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tagliateglilatesta Ok, lo ammetto per chi mi sfotte e mi chiama piccola Buddha. Incazzarsi è facilissimo.

Basta sentirsi in un loop, ritrovarsi in una situazione in cui il nostro potere decisionale non gioca che un terzo della partita (tutte, in pratica) e non digerire l’impotenza.

Basta scoprire che il progetto a cui avevamo lavorato come pazzi non corrisponde alle nostre aspettative (e appartenendo queste alla fantasia e i risultati alla realtà, è un’altra cosa che succede sempre).

Insomma, la risposta più facile a tutto questo è incazzarsi, di brutto. E sapete come. A parte lo scatto d’ira singolo, che non può ripetersi troppo se no ci viene un infarto secco, esiste la rabbia sorda che monta piano piano. Come la  marea a Barceloneta, dopo che è passata una crociera: giunge a riva quella schiumetta radioattiva, piena di lattine e bottiglie con l’etichetta stinta.

Sì, l’avete riconosciuta. È la rabbia latente che porta la gente a fare commenti acidi su facebook, o a perdere di vista l’argomento su cui interviene e parlare solo di sé, del suo problema, delle sue paure, vomitando sugli altri la facile frustrazione dei giorni andati male.

Be’, niente di più facile, capita anche a me e più spesso di quanto vorrei.

Mi accorgo che mi sta succedendo quando comincio quel sarcasmo da due soldi, quell’amarezza costante sempre diretta a qualcun altro, un amico in ritardo o un’alunna difficile… Qualcun altro che, in definitiva, non è mai il problema.

Il vero problema è l’associazione che sonnecchia, ma me la prendo col singolo membro che non ha procurato l’altoparlante (esempio a caso, in realtà ne abbiamo ben due!). O l’irriducibile differenza di gusti con le persone che amo. O la constatazione che le ore di lavoro extra mi dimezzano, di fatto, entrate già magre.

E lo so, l’ideale sarebbe passare all’azione. Cercare di risvegliare l’associazione o accettarne il letargo per fare altro. Inventarsi un lavoro più fantasioso e remunerato. Crearmi un’agenda personale che complementi il vivi e lascia vivere che già adotto con chi amo. Esempio: se tu hai una serata partita/rutto libero, io vado a mangiarmi una pizza (altro esempio a caso, nella mia vita maschi alfa non pervenuti, per fortuna).

Ma no, a volte vogliamo solo sfogare, permetterci la battuta acida verso la cazzara che non ha portato il vino per la cena aziendale, le smorfie ai turisti lenti che scambiano i cunicoli della metro per il lungomare di Napoli.

Insomma, lo sfogo ci sta. Ma sul lungo termine, ci fa bene? Anche perché, si diceva, spesso a guidarlo è la paura generata dall’impotenza. O devo rassegnarmi al fatto che il tizio che mi diceva “gli immigrati vogliono ammazzarci tutti e lei sta qui a sottilizzare” sia semplicemente un idiota (possibile, eh).

Insomma, ecco la nostra amica paura, quella di non riuscire a venire a capo della situazione, solo perché non la controlliamo tutta. E fateci caso, questa paura è come le sabbie mobili. Più ce ne facciamo prendere, più difficilmente ne usciamo.

Dopo lo sfogo iniziale, quindi, proviamo a riacquistare fiducia in noi stessi. A capire che non fa niente se arriviamo un po’ tardi o se qualcuno ci insulta per strada: non siamo inadeguati noi, insulterebbero uguale un altro passante. A capire che la soluzione in tasca è un optional, quello che abbiamo di serie è la capacità di affrontare la situazione.

Ne riparleremo.

images (8) Da piccola avevo i capelli biondi, del “biondo cenere” che per qualche scrittore più a Nord del Brennero è un colore incerto che va scurendosi col tempo.

Incerta sarà la nonna dello scrittore, evidente estimatore del giallo paglierino di qualche bella nordica. Ma è vero che il biondo cenere, con gli anni, si confonde facile con il castano.

In effetti, in tempi recenti, una professoressa di francese definiva senza troppi complimenti i miei capelli come “châtain”.

Il che ammetto che faccia un po’ strano, dopo essere stata ufficialmente “biondina” per i miei primi 20 anni. Ma per dichiararmi castana ci vorrebbe, appunto, una discreta componente di marrone, che le mie chiome non hanno.

A Barcellona mi rivolsi a una parrucchiera di queste catene infami, dove cercano sempre di venderti un balsamo miracoloso mentre ti fanno lo shampoo. Chiesi se ci fosse un metodo (anche pagando il balsamo, vabbuo’?) per riavere qualcosa di simile al “rubio de la infancia”.

Forse non avrei dovuto fidarmi di una con daltoniche chiome bicolore e grossi orecchini a cerchio, ma tant’è: quando mi disse che l’unica fosse colorarli, ci credetti ed eseguii.

La prima volta ebbi fortuna, con un discreto effetto naturale, ma le sedute successive andarono degenerando, finché una tipa decisamente vrenzola, nello scartarmi le mèches dalla stagnola, non dichiarò per non farsi picchiare:

– Te le ho fatte volontariamente più chiare, eh? Stai meglio così.

Dal momento in cui uscii dal negozio, cominciarono a chiamarmi Shakira.

Quando da Shakira passai a Donna Summer, stavolta grazie a un italiano “costoso”, non mi restò che correre in un negozietto con qualche pretesa nel cuore del Raval hipster, di cui ho già parlato qua. Mi sentii dire che avevo una macedonia in testa e l’unica era, udite udite, tingermi i capelli di un colore simile a quello naturale, in un gioco di specchi senza fine.

Allora ho ripensato a uno di quei maestri del capello delle parti mie, uno che si atteggia un po’ nel suo salone di Piazza dei Martiri e che mi aveva avvertito: hai dei bei capelli, non ci fare mai niente. Consiglio ripetutomi da una ragazza nella sala d’aspetto della stazione di Napoli, che sperava che esistesse una formula chimica targata L’Oréal per riprodurre l’opera della natura.

Ma no, io inseguivo più la mia definizione di “bionda” che la reale evoluzione dei miei capelli. Non succede solo a me: pensate ai drogati di lavoro che non accettano la pensione, a chi s’identifica con la propria bellezza anche quando l’ha ormai persa, alle tettone che si rifanno il seno quando glielo svuota lo svezzamento. Siamo tutti intenti a catturare la definizione di ciò che siamo, anche quando non lo siamo più.

Se è una fissazione, è triste, perché non accettiamo che l’unica cosa stabile sia il cambiamento. Se è un gioco, in fondo non c’è niente di male a far sì che (come diceva uno in un caso più estremo) il mio corpo mi rassomigli.

Be’, io non sono una talebana della naturalità, faccio Studi di Genere!

Così è stato divertente constatare che la “soluzione” a questo problema da due soldi mi sia venuta dal mio peculiarissimo signor padre. Che si è presentato a Barcellona, l’estate scorsa, con un potpourri di ciocche (le poche che gli restano) che viravano dal biancolatte all’oro rosso.

– Ma come hai fatto? – gli ho chiesto.

Prima di ripartire, mi ha lasciato una strana boccetta sul lavandino e mi ha detto:

– Un regalo per te.

Era una composizione piuttosto semplice: un misurino di camomilla Schultz, lozione, in 200 millilitri d’acqua.

La parte più importante della ricetta era la costanza. E infatti ogni santo giorno me la sono nebulizzata due secondi sui capelli, fino ad oggi. Due secondi sono un prezzo accettabile da pagare, per un capriccio.

Il primo risultato è stato uno schiarimento che aveva dell’iridescente, o così mi giuravano da casa, via cam. Come fai a fidarti di tuo padre, rideva mamma, senza pensarlo davvero.

E invece adesso mi sento dire, quando torno in paese: “Ma sei tu? Non ti riconoscevo, bionda”. Con una differenza con le tinture: quelle il colore te l’inventano, invece le mie mèches naturali si combinano “artisticamente” con le dosi d’acqua giallina che le irrorano.

Insomma, sta storia che Impossible is nothing è un po’ sopravvalutata, diciamo, ma a volte ci arrendiamo subito. Per le cazzate. Figuriamoci per le cose importanti!

Ecco, adesso mi piacerebbe fare lo stesso con un’altra cosa che avevo nell’infanzia: le tette! Spuntatemi a 9 anni per un ciclo precoce e rimaste più o meno tali e quali ad allora. Senza arrivare a imbottirmele di silicone, che Barcellona mi ha insegnato a star comoda (letteralmente) nel mio corpicino snodabile, a prova di metro nell’ora di punta.

Su questa cosa, però, mio padre, medico ortodosso che riderebbe di massaggi cinesi e integratori, proprio non mi può aiutare.

tachipirina-quando-e-come-usarla1 Ultimamente sono un po’ stressata.

Roba che dopo la prima lezione serale come prof., ho telefonato a mio padre, medico, per dettare le mie ultime volontà, e lui ha cominciato a sfottermi: “Ma se non hai niente, prenditi una Tachipirina e vai a letto”. Va detto che mio padre ormai lo chiamiamo El Taqui e che, curando bimbi leucemici, è poco incline a farsi commuovere da una trentenne col mal di testa e le orecchie che fischiano.

Allora, preso il fantomatico paracetamol, che qua la Tachipirina non c’è, devo curarmi da me.

Lo farò con una confessione: è successo di nuovo. Sono diventata le cose che faccio.

È una condizione che si verifica quando abbiamo centomila impegni, o crediamo di averne, e allora ci annulliamo completamente in quelli, senza curarci del nostro benessere fisico, delle ore di sonno, o anche della necessità, che improvvisamente ci sembra superflua, di prenderci un momento di respiro, un pomeriggio di svago.

Allora, non so se vi capita, cominciano i frazionamenti: cioè, inizio a dividermi il tempo in funzione dei primi tre impegni urgenti che ho nelle prossime tre ore. Esempio: “Mentre mi lavo i denti ne approfitto per prepararmi la lezione di domani, dopodomani, e una bozza mentale della tesina da consegnare la settimana prossima”. Ma quanto ci metti, chiederete, a lavarti i denti? Oh, ci tengo all’igiene, io!

Risultato? Che in classe chiedo i congiuntivi a chi si sta ancora impiccando sul passato prossimo, la bozza della tesina la tengo intonsa da una settimana e il mio ragazzo, leggendo l’unico racconto che ho rimaneggiato in mesi, mi fa: “Ma il personaggio a pagina 30 da dov’è uscito?”. E mi accorgo che non lo so. Se sti dettagli non li sapeva la Woolf il capolavoro usciva lo stesso, se sfuggono a me annamo proprio bene.

Finché ieri non mi sono presa i miei dieci minuti per fare mindfulness (ma va bene qualsiasi cosa vi serva a tornare un po’ in voi dopo una giornata alienante, tranne certe droghe) e mi sono resa conto che approfittavo anche di quei momenti di calma per farmi venire idee su come spiegare gli aggettivi qualificativi!

“Allucinata”, per esempio. Perché, e lì l’ho visualizzato bene, era come se stessi scorrendo via da me in mille rivoli distratti e fondendomi con le cose che dovessi fare, prendendo la loro forma. E facendole male.

Se quelle energie fossero tornate a me, a fondersi con me, se fossi stata io nelle cose che faccio invece che io, le cose che faccio, sarebbe andato tutto meglio.

Perché il paradosso è questo: se ci lasciamo prendere dall’ansia e ci annulliamo nelle incombenze quotidiane, le portiamo a termine anche male. Il paradosso delle sabbie mobili: più ti agiti e più affondi.

Per far bene le cose, diceva un’amica psicologa, dobbiamo rilassarci il giusto, conservare il minimo di tensione che ci spinga a dare un buon rendimento e la giusta calma per ottenerlo davvero.

Altrimenti, mi spiace per papà, ma non c’è Tachipirina che tenga.

https://www.youtube.com/watch?v=Vrnhqw4StPs

 

Orgoglio   Quando ho costretto qualcuno a prendere un caffè con me e confrontarsi col passato, il nostro passato insieme, non è stata la fine, è stato l’inizio. L’inizio di nuove domande, nuove richieste di confronto. Che non toglievano il problema di fondo: il fatto che lui non volesse a) vedermi, b) darmi spiegazioni, c) tornare con me.

D’altronde, se stavo combinando tutto quel casino, non era per far pace. Era perché una parte di me ancora non aveva chiuso quel capitolo e sperava lo facesse lui.

Detto questo, salve.

Per concludere questo sproloquio sull’ “assenza che ci appartiene” (parafrasando una canzone di Giorgia che forse ricordo solo io), volevo proprio chiedermi: perché abbiamo tanto bisogno di rivedere qualcuno che ci evita? Perché pretendiamo che sia l’altro a chiudere un capitolo della nostra vita?

Capisco all’inizio, quando chi volevamo incontrare era ancora lui, perché era passato poco dalla rottura e ci mancava. Ma col tempo, i lavori, i viaggi, gli altri amori, per me quello che vogliamo rivedere è il nostro passato, con cui abbiamo un conto in sospeso. I nostri vent’anni, che ora ci sembrano spesi male. I maldestri tentativi di farlo innamorare, evaporati al primo incrocio di sguardi con un’altra. L’incapacità di accettare che quello che faccia male a noi sia così indifferente all’altro.

Ecco, la chiave, almeno nel mio caso, è stata la più semplice e la più difficile: accettarlo. Ma proprio prenderne atto. Ingoiare il boccone e andare avanti. Senza cercare altre spiegazioni, i sentimenti non ne hanno bisogno. E l’indifferenza, personalmente, la considero un sentimento di tutto rispetto. Anche quando si accompagna ad altri fattori (come i sensi di colpa), tende a neutralizzarli con la sua evidenza.

Una volta accettato questo, ho avuto il tempo e la voglia di fare altro. Per esempio di accorgermi di quelli che, a invitarli a prendere un caffè, non ci avrebbero pensato due volte.

E poi, devo confessarlo. È stato quando ho accolto l’assenza, che l’assente ha voluto vedermi.

Sapete quando l’ho preso, un caffè col fuggitivo?

Quando ho risolto il problema mio, con me. Quando ho smesso di cercare i miei vent’anni negli errori altrui e ho cominciato a trovarli nei miei.

Oppure quando l’ho piantata di cercare solo errori, spiegazioni razionali, e ho riconosciuto quanto delle nostre vicende sia dovuto al caso. Alla telefonata che l’ha restituito al lavoro, un settembre in cui per noia o solitudine si stava riavvicinando. Alla permanenza all’estero che improvvisamente gli ha risolto ogni dubbio sul cominciare o no la relazione.

Stiamo certi che, se alla base ci fosse stato un interesse vero, sarebbe stato almeno più difficile che queste circostanze avessero rovinato la storia.

Accogliamo l’assenza, dunque, ma come una possibilità concreta. Non come un’ospite scomoda. Che l’accogliamo o meno, quella si siede di traverso sui nostri rimpianti, manco fossero un divano.

Tanto vale accettarla e chiederle quanto conta di restare. Ci risponderà che, in gran parte, dipende da noi. È di quelle ospiti che per andarsene devono assicurarsi di essere ben accette. Quando hai preso atto della sua presenza, quando quasi ti ci sei affezionata, ecco che prende il cappotto ed esce dalla porta giusta.

Quella che nessun altro chiuderà per noi.

funny-ex  Nell’ultimo post parlavamo di amici stalker, poco inclini ad accettare i rifiuti delle fanciulle, e di ex furbissime che si fanno restituire oggetti inutili all’ora dell’aperitivo. Che dite, continuiamo a farci del male? Claro que sí!

Avevo quest’amico, a Napoli, che era uscito a pezzi da una relazione ed era in fase chiodo schiaccia chiodo, ma con tutta la ferramenta. Uno dei… chiodi era durato poco perché la fanciulla viveva “troppo lontano”.

Prosaico? Se accettate una storia fondata unicamente sul piacere reciproco, una motivazione così ci può stare, o avete tutti il ferrarino e lo zio benzinaio.

Fatto sta che a pochi giorni dalla rottura mi contatta lei, su facebook, e chiede spiegazioni a me. Che le posso rispondere, secondo voi. Che è un momento difficile per il mio amico e che non se la sente di avere storie serie. Non è una bugia, non è tutta la verità.

E allora lei attacca con un’analisi psicologica che manco Freud sotto acidi, azzeccandoci su tutta la linea tranne che nella conclusione: “Poiché lui ha paura del nascente sentimento tra noi, troppo bello d’altronde per non destare timori, è sparito per non affrontarlo”.

Per non affrontare il carobenzina, avrei voluto correggerla, ma ho desistito.

Perché “non vuole” è una delle frasi più difficili da accettare. Ci smonta teorie, distrugge alibi, soprattutto ci lascia nudi di fronte all’esigenza di spiegarci perché a qualcuno non piaciamo, come se da questo dipendesse la nostra esistenza ed esistesse, poi, una spiegazione razionale: mi sapete dire perché vi piace il pistacchio e non la zuppa inglese? E sì, il paragone è più calzante di quanto ci piacerebbe credere.

E l’esempio scemo di cui sopra non è niente, rispetto a un genitore o figlio che ci sbatte la porta in faccia, a un ex compagno attivista che a una mail lunghissima di riconciliazione risponde con 5 parole: “Non è possibile, mi spiace”.

O a un ex che semplicemente non ha abbastanza volontà di rivederci per sfidare pigrizia e agenda piena.

Ops, mi sono buttata la zappa sui piedi. Perché ora devo ammettere che tutto questo vale anche per me.

Qualche volta sono stata messa da parte senza preavviso, magari in nome di nuovi amori così grandi che di lì a poco erano già svaniti nel nulla. In un caso, i miei timidi e invero scarsissimi tentativi di tornare a parlare con la persona in questione sono stati respinti in malo modo con la motivazione “ho poco tempo libero e tu non sei una priorità”.

Dopo il pippone che vi ho somministrato, dovrei accettare anch’io pacificamente questa versione, che in fondo è la più semplice, e fare pace col mio passato.

Ok, non lo farò. Lo ammetto. Non perché sia difficile, ma proprio perché non mi quadra.

Capisco che gli alibi di “chi non vuole” non quadrino neanche a voi. Spesso sono dettati dal senno di poi.

E magari è vero, che l’ex non ci restituisce il lume perché ha paura o imbarazzo nel guardarci in faccia, dopo quello che è successo tra noi.

Capiamo una cosa, però. Nessuna considerazione elimina il “non vuole”. Il tipo che s’innamora di un’altra e sparisce esagererà pure a minimizzare ciò che provasse per noi, ma possiamo metterci la mano sul fuoco che non fosse proprio sto sentimento imprescindibile.

E l’ex del lume sarà immaturo, ancora spaventato, ma a noi non ci tiene più, o non come una volta, o non abbastanza da rivederci.

Chiediamoci piuttosto perché abbiamo tanto bisogno di rivederlo noi.

Non sarà che, ancora più di lui, vogliamo rivedere una parte di noi che adesso ci manca?

Se è così, meglio! Potremmo ritrovarla per conto nostro, invece di frugare nel tempo libero di chi non sembra avere più un minuto per noi.

Ne riparleremo.

https://www.youtube.com/watch?v=FGAwq–2pv4

image2-293x300  Eccolo, è ancora lui. Ormai non deve neanche più chiamarci, basta il WhatsApp. Evitiamo accuratamente che si accenda la spunta blu mentre scorgiamo le prime parole sullo schermo e immaginiamo il resto:

Mi ha messo ‘mi piace’ a…

No. No. No.

Il messaggio si concluderà certo con qualche emoticon di coriandoli, festoni giapponesi, bottiglia di spumante stappata… Ah, non esiste, l’emoticon dello spumante?

Be’, stapperemmo noi quello vero, se il nostro amico stalker capisse che la sua “amata” non ne vuole sapere. Si toglierebbe il pensiero. Ma lei non avrebbe nessun motivo per puntualizzarlo: si sono visti una volta a una festa e chiacchierando cinque minuti hanno scoperto di amare lo stesso film. Fine dell’idillio. Lei è sparita a prendere da bere e si è intrattenuta col barman, un bel po’ in effetti.

Ma il nostro amico, quella notte stessa, l’ha aggiunta su facebook. Giusto in tempo perché lei si ricordasse vagamente della conversazione e del film.

Il resto è invenzione. Quella che ci creiamo da soli in queste situazioni in fondo innocue e quella, ben più pericolosa, che viviamo quando entrano in scena i rimpianti.

Quando scriviamo al nostro ex per riavere il lume da comodino che abbiamo dimenticato andandocene da casa sua: una scusa davvero brillante per incontrarci! Magari alle 20, davanti a un bar famoso per gli aperitivi e vicino al suo ristorante preferito. Strano che lui non cada in questa astuta trappola.

Spiegazione di lui: sono bloccato in casa da tre giorni con una terribile perdita d’acqua che ha generato delle macchie di umido, che stanno marcendo trasformandosi in Gremlins (sempre meglio che un sibillino “No llego”, non faccio in tempo, propinato una volta a me).

Spiegazione nostra: 1) ha i sensi di colpa per come sia finita tra noi (è stata colpa sua); 2) teme che l’irresistibile attrazione che ancora prova comprometta l’effimero rapporto con la tipa insulsa con cui gira ultimamente.

Anzi, magari è quella lì che gli proibisce ogni contatto (perché lui, ovviamente, gliel’ha detto, che rivogliamo il lume).

Forse la verità, in questi casi, è racchiusa in due parole, le più difficili da accettare: non vuole.

La tipa della festa non vuole incontrarti, amico stalker. Può metterti tutti i like del mondo alle foto che posti su fb (certo che pure tu, cominciare a linkare immagini di Johnny Depp che dica frasi profonde per farti mettere mi piace…).

E sì, neanche il tuo ex vuole, amica che non si rassegna. Per i motivi che pensi tu? Immaturità, paura, la gelosia altrui, potrebbero giocare un ruolo importante, ma in definitiva è questo: non vuole vederti. Pace.

Siete ancora vivi? Ne ero sicura. Perché una cosa va puntualizzata.

È vero che a volte i conti non tornino. Che “non vuole”, da sola, sia una spiegazione un po’ povera.

Ma siamo sicuri che qualsiasi altra disquisizione psicologica sull’altra persona neutralizzi questa grande verità?

Ne riparleremo.

 

Cupido

Nel post precedente si parlava di vivere il presente, nell’accezione che più preferiamo: quella mia di amante della meditazione o quella razionale stile “se ti distrai lasci le chiavi dentro casa e so’ cavoli” (basato su una storia vera).

Avete presente le persone che si frappongono tra noi e la metro in partenza, perché perse nelle faccine del WhatsApp? Ecco, in fondo un po’ parlo anche di loro, almeno di quelle che siano sopravvissute alle mie maledizioni. E sì, penso anche a chi va in giro con le cuffiette nelle orecchie 24 ore su 24, scegliendo i suoni che vuole ed eliminando quelli esterni (le mie bestemmie per passare, per esempio). Liberissimi, ma vi immaginate che succederebbe, se delle parole che ci arrivano dall’esterno selezionassimo sempre e solo quelle che vogliamo?

Buona fortuna col vigile che vi informi che “Non si può parcheggiare qui”, ma avete automaticamente eliminato il “non”!

Adesso, è molto esoterico anche insinuare che i suoni del mondo siano rivolti a noi e li stiamo respingendo. Ma chiamo in mia difesa, signori della giuria, una teoria che vi sta così simpatica che l’estrapolate anche dall’ambito scientifico, per trasformarla in una specie di filosofia di vita: l’evoluzionismo.

Mi è un po’ difficile perché mi devo calare nella parte di darwinista militante senza mai aver letto Focus: allora, siamo animali che si adattano all’ambiente esterno (fin qui vado bene?), percependone i suoni e vagliando quelli che possano segnalarci un pericolo. Una cuffia nelle orecchie, peraltro innaturale perché mica ci siamo nati (no, scusate, qua facevo l’anticirinnà pro-life), potrebbe distrarre questo capolavoro di selezione naturale che ci ha portato a essere qui proprio per la nostra capacità di trasformare l’ambiente che ci circonda…

No, scusate, questo era Heidegger. Comunque ci siamo capiti, no? Che ci bruciate uno stecco d’incenso o che sproloquiate d’evoluzionismo, siamo d’accordo che sul “non distrarti!” la suora nazi che mi faceva da maestra non aveva tutti i torti. E che ultimamente, ahimè, non sono l’unica a distrarmi assai.

Io credo che ci sia gente che si sposi, per distrazione. Fate un po’ voi.

E non fraintendetemi, rivendico il mio diritto a non essere sempre sempre presente a me stessa, specie nella fila chilometrica del cinema il mercoledì, col biglietto a 3,50. Pure mi pare un’esagerazione seguire chi dice di prestare attenzione perfino a ogni gradino che saliamo per tornare a casa (si vede che abitavo in un sesto senza ascensore?).

Ma né milioni di fans della meditazione hanno sgarrato nel sentirsi più presenti a se stessi, né generazioni di scienziati e suore nazi (uniti per l’occasione) hanno sbagliato nel raccomandare una maggior aderenza al mondo in cui viviamo.

Tutt’è non sfottersi a vicenda, non sminuirsi nelle rispettive convinzioni, e mi va bene perfino concludere con Watzlawick che è la nostra mente a dare un senso a quello che ci succede, non i fatti in sé. Perfetto, come dice quel film, Basta che funzioni. Magari la nostra mente funziona davvero meglio quando, invece di ubriacarla costantemente di chiacchiere, ritmi sempre uguali, sostanze che la distraggano da situazioni sgradevoli, se invece di fare tutto questo vediamo cos’è che voglia fare lei.

Scopriremo che non è affatto esosa. La mia, l’altro giorno, voleva solo smettere di pensare a tutti gli impegni che avrei avuto e ricordarsi del più urgente in quel momento: portarsi le chiavi.

Fate lo stesso errore e riconsidererete quella storia che le peggiori da perdere siano “le chiavi del cuore”. Se la pensate così, non avete mai dovuto chiamare un fabbro d’emergenza!

La chiave di tutto è esserci, sentite a me. In tutto quello che facciamo. Anzi, in tutto e basta.

 

Bottle-Of-Keys  Ieri sono rimasta chiusa fuori casa, senza portafogli, con mezz’ora di tempo per andare al lavoro. Ero così presa dall’urgenza di scappare a prendere la metro (avevo passato troppo tempo a scrivere), che sbattendo la porta ho sentito il tintinnio delle chiavi che cadevano dall’altra parte del muro.

Inutile dire che la copia di riserva fosse nel giubbino del mio ragazzo. A Zagabria.

A mia discolpa, che si sappia: io le chiavi le appendo alla maniglia della porta e le prendo ogni volta come riflesso automatico. Le dimentico “solo” una volta all’anno.

Ma il mio cervello funziona in modo strano.

Sono come il tipo di quella barzelletta atroce che, frugandosi dietro l’orecchio, si ritrova in mano una supposta, e si chiede: “Dove avrò mai messo la penna?”. L’esempio più divertente fu una cena col mio migliore amico, a Barcellona. Al momento del conto misi 50 euro nel piattino e stavo già col portafogli aperto, in attesa del resto, quando il mio amico allungò a me la 10 euro che toccava pagare a lui, per semplificare le operazioni. Io la intascai come se fosse stata il resto e me ne andai tranquilla.

Dovevo aprire il portafogli? Sì. Dovevo intascare dei soldi? Fatto. Andiamo via e il cameriere si tenesse la mancia.

Fortuna che fosse parsa esagerata anche al ragazzo, raggiunto che già chiudeva, e fortuna che oltre ad aver fatto un po’ lo scemo, per cui mi ricordava, avesse una nazionalità che contrariamente a Salvini associo per esperienza a un’onestà non comune.

Insomma, io ci metto il mio, nella mia sbadataggine cronica, ma da anni ormai la stempero con un’operazione che, in effetti, ultimamente ho trascurato un po’: meditare.

Ecco qua, l’ho detto, ora accendete l’incenso e mettetevi la fascia hippie nei capelli, come questo qui, e prima di mandarmi a… cercare le chiavi, concedetemi un altro minuto di attenzione.

Meditare, a me, serve per “essere nel presente”. Questa affermazione un po’ esoterica potete sostituirla come volete. Le suore naziste da cui andavo a lezione da piccola lo chiamavano “Non distrarti!”. Una prof. più magnanima, alle medie, traduceva l’ordine in un rapido schiocco di dita davanti ai miei occhi, mentre la collega di matematica ovviava con: “Scetate, Caruli’, che l’aria è doce!”.

Insomma, ieri mi sarei risparmiata un sacco di guai se invece di pensare alla metro mi fossi accorta che il portafogli fosse nell’altra borsa e il Tampax Compak Pearl appena messo in tasca, per quanto progettato da talpe vergini ispirate all’anatomia di un hentai giapponese, in fondo non somigliasse al mazzo di chiavi che se ne restava ancora lì appeso.

E quando dico “mi sarei risparmiata un sacco di guai”, vado presa alla lettera.

Non avrei dovuto chiedere due euro al cassiere del supermercato, connazionale del cameriere onesto di cui sopra, per comprarmi almeno il biglietto di andata per il lavoro (che poi è aumentato a 2,15, fortuna che c’è l’abbonamento!). Non avrei dovuto correre a piedi alla Barceloneta dopo aver scoperto che il padrone di casa fosse lì, e col mazzo di chiavi di riserva (almeno questo, se no erano 250 di fabbro, minimo). Non sarei dovuta tornare verso casa sotto la prima pioggia battente del mese, a sperare che mi aprissero almeno il portone giù. Non avrei dovuto accorgermi una volta entrata che mi era stato dato il mazzo sbagliato.

Tralasciando i milioni di sterline che guadagnerei scrivendo le gag a Mr. Bean, il problema ieri era che fossi così presa dai miei problemi quotidiani da lasciarmene inghiottire, aggravandoli.

E che lo chiamiate distrazione, o non essere nel presente, la questione è la stessa: invece di prestare attenzione a ciò che ho fatto in ogni momento, sono finita con la testa in un altro mondo (quello delle preoccupazioni) e ho perso un pomeriggio prezioso a rimediare all’errore.

Sono cose che il corpo non dimentica, specie il mio che, se non avesse imparato da decenni a mandarmi segnali di cedimento quando serve, avrei fatto cadere a mare senza accorgermene da quando vado su due gambe.

Quindi, se la meditazione non vi è utile, trovate un altro sistema per essere presenti nelle azioni che fate, in ogni momento. Che ci vediate o meno un’aura spirituale, a me il problema pare essere spesso questo: gente che si trova troppo spesso in un posto col corpo e in un altro con la testa.

Ne riparleremo.

Lla-vignetta- Niente da fare: io parlo di politica, diritti civili, differenze tra la società italiana e spagnola, e quali articoli leggete più numerosi?

Quelli sugli ex.

Ok, intanto, la faccia mia sotto i vostri piedi, perché vi prendete pure la briga di scorrerli.

Poi, una che si è svegliata cantando Messaggino vagabondo della figlia di Gigione non dovrebbe lamentarsi di nulla, nella vita.

Neanche degli ex per cui non siamo mai stati niente: per arrivare a un simile paradosso dobbiamo ammettere che qualcosa è andato storto più o meno dall’inizio. Magari c’è stata quella che, ormai lo saprete, per me è una calamità peggio delle piaghe d’Egitto: l’ambiguità. È il fenomeno per cui in una storia “investo” ma non troppo, mi espongo ma non troppo, per non soffrire. E finisco per soffrire il doppio.

In ogni caso, tempo dopo sarebbe forte la tentazione di fare una telefonatina alla Adele, ma in chiave cazzimmosa, stile gnegnè, io intanto mi sono rifatta una vita e tu continui a distruggere la tua con nuove storie intercambiabili.

Fermi lì! A parte la figuraccia, stiamo buttando alle ortiche quello che possiamo imparare dallo schifo che abbiamo vissuto.

Io, per esempio, se c’è una cosa che ho capito è che, quando pretendo di organizzarmi la vita, non posso fare i conti senza la vita stessa.

Che vor di’? Be’, che qualche anno fa avevo proprio un bel programmino, un delizioso castello di carte che stava insieme per miracolo, su un tavolino IKEA mal costruito: un trasloco impegnativo, una storia difficile da portare avanti, un nuovo impegno accademico che m’illudevo sfociasse in qualcosa di buono.

I castelli di carte rovinano tutti in una volta e in qualche caso, mesi dopo, ti ritrovi ancora un jolly sotto il divano (o un due di picche). E anche questo, quando è crollato, l’ha fatto proprio in grande.

Di chi è stata la colpa? Un po’ mia, va detto. Ma non sono sola, vero?

Abbiamo spesso la pretesa decidere al posto della vita come questa ci debba andare, prevedendo non solo quello che è nelle nostre mani (un terzo della questione), ma anche il resto, cioè le mosse degli altri e i giri della sorte. Io, tornando al nostro castello di carte, avevo deciso che quell’enorme bugia che edificavo proprio al centro della mia esistenza dovesse star su da sola.

Ora so che non è così. Che non posso decidere cosa provino gli altri per me e che, se in Spagna esiste una cosa ibrida come i master propios, 9 su 10 non sono un grande investimento. Ah, l’ambiguità.

Ora l’errore sarebbe scaricare sugli altri responsabilità nostre, invece di vedere dove finiscono quelle e possiamo legittimamente lamentarci del padrone di casa che ci ha imbrogliati, dell’ex che è sparito senza dare spiegazioni, della prof. improvvisata che si sente attaccata sul personale se le contesti la sua poetessa digitale preferita.

Per fortuna i nostri errori sono ostacoli da poco. È ridicolo pretendere di cancellarli, di fingere che questa zavorra non ci affatichi un po’ la schiena. Siamo anche le scelte che abbiamo fatto, che siano state sbagliate non significa che lo siamo di meno.

Però ammettiamolo: una nuova possibilità ci viene data quasi sempre. Di fare le cose per bene, di ricominciare.

E se c’è qualcosa che ho imparato fin da quando la casa era dei miei, gli impegni di studio si restringevano alle tabelline e come ex avevo al massimo l’amichetto del mare, è non sprecare quello che improvvisamente, per motivi imprevedibili, potrei non avere più.

A maggior ragione, bisogna considerarlo una bella botta di culo e trattarlo bene.

https://www.youtube.com/watch?v=74BA7CUrGYw

baciamano  Mia nonna una volta mi raccontò di un suo corteggiatore, come si diceva all’epoca. Era un ferroviere semianalfabeta, la trovava una specie di portento perché lei, invece, era maestra, parlava italiano ed era una signorina beneducata. Quando lei lo respinse per incompatibilità, lui ci rimase proprio male male, nonostante si fossero parlati giusto un paio di volte. Al che sbottai:

– E grazie al cavolo, che avevate quelle belle storie d’ammore, ai tempi tuoi. Vi conoscevate appena!

Ok, cinismo a go-go. Ma dovete sapete che, quando vivevo in calle Joaquín Costa, nel Raval(istan), solo 5 anni fa, ero una specie di sensazione tra gli amici del mio ragazzo di allora, un giocatore di pallavolo pakistano riciclatosi fruttivendolo.

Di me si dicevano soprattutto tre lettere: “PhD”. Cioè, dalle loro parti un dottorato è una cosa seria, roba che ti guardano come se fossi Cristo in terra… Forse ho sbagliato esempio, ma insomma, colleghi frustrati, tutti in Pakistan! Fatto sta che la natura della nostra storia, con l’atleta-fruttaiuolo, si prestava un po’ a una situazione di scarsa comunicazione, visto che non potevamo dialogare fluentemente in nessuna lingua comune e l’urdu, diciamocelo, non è proprio una passeggiata (però so dire ancora “Ti amo” e “lenticchie”). Quindi, quando lui, gran bel giovane, mi guardava come un calderone di basmati con quelle due tonnellate di curry che ci metteva dentro, mi chiedevo ogni tanto: “Starà guardando me o il PhD?”.

Lo sanno anche i bambini (anzi, soprattutto loro) che la questione è: essere amati perché siamo noi. Abbiamo accennato più volte alle persone che ci disprezzano e trattano male senza un motivo apparente, o come reazione sproporzionata a nostre reali mancanze.

Ma anche se l’altro non vede che i nostri pregi, una domanda facciamocela: magari sono davvero uno schianto, con le occhiaie premestruali, e certamente sono bellissima quando mi arrabbio e mi si gonfia la vena sulla tempia… Ma gli piaccio proprio io, o gli rappresento una specie di ideale che prima o poi vedrà incarnato in qualcun altro?

Sono domande da farsi, perché ok, come “equivoco” è meglio questo di quando qualsiasi cosa facessimo non andasse bene, ma i pregiudizi fanno male anche quando sembrano andare a nostro vantaggio.

E allora, una volta accettato che sono questioni sue e solo sue, come ci veda questa o quella persona, pensiamo a noi. Pensiamo a scoprire in noi stessi ciò che ammiriamo o disprezziamo negli altri, ricordando che non gradire qualcosa è umano e comprensibile, odiarla deve avere qualcosa a che vedere con problemi nostri.

Una volta che avremo risolto questo, in noi, saremo anche più propensi ad avvicinarci a persone che non abbiano bisogno di cercare in noi quello che vogliono o respingono di sé. Persone che sono pronte a iniziare la nostra interazione con una domanda:

– E tu, chi sei?

E, senza sognare minimamente di avere in tasca la risposta, si dispongono ad ascoltare.

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