ombraL’idea è: non sono psicologa, non sono ancora analista junghiana (anche se mi piacerebbe), non sono neanche Maga Rowena… Cacchio scrivo a fare di queste cose?

Be’, sono un’apprendista stregona, che non ha niente da insegnare a nessuno e tutto da imparare per sé, e procede a tentoni, per prove ed errori, in quello che spera sia un cambiamento proficuo e duraturo della sua vita. Come alcuni di voi. Siamo compagni di viaggio. Diciamo allora che faccio una specie di tutorial (a farne sugli smokey eyes vi lascerei con l’effetto panda) in cui sperimento i prodotti su me stessa e voi vedete se usarli o no. E accetto volentieri suggerimenti.

Di esperimenti su me stessa, con buona pace della LAV che farebbe meglio a farmi estinguere, ne ho fatti assai.

Qualche articolo fa parlavamo di Ombra, o meglio ne affidavo la descrizione a chi ne sapesse più di me. L’idea è che l’Ombra sarebbe una parte di noi che ci teniamo nascosta, per vari motivi. Non è sempre la parte negativa, anzi.

Prima di tutto, quello che consideriamo negativo potrebbe rivelarsi molto utile: la nostra ombra è ambiziosa? Sapete quanta energia potrebbe prestarci, per raggiungere obiettivi in cui ci identifichiamo di più?

E poi ci sono molti aspetti positivi, che di solito ammiriamo in altre persone. Il mio idolo di tutti i tempi sarebbe Gandhi (Johnny Depp non conta, vero?), ma non mi sono accorta di avere almeno un centesimo della sua capacità di negoziazione e di comandare senza viuuulenza finché non ho ricoperto io qualche posto di responsabilità, nelle attività a cui mi dedicavo. Magari non sarete mai grandiosi come la vostra icona, ma, se vi piace, forse avete delle caratteristiche in comune con lei che ignorate, o non avete il coraggio di sviluppare.

Faremmo meglio ad ascoltarle, invece: l’Ombra ci condiziona anche in amore.

Vi hanno mai idealizzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. In me cercava una donna che non ero, che ha poi ritrovato in coloro che mi hanno seguita e che ha idealizzato esattamente come me, almeno quelle che come me non lo amavano altrettanto. Non cercava noi, ma una visione tutta sua, che probabilmente si portava dentro ma che non aveva il coraggio di riconoscere. Se l’avesse fatto, avrebbe corso il rischio di vederci per quello che eravamo. E amarci per quello che eravamo.

Vi hanno mai disprezzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. Ammirava le cose di me che trovava più lontane da lui, e invece le aveva tutte dentro, ma non voleva vederle. E allora le disprezzava, anche. Per il vaso di Pandora che gli aprivo nelle ore di gioco che mi concedeva. Per l’amore che non mi poteva dare. Perché in me vedeva solo quello che credeva il peggio di sé. Così, direbbe uno bello che è morto, il giorno si pentiva di avermi incontrato e la notte mi veniva a cercare. Mi avrebbe messa da parte, per inseguire una da mettere su un piedistallo.

Così il cerchio si è chiuso, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, e il karma è una zoccola che prima o poi riscuote la sua tariffa.

Perché, siatene certi, questi due uomini saranno perseguitati dalla donna del piedistallo e da quella che cercano la notte, che si muoveranno nelle loro viscere finché non saranno ascoltate, accettate e, solo allora, messe da parte.

E io, non ho mai giocato questo gioco di ombre? Certo. Non ho fatto altro. Ho cercato gli Altri. Come me. Gli outsiders, quelli che come me si erano emarginati dalla loro stessa vita, e che ora emarginavano me. Il gioco al massacro è stato quasi sempre convincerli a farmi entrare, anche se non erano sicuri, anche se non gli piacevo abbastanza. Cercare nel loro sguardo quello che possiamo darci solo noi: la conferma di valere qualcosa. E quando mi aprivano la porta, mi rendevo conto che non mi bastava la loro parola a non credermi più un’estranea. E allora li vedevo per quelli che erano, e non mi servivano più, e m’inventavo una serie di nobili scuse per andarmene.

A voi, invece, com’è andata? Avete amato persone reali, o la vostra immagine riflessa nei loro occhi?

Credo di essere stata molto crudele, senza neanche saperlo, e molto ferita da gente che neanche sapeva quanto fosse crudele.

Credo anche che, semmai aveste fatto la stessa cosa e continuaste a farla, non ci resti che un’opzione: ascoltarle, queste voci di dentro. Riconoscere le parti che temiamo, quelle che idealizziamo, caricarcele addosso, indossarle tipo zaino (vedi articolo precedente).

E allora, solo allora, possiamo vedere gli altri per quello che sono. E decidere se quello che vediamo ci piace o no.

zainopesanteIn tempi molto recenti (ok, 10 minuti fa) stavo sul letto a litigare col Padreterno. Che confidenzialmente chiamo Madreterna e da agnostica inside ancora devo decidere se è il mio amico immaginario, se è un riflesso di me o se è proprio quella forza che permea di sé tutte le cose. Fatto sta che ci stavo intavolando un negoziato che manco Ban Ki Moon: “Di’ la verità, ti piace vedermi strisciare per terra a chiedere pietà? E ja’, mica sei così venale da volere davvero i fioretti, i voti? Che devo fare perché tu mi dia quello che voglio?”.

Non che ciò che volessi fosse sta gran novità, non ingannatevi, i problemi non si risolvono subito, specie se li affrontate come me. Che ovviamente mi sono esaurita, mi sono messa a piangere tipo bambino a cui hanno scassato il giocattolo preferito, e una volta rovinati trucco e fegato ho deciso: ok, allora mi carreo il problema.

Carriare è un gran verbo, affine a carry in inglese, ovviamente. Dà proprio l’idea plastica di sollevare la zavorra e mettertela addosso, tipo zaino. Tipo abbracciare la croce, ma meno splatter.

Oggi pomeriggio ho fatto la scopertona che lo zaino ce lo dobbiamo carriare, ma indossare, proprio, non una spalla sì e una no come l’Invicta alle medie.

Parafrasando Mademoiselle Chanel: trascinati dietro i problemi e allo specchio vedrai quelli. Indossali e vedrai te.

Perché ho fatto rivoltare a Coco nella tomba? Perché, giustappunto, fino a poco fa allo specchio vedevo solo il mio problema. Lo vedevo dappertutto, negli occhi infossati, nelle labbra contratte… Una volta che mi sono detta “Ok, ho questo problema, vabbuo’? E me lo porto appresso”, le cose sono cambiate. Ho rivisto me.

Funziona come il dolore dell’articolo precedente. Una volta “indossato” il problema, smetto di passare il tempo a negarlo, o a cercare invano una soluzione, e vedo che nella vita c’è altro. E magari allora, a mente libera, quella soluzione la trovo pure.

Questo farebbe di me una sfigata passiva e fatalista? Uff, ma perché non capite che l’accettazione è tutt’altro? Forse perché non lo capisco manco io, e che sta parola, accettazione, la schifo troppo. In barba a tutti i maestri spirituali di sta ceppa.

Ma so che vuol dire una cosa diversa da quella che m’immagino, dalla rassegnazione: l’idea è riconoscere di avere il problema, di non avere una soluzione e decidere di portarselo appresso come uno zaino, di essere noi + il problema prima che il problema diventi noi. E noi siamo più grandi del nostro zaino, vero? Magari aiuta anche esaminarne il contenuto, vedere se c’è un indizio per la soluzione, qualcosa che ci può servire per il futuro (a volte un cazzo, ma è difficile che qualcosa nella vita non insegni proprio un cazzo).

Sappiamo benissimo che camminare zaino in spalla è una faticaccia, ma può essere utile. Una volta apertolo, osservato il contenuto, fatto una cernita, esserci liberati di quanto non ci serve, diventa un bagaglio invisibile, di cui un giorno lontano, quando ormai ci avremo lasciato solo le cose utili, potremmo perfino essere contenti.

Continuate a leggere. Zaino in spalla, però.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIn un libro che non cito, perché per il resto è pallosetto, ho trovato una metafora del dolore che mi piace alquanto: è come un ospite molesto ma educato, se gli presti attenzione a un certo punto si stanca e se ne va.

E invece non so voi, ma io ci ho passato la vita, a evitare il dolore. Vi è mai capitato di stare a lavorare fino a tardi senza accorgervi della fame, del sonno, della stanchezza? Normale, è il flusso. E di cadere come me ieri, fare un bel volo, prendervi una storta a mano e piede e accorgervi solo molto dopo di quanto male vi faccia? È fisiologico, se capissi una ceppa di anatomia umana ve lo spiegherei pure.

Ebbene, a me tutto ciò succedeva sistematicamente. Mi ero resa immune da tutto, e tutto per evitare il signor Dolore. Che non è di quegli ospiti che, trascurati, se ne vanno e ti tolgono il saluto. No, è uno di quei vicini recidivi che bussano e ti chiedono zucchero, e già che ci sono si siedono, e “Avete appena fatto il caffè? Sento l’odore”, e allora una tazzina, e un pettegolezzo sulla figlia della portiera… Non se ne va più.

Ma tra me e il dolore è una bella guerra a colpi di cazzimma, e il problema di queste guerre è che alla fine le dichiari a te stesso, quindi vinci e perdi insieme.

Il problema però è che trascura che ti trascura, il trascurato passa alle maniere forti. Pretende l’attenzione che non gli diamo, e lo fa per noi. Sì, per noi. Che sia fisico o meno il dolore assolve alla stessa funzione: segnalarci che qualcosa non va. Non è un problema in sé, è sintomo di un problema. Ed è ridicolo cercarcelo, ma se tocca, la manera più sicura di avercelo sempre tra i piedi è evitarlo.

Perché allora non è più come un ospite seduto in salotto. Diventa il salotto stesso. Diventa una stanza, enorme e brutta e buia e puzzolente, e lunga che non finisce mai. Ma la devi attraversare, è l’unica cosa da fare per non restare in un angolino della casa e anelare quello che c’è dall’altra parte.

Perché una volta attraversato, il dolore ti mostra qualcosa d’insospettato, in cui non credi più, mentre lo attraversi. Che esiste un dopo.

E non è il Paese delle Meraviglie, eh, è un dopo di quelli della vita, lontani dai paradisi artificiali che solo la nostra mente sa costruire.

Ma una volta raggiuntolo ti chiedi solo perché quel caffè al dolore non l’avessi offerto prima.

portaapertaPremessa: non voglio che questo blog, orgogliosamente inutile, diventi la brutta copia di un libro di self-help.

Né che si trasformi in un trattatello di psicologia spicciola, per quello basta essere gggentisti.

L’idea è: ho attraversato un brutto periodo, spero di aver imparato delle cose. E allora le condivido con voi, un po’ per catarsi, un po’ per illudermi che sta merda serva almeno a qualcosa per qualcuno, e un po’ addirittura per a… al… altruis… Insomma, avete capito.

Oggi volevo parlare delle incongruenze che capitano quando ormai vi siete messi in marcia e avete deciso di partire alla scoperta di voi stessi, della parte di voi che avete trascurato.

Bel passo, eh? Complimenti! Siete partiti all’avventura, alla ricerca di una nuova vita. E soprattutto, vi siete sbattuti la porta alle spall…

Ehm, no. Giratevi un attimo. La “porta”, riferito alla vita, è un po’ poco. In realtà le porte sono tante, e non si chiudono tutte insieme.

È questa la fregatura. Vogliamo cambiare, cioè essere noi stessi davvero (il paradosso della nostra ricerca, cambi per essere te), ma non funziona come lo schemino mentale che ci siamo fatti, non ci si lascia tutto alle spalle. Oddio, volendo è anche confortante. Qualcuno non cambia perché pensa, e poi gli amici? Mi riconosceranno? Gli piacerò? Devo per forza lasciare il mio compagno? Il mio lavoro è già tanto che l’abbia trovato, con sta crisi…

Tranquilli, per fortuna o purtroppo non vi chiuderete tutte le porte alle spalle. A volte, ma qui è proprio a botta di culo, potrete addirittura fare una selezione volontaria.

Ma certe porte, semplicemente, non si chiudono da sole perché non possono.

Io rifuggivo l’amore, sdegnosa. Ora lo chiamo il mio affronto a Venere. Che non è solo la zoccola del Pantheon, è quello che resta di una divinità molto più potente, e io non riderei tanto delle divinità, perché rappresentano sfaccettature del nostro spirito che difficilmente riconosceremmo senza metafore e simbolismi (l’ideale sarebbe farlo senza crociate, ma ci arriveremo). E Venere, con la sua notoria cazzimma, mi ha buttato a faccia in giù nell’amore più astruso possibile, roba che Freud si sarebbe dato fuoco trascinandosi con sé ventimila manuali su quanto l’amore vero sia solo quello corrisposto e che tipo di “complementarietà” ci debba essere con l’amato bene per incastrarsi a pennello (tranquilli che le coppie scoppiano uguale, quindi fate come cacchio vi pare e buonanotte al secchio).

Poi volevo una casa tutta per me. Qua Venere, continuando sul tema, lascia il testimone a Vesta, per la serie “ho fatto il classico”. Sembrerà più materialistica, come aspirazione, ma volevo un tetto sulla testa che fosse mio, in cui stare al sicuro per conto mio o, al massimo, con le persone che amassi (sempre gradito, si diceva, un riscontro da parte loro, ma vabbuo’). E per fare questo ho contravvenuto alla regola che mi ero imposta dall’ingresso all’età adulta: io, d’ora in poi, faccio tutto da me. E invece no, per come stanno le cose oggi ho accettato di dipendere dai miei. E per far contenti loro, che invero mi hanno dato carta bianca, ho preso la cosa “più conveniente”, secondo un mero calcolo matematico metri quadri/tempo perso a cercare/prezzo finale. Senza che il mio ventre, che sarebbe diventato la mia bussola solo dopo la catastrofe, mi dicesse una volta sola di essere giunta a destinazione, di aver trovato quello che cercassi. Ricordate la questione “ascoltarsi”? Non sapevo come farlo.

Me ne sono accorta dopo la catastrofe, appunto. Dopo aver dovuto ammettere che Venere mi aveva fregato, e sta casa è un cesso che ho amici che manco gratis ci vengono a vivere.

Ma che l’hai scelta a fare, mi chiedono ogni tanto. E pure in amore, come dice una saggia Natalie Portman (ma lei parla di corna, qui un lusso perché implicano almeno una relazione), c’è sempre un momento in cui ti puoi fermare, puoi dire ok, qui sono ancora in tempo. Perché non l’hai fatto?

Perché (vedi articolo precedente) ero talmente scollegata da me stessa che non sapevo neanche cosa volessi mangiare a pranzo e indossare per uscire di casa, figurarsi cosa volessi dall’amore e sotto che soffitto volessi svegliarmi.

Ma non v’illudete, ammettere gli errori non significa cancellarli. Non potreste smettere improvvisamente, mettiamo, di avere una casa. O di amare.

E se un amore non corrisposto e un cesso di casa sono tutto quello che la vita mi chiede per rimettermi in marcia, per riprendere il flusso con lei, mi è andata davvero di lusso. Ho mancato troppo nei suoi confronti, nei miei. È un prezzo che non pago volentieri, ma ci sta. A certa gente ci vuole un cancro per arrivare agli stessi risultati. E senza la sorte di una casa per sé. Certa gente non ci arriva mai.

Sono porte che non si chiudono subito e fanno male.

Ma sono mie, sono io, io sono anche questo.

E arrivare a essere anche le mie sconfitte è quanto di meglio sia riuscita a fare finora.

Voi farete ancora meglio: vi fermerete prima della catastrofe. Se no vi picchio.

Con affetto.

eyes-wide-shutNon voglio rubare il lavoro agli psicologi, ma credo che a un certo punto della nostra vita ci allontaniamo da noi stessi. Dalle nostre sensazioni, quello che vogliamo fare davvero. Chi più chi meno, tra vergogna e sensi di colpa per avere dei desideri umani in una società che cerca la perfezione, prendiamo un po’ le distanze, ci dissociamo, letteralmente, da quello che vorremmo.

A qualcuno va meglio, ad altri va peggio. A me è andata malissimo e benissimo, insieme. Benissimo, perché sono stata fortunata, in molte cose, ora lo so.

Malissimo, perché questa fortuna, lontano da me, non tanto me la sono goduta. E la parte più divertente è che, se stai allontanato da te, non te ne accorgi nemmeno.

Deve succedere qualche amenità tipo, che so, crollarti il mondo addosso, o giù di lì. Oddio, se te ne accorgi prima è meglio.

E allora mi propongo come esempio. Di quello che succede se non vi accorgete in tempo che chi sta vivendo la vostra vita non siete voi, è una maschera che vi siete messi e che ormai va col pilota automatico, perché è di quelle maschere che è doloroso tenere, ma ancora più doloroso togliere.

Allora potreste finire come me, è una minaccia! Finire per fare scelte avventate “perché sì”, frequentare gente con cui non vi trovate bene “perché sì”, credere di aver raggiunto quelle mete che piacciano a tutti o che aumentino lo status sociale (un buon lavoro, un matrimonio felice, una svolta economica inaspettata) e di star bene così, anche se il vostro vero desiderio era aprire il famoso chiringuito sulla spiaggia. Che quando si apre per sfuggire alla responsabilità di ciò che volete davvero, è una gran fregatura; ma se è il vostro reale desiderio, fossi in voi non lo baratterei neanche con un posto di Imperatore Papanapulione con diritto di vita e di morte pure ‘ncopp’ ‘e lacerte (cit.). O potreste ritrovarvi a morire dicendo Rosebud, per la disperazione dei giornalisti 2.0 che vi devono “updatare” il coccodrillo.

Come accorgervi di questo prima che crolli tutto? Eh, bella domanda. La risposta è: ascoltatevi. Il modo per farlo, è una parola. Cambia da persona a persona. A me la meditazione ha aiutato, ma non è stata tutto. L’idea è mettersi comodi cinque minuti da qualche parte e concentrarsi sulla respirazione. Quello che mi ha fatto veramente bene, personalmente, sono stati i sogni. Farci caso, appuntarmeli, avere sempre un quaderno sul comodino. Questa parte che abbiamo allontanato ci manda messaggi quando siamo incoscienti, quando le barriere che abbiamo costruito tra noi e lei sono temporaneamente abbassate.

E vi assicuro che non è poi così male, eh, la nostra metà oscura, leggete un po’ che dice Jung dell’Ombra. In realtà è “oscura” perché rimane al buio della nostra coscienza, ma a volte, a dirla tutta, è anche migliore di quella che identifichiamo come “noi”.

Qual è il vostro idolo? E perché vi piace tanto? Sicuri che non avete le sue stesse caratteristiche? Ok, magari non così sviluppate, ma neanche questo è detto. Il fatto è che è più facile riconoscere le parti brutte del nostro lato oscuro, e autogiustificarci per averle ignorate, che ammettere con noi stessi di aver messo da parte anche quelle belle. E rispolverarle sperando che non sia “troppo tardi” (spoiler: non lo è mai) per prenderci la responsabilità di coltivarle.

Tutto ciò è molto bello, ma lo fanno in pochi, finché la vita non li costringe, perché come immaginerete non è proprio una passeggiata.

Ci sono controindicazioni, incongruenze, ecc. Ma meglio di vivere “la mia vita senza di me”, no? A voi la risposta.

E poi ci sono io a farvi da antiesempio.

Delle controindicazioni ci occuperemo nella prossima puntata.

miss havishamQuando stava per morire mio nonno paterno, la notizia mi fu annunciata in maniera singolare: “Metti un po’ d’ordine che, se succede qualcosa, poi viene gente”. Di lì a un’ora mio padre, appena arrivato dal capezzale del malato, consolava i miei ululati dodicenni con la frase: “C’è un tempo per tutte le cose… Uno per nascere, uno per morire… “. E continuava con tutto un repertorio di metafore da bestiario medievale, mentre io pensavo solo che volevo che questo tempo allora si fermasse.

Avrei dovuto ripensare all’aneddoto, mesi fa, contemplando il terribile orologio in finto oro, con annessa statua d’Amore e Psiche, che faceva bella mostra di sé all’ingresso della mia nuova casa. Mobilio gozzaniano, è stato definito. Fermo su un orario che non ricordo più, lo stesso che aveva quando il mio amico robivecchi pakistano se l’è portato via, dopo aver quasi spezzato l’aureola alla Madonna barocca che l’accompagnava (l’aveva presa per un gancio). Anche gli altri orologi della casa erano fermi, tranne quello in cucina, che segna un orario assurdo che non ho neanche tentato di correggere, ammaliata da questo suo mondo in cui alle 7 è notte fonda.

Non me n’ero accorta, nelle mie brevi visite a questa casa che ho preso in fretta e furia, senza pensarci troppo, che tutti gli orologi fossero fermi. Per me si sarebbero fermati al terzo giorno di trasloco, e adesso che imbianchini ed elettricisti li hanno tolti dalle pareti, relegandoli all’oblio che meritano, faccio fatica a riavviarli.

Quando morì mio nonno, forse ancor più del dolore era forte l’indignazione di ragazzina beneducata verso la Morte, che si permetteva di bussarmi in casa sotto Natale: il clou del cattivo gusto. Stavolta ero indignata con la vita, che in un momento così importante e così sbagliato, di stress accumulato e sogni di carta che bruciavano rapidi, mi veniva a fare questa visita di auguri in una casa vecchia prima ancora di cominciare a vivere.

Fu allora che scoprii la storia di Miss Havisham. Non che non avessi letto Great Expectations, Grandi speranze di Dickens. L’avevo cominciato, almeno, perdendomi poi nei meandri delle sue luci e ombre.

Non ricordavo, semplicemente, il dettaglio dell’orologio di questa singolare signor(in)a, fermo alle nove meno venti del giorno del suo matrimonio, quando scopre che lo sposino l’ha truffata ed è scappato con la grana. E passa la vita in un’antica magione sempre più decadente.

Mi ci è voluto un bel po’, per decidere che non avrei fatto lo stesso. Ma la cosa più difficile del tempo delle cose non è fermarlo, è riprendere la corsa. Il coniglio di Alice diventa la tartaruga di Achille, al confronto, e riesce comunque a battere il traguardo prima di me.

Che ora mi ritrovo ad ammettere che la signora Morte non visita quando stiamo comodi, e grazie al cazzo, anzi, come la Vita senza cesareo (ir)rompe spesso a notte fonda. E i castelli di carte che si tengono su a stento cadono al primo soffio come certe case antiche, comprate troppo in fretta con gli orologi fermi.

E siccome il mio orologio si è fermato al terzo giorno di trasloco, la primavera ha un bel daffare a bussare e chiedermi se almeno a lei un caffè lo voglio offrire, caffè e vestiti leggeri, ma negli scatoloni ancora imballati non so più dove trovare i suddetti vestiti, ne compro pigra di altri in promozione, finché non mi accorgo che è sparita anche la paccottiglia che spacciavo per gioielli, e allora cerco tra i mobili IKEA ancora smontati (ve li regalo, li volete?) e libri già letti che butto via infastidita.

Dicono che ho un debito, con questa casa. Non se lo meritava, di essere lasciata così, sospesa, quando avrei dovuto ridere in faccia alla sorte e aprire le finestre, darle aria nuova e batteria alle sue lancette. E rispetto a Miss Havisham, spogliata di tutto, grottesco arredamento di una vita che non si arrende alla sorte, rispetto a Miss Havisham i miei debiti col tempo li voglio pagare.

(Il tempo di partire / il tempo di restare)

taroluna
Il titolo alternativo era “Lo zen e l’arte del pane e puparuole”. Poi ho pensato che fosse un titolo poco serio, per una che sta per annunciare, a chi non abbia di meglio da leggere, che il blog è tornato, ma un po’ cambierà.

Perché è cambiata, e molto, l’autrice.

L’oscuramento era dovuto proprio a questo, in fondo, all’oscura notte dell’anima, come direbbe San Juan de la Cruz, che poco dopo il trasloco alla “mia” casa, a un passo dalla realizzazione di tutto ciò che volessi, mi ha trascinato via con un colpo di vento tutto il castello di carte che avevo costruito su chi fossi e cosa volessi fare.

Perché erano tutte bugie.

Quante bugie ci raccontiamo, per paura di essere delusi? Quante volte ci diciamo che va bene lavorare male purché si lavori, tenersi questa relazione anche se non siamo più innamorati, uscire con gli stessi amici di sempre per non ammettere che ormai siamo cresciuti e parliamo lingue diverse?

Mentirsi è facile: basta spegnere il filo invisibile che collega gli occhi alla pancia, e non vedere più di cosa abbiamo bisogno.

Finché una carta del castello di menzogne crolla, e allora ci ritroviamo a bocca aperta davanti a un tavolo pieno di carte, sparse in disordine.

E quel tavolo è la nostra vita.

Possiamo alzarci e costruire altri castelli, dare un calcio al tavolo o cominciare a farci cose utili, tipo preparare la cena e riflettere davvero su ciò che vogliamo.

Cos’è che vuoi, davvero, in questo momento? Proprio adesso. A parte andare in bagno, e chiedermi indietro i due minuti passati a leggere sta cosa.

Io, per esempio, adesso lo so. E non sono tutte cose che mi piaccia volere. Troppi bisogni, troppe smentite all’assioma “mi basto da sola”. Ma è buono a sapersi, meglio che far finta di niente e pagare il conto tutto insieme.

C’è una carta, nei tarocchi, che è la Luna. Non La Luuunaaaa Neeeraaa, quella l’ho cercata anch’io, ma non c’era negli Arcani Maggiori. I tarocchi non raccontano il futuro, raccontano storie. Anche su di noi, se le vogliamo vedere.

E questa carta parla di un viaggio, illuminato da una luna enorme accompagnata da latrati di cani e chele di molluschi, con due torri in lontananza e molta, molta strada da fare.

Come notte non è poi così oscura, ma ti ci perdi lo stesso. Il tratto più difficile è quello in cui si è troppo lontani dalla partenza per tornare indietro, ma c’è ancora molta strada da fare per arrivare da qualsiasi parte.

È allora che bisogna ascoltare quel brontolio nello stomaco che per una volta non ci dice solo che è passato un po’ dall’ultima birra, dall’ultima sigaretta, dall’ultima chiamata a chi è stat@ capace solo di farci mangiare bile.

Per una volta ci dice che ne vale la pena.

Prosaicamente, stavo in bagno.

Mi sono buttata in corridoio e mi sono ritrovata faccia a faccia con mia madre, a distanza sulla soglia della cucina, mentre gli uomini restavano nelle stanze di prima. Non avevo mai visto mia madre con la terra che le tremasse sotto i piedi.

Io: “Dobbiamo metterci sotto le porte? Come funzionava? … Ma andare in strada no?”.

Lei: “Tranquilla, la casa è forte. Ha resistito al terremoto dell’ ’80”.

Già. La formula magica che cacciamo a ogni terremoto, una specie di veto alla ciorta: eh, no, sei passata di qua nell’ ’80 e abbiamo resistito, ora che vuoi?

Poi mi sono ricordata che nell’ ’80 la distribuzione dello spazio tra me e mia madre era diversa, ma è una storia che ho già raccontato. Praticamente io le stavo nella pancia e non mi muovevo, indignata forse da tanto trambusto. Lei aveva 25 anni e aveva paura. Il vicino, nella campagna in cui si erano rifugiati, voleva farci riprendere a tutte e due con la camomilla.

Non so se è anche per quello che ogni tanto, da anni e anni, mi ritorna in mente un paradosso che mi ha già fruttato qualche occhiata perplessa: “Che succede se avverti una scossa di terremoto proprio durante una scossa di terremoto, ma la tua sensazione è sbagliata, nonostante la scossa sia vera?”.

Ci pensavo anche ieri mattina, e adesso mi diranno che porto seccia.

Ora credo di sapere cosa voglia dire: che succede se credi di amare quando dovresti farlo, ma non è vero? Se fingi di essere emozionata/contenta proprio quando dovresti esserlo? Se ti ritieni orgogliosa di aver raggiunto un traguardo a caso proprio nel momento in cui dovresti farlo, ma non è vero?

Questo scollamento tra vita e sensazioni mi è vacillato ieri insieme ai vetri dell’esile porta a cui mi appoggiavo ingenua.

Anche se in realtà proprio in quel momento non pensavo assolutamente a niente. Solo a dove andare per salvarmi e se resistere all’impulso innato di scappare. E poi a un rimpianto lontano, indefinito, di errori che non avevo ancora fatto, su cui mi trastullavo fino a qualche minuto prima.

Poi sono arrivate le telefonate, senza pensarci. Fatte, ricevute. Non c’è una logica, mi sono resa conto di non ricordare più chi fosse chi nel gioco di ruolo della vita: il tuo migliore amico, l’amica che deve venirti a trovare ma non è raggiungibile, l’eterno amore non corrisposto finito a tarallucci e auguri di Natale. E poi passi in rassegna chi invece sai al sicuro e ti dici che ti sarebbe spiaciuto crollare due piani con un lampadario nello stomaco senza dirsi manco auguri.

No, è come quando hai il raffreddore e non senti più i sapori che definiscono le singole pietanze. Capisci solo che è roba da mangiare e continui per fame. C’era quella pubblicità ridicola dei primi anni ’90, di qualche formaggio da banco frigo con fermenti lattici vivi.

“Lo voglio vivo”.

In quel momento è l’unica cosa che abbia senso. E l’ho pensata anche di me.

Perché è da un po’ che ho come la fantasia che mi stia “partorendo”, stia vivendo uno di quei momenti di rinascita che si manifestano con un cambio di capelli e gusti alimentari e in questo caso, guarda un po’, col raddoppio dei valori di prolattina nelle analisi.

Dopo questo, di terremoto, ho avuto la soddisfazione di accarezzarmela io, la pancia piatta.

Sì, c’ero ancora.

paginebiancheÈ da un po’ che ogni volta che finisco un quaderno, un’agenda, un diario, mi accorgo sempre di aver lasciato due pagine bianche alla fine, giusto prima dell’ultima pagina.

L’ho fatto pure con l’agendina di un amico, che me l’aveva prestata perché appuntassi un bel testo che mi dettava. Alla fine, strappando i fogli dall’agenda, mi sono accorta di avergliela decimata.

Io capisco che, a questo punto, lo sticazzi sia in agguato. Ma ultimamente sono più strana del solito e cerco un perché a tutte le cose, come se non avessi imparato abbastanza che sapere i perché non serve a niente.
Irriducibile, sono andata su google e ho cercato in varie lingue “lasciare le pagine in bianco”. Non ho trovato una ceppa di spiegazione, ovviamente, ma il testo più carino era in inglese, una complicata descrizione su come ottenere pagine bianche da un documento digitale, “per iniziare un nuovo libro”.

Allora ho pensato che stessi cercando di fare la stessa cosa.

Sto scrivendo un libro di pagine bianche.

Prima e dopo c’è la strage di parole, i miei dubbi pensieri ossessioni e i soliti perché, perché, perché.

Poi giri pagina e ti ritrovi questo bianco perfetto.

La giri ancora e c’è l’ultimo peana a una ragione che mi serve ogni giorno di meno.

Ma il libro delle pagine bianche si fa strada imperterrito, col suo bianco perfetto, tra i fiumi di inchiostro e parole, beandosi della sua intonsa quiete.

No, qui sbaglio. Quiete non so, c’è bianco e bianco. E non mi riferisco solo ai quaderni in carta riciclata di Fnac, o alle setosità inedite di qualche agendina di lusso comprata per capriccio.

È proprio la qualità del non-testo a cambiare agenda dopo agenda, mese dopo mese.

Mi piacerebbe imparare a decifrare il mio libro delle pagine bianche, l’inchiostro simpatico che immagino contenga la mia vita e la vostra e tutti i perché che possiamo immaginare per trastullarci invece di vivere.

Ma comincio a pensare che non me li svelerà mai.

O forse comincio sul serio a sperarlo.

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Paco è il padrone di questa casa, che ora è mia.

Ma in realtà è ancora di Paco.

Me ne sono resa conto da quando la porta si è chiusa alle mie spalle l’ultima volta e mi sono ritrovata con 13 scatoloni da svuotare e l’improvvisa scoperta che per chissà quanto sarei rimasta solo io.

Eccomi quindi a occupare un angolino della casa di Paco, senza disturbarlo. Le sue madonne barocche (non in senso artistico, parlo dei gingilli che hanno addosso) sono rimaste sulle pareti. Come sono rimaste le sue pantofole di vecchio artritico che, siccome mi ha confessato che gli restava poco da vivere, a volte guardo dicendomi che potrebbero essere le pantofole di un morto, e non lo saprei.

Perché di Paco, dopo quella visita al notaio in cui mi ha dato il mazzo di chiavi come se fosse stata una sigaretta che gli avessi chiesto per strada, conosco solo le poche parole che abbiamo scambiato. La galanteria d’altri tempi con cui ha immediatamente assecondato l’agente immobiliare, quando gli ha chiesto se fossi bella. La tendenza un po’ fastidiosa a circondarsi di calendari di farmacie.

La gente che bussa, chiede ancora di lui. Per me bussano in pochi, anche perché pochi aspetto. Uno sembrava incazzato, aveva una voce straniera. “Paco?”. “No”. “Dov’è Paco?”, “Non vive più qui, ora ci vivo io”. “Vale, vale, adiós”. E io a chiedermi se avessi detto la verità.

Perché in realtà ho preso la stanza più piccola di casa di Paco, quella della Madonna più grande ma più dolce, con meno fronzoli, e ci ho fatto buttare un letto molto basso, che pomposamente chiamano tatami, e che è diventato il mio nuovo quartier generale, la mia vera casa.

E niente, vivo aspettando che casa di Paco diventi casa mia.

So che dovrei fare delle cose, perché succeda, svuotare gli scatoloni e progettare tutte le ristrutturazioni che i pochi visitatori suggeriscono dopo avermi chiesto “Ma stai qua tutta sola?”.

Sì.

E mentre mi ci abituo, a casa di Paco, aspetto come il ficus scoperto su uno dei balconi, quello che mi chiedevo quanto inaffiare e ogni quando, prima che cominciassero le piogge e si mettesse educato a prendere l’acqua che gli serve e a fare la sua vita, e rallegrare la mia le rare volte che mi affaccio a curiosare in strada.

È un bel ficus, mi spiace non avere un giardino per piantarlo bene. Sembra che non abbia bisogno di niente. Come faccio finta io da sempre.

Ma lui davvero.

http://www.youtube.com/watch?v=RgOFMqUoyN8

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