Archivio degli articoli con tag: resilienza

Risultati immagini per the crown Al liceo avevo un professore che non voleva portarci alla gita fuori porta (la “visita guidata”, avrebbe corretto lui), tradizionalmente prevista ogni anno.

Ci aveva “ereditati” in quinta ginnasio, per lui eravamo dei perfetti sconosciuti rivelatisi più problematici del previsto (pure lui, però, richiedere proprio la classe fighetta… Io almeno non me l’ero scelta!).

Come tutti i progetti sfumati, il suo non fu un rifiuto netto alle nostre sollecitazioni. Andò per tappe.

Il primo sintomo fu un temporeggiamento inutile: e la responsabilità di portarci in treno, e l’incresciosità d’interrompere il programma, e la necessità di una lezione introduttiva…

Finì che al primo sciopero a cazzo di cane (e al liceo se ne fanno tanti che insultano la pratica dello sciopero) ci eliminò la gita, non senza un sorrisetto soddisfatto.

Così succede, secondo me, con le cosiddette sconfitte e i progetti abortiti: difficilmente avviene tutto in una volta. A perdere si comincia piano, e il sintomo più evidente è uno stallo. Un blocco. Da che correvamo velocemente verso la meta, rallentiamo. Impercettibilmente, inesorabilmente. Fino, in qualche caso, a fermarci del tutto.

Che sia una relazione bloccata alla prima decisione importante, un’attività fermatasi al secondo cavillo burocratico, un trasloco sfumato alla terza visita ad appartamenti troppo cari (non infrequente, a Barcellona), succede sempre la stessa cosa: il mondo gira e noi ci fermiamo.

Per me è la parte più frustrante: ci accorgiamo gradualmente che l’entusiasmo iniziale diventa un continuo attendere, posticipare, valutare costantemente pro e contro di qualcosa che, intanto, non aspetta noi.

A volte davvero ci blocca la paura di non riuscire, ed è un peccato. Almeno in questo sono d’accordissimo con Giorgio Nardone: se non affrontiamo le nostre paure, tendono a realizzarsi quelle, al posto dei sogni.

Altre volte, semplicemente, il progetto non ci interessava quanto credessimo, o non abbastanza per il lavoro che comportasse. E non c’è niente di male, a cambiare idea. Magari è meglio farlo con un taglio netto, invece che con uno stillicidio.

Quando si verifica il primo caso e quando il secondo? La dose di onestà intellettuale che ci aiuta nella cernita è così grande che andrebbe assunta quotidianamente, tipo sciroppo per la tosse.

Per una volta, però, sono d’accordo con la Regina Madre, in The Crown. La protagonista (Elisabetta II) insiste per affidare al marito l’organizzazione della sua incoronazione. Sua madre, parlandone col segretario reale, commenta:

– La regina deve imparare la stessa lezione dei giovani condottieri.

– E cioè? – chiede l’altro.

– Deve imparare a perdere! – rispondo io dall’altra parte dello schermo, sentendomi saggia.

– Deve capire quali battaglie vadano combattute e quali no – replica invece l’ex sovrana.

Per una volta, Dio salvi la Regina. E ci guardi dalle cause perse.

Comunque in quel caso l’ha spuntata Elisabetta.

Anche se, in un concorso tra regine d’Inghilterra, sappiamo benissimo chi vincerebbe.

 

 

Risultati immagini per a lieto fine Oddio, ho sbagliato tutto.

Stamattina mi sono svegliata con questa convinzione.

Avrei potuto svegliarmi con la combinazione vincente dell’Euro Million, ma mi è toccata questa illuminazione qua, comunque non disprezzabile.

Quale evento della vostra vita ha rappresentato la sconfitta più cocente? Un fallimento economico? Una rottura sentimentale? Lasciare l’università al quarto anno fuori corso?

Quando succedono queste cose, cadiamo prigionieri di strane narrative. Finiamo per celebrare le nostre sconfitte, invece delle vittorie.

Può succedere come a me, che tre anni fa, cadendo in preda a una grande crisi, ho deciso di ricavarci qualcosa di buono, “perché la sofferenza non sia stata invano”. Da qui la piega self-help de noantri che ha preso il blog. O la voglia di aiutare gli altri, cassata come “troppo entusiasmo” a qualche colloquio di formazione.

In questi casi c’è una reazione ancora più comune, lo so. Tendiamo a ricordare una particolare sconfitta come la più grande ingiustizia che ci abbia fatto la vita, e ci costruiamo su buona parte dell’esistenza a venire.

Così abbiamo lasciato l’università “per colpa dei professori”, o sposato una persona che non amavano più “perché ormai ci avevamo perso troppo tempo”. L’esempio più emblematico è il suocero di Bellavista, che, vistosi negare un milione per finanziarsi un progetto, entra in uno stato vegetativo da cui si risveglia solo per ricordare la sua disgrazia.

Decidiamo d’interpretare quella storia nel modo che più ci aiuta in quel momento, o così crediamo. Ma a un certo punto, quando la narrativa diventa stantia e la vita avanza, dobbiamo lasciar andare.

Celebrare le sconfitte, anche solo per trasformarle in vittorie, è comunque tenersele lì, come un cadavere in casa. Se ogni nuovo episodio diventa la chiusura di un cerchio, una giustizia tardiva e un po’ frastagliata, stiamo rinnovando in qualche modo l’antico dolore.

E qui viene il peggio: ogni novità finirà per marcire nell’operazione.

Come possiamo cercare un “lieto fine”, se la vita non è mai una fine? La vita non è mai stasi, chiusura, conclusione. È continuo movimento, o non è più vita.

E la nuova relazione non sopravviverà al pensiero che sia “la degna conclusione” dell’altra sbagliata. Perché avrà le sue crisi, i suoi periodi di secca, e se non la trattiamo come qualcosa di vivo e mutevole ci scivolerà via tra le mani prima ancora che ce ne accorgiamo.

E se non smettiamo di vedere la nostra nuova attività come un ripiego di quella precedente, non fiorirà mai sul serio.

Quindi va bene accettare quelle che noi chiamiamo sconfitte, gli episodi in cui la vita ha preso una direzione opposta a quella che ci aspettassimo, o auspicassimo. Va bene compensarle, va bene anche farci coccolare per un po’ e non pensare troppo alle nostre eventuali responsabilità.

Ma poi vanno lasciate andare. Dobbiamo capire che quello che viviamo adesso non è un prolungamento di quello che ci è successo, né tantomeno ne è unicamente la conseguenza. È una nuova storia, un nuovo giorno da interpretare nel modo che ci sia più favorevole.

Che non può fare niente per consolarci del nostro passato, se continuiamo a restarci attaccati.

Ma può fare tanto, tantissimo per quello che siamo noi, ora.

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Ok, ho barato. L’ansia ce l’ho ancora.

Magari non mi assale nei momenti tipici in cui si trasforma nell’occasione perfetta per fare una figura di merda, che so, un discorso pubblico in catalano, o aprire la maniglia difettosa della metro di fronte a mezzo vagone che vuole uscire (e al maschio alfa già pronto a farlo al posto mio).

Ma l’ansia ce l’ho ancora, mi prende all’improvviso per motivi esistenziali. Allora mi faccio proprio quelle domande utili quanto cliccare sul bottone delle metropolitane più tecnologiche, prima che si accenda la lucina verde (sì, caro maschio alfa, il messaggio è per te). Roba che, svegliata dal vicino che si prepara il suo caffè con due litri d’acqua per tre lacrime di miscela, mi vedo passare tutta la vita davanti e mi chiedo: “Starò facendo la cosa giusta?”.

Spoiler: no. Mai. C’è sempre qualcosa che avrei potuto fare meglio, una scelta che col senno di poi mi sembrerà discutibile. Quando si tratta d’immaginare un presente migliore, la fantasia batterà sempre la realtà 20 a 0, perché è più economica e non puzza come i biscotti che ho bruciato l’altro giorno, rispetto alle aspettative che mi ero fatta di papparmeli a merenda.

Semplice, no? Il bello del buio è che puoi riempirlo con quello che vuoi, diceva una compagnella di università.

E invece l’ansia mi viene lo stesso. Non lo sto facendo bene, tra un po’ me ne pentirò.

E allora ho trovato una soluzione pressocché immediata agli attacchi più acuti. Qualcosa che coinvolga attivamente la razionalità.

Mi sono accorta che non c’è nessuna grande paura che non si possa semplificare in una frase di tre righe. Che contenga descrizione del problema, possibile soluzione e strumenti per portarla a termine.

No, non sono una professoressa di PNL, sono una povera crista come voi, e ci riesco!

Vogliamo vedere? Che so, ho rinunciato a prendere il doppio dello stipendio per continuare a fare quello che voglio (scrivere, insegnare)? Al terzo attacco di panico prendo un foglio e scrivo:

Ho sacrificato la sicurezza economica alle mie passioni. Se questa decisione dà i suoi frutti in un periodo di tempo ragionevole [tre mesi], continuo così. Altrimenti torno sui miei passi, contattando di nuovo l’amico che lavora in quell’azienda che paga bene.

Visto? Ovvio che non mi risolve il problema alla radice. Non mi dissipa l’insicurezza di fondo che mi porta a pensare d’insegnare male e scrivere peggio. Non mi scaccia via il senso di colpa per non aver preso la decisione che avrebbero approvato i miei. Né tantomeno aumenta i miei introiti mensili!

Però mi calma subito, mi fornisce una strategia da seguire e trasforma il mostro indefinito che mi sembra insormontabile in una frase di tre righe, che lo smaschera per quello che è: un dubbio come tanti.

Se ci pensiamo, le cose di cui aver paura sono due o tre, e non sempre la situazione finanziaria è nel novero, confrontata con questioni di salute o rapporti interpersonali. Però, non verbalizzandole, tendiamo a farne dei mostri indefinibili,”inspiegabili”, e per questo ancora più paurosi.

Ora è vero che, fin dalla Bibbia, non ci togliamo il vizio di voler comandare su tutte le cose semplicemente nominandole. Ma a volte i vecchi sistemi funzionano, posto che non pretendiamo di farne la panacea di tutti i mali.

Quindi, al prossimo attacco d’ansia, carta e penna e raccontatevi tutto.

Sarete molto più calmi. E anche i vostri biscotti fatti in casa ne guadagneranno.

Risultati immagini per scones  Nella mia vita ho usato spesso l’espressione “chiudere il cerchio”. A ben vedere, ero proprio una fan.

Come unirvi al club?

  • Prendete un periodo caratterizzato da progetti in itinere, domande senza risposta, errori a cui rimediare (un periodo qualunque, insomma);
  • percorretelo alla ricerca di una “fine” degna, di una soluzione che porti con sé la bella sensazione di aver concluso qualcosa. Anche se non è andata come v’immaginavate. Specialmente se non è andata come v’immaginavate.

Esempi:

  1. avete rinunciato all’idea di vivere all’estero, ma siete riusciti a tornare in Italia con uno stage “promettente” (“il cerchio si chiude”);
  2. stavate buttando alle ortiche il progetto di comprare casa, finché non ne avete trovata una da ristrutturare (“il cerchio si chiude, o quasi”);
  3. avete interrotto quella relazione, ma siete rimasti in buoni rapporti, anche perché adesso lui sta con una vostra amica! (“il cerchio si chiude, chitemmuort’ “).

Insomma, è bello pensare che tutte le nostre vicende possano diventare un cerchio perfetto, con una logica tutt’altro che disprezzabile.

E invece il cerchio è uno scone. Avete presente? Quegli sgorbietti irregolari che offrono col tè inglese e che, aperti e farciti con gli intruglietti giusti, si rivelano squisiti. Anche quando non capiamo se sono dolci o salati. E anche se non riusciamo a decidere di che forma siano. Un cilindro squagliato? Un macaron che non ce l’ha fatta? Una miniatura della Torre di Pisa?

Però sono ottimi lo stesso, nella loro fantastica imperfezione. Provare per credere.

Non vi dico quando ho scoperto che in realtà sono fatti con un normale stampino, solo seghettato, come potete apprezzare nel video sotto il post.

Forse, ora che sono a quota quattro progetti sfumati in tre mesi (no, ancora non sono andata a Pompei a piedi) posso dire che altro che quadrare il cerchio, sta storia della conclusione perfetta è come “cerchiare” lo scone.

  • Non c’è nessuna simmetria tra le sue parti (concludere bene il master non mi ha dato accesso al dottorato).
  • Non si capisce bene che sapore abbia (anche se, quando mi hanno escluso dalla formazione per “troppo entusiasmo”, un’idea ce l’avevo).
  • Ma, condito con gli ingredienti giusti, è veramente delizioso.

Non pretendiamo che la nostra esistenza abbia una logica che accontenti la nostra mente, abituata a ridurre il mondo a equazioni che comprenda.

Seguiamone con fiducia le circonvoluzioni pasticcere (magari non abbondando di sale), e saremo in grado di apprezzare al meglio l’intera infornata.

Sempre che non pretendiamo di trasformare uno scone in babà.

In quel caso, hai voglia a mettere rum.

Risultati immagini per broken vase funny  Insomma, avrete capito che ultimamente mi succedono disavventure la cui soluzione rientrerebbe facilmente nella categoria prevete ricchione, un rimedio tutto partenopeo che si utilizza come extrema ratio.

Ma ecco insorgere in me quel tentativo, a volte un po’ insano, di “ricavare qualcosa di buono in tutto il brutto che mi succede”. Stavolta ho ascoltato volentieri la petulante vocina costruttiva, perché in quest’occasione mi è sembrata una buona consigliera.

L’idea è: compenserò ogni colpo della sfiga con qualcosa di buono.

Che so, pensavo di cambiare casa definitivamente ed è in atto una seconda bolla immobiliare? Conferenzina! Con esperti nel settore che aiutino a capire, e la speranza di reclutare tra il pubblico chi abbia i miei stessi problemi.

Mi hanno negato l’accesso a un secondo dottorato, per meno di un punto di media? Oh, io un dottorato già ce l’ho, vediamo se mi accettano così a collaborare col dipartimento. Magari faccio le stesse esperienze senza dover scrivere un’altra tesi.

La lezione privata mi slitta di un’ora perché l’alunna ha scordato le chiavi al lavoro? Fantastico! Anticipo il mio dopolavoro al Buenas Migas, con scone ripieno e bibita intrugliosa. Così dopo la lezione filo subito a casa, che piove pure.

Insomma, compensare i dispiaceri piccoli e grandi, vedere se dalle loro ceneri ricaviamo almeno lisciva, per lavare via la sfiga.

È una bella operazione da fare, sempre che si verifichi una condizione: accettare il dispiacere per il calcio in culo che è. Non cercare di sotterrarlo nella “compensazione” che ci siamo inventati. Altrimenti, invece di essere costruttivo, diventerà un’ossessione. Come la vendetta che possiamo covare contro un collega che è stato ingiusto con noi, una fidanzata che ci ha lasciati all’improvviso, un parente serpente che si sia “messo di traverso” in questioni ereditarie.

Perderemo anni a roderci per la giustizia che pretendiamo di ottenere (che è diverso dal riconoscerci vittime d’ingiustizia). Finiremo per procurarci vendette effimere che non compensano la perdita d’autostima, perché quella possiamo sanarla solo noi. Capendo che un colloquio andato male non ci rende degli incapaci, al massimo può spronarci a formarci di più. Che una rottura sentimentale ha più a che vedere con fattori esterni, che con quei quattro errori che in ogni caso, a partire da questo momento, tenteremo di non ripetere.

Quando cercheremo una compensazione, invece che una vendetta, potremo davvero ottenerla.

È quello che ho scoperto con la crisi che ha provocato la “svolta” un po’ niuegge a questo blog: il desiderio che lo schifo che stessi vivendo mi procurasse qualcosa in più dei due pantaloni di taglia “skinny” che adesso giacciono inutilizzati nell’armadio.

È un po’ come le maledizioni degli antichi dei greci: non possono essere cancellate, ma si possono controbilanciare con un dono.

Tiresia maledetto da Era non potrà mai recuperare la vista, ma grazie ad Apollo avrà il dono del vaticinio.

Ecco, io non ci ho mai visto meglio di quando ho smesso di esigere vendetta, e ho cominciato a  concedermi il perdono.

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Motivi che mi sono stati addotti negli ultimi tre mesi per escludermi da progetti, formazioni, cazzi e mazzi:

  • mancanza di metodo;
  • mancanza di preparazione;
  • scarsità di requisiti;
  • troppo entusiasmo.

Trovate l’intruso.

Ok, confesso: ho semplificato. Nell’ultima categoria ho riassunto una serie di considerazioni che in un caso sono state bonariamente liquidate come “eccessi emotivi”, e in un altro caso traducono una diffidenza dei miei esaminatori per il mio proposito di “aiutare gli altri”.

Mi chiedo se a rispondere “voglio fare la formazione per i soldi”, che sarebbe stata una bugia, non mi sarei attirata maggiori simpatie.

Perché le prime obiezioni sono serie. Posso essere d’accordo o meno sulla definizione di metodo, ma se un professionista sostiene che mi sia mancato nel redigere una tesi, una domanda me la devo fare. Stessa cosa dicasi per la mancanza di preparazione e di requisiti: è a discrezione dei formatori di una qualsiasi “impresa”, far entrare o meno una persona che finora abbia lavorato in altri ambiti.

Ma che le emozioni, l’entusiasmo, possano essere visti come qualcosa di negativo, di cui aver paura, mi sembra un problema grave.

Entusiasmo senza metodo è un disastro. Entusiasmo come attitudine di cui diffidare di per sé, rivela la prevalenza di un’idea di Ragione (ancora la Dea illuminista, ah, l’Illuminismo!) che niente riesce a scalfire, mentre credo non sia una bestemmia parlare d’irrazionalità come di un aspetto della vita umana, piuttosto che un peso da buttare fuori alla porta, perché rientri dalla finestra.

E allora, siccome le emozioni possono essere più complesse da gestire che una fredda dedizione metodica al lavoro, mettiamole da parte.

Parliamoci chiaro: io ho molto chiaro cosa voglia essere, e vado avanti così.

So che l’esclusione delle emozioni è un patto col diavolo che non porta neanche ai vantaggi sperati.

Allora mi chiedo: è questo che vogliamo? Un mondo lavorativo in cui anche l’entusiasmo soccomba alle logiche di profitto ed efficienza?

Io sono fuori dai giochi.

Voi, magari, potete ancora scegliere.

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La discussione finale del mio master mi ha dato l’onore di riguardare in faccia il mio tutor, eclissatosi durante l’intera stesura della tesi, introduzione a parte.

Vederlo lì in commissione a prendere bonariamente le distanze dai miei “eccessi emotivi” mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Sia per le critiche che posso muovere a me stessa (sapevo di non star dando il meglio e avrei potuto rimandare la consegna, in fondo lavoravo pure), sia perché un mondo umanistico che censuri le emozioni mi sembra una complessata parodia testosteronica di quello scientifico. So che pensarlo non aiuta a fare strada, d’altronde mi aveva avvertito anche il collega che avevo corrotto con una pizza perché “mi smussasse i toni”: a me piace molto il tuo stile, aveva detto, ma alle commissioni no, e lo sai. Ho corso il rischio e anche per questo ho preso 8. Per passare al dottorato ci voleva minimo 9. Pure sul sito del master invitano calorosamente a caricare le tesi “dal 9 in su”.

Ero tentata quindi di dare ragione a quei colleghi che avevano trovato il corso inutile e farraginoso, ma per fortuna mi sono accorta in tempo che rischiavo di commettere il loro stesso errore: dimenticare le lezioni che veramente mi hanno aiutata.

A conclusione di alcune riunioni tipo Alcolisti Anonimi (ma le dipendenze sono tante), ricorre una frase che mi è sempre piaciuta:

Trattenete quello che vi è stato utile dell’esperienza e lasciate andare ciò che non lo è stato.

Meicojoni, direte voi. Che però non lo fate mai. Siamo onesti, onestissimi, parola di scout: se un’esperienza si conclude male, quanto siamo propensi a buttar via anche i bei ricordi, in una scala da 1 a Clementine Kruczynski?

Eppure, “conservare il buono” potrebbe essere la chiave per ribaltare il risultato, e ricavare una svolta positiva proprio da “quella merda”.

Che spesso diventa merda solo col senno di poi, condizionata dal finale non proprio soddisfacente.

Un licenziamento in tronco, peraltro previsto dai contratti schifosi di oggi, ci fa buttare nella spazzatura anche la festa a sorpresa in ufficio, o il progetto affidatoci da un supervisore che certo non ci voleva fuori dai giochi.

Il fatto che una relazione evidentemente sbagliata si concluda con un terzo incomodo, invece che con una separazione pacifica, non dovrebbe cancellare anche quei due-tre momenti da salvare.

E ribadisco che non sono dettagli, che forse gli aspetti positivi che siamo così pronti a dimenticare sono le chiavi per ricavarci qualcosa di buono. Sono il mezzo per chiudere questo capitolo della nostra storia senza farci mangiare dal rancore (che a sua volta è il condimento preferito del tempo sprecato). Proprio in senso pratico.

Tra i prof. del master c’era un allievo di Claudio Guillén (mostro sacro della Letteratura comparata) che mi ha ricordato che la letteratura è soprattutto discorso, e che arricciare il naso per il Nobel a Bob Dylan dovrebbe avere più a che vedere con le stravaganze dell’Accademia (che da qualche anno sembra averci preso gusto a stupire) che con la pretesa di definire cosa sia letteratura.

Il suo insegnamento è stato davvero utile e, siccome consulterò il professore su come continuare il lavoro per conto mio, sarà anche il mio trampolino di lancio per ricavare qualcosa di buono da questo curioso master.

E non c’è niente di più facile che ricavare qualcosa di buono da ciò che già ci ha fatto bene una volta.

Perché, a parte i casi da invocazione alla Madonna di Pompei, c’è quasi sempre qualcosa che ci possa far bene nonostante la delusione, il dolore, lo smarrimento.

Basta permetterglielo.

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Omaggio ai ’90 di skuola.net

In spagnolo i bagagli emotivi indesiderati si chiamano anche “mochilas”, zaini. Non bisogna, dicono, “portare il peso degli zaini altrui”. O caricare troppo i propri.

L’altro giorno mi è piombato addosso un Invicta da versione di greco in prima liceo, vocabolario Rocci incluso. Ero a una specie di colloquio di formazione, in una società in cui bazzicavo da tempo. La mia prima esaminatrice, oltre alle ragionevoli considerazioni su mie reali mancanze, mi ha sciorinato con veemenza sospetta una serie di remore che sembravano avere molto più a che fare con la sua vita e i suoi dubbi, che con la mia reale situazione.

Fatto sta che il suo giudizio è stato determinante nella mia esclusione dal progetto. Ho scoperto dopo che pagavo la sua diffidenza verso la mia prima formatrice. Troppo tardi.

Nello stesso giorno, su una pagina che amministro, sono stata bersagliata dal sarcasmo gratuito di un misterioso filantropo che dà sempre consigli su come trovare alloggio a Barcellona (tramite lui, ovviamente), e insulta chi gli faccia concorrenza in generosità, magari davvero gratis. Bannato al primo accenno di minaccia (tipo un meme che verteva sul darmi fuoco, “e non è una battuta”). Il mondo è troppo piccolo per i traffichini.

Per me l’esaminatrice e questo poveretto sono due facce della stessa medaglia. Succede in famiglia, nelle relazioni e, manco a dirlo, sul lavoro: l’altra persona vede in noi chissà quale aspetto di sé, o appioppa a noi i suoi problemi. Oppure, più semplicemente, ci troviamo nel posto sbagliato mentre un iracondo sta scaricando sull’intero universo le sue frustrazioni.

In queste occasioni ci sentiamo delusi e un po’ traditi, anche quando abbiamo fatto i conti coi nostri reali demeriti personali.

Però mi sono salvata la giornata, in un modo che vi consiglio: ho ammesso da subito il mio dispiacere, con me stessa. Fateci caso: quando ci capita qualcosa di spiacevole il primo impulso è spesso di distrarci, non pensarci, magari sperando davvero di smussare un po’ il ricordo della brutta esperienza, se non di cancellarlo.

Mi succedeva da piccola quando sfogliavo un libro di medicina di mio padre e, tra le foto colorate di cellule tumorali (che per me erano solo cerchietti), appariva l’occasionale primo piano anatomico. Per fortuna non lo riuscivo a decifrare, ma lo correvo a “cancellare” immergendo la testa in un fumetto.

Adesso so che non è il metodo più efficace, anzi. Quello che ti spaventa, ti domina.

E allora ho passeggiato con questa sensazione d’ingiustizia e impotenza insieme, che pian piano andava prendendo corpo. Ho lasciato che la lenisse una sincera analisi delle mie personali mancanze, senza per questo negarmi la rabbia per aver pagato le conseguenze dei problemi altrui.

Man mano che ho fatto questo, ho sentito il peso alleggerirsi, a tratti svanire.

Pensate a quanto tempo mi abbia risparmiato l’operazione! La tristezza è lì comunque, che fingiamo di vederla o no, tanto vale non sprecare ore a nasconderla, affrontarla subito.

E saremo liberi di goderci tutto il resto.

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Vi ho visti, vi ho letti, vi ho ascoltati.

Siete arrabbiati. Lo capisco. Ci sono molte ragioni per esserlo. E non sto a dirvi che “l’importante è come reagiamo a quello che ci succede”, che è sempre valido ma è difficile da applicare.

Però c’è qualcosa che non mi quadra della frustrazione che accompagna, in rete e nel mondo in 3D, i commenti razzisti, gli scambi di foto porno non autorizzate come se fossero figurine dei calciatori alle medie, le berline mediatiche di questo o quel capro espiatorio incaricato di renderci più divertente la pausa caffè.

Tutto questo lo facciamo come se non avessimo altra scelta.

Mi spiego: quando sono così frustrata da prendermela con qualcun altro, ma proprio affidargli la causa di tutte le mie disgrazie presenti e future, è quando proprio ho perso le speranze.

Che ne so, c’è lo sciopero del personale metro a Barcellona e sto bloccata ad Arc de Triomf, con la prospettiva di farmi sotto la pioggia quei 2 km che mi separano da casa.

Allora sì che comincio a prendermela con l’universo mondo.

Ok, lo so, ci sono paragoni più drammatici. Però la questione è la stessa.

In tanti, invece, pensiamo che nutrire qualsiasi speranza di migliorare le cose, senza un miracolo esterno, sia stupido o, nella migliore delle ipotesi, ingenuo. Vero? Tutti i nostri problemi derivano unicamente da altri fattori, questioni davvero complicate come disoccupazione, parenti serpenti, relazioni precarie. Siccome nessuno può negare la difficoltà di questi ostacoli, passa più facile l’idea che la nostra serenità dipenda esclusivamente da quelli.

Così sottovalutiamo il fatto che in pochissimi casi, e molto gravi, la nostra infelicità deriva unicamente dall’esterno. Ma continuiamo a pensare che l’unica è rassegnarci e sperperare in sarcasmo e tristezza delle energie utili per cercare una soluzione. È anche il modo più economico di affrontarli, i problemi. Ci costa solo il fegato.

Così ce la prendiamo con le “cagne” mediatiche, per sfogare la frustrazione di una separazione. O ci mettiamo del rancore genuino nelle risate sui meme di Jennifer Aniston e #Brangelina, perché lei si sarà rifatta una vita, ma noi pensiamo ancora a quello stronzo.

Vuoi mettere tutto questo con l’ebbrezza di avere sempre ragione?

Perché, fateci caso, noi ci convinciamo che tutto andrà sempre una merda poiché siamo troppo buoni per questo mondo, e troppo onesti e intelligenti per non saperlo. E 9 su 10 ci azzecchiamo. Perché nella nostra vita non succederà un cazzo di niente che possa smentire il nostro assioma: staremo proprio lì di guardia per non farlo succedere.

E se c’è una possibilità di star bene, ci assicuriamo che non dipenda mai da noi, da sforzi nostri. È sempre la raccomandazione che non arriva, quella bastarda che non ci chiama, la sfiga che non ci fa mai prendere al superenalotto.

Stiamo male per cause esterne? È dall’esterno, sembriamo pensare, che deve venire la nostra salvezza.

Dalla nuova relazione che ci sottrarrà per qualche tempo al pessimismo cosmico, per poi lasciarci a pezzi quando finirà (ma l’amore è così).

Da quei due soldi che finalmente guadagneremo e che non spenderemo mai in maniera soddisfacente (ma la vita è così).

Quindi manteniamolo, sto ghigno furbetto, scoraggiamo chiunque cerchi sul serio di migliorarsi un po’ l’esistenza. Deridiamo chi si ostini a cucinare con gli ingredienti che ha, o addirittura a procurarsene di migliori.

Continuiamo a farci del male.

Che l’unica soddisfazione possibile sia poter dire agli amici di facebook che, quando sostenevamo che la vita fosse una merda, avevamo pienamente ragione.

Prenderemo un sacco di like.

 

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L’altro giorno ho assolto al compito non facile di consolare un amico per una rottura sentimentale.

Sono andata a prenderlo al lavoro e ci siamo goduti un Raval che cambia a vista d’occhio, magari per i motivi sbagliati, che però gli regalano anche angolini come quello che ci ha accolti.

Il mio amico non è uscito bene dalla relazione, ma si riprenderà presto, anche perché si è rallegrato di quanto le persone lo stessero coccolando, ascoltando, sopportando.

A un certo punto mi ha proposto:

– Dai, quando puoi andiamo a farci una pizza. Però più in là, magari, so che in questo momento non sono di grande compagnia.

Questa osservazione mi ha divertito molto: non sapevo se ricordarglielo o no ma, se ero lì con lui in quel momento, era stato anche per una pizza “sospesa”.

– Ricordi quanto ero “pesante” io, tre anni fa? – gli ho risposto infine. – Ti chiamai una sera che ero proprio disperata e tu mi dicesti: “Forza, andiamo a farci una pizza!”.

Ovviamente lui non ricordava niente di una serata che, nel suo caso, era stata uguale a tante altre, a parte la chiamata di questa ex cliente che invece di godersi il suo nuovo acquisto stava digiunando per uno che l’aveva lasciata senza accorgersene (finora la definizione migliore).

Io invece ricordavo tutto. Specie la risata che in altre circostanze mi sarei fatta davanti a quell’invito spensierato in pizzeria, anche perché ai tempi a stento mettevo in bocca un po’ di pane e tortilla precotta, e un panettone spagnolo che pugnalavo al “risveglio” per colazione.

La pizza l’avevamo mangiata qualche settimana dopo, ed ero stata comunque una commensale leggera quanto l’accoppiata peperonata + cheesecake.

Ma ieri pomeriggio, tre anni e sette vite dopo, ero lì ad ascoltare lui anche per quella proposta telefonica deliziosamente fuori luogo.

– Insomma – ho concluso, rammentandogli l’aneddoto – quest’amore che stai ricevendo, l’hai coltivato. Hai seminato una risata muta tre anni fa e adesso hai raccolto un caffè, in attesa della pizza sospesa.

– Mica l’ho fatto per quello – ha sorriso lui.

– Lo so. O non avrebbe funzionato.

 

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