Archivio degli articoli con tag: resilienza

mani_bucateNon so se vi capita, ma l’altro giorno, appena sveglia, ho acceso il cellulare e ci ho trovato tre messaggi che possiamo riassumere così:

1) compagno delle medie che mi chiede la traduzione in spagnolo di una “brevissima” lettera (non un riassunto, proprio tutte e due le pagine, ed era una specie di truffa);

2) ex sparito da secoli che si fa sentire solo per una borsa di dottorato: conosci questa prof, dalle parti tue? Che tipa è? A proposito, come stai?

3) amica in preda a una crisi esistenziale che “sa che il mio parere niuegge non le servirà a niente”, ma lo vuole lo stesso.

Citiamo sempre la mia espressione catalana preferita: ‘na fetta de culo?

Non per niente ho sentito in tempi relativamente brevi la stessa frase ripetuta in italiano e in spagnolo: stai dando quello che non hai.

Perché, a conti fatti, tutte queste energie da regalare in giro non le ho. Ma mi creo sempre rapporti di dipendenza in cui tendo a essere quella che elargisce consigli, aiuto, energie, e le persone intorno a me, in cambio, mi fanno sentire tanto buona e santa. E tanto stanca.

Se lo fate anche voi, perché credete che succeda? Io credo che sia perché ci serve. Contribuisce a relegare le cose che ci interessano davvero in un rassicurante “se potessi…”, che ci impedisca sempre di provare a farle e rischiare il fallimento. E l’altruismo è la più nobile delle scuse.

Non per me, stavolta: li ho mandati tutti affanculo e sono andata a un seminario che m’interessava, su un argomento che non ho mai approfondito perché troppo impegnata a fare ciò che non mi piacesse (ma gli altri presenti non hanno avuto lo stesso accorgimento e alla mia età erano già degli esperti).

Avrei potuto fare tardi per rispondere ai messaggi, sarebbe stata una splendida scusa per non andarci. Mi sarei sentita bene, ma stanca. Avrei sentito il sollievo appagante di quando ci riposiamo dopo una corsa troppo faticosa.

Invece, optando per il seminario, sono stata un vulcano di idee. Già mi vedevo a prendermi due lauree e cinque specializzazioni, in quella materia, a recuperare il tempo perduto… Ovviamente, non farò manco un terzo di tutti questi progetti, tipici di chi passa da annullarsi per gli altri a occuparsi solo di sé: si crede che disperdere le energie in tremila direzioni significhi essere usciti dal tunnel.

Niente estremi, allora. Basta ricordare questo: se do quello che non ho, non faccio davvero un bene agli altri, che torneranno con nuovi bisogni e nuovi problemi da scaricare su di me (più “economico”, visto che io mi presto, che affrontarli loro).

Se canalizzo le mie energie in progetti che m’interessano, sono più utile a tutti. Anzi, c’è la minima speranza che, oltre all’aiuto effimero, regali pure la voglia di seguire il mio esempio e non scappare dalla propria vita.

La questione è: non fraintendiamo il concetto di altruismo e diamo solo quello che abbiamo. Diamo le energie che ci genera il fare esattamente quello che, date le circostanze, possiamo e vogliamo fare.

La felicità è l’unica cosa che si può elargire a piene mani, senza esaurirsi mai.

ansiaParlavamo di un mondo libero dall’ansia (per quanto ci si possa liberare da questa vecchia amica petulante) e di quanto ci sembri alieno, i primi tempi, tanto che quasi quasi torniamo alla vita di prima.

Ecco, questa parte che vuole tornare indietro, che anela l’ansia come primo motore, non sottovalutiamola. No, non dico di assecondarla, anzi. Ma stiamola a sentire. Ha le sue ragioni e ha energia da vendere. Sicuramente la noia è l’ultimo dei suoi problemi, mentre è il primo nel nuovo mondo ansia-free che ci aspetta. Non che sia veramente noioso, eh, è che, dopo che andavamo in panico per dire buongiorno a qualcuno, tutto il resto è noia per definizione.

Insomma, pensavamo che scattasse il “vissero felici e contenti”, invece il racconto comincia solo adesso. E allora non facciamo l’errore di reprimere l’ansia, come una ex che fingiamo di non amare più e poi ci torniamo in ginocchio. Se eravamo ansiosi, era per un motivo preciso: funzionavamo, seppure in modo contorto, meglio che altrimenti, risolvevamo così problemi che ci sembravano insormontabili.

Ora che sappiamo che non lo sono, accogliamola come una parte di noi, come l’amica pazzerella che non sappiamo bene dove ci voglia portare, ma ogni giorno ha un’idea nuova.

Non mi va di fare la tipa moderna nevrotica che si fa prendere dall’ansia come fosse una moda. Mi va di considerarla, quando abbia imparato a maneggiarla, come una risorsa in più, un’inedita fonte di creatività che mi aiuta, occasionalmente, a mettere un po’ di pepe nel mio nuovo mondo così tranquillo, così noioso.

Finché non capisco che anche questo mondo è tutt’altro che monotono, è una sfida, è tutto da esplorare, con curiosità.

E la curiosità, rispetto all’ansia, è pure simpatica.

ansia (1)Prendete la vostra amica più ansiogena, il fascio di nervi, proprio. Di solito gli uomini che conosco hanno altri problemi, ma se il più ansiogeno della comitiva è un uomo, prendete lui, non di sopresa che muore. Chiunque prendiate, toglietegli l’ansia. Fatto?

Ora state a vedere.

Non sa che fare! Se l’ansia è una componente fondamentale della nostra vita, senza non ci troviamo, letteralmente. Il mondo che immaginavamo così bello senza tutte le nostre preoccupazioni diventa strano, un posto alieno, non capiamo dove si cominci, neanche per fare una passeggiata.

Se penso continuamente che sono inadeguata e comincio a lavorarci su, e mi trovo qualcuno che mi trovi sempre meravigliosa e fantastica a prescindere da ciò che faccia, non è che sia più felice. Non subito, almeno, nella mia esperienza. È vero, all’inizio c’è il periodo “ma che davero?”, quello in cui scopriamo un mondo alternativo al nostro così cupo e minaccioso. Poi, però, ci rendiamo conto che in questo mondo ci dobbiamo pure abitare, non possiamo restare là sulla soglia a contemplarlo, e allora è come quando andiamo a vivere in un paese straniero. Dobbiamo adeguarci a tutte le nuove norme, o accettarle e decidere se vogliamo seguirle o meno: orari dei pasti, convenzioni sociali, se possiamo toccare le altre persone, quando le salutiamo, o addirittura dobbiamo baciarle al primo incontro.

Sono cose che spiazzano e poi s’imparano. E la parte di noi che vuole tornare indietro è sempre in agguato. Quella che vuole fare le tre di notte davanti al pc, così domani saremo distrutti per portare avanti il progetto che ci spaventa di non riuscire a terminare. Che vuole arrivare semiubriaca alla festa in cui ci stanno aspettando, così magari sabotiamo la storia che potrebbe nascere e amen. Tutti quanti vivono amori disperati, perché proprio noi no? Perché dovremmo essere felici quando possiamo essere normali?

E non dico che dobbiamo smettere di fare i poeti maledetti, se è parte del nostro carattere, dico solo che, se lo facciamo per non affrontare i problemi, per evitarci la paura di fare altro, forse è meglio scendere a compromessi con lo spleen, no?

Ne riparleremo.

miróIl problema di stare sempre con musicisti: vado a un concertino col mio ragazzo, che stiamo insieme da poco, a un festivalino hipster di provincia, e cosa c’è? Il gruppo del mio ex, che suona la chitarra. Non che non ce lo aspettassimo, o che fra il mio nuovo ragazzo e il mio ex non corra buon sangue. Anzi, sono amici. La differenza è che uno mi ama e l’altro non mi ha mai amata, ed è troppo poco per separare due uomini, e va bene così.

Allora ci mettiamo tra il pubblico, applaudiamo alle prime canzoni, ci baciamo un po’ tra una pausa e l’altra, finché non succede. Finché il cantante non prende il microfono e dice:

– Questa canzone l’ha scritta il nostro chitarrista, speriamo vi piaccia.

E fin dai primi accordi capisco per chi è. Per quella che mi ha preferito, per quella che ha amato e a me mai, a me niente, per quella che ha inseguito lasciando me nella merda e che a sua volta ha lasciato nella merda lui.

E allora che faccio? Sorrido, mi giro verso il mio ragazzo, gli cingo le spalle con le mani mai abbastanza lunghe per afferrare i suoi pensieri, e la balliamo. Lentamente. Sul suo petto sento il sole che la canzone caccia via da sé, una canzone di amore frustrato che sembra la mia, fino a poco tempo prima. Capisco che io ne sono uscita, lui che ora suona mestamente la chitarra, sgarrando anche qualche accordo, no.

E allora sento la cosa più strana del mondo: compassione. Sento che il mio amore e quello che mi corrisponde e quello dell’altro sul palco e quello dell’altra che l’ha mollato, che gli amori mai dati e quelli solo ricevuti, siano un’unica palla gigante che non sappiamo come afferrare. Ma ci proviamo, con tutte le nostre forze, meglio che possiamo. E in quel momento la palla gira con me, a ritmo lento di note un po’ stonate, oblique come il bacio che adesso mi concedo, viva, felice.

Resta la ferita, restano le crepe. Ma oggi ho letto questa frase, dice che è di Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.

E dopo questo, che altro vuoi dire?

mirrormirror  L’altro giorno leggevo la classica frase ad effetto su facebook: “come ti tratta la gente dipende dal suo percorso, come reagisci tu dipende dal tuo”.

Non so voi, ma conosco persone che, per quanti problemi possano avere anche con gli altri, con me danno il peggio. A prescindere da quello che faccia io. Possono essere “eccentriche” per conto proprio, ma, quando devono interagire con me, anche per questioni importanti, semplicemente oscillano tra l’indifferenza e il disprezzo, che a volte cela un’ambivalente ammirazione per cose che in teoria io possiederei e loro no. L’invidia non ha bisogno di fondarsi su prove concrete, per esistere.

Magari la questione è questa, con chi ci disprezza: vedono in noi quello che amano o odiano di sé.

Qualunque sia la loro ragione, il problema, a mio avviso, è farla anche nostra.

Cioè, credere sul serio che siamo degni di disprezzo solo perché qualcuno si ritrova a disprezzarci. Che ci siamo meritati la freddezza o i maltrattamenti di chi quel giorno era nervoso per fatti suoi.

Perché un’altra questione importante è: capire che non è un fatto personale. Capire che, davvero, il problema non siamo noi, è qualcosa che la persona che ci tratta male ha contro se stessa e che riversa su di noi. Forse è vero che quella persona è la prima vittima del suo comportamento. E noi? Noi siamo vittime finché ci adattiamo a esserlo.

E non fraintendetemi, non è che che uno può trattarci come voglia “perché lo picchiavano da piccolo”, eh. Esiste una cosa che si chiama responsabilità. Né sono così ottimista da credere che soffrire o meno sia una questione unicamente di scelta: se chi amo (genitore, amico o compagno) mi ignora o mi tratta con ambiguità, sto male che lo voglia o no.

Semplicemente, man mano che acquisto la consapevolezza che quella persona stia male prima di tutto con se stessa, ma che non posso né tenermi le sue paturnie né salvarle la vita, passo avanti. M’inchino, sorrido, le do l’in bocca al lupo e vado. Dove? A trovarmi qualcuno che mi guardi “con gli occhi giusti”, senza turbe psichiche né proiezioni malsane.

Spoiler: esistono. Che ci crediate o no.

paracaduteQuesta la scrivo così come me l’hanno spiegata, e mi scuso con chi capisce di aerei se non è accurata. La metafora mi serve proprio come me l’hanno detta.

Dice che quando un aereo precipita, c’è la fase di stallo. L’aereo ha due possibilità: buttarsi giù in picchiata nella speranza di riprendere quota; buttarsi giù in picchiata e schiantarsi.

Comunque vada, l’aereo deve precipitare, sperando non sia per sempre.

Credo che questo ci succeda spesso, quando affrontiamo una crisi. Ci dicono “fatti coraggio” e fanno peggio, con le migliori intenzioni. Se neghiamo la crisi, quella ci sarà lo stesso. Se fingeremo di star bene, idem. Se riusciamo davvero a reagire bene fin dall’inizio (e attenzione all’iperattivismo, a volte è solo un modo per fingere che vada tutto bene), meno male, ma forse per un po’ dobbiamo assecondare la tendenza a precipitare, senza fare molto altro.

Temiamo che così non prenderemo mai più quota? Dobbiamo provarci. A volte non abbiamo altra scelta.

A volte, a cercare di lottare con le correnti avverse fingendo che non stiamo precipitando, precipitiamo prima e peggio, senza atterraggio di fortuna.

Allora, pensiamo a noi. Pensiamo a star bene.

Precipitiamo per un po’. Prima lo facciamo, prima torneremo su.

cruzar_las_aguasHo tanti amici che dicono che “ci vanno coi piedi di piombo”, nei loro nuovi progetti. Io la trovo più che azzeccata, quest’espressione, nel caso di progetti lavorativi, di decisioni importanti che riguardino la famiglia, di politica (e non sempre manco in quella)…

Il campo che nella mia esperienza è il meno adatto, per i piedi di piombo, è l’amore.

Per un motivo molto pratico: le paure che abbiamo in questo settore si avverano proprio se le assecondiamo.

Magari vediamo questa persona da un mese, ne conosciamo ogni centimetro di pelle ma non sappiamo che faccia abbia quando è triste. E vogliamo scoprirlo, e in generale approfondire la conoscenza, ma abbiamo pure paura di soffrire. La cosa più stupida che possiamo fare, a mio parere, è assecondare questa paura e soffocare ogni spinta in un eccesso di precauzioni.

Perché per evitare di soffrire boicotteremo qualsiasi possibilità che abbia questa storia di nascere, ma pure di morire, se è meglio così, e finiremo per stare da cani.

Perché cominceremo a usare le strategie:

– a negarci al telefono, o a non mandare il WhatsApp dopo l’uscita, perché poi penserà che siamo troppo prese (così si metterà in guardia a sua volta e ci sembrerà troppo poco preso);

– a evitare quegli argomenti di conversazione su cui potremmo dissentire (così esploderanno tutti insieme e sfoceranno in un litigio epocale);

– a negare i nostri bisogni, per evitare che l’altra persona si senta oppressa (certo che ci dispiace che non venisse a cena da noi per andare a fare le treccine al gatto, e abbiamo tutto il diritto di dirglielo);

– a non dirci in faccia che le cose non vanno bene (così la questione salterà fuori dopo mesi e mesi a fingere che stiamo ottenendo esattamente quello che vogliamo);

– a essere ambigui sui nostri reali desideri (eh, se va bene voglio una storia seria, ma va bene anche così, eh… No, non credo che stiamo bene insieme, ma forse mi sbaglio…).

Tutto questo perché lo facciamo? Per non soffrire. E finora cosa ci ha portato? Sofferenza. Chiamatela come volete: ambiguità, tristezza, malinconia, lutti da elaborare. È sofferenza. Nostra e altrui.

Quindi capisco tutto quello che volete, sull’andarci piano a cominciare una storia, e anche ad ammettere con se stessi che una storia, per quanto ci si piaccia, non può cominciare.

Ma se non troviamo un equilibrio tra cautela e vigliaccheria, non potrà mai nascere niente.

Perché l’entusiasmo è contagioso, inutile nasconderlo se l’altro è titubante per esperienze pregresse. Io almeno ne sono stata travolta e ho finito per sposarlo (l’entusiasmo, dico!).

Perché “gli uomini fuggono se dico che voglio una storia seria” è una verità incompleta: fuggono proprio gli uomini (e le donne, eh!) che dovresti scartare a priori perché non ti daranno la storia seria che vuoi.

Perché “posso benissimo gestire una scopamicizia anche se sono innamorato” è una grande verità finché non viene qualcuno di cui s’innamori lei e ti trovi, per dirla in francese, con le pacche nell’acqua.

Perché il coraggio non deve per forza diventare spericolatezza, né la sincerità oppressione, e coraggio e sincerità insieme garantiscono quasi sempre il migliore degli esiti possibili alla peggiore delle situazioni.

L’altra strada, quella dei sotterfugi e della vigliaccheria mascherata da cautela, l’abbiamo già imboccata. Che ne dite di vedere dove sfocia questa?

Specie se intanto c’è un intero panorama da ammirare, e ce lo costruiamo noi.

cioccolatoE poi c’è quello. Non so come chiamarlo altrimenti. Ne avevo avuto sentore tanti anni fa, leggendo Metello di Pratolini e apprendendo di quel languore tra due amanti che l’atto sessuale sarebbe la cosa più naturale a soddisfare. Oppure, in tempi più recenti, quando baciando qualcuno ebbi la curiosa sensazione che la sua barba fosse anche mia.

Ma non l’ho provato davvero che poco, pochissimo tempo fa.

È il momento in cui vorresti fonderti con l’altra persona e sai che non è possibile. E no, signor Pratolini, è diverso anche dal sesso, anche se “fisicamente” sarebbe il modo più vicino di arrivare alla fusione. Ma qui si parla di un fenomeno che può succedere dappertutto, in un bar mentre parlate o in metro, o improvvisamente, mentre state facendo tutt’altro e vi accorgete che non v’interessa tanto cosa dica l’altra persona, ma come si muovono le sue labbra.

Allora, anche se non ci stiamo neanche sfiorando, ci sentiamo una cosa sola con lei. Diabete a mille, vero? Ma succede, ed è qualcosa che come tutte quelle che riguardano gli umani sembra facile provare a razionalizzare. Ci chiediamo se non sia l’istinto che ci porta a creare un ambiente accogliente per figliare, facendoci sentire effettivamente l’esigenza di “manifestare” questa sensazione in un coito. Ma credo sia davvero di più, e non so cosa l’origini, ma so che è bello, infinitamente, e che è meglio che resti un mistero. E come tutti i misteri che sono anche belli porta con sé una punta di pericolo.

Perché non durerà per sempre, intuisco, ma forse durerà la sensazione illusoria che l’altra persona sia parte di noi, proprio fisicamente. E non lo sarà mai, su questo potete mettere la mano sul fuoco.

Sarà sempre se stessa, con esigenze e aspirazioni che non combaceranno mai del tutto con le nostre. E a un certo punto, è quasi inevitabile, soffriremo per questo. Soffriremo per la voglia che abbiamo di vederla quel giorno, o di parlarle di un problema sul lavoro, mentre lei ha avuto un’altra giornata e ha un’altra testa, rispetto alla nostra, che in questo momento le fa pure male, e non è disposta ad ascoltarci o lo fa con malcelata impazienza.

E noi ci sentiremo quasi defraudati: ma, amore, tu e io non eravamo un tutt’uno?

No, tesoro, quella era un’illusione, una fantastica illusione. Che dobbiamo portare con noi nel suo indissolubile mistero: la voglia improvvisa e puntuale di essere una cosa sola, insieme alla dolce sofferenza di non poterlo essere mai.

Ed è allora che impariamo a essere due, ad andare avanti con la nostra testa e le ambizioni altrui, per cui faremo il tifo fino alla fine, coi nostri progetti che con un po’ di culo e un certo lavoro di coordinazione potranno diventare anche suoi.

Il tutto in nome di quell’attimo fantastico e illusorio che ci ha fatto credere di essere davvero una cosa sola, e per fortuna ci ha aperti a questa nuova scoperta che è vivere in due corpi, ma con la stessa voglia di andare avanti, di condividere, di imparare la vita insieme.

wakeupNo, non voglio fare come le vostre amiche, e dirvi di trovarvene un altro. Non voglio fare come chi ogni tanto vi butti lì il celebre “Chiodo scaccia chiodo…”.

So che dovete arrivare alla vostra soluzione, coi vostri tempi.

So che, in barba a qulasiasi manuale sulle relazioni sane (?) e qualsiasi dichiarazione d’intenti contro la dipendenza sentimentale, mi sarei tenuta la mia infelicità a vita, e sarebbe stata una decisione solo mia.

Volevo solo confermarvi quello che già sapete e che forse vi fa paura, e che magari legittimamente non volete, perché si può legittimamente non voler essere felici.

Ebbene sì, se sapeste com’è nell’altro modo, la versione lieto fine (non quello che vi aspettavate voi, che forse neanche lo è), non sareste più ancorati a quello che avete ora. E non vorreste più tornare indietro.

Ma non riuscite neanche a immaginarvelo, forse, un amore in cui tutto il lavoro di conquistare, sedurre, convincere l’altro che valete qualcosa nonostante voi stessi pensiate di non valere niente, diventa inutile, perché l’altro lo sa a priori, quanto valete. E, quel che è peggio, vi dimostra di saperlo, ogni giorno. Dalle piccole premure alle grandi prove d’affetto.

La lotta, allora, diventa ancora più inquietante: non si tratta più di convincere, ma di mantenersi, in questa convinzione, di non dare per scontato che sia sempre così bello e ringraziare ogni giorno per la fortuna che avete avuto.

E, vi assicuro, è molto più complicato delle manfrine da inizio storia, dal “te la faccio odorare ma intanto faccio la preziosa”, al “ti corteggio ma intanto faccio il bel tenebroso”. Dei ruoli che per qualche sciocco motivo ci hanno insegnato far parte dell’amore, e ci portano a storie ipocrite in cui impariamo, prima di tutto, a nascondere i nostri bisogni.

Tutto questo diventa fuffa quando trovate l’originale, la gioia vera che si costruisce giorno per giorno.

E sparisce pure quella barzelletta in cui vivevate prima, e magari vivete ancora, quel continuo osservare il cellulare per vedere se “quello lì” e “quella là”, questi fantasmi tutti uguali in cui si trasformano i nostri amori frustrati, vi ha mandato un messaggio, come se la vostra vita dipendesse da quello.

Se lo sapeste, se lo sperimentaste coi vostri occhi e la vostra pelle, questo piano B che si chiama amore felice, ora non stareste lì a dirvi che potete benissimo portare avanti una relazione solo sessuale con una persona che amate, o che prima o poi si accorgerà di voi (e magari lo farà, eh, ma vale la pena aspettare?).

Ma il paradosso è questo: per saperlo, dovete permettervi di scoprirlo.

Dovete decidere voi di essere abbastanza curiosi da voler vedere com’è quest’altro tipo di amore, consapevoli che potreste non riconoscerlo subito, ma che poi la vostra pelle stessa vi saprà dire sì, era questo, era questo di cui ti parlavo mentre eri troppo occupata ad ascoltare la tua mente, la tua ossessione, per darmi fiducia.

Allora, fate il vostro processo, fino ad ammettere che la voglia di amare ed essere amati supera quella di amare quella persona che non può, non vuole corrispondervi.

Quando l’avrete fatto, verrà il resto.

E allora saprete.

calimeroSì, lo so che lo pensiamo spesso, su tutti i fronti. A noi non succede “mainaggioia”, gli altri trovano lavoro e-noi-no. Gli altri vanno d’accordo con la famiglia e-noi-no. Gli altri si innamorano (corrisposti, dico) e noi… Che ve lo dico a fare?

Secondo me: 1) è proprio questo pensiero a impedirci la minima possibilità che ci succeda (non che a non avercelo accada tutto automaticamente, ma eliminarlo aiuta assai); 2) preferiamo il pessimismo all’incertezza, perché almeno ci fa sentire sicuri.

Ok, provo a spiegarmi.

Primo punto: se pensiamo che a noi non capita mai d’innamorarci, bocciamo a priori qualsiasi possibilità che succeda. Ho un amico che ogni tanto conosce donne interessanti, ma alla minima contrarietà (che so, la ragazza per una sera che la invita a una festa deve lavorare) pensa “lo sapevo, è stato bello crederci ma non mi si fila”. Chi glielo dice che non si sia trattato di un episodio estemporaneo? Soprattutto, perché togliersi così presto la speranza? Ovvio, perché a lui “queste cose non succedono mai”.

Non sarà che per certe cose ci vuole una botta di culo che già di per sé è complicata a darsi? Immaginati se la respingiamo a priori e non la riconosciamo quando si presenta.

E qui arrivo al punto due: gli esseri umani sono una barzelletta vivente. Sono così affamati di certezze, così contenti di crearsi schemi in cui riconoscersi (vedi le abitudini e quanto siano difficili da debellare, anche quando sono nocive), che a volte preferiscono quelli alla possibilità che succeda qualcosa di bello. O meglio, ovvio che le belle novità siano più che benvenute, ma devono avvenire col minimo sforzo per gestirle e senza il minimo stravolgimento della vita quotidiana. Come dice una mia amica romana, citando evidentemente Prévert: ‘na fetta de culo?

Allora, parliamoci chiaro: trovare un lavoro decente non dipende mai del tutto da noi. Ovvio che aiuta tanto mandare tonnellate di curriculum, ma quante volte ci è stata più utile l’amica che ci ha chiamato dicendo che nella sua azienda cercavano personale? O la prof. che ci proponesse di fare il database del gruppo di ricerca? Sono circostanze fortuite che, ahimè, funzionano più spesso della bravura (anche se l’esperienza mia e altrui mi dice che quest’ultima, come motivo di assunzione, è sottovalutata).

Anche innamorarci, non dipende da noi. Noi dobbiamo aprirci alla possibilità, ma non possiamo prevedere quando succeda. E come. E, nell’illusione di controllare anche l’incontrollabile, diciamo “a me non succede”. Dovremmo essere onesti e dire “A me non so quando succede”, che è un po’ il destino di tutti. Ma ci piacciono le frasi a effetto.

Insomma, certe cose ci capitano quando il caso o chi per lui decide così, e noi siamo pronti per lasciarle entrare nella nostra vita. L’unica cosa che possiamo controllare del processo è: decidere se essere pronti o no, a lasciarlo succedere. Capire se lo vogliamo al punto di accettare che la nostra vita cambi.

Se in fondo non lo vogliamo, non ci resta che continuare così: credere per sempre che certe cose a noi non succedono, fino a scoprire che avevamo proprio ragione, perché ci siamo creati un tale vuoto attorno che non può succederci più niente.

Vogliamo essere cattivi profeti, o esseri umani che imparano a vivere?

A noi la scelta.

E, per una volta che ci è dato scegliere, facciamolo bene.

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