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Questo fine settimana, come sapete, è successo di tutto.

E mentre a Londra organizzavano un raduno a Trafalgar Square a poche ore dalla tragedia di Brindisi, nell’uggiosa Barcellona entravamo in un film dei Monty Python: il Fronte Popolare Giudeo gridava al terrorismo di stato, il Fronte Popolare di Giudea inveva contro le mafie, mentre i complottisti non hanno fatto in tempo a mettere insieme la solita cospirazione plutogiudaicomassonica, che però ricicleranno per il terremoto.

So che in Italia siete più fortunati, che fini strateghi e informatissimi storici del terrorismo sanno già chi è stato e dove esce la domenica.

Ma quando riusciamo ad accordarci per un raduno sulla Rambla, domenica 20 alle ore 18, noi brancolavamo ancora nel buio. E data l’incredibile affluenza (avevamo superato le 10 persone), l’abbiamo buttata a incontro di riflessione a casa di un volenteroso.

Dopo un’ora passata a discutere su cosa intendessimo per “attentato fascista”, mi alzo dal divano perché importanti affari di Stato mi chiamano: voglio accaparrarmi un posticino per Napoli-Juve allo Sports Bar.

La fine strategia era questa: vedersi il primo tempo in santa pace, mangiando roba buona e facendo caciara con avventori napoletani, e poi decidere se spostarsi o meno nell’omonimo Bar della Rambla, un pub gigante con maxischermi e paella surgelata, prescelto da alcuni napoletani per la capienza.

Sottovalutavo però un importante fattore: la mia accompagnatrice era paziente e rassegnata a sentirci urlare “Forza Napoli” almeno 45 minuti (d’altronde, la Torta Pan di Stelle della casa è un buon incentivo e una notevole consolazione). Ma era pur sempre catalana.

Infatti, dopo aver ceduto il posto in piedi a 4 juventine (rivelatesi incapaci di mangiare una pizza non biscottata), dopo aver inalato sconosciuti effluvi di mozzarella e basilico ed essersi sorbita i forbiti vicini alle spalle (tra commenti sul décolleté di Arisa e complimenti alle juventine di cui sopra), la mia amica si sente male. Quando ormai si è ripresa ed è sulla via di casa, la situazione dentro è insostenibile: l’andirivieni alle mie spalle di avventori di tipica stazza partenopea (non ci siamo mai segnalati per inappetenza) mi rinfresca la memoria su particolari anatomici maschili che nel loro caso dimenticherei volentieri, specie davanti a un Napoli con “possesso di palla al 52%” che però non segna.

Approfitto della fine del primo tempo per allontanarmi, salutando le juventine che, lasciato il cornicione, chiedono “che amari avete?”.
Oh, io ci provo. Lo Sports Bar della Rambla lo schifo, ma almeno è più vicino a casa e potrò respirare. Certo, non ricordo a che altezza stia, ma il problema è ovviato immediatamente da fragorosi scoppi da sciopero generale, seguiti da ululati in una lingua non indoeuropea e non assimilabile al basco.
Sono proprio arrivata: entusiasmo alle stelle, magliette azzurre a profusione, e Marco che riprende soddisfatto. Ma lo splendore del secondo tempo, il rigore di Cavani, il goal di Hamsik, l’uscita di scena di Del Piero e Lavezzi e l’ingloriosa espulsione di Quagliarella, me lo guasta il gruppetto di bipedi più o meno seduti davanti a me, che, evidentemente incerti su come usare una sedia e incapaci di divertirsi senza rovesciare hamburger e sparare petardi (peraltro elargiti dalle retrovie), riescono a far impazzire le cameriere e a far spostare la partita dallo schermo gigante a uno laterale, un istante prima di mettere in pratica la manifesta convinzione che l’uso più comune dei bicchieri sia buttarli a terra.

Consapevole della gravità del problema socio-antropologico, a questi cugini viaggiatori dei ragazzi del circoletto rivolgo le seguenti esternazioni, che tradurrò per comodità di chi legge:

– Ce avite rutto ‘o cazzo! (State mettendo in serio repentaglio la salute delle nostre gonadi)

– Turnate ‘ncopp’ all’avere! (Orsù, fate ritorno alle propaggini naturali frattaliformi da cui siete inopportunamente discesi)

– Site ‘na vrancata ‘e cuozze (Siete un consesso di giovinastri dal comportamento decisamente poco consono alle leggi dell’evoluzione)

Tutto ciò ha un lato positivo: non ho mai avuto così voglia di vedere tanti radical-chic tutti insieme! Corro pertanto al Bar Pastis, per un concertino che vede radunati tutti quelli del dibattito del pomeriggio, a cui do la lieta novella (salutata con reazioni diverse a seconda della fede calcistica).
Poi torno a casa pensando che la stagione sportiva, con sorprese e strascichi non sempre positivi per il mio stomaco, si chiude bella ma strana come è iniziata.

La prossima mi troverà pronta a prendere solo ciò che più amo della mia cultura. Magari scostando la foglia di basilico.

– Adesso Maria si mette in testa al corteo e dice: che noia, questa manifestazione, nessuno mi spara!

In effetti alla manifestazione del 12-M a Barcellona mi sono annoiata assai.

E meno male.

Già è stato un miracolo arrivare in tempo, reduce dal colloquio di lavoro più strano della mia vita (a casa mia davanti a un caffè a meditare di convertirmi in una venditrice via Internet).
Ma Altraitalia conosce i suoi polli e i suoi membri stavano ancora fuori alla Fnac di Plaça Catalunya, benché privi di metà ciurma e dello striscione con un non meglio identificato tiburón (lo squalo del capitalismo, o qualcosa del genere).

Enrico, che riesce ad arrivare più tardi di me, si lamenta della musica, classica miscela fricchettona di canzoni fatte per saltare. Noialtri, mentre percorriamo il tragitto più strano di sempre, siamo perplessi dall’affluenza: la folla c’è ed è colorata, con cartelloni fantasiosi e sbalzi anagrafici che vanno dai liceali ai mitici iaioflauta (da iaio, nonnetto in catalano, e perroflauta, fricchettone). Ma mentre percorriamo Ronda Universitat e ci perdiamo continuamente tra Plaça Universitat e Diagonal, l’impressione è che siamo meno del previsto. E scandiamo male perfino lo slogan classico “No hay pan pa tanto chorizo” (chorizo in spagnolo significa anche sfruttatore, imbroglione).

Eppure il mio primo vero ricordo del 15-M è Miguelín che posa lo zaino in mezzo a una Plaça Catalunya in piena cacerolada, ne estrae cucchiai e ce li distribuisce, porgendoci pure un coperchio. Tornavamo da una soporifera conferenza su qualche pagina di storia catalana “ingiustamente sottovalutata”, lontana anni luce da quanto stava accadendo in quel momento: gente di tutte le età che sedeva in una pi(a)zza normalmente infestata da piccioni e turisti, e prendeva la parola. Magari per dire minchiate, ma lo faceva.
Una delle meno balzane era che le ideologie si trovassero impreparate di fronte a problemi sempre più complessi.
Qualunquismo, sentenziò il pubblico “da casa”, con una parola intraducibile. Non c’è un programma e senza partiti non si va da nessuna parte. Soprattutto, pensavo, non si va al baretto in piazza a sputare noccioli di olive e soluzioni politiche davanti a un Apertas, che per tanti gggiovani italiani di sinistra, imho, sarebbe l’evoluzione delle gare a chi ce l’ha più lungo .

Qua a Barcellona l’aperitivo è un disastro, ma queste gare non si fanno a botta di pessimismo e slogan d’annata. E guarda caso, la partecipazione femminile è molto più ampia.

Purtroppo tempo due mesi e, almeno nella mia assemblea de barri, rimase gente di un solo colore e di un solo credo, cospirazionisti estremi e rastoni capaci di litigare mezz’ora col poliziotto che a mani giunte ti spiegava che per vedere un film in piena Rambla Raval avevi bisogno dell’autorizzazione (per poi rivelarti che V for Vendetta gli sembrava molto interessante).

Ma i miti sempre uguali di vari compaesani (Gian Maria Volonté o Bombolo, senza soluzione di continuità) non mi erano mai sembrati così lontani dalle famiglie intere, dalla nonna alla nipotina, che invece di Bandiera rossa “cantavano” di affitti e tagli alla sanità.

Ecco, un anno dopo le nonne sembrano sparite, iaioflauta a parte.

– Ti ricordi, Maria? – si gira Paolo all’angolo tra Universitat e Balmes – qua è dove ci hanno sparati – .
Stavolta invece la polizia la intravedo da lontano. Noi siamo impeccabili, fin troppo compiti, e loro discreti, lontani.

– Magari stanno dietro di te – spiega Nicola, che è il più scherzoso e loquace, sponsorizzando a più riprese la presentazione del suo libro sull’occhio perso per colpa di Robben, e di un proiettile ad aria compressa. Invita pure Marianna, mai intravista in Piazza nonostante gli accordi, e spuntata all’improvviso un chilometro più tardi.

A quell’ora sono talmente annoiata che parliamo del più e del meno, del suo nuovo lavoro all’Avis e della proposta che hanno appena fatto a me. Ci svegliano un po’ i fischi fuori alla Borsa de Barcelona, sul Passeig de Gràcia. E i saluti collettivi al mio caro vecchio amico di sempre, l’elicottero della Polizia a quota “ti scompiglio i capelli”.

Arriviamo a Plaça Catalunya che per l’affluenza (“Ah, ma allora sì che eravamo tanti”) ormai non possiamo più ascoltare l’assemblea, e ripassare i vari gesti per partecipare al dibattito. Gli stessi che l’anno scorso facevamo a quelli rimasti al di là del cordone di polizia, nello sgombero del 27 maggio.

Stavolta invece vado ad ascoltare Stefano Benni.
È bello il Palau de la Virreina che risuona del suo Blues per sedici, o “per setze”, nella nuova versione catalana, anche se a noi legge in italiano, nel parapiglia generale delle prime file invase dalla pioggia.
E poi, a La Cucchiarella in Rambla Raval, la fella di gattò mi commuove e mi consola delle discussioni lombrosiane su quali pizzerie a Barcellona siano della camorra e quali no. Sospetto che la giacca buona di Toni Servillo in Gomorra depisti ancora tanto, mentre al momento di pagare scopro un piattino di minisfogliate.

– Una frolla – ordino, come sempre.
– Mi spiace, vendiamo solo la razione. Ma aspetta, ce n’è una spaiata.

Finisce che me la regalano. E la mia giornata 12-M si conclude al profumo di vaniglia. E a scrocco, naturalmente, se no che qualunquista sarei.

Certo che lo so, che qui a Barcellona si sono riunite le alte sfere della Banca Centrale Europea. Non sono sorda.

I giornali hanno parlato a lungo dell’incontro di giovedì, “bajo fuertes medidas de seguridad”: 8.000 agenti mobilitati e temporanea sospensione del Trattato di Schengen (la Convenzione di Ginevra per il momento è graziata). Penso sorridendo al giornalista che alla presentazione de La Gomorra catalana si lamentava delle misure di sicurezza richieste da Roberto Saviano, che non credo prevedessero l’elicottero. Continuo e assordante.

Per qualcuno (giacché in questi casi le leggende metropolitane abbondano) pattugliava solo, per altri addirittura ospitava i veri meeting invece che il Forum, per altri ancora prelevava gli illustri partecipanti dall’aeroporto del Prat e li portava all’Arts, hotel extralusso non troppo lontano da Arc de Triomf, dal mio ristorante cinese preferito e da casa di Alessandra. Alle prese con un trasloco, l’amica sarda si chiedeva come facesse la gente, sotto casa sua, a prendersi un caffè all’aperto, circondata da un esercito di mossos d’esquadra e cullata dalle dolci pale di questo tipico ritmo urbano, ormai secondo solo alla sardana.

Fran, invece, venezuelano di Sala Consilina (ma tifoso del Napoli) si chiedeva perché avesse dovuto lasciare la sua terra per ritrovarsi anche qua sbattuto contro un muro e perquisito sulla strada di casa. Il giorno dopo la sua pubblica lamentela, esibiva su facebook una foto del suo rasoio da barba, presumibilmente nuovo: era il suo piano B per convincere le forze dell’ordine che fosse un bravo ragazzo.

In effetti, ammetto che quanto a punkabbestia Barcellona offre un campionario notevole, ma l’idea di sovversivo degli agenti è davvero stravagante: eccoli travestiti da pericolosi black bloc, volti coperti, occhiali da sole, indumenti che sembrano stati scartati dagli Encants e una fascia gialla al braccio per distinguersi tra loro. Giuro che l’immagine, che ho visto per la prima volta diffusa dagli indignados di Democracia real ya, mi sembrava un falso, una foto dello sciopero che ritraesse dei veri antisistema, ripresi certo in pose un po’ marziali, a qualche manifestazione. E invece li ha visti anche Alessandra, trattata certo con maggiori riguardi del barbuto Fran.

Comunque, l’accusa che i black bloc siano poliziotti travestiti dev’essere infondata: a parte che sposo il cliché per cui i veri incendia-bidoni vestono Diesel coi soldi di papà, questi sembravano una tale caricatura dell’originale da far pensare ai turisti in sombrero, nacchere e sagoma taurina sulla maglietta (tanto per loro Messico e Spagna sono la stessa cosa, anzi, credono davvero che Barcellona sia una città spagnola).

E qua nel Raval? Be’, siamo lontani sia dai lussi dell’Arts che dal Forum, che associavo più a una Fiera andalusa che a un meeting BCE. E poi qui la polizia passa spesso. Il primo maggio, di ritorno dalla Fiera di cui sopra, mi chiesi perché la metro della linea 2 non fermasse a Universitat, ma dimenticavo la manifestazione dei lavoratori e non mi dispiacque evitare possibili scenari da guerriglia urbana al di là delle scale mobili.

Il giorno dopo, un incendio accanto al mio vecchio palazzo di c. Joaquim Costa aveva portato all’evacuazione di parte della strada. Avevo ammirato i vicini in barbone e copricapo arabo accanto ai giovanottoni rasati in divisa blu e giallo fluorescente. Già, perché insieme ai pompieri erano accorse 3-4 volanti, due delle quali sotto al mio portone. E finché si sgombera un tratto di strada, ok.

Ma il giorno dopo? Ancora polizia, ancora volanti, e sempre sotto casa mia, tra c. Joaquim Costa, c. Carme e Riera Alta. Dove vivono anche per anni, senza mai spingersi troppo oltre, tanti extracomunitari in attesa del permesso di soggiorno. Che tra breve dovrebbero ottenere solo se conoscono il catalano di base, utilissimo per parlare coi sudamericani nelle cucine in cui sono impiegati e nei ghetti in cui, va detto, si autorecludono, fino a farne la succursale del paesello che hanno lasciato (al piano di sotto lo zio, a quello di sopra il fratello…).

In tutto questo, l’elicottero ha continuato a sorvolarci il capo fino a giovedì (Ale diceva venerdì, forse avevo tanto sonno che nemmeno i mossos mi hanno scossa dal torpore). L’unico posto in cui non lo sentivo era la doccia, il vetro rotto della finestra dà su un cortile interno e al massimo arrivano gli spifferi di vento ad attaccarti la tendina alle parti basse. Le stesse che volevo esibire sul balcone per salutare il volatile meccanico, decidendo poi che come gesto di protesta era troppo radical-chic.

Una volta aperta la tendina, se il velivolo planava basso pareva più vicino delle gocce grondanti dal braccio, facendomi pensare banalmente che, mentre spremevo il tubo della crema per il corpo, qualcuno dall’alto dei cieli (perché è sempre da lì che lo fanno) stava decidendo di cose importanti per la mia vita.

E io non ci potevo fare niente.

Fortuna che ce ne sono un bel po’ che non si possano decidere da lassù. Non così a bassa quota, almeno.

Lo dicevamo da mesi: andiamo a fare le tamarre alla Feria de Abril.

Anzi, con Isabel progettavamo uscite choni (che sarebbe “tamarra” in spagnolo) per fare uno shopping adeguato all’evento. Ovviamente ero l’unica a Barcellona a non sapere che questa famosa Fiera, da me snobbata per tre anni di fila, era organizzata dalle comunità andaluse in Catalogna, e il messaggio che potevamo trasmettere era andalusa = tamarra (il colmo per una napoletana). E ovviamente me ne accorgo solo quando alla banda di matti coinvolta nell’impresa si aggiunge un’andalusa appena arrivata in città.

Mi tolgo dagli impicci dichiarando che farò la vrenzola napoletana, e mi presento all’appuntamento due ore prima. Devo pagare un tributo al Celtic, la cui esistenza avrei bellamente dimenticato se un tifoso di tale squadra, altro candidato alla Fiera, non mi accompagnasse ogni tanto a guardare il Napoli. E allora per ricambiare la cortesia mi godo il derby di Glasgow e le bravas turistiche (ma buone) del George Payne.

Col “celtico” ci riconosciamo da lontano: lui in pinocchietto, zaino a tracolla, camicia con rose stampate e occhiali da sole; io in microgonna jeans, stivali, calze a rete viola, maglia arancione che scopre una pancia da slogan antianoressia, e una serie di gioielli luccicanti da fare invidia a un vucumprà.

– Sei splendida! – fa il neotamarro, senza specificare se in senso letterale o in quello di inguardabile.
– E la colita? – chiedo stizzita, riferendomi al codino a mezza testa che gli avevamo imposto per l’occasione.
– Dopo la partita.

Partita giocata più a sganassoni che a calci al pallone (meno numerosi di quelli ai giocatori): secondo me Highlander quando dice “ne resterà soltanto uno” pensa al derby. E tiferà Glasgow Rangers, mi sa. Ingannata dalle maglie familiari degli avversari faccio la prima gaffe:

– Siamo quelli in blu, vero?
– No, siamo gli altri.
– Stai dicendo che devo tifare per una maglia a strisce orizzontali verdi e bianche?
– È la squadra cattolica, da italiana potresti mai tifare per i protestanti?
– Sai che stai complicando le cose, vero?

Fortuna che finisce 3 a 0 per “noi” e possiamo andare contenti alla metro Jaume I, incontro a Isabel.
Che, va detto, mi fa una bella concorrenza: capelli raccolti in una fascia tipo Cenerentola al ballo (ma rosso fuoco, abbinata al rossetto), pantaloncino da jogging con t-shirt rosa, e insuperabili tacchetti in legno con su scritto “Mari Pili” (Maria del Pilar), seguito da un cuoricino.

– Mi accompagnate a posare la bici? La gente non capisce che è un travestimento!
Usciamo alla fermata Maresme Forum e ci piazziamo fuori al tram ad aspettare la nostra andalusa preferita, che guardandoci si spaventa e fa per tornare indietro. Alle nostre proteste per la mise sobria risponde indicandoci il tradizionale fiore tra i capelli.

Sì, ma è blu scuro. Non come quelli rossi e rosa esibiti dalle bailaoras di flamenco della Feria, che a tutte le età fanno svolazzare gli abiti a pois sotto i numerosi tendoni. Ci sono anche quelli dei partiti politici, il Partido Popular accanto al Partito Socialista Catalano (immaginiamo risse degne del derby appena visto).

Ma di choni se ne vedono poche, solo splendide tapas – ultrafritte, però – e nonni con bimbe in costume che a 5 anni ballano più flamenco di quanto ne imparerò in una vita.
Fuori al tendone della comunità gitana, che dovrebbe fare da maestra di cerimonie, si vede anzi uno splendido giovane vestito da chiattillo.

Isabel si preoccupa un po’ finché non arriviamo al luna park. E lì, gli dei non me ne vogliano, qualche gruppetto della comunità latina in leggings e maglie fluo ci fa sentire immediatamente a nostro agio, man mano che la comitiva si allarga e alla mise radical-reggaeton di Alessandro si aggiunge il vestitino ultrasobrio di Xisca, che non smette di dirmi “qué divina!”.

Sono contenta. Siamo quasi tutti ex colleghi e tutti gli screzi, i piccoli malintesi che si possono creare in un ufficio sono già stati chiariti con pazienza, di fronte a una birra e a ricostruzioni postume di eventi da telenovela. Solo che siamo all’ultima puntata, e provo un po’ di pena per chi si cerca intrighi e trame contorte per divertirsi nella vita. Noi sì che possiamo pensare solo a divertirci, adesso, e a ridere di una povera fanciulla sballottata da una giostra mozzafiato.

Quanta gente, però! Mi allontano dalla Fiera con altri tre, per una birra e un bagno decente, e poi, è il caso di dirlo, levo le tende.

Mentre mi perdo in cerca della metro un tizio stralunato m’interpella:

– Meglio punkabbestia che poliziotto, vero?
– Non saprei, si tratta sempre di divise – rispondo.

Colto di sorpresa il tizio afferma che sono triste ma guapa (è proprio ubriaco) e che comunque mi darà una mano a trovare la metro.

– Tranquilla che non ti salto addosso, posso resistere.
– Oh, certo – faccio sarcastica – sarà un duro compito… – .
– No, no, ce la faccio benissimo.
– Sei catalano, vero? Era uno scherzo, poi te lo spiego.

Che la Madonna di Montserrat mi perdoni, ma ho detto proprio così, e mi cospargo il capo di cenere giurando che non succederà più. Anche perché al primo semaforo chiedo indicazioni per la metro e lascio che il tizio si vada a sperdere da solo.

Ma non dispero di vedermelo sotto casa a indottrinare i pakistani sull’orgoglio punkabbestia.

Il problema ora è il sonno. Per il resto tutto bene, le buone notizie non mancano e le cattive, per quanto reiterate, già si sanno. Ma mi sveglio prestissimo e non mi riaddormento più, se non 12-13 ore dopo (e la pennica alle 7 di sera non è proprio il massimo).

Insomma, arrivo stanca morta a una giornata zeppa di coincidenze: il picnic con gli ex colleghi lo stesso giorno della Fira de la Terra, e il Barça che scende in campo col Real 45 minuti prima di NapoliNovara.

Ma alle 13.45 scendo in campo anch’io col mio fagotto di sartù di riso (vegetariano per accontentare tutti) e m’incammino verso il Parc de la Ciutadella.
Tra l’Arco e il Parco inondo i bancarellari di energia negativa: coi loro poteri New Age intuiscono senz’altro che i miei chitevvivo alla folla radical-chic non sono proprio amichevoli. Purtroppo non ho nemmeno intravisto la bancarella che per 5 euro ti fotografa l’aura.

La Fira de la Terra è così: un concentrato di prodotti naturali ed energie “alternative” per farti rientrare in contatto con la Madre Terra, e pagare 5 euro una cucchiarella di legno. L’anno scorso avevo ascoltato le catalane in saree che pregavano in sanscrito e gli indiani veri, che si aggiravano tra i fricchettoni spalmati sulle aiuole con la stessa litania di sempre: cerveza beer
Anche stavolta i pakibeer ci prendono letteralmente d’assalto, ma la danza messicana alle nostre spalle, con tanto di tamburi e piume colorate, è il punto di riferimento ideale perché i ritardatari ci trovino subito.

Le ragazze di Content sono al completo, i nordici si spalmano la cremina fattore 50 alla prima minaccia di sole. Ma il clima schizofrenico ci fa sospettare che gli irrefrenabili danzatori piumati, oltre a spaccarci i timpani, stiano facendo una danza della pioggia. Motivo in più per guardarli in cagnesco.
E a proposito di cagnesco, un simpatico Yorkshire piomba dritto sul mio riso e lo annusa con calma prima che realizziamo di non essere anche noi sotto effetto del Peyote.

Del lavoro parliamo poco, giusto il tempo di dire che a Julia dovevano 1000 euro, ma tanto le costerebbe l’avvocato per reclamarli, e di aggiungere un com’è cambiato l’ufficio, ora che siamo andati tutti a prenderci gli ultimi documenti. Ormai non è più parte della nostra vita, osserva Petra. Nenche noi lo siamo, mi dico io, accorgendomi che prenderei un caffè con ciascuno degli ex colleghi, ma tutti insieme ormai non abbiamo più senso, siamo un’accozzaglia di risate messe insieme da un contratto a termine. Che è, appunto, terminato.

Offro ai ritardatari il riso “da cani” e me ne scappo: il sonno mi vince e non ce la faccio a barricarmi nello Sports Bar due ore prima delle partite. Peccato, mi sarebbe piaciuto sapere in anteprima quale avrebbero proiettato sullo schermo gigante: Napoli o Barça? Il cuore o gli affari?

Nel dubbio raggiungo casa, respirando il rarefatto clima prepartita. Mi addormento con le vuvuzelle e mi sveglio col bollettino di guerra di Marianna: il bar è inavvicinabile, neanche dai marciapiedi s’intravede lo schermo. Addio partita del Napoli. Io resto nel Raval, loro tornano a casa per evitare scontri sulla Rambla.

Li capisco: la strada per Riera Alta, dove vivevo prima, fa tanto Napoli il 31 dicembre, quando scatta il coprifuoco. Non riesco a godermi questo “derby” arrabbiato, c’è troppo livore, troppa politica al di là dei colori e dei giocatori fashion. E poi dallo sciopero generale del 29 marzo ho paura, un occhio non lo perderei manco per i diritti dei lavoratori, manco per il Napoli, figurarsi per il Barça. E i silenzi che seguono a ogni petardo mi confermano che sono paure condivise.

Ma Khedira ormai ha già segnato e il barista del Folgoso dice solo:
– Arrivi tardi, ti aspettavo.
Che carino. Mi aspettava anche se l’ho tradito spesso, per schermi più grandi, piatti più partenopei e occhi più chiari dei suoi pakistani che adesso mi misurano le dosi della clara di rito.

Il bar è quasi impraticabile, gli irriducibili gruppetti catalani fanno massa contro gli immigrati sparsi, che per una sera s’illudono di essere i benvenuti perché gridano “Barça” con la a catalana. E per l’occasione sfoggiano uno spagnolo da manuale:
– Dale, coño, tu puta madre!

Il signore davanti a me ride di un ordine del cameriere pako (“una birra, capo!”) e mi cede lo sgabello di fronte al Barça che perde in casa. Ringalluzzita dai centimetri guadagnati, ordino una tapa de jamón y pan con tomate.
– Pequeña o normal? – fa il barista.
– Normal – rispondo offesa.

Gli altri avventori non mi riconoscono. Nascosto dietro il panettiere pako, il fruttivendolo marocchino fa gli scherzi alla bimba del negozio cinese, che in perfetto spagnolo chiosa un goal mancato:
– Ma che tipo, questo, stava per segnare, e poi… non ha segnato più.

Segna il compagno Alexis, e per un momento è festa grande, mentre mi chiedo che faccia il Napoli e spero che il peruviano antipatico alle mie spalle non mi abbracci nel trasporto generale. Si limita a offrirmi da bere. No, grazie. Rifiuto anche un’altra clara, Ronaldo ha segnato il secondo goal e nessuno ci crede.

Piove in campo e in strada e la partita finisce così. Prima di tornare a casa ho tempo per un po’ di retorica, così facile davanti a un campo di calcio: osservo Pep Guardiola di spalle, lo ricordo sorridente al Gamper e già lo vedo alla conferenza stampa a spiegare come ha fatto l’invincibile Barça a perdere al Camp Nou. Tempi duri, Pep. Ma poserai il culo davanti ai microfoni sponsorizzati e dirai che siete pronti a ricominciare.

Quasi quasi prendo esempio.

Come il Napoli che, scopro a casa con sollievo, finalmente ha vinto.


La mia lunga storia d’amore col collocamento spagnolo comincia con me che aspetto fuori alla metro. E piove.

Prima però adocchio le paste de La Mie Caline, già assaggiate il giorno prima, quando all’Oficina de Treball c’era troppa fila.

Stavolta infatti, mentre aspetto Andy fuori alla metro Sant Antoni, uscita Villaroel, il suo ritardo annunciato mi preoccupa.
Fortuna che all’arrivo mi offre una delle paste in promozione (è scozzese).
– Meno male che andiamo insieme – spiega mentre imbocchiamo la c. Sepúlveda – non volevo star lì da solo a sorbirmi parole lunghe e senza senso – .
Cerco di coprirlo con l’ombrello. Ci sono i colleghi di lavoro, come noi prima, gli amici e i trombamici, che qui si chiamano amigos con derecho. Noi invece siamo amigos con derecho al trabajo.
Solo che a giudicare dalla fila di oggi sto trabajo è lontanuccio. E poi non so manco se me lo daranno, il sussidio, mentre a lui tocca di sicuro.
In un altro ufficio, però: ha sbagliato indirizzo.
Consumiamo in silenzio i saccottini freddi e resto sola col mio destino – e il tagliandino della fila. A024. Sportello 31, annuncia lo schermo dopo un po’.

Che fortuna, mi è capitata una signora gentile. Le posso confidare che non trovo più il NIE, il documento per residenti stranieri in Spagna.
– Sei nel sistema, faremo un’eccezione.
La vita è bella. Una volta inseriti i miei titoli di studio mi chiede se voglia aggiungere qualcos’altro. No, rispondo, al momento è tutto.
– Mi pare abbastanza – sorride solidale.

Poi però annuncia che per la seconda parte devo cambiare sportello. Che seconda parte, chiedo. Quella in cui ti diamo i soldi.
Mi rimetto in fila.

Stavolta mi tocca un pazzo col nome catalanissimo, Xavi o Jordi. Se la collega mi ha accettato senza NIE se ne lava le mani, ma il documento dell’azienda non è in regola.
– Mi dici che hai lavorato 5 mesi e qua ne risultano 3. Il tuo racconto non fila per niente.
E fa il sorriso di una mia vecchia prof. quando dice minchiate.

Esco furiosa e chiamo Bianca, l’unica rimasta a lavorare. Dopo qualche ora di giaculatorie in sanscrito mi arriva il documento corretto. Su facebook. Ma sono esausta e il giorno dopo torno a Napoli per Pasqua, ho giusto il tempo di una birra con un Andy felice perché per lui è tutto risolto. Invidia.

Una settimana e svariati kg di casatiello più tardi, quando ormai ho cercato il NIE pure ‘n culo ‘e mucelle (cit.), ci riprovo. Anche a La Mie Câline. Stavolta chiedo una pasta alla fragola e mi danno una graffa.

Mentre rimuovo lo zucchero a velo dalle guance, l’impiegato di turno mi dà la buona notizia: il nuovo documento è incompleto, mancano firma e timbro.
– Se mi dai il NIE vediamo che si può fare.

Esco bestemmiando in turcomanno e torno a casa per l’ultimo sopralluogo. Trovo solo un invito a presentarmi alle poste per una lettera di Hacienda, l’agenzia delle imposte. Il postino è riuscito a passare nei 40 minuti persi all’Oficina.

Decido di essere ottimista: nella lettera ci sarà il mio NIE, che avrò scordato lì l’ultima volta che ci sono stata.
E poi devo scendere comunque, mi aspettano nell’ex azienda per le lettere di presentazione. Dice che col curriculum fanno bella figura.
Il portiere mi guarda con commiserazione, gli ex colleghi sembrano leggermi in volto una scritta da camposanto: “Noi siamo quello che voi sarete”.

Intanto il manager biondo non è più nel suo ufficio. L’azienda ha ceduto i piani superiori, e lui ha ceduto la poltrona al capo. Dalla nuova, modesta postazione m’informa che sono nata lo stesso anno di sua sorella e mi spiega cosa succederà dopodomani, quando mi presenterò in un altro ufficio per la liquidazione.
L’altro capo sta seduto vicino a Bianca come un impiegato qualunque. Lei sta meglio. Dopo i primi giorni surreali tra le scrivanie vuote l’hanno trasferita in zona marketing, o quello che ne rimane.

Alla posta (20 minuti a piedi) mi dicono che è presto per la consegna, posso passare domani. Torno sui miei passi per pranzare dal “mio” cinese.
È un po’ che non vieni, rimprovera la signoLa. Non rispondo, tanto lei non mi fa manco ordinare: pasta de aLLoz sin caLne.
L’amica che mangia con me torna in Italia a lavorare. È nervosa, ma contenta.

Io mi preparo psicologicamente all’avventura alle poste. Il giorno dopo la lettera c’è, ma non annuncia nessun ritrovamento. Anzi, sono loro a volere qualcosa da me: ho evaso le tasse.
Ci metto un po’ a riprendermi, ma rifletto. E se fosse un errore dell’azienda? Tanto per pagare devo avere il NIE.

Quello che mi chiede 24 ore dopo l’impiegato incaricato della liquidazione. Poi si accontenta del passaporto. Spiega tutto come se fossi una cretina, ricordandomi un dibattito con un ex collega su come trattare la gente. In effetti è fastidioso, ma utile. Sarà che sono proprio cretina io.
L’avvocato dell’azienda mi elenca quelli che mi seguiranno, storpiando cognomi e pronunciando per intero i nomi di battesimo. C’è anche “Andrew”. Ingrid è l’unica che contesta la liquidazione, verrà con un avvocato. L’hanno assunta per prima e potrebbe essere mia madre, calcolo.

Che peccato, mi dice Marie, che mi ha aspettato per un caffè. Rapido, perché ho l’incontro al vertice con la Policía Nacional. Ma il rinnovo del NIE (che da foglio A4 è diventato microscopico) si rivela rapido e indolore, il tempo di una visitina in banca per un’imposta di 10 euro.

Lo sventolo trionfante all’impiegata dell’Oficina de Treball, in quella che credo essere la mia ultima spedizione.
No, non lo è, manca il libretto bancario. Corro a casa, battendo il record dei 5 piani in salita.
– Cómo vienes – ride lei rivedendomi sudata e fradicia (“Piove di nuovo?”, “Indovina…”).
Esco contenta. L’Odissea è finita. Avrò un piccolo sussidio per 6 mesi.

Resta il problema tasse. Faccio una foto alla lettera di Hacienda e la mando al manager, sperando che sia un errore loro. Un’italiana che non paga le tasse fa più cliché di pizza e mandolino.
Ancora non mi ha risposto.
Come scriverebbe lui:
To be continued.

Il basilico si è salvato. Una settimana senza innaffiarlo ed è esattamente come prima che partissi: giallo e malaticcio.
La menta, invece, l’ho trovata rovesciata, le foglie avvizzite e il piattino trascinato via dalla pioggia che mi ha accolto a Barcellona, ieri pomeriggio. Ma è una pianta ‘nzista, un po’ d’acqua ed è tornata come nuova.
Perfetta per il mojito, dice Mila.
È una parola, con questa bufera. Se il balcone è inagibile lo è anche casa mia, 35 m² con 2 camere da letto (oddio, una è il ripostiglio). Non ci stanno, in salotto, tutti quelli che vorrei invitare.
Ma ho caffè e cibarie per un reggimento e mi serviranno alleati.
A due ore dal volo mia madre ancora spariva dalla stanza, per tornare poco dopo con qualcosa da mangiare.
Pure la menesta nera, le foglie scelte da lei, da nonna e dalla badante di nonna, che intanto chiedeva perché andassi a Barcellona se la sua gente veniva in Italia a lavorare. In effetti me lo chiedono anche i barcellonesi emigrati in America, ma, parafrasando Bellavista, si è sempre immigrati di qualcuno che non capisce che ci fai al paese suo.
In questo momento è una bella domanda anche per me. Il documento spagnolo non lo trovo. Non so se al collocamento mi accetteranno senza. E se l’articolo sugli anarcoitalianos sia arrivato all’ufficio in cui dovrei rinnovarlo.
Non è arrivato all’anziano che mi ha sfiorata in Plaça Universitat, salutandomi col borsellino sospeso a mezz’aria. Non capirò mai se non mi aveva notata o cercava di abbordarmi per due spiccioli. In entrambi i casi, non ci vede bene.
D’altronde c’è grossa crisi: un’altra anziana sbirciava con noncuranza il cestino fuori alla metro, ma ci avrebbe tuffato volentieri il braccio per raccogliere gli avanzi dei turisti. Che si fanno un giro sulla Rambla e pensano che Barcellona sia quella. Chissà se tra loro c’è già la signora che, mentre l’aereo atterrava, diceva: “Tutta palude, qua! Che ci saranno, le risaie?”.
Be’, la risaia sarebbe una soluzione per i gggiovani imbarcatisi con me, rigorosamente divisi in Erasmus, cervelli in fuga e turisti del dopo Pasqua. Un abbraccio in sosta vietata ai parenti, fuori Capodichino, e via a Barcellona, con valigie cariche quanto la mia.
Mio fratello su facebook mi segnala che, secondo la Cancellieri, i giovani italiani vogliono il posto fisso vicino a mamma e papà. Io lo vorrei vicino al fruttivendolo di Forcella.
Non quello al centro, con la frutta affumicata dai motorini controsenso. Quello poco dopo la pizzeria da Michele. Il giorno prima di partire mi sporgevo preoccupata, non lo vedevo. E invece è sempre lì.
In questi 4 anni, mentre io perdevo aerei, affittavo case, cambiavo valigie e amici, lui si alzava ogni giorno alle 6 e “metteva mano”, coi suoi splendidi pomodorini Pachino.
Qua i pomodori sono un po’ arancioni, col pecorino meglio buttarla a carbonara. Ma non so se agli ospiti reggerà lo stomaco. E non so manco se con certi ospiti reggerà il mio.
Ma se perfino il basilico, giallognolo e buono, resiste al vento catalano, vuoi vedere che io.

Non c’è niente da fare, il privato è pubblico. Quando succedono “i fatti”, leggi sciopero generale o manifestazione viuuulenta, a me succede sempre qualche altra cosa. Mentre Barcellona si mobilitava per la vaga general, io ero alle prese con un cuore spezzato (il mio) fresco di giornata, anzi, di nottata in bianco.

Fortuna che gli amici compaiono sempre nel momento del bisogno: mentre mi trascinavo sul balcone alle 9 del mattino, con occhiaie delle dimensioni di un condor, ecco il rombo familiare dell’elicottero della polizia. Quello che salutavamo da Via Laietana nelle manifestazioni di massa del 15-M, quello che ci assordò tutto il giorno quando sgombrarono plaça Catalunya “per ripulirla”, in vista dello scontro al vertice tra indignados e tifosi del Barça (che ovviamente non ci fu).

In questo tripudio di occhiaie e timpani rotti, ecco arrivare anche lui, l’altoparlante dei centri sociali. Ora, non saprò mai la provenienza dei manifestanti che alle 10.30 percorrevano Joaquim Costa, sotto casa mia, incitando i negozianti paki ad abbassare le saracinesche (cosa che i pochi aperti facevano prontamente, per evitare danni). Ma dalla qualità dell’audio e dalla scarsa folla sospetto venissero da qualche casa Okupa, magari quella che aveva respinto un’italiana invalida “perché non la conoscevano”, facendomi rimpiangere i 510 euro d’affitto per ospitare solo gente che conosco.

E non è che l’inizio.

Alla manifestazione arrivo dunque assonnata, “somatizzante” e in ritardo. Per fortuna Xisca e Marie, le mie compagne di sventura, mi aspettano con calma fuori da Louis Vuitton (!), sul Passeig de Gràcia, e con me seguono l’imprevedibile rotta dei gruppetti Altraitalia, associazione italiana di sinistra. Dopo vari cambi di direzione e diverse foto alla fiumana di “scioperati” (che tra Manu Chao e Inti Illimani rock si divertono non poco), riusciamo ad accodarci ai nostri prodi, armati di due striscioni e di Santa Pazienza: da lontano, all’altezza di Plaça Urquinaona e poi di Plaça Universitat, arrivano “segnali di fumo” non proprio amichevoli. E dire che è una bella mani, come la chiamano qua, l’unica che finisca con un inno nazionale, quello catalano, cantato a squarciagola (incerta sulle parole mi limito a sussurrarlo, mentre un ambulante mi dichiara troppo snob per partecipare allo sciopero…).

Ma niente, i bollettini degli italiani che arrivano alla spicciolata sono da guerriglia urbana. Alessandra se la squaglia: “essendo io più coraggiosa”, scherza, mi chiamerà più tardi per ascoltare il seguito.

Ancora lo deve fare, ma le dirò che porta sfiga. Ingannata dalla calma apparente mi allontano verso Plaça Universitat, per ritrovarmi tra due fuochi: cassonetti bruciati e camionette della polizia a profusione. Una fricchettona spalmata contro il muro sorride e spiega: “Siamo circondati, verranno da qua e da là, tanto vale aspettare”.

I pochi che cercano di mantenere la calma fanno gruppo contro stipiti e cancelli. La maggioranza scappa a ogni scoppio. Petardi o…?, mi chiedo allarmata, mentre con due del gruppo di prima entro in simbiosi col muro di cinta dell’università. Mi risponde un tonfo vicinissimo, orrendo. Io non lo riconosco, Paolo sì: la “pelota”. Il proiettile ad aria compressa. Sparato ad altezza d’uomo. Me la indica pure, perché è rimbalzata in strada. Mi sembra di vedere una pallina nera, ma non capisco più nulla, sono stanca e non so nemmeno se riuscirò a tornare a casa senza buchi “supplementari”.

Ah, capisco un’altra cosa: dopo un tentativo fallito di circumnavigare i cassonetti in fiamme, e l’attraversamento finale della Gran Via, mi rendo conto che il corazón espinado che mi aveva causato tante noie, di fronte a un proiettile tace. Grazie al cazzo, lo so. Ma in questi momenti la vita sembra curiosa assai.

La pucundria diventa sfinimento quando ormai raggiungo casa, e mi dico che da lì non esco fino all’ora di andare al lavoro. Sperando che un lavoro ancora ce l’abbia.

Ora, “quoro” permettendo, io una cosina la mangerei.

Da quando vivo a Barcellona incontro sempre un venditore di rose.

Pakistano, immagino, anche se non lo so, non mi parla mai. Viene, mi stringe la mano come se volesse giocare a braccio di ferro, e nel caos generale del localino di turno mi offre una rosa. “Gratis”, dice. Ed è vero. “No, grazie mille, davvero” rispondo, e poi dico “buona fortuna, qué vaya bien”. Lui insiste un po’, poi se ne va.

Da tre anni. Mi riconosce sempre nonostante i cambiamenti, le reclusioni in casa seguite all’ebbrezza del primo anno, nonostante i vestiti prima scuri e ora colorati, o i disperati tentativi delle parrucchiere, sempre diverse, di rendermi irriconoscibile.

No, lui mi riconosce tra mille, come farà con mille altre. E mi offre la rosa. Due volte mi ha trovato con un ragazzo, e mi ha chiesto se fosse il mio fidanzato. Una volta gli ho risposto di sì. Vorrei anche fermarlo e farci due chiacchiere, scoprire che fa e perché vende rose, che strana storia ha da offrirmi insieme al suo spagnolo stentato, come se fosse la più normale delle storie, quello che capita a tutti. Vendere rose a svariati giorni d’aereo da casa. Sembra quasi romantico. Ma non posso neanche offrirgli una birra, la rifiuterebbe. E raccontare la tua vita davanti a un succo di frutta sarebbe un’impresa ardua anche per me.

Io pensavo che sarebbe stato lo sciopero. Scherzavo, ma fino a un certo punto. In azienda avevano il licenziamento facile, e comunque non c’era bisogno di una Content Writer italiana, gli italiani erano pessimi clienti. E poi mentre ero allo sciopero generale c’era stato un lavoro urgente per me. L’avevano passato a Lucilla, del Servizio Clienti.

Sì, se dovevano licenziarmi, l’avrebbero fatto per quello.

E invece no.

Il lavoro mi piaceva. Scrivevo, finalmente, anche se descrizioni di appartamenti e traduzioni dall’inglese. L’ufficio sembrava la succursale dell’ONU. Una volta ho sentito due colleghi, un olandese e un francese, parlarsi in portoghese perfetto. Doppia nazionalità. Era quasi la norma, lì.

Ma ultimamente mi pesava un po’. Il passaggio al part-time e al nuovo dipartimento, la gente licenziata su due piedi (ti chiama il manager, torni, baci tutti e via), ordini e contrordini su cosa scrivere e come.

E poi… Ma non posso raccontare tutto, qui, venite a prendervi un caffè e vi spiego perché quel giorno ero andata al lavoro con l’idea che sarebbe cominciato un periodo difficile. E la certezza che l’avrei superato.

Se guardo fisso davanti a me rivivo tutto. Eccomi al lavoro, quasi puntuale. Apro l’Excel, scorro gli appartamenti a cui dare un nome. Sono aumentati, mentre scioperavo. Quelli di Berlino sono sempre i più difficili, tocca consultare Petra. Xisca ha un bel vestito. Marie litiga al telefono col maestro del figlio. Alan racconta un aneddoto su quando era maestro. Andy arriva alle 11, nascondendomi un po’ Alan. Bianca non c’è. Perché? Boh, ieri non stava bene, rispondono.

Sarà per questo.

E poi viene il manager “creativo”, quello delle riunioni sui social media.

Venite su per una riunione?, chiede. Solo noi di Content.

Prendo l’agenda, la penna e il bicchierone d’acqua, dal distributore all’ingresso. Quella del piano di sopra sa di fango.

Ma la riunione è al terzo, e non ho la giacca. Lì farà fresco anche in un giorno così. È sempre vuoto…

No. Stavolta no.

C’è il manager biondo. Quello che assume. E licenzia.

Ci fa sedere nella stanza spoglia, intorno alla tavola rotonda. Ci guarda poco.

– Ragazzi, vi devo dire una cosa…

Ce ne dice tante. Bancarotta. Dimezzare il personale per sopravvivere. Ristrutturazione.

– … e quindi, per salvare l’azienda, dobbiamo fare a meno di voi.

Tutti?

Tutti.

E subito. La giornata è pagata. Massima liquidazione. Giorni di ferie compresi. Sta a noi decidere se andarcene a fine turno o all’istante. Nessuno ci biasimerà.

Guardo tutti. Guardo davanti a me.

Quindi non esistiamo più. Come gruppo, dico. Abbiamo lavorato insieme quasi un anno. E da oggi non esistiamo più.

Ma non ascolto, davvero.

Guardo davanti a me. E penso soprattutto a una cosa, e mi sento un po’ in colpa per pensarla.

Sollievo.

Questo penso, guardando davanti a me.

Niente nuova fase difficile, niente appartamenti da battezzare e descrivere. Peccato. Nostalgia. Ma anche sollievo.

Poi il manager biondo passa alla stanza accanto, e comincia la processione. Ci chiama uno a uno, per firmare i documenti. Spiega tutto per bene, è gentile. E allenato. Questa è la tua copia, firma ogni foglio, se vuoi puoi scrivere che ti riservi di parlare col tuo avvocato.

Sono la prima e chiedo di Bianca, pur sapendo. No, lei resta. Meno male.

I documenti sono in spagnolo. Senza accorgercene abbandoniamo anche noi l’inglese aziendale.

E nel suo spagnolo aspro il biondo mi dice che per me ha un affetto speciale. Che suo padre era prof. all’università e ammira quel mondo, e che dopo avermi assunta era salito entusiasta a parlare di me. Me l’hanno raccontato, rispondo. Non so che dire. Sembra sincero. Forse un giorno manderanno via anche lui.

Esco. L’altro manager è ancora là. Cerca di confortarci, forse ci controlla. Sembra una seduta di alcolisti anonimi. Molto silenzio e qualche parola su come ci sentiamo. Già, come.

Marie e Alan sono calmi.

Petra quasi piange.

Xisca sorride, come sempre.

Andy, davanti a me, si offre di scrivere un report sull’azienda. Ci ha lavorato più di tutti.

Io voglio solo andarmene.

Scendiamo a raccogliere le nostre cose.

Bianca c’è, stavolta. E piange.

I biscotti li lascio lì, sono secchi. Spengo il PC. Il documento delle descrizioni, quasi 200 pagine, non si chiude subito.

Salva modifiche?

No.

Vado anch’io ad abbracciare Bianca. La capisco. Quando toccò a me restare piansi un po’ in bagno. Ora so che stai meglio quando te ne vai.

I “superstiti”, infatti, ci guardano timidi. Andrea mi bacia prima la guancia destra, come se fossimo in Italia.

Marcos mi abbraccia.

Dennis è più rapido di quanto vorrebbe, non dobbiamo dare nell’occhio, gli altri sono nervosi, sanno che tocca a loro: alla fine un’e-mail è circolata. Non saprò mai se l’ho ignorata o la posta non funziona, come sostiene Marie.

Niente nomi, comunque. Solo il numero dei licenziati.

19.

Ovviamente mangiamo insieme.

Lontano, nel Born. Nel posto dei calçots. In realtà non li abbiamo mai mangiati, lì, i calçots, perché quand’eravamo passati a prenotare, prima Andy e poi io, era chiuso. Ora no.

Aggiungiamo sedie. Petra non viene, ha “del lavoro da fare”. Bianca adesso sorride un po’. Ordiniamo.

Poi fondiamo una nuova compagnia, che affonderà “quella di Bianca”.

Poi critichiamo le politiche aziendali e le razioni scarse.

Alan mi spreme la maionese dal tubo semivuoto. Gli diciamo del biglietto di addio, comprato quando l’avevano licenziato e poi ci avevano ripensato. Ride. Li invito tutti sul mio balcone, dopo Pasqua, per la consegna.

Dopo Pasqua.

Marie se ne va per prima, per prendere il figlio a scuola.

Io li lascio sotto l’ufficio, non voglio risalire.

Li abbraccio tutti. È un addio affollato, ci sono anche quelli scesi per la pausa pranzo, che non hanno fame.

Chiedo ad Alan se mi restituisce il libro. Mi dice di sì.

Andy si meraviglia della stretta, la Champions non è finita. Dice see you soon, come a scuola.

Sorrido e vado via.

Poi torno indietro perché ho dimenticato Xisca.

Come se non ci vedessimo più, scherza lei.

Sorrido di nuovo, e vado davvero.

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