Archivio degli articoli con tag: relazioni tossiche

correttoreSarà capitato anche a voi, vero? Di essere l’errore di qualcuno.

Di ascoltare la versione dei fatti del vostro ex (o leggerla, giacché anche le rotture sono social) e scoprire che il suo pensiero è: con te ho fatto un errore.

Quindi, tutto il tempo in cui non ci prendeva né ci lasciava, ci voleva bene ma non in quel senso, gli piacevamo ma non troppo, e sicuramente non in pubblico, tutto quel tempo, col senno di poi, è diventato il suo sbaglio. Per “senno di poi” intendiamo gli eventi successivi a qualsiasi schifo di rottura-non-rottura ci sia stata riservata (leggi “persona che lo ha ripagato con la stessa moneta”). Dunque, la storia era uno sbaglio. E a conti fatti lo siamo diventate anche noi. O diventati.

Non so voi, ma lo trovo davvero frustrante. Le letture ex-post sono quasi sempre banalizzanti e autoconsolatorie, ma vi dà proprio quest’idea, scoprire che il periodo in cui siete annegati nello schifo per cercare di tenere in piedi una storia mai iniziata venga riassunto come “un errore”. Sì, ci viene spontaneo replicare, è stato un errore, ma mio: ho buttato via un pezzo della mia vita per sbaglio.

La cosa peggiore da fare, però, è sentirci anche noi un errore. Pensarci come il fallito che voleva trasformare la relazione da provvisoria a stabile. O come l’illusa che non è riuscita a farlo innamorare, al contrario della tizia che è venuta dopo, l’ha rivoltato come un calzino e se n’è andata con la stessa leggerezza con cui spariva lui per giorni senza darsene troppa pena. Poco importa se abbiamo scoperto che è un mistero indipendente da noi, questo dell’amore e dell’attrazione, che per uno che in noi non ci trova niente di speciale ce n’è un altro che ci adora.

Resta l’idea, l’ingiustizia che non digeriamo. Come quelle cicatrici di 20 anni prima che si fanno sentire in una notte di freddo improvviso, riportate da una folata di vento.

Da ragazzina mi imbattei in un trattato di Freud che argomentava che l’uomo crea Dio a sua immagine e somiglianza, perché non riesce ad accettare l’ingiustizia. Perché proprio non concepiamo che chi ci abbia fatto un torto non sia chiamato a renderne conto, fosse anche nell’aldilà. Io su quest’argomento concordo spesso con una frase letta per caso: “Non preoccupatevi per le persone che vi fanno del male: si distruggono da sole”. Almeno nella mia esperienza è vero, e credetemi, non lo dico con gioia.

Ma tant’è, l’ingiustizia ci attanaglia. Poco importa che quell’esperienza ci abbia fatto ritrovare noi stessi, nel lungo decorso del “dopo”. Ci è indifferente che ci abbia fatto lavorare sul serio sulla nostra vita, chiedere cosa volessimo davvero e finalmente creare le basi per ottenerlo.

Resta la sensazione che qualcosa debba succedere, qualsiasi cosa, perché quell’orrido capitolo della nostra storia personale abbia una parvenza postuma di lieto fine, perché non sia stato tutto invano.

Probabilmente non succederà mai. O sì.

E come tante cose non dipenderà da noi.

A noi tocca accettare che quel capitolo schifoso sia finito in modo schifoso.

E che tutta la bellezza che abbiamo prodotto durante la convalescenza non cancelli la ferita.

A questo punto non resta che godersi questa bellezza, adesso che sappiamo che non è una consolazione, che neanche quella basta a farci sentire meno stupide per esserci ridotte a essere lo sbaglio di qualcuno.

A fronte dell’orgoglio ferito e del tempo buttato, sentirci pienamente noi, adesso che l’incubo è finito, non sarà mai una consolazione, ma è tutto il resto.

E tutto il resto è tutto ciò che conta.

funny-teacher-cat-chemistry-jokeEccallà. Eccone un’altra.

Dopo l’acidissima che si era un po’ calmata col matrimonio, tornando più yogurt scaduto che mai con la crisi del terzo anno, siamo di fronte a un caso ancora più eclatante: Biancaneve al contrario.

Perché Bianca, si sa, dorme cheta cheta finché non viene il principe a baciarla. La Biancaneve che ho in mente io, invece, è fin troppo sveglia e semmai il bacio del principe di turno le ha chiuso per un po’ la bocca.

Sì, parlo spesso di donne, in questi casi, perché gli uomini che conosco nelle stesse condizioni hanno una storia a parte, bisbetici domati che diventano improvvisamente vispe terese grazie all’incontro con l’amore eterno. E che ci mettono anni a riprendersi del quarto d’ora in cui tale amore sia durato.

La mia Biancaneve al contrario era tra le più agguerrite vittime di misandria e, così come i misogni, era tra le più contraddittorie. Gli uomini sono tutti porci? Sarà, ma io mi cerco col lanternino i più porci. E poi io li uso solo per scopare. Ma se il mio scopamico non mi scrive entro 24 ore vado in tilt.

L’amica in questione, improvvisamente, ne aveva trovato uno all’apparenza responsabile e disposto a restare. Non restare restare, intendiamoci, ma esserci e non esserci, come piace tanto alle ex fan di Candy Candy che fanno le campagne online per dichiararsi team Terence.

A sto Terence sono stata grata un anno per avermi sottratto alle campagne pro-acidità della mia amica, diventata tutta cuoricini e gite fuori porta.

Fino alla rottura.

Annunciata dalla diretta interessata sui social e seguita dai requiem e dalle canzoni tristi del caso.

Ma adesso, allarmi!, tornano le battute sugli uomini. Su quanto siano porci e inaffidabili, tutti, eh.

Siamo al primo meme, che non so se si tradurrà presto in un caffè dal vivo pieno di frasi rassegnate.

La rassegnazione, se permettete, ce l’ho io: avete voglia di sfottere la Robin Norwood di Donne che amano troppo, ma lei l’ha detto da tempo, e in tempi non sospetti: se abbiamo dei problemi con noi stessi e crediamo che una relazione ce li risolva, stiamo affidando la nostra vita a qualcosa di estremamente aleatorio.

Se dovessimo lasciarci con quella persona i problemi ritornerebbero uguali, o molto simili. Di più, aggiungerei, i problemi non risolti emergerebbero anche nel rapporto con quella persona.

Ed eccoci qua, al pensiero che ormai ho da tempo, in merito: credere di risolvere i nostri problemi grazie a un elemento esterno, è fare i compiti a metà. E salvarsi solo perché quel giorno per miracolo il prof. non li corregge.

I compiti a metà ci lasciano l’illusione che la campanella ci liberi una volta per tutte, e invece la lacuna rimane, affligge le nuove lezioni, ci impedisce di cogliere passaggi di nozioni più complesse.

E quando si arriva alla resa dei conti, alla verifica a sorpresa, eccoci qua, con lo stesso problema di prima e l’illusione ormai svanita di averlo superato.

Quindi, non negherò mai che le circostanze esterne influiscano tanto sulla nostra vita. Barcellona non è lo stesso che Frattamaggiore, per sviluppare la propria identità. Avere i soldi, ci mancherebbe, non è lo stesso che non averli. E single non è lo stesso che stare in coppia, anche se tocca a ciascuno giudicare cosa sia meglio.

Ma se dentro di noi non c’è una base tranquilla, che si crea conoscendosi, esplorando, accettando quanto ci capita prima di impegnarsi a modificarlo, quello che accade fuori difficilmente ci accompagnerà in positivo. Tenderà a scivolarci addosso e ripetersi sempre uguale, fallimento dopo fallimento, delusione dopo delusione, in una coazione a ripetere di cui incolperemo sempre o qualcun altro, o la sfiga.

Quindi, facciamoli, i compiti. Impariamo a stare da soli per poter scegliere a chi accompagnarci. Impariamo ad accettare che le cose non sempre vadano come vogliamo, per far sì che lo facciano quelle che possiamo controllare.

Fare i compiti è faticoso, è palloso, anche.

Ma aiuta tanto, e davvero.

Anche la ricreazione, dopo, ha un altro sapore.

E la merendina stavolta l’avremo scelta noi.

solnce-rassvet-poleLa differenza, si diceva.

La differenza tra struggersi per un problema e averlo improvvisamente risolto, magari non come ci aspettavamo, o come avremmo voluto. Ma ecco che è risolto, e noi restiamo lì, a inventarci una nuova vita senza il tarlo che ci ossessionava.

Ricordo un’amica che, parlando d’amore, si chiedeva sarcastica: “Chi stabilisce quale sia una vera relazione e quale no?”. Era intrappolata da un anno, ormai, nella storia con un uomo molto più grande, di cui era palesemente innamorata. Ma lui non voleva saperne di lasciarle nella sua vita uno spazio più grande di quello che le concedeva: qualche week-end insieme intervallato da viaggetti a due, raramente in compagnia di amici che sapessero di loro.

Questo, per gli innamorati, è un po’ poco. Si può filosofare tanto su cosa sia amore e cosa no, ma se ciò che vogliamo è diverso da ciò che stiamo ottenendo, allora non ci basta. Non ci riempie, non ci fa sentire pienamente noi.

Ma a noi va bene anche così, lo so per esperienza e, immagino, non sono la sola. Quando amiamo qualcuno che può darci solo questo, “solo questo” diventa parte integrante della nostra vita anche se ci rende infelici, anche se il “meglio che niente” è una coperta che, stranamente, ci fa sentire più freddo man mano che ce ne avvolgiamo.

Non moriremo di freddo, però. Una volta che avremo deciso che “è troppo poco” prevale sul “meglio che niente”, allora ci accorgeremo della differenza.

Allora faremo spazio perché la differenza possa entrare nella nostra vita.

E vi assicuro, non c’è paragone. Immaginate di dover lottare perché chi amate vi dica che vi apprezza, vi trova attraenti, vi trova speciali, unici. Non c’è molto da immaginare, vero? Siamo abituati a vivere l’amore come una lotta, quando non è così ci sembra addirittura che qualcosa vada storto.

Ora immaginatevi qualcuno che già pensi tutto questo, fin dall’inizio. E non ci autoinganniamo dicendo “che palle”. Immaginatevi che accettiamo tutto questo, grati per il dono che ci ha fatto la vita.

Improvvisamente la lotta passata ci sembra quasi stupida, quasi senza senso, ci chiediamo anche perché ci siamo accaniti tanto, se la persona che inseguivamo prima non ci vede, non ci dedica attenzione, e quella che abbiamo incontrato ora sì, ci rende tutto più facile, è disposta a esserci…

Vi assicuro, indietro non si torna. Possiamo tornare a soffrire, possiamo anche lasciarci col nuovo amore, che le storie finiscono senza che ci si possa fare niente, ma in quella condizione, in quello schifo di prima, difficilmente vorremo tornare a mettere piede.

Ci saremo resi conto della differenza.

E di quella, tuttavia, dobbiamo renderci conto da soli. Dobbiamo darle una possiblità, da soli, capire che vale la pena provare a uscire dal circolo vizioso in cui siamo finiti, capire che se qualcuno non ci vede non significa che abbia ragione, sulla nostra non-esistenza. Detto fra noi, non ha ragione neanche chi di noi vede solo i lati positivi.

Noi siamo sempre noi. Si tratta di scegliere come vogliamo essere guardati.

E, vi prego, non esitate neanche un attimo. Scegliete la vita. La gioia, la bellezza quotidiana.

Vi sarete infinitamente grati.

Il-giovane-gamberoE sì, parlo ancora col mio amico immaginario, quello onnisciente e onnipotente che non avrà il diritto di replica ma, secondo il suo ufficio stampa, avrebbe tutto il resto, visibile o invisibile. E non ci crederete, ma, anche ora che ha dimostrato ampiamente di aver ragione Lei (sì, me l’immagino femmina), continuo a dirglielo, che io mi sarei perfettamente accontentata di essere infelice a modo mio. Con le cose che volevo per me, anche se mi avrebbero fatto male.

Ma indietro non si torna. È questo, forse, che ci dà tanta paura di cambiare o ammettere, come me, che l’altra strada, quella che alla fine imboccheremo, sia meglio per noi e per chi ci circonda.

Quando ancora non abbiamo abbandonato la vecchia siamo come in bilico, ci chiediamo ancora se verrà il miracolo, l’aiutino finale che ci lasci esattamente dove avremmo voluto noi. Lo sto sperimentando con ben due amici, che si credono capaci di mantenere una relazione senza impegno con una persona di cui sono innamorati. Mentre io vado leggera per il mondo, senza credere che tutto ciò sia cambiato in così poco tempo.

Quello che ho fatto io è stato essere onesta con me stessa: ammettere che qualsiasi lavoro mi avesse impedito di scrivere mi avrebbe reso la vita peggiore, anche se fosse stato ben remunerato o prestigioso, e costruire la mia vita lavorativa intorno a questo postulato. O ammettere che, anche se avessi avuto la possibilità di seguire gli amici di cui sopra, la mia voglia di essere amata era molto più forte di quella di essere NON amata, un sabato sì e un sabato no, da chi amassi io.

Questione di onestà e, quando l’hai raggiunta, indietro non si torna.

E ci fa paura perché il dolore è un buon riempitivo di vite abituate a essere vuote, a snodarsi tutte intorno a un problema.

E quando quel problema si risolve, che c’è?, ci chiediamo senza accorgercene.

C’è tutto il resto, ragazzi, e non sapete quanto sia tutto il resto.

Ne riparleremo.

(FILES) Rock'n roll legend Elvis Presley

Quelli delle canzoni non siamo mai noi. Avete quest’impressione, qualche volta? Parlo delle oldies, le canzoni d’amore alla Elvis, smielate al punto giusto e piene di promesse un po’ campate in aria.

Oh, in quelle non ci identifichiamo mai.

I nostri amori non sono mai nati, in realtà, così non c’è neanche qualcosa da rimpiangere, quando sono finiti. Anzi, siamo proprio abituati a essere marginali, periferici, nella vita di chi ci riserva un WhatsApp quando gli ormoni chiamano e poi lunghi periodi di silenzio. Finché non veniamo mollati per qualcuno che per quei tre mesi di amore eterno gli sappia riservare lo stesso trattamento destinato a noi.

No, i nostri amori non sono mai quelli da ballo del mattone. Specie in un’epoca in cui è facile appagare il sesso e difficile mantenersi insieme a lungo. Ascoltando quelle canzoni nostalgiche e un po’ ipocrite degli anni ’60 ci chiediamo come potessero quelle ragazze con la cofana ispirare tanto struggimento e ignoriamo il fatto che potremmo fare altrettanto, con un po’ di culo, se solo smettessimo di cercarci gente che questo non ce lo possa dare.

Siamo arrivati, finalmente, a questa consapevolezza?

E allora che ci facciamo, girando per il mondo a mendicare briciole di attenzione?

Il guaio è credere che “queste cose a noi non succedono” (quelle belle, dico), e accontentarsi di una relazione clandestina che è fantastica finché stiamo bene così, ma diventa squallida, e tanto, se quello che vogliamo è tutt’altro.

Chissà, magari ci boicottiamo pensando che le mani da stringere e tutte quelle smancerie portino a mutui da pagare e bimbi da cullare, e allora diciamo alle canzoni, vabbe’, non fa niente, almeno sono libera.

Libera di fare cosa, di chiedermi come sarebbe se qualcuno finalmente mi guardasse con gli occhi giusti, e non solo quand’è arrapato?

È quello, che dobbiamo capire: noi possiamo. Il più melenso dei romanticismi è più spontaneo, forse, della manfrina artificiale di ti-chiamo-non-ti-chiamo che sempre più diventa la nostra normalità. Amare è una cosa difficile ma sorge spontanea, se ce lo siamo dimenticato è perché abbiamo troppa paura e, spesso e volentieri, non crediamo di meritarcelo.

Specialmente quando ci dobbiamo ripetere costantemente quanto siamo validi noi, e quanto vigliacchi gli altri. Specie in quei casi abbiamo il sospetto che agli altri dedichino canzoni smielate perché sono molto meglio di noi.

E, guarda un po’, ci circondiamo di gente che confermi queste nostre convinzioni. Perché preferiamo avere delle brutte certezze che delle novità incerte.

Pensiamo a tutti gli amori che abbiamo perduto a non credercene degni.

E ora passiamo a quelli che non ci perderemo.

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Ci avete fatto caso? C’è gente che si prodiga così tanto per gli altri che, quella volta che pensa a se stessa, viene indicata come egoista. E gente così egocentrica che, la volta che pensa agli altri, riceve pure i complimenti.

Ci pensavo perché ultimamente sono molto ritardataria, così, paradossalmente, vengo lodata quando arrivo puntuale e magari assisto ai rimproveri del puntuale del gruppo che arriva con cinque minuti di ritardo.

Di un mio ex che frequentavo a Napoli mi dicevano “È già tanto che si sia ricordato del tuo compleanno”, “È già tanto che ti abbia chiamata prima di prenotare i biglietti”. E magari quei “già tanto” non li avrei fatti passare lisci a un fidanzato che mi abituasse alle sue attenzioni e che avesse il “vizio” di consultarmi prima di prendere impegni anche a nome mio.

bianconiglioChe poi a volte la persona del “già tanto” è strunzo e basta (prendi me). Altre volte, sospetto, è proprio una tecnica, uno stile: crearsi il caos attorno, così che quella mezza cosa fatta bene diventa un gran traguardo.

Come? Facile. Quando il “già è tanto che” diventa una filosofia di vita, davanti a noi abbiamo due scelte:

  • impegnarci nel condurre un’esistenza vagamente serena, in cui ad esempio chiamare “delusione” un torto subito da un amico;
  • declinare ogni responsabilità nell’andamento della nostra vita e di chi la popola, così che l’amico del torto “già è tanto”, per com’è spostato e irrispettoso, che non abbia fatto peggio.

Il vantaggio del secondo tipo di esistenza, che spesso viene scambiato per una vita “bohémienne”, è che qualsiasi cosa che non vada proprio storta viene festeggiata come un miglioramento. Sì, ci vuole una discreta dose di vittimismo, per vivere così. E bisogna sminuirci al punto che mezza cosa che facciamo bene diventa un traguardo, perché “di più non sapremmo fare”.

La domanda è: considerando quante energie sprechiamo nei nostri “già tanto”, non ci conviene imparare il rispetto per noi e per gli altri?

Va bene la storia delle “aspettative zero”, ma qui si esagera!

Pure il mio telefonino l’ha capito: è talmente antico che si mette da solo sette minuti avanti, nella vana speranza di farmi arrivare in tempo.

Quasi mi spiace buttarlo e imparare la puntualità.

cross-seas-03Penso a quelli che… “Se mi ama, tutto andrà meglio”.

All’università conoscevo una gran brava ragazza con un unico, spiacevole problema: un sarcasmo costante e fuori luogo che ne tradiva una certa amarezza di fondo.

Per un lungo periodo sembrò cambiare strada, guarda un po’ in concomitanza con una relazione che si sarebbe consolidata nel tempo. È così semplice?, mi chiesi allora. Questa viene trasformata dall’ammmore e diventa improvvisamente una persona gradevole?

Manco per sogno. Da giorni avevo notato in lei lo stesso sarcasmo di un tempo, gli stessi giudizi da yogurt scaduto che avevano sorpreso anche gli amici che si trovavano per caso a conoscerla. Quando gliel’ho fatto notare ha tagliato i ponti, andando ad arricchire la vita di altri.

Questa piccola storia mi ha fatto ripensare che è tutto molto più semplice: la nostra vita diventa felice perché abbiamo incontrato qualcuno? Macché. Piuttosto, se stiamo bene con noi stessi, ci stiamo in ogni situazione.

Che venga qualcuno o meno, che andiamo o meno da qualche parte, che prendiamo o meno questa o quella decisione. A un certo punto diventa un seguire la corrente, una corrente su cui abbiamo il potere di prendere una direzione rispetto a un’altra, magari, ma finché la seguiamo va tutto bene, o almeno non c’è scoglio tanto grande da farci naufragare.

Sto dicendo che stare o non stare con quella persona è la stessa cosa? O che restare al paese natale e partire sia uguale? Per niente. Peraltro hai voglia ad adattarti e seguire la corrente, se quella persona non va bene per noi verrà fuori, e seguire la corrente diventerà accettare che le nostre strade si dividano. Lo stesso vale, più o meno, per dove lavoriamo o dove decidiamo di mettere radici.

Lo faccio sempre, quest’esempio: la mia scoperta il primo giorno di yoga. La prof. che mi spiega che tutte quelle posizioni arzigogolate, che non riesco a imitare neanche a spezzarmi le ossa, non servirebbero a niente se perdessimo la motivazione di fondo. La respirazione. Sentire quella, diventare quella.

Così ho imparato che, nella vita di ogni giorno, quello che conta è il contatto con noi stessi. A prescindere da chi ci accompagna in quel momento, o da ciò che stiamo facendo. Anzi, è proprio in virtù di questo contatto che possiamo goderci chi frequentiamo e cosa facciamo. E scegliere. Permetterci il lusso di scegliere chi o cosa ci faccia meglio.

Insomma, ancora una volta le cose vanno al contrario di come ce le immaginiamo: prima ci respiriamo, poi respiriamo gli altri.

Farei una battutaccia su respirazione e metro a Barcellona in questi giorni di solleone e penuria di deodoranti, ma insomma, avete capito: che il pericolo sia il nostro mestiere!

E crediamo che conoscersi sia pericoloso solo perché ancora non ci conosciamo.

despedidaNiente da fare, ci casco sempre.

Nella mia smania di “chiudere bene il cerchio”, nel senso di fare pace con persone e attività del mio passato, ogni tanto ci azzecco, ma quella volta che sgarro, è pesante.

Una cosa è andare alla riunione di condominio ora che abito altrove, e scoprire che la vicina coi capelli rosa, in fondo, è una simpatica vecchina un po’ paranoica. O passare alla presentazione del libro dell’ex prof. che, abbandonata (ma da tutti, si facesse due conti), mi saluta a stento: anche lì, almeno, ho fatto la presenza, pagato il debito.

A volte, però, la smania di congedarmi bene da gente che non c’entra più niente nella mia vita mi dà qualche lezione su cosa si debba salutare e cosa lasciar andare senza rimpianti.

Barcellona, vedete, è una città un po’ strana: ti fa cambiare in fretta, dà gli strumenti per farlo e anche le grane. In un posto che unisce precarietà lavorativa e grandi cambiamenti sociali, si sprecano in estate le feste di arrivederci, le despedidas, meglio se con un “pica-pica” (spuntino) a riva o in qualche baretto il cui nome goliardico, dopo tre anni senza andarci, sembra finalmente una cafonata.

Alle persone che incontro in questi casi non devo più niente e qualcosa nella serata finisce per andare storto.

Sarebbe superstizione dire che succede perché loro trasmettano energia negativa. Se però concretizziamo quest’energia e la chiamiamo “cattivo comportamento”, “andarsene senza pagare il conto”, “sfottere chiunque” e cose del genere, vediamo che non è un’idea così sballata. E che forse, più con l’atteggiamento che con azioni davvero sbagliate, quando avevo questo tipo di amici mi tiravo anch’io dietro la stessa bruttura che mi faceva chiedere, dopo un’uscita, se non mi mancasse qualcosa, nelle mie relazioni sociali.

Ma anche queste esperienze servono: sono un ottimo termometro dei tempi che cambiano. Fanno capire, nel loro piccolo, che certe cose del passato vanno semplicemente lasciate andare, con tutti gli auguri del mondo, ma senza neanche un indugio, un saluto. Ciao. Vai. Dopo una sera rovinata da una presunta irregolarità del conto (che, non essendo addebitabile a me, non saprò mai se ci fosse davvero), sono tornata a casa schiumante rabbia e mi sono ritrovata un mio ex in chat. Ero talmente triste che volevo sfogarmi con lui, poi mi sono resa conto che, visto il tipo, sarebbe stata una roulette, avrebbe potuto farmi coraggio come criticare quei miei amici “che non gli erano mai piaciuti” o farmi una lezione su quali locali frequentare, per poi parlare dei problemi suoi. Sembra un processo all’intenzione, è esperienza. E allora ho pensato, ma sì, vai anche tu. Per la tua strada, lontano da me. Mi sfogo domani con gente che so che sarà solo solidale, senza avere la tentazione di usarmi per rafforzare il proprio orgoglio.

Sul serio, a volte l’esperimento di far incrociare passato e presente, senza che sia un dovere né un debito da pagare, diventa solo un superfluo riassunto, una minestra da scaldare in pieno agosto che rimane indigesta comunque la si aggiusti di sale.

Evitiamocela, pensiamo sul serio alla cosa più importante, a quella che più facilmente trascuriamo. Quale? Non lo so. Sta succedendo qui e ora. Sta a noi riconoscerla e dirle di restare.

pressure-cookerEbbene sì, dovevo arrivare a 34 anni suonati, per prendermi una pentola a pressione. Ma, con l’entusiasmo della neofita, sono più gasata di una casalinga americana anni ’50.

Adesso sto in fase sperimentale, e ne faccio, di cavolate. Metto troppa acqua, non capisco i tempi di cottura delle lenticchie, l’ultima zuppa che mi è venuta era lunghiiissima come quelle che, non so se avete presente, servono in Inghilterra prima del piatto principale.

Mentre sciacquavo la pentola dopo l’ultimo disastro, mi è venuto in mente un discorsetto ascoltato con scarso interesse nell’ormai chiuso Atrium Gestalt di Barcellona: “Hai voglia a ragionare e tenerti alla larga dai guai, contro le cose dobbiamo sbatterci il muso, mai come quando lo facciamo impariamo la lezione”.

Anche coi tempi di cottura delle lenticchie, concludevo sorridendo.

Lo ammetto, una minestra dosata bene la posso apprezzare anche se mi riesce al primo tentativo, eh, ma per sentirmi masterchef non c’è niente di meglio che aver fatto quei tre-quattro esperimenti così fallimentari da farmi progettare una gara di lancio del coperchio fuori alla finestra.

Sarà che le aspirazioni vitali somigliano così tanto alle più elementari questioni di fame e sazietà, ma sul serio, se falliamo in qualcosa, o vogliamo metterla così (possiamo anche dire che abbiamo trovato “1999 modi per non fare una zuppa”, grazie Edison), l’esperienza ha questo vantaggio: il prossimo tentativo ci lascerà contenti, anche se non ci convincerà del tutto, se mancherà ancora un po’ di sale o se era meglio spegnere il fuoco cinque minuti prima. Perché ricorderemo com’è stato quando, nonostante dedizione e generosità, abbiamo sgarrato completamente la preparazione.

E se è vero quello che dice uno junghiano, cioè che ci adattiamo subito alle novità positive e aspiriamo immediatamente ad altro, cosa può essere meglio di un “fallimento” per farci apprezzare ora, all’ennesimo tentativo, un ingrediente aggiunto in quantità giusta, affettato come si doveva? O una nuova storia che non dà le scariche adrenaliniche di una relazione in cui veniamo trattati come spazzatura, ma proprio in virtù di quel confronto ci sembra perfetta anche nei momenti di calma e riposo?

Insomma, invece di cucinare la solita zuppa, intanto che sperimentiamo teniamoli a mente sul serio, gli errori. Non servono solo al banalissimo proposito di darci una lezione che non sembriamo imparare mai. Ma anche a goderci davvero ciò che abbiamo ottenuto, prima che subentri la facile tendenza a darlo per scontato.

Specie se teniamo ben presente com’era, quando tutto questo ben di Dio non ce l’avevamo.

Blue_Bottle,_Kyoto_Style_Ice_Coffee_(5909775445)Questa è una di quelle riflessioni che si possono produrre in un bar, a Barcellona, davanti a un caffè ghiacciato (proprio caffè e ghiaccio, è una perversione di qua). Meglio se con un’amica psicologa ad ascoltare, come sempre accade, i problemi di coppia di tutto il gruppo senza scappare a gambe levate verso la metro. Volevo riportarvi tutto il dialogo, poi ho deciso che non vi voglio male e ne riassumo le riflessioni finali.

A volte, reduci da una storia orribile, in cui non ci sentiamo amati e veniamo snobbati per altri, infliggiamo lo stesso trattamento al nuovo compagno. Oppure ci ritroviamo a guardarlo con lo stesso occhio critico con cui l’ex osservava noi.

Insomma, sembrava che per l’ex non fossimo mai abbastanza? Adesso è il nostro nuovo compagno a non sembrare abbastanza per noi. Sappiamo quanto sia brutta la sensazione di “non essere abbastanza” e l’ultima cosa che vorremmo sarebbe infliggerla ad altri.

Il fatto è che, almeno secondo l’accerchiata psicologa di cui sopra, quello che cerchiamo nell’altra persona non lo decidiamo noi. O meglio: a muoverci, oltre a ragioni perfettamente individuabili e comprensibili, c’è una parte totalmente irrazionale, ci sono le proverbiali “ragioni del cuore che la ragione ignora”. C’è chi dice che nell’altro cerchiamo un genitore, o un “problema irrisolto”. Gli junghiani parlano dell’Animus, o dell’Anima per gli uomini… Ma trovare ciò che, senza saperlo, cerchiamo, è una cosa che o succede, o ciao.

E quando NON succede, tanto vale ammetterlo e lasciar andare le cose belle fatte insieme, che magari serviranno a cementare un’amicizia a tempo debito, e aspettare/cercarsi qualcuno che quella cosa irrazionale ce la dia.

Quindi, la buona notizia è: siamo tutti “abbastanza”, così come siamo. Il punto è che a volte il nostro abbastanza non si concilia con quello dell’altro. Per usare una metafora banale, non siamo complementari: l’altro per innamorarsi ha bisogno di una certa cosa, e noi gliene possiamo dare un’altra, altrettanto preziosa, ma non rispondente alla bisogna. Non è un merito o un demerito nostro, né una colpa dell’altro. Semplicemente, è così.

E non è sempre un male. Pensate alla gente che non ha ancora risolto certi problemi con se stessa e, per innamorarsi, ha bisogno di essere trattata male.

Lo trovate ingiusto, tutto questo meccanismo? Siete in buona compagnia! La psicologa stava per essere bandita dal tavolo, dopo aver pagato il conto, ovviamente.

Possibile, insistevamo, che siamo schiavi delle nostre passioni, della nostra parte irrazionale?

– Schiavi no – ha precisato allora lei. – Forse è la parte irrazionale a essere troppo spesso schiava delle nostre decisioni razionali, quelle che prendiamo considerando tutti i fattori (comodità, interesse, progetti di vita insieme) senza mai interrogare lei. Eppure c’è, e si fa sentire, ci rompe pure le uova nel paniere, se è il suo unico modo di essere ascoltata.

Tanto vale, abbiamo convenuto, scenderci a compromessi. Più lo facciamo e meno ci rovina la vita. E poi, rivalutiamola un po’, l’irrazionalità: a volte ci ricorda solo che ci vuole passione, uno può prenderci tantissimo intellettualmente senza che ci si debba per forza stare insieme. L’amore con un libro di filosofia non si può fare.

A quel punto della conversazione, l’amica più punta sul vivo, quella che girava la cannuccia nel bicchiere senza finirsi il frullato, è sbottata:

– La fai facile! Se con qualcuno c’è grande affinità ma nonostante gli sforzi “manca qualcosa”, tutto quello che posso fare è dirgli “Scusa, so che è troppo una carognata, questa della vita, ma meglio ammettere che non vada che vivere una menzogna”. La liquidiamo così?

– Ok – ha risposto la psicologa, ormai sudata. – La vita è un po’ carogna. Ma… Hai un’idea migliore per passare il tempo?

E ha ordinato un altro caffè.

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