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La RUOTA DELLA FORTUNA Niente, non lo trovo. Vorrei citarlo a dovere, ma si sarà perso tra un trasloco e l’altro.

Il libro sull’ansia, dico. L’unico testo in italiano sull’argomento in cui mi sia imbattuta.

In attesa di riacciuffare l’autore, ricordo il concetto.

In molti casi, quando ci prefiggiamo delle mete, abbiamo lo stesso atteggiamento di chi accende un cero alla Madonna e spera di vincere al lotto.

Ci diciamo infatti: il mio obiettivo è prendere 30 all’esame.

Alt. È legittimo e più che desiderabile, ma dipende da noi? No. Dipende da un’infinità di fattori: da come si è svegliato il professore, da quale assistente ci sentirà la parte generale, da che domande ci faranno, e a che ora (meglio una prof. affamata e desiderosa di chiuderla lì, o una ancora in digestione ma soddisfatta del pranzetto?).

E già, dipende anche (si spera soprattutto) da come abbiamo studiato.

Sui primi fattori, come vedete, possiamo influire molto poco. Sul secondo… Be’, sì, c’è molto da fare.

Quindi, prendere 30 all’esame, se ricordo bene la definizione del libro, è un Obiettivo Risultato: una cosa che ci sfugge di mano, perché non sta in noi ottenerla. A meno che il vostro santo di fiducia non sia più efficace di una raccomandazione multipla, e allora svelatecene il nome che corriamo in cereria.

Intanto, quello che ci serve è un Obiettivo Performance.

Ovvero, soffermarci sulla seconda parte: quello che possiamo fare.

Il nostro obiettivo, quindi, dovrebbe essere studiare da 30.

Ovvio che l’esempio più assurdo in questi casi, insieme al famoso terno al lotto, è l’amore.

Uno può essere attratto o meno da noi per un insieme di fattori imprevedibili, che vanno da quanto abbia bevuto quella sera a quanto somigliamo alla sua personale bambina coi capelli rossi (non Anna, dico quella di Charlie Brown).

Il bello è che non ce ne rendiamo conto e ci ostiniamo a pensare che l’amore sia qualcosa che possa essere “provocato”.

E sì, che possiamo fare qualcosa al riguardo: possiamo presentarci nella nostra migliore veste, possiamo non demordere subito, possiamo anche corteggiare un po’, senza sfinire. Un mio ex di Napoli aveva la regola dei tre inviti a uscire: il primo rifiuto può essere davvero dovuto a ad altri impegni, il secondo è probabilmente una scusa, il terzo ci dice che non ne vuole sapere.

Quello che non possiamo fare è ipnotizzare la persona che ci interessa e costringerla ad amarci, e non è neanche raccomandabile il noto metodo Alfredo Canale, il luogotenente del Camorrista di Tornatore che risolve un litigio con la fidanzata gambizzandola (nella scena successiva stanno battezzando il loro figlioletto).

Quindi, il nostro obiettivo non dev’essere: devo conquistarla/o.

Manteniamoci su un prudente: devo fare quanto sta in me per piacere, e (soprattutto) capire se piaccio.

Insomma, a meno che non stiamo chiedendo due numeri a San Gennaro, capiamo una volta per tutte che soffermarci su quanto possiamo fare noi, invece di pretendere di piegare il destino, non è volare basso, è volare e basta.

Seguendo il vento. E quando lo facciamo (seguire il vento, dico), invece di soffermarci sul fatto di non poterlo piegare alla nostra volontà, dovremmo renderci conto che siamo noi a imboccare la strada più semplice, senza più pretendere di decidere il meglio per gli altri e per la sorte.

Quando rinascete padreterni, per nostra disgrazia, farete tutto quello che vorrete.

In quel caso, mi raccomando, tenetemi presente. 15 e 58, una settimana sì e una no.

The_Quiet_Man_John_Wayne_Maureen-OHaraSi parlava di tutte quelle cose che ci fanno sentire al riparo dal mondo, con l’effetto collaterale di non farci vivere.

Sei al riparo, ovviamente, se costeggi la vita. Nessuno ti fa male, ma a che prezzo.

Alla fine non te ne accorgi subito, in fondo hai i polmoni per respirare e un piatto a tavola, ti dici di amare le cose semplici.

Ma c’è sempre quel prurito, l’insoddisfazione di chi sa o sente di volere qualcosa, e non prova nemmeno a ottenerlo. Per la constatazione lapalissiana che quasi tutto quello che vogliamo non dipende solo da noi, quindi c’è il rischio di sbattersi tanto e restare con un pugno di mosche.

Per evitare questo rischio, appaltiamo l’intera vita alla paura di muoverci.

Scegliendo di ripararci da noi stessi, dai nostri desideri.

Perché? Per paura di essere incapaci di realizzarli.

O almeno è quello che capita a me. Ripensando a passate relazioni, mi sono resa conto che partivo da un “problema” reale: come voi, immagino, detesto molte cose di un rapporto di coppia consolidato. Nel mio caso, però, è una cosa quasi patologica, con le sue bravie ragioni geografico-sociali che vi risparmio e che in fondo non vanno considerate se non nel modo in cui le ho vissute io. E le ho prese molto male. La comprensibile riluttanza ad avere a che fare coi suoceri, nel mio caso diventa maniacale. Vacanze insieme? Meglio la morte. Devo essere gentile con qualche cognata che odio? Eh? Non mi ci fate sedere allo stesso tavolo, neanche a Natale. E poi tutto questo dover pensare per due, i fidanzati partenopei che mi chiedevano “Ma questa gonna te la metti anche quando non ci sono?”, i pakistani “Che ci fa questa birra nel tuo frigo?”.

Allora, per mettermi “al riparo” da questo, mi inventavo storie alternative. Erano molto romantiche e molto drammatiche, a mio giudizio, e in fondo neanche me ne accorgevo. L’idea era trovarmi qualcuno che fosse distante anni luce dal modello convenzionale di virilità, meglio se avesse proprio problemi a rapportarsi con quello, e unire le nostre paure in una tipica storia da “nonostante tutto”. Nonostante tutto, saremmo restati insieme. Nonostante tutto, le coppie “convenzionali” si sarebbero sgretolate alla fine del loro amore così noioso, innamoramento – consolidamento – noia – rottura. No, noi no. Noi saremmo rimasti lì, a sopportarci per l’eternità.

Ignoravo spesso e volentieri che tanti uomini che hanno problemi coi modelli di virilità, in fondo in fondo vorrebbero imitarli, ma, come me mutatis mutandis, non credono di poterlo fare. Sotto i loro problemi esistenziali si nasconde a volte il più convenzionale degli uomini, che semplicemente è incapace di essere se stesso.

Io stessa, semplicemente, avevo paura. Paura che al momento di flirtare con qualcuno in un bar, uscirci insieme, vedere se ingranava, conoscere i suoi ecc. ecc., a prescindere da se lo volessi o meno, non fossi capace di farlo. Semplicemente, mi mancava qualcosa. Non ero abbastanza bella secondo gli standard, o abbastanza normale, o abbastanza serena.

E quindi eccomi in un angolo con le mie storie assurde, e gli amici a chiedere ma come fai a sopportarlo e io a fare l’eroina romantica, salvo stancarmi se la storia rischiava di diventare troppo convenzionale.

Sono stata quella degli amori eterni ed eternamente platonici, delle imprese disperate, degli anni persi a rincorrere la sostanziale indifferenza di chi aveva più paura di me.

Finché non ho capito il trucco: ripararsi è come la tagliola della gatta delle favole, che comincia a leccarla tutta contenta finché non si accorge che quello che stava ingurgitando con tanta soddisfazione era ormai il suo stesso sangue.

E che mi fa più paura che qualcuno che trovi interessante mi sorrida e s’interessi a me, che continuare in un’impresa disperata, alla ricerca della mano dal cielo che avveri il mio desiderio di essere infelici in due.

Quindi, quando ci sentiamo messi alle strette, chiediamoci quanto ci sia di indipendente dalla nostra volontà, e quanto dipenda invece dalla nostra ostinazione a non metterci in gioco, alla falsa percezione di minaccia che ci fa accantonare ogni speranza di ottenere ciò che vogliamo. Di essere, ciò che vogliamo.

Purtroppo, per attraversare questo genere di mare, spesso aspettiamo di fare naufragio.

Ne parleremo ancora un po’.

welivehereNotoriamente, ho il senso della casa e dell’ordine di un bufalo imbizzarrito che abbiano appena rinchiuso in un appartamento (non chiedetemi come ce l’abbiano portato). Le operazioni di disinfestazione di casa mia, per i parenti in visita, richiedono di solito un disinfettante, vari acquisti dal negozio di igiene per la casa del quartiere, e l’intervento non proprio facoltativo di un esorcista.

Finché i soliti amici psicologi non mi hanno fatto sospettare tutta una complessa metafora tra disordine interno e disordine esterno (ah, non era solo pigrizia cronica?) e mi hanno proposto di provarci, almeno. Non aspettare proprio l’emergenza sanitaria per fare più dello stretto necessario per sopravvivere.

Così, armata di scopa e ramazza e candeggina profumata (candeggina io?!) mi sono messa a pulire tutta la casa nello stesso giorno, impresa nel mio caso meno frequente dell’incontro con un ectoplasma. Quando finalmente mi sono concessa la meritata doccia, mi sono sentita strana. Cioè, l’idea di uscire da lì senza dovermi fare strada tra i relitti dell’ultimo trasloco era una rivoluzione copernicana. E non era niente male.

Solo che per qualche secondo ho avuto la sensazione di non essere più io, a quel punto. Perché una buona parte di me si identificava con quel caos interno ed esterno che faceva molto tipa figa e vittima di se stessa. E ora era svanito. Ho ripensato ai miei giochi infantili in giardino, al terreno che mi inzaccherava in ogni dove e ai poveri lombrichi estratti dalla terra. Ora che ho una cura maniacale almeno per la mia persona, mi sono resa conto che tutto quello sporco, prima che mamma mi buttasse di peso nella vasca da bagno, mi proteggeva.

Mi sentivo al riparo.

E forse se lasciavo casa mia in quelle condizioni, disboscandola solo per l’arrivo di ospiti, era per sentirmi come Horacio Quiroga in un racconto che lessi a scuola, in cui il protagonista e sua sorella si vedevano piano piano la casa invasa da… non si capiva bene cosa, e vivevano sempre più costretti in un angolino minuscolo.

Io sono un po’ così, è come se mi ritagliassi un angolino di casa (di solito il letto) che sia solo mio, e le mie incursioni nel resto dello spazio domestico siano solo piccoli incidenti, frutto della necessità di mangiare o lavarmi. È come se la casa possedesse me, e io mi permettessi di occuparne una minima parte, che mi faccio bastare da così tanto tempo che credo perfino che mi avanzi.

Ovviamente è un’ordalia a cui mi sottopongo da sola, per sentirmi al riparo.

È come se, dicevo in un altro articolo, per sentirmi al sicuro il pericolo me lo debba creare. Fa tanto campagna elettorale dei conservatori americani, ma se ci pensate non è così raro.

Diamo per scontato che “fuori” (di casa, dal letto) sia pericoloso, e allora non ci proviamo nemmeno. Ci ritagliamo il famoso angolino di cui si vaneggiava in precedenza, e ci sentiamo al riparo.

Di base c’è l’idea che non sappiamo vivere altrimenti. Che qualsiasi cosa ci aspetti fuori, che sia una montagna di panni da lavare o un lavoro da procurarsi, non siamo capaci di affrontarla.

E allora ci mettiamo al riparo. Da pericoli realmente esistenti (ripeto che non ci sono formule magiche per trovare lavoro, ce ne sono, e non così magiche, per gestire il fatto di non avercelo e continuare a cercarlo). E spesso, da pericoli che ci creiamo noi, per convincerci che siamo così bravi, e prudenti, a ripararci dalla vita.

Finché non ci accorgiamo che abbiamo passato la vita a metterci al riparo da noi stessi.

Continuiamo presto.

clessidraSto concetto l’ho sentito in due occasioni. In una, ascoltavo una conferenza di Jodorowsky inviatami da un’amica. Raccontava ridendo che qualcuno gli avesse confidato di non sopportare più sua moglie.

Lasciala, suggeriva lui. E che, rispondeva l’altro, ho buttato così i 30 anni con lei?

La stessa cosa la diceva a me un aspirante psicologo Gestalt: c’è gente che non molla l’impresa perché ci ha perso anni e anni. Anche se non è ben chiaro se ne usciranno vivi.

E, come spesso accade, la cosa si applica un po’ a tutto. Ricordate l’eterna causa giudiziaria di Dickens, quella di Casa Desolata? Quante cause, lotte condominiali, faide familiari, vengono trascinate ad libitum, a spese della salute psicofisica di chi le conduce e della pace di chi lo circonda, per non ammettere che si è perso tempo? Fare un passo indietro, agli occhi di chi dovrebbe farlo, significherebbe buttare tutto il tempo e le energie spese in quel momento. Invece di pensare che potrebbe impedirgli di buttare altro tempo, altre energie.

A perseverare in casi limite come questo si va avanti per inerzia, il che ha una sua sinistra comodità, e si gioca la carta “futuro incognito”: la speranza che prima o poi succederà qualcosa che farà girare la ruota della fortuna dal verso giusto.

Be’, può essere. Non sarebbe la prima volta.

Ma quanto altro sangue dobbiamo buttare, per toglierci il dubbio?

E lo sto dicendo a me, eh. Perché brucia, lo so. Ho scritto un romanzo, l’ho rimaneggiato una decina di volte, sono stata attenta a “chiudere” tutte le articolazioni della trama. L’ho stampato tre volte, distribuito ad amici, a qualche esperto. Non funziona. Si apre, si chiude bene, non ha incongruenze. Ma non funziona. Non ha l’anima. Per fortuna sono rapida a scrivere, quindi il tempo perso ammonta a pochi mesi. Ma brucia. È una ferita per l’orgoglio non “nascere imparati”, non tirar fuori un capolavoro alla prima botta, magari non riuscirci mai.

Significa mettere in discussione la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi. E il sospetto c’è sempre, che qualsiasi rimaneggiamento della stessa equivalga a una sconfitta. A una balla che ci raccontiamo solo per non ammettere con noi stessi che abbiamo fallito.

Ma nella ricerca del tempo perduto, perdiamo anche la nostra vita.

Io perché persevero nell’errore? Perché non voglio ammetterlo, che è andata male. Che un po’ ho sbagliato, un po’ sono stata sfigata, un po’ certe cose o succedono o non succedono.

Si tratta, ancora una volta, di come “gestiamo” i ricordi del passato, o di come viviamo le disgrazie.

Ma ne parliamo la prossima volta, il tempo del pippone mentale quotidiano è esaurito. Almeno quello.

sempre_speranzaNella puntata precedente vaneggiavo del sollievo che ci porta a continuare a soffrire. E non mi ero nemmeno drogata per l’occasione.

Argomentavo che il sollievo dopo l’ennesima riappacificazione con un compagno che evidentemente non ci fa bene, o quello di tornare a casa dal nostro lavoro interinale senza essere stati ancora licenziati, sanno più di disperazione che di reale serenità (e qui, lo so, scatta un grande “grazie al…”).

Non sto dicendo di dover per forza estirpare il dente. Chiudere la storia prima dello scossone finale, licenziarci prima di aver trovato un altro posto o formulato un piano B.

Dico solo che a volte ci rifiutiamo di provare un dolore che, a lungo andare, potrebbe portarci a star meglio. Il dolore che si prova nello sbarazzarsi di qualcosa che non funziona (e spesso non è una persona, ma un nostro atteggiamento, una nostra convinzione), e ricominciare con più decisione.

Ma è un’operazione che fa male e porta con sé un esito incerto.

E allora lasciamo che il dolore ci consumi a poco a poco, in un circolo vizioso di illusione-delusione-illusione.

Io non ne sono ancora uscita, perché mi arrendo sempre a fatica alla grande evidenza dietro al sollievo: non posso ottenere tutto quello che voglio. Ci hanno ingannati, sia quando dicevano che eravamo gli artefici della nostra fortuna (invece di stabilizzarsi machiavellicamente su un cauto 50%), sia quando sostenevano, al contrario, che fossimo nelle mani del destino.

Ma non possiamo ottenere la resurrezione dei morti, l’amore di chi non ci ama, e ultimamente manco un lavoro a tempo indeterminato che sia davvero tale, con tutte le condizioni al posto giusto per essere sicuri che non ci licenzieranno in uno schiocco di dita.

E allora forziamo la mano, navighiamo controcorrente, che fa sempre figo (e io sono la prima), e ogni minimo segnale che le cose andranno come vorremmo noi, o che non andranno per forza in senso del tutto contrario, è benvenuto. Fino alla prossima delusione. A cui seguirà un’altra illusione, col suo bel carico di sollievo.

Imparare che possiamo aspirare a più del sollievo, che possiamo arrivare alla serenità, non si fa dalla sera alla mattina. Io ci lavoro da mesi, ormai, e ancora devo vedere la luce.

Soprattutto, dovremmo imparare a “sentirlo”, quando possiamo sperare e quando lasciar perdere, invece che ascoltare gli amici che ci dicono sempre lo stesso, come se riuscissero a convincerci.

Per ora mi tengo caro il famoso detto “la gente spera di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose”. Lo dice anche il buon Watzlawick: introducendo un piccolo cambiamento in un sistema, piccolo e costante, il sistema dovrà cambiare per forza.

La mia impressione è che tutto quanto non segua un flusso più o meno spontaneo ci stanchi enormemente: ci incaponiamo in una storia che non “fluisce”, appunto, o ci intestardiamo nel portare avanti un progetto che ormai ci costa più tempo e denaro dei guadagni che ci darebbe secondo le più rosee previsioni. Le tregue che ci concediamo quando proprio non ce la facciamo più le chiamiamo tranquillità, e spesso sono solo questo sollievo sterile che porta a un altro giro, a un’altra corsa. Come se, per provare un po’ di tranquillità, dovessimo crearci lo stress, come se non riuscissimo a vedere la bellezza che negli interstizi dell’orrore. Invece la bellezza è gratis, quella sì che potremmo esigerla da noi stessi in ogni momento.

E ribadisco, sono la prima a non arrendermi di fronte al “non è girata”, ma mi rendo conto di trovarmi sempre in un equilibrio precario tra lottare per ciò che voglio e accanirmi in qualcosa il cui esito non dipende da me.

Si tratta di non pretendere che cambi “per forza” come vogliamo noi. Di imparare a sperare che lo faccia come ci converrebbe.

La speranza, maledetta stronza.

sollievoSecondo me, proviamo sollievo per le cose sbagliate.

Ok, ancora una volta parlo per me. Ma scommetto che pure voi, qualche volta, avrete provato sollievo per qualcosa che invece avrebbe dovuto allarmarvi.

Ve lo ricordate, il povero Giacomo Leopardi martoriato da facebook, quando diceva che la gente chiama felicità la fine del dolore?

Più o meno stiamo là. Chiamiamo sollievo, a volte, la promessa di continuare a fare, per inerzia, quello che ci fa star male.

Il sollievo è apprendere che per un po’ non staremo peggio. Anche quando star peggio, magari, sarebbe solo la premessa a star bene.

Esempio. Ricordo un amico, a Napoli, che litigava costantemente con la fidanzata. Erano male assortiti, per differenza d’età, d’interessi… Ma, come accade con le grandi passioni, questo particolare era stato ignorato nei mesi dell’idillio ed era affiorato prepotente quando la vita aveva ribussato alla porta, esigendo attenzione. Allora, era diventato tutto un litigio continuo, soprattutto per telefono. L’amico gridava ogni volta che sarebbe stata l’ultima, poi cominciava a temere che lo fosse davvero. Finché una nuova telefonata della ragazza, con l’ennesima tregua, gli “salvava” la serata e lo faceva sentire risollevato.

Finisce bene: una volta si lasciarono davvero e lui ora è con una che lo fa sentire davvero amato.

Lì diventa una malattia, me ne rendo conto, uno di quei problemi che stai peggio a risolverli che a lasciarli così. E allora si vive di piccoli sollievi.

Al lavoro mi capitavano situazioni analoghe, quando improvvisamente chiamavano qualche collega “al piano di sotto”, dove c’era il manager, e lo vedevamo tornare, raccogliere le sue cose e salutarci. Ok, il sollievo del “non è toccata a me” c’era quasi sempre, collegato a spiegazioni varie tipo “non lavorava bene, veniva sempre tardi, si è preso quelle ferie inspiegabili che poi ha prolungato”. Non so se avete presente, per drammatizzare un po’, la scena di Trono di Spade in cui Gregor Clegane sceglie il condannato del giorno per il suo simpatico interrogatorio: uno dei candidati era sicuro di non essere mai scelto perché lo guardava dritto negli occhi durante la selezione. Finì per essere preso, come gli altri.
Io, più modestamente, un giorno fui convocata con l’intero dipartimento e ci fu annunciato che saremmo stati licenziati tutti, in tronco.

E senza la possibilità di salutare gli altri, che provassero il loro momentaneo sollievo prima dei licenziamenti del pomeriggio.

L’azienda in questione ora naviga in pessime acque, eh, non è che questi metodi la facciano sempre franca.

Ma il sollievo che ci accompagna in questo e altri casi dovrebbe farci quasi tenerezza, non trovate? Perché ci diciamo di stare in una situazione “senza via d’uscita”, quando una via d’uscita c’è. Solo che è molto dolorosa.

Non aspettatevi di trovarla nella prossima puntata, che ancora devo arrivarci anche io, ma continueremo a ragionarci su. Se intanto qualcuno la trova la postasse, in palio una paella e la mia eterna gratitudine.

nobodyputsbabyinthecorner… tranne te. Siamo noi a chiuderci, spesso e volentieri, in un angolino, da cui guardare il mondo senza parteciparvi. Ci sarà pure un motivo per cui la frase del titolo sia la più famosa di Dirty Dancing, film nazionalpopolare che, come si suol dire, “parla alla pancia”, e almeno quello lo fa bene.

A metterci in un angolo siamo proprio noi.

Ad accontentarci. Che non è rinunciare saggiamente alle cose che non dipende da noi ottenere, o smettere di accanirci nella ricerca. No, accontentarci è metterci da soli in un angolino della nostra vita, contenti di aver trovato almeno quello. Tanto, mica si può avere tutta la stanza.

Sicuri? Ok, magari la stanza no, ma uno spazio vitale più grande?

No, ci chiudiamo da soli nell’angolo, con lo stesso entusiasmo con cui a Barcellona vanno a mangiare indiano con Groupon in un vistoso ristorante del ricco Eixample, che offre roba mediocre agli stessi prezzi dei veri indiani del Raval.

Ma era un’offerta, vuoi mettere?

E allora, vuoi mettere anche la necessità di ricordarti che la tua vita non è un 3 x 2?

Ma niente, tu come me fili nell’angolo, hai visto mai ti tolgano pure quello.

E allora come me ti accontenti di lavorare gratis, meglio che niente, poi dice che mi assumono, e poi hai idee migliori?

E ti ritrovi a dedicare tempo a gente che ti dà le briciole del suo, a mendicare le attenzioni di chi, quando non ha voglia di sesso o coccole rassicuranti, ti dedica al massimo un saluto su facebook. Finché non ti mette da parte, un bel giorno, magari per qualcuno dispostissimo a riservargli lo stesso trattamento che ha propinato a te.

E finisci per sacrificarti per tutti, senza mai saper dire di no, perché è così che va, perché se nella tua vita non pensi di meritarti che un angolino, figurarsi in quelle degli altri.

Ora, se n’è parlato ampiamente in precedenza, hai ragione. Almeno quando intuisci che tutto lo spazio non lo puoi avere, non come vorresti, almeno. Non con la libertà di controllare tutto ciò che vi succeda, il traffico di persone ed eventi e le improvvise virate della sorte.

Ma questo è un buon motivo per chiudersi in un angolo e costeggiare la vita?

E non parlo di quando ormai la ruota va avanti da sé, di quando ormai hai messo la faccia in quel progetto e sei comprensibilmente riluttante a lasciarlo cadere, a quando sei talmente innamorato o talmente frustrata da una relazione sbagliata che non riesci a staccartene e deve intervenire qualcosa di esterno (un’altra persona, un trasferimento per lavoro) per farti mollare la presa.

Parlo del sublime momento (che non è mai un momento, abbiamo tempo per prepararci) in cui tutto questo può essere evitato.

Ed è un momento che comincia alzandoti dall’angolo, senza aspettare il ballerino trappano di turno che ti porti sul palco a ballare la pachanga.

È il momento in cui sei di fronte a un bivio.

Ma ti ho già ucciso abbastanza la salute, di questo bivio parleremo la prossima volta.

piccolafiammiferaiaProviamo a fare così, stavolta, prima di un esame, di un’occasione speciale, di un discorso di qualsiasi genere (da quello al matrimonio di vostro cognato a quello di fine anno alla Nazione).

Facciamolo al contrario: invece di “misurare quanto valiamo”, diamolo per scontato, che valiamo.

Solo allora ci potremo concentrare su ciò che dobbiamo dire o fare.

Avete presente quei tipi che vedono una bella ragazza e allora, per prima cosa, cominciano o a disprezzarla o a de-prezzarla, guardandola come un quarto di bue? Si preparano psicologicamente a essere respinti. Non vedono lei, non davvero, vedono se stessi e la paura di scoprirsi incapaci di sedurre.

Intendevo dire questo, quando in precedenza argomentavo che non sono mai me stessa come quando divento altruista.

Che spesso, nelle prove a cui ci sottopone la vita, cerchiamo la conferma del nostro valore. È come se gli input esterni (gli applausi, i sorrisi di approvazione) che riceviamo dovessero toccarci nel profondo e farci sentire bene con noi stessi, dirci che siamo qualcuno.

Così, se ci pensate, si crea una sorta di cerchio, in cui restiamo intrappolati: io faccio questo perché la gente mi approvi e quest’approvazione mi confermi il mio valore. È una cosa che parte da me, e torna a me, come se avessimo fatto tutto quel casino per noi stessi, e il risultato finale fosse zero. Di più: la sensazione di benessere che proviamo si perde subito nel baratro della nostra insicurezza. E, come una delle favole più cazzimmose della nostra infanzia, esauriti i fiammiferi che avremmo potuto “investire” invece che consumare, non ci resta che il grande freddo.

D’altronde, come razionalmente siamo bravissimi a intuire, se le cose vanno male non significa che siamo sbagliati noi. Se rompiamo un calice durante un brindisi a un matrimonio, non siamo dei falliti. Abbiamo rotto un calice.

Ma questo è difficile da assimilare.

Noi ci proviamo, ok? Invece di andare “dall’esterno all’interno”, facciamo il percorso inverso, desde dentro hacia fuera, come dicono i guru di qua. Non sentiamoci qualcuno perché ci apprezzano, facciamoci apprezzare perché siamo qualcuno.

In tutto. Quando impariamo a farlo, ci innamoriamo non per dimostrare a noi stessi le nostre capacità seduttorie, ma perché quella persona ci piace davvero, a prescindere dalla botta d’autostima che ci può dare il suo amore.

Lavoriamo con la soddisfazione di credere davvero in quello che facciamo, invece di aspettarci che da quello dipenda il nostro riconoscimento sociale.

Io non sono di quei guru americani del pensiero positivo che vi garantiscono che così saremo davvero corrisposti, verremo promossi, otterremo tutte quelle cose che volevamo accaparrarci quando cercavamo all’esterno una conferma del nostro valore.

Ma pensate di dover parlare davanti a molta gente, e concentrarvi sull’impresa di non farvi vedere emozionati. Cosa farete? Vi emozionerete. Se invece esordiste con “uff, che emozione, mi scuserete”, filerà tutto molto più liscio.

Spostando l’attenzione da noi a ciò che facciamo, ovvio che lo facciamo meglio.

Una volta che non cerchiamo l’approvazione altrui, possiamo ascoltare direttamente cosa gli altri abbiano da dirci. Concentrarci sull’interazione. Sulla condivisione del nostro valore e quello altrui per creare qualcosa di buono.

Ma su questo concetto torneremo la prossima volta.

Cersei-LannisterSe c’è un personaggio con cui m’identifico, in Trono di Spade, è Ned Stark: l’Animus ultraretto che finisce per rovinare tutti e se stesso con la sua fame e sete di giustizia. C’est moi. La mia Ombra invece (il mio lato oscuro, per chi non avesse seguito) non sa più che inventarsi per comunicarmi che sono pure Cersei Lannister: ‘na granda cessa, avida di gloria. E allora so’ pure bona?, le chiedo. Solo allora tace, Ombra dimmmerda.

Invece, per rassicurarmi dei progressi che sto facendo sulla strada della sanità mentale, ho tentato una rapida classifica degli uomini che mi piacciono in questa serie. Risultato: 1) Tyrion Lannister, 2) Jon Snow, 3) Khal Drogo. Allora ho lasciato perdere il progetto sanità mentale.

Vabbe’, a parte Khal Drogo, a cui affiderei direttamente l’impero del mondo, tanto stenderebbe i nemici con un rutto, mi sembra di capire che la tendenza sia sempre quella. Mi piacciono gli outsiders. Quelli che non sono esattamente integrati nella loro famiglia o nel contesto sociale. Ma che sono brillanti ed eccellenti in qualcosa.

Ieri, essendo rimasta al secondo volume della saga, ho letto di quando Jon riflette sul fatto di essere il fratello bastardo di un re, e si dice che il fratellino se ne starà a bere vino dolcificato mentre lui succhierà l’acqua ghiacciata di qualche fiume, oltre la Barriera.

Allora stanotte ho sognato Cersei che mi stendeva la biancheria, un curioso bucato tutto fatto di sciarpe che, sempre senza spoilerare (tanto siete tutti alla quarta serie), mi ha fatto pensare a un momento cruciale per la vita di Ned Animus Stark, una scena da perderci la testa. Come a dire che ha vinto lei, che ha usurpato il trono contro le legittime pretese della successione.

Ma allora sono Ned o Cersei? Ovviamente, la mia vita appartiene a entrambi, sono entrambi parte di me. E come il Buono e il Malo del Visconte dimezzato, di Calvino, non saprei dire chi faccia più bene. Perché i Ned Stark, con la Legge che applicano ciecamente anche quando non è giusto (pensate al poveretto decapitato all’inizio della saga) fanno ancora più male di chi almeno agisce per amore, del solito cattivo indispensabile perché la storia vada avanti.

E voi? Se la vostra vita fosse un trono, adesso chi lo occuperebbe? Qualche sovrano oltranzista che è meglio spodestarlo anche se ha tutti i blasoni al posto giusto, come Stannis Baratheon?

Pensate a Jon. È giusto che abbia meno diritti di Robb? Così va il mondo? Sì, così va finché non va più così.
Finché non vi dite che usurpare il diritto a decidere della vostra vita non è usurpare. È metterci il legittimo sovrano, quello che avrebbe dovuto essere seduto lì da sempre. Voi.

C’è una difficoltà, ovviamente. Se avete sempre vissuto da bastardi, emarginati, se vi siete identificati tanto in questo ruolo, vi sentirete sempre un po’ usurpatori a cambiarlo.

Che sia una pippa mentale vostra aiuta poco, non è una convinzione che si raggiunga con la ragione e l’ho imparato a mie spese.

Ancora una volta, l’importante è cominciare. Cominciate a buttar giù dal trono il fantoccio oltranzista che avete messo al vostro posto, e scoprire un po’ come ci si sente, a prendere decisioni.

Poi andate a braccio. A mettere Jon sul trono, se non fosse stato emarginato tutta la sua vita sarebbe stato un altro Robb, coi suoi pregi, ovviamente, ma la metà delle esperienze, delle lotte, dei ghiacci affrontati e vinti.

E allora ringraziate gli anni di emarginazione che vi siete inflitti e regalatevi un trono, da governare con saggezza e un po’ di sana bastardaggine.

Che quella, statene certi, non ve la leva nessuno.

pinoE niente, per concludere questo discorsetto così breve e lineare, butto giù una cosa che ho pensato al parco.

Passeggiavo in uno spiazzo costeggiato da pini e improvvisamente ho sentito odore di Capri, e d’infanzia. I due profumi erano strettamente collegati, per l’amore dei “grandi” di casa per l’isola. Non quella dei turisti ricchi e degli yacht, che riuscii a non scoprire fino all’adolescenza. Ma quella del mirto, del rosmarino, della salvia.

E, sì, dei pini.

Allora nel parco seguivo quest’aroma, cercando di catturare il ricordo come una farfalla nella rete.

Finché non ho ricordato, piuttosto, che le farfalle si lasciano libere. E questi pini di un parchetto semisconosciuto di Paral·lel non sono quelli sotto Punta Tragara, oltre la roccia con la poesia di Pablo Neruda su Capri, che a 8 anni leggevo come fosse italiano, Reina de roca, en tu vestido de color amaranto y azucena, viví desarrollando…. (E credo che nella mia fantasia Neruda somigliasse un po’ a Maradona).

Non sono gli stessi pini, ma l’idea di pino è presente e viva, come il suon di lei. E questi pini sono il mio presente.

Se invece di rievocare quel profumo passato cercassi lo stesso benessere ora, da adulta contenta di tirare a campare, sarei a cavallo.

Si può applicare a ogni genere di ricordi, a tutto. Pure a me. Che da piccola storpiavo Neruda e ora lo leggo con pronuncia spagnola, ma l’idea di Maria resta anche in formato più grande. Come io sono una personale interpretazione dell’idea di essere umano.

E anche l’amore, forse non sarà più collegato a quella persona, a quelle vicissitudini che ormai diventano sempre più un ricordo, ma l’idea di amore resta, si può incarnare in un altro, respirare su un altro petto.

E non sto dicendo che un pino vale l’altro, che chiodo scaccia chiodo, che Capri o Spagna purché se magna.

Solo che siamo portatori sani delle idee del mondo, e il tempo scandisce solo il modo in cui le decliniamo.

Se accettiamo questo, il mondo è nostro.

Ieri e oggi.

Domani si vede.

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