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E così ho deciso di mandare a quel paese i progetti non riusciti, e organizzare una cena.

La prima tra amici, da quando mi sono trasferita a casa mia: a pensarci bene, la prima cena in casa da anni, se si eccettuano gli ospiti in visita dall’Italia e una cosetta con gli inquilini, prima che entrassimo davvero in rapporti. Chi viveva prima con me non amava “avere gente in casa”.

Io ancora devo decidere se mi piaccia o no: però, se popolo di voci umane ‘ste quattro mura di cartongesso, le rendo un po’ più casa, ecco.

Quello che mi è piaciuto di più non è stato scoprire che mi erano venuti al dente sia gli spaghetti che i fusilli, che ho condito con pesto fatto in casa, oppure rendermi conto che il famoso sjug era stato un successo con gli invitati. Mi ha inorgoglito il fatto di sentirmi dire dalla nuova arrivata, che di mestiere fa la guaritrice, che “non percepiva tensioni” tra i convitati, nonostante i casi della vita ci avessero messi gli uni contro gli altri più di una volta: come ex o come colleghi, e in qualche caso come “coinquilini per forza”.

Sono felice di aver stabilito relazioni in cui il dolore che ci si possa arrecare, che secondo qualche terapeuta Gestalt è inevitabile, non possa nulla contro il lavoro quotidiano per stabilire fiducia reciproca, sincerità, e la disposizione – per me così difficile – ad ascoltare, invece di parlare sempre io.

Il cammino non è esente da pericoli: per esempio, quello di intraprendere questa faticata solo per dirsi “quanto so’ bella, quanto so’ brava”. Ricordo a vent’anni qualche amica orgogliosa di organizzare uscite col proprio ragazzo, con l’ex, con la nuova dell’ex, con l’ex dell’ex… Per loro era tutto un aneddoto, da sciorinare a chi non le conoscesse: guarda, li perdono tutti, e tutti li raccolgo attorno a me. Così, però, ci soffermiamo su noi stessi e non sulla relazione, e questo diventa un problema. I rapporti d’amicizia, di amore o di lavoro si rompono perfino quando tutto fila liscio, figurarsi quando ci mettiamo a fare le primedonne.

Invece mi è piaciuto questo filo intessuto ieri tra gli elementi consolidati della mia vita, quelli che si vanno stabilizzando, e quelli che vi fanno la loro prima comparsa, per restare non si sa quanto.

Mi è capitato di chiedermi pure se questo concetto di armonia si possa estendere a un livello sociale più ampio, con le modifiche del caso.

L’altro giorno, infatti, andavo alla formazione di Mediterranea, costeggiando i ragazzetti di origine marocchina che si intrattengono fuori al Palau Alós, e mandavo un messaggio vocale ai miei. Ce l’ho ancora registrato: a un certo punto m’interrompevo, perché un tizio alle mie spalle – un adulto – aveva cominciato a gridare.”Non toccarmi, o chiamo la polizia!”. Era un cinquantenne che camminava con una busta della spesa, credo che un ragazzo gli si fosse avvicinato, o comunque avessero avuto una sorta di collisione. Non escludo che i monelli stessero sfottendo il tizio. Ma perché chiamare la polizia per un ragazzino che ti si avvicina, in una strada affollata, senza la reale possibilità di farti del male?

Adesso, a Barcellona una forte percentuale di ladri di telefonini – miei e altrui – è marocchina, che è come dire povera, senza speranze di un impiego o di una reale assimilazione al tessuto sociale. Come mi facevano notare, mesi fa, quelli del Centro euro-arabo, è l’1% della comunità a rubare, eppure le colpe ricadono su tutti. A suo tempo, se ricordate, ho replicato che non dovessero dirlo a me: sono napoletana.

Non pensavo però che dovessi ricordarmene così presto, quando ieri si sono avvicendate tre notizie: un tentativo di rapina, forse un eccesso di legittima difesa, di certo un quindicenne morto, e un pronto soccorso chiuso per la furia distruttrice dei parenti.

Ho chiesto a uno degli invitati alla cena – quello che il giorno dopo era ancora a casa mia – quale delle tre notizie, secondo lui, fosse finita in prima pagina, e lui con buonsenso britannico ha chiesto: “La morte del ragazzino?”.

Proprio quella, invece, è stata accolta dai social con commenti tipo: “Uno in meno”, “E che voleva, l’applauso?”. Ci si legge, sì, la frustrazione della cosiddetta gente perbene (espressione gettonatissima, dalle mie parti) di fronte alle rapine che la tengono sotto scacco, ne limitano gli spostamenti, e abbondano, in un posto in cui il lavoro non c’è, e pure la lingua che parli a casa determina spesso il tipo di vita che farai, il lavoro che sceglierai, l’età in cui avrai dei bambini.

Io, dalle bande di ragazzini nel centro storico di Napoli, ho avuto manrovesci sul mento nell’ilarità generale (il cappottino a pois denunciava la mia estraneità al quartiere), e mani tra le cosce, seguite dall’intimazione: “Fa’ ‘o cess’!”. Più o meno, “Taci”. Le madri di ragazzine di poco più grandi, bocciate al classico, dichiaravano orgogliose: “I servizi sociali non ci fanno paura, perché siamo una famiglia unita!”.

Io sulla mia famiglia ci scherzo spesso, lo sapete, ma so di aver avuto una fortuna sfacciata ad avercela unitissima, a prova di servizi sociali, e disposta a fare del suo meglio.

A volte non serve altro, a volte sì.

In entrambi i casi, si tratta di lavorare ogni giorno.

 

 

Due giorni fa ho ricevuto una pre-stroncatura.

Cos’è? È quando un tipo simpatico che lavora per una grossa casa editrice ti avverte in anticipo che ti faranno male. Cioè, che la scheda del tuo romanzo, che per la seconda volta consecutiva è stato ignorato al loro megaconcorsone, non sarà proprio generosissima. Avevo conosciuto il tizio al buffet post-premiazione, a cui partecipo con religioso entusiasmo (in effetti ormai vado solo per quello): con la stessa gentilezza con cui quella sera mi passava le tartine, o mi reggeva un momento lo spumante, quello mi ha suggerito ora, via mail, che il loro concorso è per “letture da ombrellone”, non per il solito romanzo di formazione scritto l’altro ieri, con linguaggio trasandato, seguendo un soggetto scontatuccio anziché no. Colpevole, colpevole, colpevole: così mi dichiaro, signori della corte. In effetti l’ho terminato appena a febbraio, non ho lesinato sulle espressioni gergali, e in fin dei conti propongo una variazione sul sempiterno viaggio dell’eroe. Il fatto che sia un’eroina, e una che parte per non tornare, sembra cambiare poco le cose, anche se questi esemplari costituiscono solo un terzo della totalità dei “cervelli in fuga“: ma siamo “tutti uguali”, no? Insomma, sapevo a cosa andassi incontro, e sapevo anche che non si può piacere a tutti.

Questo non toglie che su quel manoscritto abbia fatto le nottate: a volte finivo all’una, da che mi ci ero messa alle otto del mattino. Poi l’ho riscritto daccapo, e ho mandato una nuova versione dopo il concorso, pregando la giuria di valutare anche quella. Insomma, ci ho lavorato su.

Il trucco, in tutte le cose, mi sembra essere: accetta che, per quanto ti ci sbatta, ti può andare comunque da schifo. Se non ti ci sbatti nemmeno, poi, che te lo dico a fare. Le botte di culo esistono, ma il punto è proprio questo: vai a prevederle!

Avevo ben presente questa lezione, quando ho accompagnato alle feste della Mercè – patrona di Barcellona – un entusiasta dei correfocs: sorta di sfilata di carri infuocati e, soprattutto, diavoli dai tridenti che sprizzano scintille. Ora, piuttosto che fingere di guardare i correfocs (se misuri meno di due metri, osservi giusto le riprese al cellulare di quelli avanti a te), per ammazzare il tempo mi sono messa ad ascoltare i commenti dei turisti delusi.

“È ‘na cafonata!” ha dichiarato uno, con accento romano.

Io ero combattuta tra spaccargli la faccia e dargli ragione, perché in generale le feste locali mi deludono sempre. Gli autoctoni che vi partecipano condividono ricordi d’infanzia e un senso d’appartenenza che eviterò di approfondire: ci ho scritto un altro romanzo, che stroncherete voi l’anno prossimo! Chi invece ci vede solo costumi a buon mercato, e versioni a tre punte delle stelle filanti, tende a pensare: “Bah”. Oppure, per rubare la definizione di un cuozzo in metro: “Pare ‘a sagra d’ ‘o casatiello a Sant’Arpino”.

Stessa cosa a fine serata, quando tornavamo da un “cinese per cinesi” nella zona di Arc de Triomf*. Lì accanto c’era un’installazione che riproduceva una sorta di giardino giapponese, con gli orari degli spettacoli scritti col gesso su una lavagnetta. Quando scoccava l’ora, quattro addetti integravano il gioco di luci che animava le piante gonfiabili, modellando “serpentoni” di stoffa con improvvisi getti di vento.

“Is that it?” ha urlato una ragazza con una birra in mano, a spettacolino finito.

Lì mi sono proprio arrabbiata, e mi sono sentita ancora più tormentata da una colpa inesistente: quella di aver pensato lo stesso! Però oh, quella gente non fa il lavoro dei professionisti dell’industria turistica, che poi si sta mangiando Barcellona.

Sono volontari che a questa roba ci lavorano anche un anno, rispettando misure di sicurezza da paura, con l’orgoglio di portare avanti una tradizione secolare, ma con mezzi moderni.

Ci ho pensato anche quando ho visto il documentario sull’ottava stagione di Trono di Spade, che per me, come forse saprete, è stata il perfetto esempio di operazione che, per accontentare tutti, finisce per fare schifo ai più. Però è lavoro: la truccatrice che vive mesi lontana dalla figlia, il disoccupato che ormai è chiamato fisso come comparsa, non hanno la colpa delle decisioni degli sceneggiatori. Hanno lavorato, e tanto, e lontano dal tappeto rosso degli Emmy.

Allora c’è questa situazione complicata, che diventa drammatica in caso di sfruttamento selvaggio: chi fruisce di un lavoro ha tutto il diritto di non apprezzarlo, ma è ingiusto sminuire chi quel lavoro l’ha portato avanti, dedicandogli tempo e devozione.

Forse, a ricordarcene, formuliamo anche giudizi meno taglienti, e ci rendiamo conto che siamo esseri umani, che provano a fare almeno una cosa buona nel tempo che hanno a disposizione.

Io le nottate continuerò a farle, sul mio manoscritto.

Magari è destinato a non piacere mai, come accade a me coi correfocs da undici anni a questa parte.

Forse il segreto è fare come quei diavoli che una volta all’anno mi cospargono di scintille: non dobbiamo scordare mai che, tra una cosa e l’altra, lo stiamo facendo per noi.

 

*Un altro particolare che mi sfugge come trapiantata, fin da quando mangiavo di tutto, è perché qualcuno, con un cinese autentico o un’areperia venezuelana a dieci minuti, voglia spendere il doppio per un menù fisso nella pretenziosetta Rambla de Catalunya… Ma, a parte che de gustibus, ricordo con gratitudine le feste del Raval, quando i commercianti locali prendevano d’assalto la coca, che pure adoro, e mi lasciavano biryani e gyoza: bene così!

L’altro ieri c’era l’uragano, e io filosofavo.

No, perché ho fatto una scoperta sensazionale sulla mia vita. In particolare, sulle scelte sbagliate. La sera prima avevo provato invano a spiegarla con messaggi vocali, ad amici che magari volevano solo pisciare il cane, e preparare la cena. Ma non dovevo essere stata molto chiara, quindi a voi faccio esempi.

Scelta 1. Ciao! Ci serve un insegnante d’italiano: i livelli degli alunni sono diversi, ma sono solo tre ore a settimana e paghiamo bene. Io: Grazie, mi preoccupa un po’ la questione livelli e la conciliabilità delle ore con altri lavori: queste cose non si sa mai come vanno. Valuto un momento e vi dico!

Scelta 2. Ciao! Ho aperto una web da cinque minuti – ma so che sarà un successo perché sono un genio – e mi serve una content manager che scriva gratis tutto il giorno. Non ti piaceva scrivere? Io: Benissimo! Quando inizio?

Avete capito la questione? Ok, esempio più illuminante.

Scelta 1. Ciao! Vuoi uscire con me? Insieme ci divertiamo molto, no? Non so se ti piaccio anche, ma se ti va possiamo approfondire! Io: Beh, magari la nostra amicizia può portare ad altro, ma queste cose non sai mai come vanno… Ci penso un momento!

Scelta 2. Ciao! Posso venire da te? Non vali un’unghia della mia impareggiabile ex, ma non si vive di solo pornhub. Sarai il passatempo del week-end, dopo la lavatrice. Dai, per un minuto ho smesso anche di parlarti della mia ex! Io: Mi vuoi sposare? Sono sicura che andrà benissimo!

Riassumendo:

  • quando la vita mi mette davanti a progetti normali, nel senso di “incerti ma promettenti”, li valuto bene e capisco che il successo dipende un po’ da me e un po’ dal caso;
  • quando la vita mi propone progetti assurdi, e destinati con ogni evidenza al fallimento, mi ci tuffo a cufaniello e decido che andrà bene, senza nessuna ipotesi razionale a suffragare questa mia intrepida previsione.

Cosa s’inceppa nella mia mente, nel secondo processo di valutazione?

E che ne so!

Pero, per scoprirlo, mi giungono in soccorso due improbabili alleati: Carl Gustav Jung, e Whitney Houston.

Il primo, non ricordo dove, scriveva tipo che, se un settantenne prestigioso e stimato butta all’aria lavoro e famiglia, e per una fanciulla che lo lascerà tra tre mesi, la sua Anima ha fatto strike: così impara a non filarsela di striscio! (L’Anima, non la fanciulla…)

La seconda, in Bodyguard, chiedeva a Kevin Costner: “Hai mai fatto qualcosa che non ha nessun senso in assoluto, tranne che da qualche parte nelle tue viscere?”.

Mo’ ho citato entrambi a sentimento, ma unendo le due filosofie il succo è quello: a volte prendiamo decisioni orribili, ma che rispondono a un’esigenza che stiamo trascurando. Magari non una cosa complicata come l’Anima di Jung, ma il leggero languorino delle tre del pomeriggio, orario bastardo. Se non ci beviamo un succo/mangiamo un cioccolatino nella prossima ora, per le 18 staremo divorando il biscotto ripieno di “bistecca, uova e formaggio”(sic!) di McDonald’s: e, considerando che faceva parte di un menù colazione, mi si sono chiuse le famose viscere menzionate da Whitney.

Insomma, se sono anni che voglio scrivere di più, e un “amico” mi propone di farlo gratis h24 sulla sua web, è capace che accetti senza pensarci troppo! Invece, scrivessi per cazzi miei e ciao.

Se poi esco da mesi con gente che parla solo di vacanze e lavori in casa, il primo che sia decisamente… originale, mi sembrerà l’uomo della mia vita. Piuttosto, frequentassi associazioni e centri che si occupino di ciò che m’interessa, e magari incontro qualcuno lì!

Insomma, dobbiamo ascoltare anche le nostre esigenze più imbarazzanti: ad esempio, la voglia di lavorare a cose che non portano guadagni immediati (o finiremo a lavorare gratis a progetti altrui), o l’esigenza di frequentare gente “originale” (o finiremo con qualcuno che sia direttamente folle).

Questa non è affatto la soluzione definitiva alle mie anomalie cognitive, né è un’ode alla razionalità: anzi, è proprio la logica comune, il cosiddetto “buonsenso”, che ci porta a trascurare esigenze meno tollerate socialmente, così che, pur di soddisfarle, scleriamo.

Presa a piccole dosi, l’irrazionalità è una grande cosa.

Infatti ora vi racconto la mia sensatiiissima “soluzione” per l’uggia che mi è venuta l’altro ieri, dopo tante elucubrazioni mentali.

Subito dopo, infatti, sono dovuta uscire sotto l’uragano, tra turisti in fuga in infradito, con i crampi mestruali e l’urgenza di tornare a casa per ricevere un pacco – che mal si conciliava col desiderio di prendere un caffè intrugliato all’angolo. E allora, sono tornata subito su? Ho preso un ibuprofene? Ho scovato la miscela di Passalacqua portata dai miei, intanto che arrivava il pacco?

Macché. A un certo punto ho riso e mi sono detta mezzo in napoletano, come spesso accade quando cerco di sdrammatizzare, che avevo scelto proprio ‘o juorno adatto per andarmene dalla casa…

Ehi, un momento!

‘Nu juorno me ne jette da la casa…

Come faceva, quella canzone lì?

Jeve vennenne spingule francese… 

(Ok, è jenne vennenne, ma oh, non mi ricordavo!) All’improvviso, comincio a intonare:

‘Me chiamma ‘na figliola: “Trase, trase”…

Qualche passante alza gli occhi dalle pozzanghere, mentre a voce sempre più alta annuncio allegra:

A chi vo’ belle spingule francese, a chi vo’ belle spingule a chi vo’!

Il bello era se si fermava qualcuno sotto la pioggia battente – magari un nonno argentino di Somma Vesuviana – a comprare le mie spille invisibili.

Beh, perché no: a quanto pare sono un grande rimedio contro gli uragani.

 

(Una scena della parte finale del post, ripresa dall’iPhone di un turista americano. I musicisti erano artisti di strada della Rambla, sfrattati dal temporale. Sì, all’improvviso sono diventata bruna. Questa voce della Madonna, invece, l’ho sempre avuta.)

 

 

 

Quali Nuvole sono Pericolose per gli Aerei?

Da: https://www.aviationcoaching.com/it/quali-nuvole-pericolose-gli-aerei/

Immaginate di essere in aereo, posto finestrino. Il pilota ha appena annunciato che comincia la discesa verso l’aeroporto di destinazione, proprio adesso che siete incappati in una nuvolaglia nera che non promette niente di buono. Infatti il velivolo si trasforma subito in tagadà, e pure il signore al vostro fianco comincia a urlare, in coro con tutti gli altri. Tratto da una storia così vera che quella notte non tanto mi veniva il sonno.

In questi casi, comunque, il ventaglio di scelte è commovente: pregare (o imprecare), fidarsi del pilota e del velivolo, fare entrambe le cose.

Negli altri casi della vita, una scelta c’è quasi sempre. Ok, magari le opzioni fanno cag… ehm, non erano quelle che auspicavamo. Diciamo anche che a tanti di noi non piace scegliere, vedi il mio primo ragazzo, che ammetteva: “Voglio essere organizzato”. Nel senso della forma passiva del verbo organizzare.

A me, invece, scegliere piace assai, e nei momenti difficili mi aiuta molto pensare che un minimo di scelta resti sempre, fosse anche tra merda secca e merda umida.

Per esempio, penso con affetto a quando mi ponevo il problema “part-time o tempo pieno all’università?”, mentre la vera scelta era “scrivere o meno mentre faccio il part-time forzato come prof. d’italiano?”. Anche se la crisi ha scelto per me, è anche vero che ho scartato lavori d’ufficio e improbabili concorsi pubblici, quindi alla fine qualcosa ho scelto. Non tra le opzioni che avrei voluto, ma ho scelto.

Sui figli, si diceva, purtroppo non conosco nessun uomo, a prescindere da età e condizione sociale, che ne voglia sul serio senza averceli già. Anche qui, non ho scelto io questa situazione, ma ho una serie di opzioni, certo un po’ complicate, che vanno fino al bell’amico gay che sono dieci anni, che si offre, nonostante la mia antica gaffe: “Pensa se viene fuori con il mio fisico e la tua intelligenza!” (mi rispose: “Sarebbe comunque una creatura splendida, tesoro”, ma solo perché è un signore).

Quello che ho notato è che, quando comincio a scendere nella nuvolaglia nera, bestemmio il pilota, i passeggeri che gridano e il fermacapelli che mi cade. Poi considero la situazione: cielo grigio su, tremarella giù. Posso fare qualcosa? Una: aspettare. Che è la scelta più difficile, visto che non lo è affatto: con le attese, la vera scelta è consentirci di vedere quando non possiamo fare altro.

Una volta accettata la situazione, e superato il fatto che no, le cose non andranno come avevamo previsto, possiamo giocarci le carte che ci rimangono. Poche o molte che siano.

Se ce lo permettiamo, ovvio. Se no il problema rimarrà e ne verremo semplicemente travolti.

Quindi, scegliamo di permettercelo.

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Il Quarto Stato da bere

Quando mi lamento delle volte che mi sveglio alle sette meno un quarto, come Quelo, lo so che mia madre si è alzata anche prima, per più di trent’anni.

So pure che tanti operai si alzano molto più presto per andare alla catena di montaggio, e che c’è gente che si fa un’ora di macchina, andata e ritorno, per portare mille euro a casa.

Quando mi lamento non lo faccio perché è faticoso, ma perché è surreale.

Per me lo è, farsi un’ora di treno per insegnare un’ora e mezza, due volte a settimana, nella stessa azienda, senza la possibilità di dare due lezioni di seguito, perché o cominci alle 8.30 o “i dipendenti si deconcentrano”. È surreale dover andare anche quando sai che non ci sarà nessuno, per via delle sovvenzioni, e non mi lamento con la coordinatrice perché una volta c’è dovuta andare lei, che non parla italiano, pur di portare la lezione a casa.

Di che ti lamenti, mi chiederete: per fermarsi a gente con la mia formazione, mezzo mondo vive con contratti trimestrali soggetti alle regole più strane. D’altronde c’ero anch’io, quando all’università una gola profonda spiegava che, delle tre entità che finanziavano il gruppo di ricerca, ne era rimasta solo una, ed elargiva due terzi in meno dei soliti fondi. Ma non credo che la soluzione sia pagare i professori associati cinque euro l’ora.

Allora, alla vigilia del primo maggio, lo chiedo a tutti: di che ci lamentiamo? Beh, del fatto che a lamentarsi, per esempio, si passa per giovani che non vogliono lavorare.

Oppure del fatto che non si fa nulla finché la cosa non ci riguarda in prima persona: che grave errore di calcolo, dimenticare che, come si dice oggi, siamo tutti “interconnessi”. Che se subaffittiamo una stanza a 600 euro per “arrivare a fine mese” aumentiamo gli affitti di tutto il quartiere, e quando ci aumenteranno l’affitto del 50% ce ne dovremo andare anche noi.

E non fatemi ritornare all’8 marzo e a chi, della folla oceanica su Passeig de Gràcia, vede solo le tre che entrano da Starbucks, e che la fanno sentir meglio per non aver manifestato.

Sta’ a vedere che la domanda finale resta la solita: “Per chi suona la campana?”.

E la risposta, purtroppo, la conosciamo.

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Il mio pranzo di Pasquetta, da vitadonna.it

Io poi me lo scordo, che vivo in un universo parallelo.

Quello in cui, mentre la mamma di Casa Surace perpetua il cliché delle terrone schiave-dei-fornelli, io esco all’una della domenica di Pasqua, con i fornelli spenti e una tuta così inguardabile, ma così inguardabile, che tre giovinastri in tenuta hip-hop e stereo cominciano a farmi pssst pssst.

Una volta a casa, metto su la zuppona vegetale che sconvolge tanti mangiatori italiani di agnello al forno (pietanza che ho sempre schifato anche quando divoravo costatelle). Peraltro mi rimane un dubbio: il castiga-vegani medio si esprime a grugniti per omaggiare il suo piatto preferito, o per coinvolgere nel linciaggio anche l’odiato Dante Alighieri? Miii, è il caso di dire “due piccioni con una fava”!

A fine pasto, arrivo a chiedermi se non esagero a mangiare ben due quadrati di cioccolato fondente (non per la dieta, per il mal di pancia): poi vi immagino combattuti tra la terza fetta di casatiello e la quarta di pastiera e mi dico vabbe’, sopravviverò anch’io.

Anche oggi che è Pasquetta, continua per me l’Operazione Sepolcro: quello lì è risorto, io ancora no. Ho pure finito quasi tutte le provviste, e non voglio entrare in un esercizio commerciale a Pasqua, che in Catalogna si festeggia oggi: in forno ho il pane appena fatto (no, non è lievito madre, sticazzi anche quello), e per il companatico andrò di lenticchie pardinas e Instant Pot.

Perché se non si è credenti dovrebbe essere normale, secondo me, scegliere liberamente se seguire il calendario e abbuffarsi coi parenti, o prendersi la pausa che vogliamo, quando la vogliamo. Non lo dice anche il proverbio? Natale con i tuoi… Tanto a Barcellona due giorni di ferie, ci danno: il venerdì santo e il lunedì di Pasqua. Certi ponti sono più lunghi!

Purtroppo non toccherò mai i livelli della vicina nordica, che se ne sta in bikini a prendere il sole con una temperatura che varia dagli 11 gradi ai 15. Qui siamo assuefatti anche a questo, e non mi dispiace: i miei amici italiani in visita hanno un bel rifarsi gli occhi, davanti all’ondata improvvisa di giovani seminude di tutto il mondo, ma dopo un po’ capisci che il nudo è una cosa “wow wow wow” solo per chi è stato sempre abituato a reprimersi. Come quei coetanei “gentiluomini” di mio padre che si sentono gran signori a “guardare altrove”, senza rendersi conto che stanno trasformando un corpo in un problema.

È stato dunque con rammarico che ho dovuto contraddire il grande Tony Tammaro, in quella zona libera da amargados che è stata il suo concerto a Barcellona (vista l’assenza di chi lo disprezzava senza conoscerlo).

Quando il Maestro ha attaccato il consueto rock tamarro di Pasquetta, ci ha fatto la domanda di rito:

“Si nun tenimme ‘o custume, comme ce facimme ‘o bagno?”.

Al che ho dovuto gridare:

“Senza niente ‘n cuollo!”.

Ma, oggi e solo oggi, “C’ ‘a mutanda!”, Tony.

Perché oggi ricorre l’unica data del calendario che rispetto ciecamente: il momento di acchiappare a Peppe.

 

 

Immagine Pinochio2 1940.jpg. Già vi ho spiegato che lo scorso 8 marzo, a Barcellona, c’erano anche i miei. Quello che non vi ho detto è che me li sono portati a uno scambio linguistico.

Se la sono cavata più che bene! A un certo punto dovevamo dire “due verità e una bugia” sulla nostra vita, e mia madre ha dichiarato:

  1. Sono pensionata.
  2. Ho due figli.
  3. Mi piace cucinare.

Quando è toccato indovinare la bugia, i presenti hanno scelto o la prima o la seconda frase. Perché una donna del Sud dell’età di mia madre non può mai avere “solo” due figli, e deve per forza vivere per i fornelli.

Invece era la terza.

Però pensateci: se avessimo dovuto vincerci un premio (e non si vinceva niente) quanti di noi avrebbero puntato sulla terza frase, come bugia? È quello che fanno i pregiudizi: magari statisticamente indovini, ma puoi mai ridurre le persone a statistica?

La generazione di mia madre dev’essere stata anche tra le prime a sentire l’esigenza di “essere autonoma”, ma, siccome mamma mi considera una janarella (cioè una strega, il che è vero), vi confesserò una cosa: sospetto che al paesello, per tante “signore bene”, era démodé fare le casalinghe, e poi una donna delle pulizie costava una sciocchezza. Quindi, tutte a fare mestieri che permettessero di smontare in tempo per preparare il pranzo.

Il mio sembra un altro mondo, e forse lo è, nel bene e nel male.

Ieri al pub quiz (per completare il quadro della mia vita mondana), una coppia di francesi venuti a Barcellona per la maratona mi ha chiesto “chi [diavolo] volesse imparare l’italiano”. Ho risposto: fidanzate d’italiani e aziende comprate dall’Italia. La casistica è più ampia, ma era per capirci.

Dunque non mi sorprendo se un’agenzia interinale mi scrive a metà febbraio che “comincia adesso a organizzare i corsi di quest’anno“.

Poi magari ti licenziano per prima, dopo anni e anni di lavoro, sempre che ti abbiano messo a contratto. Un’insegnante d’inglese con nazionalità italiana voleva inserirmi non so in che scuola, ma storcendo il naso aveva spiegato: “Sono massimo 18, 20 l’ora, eh”. Lucky you, love, quando io arrivo a 15 netti è mezza festa! A meno che non apra la partita IVA (e buona fortuna con la quota mensile!), o non faccia il leggendario “master palloso” in insegnamento, gradevole (dicono) quanto una colica renale, ma utile per accedere a posizioni meglio remunerate.

Lo so: ce li ho anche io, gli amici che in Italia hanno insegnato gratis dalle suore per fare curriculum, o hanno lottato con graduatorie “ballerine”, per usare un eufemismo.

Il fenomeno più curioso me l’hanno fatto notare i miei alunni in una lezione sull’imperativo (consigli sulla salute, cos’): tra i principali fattori d’ansia mettevano non tanto le cose da fare, ma il tempo e i soldi.

Il tempo perché, se ti va a monte la tabella di marcia, tutto quello che pensi è “come arrivare al prossimo impegno in maniera indolore”: così non ti concentri su quello che stai facendo in quel momento.

E i soldi, udite udite, perché credi sempre di necessitarne di più, e invece ti danno più grattacapi di quanto dovrebbero.

Come? L’argomento è troppo affascinante, quindi ne riparliamo venerdì.

Oh, ognuno ha una sua idea di affascinante, va bene?