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inceptionBarcellona si muove tanto. Anche quando non va da nessuna parte.

Mi capita di perdere contatti per mesi con degli amici che, una volta rivisti davanti a una birra, raccontano sempre la stessa storia:

1) cerco una nuova casa/un nuovo lavoro/un nuovo coinquilino;

2) c’è una stronza/un coglione con cui mi vedo ogni tanto (niente di serio, ma perché non chiama?);

3) forse torno in Italia, ma mica per sempre.

Intanto hanno cambiato due-tre case, due-tre lavori, almeno un paio di stronze/coglioni, per non parlare dei coinquilini. E se davvero mettono in atto la “minaccia” di rimpatriare, già si sa che torneranno.

Sono circoli viziosi che fanno peggio della staticità. Succedeva anche a me, spesso. A voi no?

In questi casi, forse, il moto perpetuo in cui ci siamo prodigati è un modo per non vedere che stiamo fermi da tempo.

Nel post precedente tracciavo una differenza tra stallo e attesa. Ebbene, a volte il movimento è la quintessenza dello stallo. Ci muoviamo tanto, e freneticamente, per non muoverci mai davvero.

Allora, in caso di moto perpetuo e sterile, proviamo a stare fermi, a creare le condizioni per muoverci. Ad “aggiustare” quella parte della nostra testolina che torna a cercare gli stessi cambiamenti inutili. Se non modifichiamo le impostazioni di base, il nostro PC continuerà a ripetere lo stesso errore, moltiplicato per mille. Magari noi fossimo così semplici, ma vuoi vedere che per una volta ha ragione quel bastardo.

Se sono ormai mesi che traslochiamo per ritrovarci coinquilini ancora più insopportabili, teniamoci questi. Se siamo arrivati alla terza stronza, al terzo coglione che si rivela una fotocopia di chi l’ha preceduto, restiamocene soli per un po’. Teniamoci questo lavoro di merda prima di trovarne un altro altrettanto di merda, ma magari più lontano da casa. L’equivoco è credere che smuovere assai le acque sia l’unico modo di finire da qualche parte.

Quando avremo imparato ad affrontare la quiete, invece che opporle resistenza, saremo pronti al movimento vero.

Saremo pronti a vivere la nostra vita così come sarebbe se non ne sostituissimo continuamente gli addendi, per ottenere lo stesso risultato.

Solo allora, forse, ci darà la risposta. Perché la vita non ci pare, ma se la lasciamo fare, invece di forzarla continuamente, potrebbe sorprenderci sul serio.

Potrebbe muoversi prima ancora che ce ne accorgiamo. E allora lo sforzo diventa mantenerci in equilibrio, mentre la seguiamo dove ci porta.

Conosco modi peggiori di passare il tempo.

house-saleSì, lo so, ci sentiamo tutti un po’ bloccati. Specie con questo caldo.

Io, poi, ho ormai capito che per l’ennesima volta devo lasciare la casa in cui sto, che mi ha accolto splendidamente quando avevo bisogno di un rifugio, ma che ormai ha esaurito il suo compito e non può darmi nient’altro (invasioni di formiche a parte).

Ma al momento non posso andarmene, difficile trovare di meglio alle stesse condizioni, per le garanzie che posso dare.

Sono bloccata, dunque? A volte mi ci sento un po’, specie in uno spazio così angusto che per raccogliere un bicchiere faccio cadere quello pieno sul pc che scosto bruscamente, facendo quasi cadere il tavolino che urta il ventilatore che alla fiera mio padre comprò.

Ma bloccata no, ora so la differenza tra essere davvero paralizzati ed essere in attesa. A volte infatti abbiamo la possiblità di muoverci, ma non lo facciamo per paura. Altre volte, invece, non abbiamo grandi margini di manovra. Perché abbiamo seminato delle cose, idee, relazioni, progetti lavorativi, e in quel momento, con le nostre forze, non possiamo andare oltre. Dobbiamo solo aspettare.

Mi pare evidente che la nostra vita si giochi tra tre fattori: noi, gli altri e la sorte. Quando ci spingiamo il più avanti possibile, per le nostre forze, per avanzare sul serio dobbiamo aspettare che gli altri due fattori prendano una loro via.

Questo non è un blocco, proprio perché abbiamo agito fin dove ce lo permettevano le circostanze e sappiamo ciò che vogliamo fare: cambiare casa quando ne troveremo una a condizioni vantaggiose, cambiare paese quando saremo certi di poter fare bene altrove, cominciare una convivenza quando avremo ben chiari i nostri sentimenti o (ok, facciamo i prosaici) abbastanza soldi da accenderci un mutuo…

Lo so, quando siamo fermi è irritante a prescindere dal motivo. Che ce ne frega, se la nostra staticità sia un blocco o una momentanea impotenza? Ci importa forse se il nostro raffreddore sia influenza o allergia? Ci paralizza uguale! Ma, nella staticità come nel raffreddamento, quando cominceremo a star meglio vedrete che nella causa, e quindi nei rimedi da adottare, risiede tutta la differenza del mondo.

Perché non c’è niente di peggio che muoversi come trottole quando non vogliamo accorgerci che in realtà stiamo fermi.

Non ci credete? Ne riparliamo tra qualche giorno.

obama_mirror2-wm copy_thumb[2]Dicono che sono esagerata, e forse hanno ragione.

Ma non mi piace non essere vista. Non dico guardata, che ci guardano anche troppo, a mio parere, con sguardi finanche invadenti. Vista.

Mi capita sempre, nel bene e nel male.

Di cosa diavolo sto parlando? Di quando riceviamo continui inviti a uscire da qualcuno che diventa proprio pressante, che ci adula fin troppo, e allora ci chiediamo: vorrà proprio me, o fa lo stesso se mi chiami Carla o Dorotea, se i miei capelli siano corti o lunghi, rossi o neri? La morte di figa non perdona, io nemmeno.

Ma succede anche nel caso opposto, quando veniamo idealizzati. Io l’ho fatto spesso, mi capitavano situazioni in cui tutti  dicevano “ma è un coglione!”, e io per forza a trovarci il lato buono, esercizio molto nobile quando ci ricordiamo di riconoscere anche i numerosi difetti del soggetto in questione.

Allo stesso tempo sono stata idealizzata. Venerata come se fossi l’ultima frontiera della femminilità, da qualcuno che una volta finita la storia ha riservato lo stesso trattamento anche a chi venisse dopo di me, anche quando aveva caratteristiche totalmente opposte alle mie.

E allora, non sei mai contenta, potrete dirmi. Non è vero. Sono contenta se mi si vede così come sono, nel bene e nel male. Nell’umana interpretazione di quella che sono, questo lo posso accettare e non c’è altra via. Ma si veda me, e non una vagina ambulante o un’immagine idealizzata che resta sempre la stessa, a prescindere dalla donna su cui viene proiettata in quel momento.

È particolarmente doloroso quando è chi amiamo, a non vederci. Non tanto quando veniamo idealizzati, ovviamente, anche se quello a lungo andare può diventare davvero snervante. Mi riferisco a quando si sono già fatti un’idea fissa di noi e non importa cosa succeda, quanto cambino le circostanze e noi e gli eventi, quell’idea non cambierà.

Perché? Perché il papa non è re. O ci stiamo, o ci struggiamo finché non ci stiamo.

Anche in quei casi, io dico ok, non amarmi, ma almeno vedimi, vedimi come sono, non come l’incarnazione di tutto ciò che odi di te stesso, o, e lì sono proprio spacciata, di ciò che vorresti essere. Vedimi come sono, non significa che t’innamori di me, anzi.

Semplicemente, c’è gente che dice “amami per quella che sono”. Io ti dico: “NON amarmi, per quella che sono”.

A un certo punto mi è venuto il dubbio: e se mi succedesse di non essere mai vista perché lo faccio anch’io, con gli altri? Se non siamo mai visti perché neanche noi vediamo?

Se in realtà vedessimo nel mondo solo rapaci che vogliono solo approfittare di noi e trasformassimo in divinità quelli che non lo fanno, che anzi, a ben vedere non ci si filano di striscio?

Se è così, corriamo ai ripari. Magari cominciando a vedere la gente per quello che è, capendo che è un po’ più complicata di quanto ci facciano vedere i nostri criteri di giudizio (non è che uno passi la vita a perseguitarci o a non cagarci), potremmo avere delle belle sorprese.

O almeno si spera.

Avete un piano B?

Ne riparleremo.

Pubblico il rapporto annuale del blog solo per ringraziarvi per aver condiviso con me il cambiamento di stile e contenuti, sperando non vi siate annoiati troppo. A me avete fatto molto bene, spero di riuscire a ricambiare ogni giorno di più. Grazie e all’anno prossimo.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 7.300 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 6 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

bueasinoJulia Cameron li chiama gli artistofagi, persone incapaci di sviluppare il proprio talento, che sminuiscono quello altrui. Ma oggi non mi riferisco solo a quelli.

Vorrei parlarvi di chi si prende la briga di giudicare ogni cosa che siamo o facciamo, dal nostro aspetto fisico al nostro stile, al modo in cui lavoriamo. Credono che il perfezionismo che esigono da se stessi li autorizzi a pretenderne altrettanto dal resto del mondo.

Le scuse con cui lo fanno sono di due generi: lo faccio per il tuo bene; io dico le cose in faccia, se non ti piace è un problema tuo.

La prima argomentazione la rispediamo al mittente: con le loro critiche ci fanno tutt’altro che bene. Alcune sono molto utili, perché da bravi perfezionisti scovano elementi da migliorare laddove noi non ci accorgiamo neanche che ci sia un problema. Ma per ognuna di queste osservazioni utili dobbiamo sorbirci un sacco di insulti gratuiti, spesso indiretti, il più odioso dei quali è il paragone con qualcun altro i cui patenti difetti, per qualche ragione, neanche vedono. Così ci vediamo confrontati a qualcuno considerato intellettuale perché si è scaricato un disco dei Baustelle, bravo scrittore perché è il cugino scemo di Bukowski, bello perché ha l’aria abbastanza tormentata e infelice da far sentire gli ipercritici a loro agio.

Quanto alla seconda scusa, se fossimo sinceri noi dovremmo dirglielo, che 9 su 10 i nostri difetti fisici loro ce li hanno centuplicati: ho visto uomini decisamente bruttini “scherzare” costantemente sui presunti problemi di linea delle loro compagne, quasi a cercare di ribaltare la frittata. Quando si tratta di superiorità intellettuale, il loro stile, per quanto apprezzabile, rispecchia tutta la loro autoreferenzialità. In effetti è quello, il loro problema.

Il conflitto che scaricano su di noi lo vivono al loro interno, continuano a paragonarsi a un’immagine idealizzata (o da incubo) di se stessi che non raggiungono mai, e allora non fanno altro che vederla dappertutto, in tutto ciò che li circonda, e in tutte le persone.

Qualcuno lo idealizzeranno, a simboleggiare quest’ideale irraggiungibile e un po’ cannibale che succhia loro le energie. Qualcun altro lo degraderanno, ci vedranno tutti i loro difetti o, peggio, tutto ciò che loro vorrebbero essere e non riescono. Indovinate in che categoria siamo capitati.

Il bello è che le nostre qualità, quelle che si ostinano a ignorare, spesso le portano dentro. Ma hanno così tanta paura di svilupparle, fedeli come sono all’immagine di genio incompreso, che le condannano in noi.

Una cosa è certa: questa loro arroganza (che maschera insicurezza) tocca tasti profondi dentro di noi, nel nostro senso di inadeguatezza che ci porta a pensare che, se ci criticano, un motivo ci sarà. Magari ce lo meritiamo, magari ha ragione, non siamo niente di che.

Forse ci siamo scelti per quello, per scaricarci problemi a vicenda: gli ipercritici ci usano per confermare la loro immagine di genio incompreso, noi li usiamo per confermare la nostra di perdenti. Perché è più comodo rassicurarci nel fatto di non valere niente che vivere all’altezza di ciò che valiamo. Nel primo caso non sbagliamo mai perché desistiamo in partenza e, per una volta in sintonia con l’ipercritico, ci possiamo ammantare dell’aura del poeta maledetto, che la nostra società consente come scappatoia per chi non riesce a trasformare in automa.

Allora, come si risolve? Per una volta torno a zio Watzlawick: uscendo dal sistema.

Recuperando la nostra dignità, imparando a distinguere tra le giuste critiche a una personalità che si può sempre migliorare, se ci va, al fango gratuito che spala su di noi chi non ha il coraggio di guardarsi la propria spazzatura.

E quando smetteremo di paragonarci agli altri senza riuscire a essere loro né a esprimere noi stessi al meglio, solo allora potremo toglierci la soddisfazione di rappresentare tutto, ma proprio tutto quello che l’ipercritico non riesce a essere.

Senza rancore, però. Non possiamo fare niente, per lui, finché non gli viene la voglia di guardarsi dentro e smettere di vedersi riflesso nelle sconfitte altrui.

Solo allora, forse, potremo venirci incontro a metà strada.

madamebutterflyAvvertenza: lungi da me affermare che ‘e guaje gruosse, i problemi gravi, ce li procuriamo da soli. Le malattie non sempre sono dovute allo “stile di vita”, checché ne dicano i ministri che dovrebbero aiutare ad arginarle. E, come si dice in inglese, shit happens.

Quello che ho scoperto è che, tolti i guai veri, la maggior parte dei miei “grandi problemi” sono delusioni. Sono rimasta delusa da persone che non erano come mi aspettassi, da eventi che non sono andati come avrei voluto, da situazioni in cui ho agito con meno efficacia di quanto credessi.

Non notate niente di strano, in quest’ammissione? Io sì: la maggior parte dei miei problemi è legata a false aspettative.

Quindi me li sono creati da sola, aspettandomi cose che poi, per colpa mia o di qualcun altro o del destino (cioè, del corso che hanno preso gli eventi) non si sono realizzate.

E scoprire che i problemi più gravi me li sono creati io non è stata una bella cosa.

Attenzione, però, qua siamo in un terreno minato, perché scatta il “non aspettarti nulla” di guru paraculi e zie rassegnate.

Il discorso non è bersi l’ “accettami così come sono, altrimenti non mi ami” (detto da uno che magari è inaffidabile e infedele).

E abbiamo più di una buona ragione per essere incazzati, se alla fine di un dottorato brillante veniamo parcheggiati, perché non ci sono posti neanche per quelli già interni all’università.

No, ne abbiamo parlato altrove. Le false aspettative, per me, ce le creiamo quando ci facciamo un quadro della situazione e chiamiamo fallimento tutto quanto non vi entri. Senza tenere in conto quei fattori che non dipendono da noi.

È una cosa pericolosa soprattutto quando ci impedisce di capire cosa stia succedendo nella realtà, perché rientra in quello che non vogliamo vedere.

E allora, non vogliamo vedere che sto ragazzo molto bello con cui siamo andati a prenderci un caffè ha fatto una battuta poco lusinghiera su una causa politica che ci sta molto a cuore. Se continuiamo a vederci può diventare motivo di scherzi, o un forte fattore di conflitto. Intanto, che ne dite di notare il particolare? Oppure, il tecnico che ci offre il prezzo più basso per farci i lavori in casa non risponde al cellulare due volte su tre. Ok, è economico, ma meglio smettere di giustificarlo prima che si volatilizzi a soldi intascati, guardandosi bene dal rilasciarci i dovuti certificati (basato su una storia vera).

Insomma, da brava ansiosa so quanto sia importante avere un quadro più o meno fedele della situazione, di qualsiasi situazione. Ma la soluzione non è crearmi una vita a mia immagine per non dovermi mai accorgere delle cose che non vanno.

Senza che sfioriate la mia follia, può succedere lo stesso anche a voi, se come me cercate il giusto equilibrio. Se pretendete ciò che vi spetta di diritto (educazione e rispetto, specie se li date voi). Se non pretendete ciò che non date (se siete ambigui difficilmente vi si risponderà con sincerità, no?). Se non pretendete che le cose succedano solo perché volete così (non possiamo costringere nessuno ad amarci o a essere diverso da quello che è, possiamo chiedere rispetto e coerenza).

Allora, quando avremo riconosciuto tutto questo che perdevamo tempo a negare, i problemi piccoli e grandi che ci nascondevano la nostra paura del fallimento, dell’abbandono, della vita, non ci servono più.

Una volta smascherata la paura che li provoca, non ci servono più. E alla fine noi umani siamo pratici, tendiamo a conservare solo le cose che ci servono.

A quel punto, non ci resta che vivere.

CenerentolaQualche tempo fa si parlava dei piccoli e medi problemi (scadenze, bollette mai pagate, dissapori col capo) che non risolviamo mai anche per non doverci occupare di quelli grandi (amori infelici, rancori familiari, salute trascurata).

Lo facciamo, ipotizzavo, per paura del vuoto. Per paura di una vita che non cambierebbe tanto da farci ritrovare a sorseggiare mojitos alle Hawaii, ma abbastanza da toglierci tutti gli alibi per affrontare i problemi veri.

Si diceva infine che un primo passo, una cosa che aveva fatto bene almeno a me, consisteva nel “vedere una soluzione”. Immaginarsela, cominciare a pensare che esiste.

Scoprire che, anche senza finire alle Hawaii, una vita più serena non è malaccio. La cominceremmo anche oggi se non fosse che il capitolo “ora mi occupo dei problemi veri” potesse comprendere la parola fal… fallim… fallimen… No, davvero, non riesco manco a scriverla.

Ebbene, ho una notizia buona e una cattiva, che però è la stessa, quindi non vi chiedo quale volete leggere prima.

Ammesso che ciò che temiamo si chiami fallimento, potrebbe essere già in atto. Sicuramente, già sapete, non lo eviteremo ignorando il problema. Ne prolungheremo solo il decorso.

Ci cureremo l’insonnia quando già sarà diventata cronica (e mi sono mantenuta su un disturbo non letale), tenteremo di recuperare il rapporto quando saremo già troppo presi noi e ormai lontana lei, ecc. ecc.

E in più avremo ancora le incombenze, i problemini di cui sopra.

Vogliamo questo? Io no.

E allora dobbiamo educarci.

Il primo passo dopo la visualizzazione, dopo esserci immaginati questa nuova vita, è metterla in atto, magari una cosetta al giorno, per un certo tempo. Scrivere ogni sera due riflessioni sulla giornata passata, così da non perdere di vista dove siamo ora. Prendersi cinque minuti ogni giorno per una colazione in piedi, invece di mangiare schifezze al lavoro.

Ventuno giorni, ho letto da qualche parte. Fare una cosa per 21 giorni la trasforma in consuetudine.

Dubito che neutralizzi vizi accumulati per anni. Ma è vero che, inserendo pian piano un elemento nuovo nella nostra routine, lo trasformiamo in abitudine. In fondo, come abbiamo imparato a leggere?

Impariamo a leggere anche la vita in un modo diverso.

E per quello non ci sono scorciatoie. Tocca proprio fare un poco ogni giorno.

E una volta dato il primo passo, scatta la reazione a catena. Esempio scemo. Se raccolgo la cartaccia a terra in camera mia, poi mi viene voglia di buttarla, e osservando la scopa vicino alla pattumiera la prendo e la uso. Poi mi dico “che bel pavimento tirato a lucido, chissà come ci starebbe bene una passata di mocho”. E così mi ritrovo la stanza in ordine, e non ci credo nemmeno.

Restano i problemi seri.

Su quelli riflettiamo lunedì.

shadow-1Si parlava di coppie che scoppiano e dei nonostante su cui si reggevano: arrancavano, infatti, nonostante le differenze di carattere, d’intenzioni, di progetti di vita, di gusti…

In un’evidente forzatura, paragonavo questi amori “sani” (o certificati tali da esperti saputelli) a quelli spudoratamente malati a cui sono più abituata. E sapendo di generalizzare facevo una differenza tra l’amour fou e l’amore sano.

Il primo, quello da canzone, col senno di poi sembra una vocazione al martirio. Il nonostante sembra il perno di tutta la storia che non decolla. Ti butti con insistenza tra le braccia di persone che, nella mia personale declinazione di questa follia, sono evidentemente distanti, a volte anche fisicamente, che accettano la situazione più per inerzia che per altro. Ti getti a kamikaze in qualcosa in cui non credi neanche tu, quasi che tu voglia arrivare in fretta alla delusione finale e prenderti il diploma di vittima dell’ennesimo “stronzo” (o della stronza di turno). Uno stronzo che ti sei quasi costruita da sola, chiamata persa dopo chiamata persa.

Ebbene, credo che spesso le coppie presunte sane e quelle “disfunzionali” abbiano una cosa fondamentale in comune.

La famigerata ricerca dell’anima gemella? No, della propria, di anima. Della parte di sé che non (ri)conoscono.

Conosco varie ex coppie in cui lei è brillante e lui è timido, o viceversa. Ma il timido “si scioglieva” con le persone di cui si fidava e l’estroversa nascondeva spesso una gran timidezza. Ebbene, credo che nessuno dei due se ne accorgesse, di queste caratteristiche latenti che pure erano in loro. Non quadravano col loro personaggio, la famosa maschera pirandelliana che si erano costruiti.

L’unico modo per farci i conti, allora, era trovare qualcuno che incarnasse il loro “lato oscuro” (oscuro nel senso di ignoto, nascosto) e amarlo nonostante.

Tutto qui? Ovvio che no, l’amore è ben altro, sono tante cose insieme. Ma nella mia esperienza, che non fa statistica, questo fattore non è tra gli ultimi da considerare.

Pensate se ciò non fosse necessario. Se vincessimo la paura e ci guardassimo, e lo scoprissimo per cazzi nostri, il “lato oscuro”. Se l’amico intellettuale e iperrazionale ammettesse che a volte invidia l’amico appassionato di yoga, e si pone domande a cui manco Darwin risponde. Se l’amica appassionata di yoga e che riconduce tutto alla spiritualità ammettesse la sua curiosità per cose più terrene, tipo come pagarsi l’affitto. Se l’amica leader nata, l’amico aspirante manager, accettassero di voler essere ogni tanto anche indecisi, irresoluti, bisognosi di protezione, invece di mettersi accanto un’ameba con un sorriso disarmante. E se l’ameba decidesse di diventare una persona e stabilire da sola che giacca abbinare ai jeans.

Così potremmo andare al piano B, suppongo, trovarci qualcuno che ci piaccia, e non qualcuno di cui abbiamo bisogno.

C’è tutta la differenza del mondo.

rizomaMi giungono nuove dal paese.

Solita trafila di nascite e morti, matrimoni, lavori trovati, qualche emigrazione. Di quelle calibrate, volte a inseguire un incarico al Nord o il posto fisso, aspettate pazientemente dormendo oltre trent’anni nella propria stanza di bambino.

Normale amministrazione, insomma.

Ma in quest’agosto curioso di città deserta di giorno e straripante di notte, di amici spariti e amici ritrovati, di presenze mute e assenze che parlano, mi capita di nuovo di vivere in un limbo in cui presente e passato si mescolano nei più strani abbinamenti.

Ecco quindi che l’altro giorno mi sono svegliata con in testa un pomeriggio di mare in cui un nonno lontano nel tempo, ma solo in quello, si fingeva illetterato per far ridere i bambini.
E, secondo un cliché caro alla mia generazione, mi identificavo ancora coi bimbi che ridevano, piuttosto che con le mamme che riponevano il thermos nella sporta da spiaggia. Anche se per la verità mi piacerebbe essere tra queste ultime.

Ma quel giorno toccava ancora il limbo di agosto e una tesina inutile da scrivere e le assenze che parlano e le presenze che tacciono.

Allora ho preso carta e penna e, tra i vaneggiamenti del flusso di coscienza, mi è uscita la parola rizoma.

Ora, confesso che sul momento non ho ricordato bene cosa fosse. In quelle frasi vomitate in fretta in una canicola assente mi dava l’idea di qualcosa di fisso e immutabile, la radice ultima che ho perso, che non ho mai affondato in una terra precisa, semmai in stanze. La stanza mia di bambina, poi la prima in affitto e tutte quelle che l’hanno seguita, e che non ho saputo chiamare mie che quando non lo erano.

E rizoma, nella mia patente ignoranza botanica, o nell’attimo in cui scrivevo, era tutto questo. Era radice fissa, ma perduta.

E invece le letture per la tesina che credevo inutile mi hanno riportato alla metafora del rizoma per Deleuze: radice che è tronco che è fusto che è radice, narrazione che può riprendere da qualsiasi punto per diventare un’entità indipendente. In un certo senso, direi, un’altra pianta.

Come gli emigranti italiani delle navi da cui non uscivi vivo, quelli che puzzavano e non sapevano scrivere, e i loro figli ora si chiamano italiani e mangiano macaroni cheese e in qualche caso votano per un paese che non hanno mai visto, che a volte non fa votare quelli che lì ci nascono.

Come noi emigranti per caso, di lusso ma non troppo, che facciamo la trafila dei paesi in cerca di un lavoro e in cerca di noi, o magari lontano da noi. Noi che ci diciamo (e spesso è vero) che non possiamo tornare per il lavoro, per la società, per la qualità della vita, anche quando magari non lo facciamo perché abbiamo perso una radice che non abbiamo mai conosciuto, riconosciuto, come nostra.

Almeno così capita a me. Che sento le mie radici portatili al sicuro tra le guglie di Barcellona e credevo di anelare a un’antica radice perduta, lasciata in qualche secchiello fluorescente del lungomare domizio.

E invece sono rizoma, sono radice che si fa fusto, fusto che si fa radice, passato che si fa presente, presente che si fa me.

banksy (1)Non dico i primi tempi, eh. Quando pensiamo al suicidio un’ora sì e un’ora no e la compagnia della prozia bizoca che ci usi per reggerle il gomitolo di lana è più appassionante delle nostre notti bianche.

Ma dopo un po’ che soffriamo per ammore il punto non è più lasciar andare il fedifrago, o la grande cessa.

Il punto è lasciarci andare noi. Liberarci, noi.

Perché inglesi e spagnoli hanno la vita più facile? Ve l’avrò già spiegato, in un paio di parole se la cavano egregiamente, addirittura in spagnolo ne basta una: soltar. L’inglese non è da meno: due parole, una lettera in meno. Let go.

In italiano boh, lasciar andare, lasciar correre già no… Vediamo. Liberarsi.

L’idea di togliersi una zavorra di dosso, e allo stesso tempo lasciar andar via un aquilone, una barca legata a un molo, fate vobis.

In ogni caso, girare pagina, liberare il passato, liberarsi del passato.

E niente, ieri in palestra, che è un po’ il mio pensatoio (il che spiega molte cose) mi sono resa conto di questo. Non si tratta di lasciar andare uno, ammettere che dopo mesi e mesi di pianti sempre più radi e inviti a uscire rifiutati con sempre più esitazione è come se si venerasse il ricordo di una cosa che non esiste più, se mai è esistita. Non si tratta di lasciare andare una persona che nemmeno esiste più, che mesi e mesi di corna e macumbe nostre gli avranno pur cambiato i connotati, no?

No, la questione non è lasciar andare lui/lei, è lasciarci andare noi. Permetterci di essere quello che siamo diventati. Le cose che avremo pur imparato tra una considerazione sulle varie forme di suicidio e l’eterno dilemma lo chiamo o no.

Fa quasi paura, liberarsi di un dolore che ci ha accompagnati per mesi. Per quanto faccia male, è rassicurante, è tutto ciò che siamo stati per un bel po’ di tempo. E anche dopo, quando la vita ha ripreso il suo corso, è stato un compagno fedele, una delle poche certezze della vita insieme al fatto che i parrucchieri armati di forbici non sappiano quantificare “due dita”.

Allora, viene il momento atteso e temuto (almeno inconsciamente) di rendersi conto che stiamo sopravvivendo a noi stessi. Che il nostro dolore è ormai un simulacro, avete presente Baudrillard che cita l’Ecclesiaste? Lo so, nota lettura da palestra:

Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.

Un’apparenza che non rinvia a nessuna realtà sottogiacente (questa è Wikipedia, vabbuo’?).

Ecco, il nostro amore è così, ormai, un sogno che si appoggia su qualcosa che non esiste più, che non si può riproporre negli stessi termini e no, no, no, non sto dicendo che non ci possiate tornare insieme, in caso siate ancora nell’odiosa fase in cui tutti vi dicono di lasciar andare come se dipendesse da voi. Dico solo che, grazie al cazzo, non sarà più come allora, perché è cambiato l’altro e siamo cambiati noi.

Già, ma come siamo cambiati? Perché l’abbiamo fatto, o almeno l’ha fatto la parte che ci metteva a letto mentre ci chiedevamo se in quel momento stesse con lei, ci buttava sotto la doccia quando ormai i pantaloni del pigiama potevano lanciarsi da soli in lavatrice, che ci armava di spugna e detergente piatti quando la pasta avanzata di tre giorni prima cominciava a chiamarci mamma e chiederci la paghetta.

Insomma, sì, siamo altre persone. Ed è più rassicurante restare con l’ulcera che accettare di vederci alle otto, con quello che ci chiama spesso in chat, alle otto di sera (ci avete provato…) e non alle tre del pomeriggio nel bar più affollato in città.

Ne avremo il coraggio?

Avremo il coraggio di scoprirci?

Di scoprire chi possiamo diventare, se non fossimo troppo impegnati a chiederci chi dobbiamo essere?

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