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145607806-fccd61c1-5e19-4009-b9b1-a8f77667fe9dCerti commenti di veterani a Barcellona, di quelli che hanno studiato alla “scuola della strada“, mi fanno ripensare al Fertility Day: a quei tempi, in una delle tante baruffe su Facebook, un utente anziano intonava un inaspettato inno stevejobsiano all’intraprendenza personale, chiedendomi “perché non me la creo io, la possibilità di avere figli”. Che per lui chiudeva tutto l’argomento. Smettete di lamentarvi, giovani perdigiorno, rimboccatevi le maniche (il più inflazionato dei cliché) e createvi le possibilità che volete.

Per me questo signore aveva ragione, ma perdeva completamente di vista il problema. Come lo perdono gli italiani che come me, a suo tempo, hanno fatto il Nie in una sola giornata, o addirittura ricordano i tempi in cui al consolato non c’erano file per l’AIRE. Nonostante questo, “insegnano a campare” a chi, magari con scarso spirito d’iniziativa, non riesce a procurarsi queste cose oggi.

Ebbene, non deve fregare né a loro né alle istituzioni cosa facciamo noi per “arrangiarci”, per ottenere quello che dovrebbe essere un diritto ed è diventato un’impresa. Gli deve fregare cosa fanno loro, per aiutarci, specie le istituzioni, che non sono chiamate a dare consigli prescindibili, ma a “fare il proprio dovere”. 

Condivido qualsiasi inno all’iniziativa personale, basta che non sposti l’attenzione dai diritti negatici alla nostra abilità nel procurarceli comunque. Il primo resta un problema di assoluta priorità.

Ma no, per i criticoni educatisi alla “scuola della strada” dobbiamo perdere ogni pretesa di essere aiutati da chi (il consolato, il commissariato…) sarebbe lì proprio per quello. E questa “lezione di vita” è l’unica perla di saggezza che, a loro volta, ci elargiscono.

Quello che non possiamo accettare è che l’unica soluzione diventi dare per scontato che l’unico aiuto che riceveremo mai venga da noi stessi.

I diritti ce li abbiamo anche se, purtroppo, abbiamo imparato a farne senza.

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procesion. Procesión legionarios

Dall’edizione online de El Jueves

So che in questa giornata si celebra uno inchiodato a una croce con tanto di corona di spine, costato trafitto e aceto come unica anestesia (quando si dice Sweet Friday!), ma volevo dirvi che sto prendendo male queste vacanze. Sapete perché? Non ci credo! Penso: minchia, martedì ricomincia tutto.

Lo so, sono in buona compagnia: ho appena sentito un’amica siciliana che sta nelle stesse condizioni! E si è inserita pure nella scuola pubblica, dopo un odioso master-pedaggio da pagare alle università catalane, e un anno e mezzo ad aspettare l’equipollenza del titolo. Ma sta succedendo anche a voi, immagino, di pensare che finalmente potete riprendere fiato… E ritrovarvi, invece, a sprofondare su un divano tutto il giorno! Meglio se con una pastiera davanti.

Quello che, credo, succederà solo a me è il fatto di passare Pasqua da sola, grazie ai voli proibitivi e all’indepe di casa in giro per conferenze. Ma credetemi, non vedo l’ora: la famiglia la vedo spesso, per fortuna, e, benché non rompa le scatole a chi ci si diverte, personalmente sono stufa di mangiare una cosa o telefonare a una persona solo perché il calendario dice così.

Inoltre mi sono accorta che l’idea moderna di lavoro è fatta per rincoglionire, e non vado neanche a zappare la terra! Ma ho colleghe prof. d’italiano che per arrivare a mille euro devono lavorare in tre scuole diverse, in questa giungla in cui prendi il treno delle 7.42 e ti fai un’ora di viaggio tra andata e ritorno per insegnare solo un’ora e mezza. E guai a proporre al manager dei tuoi alunni di accorpare le ore d’insegnamento: i corsi di lingue devono cominciare tutti alle 8.30, metti che poi spezzi il ritmo produttivo! In compenso, ormai con quattro tazze di tè nel tuo bar preferito bruci i guadagni di un’ora di lavoro (e li ho sgamati, l’hummus che propongono a 7 euro è fatto coi ceci del Gourmet): ma ehi, la gentrificazione è un problema immaginario!

E poi ci sono le infinite attività gratuite che si fanno per “interesse personale”, per coltivarsi ecc., e finché sono volontarie, chi è causa del suo mal pianga se stesso: però si era già detto che l’oretta sacrificata a quell’attività culturale può diventare una settimana intera passata ad alimentare l’ego di chi organizza. Anche la megalomania è un problema immaginario, vero?

Non sorprendetevi, dunque, se incontrandomi mi troverete un po’ zombie. E spero non vi dispiaccia se, parlando di “lavoro volontario”, mi permetto di dire che la retorica della gavetta ci ha sfracellato le gonadi, specie quando si applica a chi ancora non lavora, e chissà quando lavorerà davvero.

Ben vengano i progetti di alternanza scuola-lavoro che insegnino cose, che trasmettano un’idea del lavoro come dovrebbe essere. Ma il fatto che noi siamo stati sfruttati a sangue per fingere adesso di essere usciti dal precariato non significa che una liceale, oggi, debba essere “costretta al volontariato”, svolgendo lavori poco qualificati e tacendo pure sulle molestie ricevute.

Anche tu, “collega” espatriata che dici che lavare piatti a Londra è formativo, perché insegna l’umiltà, non credo che per giungere a queste conclusioni conservatrici fosse necessario lasciare la “serva Italia, di dolore ostello”. E per finire proprio in un ostello, che nella capitale inglese costano pure assai!

Ognuno si crea la sua retorica, e il dolore ne forgia tante. Ma in questo giorno che celebra il dolore come feticcio, e finanche come ricatto morale (“guarda cos’ho fatto per te”), perché non ci diciamo che le lezioni le possiamo prendere da tutto, senza necessità della sofferenza inutile?

In spagnolo un nostro noto proverbio si traduce con: “ciò che non uccide, ingrassa”.

Ecco, facciamo che almeno questa Pasqua ci ingrassa solo il casatiello.

Anche se io, nella mia Pasqua senza agnelli (ma poi i maiali e le galline che vi hanno fatto?), mi prendo una soddisfazione che in pochi condivideranno: quella di mangiare il cavolo che mi pare.

 

 

 

Immagine correlata  Mi scoccia un po’ la narrativa del “ci vuole coraggio a restare”. So che chi parte se ne costruisce spesso una uguale e contraria, stile “il mondo è di chi se lo piglia” + massima a caso di Steve Jobs. Ma questa del coraggio di chi resta sta ricorrendo un po’ troppo nelle costruzioni identitarie di collettivi che altrimenti ammiro.

Vi prevengo: mi sono chiesta se a muovere il mio fastidio non sia il senso di colpa che dicono di avere altri… “fuggitivi“. Ma non credo sia così, per due motivi.

Prima di tutto, l’Erasmus e altre esperienze all’estero mi hanno fatto costruire un’identità “transnazionale”: insomma, nostra patria è il mondo intero, per restare in tema di narrative seducenti.

E poi, credo che la cosa più utile che io possa fare, alla luce dei fatti, sia costruire ponti (altro cliché affascinante): confrontare le mie esperienze estere con quelle di chi resta. Continuo a pensarlo anche ora che mi hanno fatto sentire paranoica perché mi preoccupo della gentrificazione a Napoli (“Ma no, è il salumiere che si rifà il negozio per piacere ai turisti!”), nonostante lo sfruttamento dei lavoratori nel settore turistico e l’evidente aumento del costo della vita. D’altronde vivo in una città che, di tutte le critiche mai mosse alla sindaca, non ne ha mai avanzato nessuna contro il termine “sindaca“. So che dalle nostre parti c’è qualcuno che ancora liquida queste cose come quisquilie che distolgono dai “veri problemi”: i suoi.

Specie in tempo di elezioni, poi, alla narrativa del “se ne sono fuggiti” si alterna il “sono stati costretti a fuggire”: in un caso o in un altro, la nostra volontà di scelta va a farsi benedire. Non possiamo proprio decidere per motivi vari di voler fare una nuova esperienza altrove. Lo so, lo so, il buon vecchio Fëdor mi aveva messo in guardia sul rapporto difficile tra essere umano e libero arbitrio: ma qui si degenera.

Allora con un sorrisetto antipatico mi viene da guardare qualcuno che si senta “eroe” per il fatto di essere rimasto (o qualche eroina, che sono anche di più), e chiedere: “Neh, ma siete proprio sicuri che riuscireste a fuggire?”.

Perché non è affatto scontato, eh. È vero, la stagione a Londra e Barcellona se la fanno un sacco di diciottenni senza molti studi, che puntano subito ai lavori più umili “finché non imparano la lingua” (e, paradossalmente, dopo un po’ finiscono a parlare solo italiano nei call center).

Ma… Sicuro che riuscirebbero a restarci, fuori? E che sarebbe una fuga piacevole? Ricordo che mi avvicinavo ormai ai trenta, quando ho letto i primi messaggi disperati di coetanee in vacanza che chiedessero “come funziona la lavatrice”. E continuo a sospettare che non pochi coetanei maschi moriranno prima di scoprirlo.

Sicuro che ci andrebbe tanto di farci sfruttare dietro un bancone da qualche connazionale che approfitta della nostra scarsa padronanza della lingua locale per sottopagarci? Sicuro che ci andrà bene vedercela con agenzie e padroni di casa, e farlo in una lingua straniera? E no, lo spagnolo non è italiano con le “s” alla fine, i francesi se non arrotiamo le “r” non capiscono, e potreste diventare vecchi prima di dire l’unica frase d’inglese (o giù di lì) imparata a scuola: “the book is on the table” (io sto ancora aspettando questo momento). Spassionatamente: guardiamoci sempre Netflix coi sottotitoli in inglese, e forse non tenteremo il suicidio la nostra prima sera a Manchester.

Proviamo poi a farci degli amici che non siano quelli d’infanzia, o di scuola, o del lavoro fisso a cui avrebbe potuto aspirare nostro padre. Magari conosceremo più gente alla festa d’addio di un collega in partenza (evento frequentissimo nelle metropoli), che tra i vicini del nostro stesso palazzo.

Per non parlare delle difficoltà di “fuggire” verso una terra che, checché se ne dica, non è messa proprio benissimo, rispetto all’Italia: a Barcellona non ce la farà mammà, la nottata a Sant Cugat del Vallès per prendersi il Nie, che danno senza appuntamento solo ai primi quindici in fila. È vero che qualche mamma o papà s’iscrive di stramacchio sulle pagine d’italiani all’estero, per aiutare la prole a trovare casa anche a distanza. Ma è una parola lo stesso! La mia padrona di casa potrebbe dirmi all’improvviso, come altri proprietari nel quartiere, che devo lasciarle l’appartamento per “motivi familiari”: in tal caso, posso sospettare legittimamente che in realtà voglia affittarlo per soggiorni brevi al 50% in più del prezzo. Ormai, considerando che 1000 euro a Barcellona sono uno stipendio non disprezzabile, oltre il 50% di quanto guadagniamo serve a pagarci l’affitto.

Morale della favola: tanta gente che “fugge” non resiste tre mesi. Arriva a settembre, dopo un mese ancora non ha i documenti per lavorare e approfitta delle vacanze di Natale per tornare alla chetichella.

Spero che chi “non se la sente di fuggire” sia in grado di fare meglio!

Perché tutti quanti ci costruiamo un’autonarrazione, e l’indulgenza verso noi stessi deve sempre occuparvi un ruolo da protagonista.

Basta che non diventi un racconto consolatorio che impedisca di partire a chi starebbe meglio altrove, e di tornare a chi ha scoperto che non basta un altrove, per stare meglio.

Perché c’è un piccolo particolare da cui non riusciremo a scappare mai: il fatto che le cose, malgrado tutti i nostri sforzi, possano andarci male sia in Italia che in Papuasia citeriore.

Proviamo quindi a esercitare quel poco di scelta che abbiamo senza pregiudicarci nulla, che sia un trasferimento, un ritorno, o la sacrosanta voglia (che dovrebbe essere un diritto) di non muoverci proprio.

A volte ci vuole coraggio a partire, altre volte ce ne vuole a restare.

In tutti i casi, basta trovare il coraggio.

https://www.captiongenerator.com/183232/Hitler-e-il-NIE

 

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Presto nelle nostre case, se facciamo domanda all’Ajuntament :p

Lo so, lo so, la strada più breve tra due punti è una retta. Se tanti italiani a Barcellona protestano per la cacerolada delle 22.00, è perché non ne sopportano il rumore.

Così come non imparano il catalano perché si scocciano, e perché per farsi capire basta lo spagnolo. Legittimo, specie quando non adducono motivazioni più creative.

Però niente da fare, provo sempre a guardare a monte, a individuare le predisposizioni mentali dietro proteste all’apparenza innocue come quella per gli “schiamazzi notturni”. Mi resta il sospetto che in tanti abbiano lo stesso problema che avevo io, da bambina, a trovare il Nord: pensavo che tutto quello che fosse davanti a me fosse Nord. Giuro!

Insomma, ero la bussola del mondo.

Poi sono cresciuta, o almeno spero, perché è un processo complicato che non sempre riesce.

Infatti ricordo gli italiani all’estero intervistati da Claudia Cucchiarato, che affermavano spesso: “Quando sono andato a vivere a Londra/Barcellona/Berlino volevo proprio vedere come mi avrebbe accolto la città”.

Peccato che le città non “accolgano”. Possono rendere molto complicato trovare un alloggio, procurarsi i documenti per lavorare, ma non possono aspettarci con un cartello di benvenuto e un contratto di lavoro in mano.

Certo, possiamo sempre ergerci a bussole del mondo, esigere dalla città che ci tratti bene. Così, se mezzo vicinato si mette a sbattere pentole siamo indignatissimi, perché ci rovinano la visione della TV. Ovviamente è la punta dell’iceberg, di tutta una roba che non ci piace. Perché? Perché crediamo nell’unità di Spagna? Uhm. Perché fuori dall’Italia siamo diventati all’improvviso i difensori dell’ordine e della legalità? Magari! Ripenso alla storia della retta e azzardo: perché a noi non ce ne viene niente in tasca. Anzi, abbiamo paura di perdere tempo e soldi.

Si sa che Barcellona esiste solo per soddisfare i nostri desideri frustrati dall’Italia ormai “invivibile”. Quanto accadesse prima del nostro arrivo, Sagrada Familia a parte, non è importante perché non ci riguarda.

È vero, non siamo i “giovani che non vogliono lavorare” che si sono inventati i giornali. Ma di questa “ricerca della felicità” non ne facciamo un progetto sociale: la felicità spetta a noi perché siamo noi.

E gli altri? Gli altri dovrebbero essere a nostra disposizione.

Ci accorgiamo solo dopo che non è vero: mai troppo tardi, si capisce, ma già in ritardo per non poter più fare almeno un po’ di cose.

Forse però era quello che almeno alcuni di noi volevano: una vita da “eterni illusi” (o eterni sognatori, se preferiamo), in cui ogni cosa non riuscita è sempre per colpa di qualcos’altro, qualcun altro.

Qualcuno che non si è messo a disposizione.

valigia Dovete capire che, quando ci svegliamo, la nostra home di facebook è uguale alla vostra.

Compresi gli amici che vivono a Barcellona (e a Londra, a Bruxelles…) e che postano immagini dei loro figli nuovi di zecca.

Solo che a Barcellona ci viviamo anche noi.

È un po’ che cerco di scrivere su quest’ Italia che mi porto nel computer, nel cellulare, soprattutto in testa. La riconosco nell’accento con cui chiedo uno smoothie (anche se mi dicono che il mio catalano è corretto), o nella faccia schifata che faccio quando vedo sandali come questi.

Magari mi direte che questa non è Italia, che la vostra idea d’Italia è differente. Fantastico. Ognuno ha la sua e peraltro è questo, il punto: l’Italia si esporta.

Si porta in valigia. Come la Spagna, il Portogallo, qualsiasi cosa chiamiamo “la nostra terra”. Patria, no. Almeno per me. Patria sono le mie finestre sotto le quali, come ho già detto, c’è sempre il mare. Anche quando danno sulla tromba dell’ascensore.

Per me conta la terra su cui metto i piedi. Quella che mi ha nutrito e vestito non è più bella o più brutta di quelle che hanno fatto da suolo, per i primi anni, a tutti gli “expat” (termine che ha poco senso, a meno che non ammettiamo che per quanto precari restiamo immigrati di lusso).

Ma il fatto di non vivere più fisicamente in Italia non vuol dire che non ci viva davvero. Credo che liquidi siano diventati anche gli stati, invenzione recente che non si ferma alle frontiere blindate delle strutture sovranazionali.

Gli stati ce li portiamo dietro nella declinazione più vicina a noi. L’Italia può diventare un paio di Converse, in questo mondo globalizzato. Quelle che avevo in valigia atterrando a Barcellona, prese al Mic di Casoria in offerta perché l’orlo era imperfetto.

Posso riconoscere l’Italia perfino nella sua cucina ibrida d’esportazione, che imbastardisco ulteriormente con le spezie indiane, le paste cinesi fatte all’italiana senza che abbia mai visto la Cina o l’India.

Quello che voglio dire è che “la nostra terra” non è mai stata così vasta e le frontiere italiane non si fermano a quelle fisiche. La tecnologia, la crisi, la globalizzazione, tutte ste cose ottime o pessime ci portano a vivere un’identità che va oltre le frontiere, e che esportiamo ovunque arrivino i nostri piedi (e oltre).

E non credo sia un male.

Le frontiere virtuali, almeno, rompiamole.

In attesa di rompere anche le altre.

funny-fail-worker-pics   La buona notizia è che non mi hanno svegliato i soliti piccioni, che zampettano giusto sul tetto di pastafrolla sopra camera mia. La cattiva è che anche loro si sono arresi davanti all’azione di disturbo del martelletto stracciagonadi che li ha sfrattati.

Ancora non ho capito che lavori stia facendo il vicino del primo, che ha aspettato religiosamente che tornassi per affiggere sul portone l’assabentat (tradotto dal catalano: “Ci ho i lavori, cazzi vostri”). Ma dev’essere roba grossa, per arrivare a rompere il tetto, i muri limitrofi e i caratteri sessuali primari di chi ci sopravvive sotto, tra spifferi e macchie d’umidità (a tutt’oggi, resistiamo io e una coppia di ‘mbriaconi, che litigano ogni sera al di là del cartongesso).

Da questa parte del muro, devo dire che è difficile mantenere vivi i propositi che avevo fatto a inizio anno, nel tepore tropicale della casa in paese: l’idea di non pensare tanto al progetto generale, ma ai piccoli passi che mi ci porteranno ogni giorno. Sapete, sti fatti qua.

Quando ti sveglia un martelletto sommesso ma tenace di questa portata, con picchi da scalatore rupestre, vorresti proprio salire sul tetto e dire: “A coso, mi fai vedere che minchia stai costruendo?”. E se non è una riproduzione in scala della Reggia di Caserta, defenestrarlo senza troppi complimenti.

Perché, lo ammetto, nelle grigie giornate di gennaio senza riscaldamenti né coibentazione (parola magica che ho imparato ad apprezzare) è un po’ difficile sciropparsi l’affascinante saggio sulle differenze tra le teorie di Bourdieu e Luhmann dicendosi “Vabbe’, questi sono i compiti per oggi, quando creperai di calore a luglio, consegnando la tesi, ti ricorderai perché facevi tutto questo”. In effetti verrebbe da dire postumamente a B. & L. di andare a farsi una vita e intanto uscire a “godersi” la festa di Sant Antoni, anche se per i miei gusti la festa di quartiere media a Barcellona è tipo quella di Casandrino, senza manco il croccante e le mele cotte.

Ma pure quella è meglio di certi passettini da formica che devi dare una domenica per arrivare all’obiettivo finale (sorvoliamo sugli istruttori in palestra e i numeri che si stanno giocando sulla mia nuova scheda).

Però, devo dire la verità, in questi casi in nostro soccorso arrivano cose non troppo rare, se riusciamo a vederle: i risultati dei passettini precedenti. Le conseguenze di altre domeniche passate a studiare altri saggi indigesti o a fare qualche esperimento strano in cucina, o a sorbirsi le pene d’amore di qualcuno che adesso ci chiama e ci propone un lavoro. Magari nel settore in cui ci siamo specializzati due anni prima. Oppure ci chiama qualcuno che non ci ha mai confessato le sue pene d’amore, ma che ci riconosce finalmente l’autorità di opinion leader d’ ‘a palazzina, dopo anni di infuocate riunioni condominiali.

Non sto scherzando, eh, guardate che non è roba da poco. È come sto martelletto che continua a scassarmi i timpani. Io adesso glielo vorrei far mangiare, a quest’innocente lavoratore del lunedì, ma riderò poco quando guarderò il risultato finale e intanto, se ingoio l’impazienza e infilo bene i miei due cappucci uno sull’altro, posso valutare le proposte di lavoro dalla ditta per cui ho lavorato bene quattro anni fa, apprezzare la voglia di rivedermi dopo le feste delle amiche che ho saputo tenermi nella girandola continua delle nostre vite a Barcellona.

Con voi non funziona, intanto che sgobbate, godervi i frutti di semine passate? Provate a rifare quel piatto visto a MasterChef o proposto dall’ineffabile zia innovativa al pranzo “leggero” della vigilia: vero, che è meno una ciofeca dell’ultima volta?

Insomma, che lavoriamo a fare se non andiamo raccogliendo man mano che ci riescono le cose? E che ci lamentiamo a fare, se pensiamo solo ‘ngrugnati alla fatica che ci aspetta, e non sappiamo vedere quanto siamo diventati più bravi anche solo a centrare il maledetto gancetto per le chiavi, quando torniamo a casa.

A proposito, avete una felpa in più? Io ho cominciato solo adesso a… seminare il discorso “ennesimo trasloco”.

Lo so, era ora.

Come si dice, un po’ alla volta.

dead-end.jpg  Tornare a casa per le feste significa anche questo: immergerti nel museo di ricordi che è diventato camera tua e scoprire che, come spesso accade, chi ti fa soffrire di più è anche chi ti fa più regali.

Nelle vite precedenti, almeno. O così vorrei raccontarmi, ma in questa vita che mi piace definire come nuova, in cui ho il fiuto per aggirare i guai e un nuovo radar per la gente piacevole, in effetti di regali ne ricevo pochi. Forse perché nessuno ha niente da farsi perdonare o tutti sono già un regalo di per sé, perché è bello sapere che un WhatsApp sia tutto quello che mi separi da un infuso esistenziale in qualche baretto hipster di Sant Antoni.

Ma torniamo alla mia stanza-museo e alle cose che vi ho scoperto.

Ho ricordato che i difetti erano un valore aggiunto, nella mia antica costruzione delle relazioni di amicizia, amore. Perfino dei rapporti di lavoro.

Avete presente quando dite di qualcuno: “Ha una bella faccia tosta. Mi piace”? O: “È proprio pazza, che forte che è”. Ok, fin qui sono Falsi Difetti.

Poi c’è quello che secondo le leggende metropolitane è molto popolare tra le donne: “È proprio stronzo, ergo dev’essere mio”. Che poi a me sembra unisex, ma vabbe’.

In effetti per me adesso è difficile da capire, questo, ma a persone meravigliose che ho conosciuto al momento sbagliato mancava proprio un difetto. Quello che ai tempi cercavo per sentirmi a casa.

Quello che dovevo assimilare in me, e allora lo cercavo sempre altrove.

È come perdersi per le stradine di una città familiare ma non troppo: per trovare il bar che cercassi dovevo fare esattamente lo stesso percorso che mi ci avesse portato la prima volta, vicoli ciechi compresi. Dovevo proprio arrivare fino alla strada sbagliata, dirmi: “No, qua poi mi sono resa conto che avrei dovuto svoltare prima”, e tornare indietro. Mi succede ancora, ogni tanto, specie nell’Eixample, dove le strade si somigliano tutte.

Anche i miei amici di un tempo si somigliavano, per il difetto che me li faceva amare, quello che mancava a chi mi avrebbe trattata meglio e con più responsabilità: erano tutti un po’ sperduti in una nebbia che non era ancora disoccupazione, problemi seri di credito, convivenze abortite e gravidanze portate a termine.

Erano tutti persi e quasi contenti di esserlo, ma intanto spaventati e anche cattivi per questo.

Ed è strano pensare che in certi momenti della nostra vita, a volte per sempre, abbiamo bisogno di un difetto, per andare d’accordo con qualcuno, dell’insicurezza di una donna che secondo le leggende rende gli uomini più sicuri, della strafottenza di un uomo che trasforma le finte sicure in crocerossine, del difetto che è odioso e ti rende la vita odiosa, ma senza non sai bene come relazionarti.

Come quando ringrazi un operatore telefonico prima di riattaccare. Non sa come risponderti, tanto è abituato agli insulti e al comprensibile fastidio che condivide con chi perseguita.

Io a volte ho sentito la mancanza di questo difetto proprio come dei vicoli ciechi in cui dovevo perdermi per ritrovare la strada, l’unica che conoscessi, per la meta che mi prefiggevo.

Poi mi sono accorta che le strade sono tante e quella più breve non è poi quest’opzione impossibile da considerare (in tal caso, non riuscendo a percorrerla, la consideravo noiosa o sconveniente).

Certo, è difficile vivere così, accettare la responsabilità e le conseguenze di qualcuno senza IL difetto, uno che magari ce li avrà tutti, meno quello che ti faceva funzionare, allora quando ti farà male giungerà davvero inaspettato e senza risposte immediate.

Potrebbe anche essere che non succeda mai, o che sia un male umano, noioso e complicato che in qualche modo si possa risolvere, anche lasciandoselo alle spalle.

Non bisogna mica sciropparsi qualcuno o qualcosa in vista del prevedibile finale amaro.

Questo è il momento di scoprire che anche la strada più semplice possa essere una sorpresa continua. Solo che ha un difetto: non ci dà quel senso d’insicurezza che ci fa illudere di star attraversando chissà che grande avventura urbana, mentre quelle vere, intanto che affrontiamo questa, stiamo attenti a tenerle sempre fuori portata.

No, i difetti che mancano potrebbero addirittura non essere più un motivo di rimpianto.

Superarli potrebbe portarci alle cose necessarie, quelle belle sul serio.

Glielo perdoniamo, vero?