Archivi per la categoria: e comunque…

Risultati immagini per the crown Al liceo avevo un professore che non voleva portarci alla gita fuori porta (la “visita guidata”, avrebbe corretto lui), tradizionalmente prevista ogni anno.

Ci aveva “ereditati” in quinta ginnasio, per lui eravamo dei perfetti sconosciuti rivelatisi più problematici del previsto (pure lui, però, richiedere proprio la classe fighetta… Io almeno non me l’ero scelta!).

Come tutti i progetti sfumati, il suo non fu un rifiuto netto alle nostre sollecitazioni. Andò per tappe.

Il primo sintomo fu un temporeggiamento inutile: e la responsabilità di portarci in treno, e l’incresciosità d’interrompere il programma, e la necessità di una lezione introduttiva…

Finì che al primo sciopero a cazzo di cane (e al liceo se ne fanno tanti che insultano la pratica dello sciopero) ci eliminò la gita, non senza un sorrisetto soddisfatto.

Così succede, secondo me, con le cosiddette sconfitte e i progetti abortiti: difficilmente avviene tutto in una volta. A perdere si comincia piano, e il sintomo più evidente è uno stallo. Un blocco. Da che correvamo velocemente verso la meta, rallentiamo. Impercettibilmente, inesorabilmente. Fino, in qualche caso, a fermarci del tutto.

Che sia una relazione bloccata alla prima decisione importante, un’attività fermatasi al secondo cavillo burocratico, un trasloco sfumato alla terza visita ad appartamenti troppo cari (non infrequente, a Barcellona), succede sempre la stessa cosa: il mondo gira e noi ci fermiamo.

Per me è la parte più frustrante: ci accorgiamo gradualmente che l’entusiasmo iniziale diventa un continuo attendere, posticipare, valutare costantemente pro e contro di qualcosa che, intanto, non aspetta noi.

A volte davvero ci blocca la paura di non riuscire, ed è un peccato. Almeno in questo sono d’accordissimo con Giorgio Nardone: se non affrontiamo le nostre paure, tendono a realizzarsi quelle, al posto dei sogni.

Altre volte, semplicemente, il progetto non ci interessava quanto credessimo, o non abbastanza per il lavoro che comportasse. E non c’è niente di male, a cambiare idea. Magari è meglio farlo con un taglio netto, invece che con uno stillicidio.

Quando si verifica il primo caso e quando il secondo? La dose di onestà intellettuale che ci aiuta nella cernita è così grande che andrebbe assunta quotidianamente, tipo sciroppo per la tosse.

Per una volta, però, sono d’accordo con la Regina Madre, in The Crown. La protagonista (Elisabetta II) insiste per affidare al marito l’organizzazione della sua incoronazione. Sua madre, parlandone col segretario reale, commenta:

– La regina deve imparare la stessa lezione dei giovani condottieri.

– E cioè? – chiede l’altro.

– Deve imparare a perdere! – rispondo io dall’altra parte dello schermo, sentendomi saggia.

– Deve capire quali battaglie vadano combattute e quali no – replica invece l’ex sovrana.

Per una volta, Dio salvi la Regina. E ci guardi dalle cause perse.

Comunque in quel caso l’ha spuntata Elisabetta.

Anche se, in un concorso tra regine d’Inghilterra, sappiamo benissimo chi vincerebbe.

 

 

Risultati immagini per suocera nuora I primi auguri di compleanno al mio ragazzo gli sono stati fatti su facebook. Da sua madre. Che aveva aspettato la mezzanotte per scrivergli un lungo messaggio. Leggendolo ho pensato due cose:

  • non c’è storia: per quanto bene gli possa volere io, quello che leggo in queste righe è irraggiungibile;
  • per quanto mi piaccia fare la mamma (e con tutti), sarei sempre una pallida imitazione, tanto vale essere una compagna, vedi etimologia della parola.

C’è chi pensa che l’amore materno nasca così, portato nei geni, e chi come me sospetta che s’impari. Anzi, spesso viene insegnato nella sua forma più malata, quella del possesso. Spesso oscura ingiustamente l’amore paterno.

Ma è bello che esista, mistificazioni a parte.

Ed è curioso vedere come la stessa persona sia vista diversamente “dai suoi cari”. A giudicare dal messaggio di auguri, se interrogassero me e sua madre sul festeggiato penserebbero che parliamo di due persone diverse.

Una cosa va detta, però.

Sua madre aveva aspettato la mezzanotte apposta per quel lungo messaggio.

Io che avevo la possibilità di festeggiare dal vivo, ero sola in casa davanti a Netflix, mentre lui si divertiva a un concerto a cui non stavo partecipando.

Ma nel nostro corridoio erano misteriosamente apparse due buste: una con un torrone di Xixona, un classico natalizio che lui adora, e un’altra con tre cappelli, quelli orribili del cinese che gli piace.

In frigo aspettava, con una candelina sopra, la mia atroce cheesecake, con la gelatina vegetale che non voleva saperne di comportarsi come quelle da supermercato.

E aspettavo anch’io.

Aspettavo che rientrasse per portargli la cheesecake mentre scartava i regali.

Visto? L’amore ha tante facce.

Nessuna sminuisce le altre.

Mai come in questo caso, è bene che convivano.

Grandi Jackal

Solo una cosa: se a uno lo sfottono tutti, alla fine lo votano.

Come il Grande Fratello: se c’è una concorrente sfigata, vincerà quella. Non credo che i due fenomeni siano separati, in un mondo in cui se nasci in una famiglia povera difficilmente arriverai alla corona inglese in due generazioni (come è successo a una tizia ultimamente). Se chi ha studiato e si crede intelligente comincia a sfottere selvaggiamente un personaggio pubblico impresentabile, che sia un televoto o una berlina mediatica, o un’urna elettorale, scopri che per la maggioranza dei votanti quello fosse la vittima e i “professoroni” i carnefici.

È un topos eterno: la rivincita dello scornato sui suoi assalitori. Una storia che va da Giobbe a Ulisse, anche loro non proprio dei poveracci.

Mentre in tanti seguivano quella fiction in diretta che erano le elezioni americane, io l’avevo abbandonata in mancanza di qualcuno per cui “tifare” (per il meno peggio non mi disturbo), e stavo guardando una serie vera: The People vs O.J. Simpson.

Un processo per duplice omicidio che è diventato uno scontro tra storie.

La pm era così sicura che i fatti parlassero da sé che ha puntato tutto su quelli. Sul DNA delle vittime. Sul guanto dell’assassino, che Cuba Gooding Junior indossa con uno sforzo ben più credibile, rispetto all’O.J. che ha imparato a recitare nei film con Leslie Nielsen.

E invece l’avvocato della difesa, l’attivista afroamericano John Cochran, su cosa ha puntato? Su una storia altrettanto vera, orribile, sacrosanta da raccontare: quella dei diritti dei neri, calpestati da sempre, calpestati ancora, in America e altrove.

Tra due storie ha vinto la migliore, quella con pochi fatti correlati al delitto in questione, ma con secoli di tradizione.

Cosa ci ricorda? A me l’avvocato nero (ma di madre bianca) che finisce dall’essere scambiato per un cameriere a diventare il primo presidente afroamericano. Partendo da una campagna per le primarie (contro quello squalo di Hillary Clinton), fatta di incontri in piccole stanze e biscotti sfornati da sostenitrici sempre più numerose. E gli abitini da grande magazzino di Michelle, presto imitata dalle principesse europee di origine borghese. Non si leggeva niente di così avvincente dai tempi di Cenerentola.

Vincono le storie. Anche “noi che abbiamo studiato” veniamo da un altro mito, ripetuto così spesso da diventare realtà: i libri insegnano la vita. E la bontà. Come sapevano quei condottieri romani che recitavano Omero a memoria, mentre facevano il deserto e lo chiamavano pace.

Visto? Vincono le storie.

E allora smettiamo di fingere che i fatti bastino, e proviamo a raccontare quelle.

Ma che siano storie che ci aiutino a capire. Come quelle raccontate ai bambini a scuola contro il razzismo, prima che i loro genitori insorgano contro il compagno rom. O quelle che insegnano loro a non avere mai paura né vergogna di quello che sono e che amano, prima che vengano proibite perché costituiscono il nuovo babau: il GENDER.

Proviamo a capire le paure che portano a votare un impresentabile se dall’altra parte c’è l’esponente di egemonie rivoltanti, sostenuta da un’intellighenzia complice.

Il mio bisnonno, operaio socialista che scioperò quando scomparve Matteotti, credeva nell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, ma diceva: “‘E libre so’ comme ‘e muntagne”.

È il caso di smetterla di trincerarvisi e di calare qualche corda, non trovate?

Oppure ci faremo sempre la guerra.

E vincerà il peggiore.

Risultati immagini per a lieto fine Oddio, ho sbagliato tutto.

Stamattina mi sono svegliata con questa convinzione.

Avrei potuto svegliarmi con la combinazione vincente dell’Euro Million, ma mi è toccata questa illuminazione qua, comunque non disprezzabile.

Quale evento della vostra vita ha rappresentato la sconfitta più cocente? Un fallimento economico? Una rottura sentimentale? Lasciare l’università al quarto anno fuori corso?

Quando succedono queste cose, cadiamo prigionieri di strane narrative. Finiamo per celebrare le nostre sconfitte, invece delle vittorie.

Può succedere come a me, che tre anni fa, cadendo in preda a una grande crisi, ho deciso di ricavarci qualcosa di buono, “perché la sofferenza non sia stata invano”. Da qui la piega self-help de noantri che ha preso il blog. O la voglia di aiutare gli altri, cassata come “troppo entusiasmo” a qualche colloquio di formazione.

In questi casi c’è una reazione ancora più comune, lo so. Tendiamo a ricordare una particolare sconfitta come la più grande ingiustizia che ci abbia fatto la vita, e ci costruiamo su buona parte dell’esistenza a venire.

Così abbiamo lasciato l’università “per colpa dei professori”, o sposato una persona che non amavano più “perché ormai ci avevamo perso troppo tempo”. L’esempio più emblematico è il suocero di Bellavista, che, vistosi negare un milione per finanziarsi un progetto, entra in uno stato vegetativo da cui si risveglia solo per ricordare la sua disgrazia.

Decidiamo d’interpretare quella storia nel modo che più ci aiuta in quel momento, o così crediamo. Ma a un certo punto, quando la narrativa diventa stantia e la vita avanza, dobbiamo lasciar andare.

Celebrare le sconfitte, anche solo per trasformarle in vittorie, è comunque tenersele lì, come un cadavere in casa. Se ogni nuovo episodio diventa la chiusura di un cerchio, una giustizia tardiva e un po’ frastagliata, stiamo rinnovando in qualche modo l’antico dolore.

E qui viene il peggio: ogni novità finirà per marcire nell’operazione.

Come possiamo cercare un “lieto fine”, se la vita non è mai una fine? La vita non è mai stasi, chiusura, conclusione. È continuo movimento, o non è più vita.

E la nuova relazione non sopravviverà al pensiero che sia “la degna conclusione” dell’altra sbagliata. Perché avrà le sue crisi, i suoi periodi di secca, e se non la trattiamo come qualcosa di vivo e mutevole ci scivolerà via tra le mani prima ancora che ce ne accorgiamo.

E se non smettiamo di vedere la nostra nuova attività come un ripiego di quella precedente, non fiorirà mai sul serio.

Quindi va bene accettare quelle che noi chiamiamo sconfitte, gli episodi in cui la vita ha preso una direzione opposta a quella che ci aspettassimo, o auspicassimo. Va bene compensarle, va bene anche farci coccolare per un po’ e non pensare troppo alle nostre eventuali responsabilità.

Ma poi vanno lasciate andare. Dobbiamo capire che quello che viviamo adesso non è un prolungamento di quello che ci è successo, né tantomeno ne è unicamente la conseguenza. È una nuova storia, un nuovo giorno da interpretare nel modo che ci sia più favorevole.

Che non può fare niente per consolarci del nostro passato, se continuiamo a restarci attaccati.

Ma può fare tanto, tantissimo per quello che siamo noi, ora.

Risultati immagini per anxiety funny

Ok, ho barato. L’ansia ce l’ho ancora.

Magari non mi assale nei momenti tipici in cui si trasforma nell’occasione perfetta per fare una figura di merda, che so, un discorso pubblico in catalano, o aprire la maniglia difettosa della metro di fronte a mezzo vagone che vuole uscire (e al maschio alfa già pronto a farlo al posto mio).

Ma l’ansia ce l’ho ancora, mi prende all’improvviso per motivi esistenziali. Allora mi faccio proprio quelle domande utili quanto cliccare sul bottone delle metropolitane più tecnologiche, prima che si accenda la lucina verde (sì, caro maschio alfa, il messaggio è per te). Roba che, svegliata dal vicino che si prepara il suo caffè con due litri d’acqua per tre lacrime di miscela, mi vedo passare tutta la vita davanti e mi chiedo: “Starò facendo la cosa giusta?”.

Spoiler: no. Mai. C’è sempre qualcosa che avrei potuto fare meglio, una scelta che col senno di poi mi sembrerà discutibile. Quando si tratta d’immaginare un presente migliore, la fantasia batterà sempre la realtà 20 a 0, perché è più economica e non puzza come i biscotti che ho bruciato l’altro giorno, rispetto alle aspettative che mi ero fatta di papparmeli a merenda.

Semplice, no? Il bello del buio è che puoi riempirlo con quello che vuoi, diceva una compagnella di università.

E invece l’ansia mi viene lo stesso. Non lo sto facendo bene, tra un po’ me ne pentirò.

E allora ho trovato una soluzione pressocché immediata agli attacchi più acuti. Qualcosa che coinvolga attivamente la razionalità.

Mi sono accorta che non c’è nessuna grande paura che non si possa semplificare in una frase di tre righe. Che contenga descrizione del problema, possibile soluzione e strumenti per portarla a termine.

No, non sono una professoressa di PNL, sono una povera crista come voi, e ci riesco!

Vogliamo vedere? Che so, ho rinunciato a prendere il doppio dello stipendio per continuare a fare quello che voglio (scrivere, insegnare)? Al terzo attacco di panico prendo un foglio e scrivo:

Ho sacrificato la sicurezza economica alle mie passioni. Se questa decisione dà i suoi frutti in un periodo di tempo ragionevole [tre mesi], continuo così. Altrimenti torno sui miei passi, contattando di nuovo l’amico che lavora in quell’azienda che paga bene.

Visto? Ovvio che non mi risolve il problema alla radice. Non mi dissipa l’insicurezza di fondo che mi porta a pensare d’insegnare male e scrivere peggio. Non mi scaccia via il senso di colpa per non aver preso la decisione che avrebbero approvato i miei. Né tantomeno aumenta i miei introiti mensili!

Però mi calma subito, mi fornisce una strategia da seguire e trasforma il mostro indefinito che mi sembra insormontabile in una frase di tre righe, che lo smaschera per quello che è: un dubbio come tanti.

Se ci pensiamo, le cose di cui aver paura sono due o tre, e non sempre la situazione finanziaria è nel novero, confrontata con questioni di salute o rapporti interpersonali. Però, non verbalizzandole, tendiamo a farne dei mostri indefinibili,”inspiegabili”, e per questo ancora più paurosi.

Ora è vero che, fin dalla Bibbia, non ci togliamo il vizio di voler comandare su tutte le cose semplicemente nominandole. Ma a volte i vecchi sistemi funzionano, posto che non pretendiamo di farne la panacea di tutti i mali.

Quindi, al prossimo attacco d’ansia, carta e penna e raccontatevi tutto.

Sarete molto più calmi. E anche i vostri biscotti fatti in casa ne guadagneranno.

Risultati immagini per scones  Nella mia vita ho usato spesso l’espressione “chiudere il cerchio”. A ben vedere, ero proprio una fan.

Come unirvi al club?

  • Prendete un periodo caratterizzato da progetti in itinere, domande senza risposta, errori a cui rimediare (un periodo qualunque, insomma);
  • percorretelo alla ricerca di una “fine” degna, di una soluzione che porti con sé la bella sensazione di aver concluso qualcosa. Anche se non è andata come v’immaginavate. Specialmente se non è andata come v’immaginavate.

Esempi:

  1. avete rinunciato all’idea di vivere all’estero, ma siete riusciti a tornare in Italia con uno stage “promettente” (“il cerchio si chiude”);
  2. stavate buttando alle ortiche il progetto di comprare casa, finché non ne avete trovata una da ristrutturare (“il cerchio si chiude, o quasi”);
  3. avete interrotto quella relazione, ma siete rimasti in buoni rapporti, anche perché adesso lui sta con una vostra amica! (“il cerchio si chiude, chitemmuort’ “).

Insomma, è bello pensare che tutte le nostre vicende possano diventare un cerchio perfetto, con una logica tutt’altro che disprezzabile.

E invece il cerchio è uno scone. Avete presente? Quegli sgorbietti irregolari che offrono col tè inglese e che, aperti e farciti con gli intruglietti giusti, si rivelano squisiti. Anche quando non capiamo se sono dolci o salati. E anche se non riusciamo a decidere di che forma siano. Un cilindro squagliato? Un macaron che non ce l’ha fatta? Una miniatura della Torre di Pisa?

Però sono ottimi lo stesso, nella loro fantastica imperfezione. Provare per credere.

Non vi dico quando ho scoperto che in realtà sono fatti con un normale stampino, solo seghettato, come potete apprezzare nel video sotto il post.

Forse, ora che sono a quota quattro progetti sfumati in tre mesi (no, ancora non sono andata a Pompei a piedi) posso dire che altro che quadrare il cerchio, sta storia della conclusione perfetta è come “cerchiare” lo scone.

  • Non c’è nessuna simmetria tra le sue parti (concludere bene il master non mi ha dato accesso al dottorato).
  • Non si capisce bene che sapore abbia (anche se, quando mi hanno escluso dalla formazione per “troppo entusiasmo”, un’idea ce l’avevo).
  • Ma, condito con gli ingredienti giusti, è veramente delizioso.

Non pretendiamo che la nostra esistenza abbia una logica che accontenti la nostra mente, abituata a ridurre il mondo a equazioni che comprenda.

Seguiamone con fiducia le circonvoluzioni pasticcere (magari non abbondando di sale), e saremo in grado di apprezzare al meglio l’intera infornata.

Sempre che non pretendiamo di trasformare uno scone in babà.

In quel caso, hai voglia a mettere rum.

Risultati immagini per felafel  C’era una napoletana, un pugliese e un marchigiano al ristorante.

No, niente barzellette, ma ero stata invitata coi due di cui sopra da una coppia di amici settentrionali (entrambi coi genitori di giù) che avevano aperto un locale e ci avevano lanciato il fatidico: “Veniteci a trovare, questo sabato!”.

Senza scomodare i divertenti cliché del Terrone fuori sede, il pugliese e io ci saremmo aspettati almeno uno sconto sulla cuenta, o qualche degustazione omaggio.

Invece avevamo dovuto sborsare l’esatto importo delle ordinazioni, a parte un chupito di quelli che a volte offrono perfino gli autoctoni.

Il “centroitalico” non capiva di che ci lamentassimo: pretendevamo che la gente lavorasse gratis per noi? Noi ammettevamo che la logica “io ti regalo la cena, così torni e mi fai pubblicità” nasconda uno scambio d’interessi reso più accettabile dall’assenza di denaro.

Nel dubbio, ripetevo che nessuno fosse mai morto di gentilezza.

Se al nostro dibattito antropologico si fosse aggiunto qualche spagnolo, sapete che avrebbe fatto? Con ogni probabilità, avrebbe sfottuto gli italianini e ricondotto il tutto al luogo comune più gettonato tra gli iberici: “State sempre a parlare di cibo”.

Non lo smentirò, perché ora cambio scenario ma non argomento. L’altra sera, infatti, spinta da una pioggia impossibile sulla Ronda di Sant Pau, mi ero finalmente addentrata in una tavola calda araba che mi aveva sempre incuriosito.

La vetrinetta che mi aveva accolto all’interno sembrava piuttosto incongruente con le foto dell’insegna, comunque ci avevo provato.

– Avete felafel?

– No – mi aveva spiegato un signore gentile. – Qui facciamo cucina algerina.

Ok. Felafel: non algerini.

– Allora vorrei del mutabbal [crema di melanzane simile alla melitzanosalata greca].

– No, no – aveva insistito il signore sorridente. – Qui facciamo cucina algerina.

– Scusi, ma il mutabbal lo sponsorizzate nell’insegna.

– Ah, no, quella era l’altra gestione.

A parte il fatto che non ci vuole niente a rimuovere un’insegna messa giusto sullo stipite, e ad altezza mia, ho dovuto riconsiderare le mie nozioni sulla cucina araba. E adesso vi coinvolgerò nella mia figura di merda.

Perché, come uno spagnolo ci chiamerebbe tutti italianini, e liquiderebbe le nostre differenze culturali con il comune parlare di cibo, spesso noialtri non abbiamo problemi a credere che gli algerini siano uguali ai libanesi, uguali a loro volta ai siriani e, già che ci siamo, ai turchi. Tutti costoro sono identici, che ve lo dico a fare, a pakistani e bengalesi, che possono essere musulmani tutta la vita senza mai aver visto un arabo o provato un felafel (infatti i più scadenti, per me, li offrono loro, assaggiate invece il naan). E liquideremmo le loro enormi differenze culturali con un “Sempre a parlare di religione, voi!”.

Allora perché siamo così pronti a sproloquiare sulle nostre differenze, su quelli del sud e del nord, e poi non capiamo che sono molto diversi anche gli altri? Lo sono anche gli “occidentali”, che andiamo mischiando tutti nello stesso calderone.

Vorrei presentarvi quella brasiliana che a una festa dichiarò: “Voi europee non sapete muovere i fianchi”. Parlava a me, a un’olandese, una svedese e una rumena. Europee a chi? (Comunque preferisco l’ondeggiare leggero della tammurriata allo scuotimento ossessivo di chiappe, ma so’ gusti).

Ma no, noi vediamo un solo Oriente, che a stento distinguiamo da un unico mondo arabo. Vediamo un solo velo, parola unica che descrive una ventina di modi di chiamarlo, con altrettante fogge e un diverso modo di usarlo (a proposito di “imposizioni”, lo sugaring che ci fanno pagare oro altro non è che una ceretta araba millenaria).

La varietà esiste solo tra Milano, Roma e Napoli, non tra Beirut, Tunisi e Karachi.

“Tutti uguali, voi italianini, sempre a parlare di cibo!”.

Ma come generalizzano, gli altri, quando gli stranieri siamo noi.

 

 

 

Risultati immagini per follow your dreams

Immaginate di giurarvi: da oggi in poi faccio solo quello che dico io.

Non ci sarà tentazione che tenga, attività ben remunerata che rischi di darmi anche prestigio (come se le due cose insieme non fossero conciliabili), non ci sarà senso del dovere o senso di colpa che mi allontani da quello che davvero mi rende felice, che “mi fa brillare gli occhi”, come recitano i meme più melensi.

E poi arriva il messaggio.

Ex collega di 5 anni fa.

Ciao, quanto tempo!

Sì. Non ci vediamo da quando provasti a insegnarmi come si fa il caffè.

Senti, nella mia azienda cercano personale di madrelingua italiana, come te.

Ok.

Che sappia scrivere bene in inglese almeno quanto te.

Ok.

La paga iniziale è 2300 al mese.

Adesso, so che per voi “l’estero” è l’Eldorado, ma a Barcellona se ti offrono più di 1200 netti stai già ballando la macarena sulla Rambla.

È molto flessibile. Dopo tre mesi puoi lavorare soprattutto da casa.

Vabbe’, allora portami direttamente sul Getsemani e mostrami lo zoccolo caprino.

Mezz’ora dopo torno dai miei, che riposano nel mio soggiorno barcellonese esausti per la passeggiata.

– Ragazzi, ho tante novità!

Primo problema: loro non concepiscono che una che sia scesa da sola a prendersi un caffè (o qualche intruglio hipster spumoso), possa tornare con delle novità. Potenza di facebook.

Racconto la proposta, aspetto che facciano gli occhi a cuoricino e dichiaro:

– Ho chiesto se hanno il part-time, se no la rigiro ai miei amici.

Non si arrabbiano manco più. Sono abituati. Adesso la buona notizia:

– Invece, mi sta andando in porto il corso di dolci senza ingredienti animali! Avrei una clientela più specifica rispetto alle lezioni d’italiano che offrono i miei colleghi. E mi resterebbe tempo per scrivere. Adesso scusate, ma avviso dell’offerta i miei amici con le pezze a culo.

– Ma aspetta che ti dica se c’è il part-time! – prova mamma.

Considero la sua obiezione, poi spiego:

– Sì, ma tra me che già ho un po’ d’entrate e degli amici che cercano disperatamente, forse questi ultimi avrebbero diritto a una chance.

– Scusa – sempre mamma. – Ma come fai ad avvisarne più di uno? Poi il lavoro chi se lo piglia?

Butto gli occhi al cielo.

– Ragazzi, qui funziona così. Facciamo rete, ci aiutiamo tra noi. Esce un lavoro che non ci interessa? Avvertiamo tutti gli amici che potrebbero apprezzare e chi se lo aggiudica, auguri.

Non dovrebbero neanche stupirsi, penso. In paese non è insolito che una “sensale” porti contemporaneamente due aspiranti badanti, per non farle litigare. L’imbarazzata famiglia italiana le valuta in mezz’ora e quella scartata è pure triste di non lavorare sottopagata 24 ore su 24, con pausa domenicale a farsi fischiare dietro dai vecchietti nel parco.

Nella civile Barcellona, allontanandomi, sento mio padre dire:

– Ti rendi conto che tra mia madre e mia figlia è cambiato il mondo? E senza che la nostra generazione l’abbia vissuto.

Già. Dalla maestra che era la nonna mia omonima, di ruolo dopo il diploma, sposata a 20 anni, tre figli e una morte precoce oggi almeno posticipabile, si passa alla nipote che vive a due ore d’aereo e già sa che nessuno le pagherà la pensione, ma non si preoccupa troppo perché tanto stiamo tutti nella merda.

E nella merda ci aiutiamo. Forse proprio questa nonna che non ho mai conosciuto sarebbe insorta a ricordare che, se ci si è aiutati tra bombardati e sfollati, se ci si è rifatti una vita dalle macerie, con tutte le contraddizioni e le italiche passioni per ambiguità e ipocrisie, a maggior ragione si può mostrare solidarietà nella generazione dell’iPhone 7.

E rinunciare perfino all’ambita sicurezza, per la gioia di non aver sprecato la giornata.

Comunque non avevano il part-time.

Risultati immagini per lancillotto preraffaelliti Coppia di amici, in paese. Stanno insieme da sempre, da quando li ricordo. Lui istrionico, chiacchierone, trasuda calore umano. Lei più riservata, elegante. Il giudizio su di loro è sempre stato questo: “Lui è fantastico, che personaggio! E intelligente, poi. Lei, invece… Be’, dai, lei è… gentile”. Finché un giorno non vengono a trovarmi a Barcellona e, tra i soliti giudizi, un amico di qui mi confida: “Lui fa troppo il protagonista. Lei invece è simpatica e piena di senso pratico. Il fatto che resti all’ombra di quel chiacchierone non la rende meno interessante”. Non sono sicura che la diretta interessata si sia mai “pensata” in quel modo.

Ragazzo olandese, conosciuto in Sicilia. Al suo paese è un biondino come tanti, con un eczema dovuto al clima freddo che lo rende timido e insicuro. Appena lo bacia il sole siculo addio eczema e scopre che due occhioni azzurri su un metro e 85 non sono “cose da niente” dappertutto. Le ragazze gli lanciano complimenti per strada, pensando che io che gli passeggio accanto non li capisca. Lui fiorisce, letteralmente, si sente più sicuro e può mostrare il suo lato riflessivo accumulato in 20 anni di timidezza. L’introverso con l’eczema, decontestualizzato, diventa una specie di Apollo nordico, talento artistico incluso.

La sottoscritta. Ai tempi del dottorato la stessa relazione accademica, bocciata a Napoli come superficiale e poco rilevante, è diventata un articolo pubblicato dall’università di Barcellona. Il mio nome, che in Italia era semplicemente associato a “studentessa”, è stato affiancato nel testo da un pomposo “historiadora”. Forse non meritavo né gli allori né le pernacchie, ma osservate come la stessa cosa possa suscitare reazioni opposte. Intanto, in una nazione più indulgente di quella delle veline, sono diventata perfino “guapa”, a giudizio d’insospettabili non ipovedenti. Se me l’aveste raccontato 10 anni fa, vi avrei riso in faccia.

Insomma, tutti abbiamo la nostra storia, raccontata per filo e per segno allo stesso modo, da tanto tempo. Ci siamo costruiti una narrativa personale e ci abbiamo accomodato il nostro ego, le nostre sconfitte, e le poche vittorie che abbiamo la bontà di riconoscerci. Nel nostro piccolo mondo antico è quello che ci aiuta a interpretare il mondo, la mappa del tesoro, la bussola per orientarci e decidere dove vogliamo andare.

Poi entra l’Altro. La novità, l’ignoto. Sotto forma di un viaggio, di un nuovo incontro, o di un evento improvviso, anche triste.

E ci dà la possibilità di raccontarci di nuovo. Di reinventarci. Di scoprire cose di noi che fino a poco prima tenevamo nell’ombra. Perché non ci servivano nel piccolo mondo a cui ci eravamo abituati, adattati, col ruolo che nei limiti del possibile ci eravamo ritagliati su misura.

Eccoci qui, allora, costretti a fare i conti con tutto quello che siamo in più, rispetto a ciò che crediamo di essere. Con qualcosa saremo d’accordo, con qualcos’altro no. Non dobbiamo per forza accogliere solo i lati positivi che vedono gli altri, o che escono fuori in circostanze insolite.

Anzi, a volte è bene analizzare anche i difetti che non amiamo ammettere. Riconoscere che l’istrionismo può diventare egocentrismo molesto. Che la bellezza è un miracolo così relativo che dovremmo godercela finché dura, e lasciarla andare con gratitudine quando ci abbandonerà per diventare altro. Fascino, magari. O un’allegra indifferenza allo specchio, compensata da un enorme interesse per tutto il resto.

L’importante è mettersi in gioco, sfidare le nostre narrazioni con nuove voci ed esperienze, senza aver paura che la nostra propria versione possa esserci tolta. Semplicemente cambierà, si arricchirà di altre sfumature, di molteplici storie.

E forse scopriremo anche l’eroe, o l’eroina, che finora custodivamo da qualche parte del fegato, dove credevamo non facesse danni. Liberiamoli prima che si facciano strada a colpi di machete.

(Lo so che è atroce, ma non riesco a pensare a una colonna sonora migliore :p ).

Risultati immagini per rivoluzionari da tastiera

Vi ho visti, vi ho letti, vi ho ascoltati.

Siete arrabbiati. Lo capisco. Ci sono molte ragioni per esserlo. E non sto a dirvi che “l’importante è come reagiamo a quello che ci succede”, che è sempre valido ma è difficile da applicare.

Però c’è qualcosa che non mi quadra della frustrazione che accompagna, in rete e nel mondo in 3D, i commenti razzisti, gli scambi di foto porno non autorizzate come se fossero figurine dei calciatori alle medie, le berline mediatiche di questo o quel capro espiatorio incaricato di renderci più divertente la pausa caffè.

Tutto questo lo facciamo come se non avessimo altra scelta.

Mi spiego: quando sono così frustrata da prendermela con qualcun altro, ma proprio affidargli la causa di tutte le mie disgrazie presenti e future, è quando proprio ho perso le speranze.

Che ne so, c’è lo sciopero del personale metro a Barcellona e sto bloccata ad Arc de Triomf, con la prospettiva di farmi sotto la pioggia quei 2 km che mi separano da casa.

Allora sì che comincio a prendermela con l’universo mondo.

Ok, lo so, ci sono paragoni più drammatici. Però la questione è la stessa.

In tanti, invece, pensiamo che nutrire qualsiasi speranza di migliorare le cose, senza un miracolo esterno, sia stupido o, nella migliore delle ipotesi, ingenuo. Vero? Tutti i nostri problemi derivano unicamente da altri fattori, questioni davvero complicate come disoccupazione, parenti serpenti, relazioni precarie. Siccome nessuno può negare la difficoltà di questi ostacoli, passa più facile l’idea che la nostra serenità dipenda esclusivamente da quelli.

Così sottovalutiamo il fatto che in pochissimi casi, e molto gravi, la nostra infelicità deriva unicamente dall’esterno. Ma continuiamo a pensare che l’unica è rassegnarci e sperperare in sarcasmo e tristezza delle energie utili per cercare una soluzione. È anche il modo più economico di affrontarli, i problemi. Ci costa solo il fegato.

Così ce la prendiamo con le “cagne” mediatiche, per sfogare la frustrazione di una separazione. O ci mettiamo del rancore genuino nelle risate sui meme di Jennifer Aniston e #Brangelina, perché lei si sarà rifatta una vita, ma noi pensiamo ancora a quello stronzo.

Vuoi mettere tutto questo con l’ebbrezza di avere sempre ragione?

Perché, fateci caso, noi ci convinciamo che tutto andrà sempre una merda poiché siamo troppo buoni per questo mondo, e troppo onesti e intelligenti per non saperlo. E 9 su 10 ci azzecchiamo. Perché nella nostra vita non succederà un cazzo di niente che possa smentire il nostro assioma: staremo proprio lì di guardia per non farlo succedere.

E se c’è una possibilità di star bene, ci assicuriamo che non dipenda mai da noi, da sforzi nostri. È sempre la raccomandazione che non arriva, quella bastarda che non ci chiama, la sfiga che non ci fa mai prendere al superenalotto.

Stiamo male per cause esterne? È dall’esterno, sembriamo pensare, che deve venire la nostra salvezza.

Dalla nuova relazione che ci sottrarrà per qualche tempo al pessimismo cosmico, per poi lasciarci a pezzi quando finirà (ma l’amore è così).

Da quei due soldi che finalmente guadagneremo e che non spenderemo mai in maniera soddisfacente (ma la vita è così).

Quindi manteniamolo, sto ghigno furbetto, scoraggiamo chiunque cerchi sul serio di migliorarsi un po’ l’esistenza. Deridiamo chi si ostini a cucinare con gli ingredienti che ha, o addirittura a procurarsene di migliori.

Continuiamo a farci del male.

Che l’unica soddisfazione possibile sia poter dire agli amici di facebook che, quando sostenevamo che la vita fosse una merda, avevamo pienamente ragione.

Prenderemo un sacco di like.

 

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora