È da quando sono tornata che mi raccontano storie di amori infelici, di donne che volevano a uno ma la famiglia non voleva, o non voleva lui, e allora si sono sposate con altri ma il pensiero è sempre lì.
La chiamerei pure sindrome di Brooke, dall’eterna innamorata che intanto si passa il resto del mondo. Se non fosse che i fatti risalgono addirittura a prima di Beautiful (cominciato notoriamente con la guerra del Peloponneso). Perlopiù queste vittime dell’ammore sono donne mature, quando sono ancora vive. Ma io ascolto terrorizzata e mi chiedo se in questo il mondo che mi lascio alle spalle decollando da Capodichino debba essere doloroso e immutabile come una tragedia greca. O, peggio, come una telenovela venezuelana.
Forse mi sbaglio, forse succede lo stesso anche alle amiche olandesi, che mi imitano tra il divertito e commosso il loro buffo modo di ballare a 15 anni, e avranno lasciato anche loro un amore impronunciabile in pista.
Magari ne sanno qualcosa anche le Brit, coi loro falò in spiaggia e i martellamenti ai maggiorenni per farsi comprare la birra. E che bevendo la Estrella a Barcellona si chiederanno che fine ha fatto quello della festa di fine anno, incontrato tra la seconda e la terza Forster.
Ma che volete farci, io ho la sensazione che ste cose succedano solo qua, nella provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita. E mi chiedo se mi sono liberata dal maleficio o me le devo portare nel sangue come la monnezza di 30 anni di mozzarella alla diossina.
Intanto a mo’ di difesa sono scivolata in un delizioso torpore, in cui, come si direbbe dalle parti mie (quelle nuove) me da igual, mi scivola tutto addosso in questo piacevole ottobre un po’ estivo.
Tornare a Barcellona o restare qua, andare con un ex collega di Lettere o enrollarme con un company di catalano, pizza da Di Matteo o da Sorbillo (e questo è il dato più preoccupante).
Forse quest’atarassia godereccia, oltre a un palese ossimoro, è anche un modo di dire a Veneri discinte e Madalene piangenti che stanno bene dove stanno e, senza offese, vorrei fare di testa mia.
La mia frase preferita del Tao Te Ching (ok, l’unica che conosco) è: solo quando ti stanchi della tua malattia te ne puoi liberare.
M’ ‘o segno.
(ci sarebbe anche questa, sconsigliata ai deboli di stomaco)
Adesso verrò radiata dall’albo delle femministe e da quello del buon gusto (se mai ne ho fatto parte), perché vi spiego la mia teoria dei culi base x altezza.
Ebbene, la rapidità con cui arriverete a destinazione sarà inversamente proporzionale all’area del sedere che vi ondeggia davanti.
Perché davanti a voi si staglieranno sistematicamente un paio di fondoschiena, di solito fasciati in jeans senza cintura, che si muovono con la lentezza di un pachiderma senza possederne la falcata.
Tra le caratteristiche della parte anatomica in esame ne spiccano due in particolare: mi arrivano quasi alle ginocchia (e io non sono esattamente la Torre Eiffel) e sono rettangolari. Davvero. Non c’entra l’adipe, o per convincercene dobbiamo scomodare le rotondità delle maggiorate anni ’50? No, è proprio la forma. A volte vorrei davvero prendere squadra e righello e scadere in qualche lombrosiana misurazione, di quelle che trovavo nei libri analizzati per la tesi in letteratura (La reclusa di Giarabub , E pei solchi millenari delle carovaniere ecc.). Riceverei una meritata borzettata nello stomaco, con tanto di tartarughina Carpisa tatuata sulla pancia (l’unico modo perché abbia anch’io “la tartaruga”). Ma almeno mi toglierei lo sfizio.
Perché le proprietarie dei fondoschiena, serafiche e imperturbabili, si fermeranno sistematicamente davanti a tutti i negozi. Non importa se di moda o di protesi dentarie, anche solo per specchiarsi in vetrina non si perderanno una tappa della Via Crucis. Bloccando tutto il senso di marcia e rendendoti difficile il sorpasso (fino a farti meditare seriamente il salto in lungo).
La marca del jeans cambia nel tempo, una volta erano Levi’s 501, poi esibirono un’enorme scritta Rich. Ora sono perlopiù ultraaderenti e a sigaretta. Ma la… sostanza è quella, geometricamente garantita.
Non mi lamento, eh. Sempre meglio della vrenzola, spesso italiana, che passeggiando sulla Rambla con una borsa di dimensioni epocali si lamenta ad alta voce del tuo rapido sorpasso. Vorresti tornare indietro e dirle che lei sarà pure lì in vacanza, ad abbuffarsi di paella surgelata e sangría fuori stagione mentre crede che Gaudí sia Barcellona, ma tu lì ci vivi, sei appena schizzata fuori da una biblioteca per andare a un seminario che ti dimostrerà che furono i catalani, a inventare la margherita, facendo cadere una mozzarella delle colonie sul pa amb tomàquet.
Andasse dunque a sculettare sul Corso Umberto, e la prossima volta che viene a Barcellona non scordasse di portarmi la mozzarella. La pizza migliore sarà pure veneta, ma preferisco ancora la margherita di Di Matteo. Se le implacabili leggi della geometria mi consentono di arrivarci per le due.
Valigia già in “cameretta”, biglietto aereo Barcellona-Napoli buttato… Cosa manca? Ovviamente, la frase:
– Mettiti comoda, che ci mettiamo a tavola.
È una parola! I panni per casa dovrei portarmeli da Barcellona, ma mi scoccio. Risultato? Dall’armadio mi si rovescia addosso una valanga d’anni sotto forma di veri e propri reperti d’epoca (perfino una giacchina batik di quando avevo una pancia da mostrare!).
I miei criteri di salvataggio panni sono stati dei più irrazionali, ripesco maglioni slabbrati accanto a camicie evidentemente comprate sotto effetto LSD. Ditemi che sta gonna me l’hanno regalata…
Alla fine riemergo vestita da museo ambulante: sopra, la T-Shirt con su la poesia del primo fidanzatino, che adesso forse si vergognerebbe di aver usato davvero la parola provvida. Ma è molto tenera, e poi il doppio cuore (!) si abbina alla gonna. Tra le prime un po’ zingare prodotte da marche “serie”: Garibaldi, dunque, aveva appena avuto il morbillo. Sopravvissuta ai miei lavaggi sperimentali in lavatrice, ha visto l’assurdo primo viaggio a Barcellona (“Ma, Maria, hai mai pensato davvero a come potrebbe essere, tra noi?”, “Non so… Bellissimo?”) e l’ancor più assurdo secondo viaggio (“Perdonas, dondes podemos mangiar una buenas paellas?”, “En Valencia!”).
Aggiungici gli orribili infradito gialli che il primo amore a distanza si chiedeva “perché non avessero successo”, e il quadro è completo.
Mi diverte, rimettere i panni di questa ragazzina tirchia ma non troppo, insicura al punto di non mettere mai colori sgargianti, ma non abbastanza da risparmiarsi magliette scollate (da riempire, immagino, con quei terribili push-up che ti strangolavano tipo bustino dell’ ‘800).
Eri proprio un’idiota, le dico affettuosa, guardandomi allo specchio.
E vorrei ancora il suo ventre piatto.
La sua incapacità cronica di campare gliela lascio in fondo all’armadio, sperando che non ci esca più.
Il tabacco e gli orari dei negozi. Annunciato da Elisenda via SMS, confermato da Raul per mail. L’argomento degli articoli da leggere e commentare per la prova orale di catalano.
Vabbe’, ma erano tanto scemi da proporli anche a noi del secondo giorno?
Ebbene sì.
E la prof. sembrava simpatica.
– Entra e comincia a leggere gli articoli. Tu sei…?
Stavolta l’ho fatto:
– Marchese, si scrive Marcese.
Ma lei se n’è fatta un punto d’onore:
– Marchese. Mi piace pronunciar bene i cognomi. E poi noi abbiamo sempre questa convinzione che parlare italiano sia facilissimo.
– Tranquilla, noi italiani abbiamo la stessa illusione col catalano!
L’ha colta a metà. E mi ha fatto leggere tutto l’articolo. Tutto.
Le neutre scricchiolavano sotto la voce allenata a pronunciare 7 suoni vocalici, e gli altri s’attaccassero, specie se troppo simili al napoletano…
Già, il napoletano. Perché quando abbiamo esaurito l’argomento negozi aperti/negozi chiusi, e vivere nel Raval non aiuta col catalano (stavolta ha riso) ma ti dà un’idea sulle abitudini del mondo, mi ha fatto:
– Ah, sei di Napoli? Il napoletano è simile al catalano, no? Me ne sono accorta ascoltando quel cantautore…
– Gigi D’Alessio? – chiedo diffidente.
– No. Quello degli anni ’70…
– Fabrizio De André? – butto lì, pensando a Don Raffae’.
– Nemmeno.
– Pino Daniele?!
– Ecco, quello. Me l’ha fatto conoscere mio nipote. Glielo dirò, che ho esaminato una napoletana. Pino Daniele mi ha divertito tanto, e ho pensato, cavolo, è una lingua. Potranno pure dire che è un dialetto, ma è una lingua.
– Be’, non abbiamo una grammatica ufficiale, ma è derivato direttamente dal latino, con le dovute contaminazioni – chissà quante vongole sparavo, improvvisando, ma l’argomento mi emozionava. Infatti l’ho ammesso, prima di tutto a me:
– Col catalano avrei potuto fermarmi al C, il diploma che serve per lavorare. Ma volevo fare quello che non ho potuto con la mia lingua, perché dove sono nata io se la parli dicono “Parla bene!”. E ‘bene’ è italiano.
– Quand’ero ragazza parlavamo catalano in casa, fuori però spagnolo. Ma perché c’era Franco…
– Alla fine, il mio catalano è meglio che il napoletano, quindi immaginati il napoletano!
Questa non l’ha colta. Buon segno.
Alzandomi ho pensato che l’ho imparato al centro storico, il napoletano, senza tracce dell’accento del paese, che mio padre si chiede da dove l’ho cacciata, sta parlata da vaiassa. Qualcosa la sapevo anche prima, poesie, o proverbi incomprensibili per una bambina:
‘a capa ‘e sotto fa perdere ‘a capa ‘a capa ‘e coppa …
Fuori all’aula c’era Gabriel.
E parlava dell’esame scritto.
– Alla fine “impigrirsi” era emperesir – gli ho ricordato – Io ho messo emperesar e tu enperesir -.
– Ahah, per fare una cosa buona avremmo dovuto fonderci tra di noi.
I tant!
Certe ragazze già esaminate tornavano piano allo spagnolo, come quando ti togli i tacchi a un matrimonio e metti le pantofole.
E Gabriel se n’è andato presto, soddisfatto per aver scelto l’articolo sul fumo e aver scoperto che pure la prof. era fumatrice. Volevo seguirlo, salutarlo bene, quando la capa ‘e coppa mi ha ricordato che a non aspettare Silvia, sempre così gentile, sarei stata un’infame…
Ma uscendo l’ho buttata, un’occhiata al patio fumatori. Perché lo dice pure Pino:
Tu ho saps com fa el cor, quan s’ha equivocat.
Tu ‘o ssaje comme fa ‘o core, quanno s’è sbagliato.
Non posso andare a nanna prima di raccontare questa serata.
Cominciata col mitologico video di due anni e due fegati fa, e la seguente, profonda riflessione: l’idea che tutto questo sia passato, e che abbia una vita nuova, mi va stretta come le ballerine bioniche che mi hanno martoriato i piedi per un mese, con tanto di cerotti perforati e zoppicamenti luciferini, ma che un bel giorno hanno cominciato a calzarmi a pennello (le cesse).
Insomma, dopo ragion pura e ragion pratica, ecco la Critica della ragion pezzotta. Cosa si fa pur di non ripetere catalano a tre giorni dall’esame.
Fatto sta che con quelle ballerine ci esco, subito dopo, diretta troppo tardi a una mostra sarda. Ma lungo Joaquín Costa, tra la folla delle 8 di sera, comincio a rallentare. Non per le scarpe (tie’!), ma per guardare meglio una bambina in piedi su un bidone, di quelli alti e cilindrici che qua piazzano ai margini della strada. Di fronte a lei, suo padre, brizzolato, che le sorride e in inglese l’invita a saltare. E le giura che la prenderà.
Mi giro ancora verso di loro, assorta.
E allora una voce mi dice:
– Stai pensando alla tua infanzia, vero?”.
È l’argentino.
Quello altissimo bellissimo sbandatissimo che vedo sempre coi barboni sotto l’Arco de la Virgen, o con l’ex vicino spacciatore, o a discutere di soldi prestati. Quello che ho notato troppo tardi, per fortuna, e anche se adesso sono una personcina giudiziosa (con “z” sonora, come la diceva mio nonno) meglio che non ci parli troppo. Anzi, meglio che non ci parli affatto.
Infatti gli dico:
– Stavo pensando che lei se ne ricorderà per sempre.
– Vero, sono cose che restano impresse.
Sensibile. No, Maria, si dice drogato.
– E poi mi sembra una metafora, no? Il padre che insegna a sua figlia a lanciarsi, nella vita…
– Già.
Ci guardiamo un secondo, sorridenti, incerti. Poi dico:
– Be’, ciao.
– Hasta luego, guapa.
A rompere la poesia ci pensa la mostra sarda, già finita. Almeno mi guardo anche il primo tempo di Napoli-Lazio.
Ma sulla strada della “mia” pizzeria, rallento di nuovo.
E stavolta sono le scarpe.
Ma come, non mi calzavate a pennello? Come il passato? ‘o tiempo se ne va…
Seh. Compro i cerotti e mi piazzo al bancone, tra la calca.
A quanto stiamo? 1-0.
Adesso ragioniamo.
Tre schermi. Alla mia sinistra il Napoli, di fronte il Catania (colpo basso, perché amo Catania) e a destra la Roma.
Spettacolo.
Mentre i romani acclamano “er capitano”, dopo il goal, l’unico laziale presente mormora qualcosa sulle medicine che dovrebbe comprarsi… Non capisco chi, spero non Insigne, che quando l’ho visto ho capito subito di che zona fosse, nel mio paese, e mi sono detta “Ua’, adesso la gente che non l’avrebbe cagato manco di striscio si starà gloriando di avercelo come compaes… ehm, concittadino”. Ho pensato gloriando perché in paese chi crede di sapere l’italiano ama i paroloni. Dalle parti del laziale evidentemente no.
– Sta azzeccanno – ammicco dopo il secondo di Cavani. Il ragazzo alla mia destra, che becco sempre, sorride. Il cameriere bellillo, invece, entra col casco ancora in testa e annuncia al barista:
– Pare ‘o cazzo!
Musica per le mie orecchie. Stasera le consegne le fa lui e, complice un’ordinazione appuntata male, ha dovuto fare i conti col principal catalano. Una specie di ammezzato fatto per confondere i fattorini stranieri, che aumenta sistematicamente i piani senza che qui lo si ammetta. Il tuo bisnonno avrebbe saputo cos’era un piano nobile, penso mentre lo circondano tre siciliane. Va forte con le siciliane, a un’amica catanese ricorda l’ex.
– Noi ci andiamo a preparare per andare in discoteca, vièni?
Il bellillo si aggiusta il capello in cemento armato sull’intramontabile abbronzatura e indaga:
– Ci andate tutte e tre?
Annuiscono.
E allora si appoggia al bancone, le guarda intensamente e, dondolando leggermente la testa, dice in italiano perfetto:
– Allora non posso proprio mancare.
Non so se affogare le risate nella birra o nel saltimbocca.
In borsa ho ancora il buono per il negozio aperto dalla sua ragazza, vai che ti fa lo sconto, mi garantiva il collega. Avevo deciso che lei fosse malamente, o semplicemente manesca, per la fedeltà esemplare che lui aveva ostentato finora.
Ma all’inizio del secondo tempo concludo che magari non ci va, ma non poteva far vedere agli altri che faceva il ricchione.
Poi mi chiedo: ma perché Cavani sbaglia i rigori, sono troppo facili?
– Facevate tirare Insigne! – sbraitano intorno a me.
Ma il risultato è salvo, sicuro come l’appuntamento alla prossima volta coi compagni di bancone. Il cameriere al telefono mi parla il napoletano dei segni: “Stu saltimbocca nun t’ ‘o magne cchiù?”. “Dammi una bustina”, rispondo con l’indice.
Sulla strada del ritorno la scarpa s’insinua di nuovo tra me e il cerotto, ma resisto fino a casa. Stavolta non mi frega.
Lascio perdere scorze ‘e limone e cieli ‘e cartone. Penso ai libri già prenotati in biblioteca, per domani, all’aperitivo in compagnia che li compenserà, e allora…
I fuochi da Montjuïc mi ricordano che sono qui da 4 anni.
Dalla festa della Mercè di 4 anni fa, quando presi un taxi dall’aeroport del Prat (non sapevo dove si prendesse la navetta) e usai tutto lo spagnolo che conoscevo, “Para Sants, por favor”. Non avevo manco prenotato l’albergo.
Dovevano essere 5 mesi, e poi quasi giorno quasi casa quasi amore.
Oggi ho festeggiato senza accorgemene, ballando pizzica su Rambla Raval, tra catalani un po’ hippie e riluttanti ad alzare il culo da terra, per poi scatenarsi sulle ultime canzoni.
Quindi, michelada con una messicana e un siciliano, che per una volta che ci sia qualcuno che l’apprezzi come me quasi ne prendo due.
E una birra sul mio terrazzo. Perché ora ho un terrazzo tutto mio, e del caciocavallo da offrire.
Cosa ho perso, in 4 anni? Tutto.
Cosa ho guadagnato? Tutto.
Was blind but now I see.
Se non vado a Napoli per qualche tempo mi iscrivo di nuovo a gospel.
Anche se probabilmente non c’è nessun Dio, ho molte cose per cui dire grazie.
La patrona di Barcellona, col suo manto di stelle che non le ho mai visto addosso, ma che le spetterà di diritto, come a tutte le Madonne.
Specie quest’anno, che è tutto un firmamento di estels indipendentiste, dipinte in bianco o in rosso su una bandiera indossata modello Superman. Te le ritrovi in metro e per strada, ma non nel mio Raval. Che continua imperterrito a lavorare fino a tardi nonostante il film anti-Maometto, nonostante le vignette, nonostante quelli che pensano che Islam significhi quattro fanatici pronti a scattare su a ogni provocazione (e allora non avrebbero un minuto di tempo).
Comunque.
Il 29 ho l’esame. Lo so, napoletani in ascolto, un giorno a caso.
Lo scritto. L’orale tra l’1 e il 4.
In classe sono scene da film horror.
La prof. che fa l’elenco di cosa NON spiegherà, e si cimenta in paragoni con lo spagnolo che ne fanno l’unica catalana che proprio non lo conosce.
La classe che guarda sbalordita la lavagna, cercando trattini dove non sono mai esistiti, o le elisioni che popolano il linguaggio parlato, e allora qualcuno, durante gli esercizi, viene a chiedere consiglio a ME.
Mo’, che l’unica straniera debba insegnare il catalano si spiega in due modi: sono anche l’unica che si è dovuta fare un culo così per il diploma, gli altri se lo sono aggiudicato di default per nascita e studi; il catalano non lo parlo che con qualche amica, non l’ho potuto contaminare con “r” mangiate e le “e” aggiunte a ca… volo.
Tanto nel mio girarrosto di fiducia parlano in urdu. “Ehi, mi hai appena chiamato ‘ragazza’, vero? Troppo buono!”, e loro divertiti dalle due parole che capisco, “ragazza/o”, e la roba da mangiare. Le basi, insomma. E poi vabbe’, “ti amo” e “meri jan”, che praticamente significa “core mio”, come ne Gli esami non finiscono mai.
Solo che stavolta, per me, gli esami finiranno, che li superi o li ripeta a febbraio. Questo è il diploma di catalano più avanzato, dopo c’è solo il napoletano.
E ora, Mercè. Ho già visto lo spettacolo di luci dell’anno, sulla Sagrada Familia, e ieri nel Parc de la Ciutadella un tango infuocato (letteralmente) che non mi ha ammaliato quanto il Tetris gigante e il nostro tifo per i giocatori, specie per i bambini che, se non fosse stato per la Mercè, il Tetris non sapevano manco che era.
Lunedì mi tolgo una soddisfazione: ballare la pizzica su Rambla Raval. Ho già avvisato tutti.
Anche perché sono quasi tutti stranieri, non si renderanno conto che sto alla pizzica come Romina Power sta al Belcanto.
E poi aspetto. Notizie da Napoli, se ci vado per 5 mesi, miracolata tra le decine di richieste per una borsa di studio, o dopo l’esame devo proprio mettermi a cercare un lavoro, che il sussidio è finito e tutti i colleghi licenziati hanno trovato qualcosa, meno noi del dipartimento di Content.
Io speriamo che me la cavo.
E intanto festa. Barcellona è così. Crisi e feste.
E le stelle stanno a guardare.
Come sapete, questo è essenzialmente un blog di minchiate.
Così, a poche ore dalla fine della festa nazionale catalana, con la processione di estelades, le bandiere con la stella indipendentista, non vi parlerò delle rivendicazioni di una nutrita percentuale della popolazione catalana (c’è chi dice il 30% , 400 famiglie), che addossa sul governo centrale di Madrid le responsabilità della pessima gestione della crisi; non vi parlerò degli ingenti aiuti che hanno chiesto allo stesso governo centrale; non mi dilungherò manco sul fatto che i catalani siano tra i pochi a festeggiare le sconfitte (in questo caso, la fine dell’assedio di Barcellona dell’11 settembre 1714, col passaggio della città nelle mani del re Burbone), e che a domanda “sei nazionalista?” una catalana che conosco rispose “no, non sono così di sinistra”.
Vi dirò che oggi, seguendo il percorso della memoria catalana, ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.
Ho visto un sacco di gente di tutte le età in versione Superman, bandiera indipendentista annodata sul collo (finché un’amica non l’ha usata come pareo).
Ho visto processioni di torri umane consegnare una bandiera ai piedi della torcia al Fossar de les Moreres, dove sono seppelliti i martiri dell’assedio. E la bambina in cima a una torre aveva gli occhi a mandorla.
Ho sentito un’amica affermare che la vera catalana fosse lei, che non portava la bandiera perché costavano troppo.
Ho visto una mostra sull’11 settembre 1714, con due pannelli dedicati a due catalani illustri: Hernán Cortés e Cristoforo Colombo.
Ho visto sfilare, davanti al monumento di Rafael de Casanova (tra i leader antiassedio) l’insegna dei “poliziotti favorevoli all’indipendenza catalana”. Come leggere un cartello di cattolici pro-aborto.
Ho visto un’enorme bandiera svettare sotto l’Arc de Triomf, sopra un chiosco che vendeva della misteriosa birra nazionalista, capace di ubriacarti solo guardandola.
Ho visto mio padre con la mano sul petto mentre cantavamo (io male) l’inno catalano, accompagnati dalle classiche trummettelle. L’ho visto in ansia per le bambine in cima alle torri umane (dotate di casco dopo la morte di una piccola collega di Mataró) ed emozionato di fronte a “tanta gente che almeno ci crede, nella sua terra, noi la nostra la disprezziamo”. L’ho visto altresì seduto su una panca col manifestino “proclamiamo l’indipendenza ORA!”, mentre un turista lo fotografava rivelandogli che stava giusto vicino a un bagno ecologico. Infine, l’ho sentito salutare i compagni d’avventura con un sorprendente “Visca Catalunya lliure”.
E ho visto i miei in visibilio davanti ai tallarines del mio cinese preferito, clientela cinese, tagliolini artigianali. A due passi dalle trummettelle, le sfilate con la bandiera e le sporadiche sirene.
Perché la Catalogna ci piace così, internazionale.
Non a chi parte, che già ha troppe cose da spedire o mettere in valigia. A chi resta.
Funziona così: una settimana prima di andartene annunci urbi et orbi che hai roba in casa da smistare, chi vuole venisse a prendersela. Anche se a Barcellona capita spesso che due terzi dei tuoi “amici” non ti spiacerebbe buttarli a mare nel Port Vell (tanto da sobri non ti riconoscono), e allora inviti il restante terzo.
Ok, non è un’esclusiva di chi parte. Chiunque faccia un trasloco ha interesse a liberarsi di qualcosa, e se può cederla ad altri tanto meglio. Un prof. dell’università dava via centinaia di libri e facemmo la processione per giorni, portandoci via monografie su imprescindibili autori catalanisti noti solo alle loro zie paterne.
Però diciamocelo, i regali di chi se ne va sono più fighi.
E più… urgenti: se lasci qualcosa in casa non ti restituiscono la cauzione. Colgono la palla al balzo. Magari, se lasci la pastina bianchiccia che vendono qua, non fa niente. Col comodino trovato in strada, e portato su al volo, la musica cambia.
Insomma, tu li aiuti a sgomberare casa, e rifornisci la tua. Tipico delle reti di solidarietà che si formano all’estero, in case che i nostri genitori in visita chiedono “Come fai a vivere qui dentro?”.
Il fatto è che ci scocciamo pure, di renderle troppo vivibili. Mica ci resteremo a lungo. Tra lavori part-time e licenziamenti in massa (una tizia mi ha battuto, 35 in un giorno contro i miei 19), prima o poi tocca anche a noi smistare cose.
Ma quando ti tocca incassare vai armata di zaino o valigia, a seconda della mole, e magari ti aiutano a portare la roba fino a casa. Ringrazi con un caffè o una birretta fuori.
Considerando che il mio caffè è leggermente forte (i non napoletani non dormirebbero per giorni) propendo per la birra.
Cosa danno via, quelli che partono? Dipende. Se tornano da mammà, anche lenzuola e coperte. Se cambiano città/paese perfino i mobili.
E la roba da mangiare, naturalmente.
Magari i nordeuropei ti lasciano i cereali biologici, o l’olio d’oliva del cesto di Natale, che giace ancora quasi inutilizzato (e tu che l’avevi finito in un mese eri pure stata sfottuta, “te lo sei bevuto?”).
Ma se sono italiani hai fatto tombola. A parte i pacchi di Garofalo, a ricordarti che la pasta buona esiste, a parte il Lavazza ancora da aprire o qualche raro residuo della valigia di Pasqua, c’è lui.
Passato gelosamente da migrante a migrante come la spada laser di Yoda, i gioielli della Corona, le figurine Panini dei calciatori o della Sirenetta.
Il parmigiano.
Venduto in loco a 1000 euro la briciola, e magari è solo grana, è il sacro Graal degli italiani all’estero, dispensato con generosità solo quando vuoi fare lo sborone a un pranzo collettivo (e ti accorgi con angoscia che, per fare gli esperti, gli autoctoni ne grattugiano mezzo chilo, coprendo interamente il sapore del piatto).
In queste occasioni, ecco che ti viene improvvisamente ceduto a mezzo chilo alla volta, ancora nel pacco giallo dei salumieri italiani.
È un dettaglio che non riuscirai mai a finirlo, che seccherà prima del terzo ragù.
Ma datemi un pezzo di Reggiano e vi solleverò il mondo.
Colpa del vicino del terzo piano, che lo spara a tutto volume per rappresaglia verso i discotecari del piano di sopra.
Saltello ancora per strada quando scanso per un pelo la pazza con le stampelle.
– Puta! – mi saluta.
– Gracias! – rispondo.
Buon pomeriggio, Raval.
Stavolta la prof. c’è, all’università. È il terzo tentativo di farmi scrivere la lettera di raccomandazione per una borsa a Napoli.
Lunedì se n’è andata prima per non so che problemi, ho letto la mail solo dopo aver percorso il dipartimento deserto. Magari la polvere c’era solo per l’estate non ancora finita, ma mi piace pensare che la crisi sia anche questo, le orme sul pavimento di un dipartimento deserto.
Martedì, almeno, mi ha risparmiato le orme. Se è urgente vieni a casa mia, mi ha invitato per telefono, altrimenti domani stessa ora.
Come dice un’amica siciliana: a la tercera va la vencida.
La prof va di fretta perché vuole comprare non so cosa, prima che aumenti l’IVA. È una frenesia che prende tutti. Mi chiede l’indirizzo preciso dell’ente e non lo so. Sono sempre la solita. All’esame di dottorato andai senxa carta d’identità.
Passiamo dallo spagnolo al catalano all’inglese, e per fortuna la lettera me la scrive in quest’ultima lingua.
– Grazie, per qualsiasi cosa già sai.
– A novembre c’è il convegno del mio istituto, serve aiuto a livello logistico. Certo, avresti potuto fare da relatrice…
– Ehm, non so nemmeno se ci sono, a novembre, è capace perfino che mi diano sta borsa!
In realtà non sapevo del convegno, non sapevo di nessun convegno. Mi ero scordata di aver studiato da ricercatrice, di aver fatto un dottorato. A che pro, con meno di 1000 euro al mese, quando te li danno, se nemmeno è la mia vocazione?
Tanti colleghi con cui parlo sono innamorati della ricerca. Io voglio scrivere, sto scrivendo. Il problema è guadagnarsi il pane scrivendo, e la ricerca mi sembrava una buona soluzione, premesso che non mangio più come un tempo.
Ma ho trovato un compromesso. Voglio occuparmi di lettere. Sì, quelle dei soldati. Quelli con cui ammorbo i miei due lettori e mezzo tra un articolo e l’altro.
Se devo riprovare con la ricerca, voglio che sia con qualcosa che mi piace. I miei soldati catalani nelle trincee francesi, quelli scordati dalla storia dopo che erano stati moltiplicati, fraintesi, strumentalizzati per propositi nazionalisti.
Se mi fanno tornare in un archivio, voglio che sia per loro.
Che bello, per una volta m’impunto e dico, o questo o niente.
Forse è la cosa più importante che ho imparato in questi anni barcellonesi, penso entrando nella Biblioteca de Catalunya.
D’estate mettono fuori due scacchiere giganti, da usare per la dama o per gli scacchi. Ci vanno a giocare gli stessi, quasi sempre, due ragazzi che mi sembrano cingalesi e una signora anziana, col codino e una sporta verde.
Io percorro tutta la biblioteca e faccio un’altra cosa che non osavo più fare: tornare alla letteratura. La mia laurea in Lettere è del 2005, quando i libri erano ancora una via di fuga.
Ora li guardo con gli occhi che mi ha regalato la Storia. E voglio che invece di portarmi via mi aiutino a stare qui, presente. Pronta.
Ma prima scrivo il mio, di libro, un’ora o due. Il titolo me l’ha suggerito un sogno. Il manoscritto me lo consegnava un amico che non vedo da un po’. Uno che mi faceva un sacco di regali.
Forse questo è il regalo più bello che mi ha fatto.