La questione sembra di quelle retorico-simpatiche, tipo “è meglio un calcio in culo o una capata in bocca?”. Ma tant’è, l’ho affrontata e ve la racconto.
C’era questa VJ americana che seguivo per varie faccende, e che a un certo punto si è messa a scrivere nel suo blog una serie di considerazioni sul divorzio che stava affrontando. Ora, non sapete che fastidio mi danno quelle persone che per tutto un periodo nero debbano propinare agli altri le loro elucubrazioni mentali. Io non mi sognerei mai di scrivere post su crisi amorose e stronzi che ti rimpiazzano senza dirtelo. Mai.
Ehm, torniamo all’argomento.
La tipa a un certo punto giunge a questa brillante conclusione: inutile nasconderselo, il divorzio è un fallimento e va bene così. Perché il fallimento è una lezione di vita.
Adesso veniamo al mio dilemma personale. In un divorzio ci sono tre fattori: io, l’altra persona e il caso. Domandina facile facile (a cui vi ho abituati): quale posso controllare, dei tre? Risposta meno scontata del previsto: posso controllare me, e non del tutto. Non posso controllare i miei sentimenti. Impedire che sbiadiscano con gli anni o che restino lì a sfidare il tempo. Non fraintendetemi: niente di tutto questo mi spinge tra le braccia di qualcun altro se la regola era fedeltà assoluta. Quello dipende da me. Ma neanche se ho abbracciato l’ideologia monogamica più retriva posso impedirmi di pensare a qualcun altro, se succede. Ci siamo? Le azioni dipendono da me, i sentimenti no.
Dunque, dei tre fattori coinvolti nel divorzio ne posso controllare solo uno, e neanche al completo. Se questa cosa va a puttane (magari neanche tanto metaforicamente) possiamo chiamarla fallimento?
Per me no. Perché in realtà, per quanto detto sopra, non abbiamo un controllo sulla nostra vita. La VJ divorziata magari mi dirà sì, perché abbiamo fatto un progetto insieme e avremmo potuto sforzarci di farlo funzionare.
A prescindere da se sia possibile o no (avrete capito che per me non lo è), far funzionare cose che in definitiva non possiamo controllare, la questione che m’interessa ora è: è meglio o peggio?
Preferiamo dirci che non controlliamo la nostra vita, dunque il fallimento non esiste perché non dipende da noi, o che la vita è una nostra responsabilità, dunque accettiamo volentieri la prospettiva di fallire in cambio di sentirci in potere di cambiarla?
Voi che preferireste? La libertà di fallire o l’accettazione dell’impotenza?
Io ho deciso quando mi sono resa conto che l’unica libertà che abbiamo è quella di accettare quello che possiamo e non possiamo essere.
Oh, più o meno lo diceva Giordano Bruno, mica ciufoli.
Quindi se mi sfuma un progetto a cui tenevo saprò dove finiscono le mie responsabilità e dove cominciano quelle altrui, e a che punto finisce il nostro intervento e inizia l’imponderabile.
Non mi strapperò i capelli di meno, per questo.
Ma quando mi sarò rimessa in carreggiata saprò che l’unica sia vedere dove approdo, decidere se mi piace e, in caso contrario, fare di tutto perché sia così.
Vi ho già grattugiato le gonadi con la storia della strada che percorrevo quando vivevo in paese, dopo aver accompagnato a casa un mio amico. Era un tragitto che non conoscevo a memoria, non coscientemente, tra viuzze buie e un po’ isolate che erano quasi piacevoli da attraversare (e no, mi spiace per quelli che “le donne di notte a casa o accompagnate”, mai-successo-niente e non è stato culo).
Ma trovavo sempre la strada di casa.
E ai tempi la cosa aveva un che di magico, come quando cominciai a leggere prima di arrivare alle elementari e mi sembrava un miracolo che quei segni stampati su un libro di lettura avessero improvvisamente un senso.
Anche con la strada del ritorno succedeva questo: la trovavo sempre, non mi accorgevo del lavoro di memoria che facesse intanto il mio cervello.
Ero fatta così, mi perdevo i passaggi. E questo ha conseguenze molto gravi.
Mentre gli altri vedevano i nessi causa-effetto, magari non sempre obiettivi, ma funzionali alla loro esistenza, io ci vedevo tutto il resto.
Capivo che era molto logico che quelle strade, infilate una dietro l’altra, mi avrebbero portata a casa, ma intuivo che non era detto che fosse sempre così. Che un imprevisto, una distrazione, una ragione qualsiasi mi avrebbero portato altrove.
Nel delirio dei vent’anni mi sentivo complementare al mondo, come certi scemi del villaggio che sembrano messi lì a ricordare ai compaesani che la vita è inspiegabile e allo stesso tempo, a volte, nessuno la spiega meglio di loro.
Ora che sto cercando d’integrare la parte causa-effetto, il mondo non mi ricambia apprendendo l’irrazionalità. Fa finta. E in fondo lo capisco.
La prima volta che lessi un libro che univa la vita fantastica a quella reale, incontrai famiglie latine segnate dalla sorte, zingari girovaghi e sangue che una volta scorso percorreva la strada di casa ad avvisare della morte del condannato. E pensai: “Che è sta schifezza?”. Era Cent’anni di solitudine.
Quello che più temo, adesso, è perdere la strada di prima, quella dell’intuizione, dell’inspiegabile. La consapevolezza che per qualche strana ragione quel percorso un giorno possa portarmi in ben altro posto, magari nella casa della fata che accoglie il Martino Testadura di Gianni Rodari
E chi non crede nelle fate, dovrebbe rileggere Peter Pan.
Con tutti i peter pan che ci sono in giro, non vedo perché non dovrebbero esserci fate.
Che facebook vi pare una perdita di tempo, che gli smartphone sono un’alternativa molto poco romantica al caro vecchio ignorarsi in metro nascondendo la testa dietro a un giornale.
Che al bar non hanno Wi-Fi perché dobbiamo parlare tra noi, mica perché il proprietario è troppo tirchio per metterselo.
So anche cosa significhi scoprirsi vecchi, secondo convenzioni che potremmo rispedire al mittente ma non lo facciamo, se appuriamo che nostro cugino/nipote di 15 anni riceve in un nanosecondo il messaggio della fidanzatina del mare che a noi costava 20 giorni d’attesa e scrutinio dell’ormai obsoleta cassetta della posta.
Lo so, che schifo Internet. Che ci unisce tra italiani all’estero e ci fa parlare in video con la famiglia senza scrivere lettere strappalacrime alla Mario Merola e prenotare il volo più economico per andarli a trovare al primo fine settimana libero.
Che schifo le nuove risorse, solo perché qualcuno ne fa un uso che troviamo sbagliato.
C’è sempre quest’idea di base che cambiamento sia sostituzione. Che Kindle significhi addio ai libri e ne vedo in giro ancora tanti, che facebook elimini il contatto diretto, e pazienza se ci informa in tempo reale di tutti gli eventi in cui incontrarci e dirci le nostre banalità dal vivo. Pazienza se Tinder ci toglie da mezzo la gente che vuole solo scopare, che copulano come ricci da qualche altra parte mentre chi vuole si cerca qualcuno intenzionato a metter su famiglia (ok, quest’ultima mi dicono sia da brevettare meglio).
No, le risorse ci fanno schifo, troppa libertà fa male. A chi, mai capito. Forse a chi non la sa usare. E la tua libertà in qualche modo mina la mia.
Be’, io grazie a Internet sto facendo la calzetta. E la pasta a mano, e i piatti di varie cucine, che nella mia babilonia quotidiana, esterofila e vagamente asociale, mi sembrano valere esattamente quanto quelli della cucina mia, senza che la sminuiscano in niente.
Mi sarebbe piaciuto essere parte di quella catena meravigliosa di saperi che si tramandano “di madre in figlia” (i ragazzi sono una new entry piuttosto abile e desiderosa di riconoscimento), fatta di ricette segrete, di punti croce e gioie domestiche.
Ma non ho potuto. Mia nonna sapeva insegnare a leggere e scrivere, mentre le coetanee a stento riuscivano a buttar giù il loro nome. Ma sferruzzare, ricamare… Non pervenuti.
Indovinate chi è venuto in mio soccorso? Youtube. Che mi ha regalato decine di maestre in lingue diverse che mi hanno finalmente chiarito tutti i misteri del punto a rovescio.
Così con me la catena può ricominciare, questi trucchi li posso insegnare ai miei figli e ai miei nipoti, ibridati dalla mia propria esperienza in giro per mondi e genti, deprivati di un po’ di tradizione che rimpiangerò sempre e arricchiti dalle tradizioni altrui che con gratitudine ho fatto mie.
Trasmettere. Con qualsiasi mezzo. Mi sembra un bell’obiettivo, che sia romanticamente raggiunto in una cucina calda di vapore o davanti a un più freddo e dovizioso tutorial di taglio e cucito.
Quello, mi ripeto sempre, è una risorsa, è come un coltello. Ci puoi ammazzare la gente o affettare il pane.
Continuate ad affettarci il pane e non vi curate dei morti di giga.
Scoperta amara ed esilarante che ho fatto subito dopo essermi commossa per la sua visione.
Perché, vedete, io non lo so da dove nasca la musica salentina, quale divinità fertile e distruttiva ci fosse prima di Santu Paulu te le tarante, ma le dee di un tempo avevano la qualità di portare dentro di sé la vita e la morte.
E quelle che ancora oggi ballano in loro onore, per un momento, le braccia crocifisse in un giro di fazzoletto, ne sono la più grande incarnazione.
Lo è la Dea di cui vi parlo, per esempio. Al contrario di Laura Boccadamo, lei per me non aveva ancora un nome, ma se avessi cercato una scintilla divina tra le fanciulle in fiore dei palchi salentini, il suo volto sarebbe stato tra i primi a venirmi in mente.
Immaginate la mia sorpresa, dunque, nel trovarmela davanti in jeans e scarpe da ginnastica mentre ballava al ritmo di tamburreddi veri, quelli dei suoi compagni in scalo con lei a Barcellona con la nave da crociera su cui facevano un tour.
Ero accorsa a un invito privato del localino barcellonese che li ospitava e per la prima volta mi godevo i bambini che nelle pause disegnavano farfalle sui tamburi, le mani già esperte a svolazzare in tre tempi sulla tela tesa. I loro fratelli maggiori intanto scambiavano battute che in una terra avida di caffè offerti mi sapevano tanto di casa (“Eccoti i filtrini”, “Grazie! Quanto li hai pagati?”, “Manco mi ricordo”).
Quelli me li aspettavo, ma la Dea no. La loro ballerina e coreografa, non so perché, me l’immaginavo lontana.
E vederla così, in jeans e cardigan e accento salentino, preoccupata per la partenza della nave mentre legava (sacrilegio!) la mitica chioma nera, mi ha persuasa definitivamente di una cosa: è una donna.
Esattamente come me, magari più alta e più bella, e più veloce e mostruosamente professionale, nei saltelli aggraziati con cui finge di scansare il compagno di danza che le dà la caccia.
Ma è una donna e come lei siamo tutte.
Tutte, se vogliamo, se ci abbandoniamo abbastanza, anche senza sapere dove mettere i piedi perché tanto vanno da soli, tutte quando balliamo la vita siamo la Dea.
Quando facciamo che il meglio di noi ci possieda senza farci troppe domande o chiederci che penseranno mentre ci guardano.
Se ci abbandoniamo davvero penseranno bene. E allora, con nostro sommo stupore, ci accorgeremo che non ci importa.
Quando fingeremo di scansare un uomo che sembra rincorrerci apposta per permetterci di saltare, girare su noi stesse, contraddirci e tornare all’attacco, fingendo che a condurre sia lui.
Quando metteremo fine alla farsa e volteggeremo ebbre solo della vita che fluisce attraverso di noi.
Quando oseremo fare tutto questo a luci spente, musica finita e musici lasciati a rincorrere la loro nave che li aspetta.
Ho sorriso alla Dea e non le ho detto niente, sapendo di ritrovarla altrove.
Magari allo specchio, un po’ appannata dalla giornata di scrittura, di corsi, di acquisti urgenti per il freddo.
Ma pronta a scattare ancora una volta quando mi deciderò, letteralmente, a cederle il passo.
A 15 anni, in uno di quegli atroci villaggi vacanze con chitarrata pomeridiana e spettacolino dello junior club, mi accingevo appunto a partecipare a un balletto, con due povere animatrici-coreografe che per quattro soldi dovevano insegnarci ad andare a tempo.
A un certo punto, il tono della lezione passa da monotono a animato, una delle due annuncia: “Ragazzi, col prossimo passo che v’insegno, veramente ci divertiamo!”. La collega conferma con tanto di pollici alzati. Noi ci prepariamo ad assistere a tanto divertimento e… le due si cimentano in una complicata capriola di coppia che promette svariati colpi della strega.
Il nostro “Nooo” si eleva fino al cielo. Le due, sconfitte, non insistono e ripiegano su un passo alternativo che dovevano aver già concordato.
Ho ripensato stamattina a queste due eroine del gioco-aperitivo perché riflettevo sulle cose poco appetibili che cercano di farci passare per fantastiche (anche perché spesso è l’unico modo di farcele accettare). Le ragazze dovevano aver sperimentato con altri adolescenti svogliati l’ostilità verso quella capriola e avevano intuito che a presentarcela come bellissima ci avrebbero ammansiti un po’.
Nel loro caso, magari, non funzionava perché avevano poco tempo per addomesticarci. Ma, passando a questioni molto meno giocose, provate a leggere la descrizione di un’infibulazione da parte di chi l’ha vissuta: spesso scoprirete che la vittima attendeva con ansia questo grande momento di consacrazione della propria femminilità, questo rito di passaggio che l’avrebbe resa donna e, qui viene il bello, ufficialmente accettata nella comunità. Lo so, lo so, anche io ho reagito così. Chiunque si permetta di sottolineare questa parte di attesa della bambina viene sommerso da critiche benintenzionate ma fuori luogo.
Perché se un qualsiasi individuo viene chiamato a dare un passo importante, ma gravoso e irreversibile, la cosa più semplice è che gli dicano che è bellissimo.
Figuratevi che succede quando questo passo lo è davvero, bellissimo: mi riferisco all’atto di mettere al mondo un figlio.
Leggo vari articoli di donne che giustamente denunciano la pressione sociale che le invita a sentirsi orologi ambulanti che stanno perdendo l’occasione della loro vita. Le loro proteste sono spesso accompagnate dalla magnificazione di una vita senza pargoli, dedicata gioiosamente a realizzarsi come persone. Capisco che sia una reazione comprensibile alla pressione sociale, ma non tanto mi convince la loro assertività, tipica di chi cerca di persuadere prima se stesso che stia facendo la cosa giusta, poi d’imporla agli altri. Se fossero davvero convinte, a mio parere, starebbero serene con la loro decisione e non la sdoganerebbero come la migliore possibile, come d’altronde fanno con loro le supermamme.
Dall’altro lato, invece, ci sono articoli simpatici e graziosi come questo, un dialogo tra Dio e una mamma assonnata, spompata, esasperata da una neonata troppo esigente per la quale non ha il libretto d’istruzioni (“Le hai, si chiamano istinti”, risponde`più o meno Dio in uno dei passaggi più significativi). La bimba non la fa dormire né occuparsi di nient’altro. “Ma sei MADRE!”, le ricorda Dio, “Cosa può esserci di più importante?”.
Tralasciando la tentazione di rispondere alla domanda retorica, è curioso che Dio venga invocato in questioni di maternità e presentato goliardicamente come il responsabile di un’azienda che fabbrichi bambini: a fare la profexxorona ci vedrei un brillante nesso tra divinità, concepimento e capitalismo, ma vi risparmio la pippa mentale. Quello che m’interessa è la maniera sottile e simpatica, come per le mie due animatrici, in cui venga fatta passare una cosa che, ahimè, anche le tipe “antimaternità” danno per scontata: un bambino lo cresce solo la madre e richiede il sacrificio della sua vita.
È l’ineluttabilità di questo presunto assioma a spingere tante persone a schierarsi manicheamente rispetto al tema, quasi a dirsi di aver fatto la scelta giusta, qualunque essa sia.
Ed è questo che mi spiace tanto: mi sembra che una donna sia liberissima di dedicarsi completamente alla maternità, ma voglio che sia, appunto, una scelta. Che non le facciano credere che sia l’unica opzione, che tra lavoro e famiglia deve per forza scegliere e che deve fare tutto lei perché ha “l’istinto materno”: curioso che questa caratteristica così presuntamente innata cambi tanto nella storia, o non si spiegherebbero né le madri settecentesche che senza necessità mandavano il figlio a balia, con ottime probabilità di ritirarlo cadavere, né quelle madri “spartane” (e saranno in minoranza ma non sono poche, ve lo assicuro) che in ogni guerra invitano i figli a morire per la patria.
Comunque ad assecondare il ricatto morale anch’io sceglierei la famiglia, mica m’identifico col lavoro o i lavori che faccio. E mi premuro di accompagnarmi a uomini che su questo la pensino come me. Purtroppo i padri, sempre in nome degli istinti, vanno tenuti ai margini anche quando vogliono fare i genitori sul serio, non le figure di contorno. “Tanto che ne capiscono, loro”. Quanto è bello sentirsi indispensabili, specie quando, nel proprio contesto sociale, si hanno poche altre soddisfazioni.
Volete questo modello? Fantastico. Ma che non sia un’imposizione né l’unico modo di vivere la maternità. Qualcuna può affermare che sia una necessità, perché guarda caso suo marito guadagna più di lei e chi dei due ha dovuto rinunciare al lavoro? Sono sicura che in tanti casi sia ancora così (senza che giustifichi lo schiavismo materno, eh!). Ma per favore, siamo una generazione di padri ingegneri e mamme maestre? La crisi dà un contributo molto triste alle pari opportunità: non dà lavori sicuri alle mamme, li toglie ai papà. Così stiamo tutti con le pezze al culo. Io a Barcellona, che non è l’Eldorado, i genitori li vedo lavorare in call center di merda a pari salario, o insegnare entrambi, o fare lavori d’ufficio retribuiti uguale. A Barcellona vedo un sacco di papà con tracolla e passeggino che si accollano la metà dell’allevamento del figlio, non tengono la bambina un pomeriggio mentre vai ad aiutare una zia malata e per questo diventano il papà dell’anno.
Insomma, mettere al mondo dei figli mi sembra meraviglioso, è una cosa che mi piacerebbe tanto fare. Ma proprio tanto.
Viverlo come un lavoro a tempo pieno che mi accolli tutto io perché “ho l’istinto” e che non mi lasci il tempo per respirare, e per giunta mi piaccia pure, è un’idea che lascio a chi non sappia uscire dal dilemma di quella corrispondente indiana dell’Huffington Post che, con ingenuità illuminante, smascherava l’idea corrente di emancipazione chiamandola “essere allevate come uomini”. Perché se cresci “come un uomo” pensi al lavoro, se cresci “come una donna” diventi il piedistallo su cui metti i tuoi figli.
Scelgo la busta 3, per favore. Sono una donna che vuole che i suoi figli, se avrà la possibilità di averne, abbiano una madre forte e contenta, con tante di quelle energie che le avanzano per tutto il mondo, specie per loro.
E non ditemi “quando sarai madre capirai”, che vi faccio fare la capriola spezzaschiena di cui sopra. Senza colpo della strega, mica lo potete capire, che è pericolosa.
(PS: Subito dopo aver scritto il post, sono andata a vedere gli ultimi commenti al mio intervento sul dialogo “divino”. Mi veniva detto: “Ne riparliamo quando sarai madre”. Ho smesso di leggere.)
Quando parlo a qualcuno, specie connazionali e magari compaesani, di un’esperienza nuova, un piatto inedito, un’usanza molto lontana dalle nostre, ci sono due atteggiamenti.
Il primo e più preoccupante è: “Ah, allora senti questa”. Cioè, alla mia ricetta di biryani indiano si risponde con quella dei paccheri alla crema di zucca. Al libro che sto menzionando mi si replica con una citazione di qualche scrittore “complesso e sottovalutato” che si autopubblica e che solo sua sorella conosceva, prima che cominciasse a fare video con una pornostar prestata alla filosofia. Tutto ciò avviene non in chiave “scambio d’informazioni”, è proprio un testa a testa tra quello che so io e quello che sanno loro.
Sapete che voglio dire? La reazione al nuovo che diventa un barricarsi in quello che si sa già.
In effetti mi succede soprattutto con gli uomini, che si sentono obbligati dalla nostra cultura a dimostrare quanto valgono. Fortuna che mio padre sarà capa tosta su certe cose, ma almeno sulle novità ti subissa di domande e se sono piatti stranieri si fa un punto d’onore di assaggiarli tutti (e mantiene la parola).
Ecco, questo secondo atteggiamento a conti fatti non è più difficile del primo, né più dispendioso emotivamente: si chiama curiosità e l’abbiamo sperimentato fin dalla più tenera età, con eventuali censure successive. È l’idea per cui qualcosa di nuovo nella migliore delle ipotesi ci arricchisce, nella peggiore non ci toglie nulla, perché se non ci piace lo rispediamo al mittente (per esempio: non sono uscita dal seno di Santa Madre Chiesa per sentirmi insegnare da un amico musulmano che “le donne sono esseri superiori e QUINDI dobbiamo proteggerle”).
Ma no, prevale la barricata. Che risponde quasi sempre alla logica del ci stanno invadendo. Ci stanno imponendo la loro presenza, la loro cultura, la loro novità.
Spesso non sono d’accordo neanche con quelli che, quando si tratta della bufala degli immigrati-invasori, sanno come mettere a posto i criptofasci travestiti da genitori preoccupati. Mi spiace che gli stessi tendano a ritenere Halloween nient’altro che una festa troppo americana per essere celebrata nella terra del soffritto napoletano o della catalana castanyada. Peccato che sia una festa celtica, significhi Ognissanti e che in America l’abbiano portata gli irlandesi.
E sono tanti gli altrimenti illuminati che se la prendono con una foga curiosa anche con quei vegetariani e vegani che non montano polemiche con loro per quello che mangino, ma che per il solo fatto di mangiare diverso da loro suscitano sarcasmo o addirittura indignazione.
So che qui sono molto impopolare, ma mi lascia perplessa anche la difesa selettiva della libertà di culto, che passa per una condanna francamente razzista dei cattolici. Capisco che in questo momento si tratti da un lato di condannare l’intolleranza verso altre fedi e dall’altro di rivendicare diritti civili e laicità. Ma per me una convivenza che nasce dal sospetto reciproco finisce male in ogni caso.
Non capisco cosa ci faccia pensare che barricandoci nel nostro stile di vita lo stiamo difendendo. Cosa ci toglie lo stile di vita altrui? Non sarà che siamo caduti nel tranello, noi terra d’ibridazioni, di miscele, di credere che cambiare sia brutto?
Una cosa è che non ci piaccia cambiare, o che non ne vediamo la necessità. Un’altra è che ci faccia paura.
Non siamo chiamati a cambiare, non sempre. Ma se non la consideriamo neanche come ipotesi, quella di accogliere abitudini diverse rispetto a quelle in cui ci identifichiamo, queste ci travolgeranno senza problemi.
Allora, facciamo una scelta cosciente. Quando vi dico la ricetta del couscous sono sicura che ne avrete altre 100 di ottime da propormi, della terra che ci ha generati. E me le segnerò senza che sminuiscano il mio couscous. Né il mio couscous sminuisce le vostre.
E prima di criticare qualsiasi cultura, colonizzatrice o colonizzata, ricordate l’ultima volta che avete detto che tutte le culture sono degne, proficue, uguali.
Ormai sto post lo sapete tutti (almeno chi ha la sfortuna di conoscermi di persona), senza che l’abbia mai pubblicato una volta. Grazie a WordPress che pretende addirittura che salvi le bozze che scrivo, come se non fosse tenuta a leggermi nel pensiero!
Comunque, meglio così: ieri a lezione di Storia della Letteratura (sì, sono recidiva) il professore enciclopedico e schizofrenico del decennio (ogni mia decade ne ha uno) ha dichiarato che “la felicità bisogna cercarla”.
Fantastico! Tempo fa un amico mi ha passato il link di un articolo che sosteneva che la felicità “arriva quando non la cerchi”.
Allora, indovinate un po’, credo che in questo caso valga la proverbiale via di mezzo, se diamo per assodata una cosa: la felicità è un piatto di couscous.
Fermi lì! So che vi piace quello precotto che provate ogni tanto per sentirvi internazionali, e in effetti con una buona salsetta fresca fa la sua porca figura.
Ma io parlo di quello che si fa da zero, a partire dalla semola, l’incubo delle cuoche velate delle bettole del Raval quando mi aggiro famelica in pieno Ramadan e minaccio di prenotarne una razione (leggi “di farle sudare dalle 10 di un mattino d’agosto senza neanche poter bere”. No, non l’ho mai fatto).
Perché in effetti ci sembra una sfacchinata, prepararlo, se consideriamo che con quello precotto in cinque minuti abbiamo il piatto pronto. Già, ma non faccio l’hipster se vi dico che col couscous preparato da zero c’è la stessa differenza tra gli spaghetti alla bolognese in scatola che potete comprare da Tesco, in Inghilterra, e le tagliatelle fatte a mano in un ristorante di Bologna.
Non comprate paradisi precotti, che la vostra felicità sia autoprodotta!
E poi, come la felicità, il couscous ha un’altra caratteristica: alla fine, la nostra parte nella preparazione è piuttosto esigua, diciamo un 30%.
Ok, dobbiamo avviare il brodo (e qui ve lo concedo, il dado, anche se buttare verdura di stagione in una pentola non è un’impresa impossibile!). Ok, dobbiamo mescolare la semola non rimacinata con un po’ d’acqua, abbastanza perché si sgrani meglio.
Ma per le restanti ore di lavorazione, ve lo prometto, fa tutto il vapore. E non serve neanche la couscoussiera, la felicità non è schizzinosa e la pentolina bucata Ikea da mettere sulla solita caccavella va bene lo stesso.
Ma vapore q.b. e il vostro couscous in tre ore è fatto. Noi al massimo dobbiamo girarlo ogni 40 minuti: non è mica una criatura come il ragù, da accudire passo passo! E poi, con tutta la manutenzione che avete dedicato alla vostra ultima relazione fallimentare, non volete girarmi a mano un po’ di couscous?
Insomma, couscous e felicità hanno due cose in comune: né vanno costruiti da zero né ci cascano nel piatto.
Dobbiamo metterli noi a cuocere in pentola, ma una volta iniziata la preparazione fanno tutto loro. E saranno tanto più generosi e abbondanti quanta più cura ci avremo messo all’inizio.
Ahò, mia mamma, che non tanto digerisce quei brodi di carne che si usano da noi, ha detto che il mio brodo vegetale di accompagnamento del couscous è la cosa più delicata che abbia provato ultimamente. E no, di solito non mangia bisonte in salmì.
Sarà per questo che, senza tralasciare di perfezionare la ricetta, la felicità ultimamente bussa spesso alla mia porta.
Voi, invece di autoinvitarvi a pranzo, cominciate ad accendere il fuoco.
Per me quello che ha inventato il detto chi lascia la via vecchia per la nuova ecc. ci ha presi per il culo tutti.
Pensavamo fosse un monito e invece era una constatazione.
Di quelle così banali che poi ci scordiamo quanto siano vere: occhio che a cambiare strada non sappiamo che troviamo, ma siamo così occupati a immaginarcelo che poi ci delude.
Forse è per questo che tante religioni e filosofie si sono premurate di non farci affezionare troppo a ciò che siamo, ciò che crediamo ci definisca in un preciso istante: la cosa più sicura è che dovremo abbandonarlo per diventare altro.
Anche io attraverso l’ennesima fase di cambiamento, e meno male, una nuova “tappa” fatta di partenze, ritorni, progetti nuovi da abbozzare, vecchi da concludere. È qualche giorno che sono nervosa e non mi dico perché. Mi limito a esserlo e, cosa che avevo imparato a non fare da un po’, “evado” da me stessa, dedicando tutto il tempo al lavoro e cimentandomi in diversioni varie quando ho finito.
Quando mi muovo tanto, gatta ci cova, c’è qualcosa che non voglio ammettere, allora se permettete (intanto prendetevi un caffè, è una questione tra me e me) lo faccio adesso: sono nervosa.
Perché, appunto, so quel che lascio ma non so quel che trovo.
So quel che voglio in questo ottobre un po’ limbo, mezzo estate mezzo nubifragio, pieno di scartoffie vecchie e nuove e di voli da tenere d’occhio. Non so cosa avrò ottenuto entro dicembre, quando farò il solito bilancio di fine anno, se sarò delusa o contenta. Per me che ho le manie di controllo, non saperlo è un bello smacco.
Ma poi penso: ho qualche modo di appurarlo, se non vivendo giorno per giorno quello che mi preoccupa e mi fa innervosire? No.
Non lo so, che succederà, ma so una cosa: è sempre successo che cambiassi e sono sempre sopravvissuta al cambiamento. Ci sono buone probabilità che continui a essere così.
Il cambiamento è inevitabile, quello che si può evitare non è l’ansia, ma l’errore di farcene travolgere.
Quello che si può fare è accettare che da quando abbiamo messo piede in questo mondo siamo sempre diventati qualcosa di diverso da quello che avevamo creduto di essere, e che non sempre è stato un male.
Io, per esempio, se avessi assecondato me a cinque anni sarei dovuta diventare una principessa che come hobby servisse ai tavoli intanto che facesse anche la maestra.
A conti fatti sono riuscita a diventare tutte e tre.
C’era questo signore cinese che occupava una stanza d’albergo attigua alla mia, a Milano, secoli fa. Passava le giornate a cantare una nenia stonata che voleva essere lirica (talmente cattiva che non si capiva se fosse opera cinese o italiana). Quando chiedemmo spiegazioni in reception, un portiere spiegò appunto che il Farinelli di Macao si preparava per uno spettacolo (il cui pubblico, ovviamente, raccomandammo a Nostra Signora di Sheshan).
Insomma, amanti non corrisposti, immaginiamoci come questo qui, chiuso in camera tutto il tempo a provare eternamente questa melodia stonata in vista di non so che rappresentazione. Solo che la nostra, la resa dei conti con l’amato bene, potrebbe non venire mai.
Il fatto è che la tristezza da rottura o da due di picche, se coltivata, diventa sul serio una stanza a parte in cui ci rifugiamo ogni giorno. Lì ci creiamo un nostro mondo di sconfitta e sollievo di cui anche la persona amata diventa un abitante, un fantasma che aleggia solo lì, ma con la sua presenza rende inquietante la casa intera.
La stanza dell’amore/dolore ci serve quasi a proteggerci dal vuoto che ci siamo creati, visitarla ogni giorno diventa un rituale come andare a parlare con una lapide al cimitero. Una piccola morte che invece di essere salutata e lasciata andare diventa una parte della vita e la manda in cancrena.
Nella stanza, l’oggetto del nostro amore non ha più niente a che vedere neanche con l’originale: se lo dovessimo incontrare (e su questo non avete mezze misure, o evitate drammaticamente i posti che frequenta o ci andate sempre a finire) magari ci sorprenderemmo di trovarlo lì e non nella nostra stanza del pianto, mentre lui si sorprenderebbe del nostro sguardo da stoccafissi.
È vero, la “fase stanza” è un’anticamera che ci serve, a volte, per passare oltre, varcare quel corridoio che sembra così grande e passare ad altro, accenderci il fornello e farci la cena, o sederci in soggiorno a guardare il tramonto tra le antenne.
Il problema è quando la nostra vita ormai si consuma solo là.
Perché quando l’amore non è corrisposto, o non sappiamo pensare ad altro o ci avvelena tutto quello che facciamo.
Quando è corrisposto, invece, succede il contrario: non ci concentriamo più su quello e possiamo pensare a tutto il resto.
L’amore corrisposto non è una stanza, è come aria che rinfresca tutta la casa.
Ma quando riusciamo a uscire di lì, quando abbiamo il coraggio di premere la maniglia e affacciarci a vedere il casino che è diventato intanto il resto della casa, succede tutto il resto.
Allora lo sentiremo come un tradimento, quasi, verso il fantasma. Scusa perché non abito più il nostro amore che tu hai già lasciato da tempo. State certi che saremmo scusati, se gliene fregasse qualcosa. Ma deve fregare a noi l’ottimo proposito di tradirlo per smettere di tradire noi stessi.
E allora su, su, cominciate a dare un’occhiatina, a ricordarvi com’era fuori, prima che vi muraste vivi.
Se lo fate bene, verrà il momento in cui l’amore sarà solo profumo, un mazzo di fiori depositato all’ingresso, e prenderà dolcemente tutto lo spazio che vuole.
Meno male che la mia prozia saggia e praticona, quella che calcolava in un secondo i pro e i contro di qualsiasi situazione, ci ha lasciati senza sapere che ho detto di no a quello che lei avrebbe senz’altro definito ‘nu buono guaglione.
Uno con una posizzzione, affezzzionato, uno che per farsi tutti quei chilometri per venirmi a trovare (per la zia un paese vesuviano era ancora a mezz’ora di viaggio da casa mia) doveva per forza essere interessato. E siccome pure io ero ‘na bona uagliona, affezzzionata e devota ai genitori e brava studentessa (pure se ‘nu poco scema, potevo fare il mestiere di papà), non ci sarebbe stato nessun ostacolo a una felice unione, per la quale lei mi aveva già provvisto di un po’ di corredo.
Nessun ostacolo, tranne la mia volontà.
E la decisione di lasciar perdere il bravo guaglione dopo un paio di uscite insieme, per riprendere la storia sgangherata col povero diavolo senza nient’altro da offrirmi che la sua distratta attenzione.
No, la prozia non è morta di crepacuore, ma io ho vissuto male un bel po’.
Tuttavia, non riesco ancora a decidere dove stia la verità, ammesso che ce ne sia una, in questioni del genere: da una parte rinunciavo a un amore sereno e dolce per le solite montagne russe; dall’altra, a prescindere da ogni considerazione, per il “buon partito” non provavo lo stesso che per lo spiantato confuso che frequentavo da un bel po’.
Ci ripenso quando conto le volte in cui la bona guagliona sono stata io (il che confermerebbe che c’è un karma e ha tanta, tanta kazzimma). A quando qualche spiantato confuso mi ha messa da parte per continuare a coltivare un ideale femminile irraggiungibile, o semplicemente per inseguire qualcuna che gli piacesse di più.
Anche a loro è finita male come nel mio caso, come quando ho ripudiato la serenità per il disagio.
Ma avrei potuto evitarlo? Riguardo ai miei spiantati, sospetto che qualsiasi sentimento potessero cominciare a nutrire per me fosse soppiantato dalla terribile sensazione di non meritare la serenità. Quindi sono rientrati nei ranghi di una vita infelice per vocazione e hanno preferito andare ad aggiungere un altro amore impossibile alla collezione di cose di cui lamentarsi.
Forse quello che non riesco a decidere è: se in questo momento della nostra vita ci serve soffrire, va bene lo stesso? Se per innamorarci necessitiamo di una persona pericolosamente uguale ad altre che ci hanno ridotto in cenere, che non si lascerà amare con costanza ma d’altronde non ci amerà mai con continuità, possiamo limitarci a dire “per me l’amore è questo” e continuare?
Per qualcuno sì. “Per trarre una buona volta la lezione che ci serve e non farlo più”. Io continuo a pensare che in casi simili sia venuto il momento di chiudermi in me stessa e di cercare in me quello che mi manca. Le donne che cercano i balordi mi sembrano, ogni giorno di più, incapaci di convivere col loro lato ribelle, e costrette a trovarlo in qualcun altro, per riconoscerlo.
Forse, gli uomini che cercano le bellezze eteree che li piantano giusto prima del fastidio di accorgersi che sono donne in carne e ossa non sono pronti alla realtà. E l’illusione è così bella e rassicurante anche nel dolore, perché non devi fare nient’altro che quello che hai sempre fatto e che ti riesce così bene.
Sederti in un angolo e guardare la tua vita passare.
Senza mai correre il rischio di scottarti per qualcosa che faccia male e ne valga anche la pena.