Archivio degli articoli con tag: cervelli in fuga

Lo so, non siamo sul blog di Hello Kitty, ma all’università ho scoperto l’angolo del cortile in cui vanno le ragazze a parlare d’amore.

Vicino al campetto chiuso, dove stanno le panchine in ferro battuto, che ti ci puoi stendere. Dove ho fatto la seconda intervista da napoletana a Barcellona per un giovane meridionalista.

Miii, ogni volta che mi siedo a leggere ci stanno due lì vicino, sempre diverse, che fanno discorsi da romanzo di Lyala.

Solo un po’ più moderni.

Il “lui” di turno, ad esempio, è sempre ambiguo, sentimentalmente incerto. Ma anche loro non scherzano.

Di solito ce n’è una esasperata e l’amica che le dà saggi consigli.

Tipo: parlagli chiaro, non fare lo zerbino ecc.

Il tutto in catalano, ovviamente, o in una buffa combinazione catalano/spagnolo che manda a farsi benedire la mia concentrazione. Specie se è un libro di storia da recensire.

L’ultima volta le ho lasciate al(le) loro pene e me ne sono andata un po’ in giro.

Sono approdata nel Born, al Carders Public House. E l’urlo belluino che proveniva da lì mi ha ricordato che il mio Manchester City si misurava col Liverpool, la squadra della città più schifata dai mancuniani (io me ne frego, ma mi piace sfotterli).

Ho acchiappato gli ultimi 10 minuti, mentre Andy Carroll entrava in campo per gli Scousers e il suo orribile codino mi rendeva più facile il compito di gufare. Ero pure in minoranza, i fan del Liverpool erano numerosi.

Si è affacciato un signore catalano e ha chiesto a quanto stessero. Gli ho risposto 2 a 2 e mi ha chiesto se avesse segnato il Barça. Ah, già, giocava pure quello. E dulcis in fundo, il Napoli. Se è così ogni domenica mi sparo. Chi non ha il cuore sparso in giro non può capire.

Per fortuna lì per lì i patemi sono durati il tempo di una clara, 2-2 e contenti tutti.

Il proprietario mi ha quasi riconosciuta.

L’ultima volta mi ha vista proprio lì all’uscita, alle 4 del mattino, con la custodia di un microfono e due tizi, uno che reggeva una cornamusa e un altro che teneva fermo il leggio.

Ero pure stata invitata a casa loro, da quello sbagliato.

Wrong bedroom, avevo sorriso in silenzio.

E sulla strada di casa, a un semaforo della Rambla, il passante accanto a me era stato agganciato da una prostituta.

– Stammi vicino – aveva implorato, scostandosi dall’orecchio una bocca bianco metallizzato (alle nigeriane sta da dio).

Non era la prima volta che salvavo qualcuno dalle prostitute sulla Rambla. Ma questo era siciliano.

– Sto qui da 4 anni. No, il catalano non lo parlo perché non mi piace e non mi serve, al lavoro. Ah, tu sei stata licenziata? Vabbe’, la situazione è tremenda, ma sempre meglio dell’Italia, no?

La mattina in facoltà potrei dirne anch’io, di cose, alle amiche innamorate della panchina accanto.

Ma la prossima volta mi porto un libro comico, magari mi concentro di più.

(omaggio all’amore, ma soprattutto a Manchester. E che San Morrissey ci perdoni!)

Foto di Stefano Buonamici http://buonamici.photoshelter.com/

– Scusa…

Alzo gli occhi dal libro.

Un tizio occhialuto e magro mi copre le onde della Barceloneta.

– No, è che eri così immersa nella lettura che dovevo disturbarti!

Un’esperienza quasi ventennale in posteggia (da me gli idioti so’ precoci) e so solo sorridere a denti stretti:

– Ah, be’, grazie del pensiero!

Non se ne va.

– Sembra che ti piaccia il viola

Mi passo una mano tra il vestito viola e la borsa in tinta, sbattendo gli occhi bistrati di viola.

– Pare di sì.

Allora la butta sul sociale:

– Passeggiavo e mi chiedevo cosa fosse successo, alla spiaggia. Sembra il festival dell’immondizia!

L’argomento giusto con una di Napoli. Alla fine riesco a dire:

– Buona passeggiata, allora!

Perfino il mio alunno di posteggia è meglio. Quando sono entrata nel panificio dopo 12 giorni di assenza ha detto:

– Italiana bellisima, come stai?
– Male, fa caldo!
– Se lo dici tu…
– E tu come stai?
– Fa caldo!
– Ah, adesso lo senti?
– Sì, perché sei entrata tu!

Si vede che non si allena da un po’. È pure smunto, sarà stato il Ramadan. Meno male che adesso è finito e il venerdì si mangia di nuovo cous cous. Giovedì, invece, paella.

Insomma, rieccomi a Barcellona.

L’amaca era ancora lì, sembrava rinchiusa su se stessa per sfidare il vento.

Ho guardato il clásico (Barça-Real) a la Xaica, adesso Bastió Blaugrana, e vi sconsiglio il nuovo piano per le partite: razioni piccole, poca scelta (fatevi portare il menù del piano di sopra) e uno schermo per tavolo è un po’ alienante. Meno male che abbiamo “portato a casa il risultato” , coi giocatori che si sono risvegliati come marionette al primo goal di Ronaldo.

Poi la coppia napolucana mi ha aggiornato sulle novità.

Una collega francese di lei è stata sospesa al lavoro insieme a un tecnico della manutenzione. Sesso orale in bagno a porta aperta.

Un’altra che vive nel Raval, come me, si è ritrovata un incendio al piano di sotto, dove vivevano 18 pakistani. Intossicati ma salvi.

18. E noi ci lamentiamo…

No, scusate, discussioni oziose da Barcellona senza.

L’amica comune parla spesso di lui, ma soprattutto della ragazza. Quando sentiamo una canzone unz tunz dice “oh, questa a lei piacerebbe tantissimo!”. Pure ieri, alla festa di Sants, tra le decorazioni ispirate a Hello Kitty: “Oh, vorrei che fosse qui con noi, lei adora Hello Kitty!”.

Sono cose che fanno bene al cuore.

Ma la festa di Sants è carina. Stanotte torniamo per i correfocs, che l’amica catalana, come tutte qua, li adora. Le ricordano l’infanzia. Noi che abbiamo avuto un’infanzia altrove non siamo altrettanto entusiasti, ma mi piacerà giocare tra le scintille.

Un’ultima considerazione oziosa: qui, l’ho già detto, si va per feste. C’è la disoccupazione, l’alienazione, l’amicizia usa e getta che dura un’estate. Ma poi ci sono le feste di quartiere, i concerti gratis, i cinema all’aperto.

Le feste mettono gioia e tristezza insieme.

Per adesso ci prendiamo la gioia.

(il momento più alto della festa di Sants. Passata subito dopo l’originale)

Finalmente ho capito.

Ho capito perché sono passati 4 anni e sembra ieri.

Tornare è come recitare in un vecchio spettacolo. Lo scenario ti riporta a come stavi un attimo prima di partire.

Ma le differenze ci sono eccome.

Prima avevo un’abitudine. Dormire sul fianco destro, occhi verso la porta. Ci ho perso 3 mesi di sonno, a Manchester, finché non ho spostato i mobili.

Adesso dormo sul sinistro, faccia in giù.

A parte queste piccole manie personali ho notato diverse cose che mi piacciono.

Un ragazzo bassino e riccio che baciava una ragazza con la pelle scurissima e le treccine, fuori la stazione.
E altre coppie miste.

Mi dicono anche di coppie gay tranquille, mano nella mano.

Sempre alla stazione, un testimone di Geova cercava di convertire un senegalese, mentre una sua connazionale lasciava un momento la carrozzina, faceva ondeggiare lo splendido vestito turchese con fantasie arancioni e sputava sul binario.

Come i vecchietti di qua e le loro t-shirt a righe, sulle strade deserte della domenica pomeriggio, quando mettono le sedie sul marciapiede per prendere il fresco. Ho visto 6 donne, e solo 2 non erano né in coppia, né straniere. E una aveva appena dichiarato di tornare dalla chiesa.

Tutte aperte, le chiese. Dio non va in vacanza.

Il resto sì, nonostante la crisi.

Resta qualche amico, e mi fa piacere. Nessuno è rimasto bloccato allo scenario di cui sopra. Certo, c’è chi avanza veloce e chi no. Ma camminano tutti.

E io guardo la mia stanza, il parato a fiorellini per bimbe leziose e penso sempre di modificarla, ma non riesco mai. Come mia madre non dà via i miei abiti smessi, un curioso miscuglio di cappotti infantili e sciatte gonne ventenni, nel ripostiglio di nonna.

“Maria, ma chill’amico tuojo che era ‘e chillu paese… Afragola? No… Chillo ca nun me piaceva… ‘nu poco cafunciello… Brava, chillu llà. Ma chillo te piace, a te? Brava, a nonna, meglio accussì”.

Tra i libri che mi ripromettevo di portare in soffitta c’è “Mi chiedo quanto ti mancherò”.

Tanto.

Non ci date manco i soldi per un panini, e sbagliate pure a scrivere il ristorante! Il catalano sventola il buono pasto da 4 euro e 70, che per la Vueling compenserebbe 4 ore di ritardo e l’arrivo a Barcellona dopo la mezzanotte.

La hostess di Capodichino sorride alla profusione di coño ( = figa) che le piove addosso, corregge il nome e mormora:

– Sì, però ti devi togliere dal cazzo.

Il catalano ringrazia e se ne va.

Finalmente è il mio turno.

– Senta, potrei riavere indietro la mia valigia e spostare il volo?
– Certo.
– Gratis?
– Gratis.

Eccomi ancora qui. Dopo una settimana che si preannunciava strana ed è rimasta sospesa a mezz’aria, come la bolla di calore che ha contribuito alla mia indolenza.

Volevo annichilirmi davanti a Sky, e l’avevo guardato pochissimo. Temevo di non trovare nessuno, e avevo rivisto gente che manco a immaginarlo. Volevo una pizza come si deve, e avevo girato invano per il centro storico con un malcapitato più affamato di me.

Almeno lo scialatiello ai frutti di mare, l’ultima sera.

Che adesso diventa la quintultima per la gioia di mio padre, ripiombato all’aeroporto coi tappetini dell’auto bagnati. Ho lo zaino ancora ad asciugare.

Perché non sono partita?

Mio fratello è a Parigi e i miei vengono da me a settembre.

Potrei dire per i soldi. Per il rimborso difficile da ottenere (impossibile per il taxi), mentre il volo me lo spostavano gratis.

Oppure per il tempo. 4 ore d’attesa, più 2 di volo, e almeno un’ora tra bagagli, reclamo e taxi.

Ma ero armata di libri e quaderni, e mouilletes, le striscioline di carta per provare i profumi dell’outlet (Escada Sexy Graffiti, annusato a distanza, è il Didò. E costa 62.50. Quanto costava il Didò?). E poi nel mal comune avevo già conosciuto delle argentine, una rumena diretta al matrimonio del fratello, e un napoletano simpatico.

Insomma, non sono rimasta manco per il tempo.

E allora perché?

Perché mi era indifferente.

Perché stasera tra la mia terra d’origine e quella che mi ero scelta non avevo preferenze.

Ed è un male. Ma questi 5 giorni mi diranno quanto m’importa ancora del mio fazzoletto di cielo tra le antenne del Raval.

E poi sono anni che non resto più di una settimana. Mi spaventa l’idea di scoprirmi a contare “quanto manca”, come in un quiz della domenica.

Soprattutto, è la prima volta che non ho più alibi, per le cose lasciate in sospeso.

Adoro le seconde opportunità. Sono il mio nuovo Didò.

foto inedita… :p

– Tieni, questo è l’anello che mi regalò tuo nonno la nostra prima Epifania da sposati.

6 gennaio 1951, ho calcolato, sopraffatta dal regalo. Un fiore coi petali d’oro, di tre colori diversi.

– Me ne fece qualcun altro, poi quasi niente – ha continuato al passato remoto – il fidanzamento è una follia. Il matrimonio, invece … – .

Da fidanzati il nonno si era intrufolato nell’aula in cui lei insegnava, prima della campanella, e aveva scritto “Ergerti vorrei un trono vicino al sol”. L’Aida, di Verdi. Quello dell’inno padano.

Poi Aida si era messa il grembiule e addio poesia.

Oggi abbiamo altri regali e altri alibi. Uno che ho smesso da poco, comodissimo, è gli uomini si mettono con le tipe insulse perché hanno paura di quelle intelligenti. Ora mi sembra l’equivalente femminile dell’odioso le donne si mettono con quelli che hanno i soldi.

E poi, cos’è “insulse”? Tranquille, allegre, serene? La mia generazione confonde spesso intelligenza e inquietudine.
E se ci sono ancora uomini che non lo fanno, allora dovremmo prendere esempio, penso con un sorriso.

Ma io l’ho già fatto. Che ci trovi, mi chiedevano l’anno scorso, in uno che non parla nessuna delle lingue che parli tu, che obbedisce ciecamente alla sua religione, che a volte ti fa domande da bambino delle elementari?

Innanzitutto, quelli che l’hanno visto sanno che ci trovavo. Al diavolo il discorso sull’intelligenza più importante della bellezza. La bellezza è un miracolo, e se non è un “merito” non sono sicura che l’intelligenza lo sia.

E poi ci trovavo la pace. Una filosofia ovvia e tranquilla: “Che non possiamo comunicare non è un problemo. Un problemo è bimbo senza gambe”. E sospetto che in Kashmir ne avesse visto più di uno.

E il futuro. La rarità di essere uomo a 30 anni. Di voler solo un po’ di pace e un terrazzo vicino al sol (il trono è scomodo), e un figlio da circoncidere con una bella cerimonia (“Sul mio cadavere”, annunciavo bellicosa).

Non è durata, però, il rimedio all’inquietudine non è la noia. Ci vuole equilibrio.

Che se lo cercassero altri, io sto bene sulla mia amaca a una piazza sola. Ok, una piazza e mezzo.

Ma la nonna non capisce quando parlo così.

Ho infilato l’anello all’anulare sbagliato, pensando alle cose che non saprà mai.

E a quelle che non saprò mai io.

– Espulso Pandev! – ho gridato dal balcone.

I 4 ragazzi intorno all’auto mi hanno guardata curiosi, le valigie già scaricate.

– E perché?
– Boh.

Sono scesa ad abbracciare mio fratello, di ritorno dalla prima tranche di vacanze, e a salutare la sua ragazza e i loro amici.

Fino alla sconfitta del Napoli (in 9 contro 15, ironizzano su fb) il ritorno stava andando piuttosto bene.

Vari momenti di tensione, ma una tensione allegra.

Come in fila per i bagagli, quando è squillato il telefono e non credevo ai miei occhi, ma me l’aspettavo, anche.

Come mi aspettavo la strana conversazione che sarebbe seguita. Troppo normale per non essere strana. E in spagnolo, che per noi è sempre stato la lingua della distanza, del “come va, tutto pronto per la partenza, trovato casa (mi dice il prezzo intero, come se vivesse solo), sei contento di andartene, scrivi”. E la lingua del non detto, o così mi sembrava mentre il tizio davanti mi credeva spagnola e mi sfotteva coi compagni.

Ho risposto con una smorfia napoletana e mi hanno pure salutato, mentre già poggiavo la valigia sul rullo trasportatore.

I souvenir di sempre, sempre più scemi, la confusione a Capodichino, mamma sto alle partenze, ma io ti aspettavo agli arrivi, e via fino a casa, senza passare dalla zia che mi fa strano non esista più.

Come il giardino del nonno, che fa male a guardarlo, senza più alberi e pieno di erbacce. Almeno adesso si vede il rubinetto vecchio, che messo lì tra le rose aveva un’aria di mistero, e la porticella chiusa in cui avevo deciso vivessero le fate.

Stavo per toglierci il fil di ferro per scoprire se nascondeva cavi elettrici o tubature. Poi ho deciso di no.

Le fate vanno bene.

Fate vrenzole come le trummettelle che hanno festeggiato i due goal oggi pomeriggio, prima del tossico.

L’unico momento brutto è stato mentre cercavo invano di allattare il gattino, scovato minuscolo in cortile e adottato all’istante, mentre la nonna cadeva l’ennesima volta e mamma per accudirla non rispondeva al telefono. Era la mia amica, in ritardo.

Stress.

Ma l’ho affogato nel gattò.

Il gattò è una cosa seria, altro che babbà.

portami il mondo in una piazza

Home is so far from Home, scriveva Emily Dickinson.

Di solito, la notte prima di lasciare Barcellona, anche solo per una settimana di Napoli, mi faccio un lungo giro per “congedarmi”.

Stavolta l’ho dovuto fare per forza, perché ho lasciato le piantine a Urgell, alla donna dal pollice verde. Che le ha piazzate subito accanto alla vite, incaricandola d’istruirle sulle regole della casa.

Altri livelli, ho pensato avviandomi in ritardo all’appuntamento. Una coppia di napoletani (lei di Matéra, ma ormai dei nostri) con una notizia da darmi.

Ovviamente se ne vanno da Barcellona, mi spiegano sulla strada del Port Vell. A lei scade il contratto a termine, a lui è slittato un lavoro a ottobre. Hanno altri progetti, tutti fuori dall’Italia.

Li ascolto attenta e dispiaciuta, quando mi squilla il telefono e grido:
– Nooo!

Se l’aspettavano. Forse mi avevano dato appuntamento per questo, per stare lì mentre ascoltavo:

– Ciao! Sto con … e la sua ragazza, appena arrivata! Ci raggiungi?

E qui mi si è aperta la rosa delle scuse:

Oh, che bello, peccato che debba lavare i capelli alle Barbie.

Magari, ma devo separarmi tutte le doppie punte.

No, me lo chiedi proprio ora che Johnny (Depp) ha parcheggiato l’elicottero in terrazzo e si è autoinvitato a cena?

Alla fine ho guardato i due amici in ascolto e ho detto solo che restavo con loro, perché partivano, caso mai vi raggiungo più tardi.

– Ok, allora chiama direttamente lui, che io torno presto e li lascio soli.
– Contaci!

– Partiamo a settembre – hanno specificato i napulegni a fine chiamata.

Poi, guadagnandosi il Nobel per la pacienza, mi hanno ascoltata sbariare per 3 ore. Perché coi napoletani non mi lamento, non vado in crisi, non sclero. Sbareo, al massimo azzecco ‘e ponte.

Una lunga filippica sull’ambiguità nei rapporti. Posso accusare qualcuno di ambiguità, nell’ennesima situazione ridicola in cui mi sono cacciata? Forse no. Tutto ciò che posso dire, signori della corte, è che, per quanto fossi stata riservata e timida (tanto, tanto tempo fa), che fossi fidanzata prima o poi mi scappava.

– Moglie e buoi dei paesi tuoi – mi sfotteva lui.

E giù altre filippiche sul mio manifesto autorazzismo.

Il giro ce lo siamo fatti, eh: Barceloneta (col cinema gratis sulla sabbia), Born, e il mio lungo ritorno a casa attraverso la Rambla. Poi c. Carme e lo slalom per evitare l’imbecille della serata, che decido di non salutare perché anche solo un “hola” di risposta per qualcuno è un invito. Mi è capitato con filippini, paki, argentini, l’idiozia non ha confini.

Come Plaça Universitat, che mi aspetta tra una settimana insieme alla navetta dell’aeroporto, che ripartirà puzzolente di caciocavallo.

È la mia piazza preferita, con tutto il suo potenziale: la gente che s’incontra fuori alla metro, gli skaters scassaminchia, Plaça Catalunya a sinistra, con la Fnac alla fine del Pelayo, la Ronda di Sant Antoni a destra, col mercato.

Al paese invece mi aspetta Sky in infradito, e qualche amico che non parte. I due cinema proporranno i film dei Vanzina, o qualche sparatutto doppiato.

E quando tornerò, lui sarà sparito. Resterà Barcellona.

Come si dice dalle mie parti, “vado bene io”.

(esempio di sbariamento con flamenco)

(esempio di addio romantico)

foto di Juan Novakosvky

L’ho vista una prima volta, io, Barcellona?

Perché mi sembra di star qui da sempre.

Ma devo averla pur vista una prima volta, dalla nave, quando scorsi quell’orrendo palazzo al porto che sarò l’unica in città a non sapere cosa sia.

Allora ce l’avevo alla mia destra, per la prima e unica volta. Quando sarei partita per Lo Sbarco non l’avrei notato, al buio, al cospetto di Montjuïc visto dal mare.

È che quando mi vengono a trovare, e guardano Barcellona con gli occhi di chi non ci vive, cerco di ricordare come la vedevo io, da turista.

Non mi piacque. Detectai in un momento tutte le cose che non mi sarebbero piaciute, tutte insieme. Il caos. La sporcizia. Il vuoto.

La sensazione che sia un grande scenario montato per i turisti, con quelli di qua che scappano lontano, defraudati della loro città ma troppo simili a quelli da cui fuggivo per compatirli davvero.

“In fuga” ci stavo più allora, in quell’albergo del Raval che non ho più identificato, circondato da signorine in minigonna.

La prima volta a Barcellona l’ho pure descritta per un compito di catalano, stile temino delle elementari. Ho parlato della Rambla che mi era sembrata da subito l’Inferno, di Gaudí che mi pareva un bambino che giocasse ancora col Lego (non lo scrissi così, che mi estradavano). Ma anche della Rambla del Mar, di quanto fosse bella, la sera, con poca gente, nonostante i miei tacchetti fini che s’impigliavano continuamente nelle tavole di legno. E di quanto mi mancasse, ora che ci andavo con scarpe rasoterra, il braccio che mi sosteneva. Il commento in rosso della prof fu “Ets una novel•lista!”. Be’, in effetti ci provo. “… Però amb errors”. La prof di ora è meno generosa: “Questo l’hai scritto tu? È bello. Strano”.

Invece le prime volte degli altri le so a memoria.

La bocca aperta davanti a Gaudí, che da qualche parte mi fa una linguaccia. La domanda al ristorante: “Ma dove sono i primi piatti?”.

I problemi con le presentazioni, con gli autoctoni pronti a dare due baci e gli italiani lì con la destra sospesa nel vuoto. I baci rubati, più o meno involontariamente, nell’operazione (noi partiamo dalla guancia destra, loro no).

La sorpresa (a volte il fastidio) davanti alle coppie gay mano nella mano. Le postegge notturne a qualsiasi bionda in abito corto e tacchi alti, prima di accorgersi che sono troppe per fermarle tutte.

O le sbirciatine all’interno coscia dei nudisti a Barceloneta, mentre spiego all’amica di turno che non si affezionasse troppo, 8 su 10 il chico è gay. Specie se è spettacolare. Ma restano meno sconvolte dei ragazzi di fronte al topless, fanno tanto gli spavaldi ma poi se stanno tutte con le poppe al vento “non si trovano”.

Tanto, anche se si trovassero…

Questo paese è noiosissimo, diceva una conterranea ieri, qua le ragazze quando dicono sì vogliono dire proprio sì, e quando dicono no, è no.

Forse è questa la cosa che mi mancherebbe di più di Barcellona.

Peccato che chi viene da fuori non la sa.

(Barcellona, vista da dei catalani)

Stamattina la luna non voleva proprio saperne, di levarsi dai piedi.

Stava lì, illuminata dal primo sole, enorme e stupenda come due sere fa, quando mi resi conto che la Festa della luna piena era stata un buco nell’acqua. Che la Casta Diva era enorme e stregata sul mare della Mar Bella, la mia spiaggia preferita a Barcellona, ma che intorno alla collinetta dei nudisti la gente si raccoglieva in gruppetti isolati, autarchici.

– Qui siamo così – spiegava l’amica catalana, sorridendo – magari sfiori quelli del gruppo accanto, ma non vi parlate nemmeno.

E poi non c’era granché spazio per la conversazione. Un gruppetto si bagnava en pelotas, senza costume, un altro suonava incessantemente dei tamburi, e un circolo bello grande di gente sembrava consumare qualche strano rito, alternando momenti di raccoglimento a movimenti lenti, uniformi.

In effetti la luna era proprio stregata.

L’amico di Palermo non era venuto, forse era esausto dopo il lavoro. L’avevo visto la mattina in Plaça Sant Jaume, davanti al Palau de la Generalitat, a protestare coi suoi colleghi per la gran putada.

Il governo catalano ha tagliato i fondi ai centri che non gestisce direttamente. Manco gli stipendi per gli assistenti sociali. Intanto lavori, poi si vede.

L’amico però pensa che a settembre si risolve tutto, magari è una manovra politica pure per far vedere che la colpa è del Govern Central (si pronuncia “Satana”) che di fondi non ne manda abbastanza. Pensa ai suoi assistiti, autistici geniali che magari s’incazzano perché le patate nel piatto toccano la carne, e che ora si ritrovano senza suppellettili, senza niente.

Loro non votano, osservo oziosamente.

Lui si voleva mettere in mutande a cucinare un pentolone di fagioli con chorizo (sempre per il doppio senso: salame-arraffone). Avevo già pensato alla battuta: avrei preferito vederti così in circostanze più amene.
E invece, compunti, ci siamo seduti a terra in Plaça Sant Jaume, gruppo “Acció”. E mentre parlavamo è passata una volante, è sceso un poliziotto, si è messo a leggere i cartelli, una delle ragazze gli è andata incontro decisa e… Si sono abbracciati.

Li ho fotografati che chiacchieravano prima che il poliziotto se ne andasse soddisfatto. A lui hanno tolto la tredicesima e diminuito stipendio e ferie.

Ogni tanto passavano turisti italiani, inconfondibili, e allora l’amico si alzava e cercava di spiegare. Guardavano a terra, imbarazzati dal loro disinteresse, e andavano via.
E lui s’intossicava.
Non serviva a nulla spiegargli che le cose non si chiedono, s’impongono, niente “posso lasciarti questo volantino?”, metterglielo in mano e se non lo vuole leggere lo buttasse.
No. Lui pensava solo che era deluso. Che la gente del suo paese, del nostro, è ormai rassegnata.

Passiva no, pensavo tornando dalla festa della luna piena, a giudicare dal balzo che ho fatto quando un energumeno si era parato dinanzi a noi tre. Mi ero sapientemente scansata con l’andalusa, mentre la catalana si era ritrovata in faccia le grandi mani sozze ed era stata “salvata” dalle due terrone. Era stata l’unica a esitare, perché non capiva che succedesse.
Era rimasta incredula per molto tempo: “perché proprio a lei”, ci chiedeva. Avevo provato a dire che lei non ci era abituata, ormai quasi neanche io, e mi tornava alla mente il vecchio refrain “Sono quattro anni che vivo in un paese civile”.

Mi è tornato anche ieri sera, davanti alla luna solo un po’ più lontana e appannata, mentre mio padre mi suggeriva che le molestie vanno assolutamente condannate, però… “Abbassando i toni, in nome dell’umana fallibilità”.

Ci risiamo coi però. È questo che mi aspetta a casa, i però?

Evadere è reato, però se si può… Le raccomandazioni sono esecrabili, però la vita è dura. E le molestie orribili, però chi le fa è spesso incapace d’intendere e di volere. E poi la classica mano sul culo (quella che ti devi “saper giostrare”, diceva un coetaneo al paese) non lascia tracce.

Suppongo che chi la pensa così è stato toccato da una ragazza, la prima volta, non da un baffuto signore sorridente sull’R2, come me a 14 anni.

Ma questa “è la posizione più scientifica”, e allora se fermano ‘e rilorge perché la scienza ha parlato.

La stessa che 50 anni fa prescriveva scientificamente l’elettroshock agli omosessuali, e che ora improvvisamente “non era vera scienza”. Come quella, immagino, che 120 anni fa affermava che le donne amavano le botte, e che poi non sentivano tutto sto dolore.
Quali delle teorie snocciolate come scientifiche non lo saranno più tra 50 anni?

La scienza è la più ridicola delle religioni, perché non sa di esserlo.

E penso con un brivido al mare di “però” che costella il cielo tra la padella e la brace.
Tra Barcellona e Napoli.

Ma è cosa ‘e niente.

(canta che ti passa)

A Barcellona esiste anche l’addio a puntate.

Anzi, mi sa che è la prassi.

La mia sarda preferita la sfottiamo ancora per le dieci serate di birra, capellini (“andiamo al mio cinese o al tuo?”) e Antikaraoke con cui ha fatto la sua sontuosa uscita di scena, l’unica ad aver trovato lavoro in quel di Sassari.

Spesso si emigra in due episodi: prima un viaggetto nella nuova città, con metà dei bagagli, poi un’ultima notte nella vecchia stanza, già pubblicata su loquo tra quelle in affitto, e infine addio. O anche in tre parti: puntatina al paese per una visita a mammà, notte barcellonese (magari in spiaggia a ubriacarsi e farsi rubare le scarpe) e addio.

L’addio è sempre alla fine, ovviamente, ma non è mai definitivo. O così sembra. Scommetto che me li ritrovo tutti alle feste di Gràcia, a offrirmi un sorso di birra da un bicchiere di plastica. Il problema è che a parte la rumba catalana e qualche concertino le feste di Gràcia mi sembrano tristi, come tante cose organizzate dalla gente di qua in quartieri che ormai non la rappresentano.

Così mi accontento di un saluto frettoloso, delle pacche sulle spalle date sulla porta, quando scappo prima che chiuda la metro.

O di due chiacchiere prima che si sfaldi la comitiva, che una parte vada in spiaggia e un’altra a ballare i Beach Boys al Magic (“Ma Beyoncé che vi ha fatto?”, piagnucola l’amica spagnola che di addii ne vede pochi).

Certi episodi, poi, mi fanno capire ho ancora molto da imparare, per evitare le situazioni ridicole.

È tornato per una notte sola, ma che non si sapesse in giro, che “non voleva mettersi a lavare piatti”. Anche noi ti vogliamo bene, avevo pensato.

Gli hanno teso un’imboscata, una cena improvvisata. Ho disertato rispettosa, ma era un no a metà, “fatemi sapere che magari vengo dopo”. È difficile essere razionali e rispettosi se non sai più qual è l’ultima volta.

Ma sì, che lo sai. Tornerà presto, per le ultime cose. E non sarà solo. Ripenso con un brivido a certe serate a Napoli, ere geologiche fa. Non c’è paragone. Ma il ridicolo che non avvertivo allora adesso m’invade la bocca.

Tanto non mi hanno più “fatto sapere”, per la cena, e mi sono sentita un’idiota.

Mi tengo il mio saluto privato e il sospetto che qualcosa non vada, in questa città di adii a puntate.

Artificiali. Come i festoni di carta delle feste di Gràcia.

(però questi alla festa mi piacciono, specie se non nominano la buonanima di Gato Pérez ogni 10 secondi)

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