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portaapertaPremessa: non voglio che questo blog, orgogliosamente inutile, diventi la brutta copia di un libro di self-help.

Né che si trasformi in un trattatello di psicologia spicciola, per quello basta essere gggentisti.

L’idea è: ho attraversato un brutto periodo, spero di aver imparato delle cose. E allora le condivido con voi, un po’ per catarsi, un po’ per illudermi che sta merda serva almeno a qualcosa per qualcuno, e un po’ addirittura per a… al… altruis… Insomma, avete capito.

Oggi volevo parlare delle incongruenze che capitano quando ormai vi siete messi in marcia e avete deciso di partire alla scoperta di voi stessi, della parte di voi che avete trascurato.

Bel passo, eh? Complimenti! Siete partiti all’avventura, alla ricerca di una nuova vita. E soprattutto, vi siete sbattuti la porta alle spall…

Ehm, no. Giratevi un attimo. La “porta”, riferito alla vita, è un po’ poco. In realtà le porte sono tante, e non si chiudono tutte insieme.

È questa la fregatura. Vogliamo cambiare, cioè essere noi stessi davvero (il paradosso della nostra ricerca, cambi per essere te), ma non funziona come lo schemino mentale che ci siamo fatti, non ci si lascia tutto alle spalle. Oddio, volendo è anche confortante. Qualcuno non cambia perché pensa, e poi gli amici? Mi riconosceranno? Gli piacerò? Devo per forza lasciare il mio compagno? Il mio lavoro è già tanto che l’abbia trovato, con sta crisi…

Tranquilli, per fortuna o purtroppo non vi chiuderete tutte le porte alle spalle. A volte, ma qui è proprio a botta di culo, potrete addirittura fare una selezione volontaria.

Ma certe porte, semplicemente, non si chiudono da sole perché non possono.

Io rifuggivo l’amore, sdegnosa. Ora lo chiamo il mio affronto a Venere. Che non è solo la zoccola del Pantheon, è quello che resta di una divinità molto più potente, e io non riderei tanto delle divinità, perché rappresentano sfaccettature del nostro spirito che difficilmente riconosceremmo senza metafore e simbolismi (l’ideale sarebbe farlo senza crociate, ma ci arriveremo). E Venere, con la sua notoria cazzimma, mi ha buttato a faccia in giù nell’amore più astruso possibile, roba che Freud si sarebbe dato fuoco trascinandosi con sé ventimila manuali su quanto l’amore vero sia solo quello corrisposto e che tipo di “complementarietà” ci debba essere con l’amato bene per incastrarsi a pennello (tranquilli che le coppie scoppiano uguale, quindi fate come cacchio vi pare e buonanotte al secchio).

Poi volevo una casa tutta per me. Qua Venere, continuando sul tema, lascia il testimone a Vesta, per la serie “ho fatto il classico”. Sembrerà più materialistica, come aspirazione, ma volevo un tetto sulla testa che fosse mio, in cui stare al sicuro per conto mio o, al massimo, con le persone che amassi (sempre gradito, si diceva, un riscontro da parte loro, ma vabbuo’). E per fare questo ho contravvenuto alla regola che mi ero imposta dall’ingresso all’età adulta: io, d’ora in poi, faccio tutto da me. E invece no, per come stanno le cose oggi ho accettato di dipendere dai miei. E per far contenti loro, che invero mi hanno dato carta bianca, ho preso la cosa “più conveniente”, secondo un mero calcolo matematico metri quadri/tempo perso a cercare/prezzo finale. Senza che il mio ventre, che sarebbe diventato la mia bussola solo dopo la catastrofe, mi dicesse una volta sola di essere giunta a destinazione, di aver trovato quello che cercassi. Ricordate la questione “ascoltarsi”? Non sapevo come farlo.

Me ne sono accorta dopo la catastrofe, appunto. Dopo aver dovuto ammettere che Venere mi aveva fregato, e sta casa è un cesso che ho amici che manco gratis ci vengono a vivere.

Ma che l’hai scelta a fare, mi chiedono ogni tanto. E pure in amore, come dice una saggia Natalie Portman (ma lei parla di corna, qui un lusso perché implicano almeno una relazione), c’è sempre un momento in cui ti puoi fermare, puoi dire ok, qui sono ancora in tempo. Perché non l’hai fatto?

Perché (vedi articolo precedente) ero talmente scollegata da me stessa che non sapevo neanche cosa volessi mangiare a pranzo e indossare per uscire di casa, figurarsi cosa volessi dall’amore e sotto che soffitto volessi svegliarmi.

Ma non v’illudete, ammettere gli errori non significa cancellarli. Non potreste smettere improvvisamente, mettiamo, di avere una casa. O di amare.

E se un amore non corrisposto e un cesso di casa sono tutto quello che la vita mi chiede per rimettermi in marcia, per riprendere il flusso con lei, mi è andata davvero di lusso. Ho mancato troppo nei suoi confronti, nei miei. È un prezzo che non pago volentieri, ma ci sta. A certa gente ci vuole un cancro per arrivare agli stessi risultati. E senza la sorte di una casa per sé. Certa gente non ci arriva mai.

Sono porte che non si chiudono subito e fanno male.

Ma sono mie, sono io, io sono anche questo.

E arrivare a essere anche le mie sconfitte è quanto di meglio sia riuscita a fare finora.

Voi farete ancora meglio: vi fermerete prima della catastrofe. Se no vi picchio.

Con affetto.

eyes-wide-shutNon voglio rubare il lavoro agli psicologi, ma credo che a un certo punto della nostra vita ci allontaniamo da noi stessi. Dalle nostre sensazioni, quello che vogliamo fare davvero. Chi più chi meno, tra vergogna e sensi di colpa per avere dei desideri umani in una società che cerca la perfezione, prendiamo un po’ le distanze, ci dissociamo, letteralmente, da quello che vorremmo.

A qualcuno va meglio, ad altri va peggio. A me è andata malissimo e benissimo, insieme. Benissimo, perché sono stata fortunata, in molte cose, ora lo so.

Malissimo, perché questa fortuna, lontano da me, non tanto me la sono goduta. E la parte più divertente è che, se stai allontanato da te, non te ne accorgi nemmeno.

Deve succedere qualche amenità tipo, che so, crollarti il mondo addosso, o giù di lì. Oddio, se te ne accorgi prima è meglio.

E allora mi propongo come esempio. Di quello che succede se non vi accorgete in tempo che chi sta vivendo la vostra vita non siete voi, è una maschera che vi siete messi e che ormai va col pilota automatico, perché è di quelle maschere che è doloroso tenere, ma ancora più doloroso togliere.

Allora potreste finire come me, è una minaccia! Finire per fare scelte avventate “perché sì”, frequentare gente con cui non vi trovate bene “perché sì”, credere di aver raggiunto quelle mete che piacciano a tutti o che aumentino lo status sociale (un buon lavoro, un matrimonio felice, una svolta economica inaspettata) e di star bene così, anche se il vostro vero desiderio era aprire il famoso chiringuito sulla spiaggia. Che quando si apre per sfuggire alla responsabilità di ciò che volete davvero, è una gran fregatura; ma se è il vostro reale desiderio, fossi in voi non lo baratterei neanche con un posto di Imperatore Papanapulione con diritto di vita e di morte pure ‘ncopp’ ‘e lacerte (cit.). O potreste ritrovarvi a morire dicendo Rosebud, per la disperazione dei giornalisti 2.0 che vi devono “updatare” il coccodrillo.

Come accorgervi di questo prima che crolli tutto? Eh, bella domanda. La risposta è: ascoltatevi. Il modo per farlo, è una parola. Cambia da persona a persona. A me la meditazione ha aiutato, ma non è stata tutto. L’idea è mettersi comodi cinque minuti da qualche parte e concentrarsi sulla respirazione. Quello che mi ha fatto veramente bene, personalmente, sono stati i sogni. Farci caso, appuntarmeli, avere sempre un quaderno sul comodino. Questa parte che abbiamo allontanato ci manda messaggi quando siamo incoscienti, quando le barriere che abbiamo costruito tra noi e lei sono temporaneamente abbassate.

E vi assicuro che non è poi così male, eh, la nostra metà oscura, leggete un po’ che dice Jung dell’Ombra. In realtà è “oscura” perché rimane al buio della nostra coscienza, ma a volte, a dirla tutta, è anche migliore di quella che identifichiamo come “noi”.

Qual è il vostro idolo? E perché vi piace tanto? Sicuri che non avete le sue stesse caratteristiche? Ok, magari non così sviluppate, ma neanche questo è detto. Il fatto è che è più facile riconoscere le parti brutte del nostro lato oscuro, e autogiustificarci per averle ignorate, che ammettere con noi stessi di aver messo da parte anche quelle belle. E rispolverarle sperando che non sia “troppo tardi” (spoiler: non lo è mai) per prenderci la responsabilità di coltivarle.

Tutto ciò è molto bello, ma lo fanno in pochi, finché la vita non li costringe, perché come immaginerete non è proprio una passeggiata.

Ci sono controindicazioni, incongruenze, ecc. Ma meglio di vivere “la mia vita senza di me”, no? A voi la risposta.

E poi ci sono io a farvi da antiesempio.

Delle controindicazioni ci occuperemo nella prossima puntata.

miss havishamQuando stava per morire mio nonno paterno, la notizia mi fu annunciata in maniera singolare: “Metti un po’ d’ordine che, se succede qualcosa, poi viene gente”. Di lì a un’ora mio padre, appena arrivato dal capezzale del malato, consolava i miei ululati dodicenni con la frase: “C’è un tempo per tutte le cose… Uno per nascere, uno per morire… “. E continuava con tutto un repertorio di metafore da bestiario medievale, mentre io pensavo solo che volevo che questo tempo allora si fermasse.

Avrei dovuto ripensare all’aneddoto, mesi fa, contemplando il terribile orologio in finto oro, con annessa statua d’Amore e Psiche, che faceva bella mostra di sé all’ingresso della mia nuova casa. Mobilio gozzaniano, è stato definito. Fermo su un orario che non ricordo più, lo stesso che aveva quando il mio amico robivecchi pakistano se l’è portato via, dopo aver quasi spezzato l’aureola alla Madonna barocca che l’accompagnava (l’aveva presa per un gancio). Anche gli altri orologi della casa erano fermi, tranne quello in cucina, che segna un orario assurdo che non ho neanche tentato di correggere, ammaliata da questo suo mondo in cui alle 7 è notte fonda.

Non me n’ero accorta, nelle mie brevi visite a questa casa che ho preso in fretta e furia, senza pensarci troppo, che tutti gli orologi fossero fermi. Per me si sarebbero fermati al terzo giorno di trasloco, e adesso che imbianchini ed elettricisti li hanno tolti dalle pareti, relegandoli all’oblio che meritano, faccio fatica a riavviarli.

Quando morì mio nonno, forse ancor più del dolore era forte l’indignazione di ragazzina beneducata verso la Morte, che si permetteva di bussarmi in casa sotto Natale: il clou del cattivo gusto. Stavolta ero indignata con la vita, che in un momento così importante e così sbagliato, di stress accumulato e sogni di carta che bruciavano rapidi, mi veniva a fare questa visita di auguri in una casa vecchia prima ancora di cominciare a vivere.

Fu allora che scoprii la storia di Miss Havisham. Non che non avessi letto Great Expectations, Grandi speranze di Dickens. L’avevo cominciato, almeno, perdendomi poi nei meandri delle sue luci e ombre.

Non ricordavo, semplicemente, il dettaglio dell’orologio di questa singolare signor(in)a, fermo alle nove meno venti del giorno del suo matrimonio, quando scopre che lo sposino l’ha truffata ed è scappato con la grana. E passa la vita in un’antica magione sempre più decadente.

Mi ci è voluto un bel po’, per decidere che non avrei fatto lo stesso. Ma la cosa più difficile del tempo delle cose non è fermarlo, è riprendere la corsa. Il coniglio di Alice diventa la tartaruga di Achille, al confronto, e riesce comunque a battere il traguardo prima di me.

Che ora mi ritrovo ad ammettere che la signora Morte non visita quando stiamo comodi, e grazie al cazzo, anzi, come la Vita senza cesareo (ir)rompe spesso a notte fonda. E i castelli di carte che si tengono su a stento cadono al primo soffio come certe case antiche, comprate troppo in fretta con gli orologi fermi.

E siccome il mio orologio si è fermato al terzo giorno di trasloco, la primavera ha un bel daffare a bussare e chiedermi se almeno a lei un caffè lo voglio offrire, caffè e vestiti leggeri, ma negli scatoloni ancora imballati non so più dove trovare i suddetti vestiti, ne compro pigra di altri in promozione, finché non mi accorgo che è sparita anche la paccottiglia che spacciavo per gioielli, e allora cerco tra i mobili IKEA ancora smontati (ve li regalo, li volete?) e libri già letti che butto via infastidita.

Dicono che ho un debito, con questa casa. Non se lo meritava, di essere lasciata così, sospesa, quando avrei dovuto ridere in faccia alla sorte e aprire le finestre, darle aria nuova e batteria alle sue lancette. E rispetto a Miss Havisham, spogliata di tutto, grottesco arredamento di una vita che non si arrende alla sorte, rispetto a Miss Havisham i miei debiti col tempo li voglio pagare.

(Il tempo di partire / il tempo di restare)

Prosaicamente, stavo in bagno.

Mi sono buttata in corridoio e mi sono ritrovata faccia a faccia con mia madre, a distanza sulla soglia della cucina, mentre gli uomini restavano nelle stanze di prima. Non avevo mai visto mia madre con la terra che le tremasse sotto i piedi.

Io: “Dobbiamo metterci sotto le porte? Come funzionava? … Ma andare in strada no?”.

Lei: “Tranquilla, la casa è forte. Ha resistito al terremoto dell’ ’80”.

Già. La formula magica che cacciamo a ogni terremoto, una specie di veto alla ciorta: eh, no, sei passata di qua nell’ ’80 e abbiamo resistito, ora che vuoi?

Poi mi sono ricordata che nell’ ’80 la distribuzione dello spazio tra me e mia madre era diversa, ma è una storia che ho già raccontato. Praticamente io le stavo nella pancia e non mi muovevo, indignata forse da tanto trambusto. Lei aveva 25 anni e aveva paura. Il vicino, nella campagna in cui si erano rifugiati, voleva farci riprendere a tutte e due con la camomilla.

Non so se è anche per quello che ogni tanto, da anni e anni, mi ritorna in mente un paradosso che mi ha già fruttato qualche occhiata perplessa: “Che succede se avverti una scossa di terremoto proprio durante una scossa di terremoto, ma la tua sensazione è sbagliata, nonostante la scossa sia vera?”.

Ci pensavo anche ieri mattina, e adesso mi diranno che porto seccia.

Ora credo di sapere cosa voglia dire: che succede se credi di amare quando dovresti farlo, ma non è vero? Se fingi di essere emozionata/contenta proprio quando dovresti esserlo? Se ti ritieni orgogliosa di aver raggiunto un traguardo a caso proprio nel momento in cui dovresti farlo, ma non è vero?

Questo scollamento tra vita e sensazioni mi è vacillato ieri insieme ai vetri dell’esile porta a cui mi appoggiavo ingenua.

Anche se in realtà proprio in quel momento non pensavo assolutamente a niente. Solo a dove andare per salvarmi e se resistere all’impulso innato di scappare. E poi a un rimpianto lontano, indefinito, di errori che non avevo ancora fatto, su cui mi trastullavo fino a qualche minuto prima.

Poi sono arrivate le telefonate, senza pensarci. Fatte, ricevute. Non c’è una logica, mi sono resa conto di non ricordare più chi fosse chi nel gioco di ruolo della vita: il tuo migliore amico, l’amica che deve venirti a trovare ma non è raggiungibile, l’eterno amore non corrisposto finito a tarallucci e auguri di Natale. E poi passi in rassegna chi invece sai al sicuro e ti dici che ti sarebbe spiaciuto crollare due piani con un lampadario nello stomaco senza dirsi manco auguri.

No, è come quando hai il raffreddore e non senti più i sapori che definiscono le singole pietanze. Capisci solo che è roba da mangiare e continui per fame. C’era quella pubblicità ridicola dei primi anni ’90, di qualche formaggio da banco frigo con fermenti lattici vivi.

“Lo voglio vivo”.

In quel momento è l’unica cosa che abbia senso. E l’ho pensata anche di me.

Perché è da un po’ che ho come la fantasia che mi stia “partorendo”, stia vivendo uno di quei momenti di rinascita che si manifestano con un cambio di capelli e gusti alimentari e in questo caso, guarda un po’, col raddoppio dei valori di prolattina nelle analisi.

Dopo questo, di terremoto, ho avuto la soddisfazione di accarezzarmela io, la pancia piatta.

Sì, c’ero ancora.

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Paco è il padrone di questa casa, che ora è mia.

Ma in realtà è ancora di Paco.

Me ne sono resa conto da quando la porta si è chiusa alle mie spalle l’ultima volta e mi sono ritrovata con 13 scatoloni da svuotare e l’improvvisa scoperta che per chissà quanto sarei rimasta solo io.

Eccomi quindi a occupare un angolino della casa di Paco, senza disturbarlo. Le sue madonne barocche (non in senso artistico, parlo dei gingilli che hanno addosso) sono rimaste sulle pareti. Come sono rimaste le sue pantofole di vecchio artritico che, siccome mi ha confessato che gli restava poco da vivere, a volte guardo dicendomi che potrebbero essere le pantofole di un morto, e non lo saprei.

Perché di Paco, dopo quella visita al notaio in cui mi ha dato il mazzo di chiavi come se fosse stata una sigaretta che gli avessi chiesto per strada, conosco solo le poche parole che abbiamo scambiato. La galanteria d’altri tempi con cui ha immediatamente assecondato l’agente immobiliare, quando gli ha chiesto se fossi bella. La tendenza un po’ fastidiosa a circondarsi di calendari di farmacie.

La gente che bussa, chiede ancora di lui. Per me bussano in pochi, anche perché pochi aspetto. Uno sembrava incazzato, aveva una voce straniera. “Paco?”. “No”. “Dov’è Paco?”, “Non vive più qui, ora ci vivo io”. “Vale, vale, adiós”. E io a chiedermi se avessi detto la verità.

Perché in realtà ho preso la stanza più piccola di casa di Paco, quella della Madonna più grande ma più dolce, con meno fronzoli, e ci ho fatto buttare un letto molto basso, che pomposamente chiamano tatami, e che è diventato il mio nuovo quartier generale, la mia vera casa.

E niente, vivo aspettando che casa di Paco diventi casa mia.

So che dovrei fare delle cose, perché succeda, svuotare gli scatoloni e progettare tutte le ristrutturazioni che i pochi visitatori suggeriscono dopo avermi chiesto “Ma stai qua tutta sola?”.

Sì.

E mentre mi ci abituo, a casa di Paco, aspetto come il ficus scoperto su uno dei balconi, quello che mi chiedevo quanto inaffiare e ogni quando, prima che cominciassero le piogge e si mettesse educato a prendere l’acqua che gli serve e a fare la sua vita, e rallegrare la mia le rare volte che mi affaccio a curiosare in strada.

È un bel ficus, mi spiace non avere un giardino per piantarlo bene. Sembra che non abbia bisogno di niente. Come faccio finta io da sempre.

Ma lui davvero.

http://www.youtube.com/watch?v=RgOFMqUoyN8

PENTAX ImageNo, sentite, Beethoven oggi venderebbe cervezabeer a Barceloneta.

Non c’è più pathos, Sturm und Drang, poesia nel mondo. Una non può andare appena albeggia al porto di Barcellona, sparse le trecce morbide sull’affannoso petto, occhi rossi e gonfi e sguardo perso nel vuoto, che si ritrova tutto lo staff dei Mondiali di nuoto a seminare enormi cavi per tutto il molo? Con tanto di atroce versione in inglese di Aicha sparata a tutto volume dagli altoparlanti. Non puoi manco dire addio al mondo crudele e buttarti a mare, che sta l’intera Croce Rossa catalana in gommone a pattugliare non so cosa.

Accadeva un paio di settimane fa, con l’effetto di persuadermi definitivamente che di questi tempi la tragedia, oltre che inutile, è ridicola.

Venendo a più miti consigli, quindi, sono andata a Barceloneta. Tanto la traduzione dall’italiano al catalano non se ne scende granché, ad agosto, e allora mambo.

Anzi, no, pizzica. Era da un po’ che non ci pensavo, che secondo me si evoca col cuore leggero, ma poi ho pensato che in fondo generazioni di donne l’hanno usata, si dice, per cacciare pensieri pesanti il doppio dei miei. E poi c’erano queste onde ficcanaso e spumose, che si mangiavano la spiaggia artificiale all’ombra dell’Hotel Vela, che insomma, ho scartato i pochi nudisti e mi sono messa a battere pensosamente il piede nell’acqua.

Lu rusciu te lu mare è multu forte / la figlia te lu re si ta la morte.

Al che guardo l’enorme macchia grigiastra che minaccia le uniche due ragazze col pezzo di sopra (io l’unica vestita) e mi dico anche no, almeno a Capri, da piccola non mi spaventavano i fantasmi di Krupp, Fersen, Norman Douglas? Noblesse oblige.

E poi i versi seguenti, con la figlia te lu re che si marita, li vedo poco probabili, a meno che non acceda alla richiesta di Baba Ji che cerca moglie per farsi il permesso di soggiorno. Secondo il cameriere della pizzeria preferita, che racconta a destra e a manca di aver spuntato 5000 euro dalla sua russa (“due consumazioni obbligatorie a settimana”, o era al mese? spero al mese), io potrei aspirare a un bel po’. Dovrei sentirmi lusingata?

La figlia te lu re sta va a la Spagna.

Ma se lo sanno tutti, che Catalonia is not Spain! E se ce lo siamo scordati, ce lo ricorderanno tra un mesetto, l’11 settembre, quando i lavoratori di TV3 faranno sciopero e i nazionalisti catalani si indigneranno: non la festa nazionale, con l’indipendenza o stai a favore, o contro. Le stesse argomentazioni del 1918, giuro, quelle delle citazioni che almeno non devo tradurre in catalano.

Su la figlia te lu re, la zita mia, uno dei due nudisti può ammirare l’unica donna vestita in spiaggia volteggiare tra la spuma, che manco Venere uscita dalle acque e fatta tricheco.

Ok, meglio ritirarsi in buon ordine.

… e vola vola vola, palomma mia
ca jeu lu core meu
te l’aggiu dare.

Di questi tempi avere un cuore da dare già è un lusso.

iomammapapà2 Tempo di cambiamenti che non ho scelto. Il più fesso, figurarsi gli altri, è quello della casa. È stata la mia tana per due anni e ora non la sento più sicura. Magari siamo tutti paranoici da quando è morta la gatta, ma l’altra notte ho sentito qualcuno camminarmi sul tetto. Passi precisi e regolari, con incluso trasporto di oggetto inanimato (qualcosa che rotolava). Difficile pensare a un gabbiano sovrappeso. Quando ho sentito anche una specie di tonfo, come se qualcuno si calasse su qualche balcone, sono uscita di casa (alle 3 di notte) senza saper bene cosa fare.

Poi rinunce, a cose molto belle.

Così belle che ho pensato che per provare minimamente a compensarle ci vuole qualcosa di bello assai. Così non spreco manco energie. Come ho detto a un’amica di qua: “Tanto amor sin que nadie lo aproveche…”. Mio padre mi ha insegnato a non buttare niente.

Sto consultando pagine di volontariato. E nel Raval, stereotipi a parte, ce ne sono, di cose da fare. Fortuna che la gente è solidale, tra compaesani e correligionari sono l’altruismo personificato. Però ci sono i problemi dei poveri, famiglie disagiate senza soldi per coprire la loro vergogna, bambini da tenere a bada mentre entrambi i genitori lavorano… Mal che vada organizzo un corso intensivo di napoletano, così imparano la sottile arte del chitemmuorto.

Ok, per gli altri stiamo a posto. O meglio, per me che fingo di farlo per gli altri.

E per me, proprio me stessa medesima in persona?

Pensavo a una casa. E non coi soldi dei miei, che mi rassegnavo a invocare a 32 anni suonati, quando dai 18 ho chiesto un solo intervento per bollette impreviste. Un mutuo equivalente all’affitto che sto pagando, con loro che garantiscano per me, se me lo fanno fare. Così non mi metto scuorno di chiedere troppo e non volo basso con le case. In fondo 30 anni di speranza di vita che li ho, vado pure in palestra 4 volte a settimana. A pensarci bene la crisi ne ha fatto la mia unica risorsa costante.

All’affitto ci sono sempre arrivata, non vedo perché spendere i soldi a vuoto. E se sto con l’acqua alla gola, mi rassegno a vivere con altri. A 30 anni, col residuo della borsa di dottorato e i primi soldi del lavoro d’impiegata mi regalai un appartamento senza coinquilini. Basta appartamento spagnolo, Erasmus, la Bohème. Mi sembrava un indice di maturità.

Ora ho capito che vivere al di sopra delle tue possiblità può essere piuttosto un segno d’infantilismo.

Ho capito anche un’altra cosa, forse, un’ovvietà di quelle a cui arrivo sempre tardi. La controversa questione del sorridere anche in tempi avversi. Una forzatura disumana, sottolineava un amico su facebook. Non per me, che lo facevo costantemente per due motivi altrettanto sbagliati: o perché confondevo lo “star bene” col “fare cose”, o non riuscivo mai del tutto a star male, che è grave come quelle malattie per cui perdi la sensibilità e ti pugnalano senza che te ne accorga.

Ora ho capito, forse, che la questione è star male e imparare a sorridere “nonostante”.

Ve l’avevo detto, che era una banalità.

PS: L’ho scritto qualche giorno fa. Intanto ho scoperto che l’avallo può fartelo pure Bill Gates, ma finché non porti una busta paga col tuo nome nisba (lo so, sono di un’ingenuità spaventosa, ma sono in buona compagnia). E De Gregori non aveva ancora fatto l’intervista che manco ho letto, perché di lui ormai ascolto poche canzoni, tra cui questa.

setaMi ci siedo per guardare meglio il tramonto alle mie spalle. Un tramonto tardivo, da dieci rintocchi di campana.

Ma è quando il vento mi scompiglia la seta rossa del vestito indiano che mi guardo indietro, oltre il parapetto del balcone su cui sono seduta, e vedo come sarebbe facile. Sei piani.

Il vestito non ci ho mai creduto, che sia di seta, penso cercando il sole tra le antenne rosa. L’ho preso a Manchester, allo Student Market, prima ancora di prenderci un fidanzato. Feel free to try it on, aveva detto il tipo, e avevo imparato l’espressione feel free.

Muovo i piedi e le lunghe onde del vestito si fanno ancora più rosse e maliziose, scoprendomi le ginocchia che in un secondo potrebbero sfracellarsi in un volo di… Quanti metri? I soffitti sono bassi.

Poi però cambia tutto. Mi rendo conto che la questione è un’altra. Non quanto sarebbe facile buttarsi. Ma il fatto che scelga di star lì seduta nonostante sia facile.

Scelgo il tramonto delle 10 di sera, e i dolori mestruali, e gli altri, da abitare come il balcone sporco di sabbia e vento, ma non di rosa, che il sole batte soprattutto nel primo pomeriggio.

Scelgo di vedere come va a finire. Se si pubblicherà quel libro che ho discusso oggi con una psicologa, seduta a un tavolino in Plaça Reial, e odio i tavolini della Plaça Reial ma la psicologa mi ha dato un sacco di consigli utili.
Magari lo si pubblica, conosco almeno una persona che vorrebbe leggerlo: io.

Scelgo di far credere alle mie vicine che vivano affianco alla Llorona, che tengo ‘a vede’. Sono pure messicane. Poi viene la gatta ad allietarle coi suoi, di lamenti, se preferiscono.

Scelgo di scegliere di sedermi ancora lì ogni volta per guardare un tramonto e dirmi quanto sia facile e se ne valga la pena, di non farlo.

E finché la risposta è anche solo non so, rimettere i piedi a terra, scansando l’orlo di finta seta del vestito, e andare a farmi da mangiare.

 

nuvoloso001-250Su TeleQuirinale spiegano la strategia di schede bianche che eventualmente voteranno i sostenitori di Marini per arrivare alla quarta votazione, e io ci capisco meno che i commenti di Vasari sulle pitture senza rilievo della maniera moderna. Capisco solo che il tafazzismo a oltranza che caratterizza la sinistra italiana è lungo a guarirsi, e non so che farci, a parte tornare sempre in Italia per votare.

Nel Palazzo scelgono il Presidente, nel mio palazzo cacciamo il vicino che ha tagliato i cavi alle antenne. All’agenzia immobiliare hanno accolto con una ola la mia protesta, l’ennesima del vicinato, e non mi decido a scrivere la lettera di protesta formale che potrebbe eventualmente costargli lo sfratto. Dove va a finire, quel povero cialtrone? D’altronde siamo stufi di angherie e ha le chiavi del terrazzo accanto al mio, e sa scavalcare, l’ha fatto quando era gentile e mi aiutava in casa.

Però la visione di Marco Mengoni dalla TV recentemente restaurata mi fa associare questo momento incerto a una canzone sua che non conoscevo, immune come sono al bombardamento radio che affliggerà chi è rimasto in Italia: la trovo sempliciotta, linea melodica un po’ scontata, fatta apposta per piacere a tutti e farsi dimenticare in poco tempo. Eppure fa tenerezza nella sua indolenza, come la bella faccia un po’ malinconica di chi la canta.

Anch’io, che la stonerei tutta, ho cominciato il corso di canto e ho scoperto che la prof. fa molto crecimiento personal, che qui va di moda: la voce per scoprire come sei fatto dentro, e chiudi gli occhi e immagina una corda che passi per la tua spina dorsale e colleghi il cielo al centro della terra ecc. ecc. Meno male che faccio mindfulness, mi sto riavvicinando a certe pratiche del mio periodo zen, alla luce dell’esperienza accumulata nei tre anni successivi.

Allora apprezzo di nuovo la vulgata junghiana delle donne che corrono coi lupi, l’esigenza di ritrovare il tuo istinto depredato da quello che i racconti popolari chiamano il diavolo, e che possiamo definire paura, insicurezza. Ho trovato un mio appunto in spagnolo maccheronico, al margine del racconto della fanciulla monca, proprio dove l’autrice dice che il diavolo ti offre un patto scellerato che accetti perché non ne conosci bene i termini. Io ho scritto “a me ha offerto di non sentire dolore, in cambio di non sentire”.

Altri tempi.

La primavera bussa incerta al mio balcone che ora puzza un po’ di gatto, anche se pure la gatta è scomparsa da un po’, incostante senza saperlo, come me. Il cielo non sa se venire giù in una pioggerella di stagione o fare spazio al sole.

Io faccio grandi cose, tutte insieme, e mi stanco, e i risultati non sempre si vedono. Il miglior risultato è, appunto, che le faccia in modo incessante.

Quindi, immagino sia solo la stanchezza, e il pizzico di malinconia che rimane dopo l’inverno, a farmi indugiare in questa giornata serena o poco nuvolosa come nel plaid che stanotte ha sostituito definitivamente il piumone, che ho buttato incazzata in ripostiglio dopo un’ora a rigirarmi nel sonno.

Mentre il mondo cade a pezzi, dicono. Io non spero che me la cavo.

Comincio proprio a crederci.

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