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(* Il titolo è rubato a Manuel Vicent)

A poco a poco si sposano quelli che “se avessi voluto saresti stata tu”. Ma io non ero pronta per loro. Per loro fortuna, intendo.

Però, siccome almeno loro sono fuori dal tunnel dell’anima gemella, li nomino mascotte ufficiali di quest’articoletto.

E dopo di me che parlo d’amore aspettatevi qualsiasi cosa. Non so, che un comico vinca le elezioni, o che uno chançonnier diventi Presidente del Consiglio.

D’altronde la vostra professoressa di Storia e Filosofia era davvero competente? La mia era laureata in Francese.
Quindi non rompete e sorbitevi la mia Lezioncella d’Amore.

Innanzitutto, dipende: di cosa stiamo parlando?

C’è chi si strugge appresso ad amori impossibili, per poi rinnegarli quando diventano umani, troppo umani.

C’è chi dice che il vero amore esiste solo in una coppia consolidata, quando due persone si conoscono e si “provano” come un divano IKEA, comprandosi a rate. Sono gli stessi che ti chiamano in lacrime dopo essersi lasciati con una quindicenne che vive in Canada, e fa la prostituta quando non spaccia.
Le loro argomentazioni si confutano con un postulato filosofico di facile comprensione:

vaffanculo.

Poi c’è quello che amore non è, tutte quelle fasi e sfumature che con un termine tecnico possiamo definire merda.

(si prega di dire “olé” a ogni sintomo, che oggi siamo pure in tema):

– I due baci dati in pubblico un’ora dopo essersi rotolati tra le lenzuola. “Quanto tempo…!”.
– Le telefonate a cui rispondono “sto con un’amica”.
– Un timido tentativo di sondare il tuo parere su qualche amico loro, “per una storia seria, dico”.
– Le lunghe sparizioni che giustifichi con “è impegnato, poverino, diamogli tempo per abituarsi alla mia presenza”.
– E le ex che aleggiano come fantasmi troppo frivoli o troppo cinici o troppo menefreghisti. Tu sei diversa, ma voglio andarci coi piedi di piombo.

Ti credo che pur di scongiurare sta roba sei disposta a finire con un solo coglione, che almeno sia uno e che non ti chieda scusa se ti sfiora per sbaglio in pubblico.

D’altronde, se stai con qualcuno “perché ti manca qualcosa”, andiamo proprio bene. Con questa spada di Damocle della paura di restar sola, come speri d’innamorarti davvero, di metterti in gioco senza paura che finisca?

Io l’amore l’ho sempre paragonato a una gravidanza, per la gioia dei miei ex. E ricordo quello che diceva Fromm sulla mamma perfetta. È una che non prende energia dai figli, ma ha tante di quelle energie che le avanzano, e le può donare agli altri.

In questo momento le energie non mi avanzano, le dedico tutte a me.

Tutto liscio se non fosse che mi sa che fino a 90 anni mi tocca innamorarmi ogni tanto.

E stiamo migliorando. Ho capito che c’è una proporzionalità diretta tra il mio stato psicofisico e il livello di follia dei tizi che mi piacciono. Man mano che mi avvio verso la tranquillità, migliorano decisamente. L’ultimo era solo troppo fidanzato e troppo nordico per farlo sapere in giro.

Certo, ora come ora faccio fatica a concepire un amore che migliori la vita, invece che peggiorarla o lasciarla pressocché invariata. Forse perché, lo diceva John Locke?, non possiamo immaginare cose che non abbiamo sperimentato. Dopo infiniti anni ho raggiunto almeno la fase in cui l’amore è una febbre che ti prende all’improvviso, e ti curi o con una lunga convalescenza o stando con quello che te l’ha provocata.
Non ridete, che c’è chi sta peggio.

Vedi la crisi di panico di Saffo:

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

E che è! La camomilla, allora, non tanto si usava?

Ma ho buone notizie. Delle amiche con cui me la giocavo, a storie strane, improvvisamente hanno incontrato uno. Tranquillo, sereno. Senza problemi sessuali, anzi. Di quelli che in altri tempi avresti trovato noiosi perché non hanno mai tentato il suicidio o contemplato l’omosessualità.

Di quelli che fanno regali, ricordano i compleanni, cucinano per te.

Come fu come non fu, vi giuro che per loro è cambiato tutto. Agli ex problematici pensano con un sorrisetto di compassione, che sembra il “prima” e “dopo” della pubblicità del Topexan, o addirittura il Dixan: “signora, io le do questi due campioni di genio e sregolatezza in cambio del suo che se dice che viene alle 8 squilla alle 7.59”. Si tengono lo squillo. Senza per forza rinunciare al genio. La sregolatezza, invece, si ricicla nell’umido.

I fusti(ni) scartati continuano a girare per il mondo e passare da “una specie di nuova fidanzatina” a un’altra, a registrare album che nessuno capisce e iniziare libri che poi non finiscono.

Qualche rimpianto? 5 minuti, forse. L’importante è che ciascuno trovi la sua strada, e che imparino che d’incrociarla con qualcuno puoi benissimo farne a meno. Solo così prima o poi potresti incrociarla con uno buono.

Più poi che prima, per piacere.

(per prendervi l’anima)

PS: Ovvio che parlo dell’unica esperienza che ho vissuto, quella di femmina etero. Ma non mi meraviglierebbe se qualche uomo s’identificasse. Più che altro non glielo auguro!

Allora, la situazione è questa:

– le ballerine marroni le ho forate ieri col ditone, ma visto il prezzo hanno resistito anche troppo;

– la tunica grigia è pulita, ma le due t-shirt che ci metto sotto no;

– il vestito bianco chiattillo sarebbe il colmo, va bene che è un sito per matrimoni, ma andare vestita da sposa non mi sembra il caso;

– la gonna nera stile sangallo è ancora reduce dalla notte di San Juan.

Scosto la minigonna per vedere se mi è sfuggito qualcosa. Niente. Uff, che mi metto?

Riciclo un vestito di mezza stagione, di quelli a bretelline che paghi un po’ di più perché “lo metti tutto l’anno”.
Poi mentre corro sulle espadrillas, le uniche scarpe possibili a questo punto, mi rendo conto che il 60% di acrilico mi farà sudare a più non posso.

Come se non bastassero i Ferrocarrils de la Generalitat. Manco un tabellone con gli orari dei treni.

Devo dirglielo, ai miei amici catalani, hanno ragione. Appena esuli un po’ dai mezzi pubblici per turisti, apriti cielo.

Eccomi ad aspettare un quarto d’ora a un binario che dice “Sant Cugat”. Eppure quando andavo in archivio era lì che passava il treno.

Che angoscia, l’archivio di Sant Cugat. Pareva un libro gigante a righe bianche e grigie, caduto dal cielo in mezzo a uno stradone che non sapevi manco come attraversare. Erano belle le margherite, fuori al cancello e dentro una lettera dal fronte orientale. 1917. Oddio, un po’ affumicate dai gas, ma si mantenevano bene.

– Scusa, per Sant Cugat? – finalmente un’impiegata delle ferrovie.
– Sei sul binario sbagliato, passano al 3 o al 4.
– E allora perché sulle scale c’è scritto Sant Cugat?
– Quella linea passa solo la mattina presto.

E io invece sono in ritardo. Quanto ci metterò, ad arrivare? Non ricordo, messaggio Vanessa. Lei lavora lì, da un mesetto. Quando ha saputo che mi avevano chiamata per il colloquio mi ha scritto tutta contenta, dopo ci prendiamo il caffè.

Mi piacerebbe lavorare di nuovo con lei, che era troppo simpatica lo scoprii tardi, quando aveva già rifiutato il passaggio al part-time perché non le bastava manco a pagare l’affitto.

A scrivere per la Francia era venuta Marie, un’altra bella scoperta. Ma perdermi Vanessa era stato un peccato, come mi confermava il messaggio di risposta: niente Sant Cugat, devo scendere due fermate dopo. E l’ufficio sta proprio vicino alla stazione.

Sì, ma dove si entra, mi dico mezz’ora dopo, contemplando desolata il complesso di uffici. Lascio un messaggio sulla segreteria del manager, che non risponde.
Quando un portiere magnanimo mi dice “lì a sinistra” arrivo nel bell’ufficio moderno che lui non è ancora disponibile.

È giovane, però. E carino, penso mentre ci accomodiamo.

– Parlami di quello che facevi prima.

Siamo vicini all’archivio, parlo anche a lui delle lettere. Lo so, sono una uallera, ma alle lettere dei “miei” soldati ci tengo davvero. Vorrei pubblicarle, un giorno.

– Quindi ti piace scrivere.

– Più di ogni altra cosa.

– Bene. Sei perfetta per fare il nostro sito in italiano. Però al momento posso offrirti solo un contratto da stagista. Se lo fai bene puoi
fare carriera.

L’ho già sentita. Anche che sono un’azienda in costante sviluppo.

– Il corso di catalano al mattino non lo posso lasciare.
– Nessun problema, lavori part-time il pomeriggio finché lo frequenti.
– Ah, bene
– Ovviamente, part-time è metà stipendio. 4 ore, 400 euro.

Non so se salto sulla sedia, certo la voce mi trema un po’.

– Prima part-time ne guadagnavo 600.

– Sì, ma il contratto di stagista prevede il minimo sindacale, 5 euro all’ora. Non ti conosciamo, se lavori bene il contratto cambia.

Que parva que eu sou, mi ritorna in mente la canzone dei Deolinda di qualche articolo fa. Che per essere schiavi bisogna studiare.

– Mi spiace, ma per prendere il treno ogni giorno, conciliarlo col corso e tutto il resto vorrei almeno 500 euro al mese, e 1000 a tempo pieno. Almeno quello.

Sorride sempre, come me.

– Il corso non ti abbiamo chiesto noi, di farlo. E ti veniamo incontro come orari ecc. Però, francamente, se per te tutto il progetto in espansione che ti propongo è una questione di 100 euro in più o in meno, e di prendere o no il treno, non fraintendermi, ma… Forse non sei il profilo che cerco.

– Pago 500 euro di affitto al mese. Vorrei coprire almeno quello, mi sembra il minimo per un trattamento umano. E se non posso, forse hai ragione, non sono il profilo che cerchi.

E poi sì, le dico. Le due parole. Questione. Morale.

Alza le mani. Stiamo nel campo dell’etica e lui sceglie solo il personale, è simpatico e disponibile finché fa bene all’azienda e come me non ne troverà mille, ma una che lavori a 800 al mese sì.

– Chiedo, non ti prometto niente – conclude.

La prendo come una fine diplomatica del colloquio, ma no, mi fa parlare con altri, col capo del personale, che mi ascolta tranquillo (e si emoziona un po’ pure lui quando gli parlo delle lettere) e mi dice che gli faccio una buona impressione. Anche se domenica vincerà la Roja. “Ya veremos”, sorrido.

E viene una potenziale collega italiana.

– Che fai, ora?
– Traduzioni.
– Ah, mi fa piacere, anch’io sono traduttrice.
– Allora non mi metto al tuo livello, ma spero di farlo bene.
– Tranquilla, qui c’è poco da tradurre, comunque.

È la più pratica, mi spiega cosa c’è da fare in dettaglio. Content, newsletter, e altre parole inglesi. E spera di rivedermi.

Saluto i manager spagnoli con una stretta di mano e un “vinca il migliore” per domenica. Detto con molta ironia su entrambi i fronti.

Resto un po’ nel parco. È bello, sono quasi tutti giovani, e le cicale sono impazzite.

Messaggio Vanessa, ma ha una riunione. Mi dice d’informarla appena so qualcosa. È durato molto, aggiunge. Buon segno.

Dal treno guardo i palazzi di Sant Cugat, quelli dei catalani ricchi. C’è una torre simil-gotica, ma elegante, coperta d’edera.

Perché allora l’archivio l’hanno fatto così brutto?

Devo ammettere che un po’ mi manca.

Mi porterei il pranzo, non come prima. E magari ci lavora ancora l’usciere biondo con gli occhi azzurri che parlava italiano e l’ultima volta mi aveva salutata con “a più rivedere”.

Due anni fa, quando credevo che avrei scritto libri di storia.

Ora voglio scrivere libri e basta.

A più rivedere, Sant Cugat.

(noi siamo i giovani)

Mi ha messaggiato. A mezz’ora dalla partita.

Petra, la donna che caduto il muro di Berlino andò subito “dall’altra parte” a comprarsi una Barbie.

Mentre aspetto all’ultimo semaforo tra me e la Casa Batlló, luogo d’incontro per andare a vedere la partita, leggo il suo messaggio.
“Maria, in bocca al lupo stassera!”

Ricambio in italiano, che di bello in tedesco so solo strudel, krapfen e Stadtluft macht frei, una reminiscenza di Storia medievale.

L’aria di città rende liberi,

È vero, Barcellona mi ha resa libera, anche se mi fa passare le giornate ai semafori!

In compenso, una volta a Casa Baglioni scopro che dei 3-4 candidati a vedere la partita alla Casa degli italiani manco l’ombra.

Gli do 5 minuti, poi ciao, che è stata un’altra giornata bella piena.

Al corso di catalano, per esempio.

– Facciamo una simulazione di esame orale. Chi si offre?

Il toro per le corna, il toro per le corna…

Avevo alzato la mano.

– Portati la sedia.

Avevo dato un’occhiata al testo: il nudismo. No, era uno scherzo.

– Leggi.

A mezza voce, perché gli altri intanto facevano esercizi. Mi aveva fatto fermare alla prima frase:

– La pronuncia è molto buona. Ovviamente si nota che la tua fonologia d’origine non è catalana.

E io ci ero rimasta un po’ male.

Che pretendevi, direte. Lo so. Ma una parte di me non si rassegna al fatto che in quanto essere umano ho dei limiti.

– Ora fai il commento.
– Eh?
– All’orale dovrete farlo.
– Ma abbiamo 5 minuti per prepararcelo, no?
– Eh, ma adesso non c’è tempo.

Che potevo dire. Che ero d’accordissimo, che il sesso non c’entrava proprio niente (e anche se fosse stato…), era una questione di libertà. Avevo citato un tizio del brano che la pensava come me.

Lei aveva concluso:

– Ragazzi, non citate mai troppo il testo.

Avevo sbattuto la sedia contro il banco alle mie spalle.

Poi il convegno. Genere e postcolonialismo 2, la vendetta. 4 ore di letteratura e postcolonialismo, Africa nera e autrici lesbiche, e l’Algeria della mia Assia Djebar: “Noi tutte, appartenenti al mondo delle donne dell’ombra, che invertiamo il processo. Noi che finalmente guardiamo. Noi che incominciamo”.

(“E io che furnesco, ccà”, aveva commentato una volta mia madre, dalla cucina)

Tutto fila liscio finché, a 10 minuti dalla fine, la prof. francese più ‘nzista si era fatta uscire la seguente frase: “È impossibile scrivere una storia dei vinti”.

Come “embè”?

Apriti cielo!

La mia prof. aveva aperto il fuoco: io ho dedicato la vita agli anarchici della Guerra Civil, non perché sia d’accordo col loro pensiero politico, ma lo faccio (cito) “desde un sentido de honestidad y obligación moral para recuperar la historia que en mi infancia, en mi colegio, en mi propia historia, me fue negada”.

Si erano fermati gli uccelli in cielo, e me n’ero scappata prima della rissa.

A saperlo, che all’appuntamento non veniva nessuno…

Almeno mi posso avviare senza rimorsi e raccogliere gente per strada: amici di amici, conoscenti che non sapendo del catering si sono portati la birra.

– Sarà già affollatissimo.

Una milanese mi suggerisce un termine che dopo una giornata multilingue non mi viene.

– Bravissima! – ringrazio.
– È che sono madrelingua, sai.

Vabbuo’. A distribuire focacce/panini, Lorenzo “del Grande Fratello”, prima edizione. Sapevo che vivesse qui, ma non che facesse catering, e niente, ci rimango un secondo, ripenso alla Gialappa’s e al fatto che finalmente hanno interrotto la trasmissione. E che il panino è buono.

Dentro è pieno come un uovo, in mancanza di giacche hanno occupato tutto con accendini, fazzoletti, non c’è una sedia libera nella grande sala con schermo gigante. Mi siedo a terra, davanti, unica over 20 tra gli studenti del Liceo italiano.

Che al momento dell’inno battono pure le mani a ritmo e la sala si riempie di “fratelli d’Italia” che l’Italia non la vedono da un po’. Per me ultracampanilisti e cosmopoliti non capiscono una cosa: l’inno italiano è antinazionalista per eccellenza. Prenderci sul serio? Ma se facciamo pure il parapa, parapa, parapapapapapapa… !

Manco a coorte, ci sappiamo stringere, ma “a corte”, per la gioia di Scipio e del suo elmo. Aggiudicato all’unanimità (cresta permettendo) a Balotelli, per una volta lucido e presente quando non cade da solo (ma per quello c’è Di Natale).

Dietro di me una sicilianuzza in maglia azzurra grida cose come “apri a destra”, “sali”, “chiudi, chiudi!”. Quello alla sua destra è più taciturno, dice solo “suca!” ogni tanto.

Ma a un certo punto si alzano tutti e due, ci alziamo tutti, mentre salvo dai colpi di tacco quel che resta dello spritz e grido:

Goooal!

Lo grida anche il messaggio che ricevo al 35esimo, e che non mi aspettavo. “Grazie per l’invito ma sono lontano”.

E mi gioco la borsa tra le gambe sudate che non sei solo.

Chiudo di scatto il cellulare. Va bene così, Maria, i patti erano questi, ci si vede di tanto in tanto se accetti che non-è-cosa. Il triangolo no.

Buffon para ancora. Si può fare.

Un minuto dopo, il secondo goal.

Decisamente.

E per una volta non finiremo ai rigori.

Davvero sto urlando “Vai Mario”?

La sicilianuzza socializza col vicino a sinistra, torinese in vacanza, in nome della comune passione (ebbene sì) per la Juve.

La sala ulula alla vista delle tifose tedesche (“italiani”, scuoto la testa), i ragazzi alla mia sinistra si lanciano in amenità tipo:

– Ma sti vecchietti tedeschi in prima fila facevano i giurati a Norimberga! Quelli che poi dicevano “ma no, che avete capito, erano solo campi estivi…”.

Ma la perla è:

– Passa questo spread, stronza!

Qualcuno da dietro ripete “suca”.

Isabel mi raggiunge al secondo tempo e siede con me.

Ormai il grosso è fatto, siamo tutti più rilassati. Troppo.

Ma il rigore tedesco, vi dirò, mi è andato bene.

Così Petra porta a casa il goal della bandiera, e noi vinciamo lo stesso.

Certo, la mia storia d’amore con Hummels non è ancora cominciata che già parte un corale “scemo, scemo…”.

Ma il “chi non salta un tedesco è”, a partita finita, se lo potevano pure risparmiare. Isabel salta. Io messaggio Petra, “siete stati bravi, e un portiere che va all’attacco non s’era mai visto!”.

Isabel dice: – Non so se potremo vedere la partita insieme, domenica…

Claro que sí!

Domenica vorrei andare in un posto in cui ci siano spagnoli e italiani insieme, senza musoni e antinazionalisti in giro, solo gente che vuole divertirsi.

Tanto l’inno spagnolo non dà problemi: è senza testo.

(canzone stonata sui muri che cadono)

da ElNuevoDiario.com

Giornata piena, ieri.
La mattina catalano, il pomeriggio, udite udite, seminario, come ai vecchi tempi: Gender and Postcolonial Studies. Un obolo alla mia tutor catalana di dottorato e alla vita a cui, più volente che nolente, ho rinunciato causa crisi.

È dal master che non sento parlare di orientalismi e politiche postcoloniali, rifletto in classe, mentre adocchio il mio riassunto tra quelli corretti sulla cattedra, e conto gli scippi rossi.

I miei compagni hanno il vantaggio dell’esperienza, io quello dell’ignoranza. Non sono di madrelingua spagnola e il catalano è una lingua a cazzimma, scherzavo lontano dagli amici di qua: prendi una grammatica spagnola e fai l’esatto contrario.

Però non lo spiego alla giappocatalana Saori, sulla strada di casa, mentre lei mi analizza il suo nome per ideogrammi e lo traduce come “tessere suoni leggeri”. Faccio oh come i bambini e le spiego che in Italia siamo cresciuti a pane e manga censurati. Adesso oh lo fa lei: il suo fidanzato, Niccolò, non gliel’ha mai detto.
Sulla cyclette, in palestra, mi scopro a canticchiare la sigla sdolcinata di Ken il Guerriero.

Due ore dopo, mentre attacco i manifesti del seminario in giro per l’Universitat de Barcelona, la musica cambia. A Napoli dicevo alle colleghe che il dottorato è un corso professionale di attacchinaggio. Adesso mi devo correggere: lo fai anche dopo, ma gratis. Almeno intanto ho imparato a staccare lo scotch coi denti. Que parva que eu sou, canticchio riesumando le tre lezioni di portoghese. Che stupida sono.
Canto più forte, sulle scale della UB.

E che mondo stupido, che per essere schiavi bisogna studiare. E nella mia testa il Coliseu applaude ai Deolinda e alla loro canzone-manifesto di una generazione.

E come nei film, a questo punto squilla il telefono.

Il rappresentante di un sito web di matrimoni.

Non ci serve niente, sto per dire.

Mi spiega che servirei io a lui. Cercano content writer in italiano.

Quasi mi cade lo scotch.

Venerdì alle 11? Va bene. Ci vediamo là. Sì, mando il curriculum aggiornato.

Riattacco.

Una parte di me dice che hai fatto. E l’estate a studiare, scrivere, riflettere sulla tua vita? Sei un mostro di coerenza, lo sai?

L’altra dice solo: affitto.

Sì, ma i tuoi colleghi in pausa di riflessione come te?

Loro hanno un anno di assegno di disoccupazione, è come un part-time, e uno ha la casa di proprietà. Tu hai un sussidio minimo di 6 mesi.

E i tuoi già minacciano un “regalo per l’estate”, come i nonni quando, prima delle lunghe vacanze anni ’80, ti mettevano una banconota in mano e ti dicevano: “Comprati il gelato”. E tu calcolavi le montagne di gelato che avresti dovuto comprare e ti chiedevi se Provolino, Geppo e una bambola andassero bene lo stesso.

A 31 anni gelato e bambole non mi servono. Mi serve l’affitto, e vorrei pagarmelo io.

Que parva que eu sou, canticchio entrando nella sala conferenze.

Le seminariste invece parlano francese. Un’iraniana, un’algerina, una tunisina, una marocchina, una rumena, qualche catalana. La mia prof. mi ringrazia per l’acqua e il caffè, la moderatrice sciorina cognomi e titoli di ciascuna e poi mi presenta come “Maria, che dà una mano con la logistica”.

Io una volta ero come voi, penso sorridendo, mentre pian piano le furbone passano al francese.

Non era previsto, ma va bene. E in francese si scannano sul rapporto binario occidente e oriente, propongono ibridazioni, denunciano il paternalismo della questione Sakineh e prevedibilmente contestano l’ennesima studiosa marocchina che ci parla “del progresso che ci ha portato il nostro re”.

E in una lingua simile al francese penso “mo’ se vattono”.

L’iraniana mi conquista subito. Precisa, pungente, documentata. Oh, ne incontrassi una scema. Pure quella a Parigi: sapete che vuol dire essere donna, dalle mie parti? Eppure sono felice. If you want to be successful, you have to be successful.

Il giovane professore associato alla mia sinistra non capisce il francese e parla poco inglese, e scarabocchia il volto della locandina.

Rinuncio alla cena accademica per un altro importante seminario:

Rapporti iberici post-dittatoriali tra nuove democrazie scongiurate dalla crisi. Con una tavola rotonda sull’odio postcoloniale catalano verso Cristiano Ronaldo.

Insomma, per la partita Spagna-Portogallo i miei ex colleghi stanno già schierati nel bar di fronte all’ufficio.

In prima fila: Xisca, amica maiorchina che tifa Spagna con riserva; Dennis, o seu amor, olandese cresciuto in Portogallo; Carolina, mezza svizzera e mezza valenciana, a tifare Spagna; amici portoghesi di Dennis.
Seconda fila: David, mezzo francese e mezzo portoghese; sa copine Julia, tedesca, a tifare Spagna; David2, padre inglese, madre spagnola, nato a Malta, a tifare Spagna; la sua ragazza, inglese di origini indiane, a tifare Spagna; amici filospagnoli del gruppo.

– Hello! – fa Dennis.
– Perderete – rispondo.

Mi guarda in cagnesco mentre Xisca conferma.

Come Isabel, che arriva di corsa dopo il lavoro solo per vedere Ronaldo perdere, come i suoi colleghi.

Mangio pane e odio (e un po’ di jamón ibérico), mentre grido in un misto di lingue (perlopiù ma ch’ha fatto, chisto?!) e la selección si mangia goal su goal.

Quando passano ai rigori, Xisca esulta per una bella azione e Dennis l’afferra come in una partita di rugby, affogandola di baci per metterla a tacere. Tra David e Julia c’è più tensione, colgo l’occasione per dire a lei “Vinca il migliore, domani”. E a David “Vinca l’Italia!”. Paracula, lo so.

Il barista viene a chiedere quando minchia finisce la partita, che se ne frega e deve chiudere. Manco giocasse il Barça.

Infatti, quando finisce. 10 anni di vita li ho già persi, domenica, per i rigori italiani. Ci mancano solo questi.

– Ronaldo non tira? – chiede Isabel, pronta a gufare in tutti i modi.

Non fa in tempo. Fàbregas (per l’occasione Fábregas, sulla Vanguardia di oggi) lo precede. Come le nostre urla, e il capo chino di Dennis.

David guarda Julia e dice solo: “Forza Italia!”.

Forza Azzurri, correggo allontanandomi.

Mi aspetta un’altra giornata piena, e una notte di passione.

Ma senza rigori, per favore.

(per sentirvi un po’ stupidi anche voi)

Me la sono giocata e mi è andata bene, penso leggendo “Melchior de Palau” sulla targa all’angolo di strada.

All’ultimo momento avevo deciso di scendere a Plaça de la República, a una fermata da quella Sants-Estació costatami un quarto d’ora di strada e diverse bestemmie, sia quando avevo iscritto un’amica assente al fantomatico C di catalano, invidiandole il livello raggiunto mentre io scrivevo la tesi, sia ora che mi ero iscritta io al D, il corso successivo. Quello che non è necessario per trovare lavoro, basta il C, e sopra c’è solo il K, per filologi.

Nessuno lì in giro conosceva la strada, né i Serveis Lingüístics dell’Università di Barcellona, e mi cominciavo a preoccupare, che erano le 9.20 e mancavano 10 minuti all’inizio della lezione. Chiedevo pure in spagnolo, l’ideale per due ore e mezzo da passare col catalano, e m’innervosivo ancora di più.

Ma adesso… Una volta a destinazione ordino al volo un cornetto al cioccolato al bar di fronte. 7 minuti. Ho fatto tardi perché ho dormito male, ho fatto sogni troppo belli.

Terzo piano, questo lo so. Aula 3F3.
Ascensore. Piano deserto. Corridoi con aule a tre cifre, senza lettere. Adesso bestemmio in napoletano. L’ideale per due ore e mezza di catalano.

Finché non viene un tizio stanco e perduto quanto me (e carino!) che mi chiede in catalano perfetto se cerco l’aula del D. Annuisco col cornetto in bocca, sperando di non aver macchie di cioccolato. Lui ha trovato le aule con le lettere. Sbagliamo una volta sola prima di arrivare alla classe già piena, con la prof. che spiega le solite cose.
80 ore, finisce a settembre, esame scritto il 29 (un numero a caso), orale la settimana dopo. Due composizioni a settimana, lavoro in classe, esercizi scritti e orali.

Mi guardo intorno.

Sono l’unica straniera.

Non ci vuole Lombroso per capirlo, basta una rapida occhiata ai vestiti fantasia delle donne, di varie età, e alle basette squadrate dei ragazzi, generalmente più giovani.

Non mi far parlare, non mi far parlare…

Vabbuo’, ma è il D. Possibile che ci faccia presentare come all’asilo?

– E adesso vi presenterete uno a uno, e mi racconterete la vostra traiettoria linguistica col catalano.

Ecco.

Meno male, comincia in ordine alfabetico! Starò al centro.

Solo che non legge i cognomi, non so quanto tempo ho.

La mia storia col catalano.

Che le dico?

Il tempo è poco, meglio separarla da quella coi catalani, anche se è quasi impossibile: quando vieni qua, se davvero ci tieni, devi prenderti tutto il pacchetto, lingua e paese.

Potrei cominciare con la rabbia dei primi giorni, io che faccio fatica a parlare spagnolo e i cassieri catalani che mi dicono cose incomprensibili.

O i prof. di Tarragona, durante il fantomatico Erasmus, che mi spiegano “aquest curs és en català”, e io mi sento precipitare nell’Appartamento Spagnolo, spiego che capisco il 70% della lezione e poi nei dibattiti non apro bocca perché mi fa strano essere l’unica a parlare un’altra lingua.

Al mio sfogo con l’amico di Toledo, il primo a rivelarmi, ai tempi di Manchester, che “los catalanes son pesados”.

La sopresa del toledano, in visita a Barcellona, quando scopre che ho afferrato il toro per le corna (metafora poco catalanista) e mi sono appena iscritta al B1, per ultraprincipianti offerto dal Governo catalano, costo 10 euro (per il libro).

La mia cotta per l’insegnante dall’accento fortissimo (avrei scoperto poi che era un maiorchino trapiantato), e la sera in cui “guarda caso” ci ritrovammo nello stesso vagone della metro, lui salutò un bel ragazzo coi capelli lunghi e mentre pensavo “ua’, pure isuoi amici sono interessanti!” li vidi darsi un dolcissimo bacio sulla bocca.

No, questa parte la salto.

Invece, le devo dire assolutamente che il catalano me l’hanno insegnato i soldati.

100 anni fa.

Sgrammaticati e morti di freddo, che scrivevano dalle trincee per chiedere soldi, sigarette e giornali, e sentirsi dire che se combattevano nella Legione Straniera francese era perché la Catalogna, un giorno, potesse essere indipendente, e perché un esercito ce l’avesse anche lei.

Quel barbiere così simpatico che chiedeva sempre tabacco, quello che mandò la foto e poi s’incazzò col destinatario e chiese di restituirla, o il povero Muñoz, morto “nei campi d’onore”. E Camil, ovviamente.

Camil Campanyà. Che scrive una lettera bellissima, che quasi non capisco perché mancano poche ore all’alba e all’attacco, e i suoi ultimi pensieri sono per l’amata Catalogna che non sa se vedrà ancora, e per la gente che dovrà continuare la sua battaglia quando, poche ore dopo, verrà colpito dalle raffiche dei boches (crucchi) di Belloy-en-Sainterre. 23 anni.

Pare che la bandiera che lo avvolgeva è stata nascosta chissà quanti anni, anche mentre Franco cercava di cancellare il catalano dalla faccia della terra.

Ma quando scoprii questa storia la tesi l’avevo già consegnata, insieme alla lettera di “Anchaleta Muñoz”.
Povera Angeleta, se scrivo come lei sai che botte prendo dalla prof., che adesso è arrivata alla lettera F (me ne accorgo per un caso di omonimia). Dovetti leggerla a bassa voce, nel silenzio dell’archivio, per capire che cavolo scrivesse da Parigi al Presidente del Comitè che voleva onorare la memoria di suo marito. Che piangesse e fosse stanca dopo ore e ore a lavorare “anche le domeniche” non aiutava. Ma i suoi figli sarebbero stati presi a carico dalla riconoscente nazione senza paese. La figlioletta sarà mandata a una scuola francese, addirittura, per diventare “une femme sérieuse”.

Povera piccola Muñoz, penso, mentre ormai siamo a Hernández (sì, qualche madrelingua spagnolo c’è, non sono del tutto sola), speriamo che non sia diventata troppo seria.

Il C invece rapido e indolore, quattro mesi di semintensivo al Consorci, di corsa dopo il lavoro, e lunghe domeniche a studiare i pronoms febles.

Quando scoprii che l’avevo passato, l’esame, il 13 febbraio, festeggiai guardando la partita del Napoli nella pizzeria lì vicino. Perfetto esempio d’integrazione. Speravo di avere compagnia, ma la margherita l’avevo mangiata da sola. Ma il giorno dopo, al lavoro, Ferrero Rocher per tutti, baci abbracci e auguri, Maria, lo sapevo, grazie, Xisca, grazie, Isabel, se non fosse stato per voi… Andy era arrivato tardi e gli avevo detto che il regalo era per San Valentino. Tutti a ridere.

Ci fu solo l’episodio dell’impiegato del Consorci che m’invitò a uscire e, vedendo che non messaggiavo ancora, si fregò il mio numero dal faldone.

Sono passata dal Consorci alla UB anche per questo, un po’, penso adesso, mentre aspetto di sentire il mio nome da un momento all’altro. Certo, il motivo principale è che ora ho tempo e voglia di studiare. E ho l’impressione che si possa farlo bene, qui, tra questi ragazzi che sembrano in gamba, tutti lì riuniti in nome del dio Lavoro e della madre, matrigna e meravellosa (con “s” sonora) Catalunya.

– Maria… Marcese, si dice così?

Sono commossa. È la prima prof. di catalano che me lo chiede, se lo pronuncia bene.

– Marchese – preciso sorridendo.

Poi aspetto un secondo, e comincio a parlare.

PS: Tre ore più tardi scopro che in realtà dalla fermata Sants bastava girarsi, invece di andare verso la stazione, e dopo la piazza ero già arrivata.

L’altra sera ero nel cesso di un pub con una sposa scozzese.

O meglio, io ero fuori, a contarmi i morsi di zanzara allo specchio, e lei in bagno. Le era pure caduto non so cosa, non so dove, come cercava di spiegare alla damigella che aspettava con me. Per fortuna l’accento e il tasso alcolico non aiutavano a capire i dettagli.

Improvvisamente era esploso un suono di cornamuse.

– Oh my gosh, it’s for us! – e la sposa si era precipitata fuori, nella ressa del Carders Public House.

Insomma, le mie uscite estive sono iniziate sotto i migliori auspici.

Il fatto è che, come ho già spiegato, allo squallore che può assumere una notte di “fiesta” barcellonese avevo risposto per anni col mio consueto equilibrio: non uscendo più. Non la notte, almeno.

Credo mi chiamassero Cenerentola.

Ora che mi sono presa l’estate per riflettere, tradurre e studiare catalano, ho pensato che una seconda chance fosse d’obbligo.

Così una settimana prima ero uscita “solo per vedere la partita, eh, ragazzi”, e due ore dopo stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri. Gli avevo parlato del blog e dei progetti di scrittura, e lui:

– Naturalmente includerai un capitolo in cui incontri un uomo meraviglioso e affascinante di nome Mario.
Mi ero girata.
– Chi? – avevo chiesto all’avambraccio.
E una voce dall’alto:
– Mario. C’est moi.
Stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri di nome Mario.

L’avevo pure cercato, eh, nella zona dance del locale di Rambla Raval in cui eravamo finiti col gruppo, ma stava baciando una ragazza semiubriaca, che poi si era messa a ballare con due ragazzi con ciuffo e barbetta, che poi si erano messi a strusciarsi tra loro, prima che il più alto, a fine serata, baciasse la stessa tipa che aveva baciato l’altro all’inizio.
Mi ero detta: hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala.

La sera della cornamusa, invece, andavo solo al concerto del tizio che sul palco, “soffiava” a pieni polmoni una melodia che il suo coinquilino non mi voleva insegnare a ballare.
– Non so come si balla, e comunque uomini e donne da noi ballano separati.
– Questo spiega molte cose.

Tanto aspettavo che lo showman suonasse il kazoo.

L’ha fatto a fine serata, in un P.K.P. (Private Kazoo Party) che a un certo punto mi ha vista indossare una parrucca rosa (prossimamente su facebook, ne sono sicura).

La seconda parte era rimandata al giorno dopo, sul loro terrazzo. “Tranquilla, è solo un barbecue tra coinquilini”.
Seh. L’Onu al gran completo. Uno di Derby ha pure dichiarato che parlavo inglese come questa.
Il resto era lì per il Sonar.
Mi ci sono volute almeno due claras per dichiarare che lo schifavo cordialmente.

Il che non ha impedito di darci appuntamento tutti insieme il giorno dopo, domenica, prima in spiaggia e poi a guardare l’ennesima partita, con un’amica new entry che se ne fregava del calcio e aspettava solo il terzo tempo del P. K. P.

Disputato nella casa del barbecue, con un ospite d’eccezione: un castoro di peluche. In realtà le ospiti eravamo noi, il castoro mi aveva spaventato la sera prima, appollaiato sul televisore, e adesso ammaliava al primo sguardo la giovane artista, che lo spupazzava suonando le più improbabili melodie kazoo.

È una martora, precisò il suo padrone la sera dopo.

Sì, perché, indovinate un po’, ero uscita ancora. Avevamo visto la partita in un locale con due sale e due schermi separati solo da un vetro: così mi giravo dalla mia stanzetta secondaria, consacrata all’Italia, e nella pausa tra i due goal osservavo il nutrito gruppo di spagnoli e filoispanici in attesa della svolta tardiva.

Poco prima del fischio d’inizio, le mie amiche mi avevano chiamata apposta “per togliersi un dubbio”:
– Scusa, ma abbiamo visto la lista invitati su facebook…
– E allora?
– Allora, viene anche…
– Lo so.
– E tu sei sicura di voler andare lo stesso?

Io ci avevo pensato due minuti, ripassando la serie di scuse possibili per non andare: devo temperare la punta alle matite per gli occhi, lavare gli scogli della Barceloneta, pettinare i capelli alle Barbie…
Poi avevo riassunto tutti i libri di filosofia, le ore di yoga e le letture di self-help in una sola parola, una specie di mantra purificatore dell’umanità:
– Sticazzi, ragazze.
– Amen – avevano risposto.

Ora festeggiavamo tutti insieme il mancato biscotto nel bar in cui lavorava la donna-kazoo, che ormai in pausa ripensava con nostalgia al peluche. Ah già, ridevo io, ahah, che idea tenersi sulla tv di casa quella sottospecie di castoro semovente…

È una martora, aveva ribadito il fan del Celtic, stavolta alquanto seccato. È un animale forte e coraggioso. Ed è il simbolo della mia squadra.

Gelo.

– Ma io la amo, la tua martora – aveva dichiarato infine la donna kazoo.

Ancora silenzio, poi il tifoso offeso l’aveva guardata con occhi nuovi:
– Ah, sì? Sei la prima che le si affeziona.

E con questa pace internazionale, potevo finalmente andare a dormire.
Perché in questa girandola di “notti magiche”, che finivano dalle 3 alle 5 del mattino, mi svegliavo comunque tra le 8 e le 10 e traducevo almeno fino all’una.
Non so perché, rimando sempre la correzione di quelle bozze lì.

(una canzone sulla depressione animale)

(Il cornamusaro quando non suona il kazoo):

(Adesso metterei il video di Come Undone di Robbie Williams in rappresentanza della “fiesta” media barcellonese, ma l’artista di cui sopra mi ammazzerebbe a colpi di cornamusa. Facendosi sgamare subito)

Non è che non lavori. Colgo l’occasione di una traduzione, che m’impegna 3-4 ore al giorno, per fare il punto della situazione.

Le ex colleghe ora svolgono lavori simili a quello che facevamo insieme, precari ma non proprio miseri e trovati nell’arco di un mesetto.

Annunci per Groupon, descrizioni di appartamenti per agenzie turistiche, call center.
Una, italiana, fa 3-4 lavori alla volta, tra bar e imprese di pulizie, per mantenersi durante il master.
Un’altra, catalana, sta perfino in una clinica per la fecondazione assistita, mi ha chiesto aiuto per la prova scritta, che con tutte le coppie italiane costrette a venire qua la lingua di Dante era un requisito fondamentale.
Una francese ha perfino cambiato lavoro, il primo non le piaceva, il collega italiano parlava da solo tutto il giorno e a un certo punto avevano licenziato il capo del personale. Ma non credo che l’offerta di cervelli italiani consenta tanto snobismo.

Comunque, sarà che modestamente ho delle amiche brillanti, ma pare che se parli le lingue, scrivi bene e hai un po’ di culo qualcosa si muove.

Non io, però. A fine mese comincio il corso intensivo per il certificato di catalano di livello superiore. Il fantomatico D. Per lavorare nella pubblica amministrazione catalana ci vuole il C, che già possiedo (e la raccomandazione di Sant Jordi, ma questa è un’altra storia).

Non so bene perché prendo il D. Un po’ perché quando parlo una lingua vorrei farlo bene. E poi m’illudo di opporre un pezzo di carta a eventuali considerazioni nazionaliste: “sì, ma non sei catalana”, “sì, ma ho il D”. In ogni caso, terminando a settembre con pausa ad agosto, il corso è una grande scusa per continuare a riflettere.

Su cosa? Be’, sul fatto che, quando parlano del nuovo lavoro, le mie chicas dicano in coro che “non è niente di che, una cosa per tirare avanti”. D’altronde, “con la crisi non c’è altro da fare”. Ma poi tutte sembrano risollevate dall’aver perduto il lavoro due mesi fa, non lo amavano per niente, ma “con la crisi che fai, ti licenzi?”.

E allora approfitto del piccolo sussidio, del lavoretto part-time e del corso per starmene tre mesi a cercare di quadrare il cerchio con un lavoro che mi piaccia “nonostante la crisi”. Tanto la ricerca pare arenata del tutto, e non mi manca. Quando ho iniziato il dottorato avevo 26 anni, vivevo a Napoli e m’interessava tutto e niente. Quando l’ho finito, l’anno scorso, ne avevo 30 appena compiuti ed era cambiato tutto.

Forse il vantaggio d’iniziarlo tardi, il dottorato, è avere già le idee chiare.

Io ho sempre saputo di voler scrivere, e pure che “lettere non danno pane”. Ma non avevo ancora deciso, come adesso, che non vale la pena di fare lavori a mille euro al mese senza nemmeno provarci, a scrivere, per paura di non farlo bene.

Intanto, però, veranito. Estate.

Ma le mirabolanti avventure dell’estate barcellonese le racconto in un altro articolo, che quelle di cui sopra devono rimanere elucubraz… Pippe. Pippe mentali. Ho deciso di scrivere come se doppiassi un film di Tarantino.
Così qualche libro lo vendo.

(Lezione di catalano):

La casa del mio amico è di quelle enormi e antiche che t’insegnano a catalano, nella lezione sulla “tipica casa barcellonese”, e non credi esistano finché non ne trovi una. Il mio amico in catalano sa dire solo “de res”, e nelle altre lingue ha un accento strano, che a volte dici sì anche se non hai capito.

Ci vivono in 4, ma in realtà sono 5. C’è la sua ragazza. Gli altri fidanzati vanno e vengono, a volte restano per la notte. La sua ragazza è lontana, ma è sempre lì, nel telefono fisso occupato mezz’ora al giorno, tarifa plana, o nel letto sfatto alle 4 del pomeriggio, intravisto un momento prima che lui chiuda la porta a chiave, che c’è una festa e non si sa mai. O quando, mentre suonano la chitarra in salotto, lui svanisce nel nulla, e il chitarrista mi guarda e chiede dove si sarà cacciato.

Tanto torna sempre. E offre birra calda, che in frigo è finita, o dà mezzo rotolo di Scottex alla mia amica che deve andare in bagno, perché è finita pure la carta. Misura a occhio. Che ne sa, lui, di quanta ne serve alle donne.
Non sempre mi manca, in salotto. Lui è silenzioso, tranquillo, gli altri sono allegri, simpatici. Il chitarrista soprattutto, è una star. Gli ho portato un’amica pazza quanto lui, non per fare la ruffiana, che non ne hanno bisogno, ma per sentirli cantare canzoni improbabili fino all’alba.

E io mi sono sentita bene. Certo che c’erano cose che m’innervosivano, in quel salotto con gli stucchi sul soffitto e il pavimento artistico: un cuscino vuoto, lo sbattere di una porta, una luce che si accendeva e spegneva dove io non posso entrare.

Ma stavo proprio bene. La cosa più strana era che la distanza non mi spaventava.
Posso andare in capo al mondo, ma quando ho una casa la voglio vicino. Lì non è che mi senta a casa, ma c’è la luce giusta per guardare tutti senza guastare l’intimità, e la possibilità di parlare di cose più o meno idiote per chissà quante ore.

Non ci sono abituata. Dipende dall’epoca della tua vita, ovviamente. In quella che ho lasciato in Italia insieme a mezzo guardaroba invernale, questi ragazzi di 3-4 paesi e 2 continenti diversi mi sarebbero sembrati noiosi. Nessun colpo di testa, nessuna crisi esistenziale, nessuna malattia paragonabile a quelle della mia Corte dei Miracoli, come la chiamava un amico rimasto lì.

Adesso invece rappresentano tutto quello che voglio. La pace.

E un bel terrazzo sul mondo affumicato dal barbecue.

– Secondo te è forte, Balotelli?

Guardo i miei interlocutori. 16 anni in due, dividono la sedia e sono bellissimi. Uno coi capelli a spazzola e gli occhi blu, l’altro scuro scuro con gli occhi a mandorla e la maglia dell’Italia.

– Mi pare di sì.

Protestano vivamente, mentre dietro imprecano per l’ennesimo goal mancato. Accanto al maxischermo c’è lo striscione della Casa degli italiani con una frase che dimentico presto, qualcosa come “Per sentirti sempre a Casa!”. Casa con lettera grande, però, questo lo ricordo.

Ricordo anche la mia replica:

– E voi chi preferite, Balotelli o Cassano?

Quello con gli occhi chiari spiega:

– Cassano. È molto meglio. E poi sono genoano.

In effetti l’accento è di Genova. Prima non l’avevo sentito, quando ha chiesto al padre, dietro di me, “Qual è il portero de l’Italia? Si dice ‘l’Italia’?”.
Il bambino con gli occhi a mandorla, invece, ha un accento del centro e un dubbio atroce:

– Ma Chiellini non è identico a Voldemort?

Romano, decido.

Mentre cerchiamo di segnare questo benedetto spareggio con la Croazia nei cinque minuti di recupero, parlottano tra loro come certi cuginetti napoletani in presenza dei genitori, quando censurano dialetto e parolacce. Mi domando se il loro “dialetto” non sia lo spagnolo, qui. O il català.

– Vedi, Cassano è maleducato. Balotelli è nero e lui è razzista, quindi non vanno d’accordo.
– Balotelli è gay.
Detto come una constatazione, nel senso di “Cassano lo odia per questo”.
– No, sembra che è gay, ma non è gay.

Alla fine escono a giocare, e io ascolto le voci della Casa degli italiani.

– Ma figa, non possiamo fare queste robe qui, sono alti per i falli!
– Ma n’ ‘o poteva sbaja’, er goal?

La Casa degli italiani, invece, sente me in prima fila dire solo “No, uagliu’, no!”, e invocare continuamente quello che sembra un giocatore della nazionale giapponese, tale Maronna-San.

Ma niente, oggi è pareggio. È una nazionale un po’ triste, commento con Stefano, uscendo dal viale nascosto nell’Eixample più elegante. Lo scandalo Juve, Buffon indagato, e tutti che trovano una ragione o un’altra per non guardare gli europei.

Chi lo fa per una giusta causa, i cani ucraini sacrificati al dio Calcio.
Chi non ci crede che ci sia una giusta causa da sbandierare, quest’anno, insieme al solito “il calcio è l’oppio dei popoli”.
Chi si tortura tra vedere la partita e rinnegare il nazionalismo, scomodando deliziosi stornelli anarchici.
E infine, quelli che non si sentono italiani, ma per fortuna o purtroppo sono italiani a Barcellona.

La prima partita l’ho guardata tra uno di loro e una maiorchina che “se segna la Spagna sono contenta, perché in pratica è il Barça, ma se vincete voi non mi uccido mica”.

Stavolta la Spagna non ce la faccio a guardarla, tornando nel Raval. Tanto qua la nazionale (“de qui?”) la seguono e non la seguono, il Folgoso è mezzo vuoto e mezzo pieno, e la parte piena accoglie l’unico goal che vedo con rumore di sedie: ci sono i soliti, la signora mezza ubriaca con accento andaluso, il vecchietto compito che siede in un angolo, e il cameriere bengalese che mi sorride come per dire “Ora siamo al completo. Una clara?”. La novità è un gruppo d’italiani, con uno che spiega all’unica spagnola che non depilarsi le ascelle non è una rivoluzione. “Il femminismo…” conclude laconico. Guardo la spagnola, le auguro mucha suerte e vado prima dell’intervallo. Mi spiace per l’Irlanda, ma vince la Spagna.

Davanti al Macba c’è il Sonar, dalle mura improvvisate e tappezzate di manifesti psichedelici mi accoglie un ronzio che mi fa vibrare la borsa e invidiare assai quelli che hanno pagato una fortuna per entrarci.
La musica migliora mentre ormai svolto verso il Carme, con un argentino che vende empanadas e un collega che mi chiede in moglie (“a vos te pido casamiento”). Per gli standard di qua devo essere particolarmente guardabile, stasera, e la clara comincia pure a farmi effetto, così canto la canzone di un film che guardavo sempre a Manchester, imparata a memoria nel limbo-ricotta tra laurea e dottorato. Mi domando se sia il barrio adatto, ma tanto chi mi capisce, e poi ho una pronuncia che l’ex coinquilina israeliana mi chiuderebbe con gli scarafaggi nella vecchia cucina.

A proposito di cucina, mi arrendo. Voglio il curry di Bismillah, da portare. È una droga. Speriamo solo che al bancone non ci sia…
C’è.
L’amico del mio ex, quello che non approvava la mia presenza e non saluta manco sotto tortura.
E mi serve lui.
Porello, tutto sto viaggio dal Kashmir per servire una zoccola occidentale che sorride troppo. Ma mi accorgo di aver peccato di superbia, magari non saluta nessuno perché è orso e basta.

– Muchas gracias.
– Qué? – sgrana gli occhi, tra il meravigliato e lo schifato.
– Que muchas gracias!
Passa al cliente successivo.

L’alunno di posteggia è più gentile. Sta lì, nel panificio, ad aspettare che le lancette facciano ¾ di giro. Gli sto insegnando a “ligar”, a “posteggiare” in napoletano. Lui mi fa un complimento e gli dico se andiamo bene. È giovane, si farà.
Stavolta mi dice:

– Sono stanco, italiana, è quasi ora di chiudere e sto solo in negozio, meno male che è venuta una chica guapa, grazie per l’energia che mi trasmetti.

Non male, commento con un avventore appena entrato in bicicletta. Mancano le palette alzate, ma brandisco la baguette calda di forno (me la sceglie apposta) e infilo le scale giusto affianco al negozio.
Il cartone che ho trovato stamane proprio fuori la porta è ancora lì. Lo uso per coprire la finestra per il sole, non c’è tenda che tenga e l’altro è bucato, pensavo di cambiarlo. Allora la Provvidenza esiste? Viva il Dio dei cartoni, che veglia su di me.
Mi sfugge un particolare, la morale della favola.

Ah, già.

Io il calcio, l’ho già detto, lo vedo per abbuffarmi e fare bordello, ma in questi 4 anni sono migliorata. Prima quando perdevamo era solo sfiga. O un arbitro bastardo, o degli avversari fallosi.
Adesso li vedo,i goal che non arrivano perché gli attaccanti non si capiscono, perché “il centrocampo è debole” o “non siamo abbastanza cattivi”.
Adesso ho imparato che la sfiga è l’alibi di chi non è abbastanza cattivo con se stesso da dirsi che era colpa sua.

E poi concedersi il bis.

Anzi, il ter.

Lo diceva, quello, che ci vorrebbe il terzo tempo.

(L’inno italiano di riserva)

Non ci venite mai, nel Raval. È un posto pericolosissimo. Sporco. E brutto.

Spacciatori in ogni angolo, che al posto del fumo vi danno l’erba di casa loro.

Sì, perché in tutte le case del Raval, ovviamente fatiscenti, cresce l’erba in mezzo alla quale pascolano gli scarafaggi. Enormi. Ovviamente gli spacciatori che trovate sono part-time, lavorano quando non sono impegnati a derubare i turisti o i cittadini perbene. E a organizzare attentati con Al Qaeda, naturalmente.

Non sapevate che il nuovo leader di Al Qaeda si nasconde nel Raval? Sapevatelo! Entrate in un qualsiasi negozio di frutta tenuto da immigrati. Cosa ascoltate? “Calabacín para ti un euro al chilo”. Capito? Le zucchine sono un linguaggio in codice per bombe, e l’euro e il kilo simboleggiano precise coordinate cartografiche che non stiamo qui a spiegare. Le trovate su Internet insieme alla teoria sui terremoti autoindotti.

E le donne, ne vogliamo parlare? Un giornalista, mi hanno riferito, scrisse un articolo, “le donne invisibili del Raval”. Smascherando un’importante verità. Non è che gli immigrati lì siano soprattutto maschi scapoli che vivono in 10 in 50 mq. Nooo. Si sono portati appresso uno stuolo di donne in burqa mimetico che quelle poche volte che escono si mimetizzano coi graffiti sui muri. Sì, perché sul burqa hanno riprodotto pure i graffiti, hanno pensato a tutto. Ovviamente il 50% della popolazione femminile “ravalenca” è costituito da prostitute. Scusate la banalità, è che non tutti lo sanno. Voi a scanso di equivoci provate. Alcune si nascondono bene, per ingannare la polizia. Ma voi avvicinatevi con delicatezza alla prima che trovate e chiedetele “Scusa, quanto prendi?”. Se non capisce la vostra lingua, chiedeteglielo in varie, dialetti compresi. Se vi dà un manrovescio sui denti non disperate: è il loro segnale di riconoscimento perché la polizia non le sgami. Se poi lo chiedete a una tizia bassina e biondiccia con un look molto creativo e due buste della spesa in mano vi è andata male: sono io, e lo faccio ancora gratis e solo con chi mi sta molto simpatico. Per vostra fortuna, non sarà il vostro caso. Ve la caverete portandomi su le buste della spesa. Poi, quando mi sarò accertata che abbiate imparato la lezione, che il Raval è un posto pericolosissimo e da non frequentare, vi porterò a fare un giro.

Se è domenica vi porto su Rambla Raval, che i pakistani chiamano qualcosa come “Rambla scacciapensieri”, e vi offro un tè alla menta con baklavà al bar all’aperto del mercato. Però ci sediamo all’aperto, tra palme e pappagalli, ad aspettare che si faccia l’ora per ascoltare un po’ di musica al Big Bang o a Robadors 23. O preferite un po’ di poesia al Colmado? Se avete fame scegliete: a meno che non vogliate la cucina rustica di Romesco, il venerdì vi porto dal marocchino a vedere se avanza un po’ di cous cous (me lo dicevate prima, che sareste venuti, se prenoto un giorno prima ce ne fanno trovare in quantità), oppure da Shalimar su c. Carme, anche se i miei vicini di casa mi raccomandano quello vicino alle giostre, verso la Rambla. Sì, dai, andiamo là, che vicino c’è il Pastis. C’è un concertino quasi ogni sera. Così imparate la strada della prima libreria araba aperta in Spagna.

Una birretta in una terraza e ci salutiamo. Non prima che ripetiate con me: il Raval è un posto orribile. E passate parola, eh. Soprattutto ai vostri amici che vivono qua. E pure a quello che “non se la sentiva di parcheggiare giù da me” e se ne tornò nel suo barrio in culandia citeriore col coprifuoco alle 8.
Se invece volete tornare in questo barrio sporco, pericoloso, orribile, sapete dove trovarmi. Ma resti tra noi. Potrebbero venire troppi cittadini perbene.

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