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Ho fatto lezione contenta, col cuore leggero, nel giorno ideale per farlo: solo due ore al mattino, poi il pomeriggio libero per inventarmi impegni inutili.

In classe abbiamo parlato di cucina “fusion”, ci siamo indignati per certi accostamenti di sapore e poi ci siamo accorti, o ricordati, dell’inevitabile: cucini con quello che hai. Nella carbonara ci vuole il pecorino perché là dov’è nata si allevavano pecore, mica mucche. Il mais è arrivato prima al Nord e allora polenta e osei.

Insomma, ci scanniamo su roba che è nata spesso dalla necessità. Cucini con quello che hai.

Tornando in metro riuscivo a sorridere perfino alle signore locali che mi scostavano a culate o mi facevano il limbo sotto l’ascella per sedersi, e mi sono resa conto che sono otto anni che ci sopportiamo a vicenda. Allora mi sono ricordata di chi otto anni fa, con me in procinto di partire, mi scrisse: “Devi prendere un aereo, quindi non dirò niente. Ci vediamo al ritorno”. Il ritorno che non ci sarebbe mai stato.

Allora ho fatto un po’ di fantastoria e mi sono chiesta: “Se avessi avuto allora la serenità di oggi? La sicurezza, l’allegria? Come sarebbe stato chiudere il cerchio della mia storia-non-storia, la più romantica, quella dei vent’anni? Sopravvivere alla consegna insostenibile di realizzare quei sogni fatti proprio per non avverarsi mai?”.

Sì, questo pensavo, tra gente che sgomitava con le valigie per scendere a Plaça Catalunya, lontana nello spazio e nel tempo dall’aeroporto dell’ultimo saluto.

Mi sono data una risposta che ormai è un’abitudine, ma che, ora lo so, non è una consolazione: i sogni così sono cerchi che si chiudono su se stessi, è come se la tua vita finisse a vent’anni, come in una favola. Due si vogliono, ci sono gli ostacoli, si ottengono e vissero felici e contenti. Che succede, dopo? Boh. Il cerchio si è chiuso e il dopo non è affar dei sogni. Ergo, può anche essere un incubo, non è dato saperlo. Invece che succede se al posto di chiuderci su noi stessi ci apriamo, smettiamo di piegare la vita ai nostri sogni postdatati e seguiamo i suoi giri strani? Che succede se prendiamo i suoi voli, ci lasciamo sbattere un po’ dalla marea provando senza troppa convinzione a girare il timone dove vogliamo?

Tutto questo, pensavo, anche scendendo alla mia fermata, in pasto al pomeriggio di sole.

Soprattutto ricordavo la lezione: si cucina con quello che si ha.

Otto anni fa avevo dei sogni. Ora ne ho altri. Non puoi unire soja e pecorino in un paese in cui non bevono neanche il latte. Non puoi produrre vino dove fa freddo tutto l’anno.

Non puoi avere la serenità accumulata in sette anni e gli stessi sogni di quando non l’avevi.

Il pomeriggio fuori mi ha accolta bene, con un sole nuovo.

Orgoglio   Quando ho costretto qualcuno a prendere un caffè con me e confrontarsi col passato, il nostro passato insieme, non è stata la fine, è stato l’inizio. L’inizio di nuove domande, nuove richieste di confronto. Che non toglievano il problema di fondo: il fatto che lui non volesse a) vedermi, b) darmi spiegazioni, c) tornare con me.

D’altronde, se stavo combinando tutto quel casino, non era per far pace. Era perché una parte di me ancora non aveva chiuso quel capitolo e sperava lo facesse lui.

Detto questo, salve.

Per concludere questo sproloquio sull’ “assenza che ci appartiene” (parafrasando una canzone di Giorgia che forse ricordo solo io), volevo proprio chiedermi: perché abbiamo tanto bisogno di rivedere qualcuno che ci evita? Perché pretendiamo che sia l’altro a chiudere un capitolo della nostra vita?

Capisco all’inizio, quando chi volevamo incontrare era ancora lui, perché era passato poco dalla rottura e ci mancava. Ma col tempo, i lavori, i viaggi, gli altri amori, per me quello che vogliamo rivedere è il nostro passato, con cui abbiamo un conto in sospeso. I nostri vent’anni, che ora ci sembrano spesi male. I maldestri tentativi di farlo innamorare, evaporati al primo incrocio di sguardi con un’altra. L’incapacità di accettare che quello che faccia male a noi sia così indifferente all’altro.

Ecco, la chiave, almeno nel mio caso, è stata la più semplice e la più difficile: accettarlo. Ma proprio prenderne atto. Ingoiare il boccone e andare avanti. Senza cercare altre spiegazioni, i sentimenti non ne hanno bisogno. E l’indifferenza, personalmente, la considero un sentimento di tutto rispetto. Anche quando si accompagna ad altri fattori (come i sensi di colpa), tende a neutralizzarli con la sua evidenza.

Una volta accettato questo, ho avuto il tempo e la voglia di fare altro. Per esempio di accorgermi di quelli che, a invitarli a prendere un caffè, non ci avrebbero pensato due volte.

E poi, devo confessarlo. È stato quando ho accolto l’assenza, che l’assente ha voluto vedermi.

Sapete quando l’ho preso, un caffè col fuggitivo?

Quando ho risolto il problema mio, con me. Quando ho smesso di cercare i miei vent’anni negli errori altrui e ho cominciato a trovarli nei miei.

Oppure quando l’ho piantata di cercare solo errori, spiegazioni razionali, e ho riconosciuto quanto delle nostre vicende sia dovuto al caso. Alla telefonata che l’ha restituito al lavoro, un settembre in cui per noia o solitudine si stava riavvicinando. Alla permanenza all’estero che improvvisamente gli ha risolto ogni dubbio sul cominciare o no la relazione.

Stiamo certi che, se alla base ci fosse stato un interesse vero, sarebbe stato almeno più difficile che queste circostanze avessero rovinato la storia.

Accogliamo l’assenza, dunque, ma come una possibilità concreta. Non come un’ospite scomoda. Che l’accogliamo o meno, quella si siede di traverso sui nostri rimpianti, manco fossero un divano.

Tanto vale accettarla e chiederle quanto conta di restare. Ci risponderà che, in gran parte, dipende da noi. È di quelle ospiti che per andarsene devono assicurarsi di essere ben accette. Quando hai preso atto della sua presenza, quando quasi ti ci sei affezionata, ecco che prende il cappotto ed esce dalla porta giusta.

Quella che nessun altro chiuderà per noi.

cyclette E niente, mi è venuta su questa riflessione, non ancora digerita come il pranzo pasquale, a proposito della mia cyclette. Cioè, in realtà è di mio padre, ma l’adotto ogni volta che torno in paese e non voglio proprio mettermi a quattro di bastoni (per i non napoletani: svaccarmi).

Stavolta tornando in paese me lo sono portato proprio in camera, l’attrezzo, per la gioia di mio fratello che, sentendo il fracasso per le scale, è accorso pensando al terremoto.

Gli anni scorsi non la muovevo dal suo posto e pedalavo con una certa foga, anche perché ero quasi sempre di cattivo umore. Perché? Scelte sbagliate, su tutti i fronti. Che prendevo buttandomici a capofitto senza pensare non dico alle conseguenze, ma a se fossero ciò che volessi davvero.

Mentre pedalavo, infatti, ascoltavo una canzone energetica quanto un bis di uovo di pasqua dopo la terza fetta di casatiello: Accireme (Uccidimi) dei 24 Grana. Con quella nelle orecchie e le tutone oversize che rubavo a mio padre dovevo essere uno spettacolo fantastico. Certo, non avrei mai pensato che la persona a cui la dedicavo virtualmente, di lì a poco, mi prendesse alla lettera!

Adesso che sto più in mode “toglietemi la pastiera dal piatto se no la mangio tutta”, sapete che ascolto, mentre pedalo? Le conferenze di Agamben!

Lo so, aridatece i 24 Grana! Ma lo faccio per una tesina che devo scrivere entro il 15 aprile (mado’) e poi perché sono scaltra: dopo 40 minuti a pedalare, Agamben non diventa l’elemento più faticoso dell’operazione.

La riflessione era, appunto, sulla differenza con le puntate precedenti: quando stavo male ascoltavo canzoni belle ma tristi, adesso che sto bene mi sciroppo conferenzone pallose ma utili (o almeno spero!).

Capito? Chi non sta bene si raccoglie su se stesso, riflette monotonamente sulla sua malinconia in un loop senza fine.

Chi risolve i problemi personali e sta bene, ha il tempo di pensare ad altro, fosse anche a una benedetta tesina da consegnare tra due settimane (aiuto!). E se gli gira si interessa pure a questioni così poco personali (in apparenza) come stato d’eccezione e sovranità.

Perché quando stiamo male pensiamo che, quando finirà la causa del dolore, la nostra vita sarà il paradiso in terra. Quando stiamo bene, sappiamo che non è così. Scopriamo solo che diventiamo liberi. La nostra vita è vuota di nuovo, possiamo riempirla di ciò che vogliamo.

Riempiamola di cose utili, allora, e di pedalate salutari.

La prossima volta, magari, all’aria aperta.

1226673344163_bacio1 Avete presente tutti i film in cui qualcuno sta per compiere un passo decisivo nella sua vita e per un po’ cerca una via di fuga? In genere la più gettonata è il tentativo di “tornare al passato”, a prima di arrivare a quel bivio inquietante. Capita al quasi-trentenne de L’ultimo bacio, che sulla soglia del matrimonio finisce con una bella diciottenne a leggere Siddharta.

Quel film è esemplare di ciò che voglio dire, perché il protagonista alla fine non s’innamora della pischella, che incarna la sua fuga dall’età adulta. Ci si rifugia per paura dell’irreversibilità delle sue decisioni.

twolovers (1)   La paura, se ci pensiamo, è lo stesso motore che spinge Gwyneth Paltrow in Two lovers a fare una scelta uguale e contraria: rinunciare a una fuga “adulta” con Joaquin Phoenix, che vuole liberarsi come lei di una realtà soffocante, per tornare all’infelicità bohemienne che non la fa star bene, ma la fa sentire al sicuro. È quello che fa l’infelicità prolungata: ci fa sentire più sicuri di una felicità da costruire.

Ma per evitare dubbi su cosa io intenda per felicità, torniamo ai trentenni italiani di Muccino: mica le aspirazioni devono essere le stesse per tutti. Ci sono amici che davvero sono contenti a realizzare il loro sogno di ragazzi e partire in viaggio. Quindi “crescere” per me non vuol dire assumere modelli di comportamento tradizionali come un lavoro fisso e una famiglia stabile. Significa proprio avere il coraggio di seguire la propria aspirazione, che comporti un mutuo trentennale o l’apertura di un baretto sulla spiaggia. Seguire il corpo, sul serio, come è cambiato ora. Io ero più grossa a 25 che adesso, a 35, in più di un senso. E mi sto adeguando alle mie aspirazioni apparentemente più modeste di adesso.

Sono quelle che mi fanno star bene in questo momento. A 25 anni le avrei trovate insignificanti, ma allora ero molto insicura e dovevo dimostrare a me stessa di “saper” fare le cose. Saper vivere da sola, saper vincere una borsa di studio, saper… Adesso non ho bisogno di dimostrarmi niente. So che potrei farlo di nuovo, soprattutto so che, ci riesca o meno, sarò sempre io.

Credo che questo sia l’atteggiamento che mi faccia meglio, penso di essere in buona compagnia. Fare le cose non per sfidarmi continuamente, per colmare da fuori un’insicurezza che mi porto dentro, ma farle perché in questo momento, per gli studi che sto portando avanti (ancora!), per i lavori che comincio a fare, mi sembra la strada “naturale”, se qualcosa del genere esiste, il cammino che si disegna da solo quando in realtà ci stai lavorando su e bene.

Quindi, se finalmente riuscirò ad aprire quest’associazione che faccia da ponte tra culture diverse, non sarà per dimostrare a me stessa di esserne capace, ma perché in questo momento è la cosa più spontanea che mi venga da intraprendere, la conclusione più logica dei miei studi comparatistici e dell’impegno sociale degli ultimi anni. Finché non mi servirà da tappabuchi per l’ego, potrebbe addirittura funzionare.

E se dovesse fallire… Ragazzi, non sapete quanta roba stia cannibalizzando da imprese fallite. Non sono neanche sicura di poterle chiamare fallimenti, in realtà, ma da eventi riusciti così così ho ricavato conoscenze fantastiche, contatti di persone che un giorno potranno aiutarmi in qualcosa che possa riuscire bene. Soprattutto, quello che è stato un mezzo fallimento per me è stato un grande successo per altri. C’è l’associazione che partecipando a quel cineforum sotto la pioggia ha imparato a mettersi in gioco, oppure la mamma a tempo pieno che per offrire un premio a una riffa si è inventata un’attività artigianale da svolgere in casa.

Ecco, questo sì, ho imparato un criterio fondamentale quanto semplice per andare avanti: se le cose fluiscono, bene, se no, come si dice in spagnolo, otra cosa mariposa.

Una volta che si sta bene e si sa bene cosa si vuole, ci è anche più facile portare a termine i progetti.

Insomma, non si tratta di mollare tutto e tornare a un’adolescenza che non potremmo mai più avere (se il trentenne Accorsi fosse rimasto con Martina Stella, fantastico, ma sarebbe stato da trentenne con una diciottenne, non sarebbe venuta la fata di Cenerentola a togliergli gli anni). Si tratta di guardare avanti, partire da nuove esigenze e non da vecchi bisogni, andare perché aspiriamo a realizzare qualcosa che vogliamo sul serio, canalizzare un’energia che al momento ci mulina nello stomaco in attesa di essere (ben) impiegata.

Ecco, secondo me bisognerebbe partire sempre dall’energia e mai dalla fame. Stay hungry stay foolish lo raccomandi a qualcun altro, almeno nel mio caso.

Io mi sazio prima di tutto ciò che sono diventata, mi sorrido come una scema e allora, solo allora, attraverso la strada.

chai Sono contenta di aver trovato una persona gentile, che pensi davvero a me.

A chi non l’ha fatto non guardo rancore (o non sempre!), so anche che, in un certo senso, me li sono scelti apposta.

Ma che bello, davvero. Quando è così, che si è sinceri l’uno con l’altra, ci si preoccupa per l’altra persona senza annullarsi per lei, anche quando noi o lei abbiamo da fare, non ci si stancherebbe mai di ripetere: quello che cambia siamo noi. La botta di culo viene, ma dobbiamo aprirci ad accoglierla. A vederla, anche.

“Ma tu sei giovane e bella”, mi è stato detto (incredibile ma vero!) da quasi-coetanei peraltro attraenti, “ovvio che a te capita più facile che a me”.

Non so, davvero. Quello che noto, quando per motivi vari devo rivedere certi ex o certi circoli di amici, è che quello che è sparito in me è l’autoreferenzialità. Io avevo la peggiore, quella vestita da altruismo. Quella che mi portava a fare la salvatrice del mondo per non guardare i miei problemi e per sentirmi buona a qualcosa.

Quindi, se non c’era nessuno da salvare, per me non c’era neanche amore.

Se nessuno m’interessava doveva almeno interessarsi qualcuno a me, per quanto fossi brava a capirlo, amarlo, venire incontro alle sue esigenze. Il fatto che non ricambiasse era solo una sfida.

Questo è cambiato. E ve l’ho già spiegato. Quello che vorrei ribadire qua è che, man mano che vi sentite a più a vostro agio con voi stessi, vi verrà spontaneo cambiare i meccanismi con cui interagite con gli altri.

Gli amici che si affidano totalmente a voi come dei bambini che non cresceranno mai vi comunicheranno sempre più fatica e meno appagamento nell’operazione di soccorrerli, e forse così il rapporto diventerà qualcosa di autentico, invece che un mutuo soccorso. Una cosa tipo, ti stimo e ti apprezzo anche se non mi “servi” a star meglio. Da entrambi i lati.

Le cose vanno così: man mano che ci curiamo noi, nel nostro piccolo curiamo un po’ anche gli altri.

E per una volta più con l’esempio che a parole.

Come ci si cura? Con l’attenzione.

Ne riparliamo presto.

chiodo Poi ognuno ha i suoi metodi, diciamo, per uscire dalle crisi. Ma volevo dire questa cosa, sul chiodo scaccia chiodo.

A me ha funzionato in modo strano: mi cacciava da un problema a un altro. Cadevo in nuove braccia sbagliate, che mi avrebbero fatto soffrire come quelle di prima senza mai risolvere il problema di fondo: la mia cecità nello scegliere.

Quindi non posso dire che il ripiego (brutta parola) non risolvesse il problema, che non mettesse fine all’angoscia, al senso di perdita: ma alla lunga lo rimpiazzava con altra angoscia e altre perdite, toglieva i sintomi del male senza curarlo fino in fondo.

Poi so che a volte, a botta di culo, a un mese da un addio pesante troviamo la persona della nostra vita (ammesso che esista), a qualcuno capita.

Dico solo quello che succedeva a me: cambiare di braccia, senza cambiare di testa.

Per questo, per un anno, quasi facevo capa e muro all’amica catalanoandalusa che si era presa una laurea in psicologia e una specializzazione in analisi junghiana solo per snocciolarmi la seguente, profonda ricetta: “Un clavo saca otro clavo!”.

Ora quell’amica potrebbe venire da me e dirmi: visto, che ti dicevo?

Eh, no, tesoro. Facile chiamare chiodo scaccia chiodo una storia che comincia a lutto ormai elaborato, dopo un anno a buttare il sangue, magari. Una storia in cui l’altra persona è davvero la benvenuta e non ci serve a niente, non ci fa da tappabuchi, non ci colma il vuoto lasciato da altri, già pronti ad aleggiare tra noi come fantasmi chissà per quanto tempo.

Perché una cosa è buttarsi tra le braccia di qualcuno mentre siamo nel pieno del dolore da perdita, proprio perché non ce la facciamo più, e un’altra è prendere quel dolore, ascoltare quello che ha da dirci (che, si diceva, il dolore è un ambasciatore che non porta pena), e cominciare un’esistenza in cui i suoi insegnamenti siano un pilastro, magari, ma mai l’unica ragione. Una vita fondata su un lutto vi piacerebbe?

E allora, piuttosto che pulirsi le ferite sulla pelle di qualcun altro, scopriamo quanto sia bello, dopo il tempo che ci vuole, essere capaci di aprirci a un nuovo amore senza nessuna fretta o nessun vuoto da colmare, solo col piacere di esplorare, conoscere questa nuova persona che si affaccia nella nostra vita, e che magari, finalmente, ha la buona creanza di bussare senza sfondare la porta.

Magari per allora avremo imparato che nelle vite altrui si bussa e piano, non si dettano leggi, per poi abbandonare il campo.

Solo quando avremo imparato tutto questo, mi sa, potremo finalmente dire avanti.

In tutti i sensi.

ricetta-per-la-torta-millefoglie-vegana_55578c7caa6f10f016ffbe0a652c698f   A una mia festicciola di compleanno, di quelle che dai quando la tua età non raggiunge le due cifre, c’era quest’amichetta che proprio non voleva mangiare la torta.

Era lì di malavoglia, al seguito dei genitori, e si rivelò stranamente incapace di tagliare la sua fetta di dolce, rifiutando ogni aiuto. Era una millefoglie bella tosta (una passione per me inspiegabile degli anziani di casa), quindi una scusa ce l’aveva. Ma gli adulti presenti capirono ben presto la solfa e il piatto le fu prontamente sottratto.

A quel punto, però, mi ribellai io, affetta da una goffaggine che mi portava a un’estrema compassione verso i pochi più imbranati di me.

Cominciai quindi a difendere l’onestà della commediante, che per colpa mia dovette fare un secondo tentativo, altrettanto fallimentare, prima di essere lasciata in pace anche da me. Credo che non capii mai che fosse una commedia, pensavo solo: “Oggi proprio non riesce a mangiarsela”.

Adesso le feste che organizzo sono un po’ diverse: un pranzo per 40 per il 1º maggio, un mercatino di beneficenza con buffet, proiezione e rinfresco con offerta a piacere. I tanti che mi aiutano, per fortuna, sono più efficienti di me, ma anche in questo tipo di feste c’è il reparto impediti. Sarà che, guardate che pretese, se t’incarichi di portare le bibite mi aspetto che tu venga un po’ prima, per metterle in fresco. Sarà che se prepari l’antipasto do per scontato che, per un pranzo che cominci alle due, ti presenti almeno all’una e mezza e non alle due e un quarto.

Ma i primi anni ci sono state scene che a riprenderle sarebbero diventate virali: io che bestemmiavo in catalano con l’unica presente che mi capisse, maledicendo tutta la genealogia del ritardatario, mentre gli altri continuavano rilassati a preparare, rimproverandomi pure: “Vabbe’, non lo sai, che è così?”.

Allora a consolarmi veniva quella che non aveva fatto un cazzo e che non vedevo mai a riunione, solo per chiedermi: “Perché ABBIAMO scelto questo locale, per l’evento? Non c’è atmosfera”.

Neh pereta, facevo per cominciare. Ma venivo trattenuta: lo sai, com’è fatta, non ha neanche il cellulare, è già tanto che abbia trovato il posto.

Allora mi devo arrendere all’evidenza.

Io ho la pretesa di trattare le persone come esseri senzienti.

Ci sono persone che per motivi vari non vogliono essere trattate così.

Come la mia compagnella d’infanzia e la sua fetta di torta inespugnabile. Magari si tratta di veri indecisi, che godono di questa condiscendenza collettiva. Così non devono spiegare che non desiderano la torta e nessuno si sorprende se, una volta accettatala, non la mangiano. Accettano lo status di inaffidabili in cambio di una libertà che non credono di potersi conquistare altrimenti.

Magari conviene loro dirsi di non essere capaci di far nulla, per non rischiare un possibile fallimento.

Oppure, semplicemente, ci marciano. Così s’impegnano il minimo e il personaggio bohémien del simpatico svitato, o della sognatrice che spaccia l’inaffidabilità per emancipazione, è il loro modo di stare al mondo: sempre incompleti, sempre in potenza. Nella loro vita ci dev’essere un “peccato che”. Peccato che non abbia tempo, che non abbia memoria, che non abbia abbastanza soldi per viaggiare (detto magari da qualcuno che li scialacqua in false katane giapponesi).

Peccato comunque, sembrano dire, che io non possa.

Altrimenti sarei un genio. Altrimenti avrei finito da un pezzo l’università. Altrimenti mi avrebbero finalmente riconosciuto il talento, al lavoro.

Altrimenti avrei detto che la torta non la voglio, e mi sarei buttata sulle patatine.

Ma no, restano lì a recitare quella commedia con se stessi e con gli altri, che fanno da spettatori complici.

La mia posizione, invece, è problematica: credo di rispettarli aspettandomi da loro lo stesso che dagli “altri”, ma così non rispetto la loro volontà di essere trattati come bambini.

Infatti raramente mi sono stati grati, e si capisce, per questa mia pretesa. E lasciami stare, sembravano dirmi, a me piace così, che vuoi.

Fantastico. A me non piace assistere alla tua pantomima. E non pretendo certo di cambiare i tuoi gusti attoriali, ma tu non pretendere di cambiare i miei di spettatrice.

Quello che chiedo è che, quando la vita di persone così si incrocia con la mia, ci si venga incontro a metà strada. Non sono d’accordo con quegli psicologi che riconducono la tolleranza di fronte a questi atteggiamenti ad “accettare gli altri come sono”.

A me pare un ricatto morale. Se interagiamo veniamoci incontro a metà strada. So che è più importante l’amicizia che un pranzo perfetto, ma se mi lasci appesa con 40 invitati perché non ti sei segnata l’indirizzo, non so se chiamarla amicizia e nel dubbio frequento amici più empatici o meno distratti.

Senza dimenticare di offrirti un caffè giusto sotto casa tua, per essere sicura che non arrivi tardi.

E se lo fai anche così, ti ordino una millefoglie e non me ne vado finché non l’hai finita.

couple-funny-and-hot-exercise  Il mio corpo ha pensato bene di prendere in mano la situazione.

Sarà che sono campionessa mondiale in somatizzazione. Ma lo fa sempre, quando non so che pesci pigliare.

Adesso, per esempio, mi ha detto basta credere di conciliare tutto se vivi a 40 minuti di metro da dove studi/lavori. Ti mando certi crampi di fame fin dalla prima ora di Filosofia, che se fai una domanda cominci a parlare spagnolo come Pieraccioni ne Il Ciclone.

Allora, visto che io non mi ci raccapezzo e vivo come se fossi Superman, ci pensa lui.

Prima di tutto, un bel raffreddore, così faccio poco la spiritosa ad alternare doppie felpe in casa e piumini primaverili fuori, ingannata da questa falsa primavera.

Poi, non riesco a rispettare l’ultimatum “a letto all’una”? A mezzanotte e cinquantanove, se mi decido a staccarli più di dieci minuti dal pc, comincio a chiudere pesantemente gli occhi.

Direte voi: ma questo il tuo corpo l’ha sempre fatto.

Rispondo io: sì, ma non me lo filavo proprio.

E non capivo che ascoltarne i ritmi ha decisamente senso. Se è per questo, non lo capite neanche voi, vero?

In quanti avete detto “a gennaio palestra”?

In quanti dite “da domani dieta”? Io, da quando riesco a individuare il momento stesso in cui mi finisce l’appetito (a costo, i primi tempi, di restare con la forchetta sospesa a mezz’aria), mi sono accorta che gran parte del piatto la ingurgitiamo per abitudine o perché sta lì. Ma non ci serve, e magari neanche vorremmo finirlo. Siamo abituati. Invece, mettiamo tutto in una schiscetta e abbiamo letteralmente “la pappa pronta” per il prossimo pasto.

E poi quelli che se ne stanno giorni e giorni al pc su un lavoro che non riescono a terminare, senza rassegnarsi al fatto che a spegnere tutto (cervello compreso) per una serata, le cose verranno quasi da sole la prossima volta che ci daranno dentro.

Insomma, a lasciar fare al corpo sappiamo i nostri ritmi. A non mortificarlo con digiuni e notti insonni per finire un lavoro da consegnare, ci viene spontaneo lavorare ore, seguendo il flusso.

È che l’abbiamo perso, un po’, il contatto col corpo. In fondo crediamo ancora a Monsieur Descartes (Cartesio) e lo usiamo come strumento di una mente che, quando ci viene meno il supporto fisico, ci lascia soli con le cose più elementari da fare. Così riponiamo il pacco di pasta nello sgabuzzino e lo strofinaccio in dispensa.

Alla fine, a lasciar fare al corpo, si risparmia energia e si arriva lo stesso. Si parte sempre dall’idea che non sia saggio, che sia solo un impaccio cocciuto.

E invece è lì, impossibile da metter via perché al massimo ci metterà via lui, quando si sarà scocciato di venire incontro alle nostre esigenze matte.

Allora, senza essere così drastici, proviamo a dargli ascolto e vediamo che succede.

Attenzione: tende a far tutto lui. E pure bene. Che smacco per le nostre manie di controllo.

Fox and GrapesManco ‘e cane: espressione napoletana che designa qualcosa di estremamente sgradevole, tanto da non augurarlo neanche ai loppidi (le perdoniamo lo specismo per questioni di anzianità).

Il problema dei manco ‘e cane postumi, riferiti a situazioni che un tempo ci allettavano eccome, è di chiamare in causa un altro animale: la famosa volpe della favola di Esopo, quella troppo poco agile o semplicemente troppo scema per rendersi conto che l’uva tanto ambita si trovasse eccessivamente in alto per raggiungerla.

Come finisce la storia, già lo sappiamo: disprezzo per l’oggetto del desiderio e rapido dietro-front, verso frutti più accessibili. Che peraltro non si capisce perché debbano essere meno appetitosi di quelli così in alto. Non è che l’irraggiungibilità sia sempre sinonimo di buona qualità, eh.

Infatti stamane, mentre voi arrancavate con le ciabatte verso la macchinetta del caffè, io mi stavo ponendo il seguente quesito amletico: e se la volpe avesse ragione? Se l’uva fosse stata davvero acerba, ma da giù non si vedesse tanto?

Non conta, mi risponderete: la volpe critica ciò che non può ottenere, a prescindere dal suo stato di maturità. Se è per questo, lo desidera anche a prescindere da quello, perché francamente non ci credo, signor Esopo, che sto grappoletto situato più o meno sull’Everest fosse così visibile, da sotto.

Comunque, vi sottopongo tutto questo perché mi trovo nell’imbarazzante posizione di dire “Tanto è acerba” di un’uva postuma, in un postumo momento di lucidità.

La situazione l’ho già descritta qui, più o meno. Una visita alla mia antica università, e a un suo occupante a cui un tempo avevo tenuto molto, mi ha aperto gli occhi sulle mie aspirazioni di qualche anno fa. Allora puntavo a un magro assegno di ricerca per un argomento che manco m’interessasse molto, mi ci ero imbattuta per caso (e, come insegna Bourdieu, se ti devi puzzare di fame che sia almeno per qualcosa a cui tieni assai). E con eccessivo sforzo aspiravo all’attenzione distratta di un eterno indeciso, di quelli fin troppo propensi a regalare tutto il loro tempo a chi venga dopo di te.

Insomma, rivedo la mia vecchia facoltà, rivedo il mio non-ex e mi dico: “Ma che minchia facevo della mia vita, ai tempi?”. Il fatto che sia una dichiarazione col senno di poi la rende così sospetta? Cioè, dico ancora che l’uva è acerba perché non sono riuscita a papparmela?

Non posso essermi proprio accorta, per la gioia di chi “me l’aveva detto”, che fosse indigesta? È che dopo lo sfumare di entrambe le aspirazioni (borsa e uaglione), intanto che mi leccavo le ferite e saziavo la fame mi abituavo a qualcosa di nuovo, qualcosa da cui non si torna peggio che dal tunnel della droga: a fare ciò che volessi. O meglio, giacché non sempre vogliamo la felicità, ad aspirare esattamente a ciò che mi facesse sentir bene. Senza pretendere di ottenerlo, ma almeno provandoci.

Niente borsa da due soldi per un argomento che non m’interessa, a questo punto meglio vendere percoche (per dire) e tornare a ciò che mi piaccia davvero, sperando che prima o poi non sia gratis.

Niente amanti distratti da cercare finché abbia fame: questo tipo di amore ricorda un po’ questo, una fame eterna, come quella degli expat che si comprano al Lidl i prodotti finto-italiani. Ma una volta abituatami a cercare solo l’attenzione che voglio, e quindi a ottenerla, difficile tornare a dialogare con uno che si faccia pregare solo per prenderci un caffè. A questo punto, il “Ma come facevo, a sopportarlo?” non sembra una domanda peregrina.

La risposta è semplice: non conoscevo nient’altro. Credevo che tutto andasse conquistato a balzi e sbuffate e ignoravo che le cose indispensabili stanno alla nostra altezza.

Quindi, senno di poi o meno, rivendico il diritto della volpe a essere presa in considerazione, nella sua conclusione finale. Magari era solo una gran paracula, magari ha capito tutto senza saperlo.

Era proprio acerba. Meno male che i filari d’uva non sempre sono così bastardi.

E non tutte le volpi sono masochiste.

gustav dorè Diciamo che il mio rapporto con la scrittura è sempre stato un po’ strano. Che fosse mia o altrui, eh, a parte la constatazione che quella altrui è quasi sempre meglio (ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).

Dopo un glorioso intento di traduzione all’impronta della Stele di Rosetta, al British Museum, con tanto di scolaresca impaziente alle spalle, gli ultimi episodi imbarazzanti di questa tempestosa relazione si sono verificati sempre in Inghilterra, durante l’Erasmus: sono stata tra le migliaia di idioti che davvero hanno battuto le mani quando Peter Pan chiede se crediamo nelle fate, e sono stata sentita urlare a quello stronzo del marito di Tess of the d’Urbervilles di tornare indietro, perdio, che prima fai il fariniello e una volta che tua moglie ti confessa di aver fatto altrettanto, peraltro in circostanze non chiarissime, prendi e la molli.

Non a caso quelli menzionati furono gli ultimi episodi proprio da ricovero, in coincidenza col mio ingresso nel mondo. Che per me avviene quando scopri che le fate esisteranno pure, ma non sono loro a rifarti il letto e a prepararti da mangiare, e se devi farti nuove amicizie dopo la scuola dell’obbligo, buona fortuna.

L’ingresso alla vita nei suoi aspetti più belli e brutti mi allontanò anche, un po’, dai libri. Che persero per me una funzione vitale: quella di rifugio dal mondo che non capivo, e che nei fumi dell’esistenzialismo pre-bimbominkia sembrava ricambiarmi con piacere.

Vi racconto tutto sto pippone perché immagino sia successo anche a voi di identificarvi con qualcosa che amaste molto (che so, un’arte, un hobby, una squadra di calcio, perfino un partito), e poi allontanarvene quando ha perso la funzione iniziale: penso alle tante scarpe ballerine appese al chiodo da aspiranti Isadora Duncan, che si sono accontentate di un corso di salsa, e a tutti gli astronauti che invece dello scafandro d’ordinanza hanno infilato un casco di motorino e sono andati a sfidare il traffico in centro.

Oppure, per non limitarci ai “sogni infranti” o presunti tali dell’infanzia, pensiamo ai ripieghi infranti, quelli che la nostra generazione si è vista sfumare pure quando pensava vabbe’, io rinuncio a fare la ballerina, ma un posto da insegnante me lo trovo, sì? Ed eccoti a ripassare a memoria la graduatoria vita natural durante.

Insomma, ci sono cose che a un certo punto della nostra vita ci definiscono, magari per i motivi sbagliati. Poi, per tante ragioni, spariscono, a spizzichi e mozzichi o tutte insieme.

Allora, può succedere che non tornino più e restino solo a simboleggiare un’epoca della nostra vita.

Ma a volte ritornano.

Con la forza e complessità degli amori giovanili ripresi più tardi con meno impeto, ma con più costanza.

La scrittura, per esempio, è tornata nella mia vita. E mi sembra di trattarla meglio, adesso che non ne ho bisogno. Adesso che non mi serve per scappare dal mondo, mi sembra che si sia alleata col mondo stesso per farmelo capire meglio. E per farmi vivere tutti i mondi possibili, che si aprono ogni giorno davanti a me fuori alla porta e dentro la babele di titoli sui miei scaffali malandati.

Se avessi detto “O questo o niente”, se avessi preteso come il Grande Gatsby che l’oggetto del mio amore fosse lo stesso dei primi tempi, allora avrei perso per sempre i libri nella mia vita.

E invece, dopo la prima, cocente delusione (“cari libri, non mi servite più a niente, il mondo è meglio di voi”), possiamo aprirci a un ritorno, condividere quello che siamo intanto diventati con quello che eravamo, e trovare la sintesi definitiva.

Quella che ci porterà a essere sempre noi in ogni capitolo, col passato che s’incroci in ogni momento con presente e futuro, come in una storia scritta proprio bene.

Sarà un caso, ma la prima a riuscirci sul serio si chiamava Odissea.

 

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