Archivio degli articoli con tag: relazioni tossiche

Orgoglio   Quando ho costretto qualcuno a prendere un caffè con me e confrontarsi col passato, il nostro passato insieme, non è stata la fine, è stato l’inizio. L’inizio di nuove domande, nuove richieste di confronto. Che non toglievano il problema di fondo: il fatto che lui non volesse a) vedermi, b) darmi spiegazioni, c) tornare con me.

D’altronde, se stavo combinando tutto quel casino, non era per far pace. Era perché una parte di me ancora non aveva chiuso quel capitolo e sperava lo facesse lui.

Detto questo, salve.

Per concludere questo sproloquio sull’ “assenza che ci appartiene” (parafrasando una canzone di Giorgia che forse ricordo solo io), volevo proprio chiedermi: perché abbiamo tanto bisogno di rivedere qualcuno che ci evita? Perché pretendiamo che sia l’altro a chiudere un capitolo della nostra vita?

Capisco all’inizio, quando chi volevamo incontrare era ancora lui, perché era passato poco dalla rottura e ci mancava. Ma col tempo, i lavori, i viaggi, gli altri amori, per me quello che vogliamo rivedere è il nostro passato, con cui abbiamo un conto in sospeso. I nostri vent’anni, che ora ci sembrano spesi male. I maldestri tentativi di farlo innamorare, evaporati al primo incrocio di sguardi con un’altra. L’incapacità di accettare che quello che faccia male a noi sia così indifferente all’altro.

Ecco, la chiave, almeno nel mio caso, è stata la più semplice e la più difficile: accettarlo. Ma proprio prenderne atto. Ingoiare il boccone e andare avanti. Senza cercare altre spiegazioni, i sentimenti non ne hanno bisogno. E l’indifferenza, personalmente, la considero un sentimento di tutto rispetto. Anche quando si accompagna ad altri fattori (come i sensi di colpa), tende a neutralizzarli con la sua evidenza.

Una volta accettato questo, ho avuto il tempo e la voglia di fare altro. Per esempio di accorgermi di quelli che, a invitarli a prendere un caffè, non ci avrebbero pensato due volte.

E poi, devo confessarlo. È stato quando ho accolto l’assenza, che l’assente ha voluto vedermi.

Sapete quando l’ho preso, un caffè col fuggitivo?

Quando ho risolto il problema mio, con me. Quando ho smesso di cercare i miei vent’anni negli errori altrui e ho cominciato a trovarli nei miei.

Oppure quando l’ho piantata di cercare solo errori, spiegazioni razionali, e ho riconosciuto quanto delle nostre vicende sia dovuto al caso. Alla telefonata che l’ha restituito al lavoro, un settembre in cui per noia o solitudine si stava riavvicinando. Alla permanenza all’estero che improvvisamente gli ha risolto ogni dubbio sul cominciare o no la relazione.

Stiamo certi che, se alla base ci fosse stato un interesse vero, sarebbe stato almeno più difficile che queste circostanze avessero rovinato la storia.

Accogliamo l’assenza, dunque, ma come una possibilità concreta. Non come un’ospite scomoda. Che l’accogliamo o meno, quella si siede di traverso sui nostri rimpianti, manco fossero un divano.

Tanto vale accettarla e chiederle quanto conta di restare. Ci risponderà che, in gran parte, dipende da noi. È di quelle ospiti che per andarsene devono assicurarsi di essere ben accette. Quando hai preso atto della sua presenza, quando quasi ti ci sei affezionata, ecco che prende il cappotto ed esce dalla porta giusta.

Quella che nessun altro chiuderà per noi.

funny-ex  Nell’ultimo post parlavamo di amici stalker, poco inclini ad accettare i rifiuti delle fanciulle, e di ex furbissime che si fanno restituire oggetti inutili all’ora dell’aperitivo. Che dite, continuiamo a farci del male? Claro que sí!

Avevo quest’amico, a Napoli, che era uscito a pezzi da una relazione ed era in fase chiodo schiaccia chiodo, ma con tutta la ferramenta. Uno dei… chiodi era durato poco perché la fanciulla viveva “troppo lontano”.

Prosaico? Se accettate una storia fondata unicamente sul piacere reciproco, una motivazione così ci può stare, o avete tutti il ferrarino e lo zio benzinaio.

Fatto sta che a pochi giorni dalla rottura mi contatta lei, su facebook, e chiede spiegazioni a me. Che le posso rispondere, secondo voi. Che è un momento difficile per il mio amico e che non se la sente di avere storie serie. Non è una bugia, non è tutta la verità.

E allora lei attacca con un’analisi psicologica che manco Freud sotto acidi, azzeccandoci su tutta la linea tranne che nella conclusione: “Poiché lui ha paura del nascente sentimento tra noi, troppo bello d’altronde per non destare timori, è sparito per non affrontarlo”.

Per non affrontare il carobenzina, avrei voluto correggerla, ma ho desistito.

Perché “non vuole” è una delle frasi più difficili da accettare. Ci smonta teorie, distrugge alibi, soprattutto ci lascia nudi di fronte all’esigenza di spiegarci perché a qualcuno non piaciamo, come se da questo dipendesse la nostra esistenza ed esistesse, poi, una spiegazione razionale: mi sapete dire perché vi piace il pistacchio e non la zuppa inglese? E sì, il paragone è più calzante di quanto ci piacerebbe credere.

E l’esempio scemo di cui sopra non è niente, rispetto a un genitore o figlio che ci sbatte la porta in faccia, a un ex compagno attivista che a una mail lunghissima di riconciliazione risponde con 5 parole: “Non è possibile, mi spiace”.

O a un ex che semplicemente non ha abbastanza volontà di rivederci per sfidare pigrizia e agenda piena.

Ops, mi sono buttata la zappa sui piedi. Perché ora devo ammettere che tutto questo vale anche per me.

Qualche volta sono stata messa da parte senza preavviso, magari in nome di nuovi amori così grandi che di lì a poco erano già svaniti nel nulla. In un caso, i miei timidi e invero scarsissimi tentativi di tornare a parlare con la persona in questione sono stati respinti in malo modo con la motivazione “ho poco tempo libero e tu non sei una priorità”.

Dopo il pippone che vi ho somministrato, dovrei accettare anch’io pacificamente questa versione, che in fondo è la più semplice, e fare pace col mio passato.

Ok, non lo farò. Lo ammetto. Non perché sia difficile, ma proprio perché non mi quadra.

Capisco che gli alibi di “chi non vuole” non quadrino neanche a voi. Spesso sono dettati dal senno di poi.

E magari è vero, che l’ex non ci restituisce il lume perché ha paura o imbarazzo nel guardarci in faccia, dopo quello che è successo tra noi.

Capiamo una cosa, però. Nessuna considerazione elimina il “non vuole”. Il tipo che s’innamora di un’altra e sparisce esagererà pure a minimizzare ciò che provasse per noi, ma possiamo metterci la mano sul fuoco che non fosse proprio sto sentimento imprescindibile.

E l’ex del lume sarà immaturo, ancora spaventato, ma a noi non ci tiene più, o non come una volta, o non abbastanza da rivederci.

Chiediamoci piuttosto perché abbiamo tanto bisogno di rivederlo noi.

Non sarà che, ancora più di lui, vogliamo rivedere una parte di noi che adesso ci manca?

Se è così, meglio! Potremmo ritrovarla per conto nostro, invece di frugare nel tempo libero di chi non sembra avere più un minuto per noi.

Ne riparleremo.

https://www.youtube.com/watch?v=FGAwq–2pv4

image2-293x300  Eccolo, è ancora lui. Ormai non deve neanche più chiamarci, basta il WhatsApp. Evitiamo accuratamente che si accenda la spunta blu mentre scorgiamo le prime parole sullo schermo e immaginiamo il resto:

Mi ha messo ‘mi piace’ a…

No. No. No.

Il messaggio si concluderà certo con qualche emoticon di coriandoli, festoni giapponesi, bottiglia di spumante stappata… Ah, non esiste, l’emoticon dello spumante?

Be’, stapperemmo noi quello vero, se il nostro amico stalker capisse che la sua “amata” non ne vuole sapere. Si toglierebbe il pensiero. Ma lei non avrebbe nessun motivo per puntualizzarlo: si sono visti una volta a una festa e chiacchierando cinque minuti hanno scoperto di amare lo stesso film. Fine dell’idillio. Lei è sparita a prendere da bere e si è intrattenuta col barman, un bel po’ in effetti.

Ma il nostro amico, quella notte stessa, l’ha aggiunta su facebook. Giusto in tempo perché lei si ricordasse vagamente della conversazione e del film.

Il resto è invenzione. Quella che ci creiamo da soli in queste situazioni in fondo innocue e quella, ben più pericolosa, che viviamo quando entrano in scena i rimpianti.

Quando scriviamo al nostro ex per riavere il lume da comodino che abbiamo dimenticato andandocene da casa sua: una scusa davvero brillante per incontrarci! Magari alle 20, davanti a un bar famoso per gli aperitivi e vicino al suo ristorante preferito. Strano che lui non cada in questa astuta trappola.

Spiegazione di lui: sono bloccato in casa da tre giorni con una terribile perdita d’acqua che ha generato delle macchie di umido, che stanno marcendo trasformandosi in Gremlins (sempre meglio che un sibillino “No llego”, non faccio in tempo, propinato una volta a me).

Spiegazione nostra: 1) ha i sensi di colpa per come sia finita tra noi (è stata colpa sua); 2) teme che l’irresistibile attrazione che ancora prova comprometta l’effimero rapporto con la tipa insulsa con cui gira ultimamente.

Anzi, magari è quella lì che gli proibisce ogni contatto (perché lui, ovviamente, gliel’ha detto, che rivogliamo il lume).

Forse la verità, in questi casi, è racchiusa in due parole, le più difficili da accettare: non vuole.

La tipa della festa non vuole incontrarti, amico stalker. Può metterti tutti i like del mondo alle foto che posti su fb (certo che pure tu, cominciare a linkare immagini di Johnny Depp che dica frasi profonde per farti mettere mi piace…).

E sì, neanche il tuo ex vuole, amica che non si rassegna. Per i motivi che pensi tu? Immaturità, paura, la gelosia altrui, potrebbero giocare un ruolo importante, ma in definitiva è questo: non vuole vederti. Pace.

Siete ancora vivi? Ne ero sicura. Perché una cosa va puntualizzata.

È vero che a volte i conti non tornino. Che “non vuole”, da sola, sia una spiegazione un po’ povera.

Ma siamo sicuri che qualsiasi altra disquisizione psicologica sull’altra persona neutralizzi questa grande verità?

Ne riparleremo.

 

Lla-vignetta- Niente da fare: io parlo di politica, diritti civili, differenze tra la società italiana e spagnola, e quali articoli leggete più numerosi?

Quelli sugli ex.

Ok, intanto, la faccia mia sotto i vostri piedi, perché vi prendete pure la briga di scorrerli.

Poi, una che si è svegliata cantando Messaggino vagabondo della figlia di Gigione non dovrebbe lamentarsi di nulla, nella vita.

Neanche degli ex per cui non siamo mai stati niente: per arrivare a un simile paradosso dobbiamo ammettere che qualcosa è andato storto più o meno dall’inizio. Magari c’è stata quella che, ormai lo saprete, per me è una calamità peggio delle piaghe d’Egitto: l’ambiguità. È il fenomeno per cui in una storia “investo” ma non troppo, mi espongo ma non troppo, per non soffrire. E finisco per soffrire il doppio.

In ogni caso, tempo dopo sarebbe forte la tentazione di fare una telefonatina alla Adele, ma in chiave cazzimmosa, stile gnegnè, io intanto mi sono rifatta una vita e tu continui a distruggere la tua con nuove storie intercambiabili.

Fermi lì! A parte la figuraccia, stiamo buttando alle ortiche quello che possiamo imparare dallo schifo che abbiamo vissuto.

Io, per esempio, se c’è una cosa che ho capito è che, quando pretendo di organizzarmi la vita, non posso fare i conti senza la vita stessa.

Che vor di’? Be’, che qualche anno fa avevo proprio un bel programmino, un delizioso castello di carte che stava insieme per miracolo, su un tavolino IKEA mal costruito: un trasloco impegnativo, una storia difficile da portare avanti, un nuovo impegno accademico che m’illudevo sfociasse in qualcosa di buono.

I castelli di carte rovinano tutti in una volta e in qualche caso, mesi dopo, ti ritrovi ancora un jolly sotto il divano (o un due di picche). E anche questo, quando è crollato, l’ha fatto proprio in grande.

Di chi è stata la colpa? Un po’ mia, va detto. Ma non sono sola, vero?

Abbiamo spesso la pretesa decidere al posto della vita come questa ci debba andare, prevedendo non solo quello che è nelle nostre mani (un terzo della questione), ma anche il resto, cioè le mosse degli altri e i giri della sorte. Io, tornando al nostro castello di carte, avevo deciso che quell’enorme bugia che edificavo proprio al centro della mia esistenza dovesse star su da sola.

Ora so che non è così. Che non posso decidere cosa provino gli altri per me e che, se in Spagna esiste una cosa ibrida come i master propios, 9 su 10 non sono un grande investimento. Ah, l’ambiguità.

Ora l’errore sarebbe scaricare sugli altri responsabilità nostre, invece di vedere dove finiscono quelle e possiamo legittimamente lamentarci del padrone di casa che ci ha imbrogliati, dell’ex che è sparito senza dare spiegazioni, della prof. improvvisata che si sente attaccata sul personale se le contesti la sua poetessa digitale preferita.

Per fortuna i nostri errori sono ostacoli da poco. È ridicolo pretendere di cancellarli, di fingere che questa zavorra non ci affatichi un po’ la schiena. Siamo anche le scelte che abbiamo fatto, che siano state sbagliate non significa che lo siamo di meno.

Però ammettiamolo: una nuova possibilità ci viene data quasi sempre. Di fare le cose per bene, di ricominciare.

E se c’è qualcosa che ho imparato fin da quando la casa era dei miei, gli impegni di studio si restringevano alle tabelline e come ex avevo al massimo l’amichetto del mare, è non sprecare quello che improvvisamente, per motivi imprevedibili, potrei non avere più.

A maggior ragione, bisogna considerarlo una bella botta di culo e trattarlo bene.

https://www.youtube.com/watch?v=74BA7CUrGYw

chiodo Poi ognuno ha i suoi metodi, diciamo, per uscire dalle crisi. Ma volevo dire questa cosa, sul chiodo scaccia chiodo.

A me ha funzionato in modo strano: mi cacciava da un problema a un altro. Cadevo in nuove braccia sbagliate, che mi avrebbero fatto soffrire come quelle di prima senza mai risolvere il problema di fondo: la mia cecità nello scegliere.

Quindi non posso dire che il ripiego (brutta parola) non risolvesse il problema, che non mettesse fine all’angoscia, al senso di perdita: ma alla lunga lo rimpiazzava con altra angoscia e altre perdite, toglieva i sintomi del male senza curarlo fino in fondo.

Poi so che a volte, a botta di culo, a un mese da un addio pesante troviamo la persona della nostra vita (ammesso che esista), a qualcuno capita.

Dico solo quello che succedeva a me: cambiare di braccia, senza cambiare di testa.

Per questo, per un anno, quasi facevo capa e muro all’amica catalanoandalusa che si era presa una laurea in psicologia e una specializzazione in analisi junghiana solo per snocciolarmi la seguente, profonda ricetta: “Un clavo saca otro clavo!”.

Ora quell’amica potrebbe venire da me e dirmi: visto, che ti dicevo?

Eh, no, tesoro. Facile chiamare chiodo scaccia chiodo una storia che comincia a lutto ormai elaborato, dopo un anno a buttare il sangue, magari. Una storia in cui l’altra persona è davvero la benvenuta e non ci serve a niente, non ci fa da tappabuchi, non ci colma il vuoto lasciato da altri, già pronti ad aleggiare tra noi come fantasmi chissà per quanto tempo.

Perché una cosa è buttarsi tra le braccia di qualcuno mentre siamo nel pieno del dolore da perdita, proprio perché non ce la facciamo più, e un’altra è prendere quel dolore, ascoltare quello che ha da dirci (che, si diceva, il dolore è un ambasciatore che non porta pena), e cominciare un’esistenza in cui i suoi insegnamenti siano un pilastro, magari, ma mai l’unica ragione. Una vita fondata su un lutto vi piacerebbe?

E allora, piuttosto che pulirsi le ferite sulla pelle di qualcun altro, scopriamo quanto sia bello, dopo il tempo che ci vuole, essere capaci di aprirci a un nuovo amore senza nessuna fretta o nessun vuoto da colmare, solo col piacere di esplorare, conoscere questa nuova persona che si affaccia nella nostra vita, e che magari, finalmente, ha la buona creanza di bussare senza sfondare la porta.

Magari per allora avremo imparato che nelle vite altrui si bussa e piano, non si dettano leggi, per poi abbandonare il campo.

Solo quando avremo imparato tutto questo, mi sa, potremo finalmente dire avanti.

In tutti i sensi.

maxresdefault A me?! Ok, un pochino lo sarò. Giuro che non lo faccio apposta. Mi chiamano così quando, seguendo una mia intuizione che potreste tranquillamente definire “non farmi i cazzi miei”, mi lascio scappare qualche commento, a tavola, su dei conoscenti in difficoltà.

Allora argomento che l’amico iperattivo che sta facendo tremila master e venti stage per non affrontare una situazione familiare difficile dovrebbe fare i conti con quello che ha tra le pareti domestiche, prima di ammalarsi inutilmente e rendere pure poco nello studio.

Oppure che i tanti che non vogliono respirare l’aria del quartiere, addirittura della città o dello stato del proprio ex compagno/amante/scopamico per timore d’incontrarlo, dovrebbero invece andarci. Non dico di proposito, se non hanno di meglio da fare, ma dovrebbero passarci a ogni occasione e vincere la propria paura passo dopo passo. Io così ho scoperto che il bar all’angolo della strada sua faceva lo shakerato alla nocciola! A Barcellona. Prima dell’invasione di bar italiani. Tutto il tempo a intossicarmi qualche metro più in là e potevo fermarmi a gustare l’unico caffè che prendo volentieri.

Insomma, mi si risponde: “Ma come puoi giudicare?”. E anche: “La gente ha paura, è comprensibile”. Vero.

È comprensibile, la paura di affrontare le proprie paure. La procrastinazione è la legge del millennio e i caratteri irrisolti passano per simpatici, mentre chi si arrischia a essere sereno o addirittura felice è uno stupido senza rimedio. Solo perché chi lo critica, magari, non ci riesce.

E c’entrano assai, ci mancherebbe, le condizioni economiche, c’entra pure la botta di culo che capita a uno e a un altro no, ma se ti porti appresso quella capa, te la porti anche quando ti hanno staccato un assegno di un milione di euro (a proposito, nessuno ha vinto la lotteria di Capodanno?).

Insomma, io sono presuntuosa e non mi faccio i fatti miei. È che l’unica volta in cui ho rischiato seriamente di buttarmi giù da un balcone (non che ne avessi l’intenzione, ma manco mi ero affacciata per prendere il sole), mi sono accasciata lì davanti, spinta dalla stessa forza che mi buttava sotto la doccia in quel periodo, e sono tornata in camera. Poi sono uscita pronta a prendermi un diversivo da Radio Lacrima e ci sono riuscita con pazienza e lavoro, soprattutto con l’accortezza di NON buttarmi in mille impegni per far finta di niente e NON evitare possibili incontri pericolosi, specie se dovevo lavorarci gomito a gomito, ma neanche cercare contatti inutili (se non ti amano non ti amano, ripetetelo come un mantra e scoprirete che alla fine sarete ancora vivi).

Insomma, sono presuntuosa a voler condividere cose che sono andate bene a me. E che magari faccio male a proporre come soluzioni per altri, ma lo faccio proprio perché il mio malessere mi ha insegnato la bellezza della condivisione, della solidarietà, della serenità che non nasca dal sollievo che proviamo per problemi che ci creiamo da soli. E proprio per questo preferisco suggerire, banalmente: attraversa il tuo problema come fosse la strada di casa, l’unica per tornare. E poi, chi ti ammazza.

So che è una parola, infatti io ho dovuto precipitarci (in senso figurato, per fortuna).

Però, adesso vado dove voglio, alterno attività e riposo, e questo post è nato proprio da una discussione con chi usavo come scusa per farla finita.

Adesso ci litigo al bar.

Pensate un po’.

 

images (4)  Ok, in questo Santo Natale di Strafogo (voce del verbo strafogare, ovvero abbuffarsi come se non ci fosse un domani) sono più buona perfino io e non voglio ammorbarvi con considerazioni pseudofilosofiche che paghereste due euro da Lidl.

Colgo solo l’occasione per confessare una cosa a cui pensavo da tempo: da quando mi propongo esattamente quello che voglio (niente scorciatoie, sotterfugi, ripensamenti), l’ottengo.

No, non ho ancora vinto questo biglietto alla lotteria che mi mette a posto per sempre, e quei 10 cm in più di cosce che prometteva il mio sviluppo precoce sono rimasti nella gerla di Babbo Natale.

Ma quello che desidero sul serio, mi sta arrivando.

E forse il segreto è questo: scoprire che non vogliamo mica la luna. E che non è accontentarsi, considerare che possiamo benissimo stare in santa pace con quello che ci serve davvero. E che se la supervincita dovesse arrivare, troverebbe una personcina perbene (scusate, ieri in TV c’era Non ci resta che piangere) che già sta bene come sta e si godrebbe ancora di più il premio. Soprattutto, non lo dissiperebbe tornando più povera di prima, come farebbero tanti che mi direbbero ora di stare zitta perché “non conosco i veri problemi” (i loro, ovviamente).

Fortuna che quelli che conoscono “i veri problemi” in quel senso (i malati leucemici di mio padre) hanno sviluppato, mi sembra, un atteggiamento simile al mio, per la serie: “È inutile che ti prendi collera, tanto…”. I fan di Gianfranco Marziano sanno come continuare.

Evvabbe’, ora potete rispondermi con un ricco esticazzi, ma ve lo dovevo dire. L’ho spiegato anche all’amica che aveva un miniprogetto per lavorare da sola, in modo creativo, e che l’ha  messo da parte per un “lavoro sicuro” in un’azienda, inseguendo il miraggio dello stipendio fisso. L’hanno licenziata dopo tre mesi, troppo pochi pure per prendersi il sussidio minimo di disoccupazione.

L’ho detto pure a quella che si accontentava di stare e non stare col tipo brillante ma scombinato che la prendeva e la mollava, e allora lei si diceva “prima o poi capirà che ci vogliamo bene”, e dopo ogni ritorno “stavolta è diverso”. Le ho detto: visto? Da quando ti proponi di volere solo qualcuno che ti rispetti e che ti voglia bene sul serio, l’hai ottenuto. E lei mi ha sorriso dall’altra parte dello specchio.

Insomma, appurato che i nostri desideri, ridotti all’osso, sono ben lontani dal chiedere la luna, direi di andare a realizzare quelli. Cazzo ne so se mi pubblicheranno mai, intanto scrivo, che è quello che voglio. Se il posto fisso è un miraggio, meglio provare a far funzionare il mio negozietto online di saponi fatti a mano (come ha fatto una ragazza deliziosa che conosco) o rinunciarci per lavorare tre mesi a 500 euro al mese a mezz’ora di treno, per poi essere sostituita da un’altra “stagista”?

Allora, come proposito da tenere sotto l’albero direi di farlo: puntiamo esattamente a quello che ci serve.

  • Proviamo a fare il lavoro che vogliamo, dovessimo esercitarlo come hobby la domenica.
  • Quel paese che vogliamo visitare, possiamo vedercelo lo stesso zaino in spalla, se i soldi per l’Hilton al momento ci mancano.
  • Diciamoci: il prossimo che mi capita mi deve adorare.

A me tutto questo è successo e non ho niente in più a voi.

Fatevi due conti.

https://www.youtube.com/watch?v=so34owtJSXY

 

 

 

thewolfofwallstreetMeno male che la mia prozia saggia e praticona, quella che calcolava in un secondo i pro e i contro di qualsiasi situazione, ci ha lasciati senza sapere che ho detto di no a quello che lei avrebbe senz’altro definito ‘nu buono guaglione.

Uno con una posizzzione, affezzzionato, uno che per farsi tutti quei chilometri per venirmi a trovare (per la zia un paese vesuviano era ancora a mezz’ora di viaggio da casa mia) doveva per forza essere interessato. E siccome pure io ero ‘na bona uagliona, affezzzionata e devota ai genitori e brava studentessa (pure se ‘nu poco scema, potevo fare il mestiere di papà), non ci sarebbe stato nessun ostacolo a una felice unione, per la quale lei mi aveva già provvisto di un po’ di corredo.

Nessun ostacolo, tranne la mia volontà.

E la decisione di lasciar perdere il bravo guaglione dopo un paio di uscite insieme, per riprendere la storia sgangherata col povero diavolo senza nient’altro da offrirmi che la sua distratta attenzione.

No, la prozia non è morta di crepacuore, ma io ho vissuto male un bel po’.

Tuttavia, non riesco ancora a decidere dove stia la verità, ammesso che ce ne sia una, in questioni del genere: da una parte rinunciavo a un amore sereno e dolce per le solite montagne russe; dall’altra, a prescindere da ogni considerazione, per il “buon partito” non provavo lo stesso che per lo spiantato confuso che frequentavo da un bel po’.

Ci ripenso quando conto le volte in cui la bona guagliona sono stata io (il che confermerebbe che c’è un karma e ha tanta, tanta kazzimma). A quando qualche spiantato confuso mi ha messa da parte per continuare a coltivare un ideale femminile irraggiungibile, o semplicemente per inseguire qualcuna che gli piacesse di più.

Anche a loro è finita male come nel mio caso, come quando ho ripudiato la serenità per il disagio.

Ma avrei potuto evitarlo? Riguardo ai miei spiantati, sospetto che qualsiasi sentimento potessero cominciare a nutrire per me fosse soppiantato dalla terribile sensazione di non meritare la serenità. Quindi sono rientrati nei ranghi di una vita infelice per vocazione e hanno preferito andare ad aggiungere un altro amore impossibile alla collezione di cose di cui lamentarsi.

Forse quello che non riesco a decidere è: se in questo momento della nostra vita ci serve soffrire, va bene lo stesso? Se per innamorarci necessitiamo di una persona pericolosamente uguale ad altre che ci hanno ridotto in cenere, che non si lascerà amare con costanza ma d’altronde non ci amerà mai con continuità, possiamo limitarci a dire “per me l’amore è questo” e continuare?

Per qualcuno sì. “Per trarre una buona volta la lezione che ci serve e non farlo più”. Io continuo a pensare che in casi simili sia venuto il momento di chiudermi in me stessa e di cercare in me quello che mi manca. Le donne che cercano i balordi mi sembrano, ogni giorno di più, incapaci di convivere col loro lato ribelle, e costrette a trovarlo in qualcun altro, per riconoscerlo.

Forse, gli uomini che cercano le bellezze eteree che li piantano giusto prima del fastidio di accorgersi che sono donne in carne e ossa non sono pronti alla realtà. E l’illusione è così bella e rassicurante anche nel dolore, perché non devi fare nient’altro che quello che hai sempre fatto e che ti riesce così bene.

Sederti in un angolo e guardare la tua vita passare.

Senza mai correre il rischio di scottarti per qualcosa che faccia male e ne valga anche la pena.

cioccolato_5Lo so, che dopo aver letto l’ultimo post non avete dormito, chiedendovi in che senso ci serva complicarci la vita non fiutando i pericoli nell’attimo necessario. E come evitare questo errore.

Che vuol dire, che non ricordavate neanche di che parlasse l’ultimo post? Ma di tutti quei guai che ci risucchiano tempo ed energie e che potremmo evitare con un pizzico di attenzione in più.

Il tipo manipolatore che mi aggiunge a facebook di stramacchio, per esempio. Forte di un botta e risposta con me davanti allo scarno buffet di una conferenza, prima mi aggancia proponendomi un caffè e, dopo che il “quando sono più libera” raggiunge il primo compleanno come S.B. (Scusa Banale, di quelle che in realtà significano “evapora”), mi mette sto commento distruttivo a un link che con lui non c’entra niente. E qui come si diceva provvidenzialmente lo ignoro (e perculo con un like), ma rifletto anche un po’.

A un manipolatore serve una vittima e a una vittima serve un manipolatore. Il tizio del commento l’aveva subodorato, che potessi essere adatta alla bisogna, solo che con me ha sbagliato epoca, perché ho già dato.

A me qualche tempo fa pareva servire una cosa ancora più diabolica: stare con uno che non mi volesse, per dimostrare a me stessa di essere degna di amore. Evidentemente, l’ho fatto perché da sola non riuscivo a dimostrarmelo e dovevo per forza assoldare questo assassino seriale di gioia di vivere. Pratico, no?

Infatti, precisiamo: non è che ci serva proprio quell’esperienza sgradevole, per risolvere questo o quel conflitto interno. È che l’elemento che ci manca e che troviamo in quell’esperienza, in questo momento non sappiamo ricavarlo da situazioni più salutari.

Avete presente quelle tabelle messe in giro dai salutisti zelanti? Se il tuo corpo ti chiede cioccolata, è che vuole questa sostanza, e la stessa sostanza la trovi in questo frutto.

Fermo restando che la crema di nocciole nessuno me la tocca, non è un ragionamento sbagliato: possiamo arrivare a ottenere la stessa cosa per strade diverse. E, se diventa una questione di scelta, indovinate un po? Meglio imboccare quella più breve e comoda per noi.

Perché cominciare una lite infinita e sgradevole con uno che non sta bene con se stesso? Possiamo ignorare lui e assicurarci senza fallo che non ci serve, l’approvazione di uno così.

Perché cominciare una relazione con un buzzurro che è stato scortese con noi? Possiamo lavorare sulla nostra autostima e chiederci addirittura se i gusti femminili del tipo in questione ci piacciano davvero (che ne so, se a lui per qualche motivo serve una che lo tratti male, purtroppo con noi ha sbagliato palazzo).

Insomma, il trucco, difficile ma basta lavorarci, è cercare ciò che ci serve in quel momento senza il bisogno di trovarlo in qualcun altro.

Nella mia esperienza, quando le relazioni di qualsiasi tipo iniziano da un bisogno, tendono a sopirsi una volta esaurita la propria funzione iniziale. A prescindere da tutto il resto, che in piedi da solo, soddisfatto il bisogno primario, spesso non ci sta.

Quello che possiamo fare è impedire che succeda, cercarci gente non perché ne abbiamo bisogno, in qualche modo perverso, ma perché stiamo così bene con noi stessi che ci piace condividerCi, e proprio con quella persona.

La gente che ha fame fa pessimi acquisti, si dice.

Io la cioccolata nel carrello me la metto, ma ora so quando voglio quella e quando una bella mela succosa sia tutto ciò che mi serve.

A volte saperlo è tutto. O almeno è un inizio.

chocolate-11Sapete che sono il personaggio di un libro? In realtà, avendo amici scrittori che a differenza mia pubblicano, di più di uno. Ma in questo sembro saggia (come si vede che è finzione). Alla protagonista, un’olandese appena arrivata a Barcellona, raccomando: “Fai tutti gli errori che devi il primo mese”.

Ecco, questo, ai tempi del libro, era il mio approccio kamikaze alla vita. Adesso m’introdurrei nella conversazione, sorriderei alla svampitella che ero e griderei alla protagonista: “Ma va’, evita tutti gli errori che devi, fin dal primo giorno“.

Perché ce ne sono un sacco, di persone che appena scese dall’aereo si premurano di trovarsi la casa sbagliata, la compagnia sbagliata, quando va bene il lavoro sbagliato. È incredibile quanto questi errori possano essere evitati in un attimo. In una seconda occhiata all’inquilino dal sorriso falso, nella lettura delle righe piccole, nella decisione fulminea di evitare per un po’ l’aperitivo italiano, se ancora non sai che l’h spagnola è muta.

Spesso un attimo è tutto quanto si frappone tra la decisione giusta e un incredibile spreco di energie.

L’altro giorno un tipo che conoscevo appena, aggiunto a facebook su sua richiesta, ha postato un commento sgradevole a un mio link. Mi avevano avvertito troppo tardi che fosse un manipolatore, avevo anche pensato che uno così, per scegliermi come vittima, dovesse trovarmi in qualche modo adatta al ruolo. Al suo commento avrei potuto rispondere in vari modi, perdendo mezz’ora del mio tempo e facendo il suo gioco. Invece gli ho messo “mi piace” e sono passata appresso. Lo faccio spesso, in queste circostanze. Prendetelo come un abbraccio di Gianni Morandi.

È in realtà il messaggio: “La tua spazzatura non venire a buttarla a casa mia, e se lo fai te la rilancio”. Un po’ come la storiella di Buddha che spiega che, se non accetti un regalo, quello resta al donatore, come le offese che ci rifiutiamo di cogliere.

E a volte è davvero un attimo, in questi casi innocui come in quelli pericolosi sul serio. Prima di arrivare alla saggezza zen di Morandi, infatti, mi sono rovinata la vita per attimi equivalenti.

Per esempio, ho cominciato una relazione assurda perché il tipo in questione (che fino a quel momento mi piaceva, eh, non sono così folata) aveva buttato lì un commento poco lusinghiero su di me. No, non sto raccontando la trama di Orgoglio e Pregiudizio. Non se n’era manco accorto, quello lì, avete presente empatia zero? Ecco, dove c’era un tizio che ne fosse dotato, là c’ero anch’io. In quel momento avrei potuto fare diverse cose. Dire “Sei bello tu” e piantarlo lì in strada. O ridere e rendermi conto che avessi di fronte un infelice, cambiando argomento.

Perché mi sono decisa per la soluzione più logorante, senza manco la prospettiva di diventare la signora di Pemberley?

Perché non ho riconosciuto la classica “tragedia” che potesse essere evitata in un attimo, con una reazione immediata e appropriata. Per arrivare a quella, in effetti, ci vuole molta più preparazione che fare l’opposto, occorre un ingrediente che non si trova ogni giorno: un certo amore per se stessi o, se proprio ci manca, almeno un po’ di rispetto.

Perché, probabilmente, se ci mettiamo in situazioni assurde come queste, dalla lite con l’arrogante di turno alla storia infinita con lo psicopatico, è anche perché ci serve.

In che senso? Come evitarlo? Ci sarebbe da scriverci un romanzo e invece vi ho già stordito di chiacchiere.

Ne parliamo lunedì, va’. Intanto non fate troppi errori!

https://www.youtube.com/watch?v=CLEtGRUrtJo

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora