vuole incontrarti, amico stalker. Può metterti tutti i like del mondo alle foto che posti su fb (certo che pure tu, cominciare a linkare immagini di Johnny Depp che dica frasi profonde per farti mettere mi piace…).

E sì, neanche il tuo ex vuole, amica che non si rassegna. Per i motivi che pensi tu? Immaturità, paura, la gelosia altrui, potrebbero giocare un ruolo importante, ma in definitiva è questo: non vuole vederti. Pace.

Siete ancora vivi? Ne ero sicura. Perché una cosa va puntualizzata.

È vero che a volte i conti non tornino. Che “non vuole”, da sola, sia una spiegazione un po’ povera.

Ma siamo sicuri che qualsiasi altra disquisizione psicologica sull’altra persona neutralizzi questa grande verità?

Ne riparleremo.

 

cyclette E niente, mi è venuta su questa riflessione, non ancora digerita come il pranzo pasquale, a proposito della mia cyclette. Cioè, in realtà è di mio padre, ma l’adotto ogni volta che torno in paese e non voglio proprio mettermi a quattro di bastoni (per i non napoletani: svaccarmi).

Stavolta tornando in paese me lo sono portato proprio in camera, l’attrezzo, per la gioia di mio fratello che, sentendo il fracasso per le scale, è accorso pensando al terremoto.

Gli anni scorsi non la muovevo dal suo posto e pedalavo con una certa foga, anche perché ero quasi sempre di cattivo umore. Perché? Scelte sbagliate, su tutti i fronti. Che prendevo buttandomici a capofitto senza pensare non dico alle conseguenze, ma a se fossero ciò che volessi davvero.

Mentre pedalavo, infatti, ascoltavo una canzone energetica quanto un bis di uovo di pasqua dopo la terza fetta di casatiello: Accireme (Uccidimi) dei 24 Grana. Con quella nelle orecchie e le tutone oversize che rubavo a mio padre dovevo essere uno spettacolo fantastico. Certo, non avrei mai pensato che la persona a cui la dedicavo virtualmente, di lì a poco, mi prendesse alla lettera!

Adesso che sto più in mode “toglietemi la pastiera dal piatto se no la mangio tutta”, sapete che ascolto, mentre pedalo? Le conferenze di Agamben!

Lo so, aridatece i 24 Grana! Ma lo faccio per una tesina che devo scrivere entro il 15 aprile (mado’) e poi perché sono scaltra: dopo 40 minuti a pedalare, Agamben non diventa l’elemento più faticoso dell’operazione.

La riflessione era, appunto, sulla differenza con le puntate precedenti: quando stavo male ascoltavo canzoni belle ma tristi, adesso che sto bene mi sciroppo conferenzone pallose ma utili (o almeno spero!).

Capito? Chi non sta bene si raccoglie su se stesso, riflette monotonamente sulla sua malinconia in un loop senza fine.

Chi risolve i problemi personali e sta bene, ha il tempo di pensare ad altro, fosse anche a una benedetta tesina da consegnare tra due settimane (aiuto!). E se gli gira si interessa pure a questioni così poco personali (in apparenza) come stato d’eccezione e sovranità.

Perché quando stiamo male pensiamo che, quando finirà la causa del dolore, la nostra vita sarà il paradiso in terra. Quando stiamo bene, sappiamo che non è così. Scopriamo solo che diventiamo liberi. La nostra vita è vuota di nuovo, possiamo riempirla di ciò che vogliamo.

Riempiamola di cose utili, allora, e di pedalate salutari.

La prossima volta, magari, all’aria aperta.

La Haine 1995 1080p BluRay DTS x264-DON_mkv_snapshot_00_50_10_[2011_10_01_19_25_47] Un giorno, a Manchester, la mia diafana tutor del master se ne uscì così nel bel mezzo della lezione sul postcolonialismo:

– Noi siamo abituati a pensare all’Inghilterra come a una nazione bianca, ma in realtà non lo è più da tempo.

“Meicojoni, benvenuta nel Regno Unito!”, pensai. Mi veniva da ridere, perché di quest’Inghilterra bianca avevo visto poco e niente. Ero passata direttamente da un Erasmus arcobaleno, popolato da gente di tutto il mondo, alla comitiva del mio ragazzo, un manchesteriano mezzo pakistano e mezzo irlandese che aveva tra gli amici: un tipo inglese da 10 generazioni coi capelli bianchi a 23 anni; un amico di origine indiana; vari conoscenti di origine pakistana; due-tre latini; un africano nerissimo il cui padre purtroppo morì di malaria (…); la ragazza biondissima del tipo inglese di cui sopra, che però era oriunda perché veniva da Liverpool.

Insomma, io quest’Inghilterra bianca, francamente, l’ho sempre vista poco. Ne ho sempre ammirata una così colorata, dal bianco neve all’ebano, da far invidia a una palette della Mac.

Ma tutto questo, forse, è più evidente per una che sia venuta da fuori. Per qualcuno che in un posto ci sia nato e che ci sia immerso da una quarantina d’anni, come la prof. del master, magari è difficile rendersi conto di quanto sia diversa “la sua terra” da come se la immagini.

Mi piace pensare, o voglio sperare, che sia così anche per chi in questi giorni parla di attacco all’Europa, a proposito degli eventi di Parigi o Bruxelles (Ankara per molti sembra essere in provincia di Atlantide). Mi incuriosisce questa definizione perché, ed è la domanda su cui Salvini non rispondeva l’altro giorno a Ballarò, come la mettiamo sul fatto che gli attentatori siano europei?

A proposito di Parigi, a novembre un barone storico della mia università, pure un bell’uomo, aveva scritto nell’ondata emotiva: non vorrete farmi credere che gli attentatori vengano dalla Francia della liberté, égalité, fraternité? Ehm, ehm. Gli si fece notare che in effetti sì: passaporto europeo per tutti. Allora lui aggiustò il tiro: vabbe’, ma mica erano europei, venivano dai ghetti. E l’altro giorno uno su facebook mi rimproverava per cercare di sottilizzare sulla differenza tra cittadini europei e “immigrati storici”. Questo ossimoro me lo segno!

Attenzione a questi discorsi pelosi, perché sopraggiungono quando davvero dobbiamo guardarci in faccia  e chiederci “quale Europa” sia sotto scacco. Quella che bestemmiamo un giorno sì e un giorno no per essere un’Unione di merci e non di persone? Quella che ci richiede costantemente di riconoscere i diritti civili alle famiglie arcobaleno, mentre noi organizziamo il Family Day e lasciamo bambini che già esistono senza assistenza/eredità?

E l’emarginazione delle comunità musulmane che da trent’anni almeno sono europee, quanto è diversa da quella del resto delle periferie? Penso alla mia Napoli, rievocata spesso a proposito della polizia attaccata durante la cattura di Salah Abdeslam. Già emarginiamo gente che riconosceremmo più facilmente come compatriota, ma che non condivide l’idea di gusto inculcata dal ceto medio, e parla una lingua non ufficiale e marginalizzata che era la stessa dei nostri nonni.

Insomma, qual è l’Europa sotto attacco? Quella che odiamo tutti prima di fare quadrato quando ci sentiamo minacciati? E da cosa la stiamo difendendo, quest’Europa?

Da noi stessi. Perché è l’Europa ad attaccare l’Europa. Due volte. Prima con la politica, quando fa gli interessi di pochi a cui le grandi masse si devono adeguare. Poi, con le bombe. Che vengono da una parte infinitesimale (meno della mafia in Italia) dell’Europa che è già Europa, ma che non vogliamo vedere perché la sentiamo estranea, anche se è già qui da prima che nascessimo.

Che ci sia familiare o no, quest’Europa multiculturale e multietnica è già con noi.

Col pakirlandese di Manchester andai in Sicilia. Lì una bambina di origine indiana, che diceva “Miii” e “Mariiia”, gli spiegò tante belle cose su Palermo, nell’italiano perfetto che lui non capiva.

Immaginatevi un pakirlandese britannico rispondere in italiano stentato a un’indianina siciliana.

Buffo, no? Non è spaventoso, né deprecabile. È buffo.

Non sentiamoci minacciati dalla complessità. Specie in Europa.

Se no staremo coi fucili puntati contro tutto e tutti, senza accorgerci che il nemico siamo noi.

Cupido

Nel post precedente si parlava di vivere il presente, nell’accezione che più preferiamo: quella mia di amante della meditazione o quella razionale stile “se ti distrai lasci le chiavi dentro casa e so’ cavoli” (basato su una storia vera).

Avete presente le persone che si frappongono tra noi e la metro in partenza, perché perse nelle faccine del WhatsApp? Ecco, in fondo un po’ parlo anche di loro, almeno di quelle che siano sopravvissute alle mie maledizioni. E sì, penso anche a chi va in giro con le cuffiette nelle orecchie 24 ore su 24, scegliendo i suoni che vuole ed eliminando quelli esterni (le mie bestemmie per passare, per esempio). Liberissimi, ma vi immaginate che succederebbe, se delle parole che ci arrivano dall’esterno selezionassimo sempre e solo quelle che vogliamo?

Buona fortuna col vigile che vi informi che “Non si può parcheggiare qui”, ma avete automaticamente eliminato il “non”!

Adesso, è molto esoterico anche insinuare che i suoni del mondo siano rivolti a noi e li stiamo respingendo. Ma chiamo in mia difesa, signori della giuria, una teoria che vi sta così simpatica che l’estrapolate anche dall’ambito scientifico, per trasformarla in una specie di filosofia di vita: l’evoluzionismo.

Mi è un po’ difficile perché mi devo calare nella parte di darwinista militante senza mai aver letto Focus: allora, siamo animali che si adattano all’ambiente esterno (fin qui vado bene?), percependone i suoni e vagliando quelli che possano segnalarci un pericolo. Una cuffia nelle orecchie, peraltro innaturale perché mica ci siamo nati (no, scusate, qua facevo l’anticirinnà pro-life), potrebbe distrarre questo capolavoro di selezione naturale che ci ha portato a essere qui proprio per la nostra capacità di trasformare l’ambiente che ci circonda…

No, scusate, questo era Heidegger. Comunque ci siamo capiti, no? Che ci bruciate uno stecco d’incenso o che sproloquiate d’evoluzionismo, siamo d’accordo che sul “non distrarti!” la suora nazi che mi faceva da maestra non aveva tutti i torti. E che ultimamente, ahimè, non sono l’unica a distrarmi assai.

Io credo che ci sia gente che si sposi, per distrazione. Fate un po’ voi.

E non fraintendetemi, rivendico il mio diritto a non essere sempre sempre presente a me stessa, specie nella fila chilometrica del cinema il mercoledì, col biglietto a 3,50. Pure mi pare un’esagerazione seguire chi dice di prestare attenzione perfino a ogni gradino che saliamo per tornare a casa (si vede che abitavo in un sesto senza ascensore?).

Ma né milioni di fans della meditazione hanno sgarrato nel sentirsi più presenti a se stessi, né generazioni di scienziati e suore nazi (uniti per l’occasione) hanno sbagliato nel raccomandare una maggior aderenza al mondo in cui viviamo.

Tutt’è non sfottersi a vicenda, non sminuirsi nelle rispettive convinzioni, e mi va bene perfino concludere con Watzlawick che è la nostra mente a dare un senso a quello che ci succede, non i fatti in sé. Perfetto, come dice quel film, Basta che funzioni. Magari la nostra mente funziona davvero meglio quando, invece di ubriacarla costantemente di chiacchiere, ritmi sempre uguali, sostanze che la distraggano da situazioni sgradevoli, se invece di fare tutto questo vediamo cos’è che voglia fare lei.

Scopriremo che non è affatto esosa. La mia, l’altro giorno, voleva solo smettere di pensare a tutti gli impegni che avrei avuto e ricordarsi del più urgente in quel momento: portarsi le chiavi.

Fate lo stesso errore e riconsidererete quella storia che le peggiori da perdere siano “le chiavi del cuore”. Se la pensate così, non avete mai dovuto chiamare un fabbro d’emergenza!

La chiave di tutto è esserci, sentite a me. In tutto quello che facciamo. Anzi, in tutto e basta.

 

Bottle-Of-Keys  Ieri sono rimasta chiusa fuori casa, senza portafogli, con mezz’ora di tempo per andare al lavoro. Ero così presa dall’urgenza di scappare a prendere la metro (avevo passato troppo tempo a scrivere), che sbattendo la porta ho sentito il tintinnio delle chiavi che cadevano dall’altra parte del muro.

Inutile dire che la copia di riserva fosse nel giubbino del mio ragazzo. A Zagabria.

A mia discolpa, che si sappia: io le chiavi le appendo alla maniglia della porta e le prendo ogni volta come riflesso automatico. Le dimentico “solo” una volta all’anno.

Ma il mio cervello funziona in modo strano.

Sono come il tipo di quella barzelletta atroce che, frugandosi dietro l’orecchio, si ritrova in mano una supposta, e si chiede: “Dove avrò mai messo la penna?”. L’esempio più divertente fu una cena col mio migliore amico, a Barcellona. Al momento del conto misi 50 euro nel piattino e stavo già col portafogli aperto, in attesa del resto, quando il mio amico allungò a me la 10 euro che toccava pagare a lui, per semplificare le operazioni. Io la intascai come se fosse stata il resto e me ne andai tranquilla.

Dovevo aprire il portafogli? Sì. Dovevo intascare dei soldi? Fatto. Andiamo via e il cameriere si tenesse la mancia.

Fortuna che fosse parsa esagerata anche al ragazzo, raggiunto che già chiudeva, e fortuna che oltre ad aver fatto un po’ lo scemo, per cui mi ricordava, avesse una nazionalità che contrariamente a Salvini associo per esperienza a un’onestà non comune.

Insomma, io ci metto il mio, nella mia sbadataggine cronica, ma da anni ormai la stempero con un’operazione che, in effetti, ultimamente ho trascurato un po’: meditare.

Ecco qua, l’ho detto, ora accendete l’incenso e mettetevi la fascia hippie nei capelli, come questo qui, e prima di mandarmi a… cercare le chiavi, concedetemi un altro minuto di attenzione.

Meditare, a me, serve per “essere nel presente”. Questa affermazione un po’ esoterica potete sostituirla come volete. Le suore naziste da cui andavo a lezione da piccola lo chiamavano “Non distrarti!”. Una prof. più magnanima, alle medie, traduceva l’ordine in un rapido schiocco di dita davanti ai miei occhi, mentre la collega di matematica ovviava con: “Scetate, Caruli’, che l’aria è doce!”.

Insomma, ieri mi sarei risparmiata un sacco di guai se invece di pensare alla metro mi fossi accorta che il portafogli fosse nell’altra borsa e il Tampax Compak Pearl appena messo in tasca, per quanto progettato da talpe vergini ispirate all’anatomia di un hentai giapponese, in fondo non somigliasse al mazzo di chiavi che se ne restava ancora lì appeso.

E quando dico “mi sarei risparmiata un sacco di guai”, vado presa alla lettera.

Non avrei dovuto chiedere due euro al cassiere del supermercato, connazionale del cameriere onesto di cui sopra, per comprarmi almeno il biglietto di andata per il lavoro (che poi è aumentato a 2,15, fortuna che c’è l’abbonamento!). Non avrei dovuto correre a piedi alla Barceloneta dopo aver scoperto che il padrone di casa fosse lì, e col mazzo di chiavi di riserva (almeno questo, se no erano 250 di fabbro, minimo). Non sarei dovuta tornare verso casa sotto la prima pioggia battente del mese, a sperare che mi aprissero almeno il portone giù. Non avrei dovuto accorgermi una volta entrata che mi era stato dato il mazzo sbagliato.

Tralasciando i milioni di sterline che guadagnerei scrivendo le gag a Mr. Bean, il problema ieri era che fossi così presa dai miei problemi quotidiani da lasciarmene inghiottire, aggravandoli.

E che lo chiamiate distrazione, o non essere nel presente, la questione è la stessa: invece di prestare attenzione a ciò che ho fatto in ogni momento, sono finita con la testa in un altro mondo (quello delle preoccupazioni) e ho perso un pomeriggio prezioso a rimediare all’errore.

Sono cose che il corpo non dimentica, specie il mio che, se non avesse imparato da decenni a mandarmi segnali di cedimento quando serve, avrei fatto cadere a mare senza accorgermene da quando vado su due gambe.

Quindi, se la meditazione non vi è utile, trovate un altro sistema per essere presenti nelle azioni che fate, in ogni momento. Che ci vediate o meno un’aura spirituale, a me il problema pare essere spesso questo: gente che si trova troppo spesso in un posto col corpo e in un altro con la testa.

Ne riparleremo.

1226673344163_bacio1 Avete presente tutti i film in cui qualcuno sta per compiere un passo decisivo nella sua vita e per un po’ cerca una via di fuga? In genere la più gettonata è il tentativo di “tornare al passato”, a prima di arrivare a quel bivio inquietante. Capita al quasi-trentenne de L’ultimo bacio, che sulla soglia del matrimonio finisce con una bella diciottenne a leggere Siddharta.

Quel film è esemplare di ciò che voglio dire, perché il protagonista alla fine non s’innamora della pischella, che incarna la sua fuga dall’età adulta. Ci si rifugia per paura dell’irreversibilità delle sue decisioni.

twolovers (1)   La paura, se ci pensiamo, è lo stesso motore che spinge Gwyneth Paltrow in Two lovers a fare una scelta uguale e contraria: rinunciare a una fuga “adulta” con Joaquin Phoenix, che vuole liberarsi come lei di una realtà soffocante, per tornare all’infelicità bohemienne che non la fa star bene, ma la fa sentire al sicuro. È quello che fa l’infelicità prolungata: ci fa sentire più sicuri di una felicità da costruire.

Ma per evitare dubbi su cosa io intenda per felicità, torniamo ai trentenni italiani di Muccino: mica le aspirazioni devono essere le stesse per tutti. Ci sono amici che davvero sono contenti a realizzare il loro sogno di ragazzi e partire in viaggio. Quindi “crescere” per me non vuol dire assumere modelli di comportamento tradizionali come un lavoro fisso e una famiglia stabile. Significa proprio avere il coraggio di seguire la propria aspirazione, che comporti un mutuo trentennale o l’apertura di un baretto sulla spiaggia. Seguire il corpo, sul serio, come è cambiato ora. Io ero più grossa a 25 che adesso, a 35, in più di un senso. E mi sto adeguando alle mie aspirazioni apparentemente più modeste di adesso.

Sono quelle che mi fanno star bene in questo momento. A 25 anni le avrei trovate insignificanti, ma allora ero molto insicura e dovevo dimostrare a me stessa di “saper” fare le cose. Saper vivere da sola, saper vincere una borsa di studio, saper… Adesso non ho bisogno di dimostrarmi niente. So che potrei farlo di nuovo, soprattutto so che, ci riesca o meno, sarò sempre io.

Credo che questo sia l’atteggiamento che mi faccia meglio, penso di essere in buona compagnia. Fare le cose non per sfidarmi continuamente, per colmare da fuori un’insicurezza che mi porto dentro, ma farle perché in questo momento, per gli studi che sto portando avanti (ancora!), per i lavori che comincio a fare, mi sembra la strada “naturale”, se qualcosa del genere esiste, il cammino che si disegna da solo quando in realtà ci stai lavorando su e bene.

Quindi, se finalmente riuscirò ad aprire quest’associazione che faccia da ponte tra culture diverse, non sarà per dimostrare a me stessa di esserne capace, ma perché in questo momento è la cosa più spontanea che mi venga da intraprendere, la conclusione più logica dei miei studi comparatistici e dell’impegno sociale degli ultimi anni. Finché non mi servirà da tappabuchi per l’ego, potrebbe addirittura funzionare.

E se dovesse fallire… Ragazzi, non sapete quanta roba stia cannibalizzando da imprese fallite. Non sono neanche sicura di poterle chiamare fallimenti, in realtà, ma da eventi riusciti così così ho ricavato conoscenze fantastiche, contatti di persone che un giorno potranno aiutarmi in qualcosa che possa riuscire bene. Soprattutto, quello che è stato un mezzo fallimento per me è stato un grande successo per altri. C’è l’associazione che partecipando a quel cineforum sotto la pioggia ha imparato a mettersi in gioco, oppure la mamma a tempo pieno che per offrire un premio a una riffa si è inventata un’attività artigianale da svolgere in casa.

Ecco, questo sì, ho imparato un criterio fondamentale quanto semplice per andare avanti: se le cose fluiscono, bene, se no, come si dice in spagnolo, otra cosa mariposa.

Una volta che si sta bene e si sa bene cosa si vuole, ci è anche più facile portare a termine i progetti.

Insomma, non si tratta di mollare tutto e tornare a un’adolescenza che non potremmo mai più avere (se il trentenne Accorsi fosse rimasto con Martina Stella, fantastico, ma sarebbe stato da trentenne con una diciottenne, non sarebbe venuta la fata di Cenerentola a togliergli gli anni). Si tratta di guardare avanti, partire da nuove esigenze e non da vecchi bisogni, andare perché aspiriamo a realizzare qualcosa che vogliamo sul serio, canalizzare un’energia che al momento ci mulina nello stomaco in attesa di essere (ben) impiegata.

Ecco, secondo me bisognerebbe partire sempre dall’energia e mai dalla fame. Stay hungry stay foolish lo raccomandi a qualcun altro, almeno nel mio caso.

Io mi sazio prima di tutto ciò che sono diventata, mi sorrido come una scema e allora, solo allora, attraverso la strada.

https://www.youtube.com/watch?v=DHQ-_bf9NFI

Quadrinapoletano

Da Se i quadri parlassero napoletano, su facebook

 

Dovete sapere che da un po’, per il master, studio arte contemporanea, materia della quale non ho mai capito una ceppa. Sono tra quelli che, guardando un quadro, fanno pensieri simili a quelli del signore qui sopra. Anzi, a essere onesta capisco anche l’assassinio della pittura predicato da Miró, o l’impossibilità di essere naturalisti esemplificata da Klein, ma di fronte a tanto struggimento, e alle interpretazioni lacaniane del prof, confesso di reagire desiderando intensamente la pausa caffè.

Mi ha colpito, però, questo pittore realista spagnolo che si chiama Antonio Lopez, che oltre a dipingere bellissimi cessi espone quadri inacabados, incompiuti. Eccone uno.

01-Antonio-López-.-China-y-Japón-Yannan-y-Tamio-.-2014

Il prof, udite udite, lo trova retorico. Dice che è retorica anche la tendenza a lasciare l’opera incompiuta.

E allora, senza che abbia nulla a che vedere con l’arte contemporanea, né con le intenzioni del pittore, mi è partita questa pippa mentale che ora vi appioppo, assicurandovi che è comunque più digeribile dei saggi proposti al corso:

  • La retorica dell’incompiuto è una caratteristica della nostra epoca.
  • È il sotterfugio per non esporci troppo agli scherzi della sorte.
  • A me, ultimamente, sembra fantastica nello studio di un pittore, ma non nella mia vita.

Ci conviene rimanere sempre sospesi, il pennello a mezz’aria? A me no. Ci conviene lasciare a metà gli studi, per paura di NON trovare un lavoro che ci piaccia? A me no. Ci conviene perderci appresso a storie che non vadano mai oltre l’entusiasmo iniziale? A me no.

In questo momento i vantaggi di vivere “incompiuta” mi sembrano meno di quelli di finire quello che comincio.

Perché capisco che l’incompiuto/infinito a qualcuno venga spontaneo*.  E non è detto affatto, su questo vi do ragione, che l’unica via possibile sia essere “realisti”, qualsiasi cosa sia per noi la realtà, e chiamare soluzione quello che è sempre stato spacciato per tale: il posto fisso, la famiglia tradizionale, tutto quello che in altri tempi stava nel quadro e lo chiudeva bene.

No, quello che io chiamo bozza potrebbe essere, per voi, un quadro perfettamente completo, un capolavoro, e va bene così.

Ma mettiamo che abbiamo un’idea su come completare il quadro della nostra vita (almeno quello), che il nostro tratto deciso si diriga verso una possibile conclusione. Che succede, se ci viene improvvisamente questa voglia di portare a termine quello che abbiamo cominciato?

Desistiamo perché abbiamo sempre fatto così? Perché non so se l’ho capita, questa retorica dell’incompiuto, ma credo diventi retorica solo quando non sia più “spontanea” e si trasformi in affettazione, una dichiarazione d’intenti dell’artista, che magari (ho sospettato anche questo) non sappia come concludere il quadro senza risultare banale.

In quel caso, forse dobbiamo rischiare di risultarlo. Banali, dico. Forse dobbiamo avere il coraggio di completarlo, il quadro. A modo nostro, ovviamente, non seguendo le tecniche altrui. Dobbiamo avere il coraggio metterci una famiglia, tradizionale o meno, se in fondo vogliamo quello. O di scegliere una volta per tutte di non mettercela, senza dissanguarci in giro in rapporti a distanza di 5, 6 anni, trascinati non per amore, ma per pigrizia.

Se volete “completare” il quadro (e solo in quel caso), meglio farlo che fingere che ci piaccia così, abbozzato, anche stavolta.

Meglio ancora uscirci, dal quadro, e decidere che per una volta l’opera d’arte, fosse anche un Picasso sotto LSD, siamo noi. Completa, completissima.

Ma senza retorica. E dai. Stavolta senza retorica.

 

 

* Se è tornato in arte contemporanea in un mondo d’immagini digitali, un motivo ci sarà. Siamo schiavi di scienza e tecnica, avrà ragione Heidegger, siamo schiavi della pretesa obiettività della fotografia, specie da quando avete comprato tutti la Canon e mi siete diventati il Doisneau d’ ‘a palazzina.

baciamano  Mia nonna una volta mi raccontò di un suo corteggiatore, come si diceva all’epoca. Era un ferroviere semianalfabeta, la trovava una specie di portento perché lei, invece, era maestra, parlava italiano ed era una signorina beneducata. Quando lei lo respinse per incompatibilità, lui ci rimase proprio male male, nonostante si fossero parlati giusto un paio di volte. Al che sbottai:

– E grazie al cavolo, che avevate quelle belle storie d’ammore, ai tempi tuoi. Vi conoscevate appena!

Ok, cinismo a go-go. Ma dovete sapete che, quando vivevo in calle Joaquín Costa, nel Raval(istan), solo 5 anni fa, ero una specie di sensazione tra gli amici del mio ragazzo di allora, un giocatore di pallavolo pakistano riciclatosi fruttivendolo.

Di me si dicevano soprattutto tre lettere: “PhD”. Cioè, dalle loro parti un dottorato è una cosa seria, roba che ti guardano come se fossi Cristo in terra… Forse ho sbagliato esempio, ma insomma, colleghi frustrati, tutti in Pakistan! Fatto sta che la natura della nostra storia, con l’atleta-fruttaiuolo, si prestava un po’ a una situazione di scarsa comunicazione, visto che non potevamo dialogare fluentemente in nessuna lingua comune e l’urdu, diciamocelo, non è proprio una passeggiata (però so dire ancora “Ti amo” e “lenticchie”). Quindi, quando lui, gran bel giovane, mi guardava come un calderone di basmati con quelle due tonnellate di curry che ci metteva dentro, mi chiedevo ogni tanto: “Starà guardando me o il PhD?”.

Lo sanno anche i bambini (anzi, soprattutto loro) che la questione è: essere amati perché siamo noi. Abbiamo accennato più volte alle persone che ci disprezzano e trattano male senza un motivo apparente, o come reazione sproporzionata a nostre reali mancanze.

Ma anche se l’altro non vede che i nostri pregi, una domanda facciamocela: magari sono davvero uno schianto, con le occhiaie premestruali, e certamente sono bellissima quando mi arrabbio e mi si gonfia la vena sulla tempia… Ma gli piaccio proprio io, o gli rappresento una specie di ideale che prima o poi vedrà incarnato in qualcun altro?

Sono domande da farsi, perché ok, come “equivoco” è meglio questo di quando qualsiasi cosa facessimo non andasse bene, ma i pregiudizi fanno male anche quando sembrano andare a nostro vantaggio.

E allora, una volta accettato che sono questioni sue e solo sue, come ci veda questa o quella persona, pensiamo a noi. Pensiamo a scoprire in noi stessi ciò che ammiriamo o disprezziamo negli altri, ricordando che non gradire qualcosa è umano e comprensibile, odiarla deve avere qualcosa a che vedere con problemi nostri.

Una volta che avremo risolto questo, in noi, saremo anche più propensi ad avvicinarci a persone che non abbiano bisogno di cercare in noi quello che vogliono o respingono di sé. Persone che sono pronte a iniziare la nostra interazione con una domanda:

– E tu, chi sei?

E, senza sognare minimamente di avere in tasca la risposta, si dispongono ad ascoltare.

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