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funny-fail-worker-pics   La buona notizia è che non mi hanno svegliato i soliti piccioni, che zampettano giusto sul tetto di pastafrolla sopra camera mia. La cattiva è che anche loro si sono arresi davanti all’azione di disturbo del martelletto stracciagonadi che li ha sfrattati.

Ancora non ho capito che lavori stia facendo il vicino del primo, che ha aspettato religiosamente che tornassi per affiggere sul portone l’assabentat (tradotto dal catalano: “Ci ho i lavori, cazzi vostri”). Ma dev’essere roba grossa, per arrivare a rompere il tetto, i muri limitrofi e i caratteri sessuali primari di chi ci sopravvive sotto, tra spifferi e macchie d’umidità (a tutt’oggi, resistiamo io e una coppia di ‘mbriaconi, che litigano ogni sera al di là del cartongesso).

Da questa parte del muro, devo dire che è difficile mantenere vivi i propositi che avevo fatto a inizio anno, nel tepore tropicale della casa in paese: l’idea di non pensare tanto al progetto generale, ma ai piccoli passi che mi ci porteranno ogni giorno. Sapete, sti fatti qua.

Quando ti sveglia un martelletto sommesso ma tenace di questa portata, con picchi da scalatore rupestre, vorresti proprio salire sul tetto e dire: “A coso, mi fai vedere che minchia stai costruendo?”. E se non è una riproduzione in scala della Reggia di Caserta, defenestrarlo senza troppi complimenti.

Perché, lo ammetto, nelle grigie giornate di gennaio senza riscaldamenti né coibentazione (parola magica che ho imparato ad apprezzare) è un po’ difficile sciropparsi l’affascinante saggio sulle differenze tra le teorie di Bourdieu e Luhmann dicendosi “Vabbe’, questi sono i compiti per oggi, quando creperai di calore a luglio, consegnando la tesi, ti ricorderai perché facevi tutto questo”. In effetti verrebbe da dire postumamente a B. & L. di andare a farsi una vita e intanto uscire a “godersi” la festa di Sant Antoni, anche se per i miei gusti la festa di quartiere media a Barcellona è tipo quella di Casandrino, senza manco il croccante e le mele cotte.

Ma pure quella è meglio di certi passettini da formica che devi dare una domenica per arrivare all’obiettivo finale (sorvoliamo sugli istruttori in palestra e i numeri che si stanno giocando sulla mia nuova scheda).

Però, devo dire la verità, in questi casi in nostro soccorso arrivano cose non troppo rare, se riusciamo a vederle: i risultati dei passettini precedenti. Le conseguenze di altre domeniche passate a studiare altri saggi indigesti o a fare qualche esperimento strano in cucina, o a sorbirsi le pene d’amore di qualcuno che adesso ci chiama e ci propone un lavoro. Magari nel settore in cui ci siamo specializzati due anni prima. Oppure ci chiama qualcuno che non ci ha mai confessato le sue pene d’amore, ma che ci riconosce finalmente l’autorità di opinion leader d’ ‘a palazzina, dopo anni di infuocate riunioni condominiali.

Non sto scherzando, eh, guardate che non è roba da poco. È come sto martelletto che continua a scassarmi i timpani. Io adesso glielo vorrei far mangiare, a quest’innocente lavoratore del lunedì, ma riderò poco quando guarderò il risultato finale e intanto, se ingoio l’impazienza e infilo bene i miei due cappucci uno sull’altro, posso valutare le proposte di lavoro dalla ditta per cui ho lavorato bene quattro anni fa, apprezzare la voglia di rivedermi dopo le feste delle amiche che ho saputo tenermi nella girandola continua delle nostre vite a Barcellona.

Con voi non funziona, intanto che sgobbate, godervi i frutti di semine passate? Provate a rifare quel piatto visto a MasterChef o proposto dall’ineffabile zia innovativa al pranzo “leggero” della vigilia: vero, che è meno una ciofeca dell’ultima volta?

Insomma, che lavoriamo a fare se non andiamo raccogliendo man mano che ci riescono le cose? E che ci lamentiamo a fare, se pensiamo solo ‘ngrugnati alla fatica che ci aspetta, e non sappiamo vedere quanto siamo diventati più bravi anche solo a centrare il maledetto gancetto per le chiavi, quando torniamo a casa.

A proposito, avete una felpa in più? Io ho cominciato solo adesso a… seminare il discorso “ennesimo trasloco”.

Lo so, era ora.

Come si dice, un po’ alla volta.

maxresdefault A me?! Ok, un pochino lo sarò. Giuro che non lo faccio apposta. Mi chiamano così quando, seguendo una mia intuizione che potreste tranquillamente definire “non farmi i cazzi miei”, mi lascio scappare qualche commento, a tavola, su dei conoscenti in difficoltà.

Allora argomento che l’amico iperattivo che sta facendo tremila master e venti stage per non affrontare una situazione familiare difficile dovrebbe fare i conti con quello che ha tra le pareti domestiche, prima di ammalarsi inutilmente e rendere pure poco nello studio.

Oppure che i tanti che non vogliono respirare l’aria del quartiere, addirittura della città o dello stato del proprio ex compagno/amante/scopamico per timore d’incontrarlo, dovrebbero invece andarci. Non dico di proposito, se non hanno di meglio da fare, ma dovrebbero passarci a ogni occasione e vincere la propria paura passo dopo passo. Io così ho scoperto che il bar all’angolo della strada sua faceva lo shakerato alla nocciola! A Barcellona. Prima dell’invasione di bar italiani. Tutto il tempo a intossicarmi qualche metro più in là e potevo fermarmi a gustare l’unico caffè che prendo volentieri.

Insomma, mi si risponde: “Ma come puoi giudicare?”. E anche: “La gente ha paura, è comprensibile”. Vero.

È comprensibile, la paura di affrontare le proprie paure. La procrastinazione è la legge del millennio e i caratteri irrisolti passano per simpatici, mentre chi si arrischia a essere sereno o addirittura felice è uno stupido senza rimedio. Solo perché chi lo critica, magari, non ci riesce.

E c’entrano assai, ci mancherebbe, le condizioni economiche, c’entra pure la botta di culo che capita a uno e a un altro no, ma se ti porti appresso quella capa, te la porti anche quando ti hanno staccato un assegno di un milione di euro (a proposito, nessuno ha vinto la lotteria di Capodanno?).

Insomma, io sono presuntuosa e non mi faccio i fatti miei. È che l’unica volta in cui ho rischiato seriamente di buttarmi giù da un balcone (non che ne avessi l’intenzione, ma manco mi ero affacciata per prendere il sole), mi sono accasciata lì davanti, spinta dalla stessa forza che mi buttava sotto la doccia in quel periodo, e sono tornata in camera. Poi sono uscita pronta a prendermi un diversivo da Radio Lacrima e ci sono riuscita con pazienza e lavoro, soprattutto con l’accortezza di NON buttarmi in mille impegni per far finta di niente e NON evitare possibili incontri pericolosi, specie se dovevo lavorarci gomito a gomito, ma neanche cercare contatti inutili (se non ti amano non ti amano, ripetetelo come un mantra e scoprirete che alla fine sarete ancora vivi).

Insomma, sono presuntuosa a voler condividere cose che sono andate bene a me. E che magari faccio male a proporre come soluzioni per altri, ma lo faccio proprio perché il mio malessere mi ha insegnato la bellezza della condivisione, della solidarietà, della serenità che non nasca dal sollievo che proviamo per problemi che ci creiamo da soli. E proprio per questo preferisco suggerire, banalmente: attraversa il tuo problema come fosse la strada di casa, l’unica per tornare. E poi, chi ti ammazza.

So che è una parola, infatti io ho dovuto precipitarci (in senso figurato, per fortuna).

Però, adesso vado dove voglio, alterno attività e riposo, e questo post è nato proprio da una discussione con chi usavo come scusa per farla finita.

Adesso ci litigo al bar.

Pensate un po’.

 

649df3b915237269533bdf2c928ca551  … O almeno spero!

Perché l’ultimo dell’anno ci invade una tale valanga di buoni propositi altrui, tra social e discorsi ubriachi a tavola, che quando andiamo a fare la prima pipì del primo gennaio ci passa davanti agli occhi tutto l’anno nuovo, come la nostra vita quando zia Drusilla ci taglia la quarta fetta di panettone, e ci diciamo: “Ua’, c’è da fare!”.

Ma io, che trascorro il 31 come una nonnetta e il giorno dopo sono già attiva alle 9 (si vede che non ho consegnato tutte le tesine del master?), in effetti non ho la salvifica incoscienza che accompagna i miei amici devastati, fino all’ora di rimettersi a tavola e affogare le loro inquietudini in altro alcool.

No, a me l’anno nuovo si presentava così, questo primo di gennaio: come un’enorme stanza piena di cianfrusaglie da mettere in ordine. Meglio degli anni che mi sono apparsi come una gigantesca casa vuota da arredare da cima a fondo (lo so, volete chiedermi cosa metta mio padre nello spumante).

Ma subito dopo il Mammarocarmene della prima impressione, mi sono fatta la domanda chiave:

– Ok, quest’anno devo vincere il Nobel per la Letteratura, guadagnarmi una cattedra a Harvard e mettere al mondo due gemelli. Ma oggi, che devo fare?

Risposta: pubblicare il post di Capodanno e rivedere la tesina.

E basta. Impegnativi per un giorno festivo, specie una tesina scritta in uno spagnolo che se la gioca con quello di Raffaella Carrà. Ma niente di trascendentale, su.

Passo dopo passo. Little by little. (A) poc a poc.

Basta fare i compiti ogni giorno. Anzi, dopo quelli viene ancora più voglia di lavorare.

Infatti ho sferruzzato per tre ore (davanti a terribili programmi TV seguiti da mia madre), ho abbozzato un inizio di romanzo, evidente parto mostruoso delle pizze avanzate il giorno prima, e mi sono fatta una mefitica maschera di argilla, prontamente rifiutata dai familiari invitati a “favorire”. Me ne sono pure messa troppa sulle labbra, finendo per fare indigestione di Olio di Tea Tree.

L’importante è aver fatto quello che dovevo, quei due compitini di cui sopra. È un segreto così scontato e facile da dimenticare, quello di dividere un progetto in tanti passaggi brevi…

O anche, per procrastinatori cronici, fare solo cinque minuti al giorno, ogni giorno, di quello che non ci va di fare, e aumentare gradualmente il tempo.

Non mettiamocelo solo in bacheca, il meme con la strada e la frase di Martin Luther King (e invece è Lao-Tzu): “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo”.

E l’ultimo che arriva passa Capodanno con me.

mandala  Sì, sono sempre io, la sferruzzatrice folle. Quella che passa le giornate di fine anno a scrivere una cosa che si chiama “El fracaso del duelo: anti-monumentos de la Primera Guerra Mundial (Virginia Woolf y Käthe Kollwitz, 1922 – 1939)”. E la sera bestemmia appresso all’ineffabilità della maglia bassa all’uncinetto. Per non parlare di quella bassissima: che mi prendi per il culo?

In ogni caso, sferruzzando sferruzzando (i ferri mi riescono meglio), ho imparato quello che decine di anni di cantonate ed errori orgogliosamente ripetuti, in caso la prima volta non avessi afferrato il concetto, non mi hanno inculcato: la già menzionata e ancor più ineffabile arte di lasciar andare.

Pure le cose belle, come per il mandala tibetano. Specialmente quelle, quando è ora.

Me lo prefiggo come proposito di inizio anno, e mi permetto di suggerirlo anche a voi.

Perché, immaginatevi la scena: sto sferruzzando da almeno tre film (io lavoro a maglia la sera, davanti al pc, così se non mi piace la trama sullo schermo mi consolo con quella della sciarpa). Quando ormai la mia creazione si è fatta così lunga da coprire tutti gli spifferi di casa mia (e non basta tutta la lana del mondo), mi accorgo che un centinaio di ferri fa ho fatto uno di quegli errori irrimediabili che, pure a ripassare tutti i tutorial sulle soluzioni facili, condanna per sempre il resto del lavoro a essere una ciofeca.

Che faccio? Disfo. Tutto.

Ma se sta sciarpa, mi sussurra la voce della coscienza, si è sciroppata almeno due film nuovi di Woody Allen!

A maggior ragione. Disfo. Quando non c’è niente da fare per migliorare una situazione, uscirne è la via più pratica. Ed è quasi sempre possibile.

No, poi non è come se non l’avessi mai fatta, la mia sciarpa fallita. Innanzitutto, il gomitolo è diventato una matassa inestricabile, che mi fa rimpiangere di non avere il cugino sfigato a reggermelo con le mani disposte a telaio, come nelle migliori commedie anni ’80. Non è che abbandonando una brutta cosa ti rifai una verginità laniera!

Ma vuoi mettere l’esperienza? Il punto a grana di riso non ha più segreti, per me. Semplicemente, l’ho applicato allo schema sbagliato. Anzi, quando si è inceppato il meccanismo dovevo essere persa nell’unica scena decente della quarta stagione di Homeland. Mai distrarsi, nella vita. Il conto arriva troppo tardi per risputare la bottiglia di fiele ordinata come antipasto. Ok, dimenticate l’ultima frase, che state ancora digerendo il cenone.

E davvero, se non avete idea di cosa significhi disfare una sciarpa ormai avviata, pensate all’ultimo piatto costatovi un giorno in cucina, che avete dovuto buttare ai piccioni. O al pc che si mangia l’articolo che dovevate mandare entro il 31 dicembre, a cui avete sacrificato svariate partite a rubamazzetto (ecco, adesso mi viene la paranoia, vado a controllare se ho salvato El fracaso ecc.).

Pensate a quando state portando avanti una qualsiasi situazione che ormai è tutta sbagliata, ma “avete lavorato troppo tempo” per disfarvene. Così proseguite infelici nel vostro errore, il tempo aumenta e non avete il coraggio di liberarvene mai.

No, no, dite al Dalai Lama che i suoi mandala mi fanno un baffo: si mettesse a fare sciarpe!

Abbiate il coraggio di produrre cose belle e lasciarle andare, quando sono ormai fritte.

È l’unico modo di farne ancora più belle con l’esperienza accumulata.

Io per esempio ho fatto una sciarpetta a punto inglese che è la fine del mondo.

Ok, mi è caduto qualche punto per la via, ma quasi non si nota. Giuro.

Auguri.

 

images (4)  Ok, in questo Santo Natale di Strafogo (voce del verbo strafogare, ovvero abbuffarsi come se non ci fosse un domani) sono più buona perfino io e non voglio ammorbarvi con considerazioni pseudofilosofiche che paghereste due euro da Lidl.

Colgo solo l’occasione per confessare una cosa a cui pensavo da tempo: da quando mi propongo esattamente quello che voglio (niente scorciatoie, sotterfugi, ripensamenti), l’ottengo.

No, non ho ancora vinto questo biglietto alla lotteria che mi mette a posto per sempre, e quei 10 cm in più di cosce che prometteva il mio sviluppo precoce sono rimasti nella gerla di Babbo Natale.

Ma quello che desidero sul serio, mi sta arrivando.

E forse il segreto è questo: scoprire che non vogliamo mica la luna. E che non è accontentarsi, considerare che possiamo benissimo stare in santa pace con quello che ci serve davvero. E che se la supervincita dovesse arrivare, troverebbe una personcina perbene (scusate, ieri in TV c’era Non ci resta che piangere) che già sta bene come sta e si godrebbe ancora di più il premio. Soprattutto, non lo dissiperebbe tornando più povera di prima, come farebbero tanti che mi direbbero ora di stare zitta perché “non conosco i veri problemi” (i loro, ovviamente).

Fortuna che quelli che conoscono “i veri problemi” in quel senso (i malati leucemici di mio padre) hanno sviluppato, mi sembra, un atteggiamento simile al mio, per la serie: “È inutile che ti prendi collera, tanto…”. I fan di Gianfranco Marziano sanno come continuare.

Evvabbe’, ora potete rispondermi con un ricco esticazzi, ma ve lo dovevo dire. L’ho spiegato anche all’amica che aveva un miniprogetto per lavorare da sola, in modo creativo, e che l’ha  messo da parte per un “lavoro sicuro” in un’azienda, inseguendo il miraggio dello stipendio fisso. L’hanno licenziata dopo tre mesi, troppo pochi pure per prendersi il sussidio minimo di disoccupazione.

L’ho detto pure a quella che si accontentava di stare e non stare col tipo brillante ma scombinato che la prendeva e la mollava, e allora lei si diceva “prima o poi capirà che ci vogliamo bene”, e dopo ogni ritorno “stavolta è diverso”. Le ho detto: visto? Da quando ti proponi di volere solo qualcuno che ti rispetti e che ti voglia bene sul serio, l’hai ottenuto. E lei mi ha sorriso dall’altra parte dello specchio.

Insomma, appurato che i nostri desideri, ridotti all’osso, sono ben lontani dal chiedere la luna, direi di andare a realizzare quelli. Cazzo ne so se mi pubblicheranno mai, intanto scrivo, che è quello che voglio. Se il posto fisso è un miraggio, meglio provare a far funzionare il mio negozietto online di saponi fatti a mano (come ha fatto una ragazza deliziosa che conosco) o rinunciarci per lavorare tre mesi a 500 euro al mese a mezz’ora di treno, per poi essere sostituita da un’altra “stagista”?

Allora, come proposito da tenere sotto l’albero direi di farlo: puntiamo esattamente a quello che ci serve.

  • Proviamo a fare il lavoro che vogliamo, dovessimo esercitarlo come hobby la domenica.
  • Quel paese che vogliamo visitare, possiamo vedercelo lo stesso zaino in spalla, se i soldi per l’Hilton al momento ci mancano.
  • Diciamoci: il prossimo che mi capita mi deve adorare.

A me tutto questo è successo e non ho niente in più a voi.

Fatevi due conti.

 

 

 

princecharming Quanto detestavo quegli articoli su Donna Moderna, tipo Come far funzionare un rapporto.

Fregavo il giornale a mia madre, indignata dal contenuto prosaico, quando l’amore per me significava più o meno cantare come una scema davanti a un pozzo o in una foresta e trovarmi un ficcanaso alle spalle che dicesse: “Ho sentito tutto e sono quello che fa per te”.

Ora capisco, ovviamente, anche se continuo a diffidare di linguaggi troppo scientifici o tecnicistici di un fenomeno che sfuggirà alle nostre analisi perfino quando si sarà trasformato in mutui da pagare e figli da sfamare.

La questione è che, tradita dall’amore romantico e dalla sua idea disneyana, l’ho confuso spesso col pathos, o più squallidamente con le montagne russe. Con quelle situazioni da amore non amore, ti chiamo non ti chiamo, oggi mi piaci e domani no…

E stavo molto attenta a scegliermi gente che mi lasciasse nell’incertezza il maggior tempo possibile (per non avere nessun dubbio, magari, con la fortunella che mi avrebbe sostituito).

Allora per me questo era diventato la normalità, come l’imprinting per le paperelle.

Adesso so che succede quando le cose “funzionano” sul serio e la questione “ma siamo innamorati? e tutti e due?” è a posto.

Prevedibilmente o meno, la domanda successiva è: e mo’?

So che c’è gente che per evitare la risposta cerca sempre l’amore litigarello o impossibile, hai visto mai ci si dovesse annoiare o assumere responsabilità. Ma a lungo termine la trovo la più noiosa delle soluzioni, quindi l’interrogativo resta.

Insomma, se ti chiamo e rispondi sempre, se ti propongo di uscire e ci sei, anzi mi stavi chiamando tu, se non hai nessuna intenzione di metterti con la mia migliore amica o di abbandonarmi senza neanche curarti di farmelo sapere, che cavolo facciamo, tu e io?

Ecco: funzioniamo.

Non solo tra noi. Perché chi è abituato a stare la maggior parte del tempo a soffrire per amore, a non mangiare perché non ti vuole ecc. ecc., una volta svanito quest’alibi deve proprio funzionare. Vivere. Ammettere che c’è tutta un’esistenza da occupare in altro modo.

Facendo quello che vogliamo, per esempio. O quello che più ci riesce congeniale, intanto che continuiamo a fare quello che ci serve per vivere, mettere il piatto a tavola, procurarci salute e benessere q. b.

Insomma, tutto sto papiello per dire che, con buona pace di Disney, ho finalmente capito cosa significhi far funzionare un rapporto.

Significa funzionare e basta. Proprio noi.

Smettere di passare il tempo a risolvere problemi che ci creiamo da soli, come se non ne avessimo abbastanza di reali, e scoprire quante altre cose possiamo farci, con le nostre giornate.

Rischiare di annoiarci, anche.

Che per me a un certo punto diventa il più grande dei lussi.

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Certi pomeriggi prendo i ferri da calza, come una nonnina, e mi metto ad ascoltare canzoni malinconiche.

Dimentica delle mie attività del momento, della gioia di una relazione felice e completa, di tutto quello che ho e che m’impegno a raggiungere, l’unica cosa che voglio fare è smettere di pensare e abbandonarmi a tutta la malinconia che tengo a bada quando cerco di essere troppo (pro)positiva.

Non credo sia uno sbaglio, questi momenti ci vogliono.

Mi hanno travolta spesso, con la stessa furia dei bambini quando si scocciano di stare nell’angolino in cui li hanno relegati per una benintenzionata quanto inutile punizione.

Allora ne approfitto per ascoltarli e capire che tutti i cosiddetti fallimenti che mi vengono in mente in circostanze simili sono solo i tanti volti di una malinconia di fondo, che cammina con me anche quando faccio finta d’ignorarla.

Non importa come si sia manifestata, se in un’inspiegabile voglia di fare esattamente quello che mi facesse male, o nell’ebbrezza di farmi trascinare dai miei errori come da onde troppo alte per non tuffarcisi.

C’è questo piccolo nucleo di dolore pigro, lento, che mi chiama da qualche parte e che va ascoltato com’è giusto che sia, anche perché non se ne andrà.

Se imparo a chiamare la mia malinconia col suo nome, invece di di darle quello di un amore svanito, di un progetto sfumato, di un sogno rimasto tale, allora la saprò lenire come un neonato nella culla, di quelli vecchi quanto il mondo.

E allora, solo allora, mi lascerà libera di andare dove voglio.

funny-pics-funny-quotes-funny-sayings-funny-pics-2014-Favim.com-1093250E niente, come dicevo nell’altro post sono sopravvissuta alla canzone di Adele, mai ascoltata che io sappia, e pure al Black Friday.

Sono passata per Portal de l’Àngel proprio mentre chiudevano i negozi, ma ho fatto in tempo a vedere la scritta che troneggiava sulle vetrine: tutto al 20%. Il ven-ti-per-cen-to? A me serve giusto un paio di calze, marroni. Secondo voi mi vado a prendere a capelli con mezzo mondo per pagare 1 euro e 60 in meno sul prezzo normale? Vabbe’ che non lo farei neanche se me le regalassero, ma a maggior ragione, chi si è fatto abbindolare da una roba del genere? Ah, molti?

Ok. Ognuno facesse quello che vuole. È che ultimamente mi sto rendendo conto della famosa differenza, che ebbene sì, mi tormenta spesso, tra volere e avere bisogno.

Le due cose andavano a braccetto per la zia novantenne che si chiedeva perché comprassimo le patatine fritte surgelate, quando bastava prendere una patata e tagliarla a sigaretta: l’olio l’avremmo scelto noi e avremmo fritto una volta sola. Ma a noi nipoti consumisti piacevano di più così.

Adesso no, mi sto rendendo conto che, se superiamo l’equivoco della comodità, tendiamo a volere solo le cose di cui abbiamo bisogno. L’insalata imbustata sarà comoda, ma quando comincia a marcire la rucola prima della lattuga a un paio di giorni dalla data di scadenza, e non riusciamo né a mangiarla né a buttarla, ci ricordiamo che il fruttivendolo ha la gentilina rossa a 10 centesimi in meno, un cespo intero. Ho cronometrato il tempo che ci metto a lavarla: cinque minuti perché sono lenta. Non ne valgono la pena?

Così per tutto il resto. Sono stata a un mercatino di beneficenza e ho preso vestiti carini e originali, roba di Nolita, Benetton, Miss Sixty. Alcuni nuovi, modelli che mi piacevano e nei negozi non trovo più, e adesso sto pensando a cosa mi servirebbe comprare e non trovo risposta (a parte le famose calze marroni). Ho tutto e mi scoccio di far posto ad altra roba che non mi serve.

Ho scoperto la passione per la cucina cinese, quella vera di zuppe e tagliatelle fatte a mano, e mi lascia perplessa chi dice che non può “permettersi di essere vegetariano”, forse pensando ai prezzi di Valsoia e prodotti bio. Dici che non vuoi, magari, non ti obietto niente, ma se mi tiri fuori l’economia ti ricordo che a fronte dei cinque euro delle tue ultime fettine io ho speso 80 cent di farina di forza e ho fatto tanto di quel seitan che pensavo di surgelarlo. Peccato che non surgeli mai niente, non ho bisogno neanche di questo. Lo spleen domenicale a che serve, se non a cucinare per mezza settimana?

Ma d’altronde, a che serve il Black Friday? A far girare l’economia. La stessa che condanna al precariato i commessi che fanno turni massacranti non retribuiti per farci comprare gli ultimi regali di Natale.

A proposito, sto facendo sciarpette per tutti, e non crediate che i gomitoli costino poco, vanno dai 5 ai 7 euro e per un lavoro decente ce ne vogliono almeno un paio. Ma volete mettere “‘a cazzata pe’ tu’ cognato”, come direbbe Osho, presa all’ultimo momento al centro commerciale, con la sciarpetta sbilenca che i miei amici fingeranno di apprezzare con un sorriso a denti stretti? Apprezzeranno il lavoro fatto pensando a loro ogni sera davanti a un film, o non sono amici miei.

Quello che voglio dire, in tutto questo, è: perché c’è la corsa ai regali, coi nuovi rituali dello sconto inventati negli ultimi anni? Perché così si usa. E perché così si usa? Perché abbiamo sempre fatto così.

Non sarà, allora, che sia questione di abitudine?

Perché, se è così, è fantastico: basta cambiarla! No, che non è difficile, basta fare un’altra cosa ogni giorno e diventa un’abitudine pure quella.

Sarà che i miei coinquilini, in questa casa, vengono e vanno a intermittenza, sarà che essere abbandonati al proprio destino genera mostri, ma io un po’ per volta ho assunto uno stile di vita basato molto sul fai da te, che mi taglia i costi perché compro quasi solo materie prime, e mi fa capire sul serio che tante cose che ci sembrano indispensabili lo sono diventate all’improvviso e quando impariamo a farne a meno non le rimpiangiamo affatto. Sì, lo so che non ho scoperto niente e siamo in tanti. Ma non sarà che siamo ancora pochi, a giudicare da come si sbattevano quelli del Black Friday?

Ok, le calze marroni mi servono ancora e non mi priverò della busta di germogli quando torno famelica dal corso delle 21.00. Non si tratta di riciclare per sempre le camicie smesse come stracci per la polvere e mangiare la stessa zuppa per una settimana, come “chi ha visto la guerra”.

Si tratta di scegliere come vogliamo vivere. Il resto, quello che dico succeda quando abbiamo cominciato, potrebbe sorprendervi sul serio.

 

 

 

geppo È che non sapete quanto ci voglia a contattarlo.

Almeno da quando lavora fuori, da quando si è sposato, da quando insomma ha una vita che non sia un mero riflesso di ciò che gli è successo, della lotta che ha intrapreso perché non succeda a nessun altro.

Fatto sta che ultimamente, anche per una birra, il nostro amico beato chi lo vede.

Poi è arrivata la notizia. Quello che gli è capitato (che vi racconterà lui stesso nel link qua sotto) rischia di ripetersi anche in Italia.

E allora eccolo lì, pronto a raccontare.

Perché, suppongo, niente di niente gli toglierà quello che ha vissuto, né riuscirà a farlo sembrare meno uno schifo. Né il tempo, né i progressi della chirurgia. Niente.

Tutto dipende da come vive adesso. E adesso vive bene, la sua vita e quella degli altri, di quelli che non vuole passino per lo stesso inferno suo.

Il mio inferno, invece, è stato a buon mercato. Non mi manca nessun pezzo, semmai ho aggiunto qualche smagliatura, mi dico ridendo, per i periodi in cui ho mangiato poco.

Niente di terribile da raccontare, una storia banale come ne capitano a tanti, con l’unica differenza dell’originalità della scoperta: che lui avesse un’altra, l’ho saputo davanti a un piatto di olive.

Da un amico talmente ignaro della mia relazione segreta e scurnusa (non per me, ma vabbe’) da mettermi subito al corrente di quell’altra storia, già più convinta, già nota a tutti.

Niente spari, per fortuna, niente medici, solo una rapida e inutile risonanza magnetica, prescritta da chi crede davvero che la scienza curi tutto.

Certi organi non li cura manco il tempo, mi spiace. Ma funzionano lo stesso.

E anche io, che mica avevo perso un occhio, solo la faccia e il cuore ma quello dei poeti, anche io adesso se mi chiamano sono pronta a scattare perché non succeda più.

Né a me né agli altri, ovviamente. E non cambia lo schifo che ho passato e forse non aiuta altri a superare lo schifo loro.

Ma eccomi uscita dal mio piccolo inferno da due euro, quelli che ci vogliono a comprare un piatto di olive, a dire non lo fate più, non diventate mai l’errore di qualcuno, lo schifo che vi succede è schifo e basta, quel che conta è il presente.

E il mio per fortuna resiste bene, sedimentato su quelle macerie.

Si nutre dei resti di quella che ero e ci fa belle cose, come un cuoco con gli avanzi.

Eccomi quindi a cucinare il presente e a dirvi d’incassare, chinare il capo e correre a vivere il vostro.

Provate anche voi. Trasformate l’inferno in una vita vivibile, dolce, nelle macerie su cui costruite la vostra esistenza ora. Aiutate quelli che non hanno vissuto il vostro inferno a non entrarci mai. Questo è il mio unico consiglio, un consiglio da due euro.

Gli appelli li lascio a chi ha sofferto veramente.

Io vi ricordo che un presente esiste.

 

 

 

 

grandma-knitLo so, che siete stanchi di Internet.

Che facebook vi pare una perdita di tempo, che gli smartphone sono un’alternativa molto poco romantica al caro vecchio ignorarsi in metro nascondendo la testa dietro a un giornale.

Che al bar non hanno Wi-Fi perché dobbiamo parlare tra noi, mica perché il proprietario è troppo tirchio per metterselo.

So anche cosa significhi scoprirsi vecchi, secondo convenzioni che potremmo rispedire al mittente ma non lo facciamo, se appuriamo che nostro cugino/nipote di 15 anni riceve in un nanosecondo il messaggio della fidanzatina del mare che a noi costava 20 giorni d’attesa e scrutinio dell’ormai obsoleta cassetta della posta.

Lo so, che schifo Internet. Che ci unisce tra italiani all’estero e ci fa parlare in video con la famiglia senza scrivere lettere strappalacrime alla Mario Merola e prenotare il volo più economico per andarli a trovare al primo fine settimana libero.

Che schifo le nuove risorse, solo perché qualcuno ne fa un uso che troviamo sbagliato.

C’è sempre quest’idea di base che cambiamento sia sostituzione. Che Kindle significhi addio ai libri e ne vedo in giro ancora tanti, che facebook elimini il contatto diretto, e pazienza se ci informa in tempo reale di tutti gli eventi in cui incontrarci e dirci le nostre banalità dal vivo. Pazienza se Tinder ci toglie da mezzo la gente che vuole solo scopare, che copulano come ricci da qualche altra parte mentre chi vuole si cerca qualcuno intenzionato a metter su famiglia (ok, quest’ultima mi dicono sia da brevettare meglio).

No, le risorse ci fanno schifo, troppa libertà fa male. A chi, mai capito. Forse a chi non la sa usare. E la tua libertà in qualche modo mina la mia.

Be’, io grazie a Internet sto facendo la calzetta. E la pasta a mano, e i piatti di varie cucine, che nella mia babilonia quotidiana, esterofila e vagamente asociale, mi sembrano valere esattamente quanto quelli della cucina mia, senza che la sminuiscano in niente.

Mi sarebbe piaciuto essere parte di quella catena meravigliosa di saperi che si tramandano “di madre in figlia” (i ragazzi sono una new entry piuttosto abile e desiderosa di riconoscimento), fatta di ricette segrete, di punti croce e gioie domestiche.

Ma non ho potuto. Mia nonna sapeva insegnare a leggere e scrivere, mentre le coetanee a stento riuscivano a buttar giù il loro nome. Ma sferruzzare, ricamare… Non pervenuti.

Indovinate chi è venuto in mio soccorso? Youtube. Che mi ha regalato decine di maestre in lingue diverse che mi hanno finalmente chiarito tutti i misteri del punto a rovescio.

Così con me la catena può ricominciare, questi trucchi li posso insegnare ai miei figli e ai miei nipoti, ibridati dalla mia propria esperienza in giro per mondi e genti, deprivati di un po’ di tradizione che rimpiangerò sempre e arricchiti dalle tradizioni altrui che con gratitudine ho fatto mie.

Trasmettere. Con qualsiasi mezzo. Mi sembra un bell’obiettivo, che sia romanticamente raggiunto in una cucina calda di vapore o davanti a un più freddo e dovizioso tutorial di taglio e cucito.

Quello, mi ripeto sempre, è una risorsa, è come un coltello. Ci puoi ammazzare la gente o affettare il pane.

Continuate ad affettarci il pane e non vi curate dei morti di giga.

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