Archivio degli articoli con tag: cervelli in fuga

Ma dico io. Una medita da anni di scriverci un articolo, con citazioni e bibliografia e tutto l’ambaradan, e arriva tomo tomo Truman Capote a rubarle l’idea. E solo perché è nato quei 60 anni prima. Che significa? Anch’io avrei voluto vivere negli anni ’60, adoro quei vestiti, e poi divido la storia in a. P. e d. P. (avanti Pincus e dopo Pincus). Da quando Cartesio mi ha rubato a 4 anni l’idea che la vita potrebbe essere un sogno (frutto delle mie premature notti bianche) è un continuo, anacronistico plagio ai miei danni.

Insomma, l’altro ieri leggevo finalmente Colazione da Tiffany (“perché è troppo bello, vedrai, mica come il film…”) e scopro che il brasiliano José, uno degli amori meno assurdi di Miss Golightly, non si rende conto di che gentaglia frequenti perché, da bravo “trapiantato” all’estero, è incapace di assegnare alla gente il proprio posto nel mondo (“Perhaps, like most of us in a foreign country, he was incapable of placing people, selecting a frame for their picture, as he would at home”).

Minchia, mi dico. Quello che ho sempre pensato io.

Ok, magari non in inglese, e a ben vedere manco sempre.

Arrivando a Barcellona sono caduta anch’io, per fortuna, nella trappola di José.
Per capire quanto la posizione sociale influisca sulle proprie conoscenze non bisogna scomodare Bourdieu. Ho imparato fin da piccola il mio posto nel mondo, che era il seguente: io ero perbene, il mondo era quasi sempre cafone, io parlavo italiano, il mondo cafone parlava napoletano, magari rubava, faceva le stesse cose dei film di Mario Merola (un altro cafone) e io dovevo essere gentile con tutti ma non dare confidenza agli sconosciuti, specie se cafoni.

E vedo che la gente perbene prospera, dato che su youtube i neomelodici sono considerati più volgari di Laura Pausini, e i fan di Laura Pausini commentano spesso le loro canzoni con “che gentaglia”.

Ora, quando lasci il tuo paese tutto questo cessa almeno per un po’.

Improvvisamente sei tu a essere fuori posto, e ti tocca dimostrare che sei “perbene”. Il che ti dà un’opportunità sublime: non capire più un cazzo su chi sia perbene e chi no.

I pregiudizi, m’insegnò una prof. durante un esame (quindi avrei dovuto saperlo io) sono un modo ragionevole per prepararci ad affrontare l’ambiente che ci circonda, l’importante è non lasciare che ti dominino. Quindi un pregiudizio è allo stesso tempo un limite e un’opportunità.

E scompaginare il castello di carte su cui si fonda la tua identità lo è altrettanto. Ti ritrovi così a condividere l’appartamento con gente che parla l’equivalente del napoletano, e allora ricordi che è proibito negli uffici pubblici mentre gli amici catalani cominciano a romperti con la storia che devi imparare la loro vera “lingua nazionale”.

Intanto ti affezioni a coinquilini che, a meno che non indossino divise come i soldati e i fricchettoni, non sai classificare subito, anche perché viene meno l’importante indizio rivelatore del “gusto”. Certo, quei leggings leopardati sono orrendi, ma che ne sai se li mette pure la principessa Letizia, quella che veste Mango? E sputare per terra, fare pipì in strada, lo fanno pure gli studenti universitari. E allora?

Allora, per la prima volta in vita tua, ti fai amicizie senza pregiudizi, perché non sai come formartene. E scopri molte cose interessanti: che la gente con la metà dei tuoi studi può avere certe intuizioni che te le sogni, e che quella che ne ha il doppio può vivere in un piccolo mondo antico che somiglia a quello che hai lasciato alle spalle. C’è chi parte e chi resta, e mentre i secondi a volte fanno quadrato contro le differenze, i primi lo fanno proprio in virtù di quelle.

Ma non illuderti: imparerai a farteli, i pregiudizi. E ancora una volta sarà un limite e un’opportunità.
Io per esempio noto una proporzionalità diretta tra ottusaggine e ossessione per l’igiene. Tra la tanto celebrata gentilezza della gente del Sud e il livello d’invadenza che possiamo raggiungere.

E poi ho visto che il razzismo non è questione di pelle, ma di classe. Quando l’America imparava a odiare gli italiani perché brutti, sporchi e cattivi, mica discriminava i fisici italiani che oggi lavorano al MIT, ma i cafoni (d’altronde, a noi cafoni ci han sempre chiamati). Cambia l’immigrazione, ma non mi sembra cambiare il fatto che 9 volte su 10 siano i poveracci con poca istruzione e pochissimi soldi a cambiare paese.

E a Barcellona, come d’incanto, il problema si risolve. Fai il concertino di musica “etnica”, le perroflauta fanno svolazzare le gonne daltoniche sui jeans, corteggiate da stranieri che fanno l’equazione “mi sorride = ci sta” (come a casa!), ti abbuffi di samosas e pensi che hai fatto l’integrazione.

E invece scopri che la vicina di 18 anni è sposata con un connazionale per un matrimonio combinato dai genitori, ed è scandalosamente felice. Mentre la coinquilina spagnola scopre che le tue amiche italiane hanno una reverenziale paura dei Tampax e non viaggiano mai da sole, e ci rimane secca come te quando l’hai vista pisciare per strada la prima volta.

Mi sono accorta invece che all’apertura mentale non sacrificherò la felicità. Ho chiuso le porte di casa mia a chiunque non mi garantisca due chiacchiere rilassate e qualche risata. I poveri ma belli che non ne sono capaci non ne hanno colpa, ma tant’è. E i connazionali con tre lauree e tanti viaggi alle spalle non hanno scuse.

Con questo metodo ho snobbato allo stesso modo ricercatori universitari e semianalfabeti.

Un pregiudizio però non mi passerà mai. Non importano le origini, il colore della tua pelle o le tue idee politiche: se metti il parmigiano sulla pasta col tonno, difficilmente andremo d’accordo.

Premessa: il punkabbestia che va in giro con un maiale al guinzaglio è fuori classifica, gli piace vincere facile, eh?

10) Il tipo che distribuisce i buoni omaggio per il bar, ma guadagna in percentuale sui clienti che riesce ad accalappiare: appena si accorge che non entrerai nel suo locale mette il sorriso in stand-by, si riprende il volantino e ferma un’altra comitiva di malcapitati.

09) Il figlio/nipote di emigranti italiani, palesemente nordeuropeo, che ti parla 5 minuti con accento straniero, per poi rivelarti: “Sorpresa, non sono italiano!”, convinto di averti fatto proprio uno scherzone.

08) Barboni eccentrici. Sono in tanti, purtroppo, a rovistare tra i cassonetti, e a passare dalla richiesta di 50 centesimi a quella di un euro appena metti mano al borsellino. Quello pako sulla Rambla Raval è un mito, sta lì tutto il tempo, i bambini gli sorridono e lui ricambia.
Poi c’è il vecchietto che mi raccontò la storia della sua vita prima di chiedermi… una zuppa in scatola (non voleva soldi). Mentre gliela compravo si addormentò fuori al negozio. Un altro barbone mi consigliò di svegliarlo (ora so che si derubano tra loro) e quando eseguii cominciò a urlare facendosi scudo con le mani, scambiandomi per un naziskin o un poliziotto.
Poi ci sono gli incazzosi, divisi tra quelli che litigano con se stessi, risparmiandoti la fatica di farli incazzare, e quelli che ti puntano con un qualsiasi pretesto e montano polemiche da antologia. La mia preferita è la signora che incontrai mentre trascinavo delle sedie di seconda mano appena comprate. Pensando evidentemente che le avessi trovate in strada, cominciò:
– Che belle sedie…
– Grazie.
– Dammene una!
– Non posso, le ho appena pagate…
– Dammene una, tu puta madre!
Dopo un breve battibecco, la lasciai a inveire contro tutto e tutti, tranne che contro se stessa.

07) Comitiva di francesi ubriachi che canta la Marsigliese alle 3 di notte. Con un po’ di fortuna, ve li ritrovate esattamente sotto camera vostra.

06) Comitiva di catalani ubriachi che canta l’inno del Barça alle 3 di notte. Con un po’ di fortuna, ve li ritrovate esattamente sotto camera vostra. Non lamentatevi, se cantassero l’inno catalano sognereste di viaggiare nel tempo e cadere nelle mani dell’Inquisizione spagnola, pardon, catalana. Specie se alloggiate nel Gotico.

05) Italiano medio. Barcellona ha un effetto letale sui branchi di giovani italiani in tenuta da rimorchio per la Rambla. Spesso composte da maschi in età riproduttiva (l’età mentale si è fermata a quando si riprodussero i loro genitori), queste comitive vanno in visibilio di fronte a tutti quei particolari che i residenti non notano quasi più: chiome bionde, minigonne, hot pants… Il topless è un discorso a parte: siccome lo praticano in tante, qua, l’ormone impazzito italico entra in corto circuito con l’unico neurone, collassando per l’inaspettato imbarazzo e confermando l’idea che basta un soffio e si smontano insieme al ciuffo scolpito con tanta cura. Il dialogo più bello che ci ho scambiato io è il seguente:
– Hola, eres la scica más guappa de la nocce… Pero no de fisico, de ojos.
– Ah, beh, grazie…
– No, no gracias a mí, ma a tu mami y a tu papi.
– Vabbuo’, ja’, cia’.
– Me vuo’ da’ ‘nu vaso? D’ ‘a bona notte! E ja’…

04) Scippatori che si avvicinano a una coppietta (normalmente etero) proponendo di vendere una cosa a caso, per poi chiudere il ragazzo in un angolo. La tipa istintivamente cercherà di allontanarsi. Ma solo per chiamare aiuto, eh. E poi già sapevo che vedendomi scappare avrebbero desistito per squagliarsela anche loro. La fuga è contagiosa.

03) Lucciole notturne sulla Rambla. Barcellona è la rivincita delle tizie costrette a sorridere e declinare quasi a pugni l’offerta di accompagnarle a casa “vista l’ora di notte”, che intendiamoci, è ben accetta per le buone intenzioni ma è del tutto ingiustificata, checché ne dicano le connazionali che tendono a vedere in ogni angolo un esercito di stupratori che aspetta solo loro. E invece il problema qui è degli uomini, specie se attraversano la Rambla nottetempo senza una scorta femminile. Le numerose prostitute, perlopiù nigeriane, cominceranno una corte degna di una passeggiata per il Corso di Frattamaggiore la domenica mattina, per poi passare, in casi estremi, ad afferrare il potenziale cliente per le parti basse. Nella migliore delle ipotesi vi rubano il portafogli.

02) Coppietta che copula. Ok, la spiaggia è fuori classifica. A parte le scene di masturbazione in riva al mare, magari accanto a una comitiva in festa (e i più scandalizzati sono quelli che più guardano), le scene da Laguna Blu sono riservate all’acqua salmastra. E se nasce una bambina poi, la chiameremo Barceloneta. Ma non ringrazierò mai abbastanza quella coppia che, una volta che avevo convinto il morigeratissimo ex musulmano che il sabato sera non fosse Satana, si fece trovare a copulare in piedi, contro il muro, accanto alla chiesetta di c. Carders.

01) Pakibeer (quello della prima foto lo saluto sempre, gli chiederò l’autografo). Essere mitologico metà ambulante e metà busta della spesa, questo figlio della globalizzazione ha lasciato la terra natia per fermare turisti ubriachi con un mantra molto efficace: “cervezabeer, cervezabeer, cervezabeer”… Ripetetelo 10 volte e raggiungerete il Nirvana, o almeno vi beccherete un euro a cerveza, offerta sia in spagnolo che in inglese per ogni evenienza. In rare occasioni la cerveza diventa anche “sexybeer”, e qualche burlone del posto arriva a fare la battuta: “Ok, voglio una Sexy beer, no, non la Estrella, proprio una birra della marca Sexy”. E giù risate. Qualcuno offre anche altri prodotti ancor meno legali, ma più di “hashish coca” sono allucinogene le samosas, splendide frittelle pakistane conservate (leggi “nascoste”) direttamente nei tombini in strada. Vedere per credere! Poi però le dovete anche mangiare. Buen provecho!

Egocentrismo? Megalomania? No, vi parlo di casa mia perché voglio che sappiate dove vivo, così se passate per Barcellona mi portate la mozzarella.

Mi raccomando, aversana: quelle di Battipaglia sono ottime, per carità, ma mi piacciono piene di latte alla diossina, dopo tutto quanti anni volete campare. Preferibilmente del caseificio Javarone, quello di v. Stanzione nel natio borgo selvaggio. Se no, desistete.
E se Leopardi si sta rivoltando nella tomba per l’accostamento con me, chissà come ha preso il suo natio borgo selvaggio il paragone col mio.

Il mio appartamento, per la cronaca, è quanto il balcone di casa mia al borgo di cui sopra.

Però la strada è sfiziosa: c’è in alto un cuore gigante, giusto al centro, che quando è aperto il teatrino, l’Almazen, s’illumina d’immenso e illumina pure un po’ la strada, che ce n’è bisogno. Quindi abito nella “strada del cuore”, una traversa di Joaquim Costa scendendo verso il Carme. Quando vedete il forno marocchino, sappiate che il mio palazzo è quello lì accanto con la porta rotta (sospettiamo del vicino spacciatore). E che per portarmi la mozzarella dovrete farvi cinque piani a piedi (in realtà, 5 + ammezzato, pomposamente chiamato in catalano principal).

Consolatevi: in alto troverete una Bialetti da riempire con, a scelta, Kimbo e Passalacqua. Tutti per voi, perché io non bevo caffè. Un amico irlandese, sul terrazzo, perché se è bel tempo ci mettiamo lì, voleva insegnarmi come farlo, e quando mi vide ammonticchiare una buona dose di miscela nella caratteristica montagnella, strillò pure “che stai facendo?”. Per vendetta gli feci una cremina così ristretta che credo soffra ancora d’insonnia.

Ma il mio balcone è bello, nel suo squallore: è quadrato e abbastanza grande, con tre piantine moribonde. Oddio, il basilico è spacciato, è destino che non me lo goda mai come si deve, qui a Barcellona. Sulla menta nutro ancora delle speranze, mentre il rosmarino sta una bellezza, nonostante la wok fangosa che gli fa da vasetto: a quale altro uso destinare una fetentissima wok Ikea?

A cucinare infatti m’ingegno con due padelle e due pentole, una cinese antiaderente, che va letteralmente perdendo smalto, e un’altra di metallo, regalo di un’ex collega che non sapeva che farsene. Il fatto è che sono sempre nere, perché la cucina usata che ho preso al magazzino sotto casa (ve lo raccomando, raccoglie i mobili buttati via e li rivende come nuovi) andava a gas naturale. Adesso invece ha la caratteristica bombola arancione di butano, portata su da un pako che ci guadagna giusto 3 euro, mentre il resto dei 18 va non so a chi. Risultato: fa certe fiammate che mi anneriscono le pentole, e siccome sono sozzosa mi scoccio di stare sempre a tirarle a lucido.

Però non faccio male a nessuno: vivo sola. È stato il mio regalo dei 30, l’anno scorso: dire addio a tutti i possibili coinquilini che ti possa appioppare Barcellona, dall’ex soldatessa israeliana che tiene il fornello acceso tutto lo shabat, alla coppia latina che litiga ogni giorno, passando per il punkabbestia sivigliano. Che quando non ha le allucinazioni in bagno dorme nudo con la porta aperta. Sarebbe anche un bello spettacolo, se la stanza non puzzasse di cimitero.

Siccome i più pazzi erano anche fanatici della pulizia, in loro onore pulisco una volta ogni cent’anni, e giusto perché ho ospiti.

E che ospiti. Splendide fanciulle slave che vanno a fragole e Nutella, sardi che improvvisano tarante freestyle, pakistani attratti dalle mie indiscutibili qualità: occhi grigi, capelli tinti, cittadinanza europea… E una volta ogni morte di papa, viene perfino qualcuno che mi piace.

Con questi succede una cosa strana: vengono, si prendono il caffè o la birra e dopo un’ora se ne vanno. Magari preannunciando “resto solo un’ora”. Ora, non ho mai preteso di piacere a tutto il mondo; anzi, antichi complessi adolescenziali ogni tanto mi fanno ancora propendere per il contrario. Il fenomeno strano è che mentre altri magari ci provano, proprio questi restano un po’ sul balcone, indovinano che chiesa è quella in fondo a sinistra (Santa Maria del Pi, votata all’unanimità) e poi se ne vanno felici e contenti. Sarà che solo con loro continuo a meritarmi il simpatico soprannome di iceberg?

E meno male! Questa bianca cameretta sui tetti del Raval ha pericolosamente solleticato la mia misantropia, tanto che la chiamo “mi cueva”, mi sono decisa da poco ad aprirla agli amici e come una bimba avida trovo impensabile condividerla con qualcuno. La buonanima di mia zia, morta quasi centenaria dopo una vita “consacrata al Signore”, mi vaticinava che non mi sarei mai sposata, buttando al vento il mirabile corredo che mi aveva apprestato.

“Tua zia è vergine? Che brava persona, la invidio, voglio conoscerla!” chiedeva il mio ultimo ex, per farvi capire la mia capacità di selezione. Da bravo timorato di Allah, quando la nostra storia finì si limitò a una proposta di matrimonio per amore (sì, del permesso di soggiorno, “ti do 3.000, 4.000 euro”) per poi puntare sulla casa. Ha dunque cominciato ad augurarmi, Inshallah, un buon lavoro lontano da qui. Lui si sarebbe goduto il balcone, e la privacy: tanto, date le dimensioni, pensava di metterci giusto altre quattro persone (l’ideale per il bagno di Barbie).

Giammai, ho risposto. Quando ho visto questa soffitta, in omaggio alla mia vecchia anima boema che si va inchiattillendo, ho pensato appunto a La Bohème, a quando Mimì (ma il suo nome è Lucia) smette di fare la civetta e dichiara: “Ma quando vien lo sgelo/il primo sole è mio/il primo bacio dell’aprile è mio”.

Confermo. È stato mio, anche quest’anno, il primo bacio di un aprile alquanto piovoso. Sospetto che lo sarà anche il primo cazzotto d’agosto, ma per allora Allah pensa.

Come dice Jane Austen (e se non era lei era sua sorella) il miglior rimedio al mal d’amore è non annoiarsi mai.

Il problema è prenderla alla lettera, e capire ad esempio che se inviti gente a pranzo potrebbero anche accettare. Eccomi alle 11 del mattino coi capelli di una strega e il compito di fare una pasta al forno di cui mi manca un ingrediente a caso: la pasta. Fortuna che c’è Oliver Twist a mettermi di buon umore: ho appena tradotto l’impiccagione di Fagin.

Corro al Caprabo, vicino Rambla Raval, e mi pianto col carrello tra Barilla e Garofalo, quando un tizio prende un pacco di spaghetti all’uovo Eroski a 70 centesimi e se ne va. Per rappresaglia compro gazpacho in bottiglia e salsa Romesco in barattolo.

Tutto fila, però: rieccomi a casa, la polpa Mutti “pippea” sul fornello, le uova sode sono pronte a ustionarmi, e alla terza bestemmia perfino il forno a gas si è deciso a funzionare.

Mentre medito di usare il caciocavallo come arma di difesa personale (è un po’ duro, devo ammetterlo), sento odore di bruciato.

Il sugo non è.

Da fuori non proviene.

Guardo davanti a me. Dalla parete esce una graziosa nuvoletta di fumo.

Il soffitto comincia ad annerirsi.

Con uno scatto felino stacco la spina dello scaldabagno. Era da tempo che associavo l’acqua calda a uno strano odore, ma siccome la mia casa avrà visto passare Colombo a 5 anni (non sapevate che era catalano?) non ci avevo fatto caso.

Indago un po’: il fumo si è arrestato, ma dalla finta mattonella da cui usciva proviene un inquietante scricchiolio. Sbircio e scopro che sono cavi elettrici anneriti.

Inforno e chiamo l’agenzia, reggendo il telefono con una mano e il mocho con l’altra (chi soffre per amore non ha tempo di pulire casa, dicevano in coro le sorelle Brontë). Ma i bastardi sono già andati a mangiare.

I miei ospiti trovano la tavola imbandita, la pasta fumante e vere e proprie scintille in cucina. Miguelín comincia a urlare che andiamo a fuoco, quasi svenendo per il tonfo del forno che si chiude. Gli altri, semplicemente, mi fanno spegnere il contatore.

Non hai un elettricista a portata di mano?, mi chiedono attaccando la pasta. No, rispondo in fretta. Meglio ardere modello strega del ‘600 che dovere una birra a quello del terzo piano, che per fortuna si fece pagare proprio per l’antenna che non funziona, autorizzandomi così a depennarlo per sempre.

E poi ci sarebbe… No, non posso, mi dico lottando col caciocavallo assassino. No, non se ne parla proprio. Poi penso al pecorino originale che già farà la muffa, al provolone sottovuoto, alle poche foglie di minestra che ancora si conservano…

– Pronto, Fahim?

Risponde un risolino ironico:

– Salve. È un po’ che non chiami. Pensavo fossi tornata in Italia.
– No, semplicemente sono stufa di tenerti mezz’ora di fronte a me a mangiare patatine, guardarmi fisso e chiedere “cómo está tu padre madre bien”.

Ma quello che dico davvero è:

– Mi si sono incendiati dei cavi in cucina, non ti chiamerei se non temessi di saltare in aria.

Dopo due minuti ammette di non capire. Dopo cinque mi passa un amico “che parla bene”. Dopo dieci minuti l’amico mi sbatte il telefono in faccia annunciandomi che “ahora venir”.

Infatti in men che non si dica mi ritrovo Fahim in terrazza a bere coca cola (i paki non pagano un cazzo d’affitto ma non hanno il balcone), aspettando un amico elettricista e chiedendomi se mi padre madre bien, mentre gli amici, spazzolata la pasta, si lanciano sulle lettere della Guerra Civil regalatemi da un’amica.

Leggono ancora, quando l’elettricista, ripreso fiato dopo i cinque piani a piedi, annuncia che tornerà alle 16 e chiede 40 euro per cambiare i cavi di cucina e bagno. Rifletto: l’agenzia me lo farebbe gratis, ma chissà quando. 40 euro e il caciocavallo sarà di nuovo libero di attentare alla mia vita.

Accetto.

Entrambi i moros se ne vanno proprio mentre la señora Mercedes, franchista convinta, nella sua grafia elegante e timorata di Dio ricorda che “no hay mal que por bien no venga”. Austen e Brontë le fanno un baffo.

Mentre scendo a prelevare soldi per l’elettricista, Miguel scopre una lettera scritta dalla “zona repubblicana”.

– Zona roja – lo correggo con una linguaccia.

Si vendica facendosi trovare a russare sul mio letto, che avendo vita propria (le molle schioppano da sole) si starà emozionando per il primo occupante maschile dai tempi di mio padre alla festa della Mercè.

Mi siedo al sole con David ed Elisenda, che ispirata dalle lettere franchiste spiega che suo nonno era carlista perché gli avevano ammazzato il padre. L’altro suo nonno, interpellato suo malgrado, aveva dovuto scegliere tra padre e figlio e aveva sacrificato il più anziano. Io parlo del bisnonno socialista e operaio, che dopo lo sciopero organizzato per il rapimento di Matteotti tornò a casa, unico a piede libero, per scoprire che la moglie intanto aveva iscritto i bambini al Partito fascista. Da allora, per 20 anni li aveva messi a guardia della cantina mentre faceva il suo discorso antifascista:

– Musulline è ‘n ommo ‘e merda…!

E questa la capiscono anche i catalani, che svegliatosi Miguelín cedono il testimone all’elettricista di ritorno con gli attrezzi.

– Di dove sei? – chiede lui mentre sposto il microonde.
– Italiana.
– Ah, si vede dagli errori che fai quando parli spagnolo.
– Era catalano.
– Ah.

In un inglese sfigurato dall’accento si fuma una sigaretta sul balcone e mi spiega perché i paki hanno conquistato il Raval: la vita è una, e se avesse i soldi starebbe sempre in vacanza, ma con questa crisi il mondo è di chi se lo piglia, ci sono mille occasioni per far soldi lavorando sodo ma senza mai sporcarsi le mani. Lui per esempio sa fare di tutto, dall’elettricista al sarto.

– Anche sistemare antenne?

Non l’avessi mai chiesto. Ordina una sedia, si fa aprire il terrazzo comune, armeggia coi telecomandi, mentre sento salire lo spacciatore del quarto piano che per nessuna ragione deve trovare il balcone aperto, specie se consideriamo che proprio lì accanto c’è il mio.

Quando l’elettricista getta la spugna, e mi dà due baci che un velo in testa mi risparmierebbe, mi metto a lavare i piatti pensando che ogni tanto un po’ di noia non guasterebbe… Ma ribussano alla porta.

È ancora l’elettricista, con un aggeggio tristemente familiare.

– Scusa, voglio fare un ultimo tentativo – dice captando il segnale dell’antenna.

Sono troppo stanca per mandarlo via. Stavolta sale sul tetto, arrampicandosi da una misteriosa cavità (canna fumaria? Pozzo magico? Oracolo?) da cui proviene nitida la voce dello spacciatore. Ho un’improvvisa illuminazione: Fagin è lui! Stesse basette, pure.

Il neovittoriano sta ancora litigando sulle scale per una questione di soldi quando riesco a mettere alla porta l’elettricista, che non chiede nulla per lo straordinario ma m’invita a prendere un caffè.

– Il mio numero ce l’hai, anzi se mi dai il tuo…
– Arrivederci e grazie.

L’unico vicino che ti chiede il numero invece che rubarlo.

Parafrasando Jane Austen, me cago en el amor.


Questa la capiranno le donne. Tutte quelle con un profilo fb che almeno una volta nella vita si sono ritrovate un perfetto sconosciuto che chiede loro l’amicizia. Leggendo per la prima volta degli antichi messaggi, ignorati per motivi non pervenuti, mi sorprendo, e non dovrei, della fauna virtuale, dagli inglesi che ti chiedono l’amicizia perché il tuo profilo è “interessante” (e tu cerchi di ricordare se nella foto dell’epoca avevi il push-up), passando per il tizio che ti manda “un saluto da Barcellona” perché ancora non ha capito (per fortuna) che magari siete vicini di casa.

È sicuramente mio vicino un personaggio che entrerà negli Annali come il pasticciere pakistano. Mi aveva già mandato un SMS a Natale, tra la quinta e la sesta portata, augurando a me buone feste e ai miei di trovarsi in buona salute. Quindi mi chiedeva se volessi una torta natalizia. La stravagante proposta non era stata ripetuta, ma sapendo che i paki del Raval risalgono a qualsiasi numero meglio degli agenti della CIA (accostamento improbabile), mi chiedevo solo quale cellulare avesse sequestrato, questo qua, dei 2 o 3 che per vari motivi avessero il mio numero in memoria.

Il mistero era stato risolto da una commovente chiamata del mio ex. Che mi avvertiva nel suo spagnolo creativo di fare attenzione a quest’energumeno, a suo dire ipocrita e doppiogiochista. Non mi sorprese: fin dai primi contatti notavo che i miei vicini o si criticavano tra loro, o mi pregavano di non dire a nessuno delle loro chiamate, salvo dichiarare che ero una zoccola vedendo che queste non sortivano l’effetto sperato. Con le tariffe in circolazione oggi…!

Come il figlio di un bacchettone che non voleva che mi si rivolgesse la parola, nel palazzo: ligio ai dettami paterni mi chiamò alle 2 di notte, informandomi di star giù al portone ad aspettare turiste ubriache (come lui, supposi), poi millantò le sue doti amatorie, vantando 7 trabajos a notte per fanciulla (senza specificare in quale sistema numerico). Infine mi dichiarò il suo amore, che mi avrebbe dimostrato praticamente se gli avessi “aperto la porta”. Il mio sdegno dovette stupirlo molto, perché mesi dopo dichiarò all’amico con cui ormai uscivo che non ero una buena persona (“sorridevo troppo”, gli fece eco un altro che chiamava tardi). Mi domando se sua moglie, che intanto stava in Kashmir ad accudire il figlioletto di qualche mese, non si sarebbe stupita altrettanto.

Adesso toccava al mio ex mettermi in guardia dalla nuova vittima di Cupido. Dopo avergli dato, evidentemente, il mio numero o il contatto fb. Forse non poteva rifiutare un favore a un “fratello”, ma non voleva diventare lo zimbello di tutti, sua somma preoccupazione, se ci avessero visti insieme. A volte il Raval sembra un paesone di Napoli Nord.

La cosa finì lì, come per altri episodi del genere. Finché ieri, spulciando tra questi messaggi dimenticati, mi sono accorta di tutto: il pasticciere, giacché era questo il suo mestiere, mi aveva scritto diverse volte, in buon inglese, offrendomi anche varie foto delle sue creazioni dolciarie, perché scegliessi con tutta calma quale volessi. Era un pegno della sua intenzione di avermi come “amica, o compagna di vita”. Sospettavo da tempo che l’urdu non fosse prodigo di sfumature tra “perfetta sconosciuta” e “moglie”.

Comunque i dolci sono magnifici. Deve pensarlo anche George Bush sr, perché in una foto si trova lui in persona, immortalato al suo fianco insieme alla moglie Barbara e un’enorme torta con un’aquila americana. A me invece veniva suggerito, più modestamente, un tiramisù.

L’ultimo messaggio annunciava che mi aveva vista con un cappotto rosso (che non possiedo) e mi stava molto bene. Si rammaricava ancora che non rispondessi, credo che non possa concepire che a una donna non piacciano i dolci. O che una bionda che vive sola non sia propensa ad aprirti la porta (per usare la metafora del compaesano – padre di famiglia) per un tiramisù. Dopo tutto, quello del negozio di fronte mi aveva offerto solo un pacco di sale.

Quanto a dolcezza, però, gli italiani sono sempre in pole, come il fiorentino che, scopro ora, dopo un mio intervento in un gruppo particolarmente frivolo di italiani a Barcellona, mi riserva ben 5 messaggi, annunciandomi che a giudicare dall’ovale sono simpatica e disponibile. Tre messaggi dopo rinnega ogni speculazione lombrosiana di fronte al mio ostinato silenzio. E dichiara infine, sdegnosamente, che ormai la mia risposta non gli interessa più.

Ho avuto un lutto in famiglia e non sono andata al funerale. L’hanno fatto apposta, mi hanno avvertita molto tardi e forse neanche il primo volo diretto mi avrebbe fatto arrivare in tempo. Volevano evitarmi una sfacchinata, visto che la cara estinta già mi aveva salutata da lontano prima di entrare in un dolce coma, così diverso dall’agonia che l’aveva preceduto.

Ve lo scrivo perché sappiate che se andate via tutto questo ve lo perdete. Ci sono legami che le distanze confermano inossidabili, ma con quelli di sangue “non è la stessa cosa”.
L’affetto resta, le abitudini non sempre. La tua vita va avanti, la loro pure, e nonostante gli aggiornamenti su Skype qualche capitolo della telenovela si perde sempre. Vedi i giovani della famiglia che si prendono cura degli altri, danno passaggi, fanno la spesa, assistono gli anziani e trattano coi muratori, negli eterni lavori in corso delle case che hanno visto crescere più generazioni. Piccole azioni che uniscono negli affetti, e nei difetti che prima di partire trovavo insormontabili. Ora sono amabili vezzi da vivere una settimana alla volta, a Pasqua o a Natale e a qualche matrimonio, perché ormai appartengono a chi resta.

E poi ci sono quelli che se ne vanno per sempre, “si acquietano”, come direbbe mio padre, il prescelto della famiglia per comunicarmi le brutte notizie. Quelli che ti hanno cresciuta, “che te ne hanno tolta, di cacca da sotto”, come ricordavano anche davanti agli ospiti più distinti. Non aspettatevi di esserci, per un ultimo saluto. Non sempre sarà possibile. Magari vi ricordano a sorpresa nel testamento. Non in senso pecuniario, che la mia gente ci pensa anni prima, ma con qualche accenno divertente e imbarazzante che ti fa venir voglia di redigere un testamento per il solo sfizio di imbarazzare il prossimo.

Che se ne vada una che “te ne ha tolta, di cacca”, è strano. Ricordi te stessa bambina di fronte a questa tía Tula, come la chiamo ora che so leggere Unamuno, una delle tante zie sole e laboriose su cui si reggeva una società ormai in estinzione, che per furbizia o delusione hanno rinunciato all’amore ma non ai bambini. Per poi scoprire che i nipoti a cui hai cambiato il pannolino ti chiameranno sempre “zia”, e non è la stessa cosa.

A queste zie a cui un po’ somiglio, con cui forse un giorno verrò confusa, dedico più di un pensiero in questo momento.

E penso anche a qualcuno che via con me non ci venne mai perché voleva stare a meno di due ore da casa, vicino ai suoi, per le disgrazie ma anche per le cose belle.

Io invece sono partita.

Il guaio è non sapere mai chi ha fatto la scelta giusta.

E va bene, ho paura.
Domani torno a Barcellona, e Barcellona non è più lei. Quando cambia lo fa all’improvviso, e completamente. In 3 giorni ti toglie amore, lavoro e rispetto. E te li ridà quando le pare.
Ora mi aspettano il collocamento e un documento da rifare. Qualche manifestazione per gli italiani feriti allo sciopero generale, già additati come anarchici sovversivi. E curriculum da inviare. E qualche cena sul balcone.
Queste vacanze sono state una parentesi tra due punti interrogativi, la Barcellona che era e la Napoli che non sarà mai.
Però Napoli sì che è sempre lei.
Me la sono girata un po’, oggi, approfittando della mia nuova puntualità e del ritardo altrui. I venditori della Maddalena stanno migliorando, sono passati da “Pssst” a “Scarpe, bella?”. Marocchini e napoletani se la giocano, con l’italiano. E io ho imparato a restituire gli sguardi.
Forcella è sempre unica. Sulle scale del quartiere mi scopro a cantare la hit di una vita, “nun ce credo, ca ce sta, doppo ‘e te che fa ‘nnammura’”, ma decido di aver fede grazie al Padre Pio fuori al “mio” portone. Sgarrupato come sempre (il portone).
In Vico della Pace c’è una graziosa.
La scritta “Annalisa Durante” mi ricorda la madre del suo assassino, intravista proprio intorno alla scuola. O quando incendiarono i computer e l’odore mi arrivò fino al balcone.
Quasi su via Duomo la sorpresa: una mostra in bianco e nero sui quartieri di Napoli. È l’America’s Cup, spiega Vincenzo, incontrato per caso fuori alla cartoleria di fiducia.
Annuisco mangiando la sfogliata di Scaturchio. Alla cassiera sono riuscita a non dire hola, solo “una frolla”. E a lasciare i soldi nel piattino. Altrove li dai in mano a chi ti serve.
Altrove.
Quando il treno mi riporta in paese intravedo anche la mia, di scuola. Cerco l’insegna e trovo me, seduta al banco, a inseguire treni invece di scrivere. Allora mi assegno una frase in inglese, una che per gli inglesi è proprio difficile da pronunciare:
I have a girlfriend.
Poi cancello e scrivo:
It’s a sunny day.
E giro pagina.

Ora lo so: Barcellona mi ha insegnato a dormire. Mi ha insegnato anche il catalano, il gazpacho (anche se è andaluso) e l’indipendenza. Ma soprattutto a dormire.
Ieri me l’ha detto anche papà, che per festeggiare il mio ritorno pasquale si è preso un giorno di ferie: “Adesso non ti alzi la notte e non resti con la luce accesa per ore”. (Ha aggiunto pure “sarà la vecchiaia”, ma lasciamo perdere.)
Oddio, la luce è meglio spenta, che la mia “cameretta” è diventata un museo. Un ripostiglio, anche: se tornassi senza preavviso dovrei farmi strada con le ruspe. Ma ci trovo anche 30 anni di storia, compresi i capitoli che strapperei dal parato ingiallito, dai libri tradotti che non guardo più.
È un confronto con la bimba leziosa che ha scelto i fiorellini alle pareti e collezionato le bomboniere più atroci. Mi domando come sia arrivata a 31 anni senza che la prendessero a badilate. Ma del seNo di poi son piene le fosse, e solo quelle: il cassetto coi residuati bellici della Wonderbra non finisce mai di stupirmi.
Comunque la nuova protagonista è lei, la poltrona. Di un moderno ammiccante al rétro, struttura in legno e rivestimento rubino. Regalo di un paziente di papà, che quest’anno ha portato pure il poggiapiedi. Me l’hanno piazzata tra letto e terrazzo, come sfida costante alla mia pigrizia. Prima leggevo distesa sul balcone, tra le foglie del nespolo che non c’è più e le urla dei vicini, aumentate dalla nuova prole.
Ora mi schiaffo lì, e avvicino pure il tavolino IKEA, risarcimento del lettino pieghevole sequestrato ormai da anni. Ci metto su i miei libri schizofrenici, tra Brontë junior e Roberto Bolaño.
E tra le cime tempestose e i detective selvaggi mi addormento. Come ieri.
Mi sveglia un vortice d’immagini e voci, un album di figurine che non so riordinare. Rivedo i nuovi acquisti della famiglia, che a 6 o 10 anni parlano tanto inglese ibrido e pochissimo napoletano, e taggano e cliccano ma friarielli si dice “friggiarelli”. Rileggo gli auguri di non so che vescovo, nell’italiano pomposo di chi non lo conosce.
Parliamo sempre la lingua dell’ultimo conquistatore, ricordo stiracchiandomi, e mi rendo conto che non so più se sto a Barcellona a sognare di Napoli, o il contrario.
Decido che sto nella Terra di Nessuno, in cui ho 5 anni e il parato a fiorellini, 15 e un Wonderbra soffocante, 31 e l’assegno di disoccupazione (forse).
E che a volte si devono fare i chilometri per tornare a una poltrona che manco esisteva ed essere proprio io, ancora una volta.
La prima volta.
– Maria, vuoi il caffè?
– Arrivo!
Manco mi piace, il caffè.

Io dell’Italia avevo una certa idea. Non era colpa sua che fosse sbagliata. Manco mia, forse, o non del tutto… Ma ho cominciato male, si era detto “post serio”, non triste.

Le voglio pure bene, eh, se si può volerne a una penisola a forma di stivale che abbiamo caricato di significati. Solo che mi trovo meglio fuori. Mi piace tornarci, mangiare bene, dormire su un cuscino buono, che qua a Barcellona non ne trovo, e… mangiare bene già l’ho scritto? Ah, salutare i miei. Ma quelli me li godo anche qua, quando mi vengono a trovare.

No. In Italia al momento ci torno per ricordarmi come la volevo. La “mia” Italia. Avevo pensato a tutto, eh, dove vivere, cosa fare, chi sposare, come chiamare mia figlia (sì, perché immaginavo una femmina). Poi ho perso il sogno e l’Italia e buonanotte. Li ho persi così, come una volta si perdeva la casa giocando a carte. Se c’è una cosa che ho imparato dalla mia terra è buttarmi via con grazia, come niente fosse.

Però sono stata fortunata. Dice che gli dei quando ti tolgono qualcosa ti rimborsano. Se gli cedi la vista ti danno la divinazione in omaggio. Ricordate Tiresia, l’indovino greco diversamente abile? Gli occhi in cambio del futuro.

Ecco, con me gli dei, o chi per loro, hanno fatto il contrario. Mi hanno tolto il futuro e mi hanno dato gli occhi. E devo dire che sono abbastanza grandi da contenerne, di cose. Mi sono costati l’Italia che volevo, l’amore che volevo, i miei sogni.

Ma me li tengo volentieri.

(Poi, se mi girano, scendo a riprendermi anche quelli. I sogni, dico.)

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