
Ho fatto lezione contenta, col cuore leggero, nel giorno ideale per farlo: solo due ore al mattino, poi il pomeriggio libero per inventarmi impegni inutili.
In classe abbiamo parlato di cucina “fusion”, ci siamo indignati per certi accostamenti di sapore e poi ci siamo accorti, o ricordati, dell’inevitabile: cucini con quello che hai. Nella carbonara ci vuole il pecorino perché là dov’è nata si allevavano pecore, mica mucche. Il mais è arrivato prima al Nord e allora polenta e osei.
Insomma, ci scanniamo su roba che è nata spesso dalla necessità. Cucini con quello che hai.
Tornando in metro riuscivo a sorridere perfino alle signore locali che mi scostavano a culate o mi facevano il limbo sotto l’ascella per sedersi, e mi sono resa conto che sono otto anni che ci sopportiamo a vicenda. Allora mi sono ricordata di chi otto anni fa, con me in procinto di partire, mi scrisse: “Devi prendere un aereo, quindi non dirò niente. Ci vediamo al ritorno”. Il ritorno che non ci sarebbe mai stato.
Allora ho fatto un po’ di fantastoria e mi sono chiesta: “Se avessi avuto allora la serenità di oggi? La sicurezza, l’allegria? Come sarebbe stato chiudere il cerchio della mia storia-non-storia, la più romantica, quella dei vent’anni? Sopravvivere alla consegna insostenibile di realizzare quei sogni fatti proprio per non avverarsi mai?”.
Sì, questo pensavo, tra gente che sgomitava con le valigie per scendere a Plaça Catalunya, lontana nello spazio e nel tempo dall’aeroporto dell’ultimo saluto.
Mi sono data una risposta che ormai è un’abitudine, ma che, ora lo so, non è una consolazione: i sogni così sono cerchi che si chiudono su se stessi, è come se la tua vita finisse a vent’anni, come in una favola. Due si vogliono, ci sono gli ostacoli, si ottengono e vissero felici e contenti. Che succede, dopo? Boh. Il cerchio si è chiuso e il dopo non è affar dei sogni. Ergo, può anche essere un incubo, non è dato saperlo. Invece che succede se al posto di chiuderci su noi stessi ci apriamo, smettiamo di piegare la vita ai nostri sogni postdatati e seguiamo i suoi giri strani? Che succede se prendiamo i suoi voli, ci lasciamo sbattere un po’ dalla marea provando senza troppa convinzione a girare il timone dove vogliamo?
Tutto questo, pensavo, anche scendendo alla mia fermata, in pasto al pomeriggio di sole.
Soprattutto ricordavo la lezione: si cucina con quello che si ha.
Otto anni fa avevo dei sogni. Ora ne ho altri. Non puoi unire soja e pecorino in un paese in cui non bevono neanche il latte. Non puoi produrre vino dove fa freddo tutto l’anno.
Non puoi avere la serenità accumulata in sette anni e gli stessi sogni di quando non l’avevi.
Il pomeriggio fuori mi ha accolta bene, con un sole nuovo.

Quando ho costretto qualcuno a prendere un caffè con me e confrontarsi col passato, il nostro passato insieme, non è stata la fine, è stato l’inizio. L’inizio di nuove domande, nuove richieste di confronto. Che non toglievano il problema di fondo: il fatto che lui non volesse a) vedermi, b) darmi spiegazioni, c) tornare con me.
E niente, mi è venuta su questa riflessione, non ancora digerita come il pranzo pasquale, a proposito della mia cyclette. Cioè, in realtà è di mio padre, ma l’adotto ogni volta che torno in paese e non voglio proprio mettermi a quattro di bastoni (per i non napoletani: svaccarmi).
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