Archivio degli articoli con tag: napoletani a Barcellona

Lo so, non siamo sul blog di Hello Kitty, ma all’università ho scoperto l’angolo del cortile in cui vanno le ragazze a parlare d’amore.

Vicino al campetto chiuso, dove stanno le panchine in ferro battuto, che ti ci puoi stendere. Dove ho fatto la seconda intervista da napoletana a Barcellona per un giovane meridionalista.

Miii, ogni volta che mi siedo a leggere ci stanno due lì vicino, sempre diverse, che fanno discorsi da romanzo di Lyala.

Solo un po’ più moderni.

Il “lui” di turno, ad esempio, è sempre ambiguo, sentimentalmente incerto. Ma anche loro non scherzano.

Di solito ce n’è una esasperata e l’amica che le dà saggi consigli.

Tipo: parlagli chiaro, non fare lo zerbino ecc.

Il tutto in catalano, ovviamente, o in una buffa combinazione catalano/spagnolo che manda a farsi benedire la mia concentrazione. Specie se è un libro di storia da recensire.

L’ultima volta le ho lasciate al(le) loro pene e me ne sono andata un po’ in giro.

Sono approdata nel Born, al Carders Public House. E l’urlo belluino che proveniva da lì mi ha ricordato che il mio Manchester City si misurava col Liverpool, la squadra della città più schifata dai mancuniani (io me ne frego, ma mi piace sfotterli).

Ho acchiappato gli ultimi 10 minuti, mentre Andy Carroll entrava in campo per gli Scousers e il suo orribile codino mi rendeva più facile il compito di gufare. Ero pure in minoranza, i fan del Liverpool erano numerosi.

Si è affacciato un signore catalano e ha chiesto a quanto stessero. Gli ho risposto 2 a 2 e mi ha chiesto se avesse segnato il Barça. Ah, già, giocava pure quello. E dulcis in fundo, il Napoli. Se è così ogni domenica mi sparo. Chi non ha il cuore sparso in giro non può capire.

Per fortuna lì per lì i patemi sono durati il tempo di una clara, 2-2 e contenti tutti.

Il proprietario mi ha quasi riconosciuta.

L’ultima volta mi ha vista proprio lì all’uscita, alle 4 del mattino, con la custodia di un microfono e due tizi, uno che reggeva una cornamusa e un altro che teneva fermo il leggio.

Ero pure stata invitata a casa loro, da quello sbagliato.

Wrong bedroom, avevo sorriso in silenzio.

E sulla strada di casa, a un semaforo della Rambla, il passante accanto a me era stato agganciato da una prostituta.

– Stammi vicino – aveva implorato, scostandosi dall’orecchio una bocca bianco metallizzato (alle nigeriane sta da dio).

Non era la prima volta che salvavo qualcuno dalle prostitute sulla Rambla. Ma questo era siciliano.

– Sto qui da 4 anni. No, il catalano non lo parlo perché non mi piace e non mi serve, al lavoro. Ah, tu sei stata licenziata? Vabbe’, la situazione è tremenda, ma sempre meglio dell’Italia, no?

La mattina in facoltà potrei dirne anch’io, di cose, alle amiche innamorate della panchina accanto.

Ma la prossima volta mi porto un libro comico, magari mi concentro di più.

(omaggio all’amore, ma soprattutto a Manchester. E che San Morrissey ci perdoni!)

Foto di Stefano Buonamici http://buonamici.photoshelter.com/

– Scusa…

Alzo gli occhi dal libro.

Un tizio occhialuto e magro mi copre le onde della Barceloneta.

– No, è che eri così immersa nella lettura che dovevo disturbarti!

Un’esperienza quasi ventennale in posteggia (da me gli idioti so’ precoci) e so solo sorridere a denti stretti:

– Ah, be’, grazie del pensiero!

Non se ne va.

– Sembra che ti piaccia il viola

Mi passo una mano tra il vestito viola e la borsa in tinta, sbattendo gli occhi bistrati di viola.

– Pare di sì.

Allora la butta sul sociale:

– Passeggiavo e mi chiedevo cosa fosse successo, alla spiaggia. Sembra il festival dell’immondizia!

L’argomento giusto con una di Napoli. Alla fine riesco a dire:

– Buona passeggiata, allora!

Perfino il mio alunno di posteggia è meglio. Quando sono entrata nel panificio dopo 12 giorni di assenza ha detto:

– Italiana bellisima, come stai?
– Male, fa caldo!
– Se lo dici tu…
– E tu come stai?
– Fa caldo!
– Ah, adesso lo senti?
– Sì, perché sei entrata tu!

Si vede che non si allena da un po’. È pure smunto, sarà stato il Ramadan. Meno male che adesso è finito e il venerdì si mangia di nuovo cous cous. Giovedì, invece, paella.

Insomma, rieccomi a Barcellona.

L’amaca era ancora lì, sembrava rinchiusa su se stessa per sfidare il vento.

Ho guardato il clásico (Barça-Real) a la Xaica, adesso Bastió Blaugrana, e vi sconsiglio il nuovo piano per le partite: razioni piccole, poca scelta (fatevi portare il menù del piano di sopra) e uno schermo per tavolo è un po’ alienante. Meno male che abbiamo “portato a casa il risultato” , coi giocatori che si sono risvegliati come marionette al primo goal di Ronaldo.

Poi la coppia napolucana mi ha aggiornato sulle novità.

Una collega francese di lei è stata sospesa al lavoro insieme a un tecnico della manutenzione. Sesso orale in bagno a porta aperta.

Un’altra che vive nel Raval, come me, si è ritrovata un incendio al piano di sotto, dove vivevano 18 pakistani. Intossicati ma salvi.

18. E noi ci lamentiamo…

No, scusate, discussioni oziose da Barcellona senza.

L’amica comune parla spesso di lui, ma soprattutto della ragazza. Quando sentiamo una canzone unz tunz dice “oh, questa a lei piacerebbe tantissimo!”. Pure ieri, alla festa di Sants, tra le decorazioni ispirate a Hello Kitty: “Oh, vorrei che fosse qui con noi, lei adora Hello Kitty!”.

Sono cose che fanno bene al cuore.

Ma la festa di Sants è carina. Stanotte torniamo per i correfocs, che l’amica catalana, come tutte qua, li adora. Le ricordano l’infanzia. Noi che abbiamo avuto un’infanzia altrove non siamo altrettanto entusiasti, ma mi piacerà giocare tra le scintille.

Un’ultima considerazione oziosa: qui, l’ho già detto, si va per feste. C’è la disoccupazione, l’alienazione, l’amicizia usa e getta che dura un’estate. Ma poi ci sono le feste di quartiere, i concerti gratis, i cinema all’aperto.

Le feste mettono gioia e tristezza insieme.

Per adesso ci prendiamo la gioia.

(il momento più alto della festa di Sants. Passata subito dopo l’originale)
http://www.youtube.com/watch?v=KiOL2bgAEfI

Finalmente ho capito.

Ho capito perché sono passati 4 anni e sembra ieri.

Tornare è come recitare in un vecchio spettacolo. Lo scenario ti riporta a come stavi un attimo prima di partire.

Ma le differenze ci sono eccome.

Prima avevo un’abitudine. Dormire sul fianco destro, occhi verso la porta. Ci ho perso 3 mesi di sonno, a Manchester, finché non ho spostato i mobili.

Adesso dormo sul sinistro, faccia in giù.

A parte queste piccole manie personali ho notato diverse cose che mi piacciono.

Un ragazzo bassino e riccio che baciava una ragazza con la pelle scurissima e le treccine, fuori la stazione.
E altre coppie miste.

Mi dicono anche di coppie gay tranquille, mano nella mano.

Sempre alla stazione, un testimone di Geova cercava di convertire un senegalese, mentre una sua connazionale lasciava un momento la carrozzina, faceva ondeggiare lo splendido vestito turchese con fantasie arancioni e sputava sul binario.

Come i vecchietti di qua e le loro t-shirt a righe, sulle strade deserte della domenica pomeriggio, quando mettono le sedie sul marciapiede per prendere il fresco. Ho visto 6 donne, e solo 2 non erano né in coppia, né straniere. E una aveva appena dichiarato di tornare dalla chiesa.

Tutte aperte, le chiese. Dio non va in vacanza.

Il resto sì, nonostante la crisi.

Resta qualche amico, e mi fa piacere. Nessuno è rimasto bloccato allo scenario di cui sopra. Certo, c’è chi avanza veloce e chi no. Ma camminano tutti.

E io guardo la mia stanza, il parato a fiorellini per bimbe leziose e penso sempre di modificarla, ma non riesco mai. Come mia madre non dà via i miei abiti smessi, un curioso miscuglio di cappotti infantili e sciatte gonne ventenni, nel ripostiglio di nonna.

“Maria, ma chill’amico tuojo che era ‘e chillu paese… Afragola? No… Chillo ca nun me piaceva… ‘nu poco cafunciello… Brava, chillu llà. Ma chillo te piace, a te? Brava, a nonna, meglio accussì”.

Tra i libri che mi ripromettevo di portare in soffitta c’è “Mi chiedo quanto ti mancherò”.

Tanto.

Non ci date manco i soldi per un panini, e sbagliate pure a scrivere il ristorante! Il catalano sventola il buono pasto da 4 euro e 70, che per la Vueling compenserebbe 4 ore di ritardo e l’arrivo a Barcellona dopo la mezzanotte.

La hostess di Capodichino sorride alla profusione di coño ( = figa) che le piove addosso, corregge il nome e mormora:

– Sì, però ti devi togliere dal cazzo.

Il catalano ringrazia e se ne va.

Finalmente è il mio turno.

– Senta, potrei riavere indietro la mia valigia e spostare il volo?
– Certo.
– Gratis?
– Gratis.

Eccomi ancora qui. Dopo una settimana che si preannunciava strana ed è rimasta sospesa a mezz’aria, come la bolla di calore che ha contribuito alla mia indolenza.

Volevo annichilirmi davanti a Sky, e l’avevo guardato pochissimo. Temevo di non trovare nessuno, e avevo rivisto gente che manco a immaginarlo. Volevo una pizza come si deve, e avevo girato invano per il centro storico con un malcapitato più affamato di me.

Almeno lo scialatiello ai frutti di mare, l’ultima sera.

Che adesso diventa la quintultima per la gioia di mio padre, ripiombato all’aeroporto coi tappetini dell’auto bagnati. Ho lo zaino ancora ad asciugare.

Perché non sono partita?

Mio fratello è a Parigi e i miei vengono da me a settembre.

Potrei dire per i soldi. Per il rimborso difficile da ottenere (impossibile per il taxi), mentre il volo me lo spostavano gratis.

Oppure per il tempo. 4 ore d’attesa, più 2 di volo, e almeno un’ora tra bagagli, reclamo e taxi.

Ma ero armata di libri e quaderni, e mouilletes, le striscioline di carta per provare i profumi dell’outlet (Escada Sexy Graffiti, annusato a distanza, è il Didò. E costa 62.50. Quanto costava il Didò?). E poi nel mal comune avevo già conosciuto delle argentine, una rumena diretta al matrimonio del fratello, e un napoletano simpatico.

Insomma, non sono rimasta manco per il tempo.

E allora perché?

Perché mi era indifferente.

Perché stasera tra la mia terra d’origine e quella che mi ero scelta non avevo preferenze.

Ed è un male. Ma questi 5 giorni mi diranno quanto m’importa ancora del mio fazzoletto di cielo tra le antenne del Raval.

E poi sono anni che non resto più di una settimana. Mi spaventa l’idea di scoprirmi a contare “quanto manca”, come in un quiz della domenica.

Soprattutto, è la prima volta che non ho più alibi, per le cose lasciate in sospeso.

Adoro le seconde opportunità. Sono il mio nuovo Didò.

http://www.youtube.com/watch?v=o0-ED4e-r-U

portami il mondo in una piazza

Home is so far from Home, scriveva Emily Dickinson.

Di solito, la notte prima di lasciare Barcellona, anche solo per una settimana di Napoli, mi faccio un lungo giro per “congedarmi”.

Stavolta l’ho dovuto fare per forza, perché ho lasciato le piantine a Urgell, alla donna dal pollice verde. Che le ha piazzate subito accanto alla vite, incaricandola d’istruirle sulle regole della casa.

Altri livelli, ho pensato avviandomi in ritardo all’appuntamento. Una coppia di napoletani (lei di Matéra, ma ormai dei nostri) con una notizia da darmi.

Ovviamente se ne vanno da Barcellona, mi spiegano sulla strada del Port Vell. A lei scade il contratto a termine, a lui è slittato un lavoro a ottobre. Hanno altri progetti, tutti fuori dall’Italia.

Li ascolto attenta e dispiaciuta, quando mi squilla il telefono e grido:
– Nooo!

Se l’aspettavano. Forse mi avevano dato appuntamento per questo, per stare lì mentre ascoltavo:

– Ciao! Sto con … e la sua ragazza, appena arrivata! Ci raggiungi?

E qui mi si è aperta la rosa delle scuse:

Oh, che bello, peccato che debba lavare i capelli alle Barbie.

Magari, ma devo separarmi tutte le doppie punte.

No, me lo chiedi proprio ora che Johnny (Depp) ha parcheggiato l’elicottero in terrazzo e si è autoinvitato a cena?

Alla fine ho guardato i due amici in ascolto e ho detto solo che restavo con loro, perché partivano, caso mai vi raggiungo più tardi.

– Ok, allora chiama direttamente lui, che io torno presto e li lascio soli.
– Contaci!

– Partiamo a settembre – hanno specificato i napulegni a fine chiamata.

Poi, guadagnandosi il Nobel per la pacienza, mi hanno ascoltata sbariare per 3 ore. Perché coi napoletani non mi lamento, non vado in crisi, non sclero. Sbareo, al massimo azzecco ‘e ponte.

Una lunga filippica sull’ambiguità nei rapporti. Posso accusare qualcuno di ambiguità, nell’ennesima situazione ridicola in cui mi sono cacciata? Forse no. Tutto ciò che posso dire, signori della corte, è che, per quanto fossi stata riservata e timida (tanto, tanto tempo fa), che fossi fidanzata prima o poi mi scappava.

– Moglie e buoi dei paesi tuoi – mi sfotteva lui.

E giù altre filippiche sul mio manifesto autorazzismo.

Il giro ce lo siamo fatti, eh: Barceloneta (col cinema gratis sulla sabbia), Born, e il mio lungo ritorno a casa attraverso la Rambla. Poi c. Carme e lo slalom per evitare l’imbecille della serata, che decido di non salutare perché anche solo un “hola” di risposta per qualcuno è un invito. Mi è capitato con filippini, paki, argentini, l’idiozia non ha confini.

Come Plaça Universitat, che mi aspetta tra una settimana insieme alla navetta dell’aeroporto, che ripartirà puzzolente di caciocavallo.

È la mia piazza preferita, con tutto il suo potenziale: la gente che s’incontra fuori alla metro, gli skaters scassaminchia, Plaça Catalunya a sinistra, con la Fnac alla fine del Pelayo, la Ronda di Sant Antoni a destra, col mercato.

Al paese invece mi aspetta Sky in infradito, e qualche amico che non parte. I due cinema proporranno i film dei Vanzina, o qualche sparatutto doppiato.

E quando tornerò, lui sarà sparito. Resterà Barcellona.

Come si dice dalle mie parti, “vado bene io”.

(esempio di sbariamento con flamenco)

(esempio di addio romantico)

foto di Juan Novakosvky

L’ho vista una prima volta, io, Barcellona?

Perché mi sembra di star qui da sempre.

Ma devo averla pur vista una prima volta, dalla nave, quando scorsi quell’orrendo palazzo al porto che sarò l’unica in città a non sapere cosa sia.

Allora ce l’avevo alla mia destra, per la prima e unica volta. Quando sarei partita per Lo Sbarco non l’avrei notato, al buio, al cospetto di Montjuïc visto dal mare.

È che quando mi vengono a trovare, e guardano Barcellona con gli occhi di chi non ci vive, cerco di ricordare come la vedevo io, da turista.

Non mi piacque. Detectai in un momento tutte le cose che non mi sarebbero piaciute, tutte insieme. Il caos. La sporcizia. Il vuoto.

La sensazione che sia un grande scenario montato per i turisti, con quelli di qua che scappano lontano, defraudati della loro città ma troppo simili a quelli da cui fuggivo per compatirli davvero.

“In fuga” ci stavo più allora, in quell’albergo del Raval che non ho più identificato, circondato da signorine in minigonna.

La prima volta a Barcellona l’ho pure descritta per un compito di catalano, stile temino delle elementari. Ho parlato della Rambla che mi era sembrata da subito l’Inferno, di Gaudí che mi pareva un bambino che giocasse ancora col Lego (non lo scrissi così, che mi estradavano). Ma anche della Rambla del Mar, di quanto fosse bella, la sera, con poca gente, nonostante i miei tacchetti fini che s’impigliavano continuamente nelle tavole di legno. E di quanto mi mancasse, ora che ci andavo con scarpe rasoterra, il braccio che mi sosteneva. Il commento in rosso della prof fu “Ets una novel•lista!”. Be’, in effetti ci provo. “… Però amb errors”. La prof di ora è meno generosa: “Questo l’hai scritto tu? È bello. Strano”.

Invece le prime volte degli altri le so a memoria.

La bocca aperta davanti a Gaudí, che da qualche parte mi fa una linguaccia. La domanda al ristorante: “Ma dove sono i primi piatti?”.

I problemi con le presentazioni, con gli autoctoni pronti a dare due baci e gli italiani lì con la destra sospesa nel vuoto. I baci rubati, più o meno involontariamente, nell’operazione (noi partiamo dalla guancia destra, loro no).

La sorpresa (a volte il fastidio) davanti alle coppie gay mano nella mano. Le postegge notturne a qualsiasi bionda in abito corto e tacchi alti, prima di accorgersi che sono troppe per fermarle tutte.

O le sbirciatine all’interno coscia dei nudisti a Barceloneta, mentre spiego all’amica di turno che non si affezionasse troppo, 8 su 10 il chico è gay. Specie se è spettacolare. Ma restano meno sconvolte dei ragazzi di fronte al topless, fanno tanto gli spavaldi ma poi se stanno tutte con le poppe al vento “non si trovano”.

Tanto, anche se si trovassero…

Questo paese è noiosissimo, diceva una conterranea ieri, qua le ragazze quando dicono sì vogliono dire proprio sì, e quando dicono no, è no.

Forse è questa la cosa che mi mancherebbe di più di Barcellona.

Peccato che chi viene da fuori non la sa.

(Barcellona, vista da dei catalani)

Stamattina la luna non voleva proprio saperne, di levarsi dai piedi.

Stava lì, illuminata dal primo sole, enorme e stupenda come due sere fa, quando mi resi conto che la Festa della luna piena era stata un buco nell’acqua. Che la Casta Diva era enorme e stregata sul mare della Mar Bella, la mia spiaggia preferita a Barcellona, ma che intorno alla collinetta dei nudisti la gente si raccoglieva in gruppetti isolati, autarchici.

– Qui siamo così – spiegava l’amica catalana, sorridendo – magari sfiori quelli del gruppo accanto, ma non vi parlate nemmeno.

E poi non c’era granché spazio per la conversazione. Un gruppetto si bagnava en pelotas, senza costume, un altro suonava incessantemente dei tamburi, e un circolo bello grande di gente sembrava consumare qualche strano rito, alternando momenti di raccoglimento a movimenti lenti, uniformi.

In effetti la luna era proprio stregata.

L’amico di Palermo non era venuto, forse era esausto dopo il lavoro. L’avevo visto la mattina in Plaça Sant Jaume, davanti al Palau de la Generalitat, a protestare coi suoi colleghi per la gran putada.

Il governo catalano ha tagliato i fondi ai centri che non gestisce direttamente. Manco gli stipendi per gli assistenti sociali. Intanto lavori, poi si vede.

L’amico però pensa che a settembre si risolve tutto, magari è una manovra politica pure per far vedere che la colpa è del Govern Central (si pronuncia “Satana”) che di fondi non ne manda abbastanza. Pensa ai suoi assistiti, autistici geniali che magari s’incazzano perché le patate nel piatto toccano la carne, e che ora si ritrovano senza suppellettili, senza niente.

Loro non votano, osservo oziosamente.

Lui si voleva mettere in mutande a cucinare un pentolone di fagioli con chorizo (sempre per il doppio senso: salame-arraffone). Avevo già pensato alla battuta: avrei preferito vederti così in circostanze più amene.
E invece, compunti, ci siamo seduti a terra in Plaça Sant Jaume, gruppo “Acció”. E mentre parlavamo è passata una volante, è sceso un poliziotto, si è messo a leggere i cartelli, una delle ragazze gli è andata incontro decisa e… Si sono abbracciati.

Li ho fotografati che chiacchieravano prima che il poliziotto se ne andasse soddisfatto. A lui hanno tolto la tredicesima e diminuito stipendio e ferie.

Ogni tanto passavano turisti italiani, inconfondibili, e allora l’amico si alzava e cercava di spiegare. Guardavano a terra, imbarazzati dal loro disinteresse, e andavano via.
E lui s’intossicava.
Non serviva a nulla spiegargli che le cose non si chiedono, s’impongono, niente “posso lasciarti questo volantino?”, metterglielo in mano e se non lo vuole leggere lo buttasse.
No. Lui pensava solo che era deluso. Che la gente del suo paese, del nostro, è ormai rassegnata.

Passiva no, pensavo tornando dalla festa della luna piena, a giudicare dal balzo che ho fatto quando un energumeno si era parato dinanzi a noi tre. Mi ero sapientemente scansata con l’andalusa, mentre la catalana si era ritrovata in faccia le grandi mani sozze ed era stata “salvata” dalle due terrone. Era stata l’unica a esitare, perché non capiva che succedesse.
Era rimasta incredula per molto tempo: “perché proprio a lei”, ci chiedeva. Avevo provato a dire che lei non ci era abituata, ormai quasi neanche io, e mi tornava alla mente il vecchio refrain “Sono quattro anni che vivo in un paese civile”.

Mi è tornato anche ieri sera, davanti alla luna solo un po’ più lontana e appannata, mentre mio padre mi suggeriva che le molestie vanno assolutamente condannate, però… “Abbassando i toni, in nome dell’umana fallibilità”.

Ci risiamo coi però. È questo che mi aspetta a casa, i però?

Evadere è reato, però se si può… Le raccomandazioni sono esecrabili, però la vita è dura. E le molestie orribili, però chi le fa è spesso incapace d’intendere e di volere. E poi la classica mano sul culo (quella che ti devi “saper giostrare”, diceva un coetaneo al paese) non lascia tracce.

Suppongo che chi la pensa così è stato toccato da una ragazza, la prima volta, non da un baffuto signore sorridente sull’R2, come me a 14 anni.

Ma questa “è la posizione più scientifica”, e allora se fermano ‘e rilorge perché la scienza ha parlato.

La stessa che 50 anni fa prescriveva scientificamente l’elettroshock agli omosessuali, e che ora improvvisamente “non era vera scienza”. Come quella, immagino, che 120 anni fa affermava che le donne amavano le botte, e che poi non sentivano tutto sto dolore.
Quali delle teorie snocciolate come scientifiche non lo saranno più tra 50 anni?

La scienza è la più ridicola delle religioni, perché non sa di esserlo.

E penso con un brivido al mare di “però” che costella il cielo tra la padella e la brace.
Tra Barcellona e Napoli.

Ma è cosa ‘e niente.

(canta che ti passa)
http://www.youtube.com/watch?v=mCMR8irweK8&feature=fvst

da homeaway.es

Il giorno che lui è partito mi ha chiamato il manager per dirmi che non mi assumeva.

La prima cosa che ho pensato è stata: meno male.

Brutto segno. La crisi ti fa accettare lavori che quando li perdi ti senti meglio.

Non lavorerò perché sono laureata da più di 5 anni, e per spacciarmi per stagista dovrei avere un titolo più fresco.

I manager hanno la stessa voce, quando te ne mandano, contrita quanto basta, solidale quanto basta, sempre un po’ impersonale.

Mi hanno segnalato un altro annuncio, più o meno la stessa storia, ma contratto di 6 mesi invece che 3. 6 mesi a guadagnare 10 euro in meno dell’affitto. Lo sapete meglio di me, questi ormai vanno a scatafascio, sono indebitati fino al collo e la gente è esasperata.

Adesso, quindi, mi tocca pensare a cosa fare.

Ed è difficile perché qui è veranito, piena estate. L’estate non si dimentica mai di cominciare. Concerti e cinema all’aperto ogni sera, spesso gratis. I vicini hanno cominciato il Ramadan. I marocchini hanno chiuso i ristoranti giusto venerdì scorso, che con Petra finalmente si andava a mangiare il cous cous.

E i poliziotti che li fermano sono scuri quanto loro. A volte vedo le volanti da lontano, magari a Plaça Universitat, e so che fa un po’ figo, alzare la testa preoccupata come se fossi Lupin, ma dallo sciopero generale tante volanti insieme mi fanno un po’ paura. Adesso, poi, dopo i minatori a Madrid…

Chissà dove vanno al mare, i poliziotti. In quei posti in culo al mondo in cui vanno quelli di qua, snobbando i guiri, come ci chiamano.

Pure io ho inaugurato la stagione delle ustioni. Sabato a Sitges, tra addii al celibato per matrimoni gay (c’era un clone di Borat) e venditori statuari ma quasi più ‘nzisti dei pakibeer della Barceloneta. Volevo pure fare la battuta “è succieso ca m’aggio appicciato”, ma coinciderebbe col più devastante incendio della storia recente di Catalogna, che ci arriva fino alle narici e avvolge Barcellona in una nebbiolina irreale.

Sabato invece minacciava pioggia, il sole sembrava non voler proprio uscire, e poi…

Prima o poi Barcellona lo fa sempre uscire, il sole, e le sono grata per questo.

Ma non mi basta più. Quattro anni a settembre e quasi non ho amici fissi, che non se ne vadano o pensino di farlo, che non si sentano in vacanza tutto l’anno per poi fuggire appena decidono di metter su famiglia, perché di Barcellona conoscono solo i bar e le agenzie interinali.

E allora ho pensato perfino a…

Sì. Perfino a tornare.

Come soluzione estrema. Fare quelle cose che ho rifiutato a 20 anni, il master chiattillo per comprarmi il tesserino, o il lavoro aggratis per fare curriculum. No, fin lì non ci arrivo.

Gli italiani quanti sono? 60 milioni. Non è detto che perché non mi sono trovata bene con quei 3 o 4 debba essere sempre così.

Sarebbe una specie di tregua. Tornerei a casa serena e “riconciliata” come se fossi appena uscita a giocare, a saltare sulla pietra enorme spuntata un giorno in mezzo al marciapiede. Chissà da dov’era uscita. Magari era un avanzo di costruzione.

“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”, diceva il protagonista di un best-seller che leggevo allora.

Io è già tanto che non prendo a testate gli angoli di casa!

Ma vi dico cosa faccio. Faccio passare un altro po’ d’estate, che Barcellona non la lascio facile, e decido finalmente che sarà di me.

Parola di scout.

Non l’ho mai fatta, la scout.

Questo fine settimana, come sapete, è successo di tutto.

E mentre a Londra organizzavano un raduno a Trafalgar Square a poche ore dalla tragedia di Brindisi, nell’uggiosa Barcellona entravamo in un film dei Monty Python: il Fronte Popolare Giudeo gridava al terrorismo di stato, il Fronte Popolare di Giudea inveva contro le mafie, mentre i complottisti non hanno fatto in tempo a mettere insieme la solita cospirazione plutogiudaicomassonica, che però ricicleranno per il terremoto.

So che in Italia siete più fortunati, che fini strateghi e informatissimi storici del terrorismo sanno già chi è stato e dove esce la domenica.

Ma quando riusciamo ad accordarci per un raduno sulla Rambla, domenica 20 alle ore 18, noi brancolavamo ancora nel buio. E data l’incredibile affluenza (avevamo superato le 10 persone), l’abbiamo buttata a incontro di riflessione a casa di un volenteroso.

Dopo un’ora passata a discutere su cosa intendessimo per “attentato fascista”, mi alzo dal divano perché importanti affari di Stato mi chiamano: voglio accaparrarmi un posticino per Napoli-Juve allo Sports Bar.

La fine strategia era questa: vedersi il primo tempo in santa pace, mangiando roba buona e facendo caciara con avventori napoletani, e poi decidere se spostarsi o meno nell’omonimo Bar della Rambla, un pub gigante con maxischermi e paella surgelata, prescelto da alcuni napoletani per la capienza.

Sottovalutavo però un importante fattore: la mia accompagnatrice era paziente e rassegnata a sentirci urlare “Forza Napoli” almeno 45 minuti (d’altronde, la Torta Pan di Stelle della casa è un buon incentivo e una notevole consolazione). Ma era pur sempre catalana.

Infatti, dopo aver ceduto il posto in piedi a 4 juventine (rivelatesi incapaci di mangiare una pizza non biscottata), dopo aver inalato sconosciuti effluvi di mozzarella e basilico ed essersi sorbita i forbiti vicini alle spalle (tra commenti sul décolleté di Arisa e complimenti alle juventine di cui sopra), la mia amica si sente male. Quando ormai si è ripresa ed è sulla via di casa, la situazione dentro è insostenibile: l’andirivieni alle mie spalle di avventori di tipica stazza partenopea (non ci siamo mai segnalati per inappetenza) mi rinfresca la memoria su particolari anatomici maschili che nel loro caso dimenticherei volentieri, specie davanti a un Napoli con “possesso di palla al 52%” che però non segna.

Approfitto della fine del primo tempo per allontanarmi, salutando le juventine che, lasciato il cornicione, chiedono “che amari avete?”.
Oh, io ci provo. Lo Sports Bar della Rambla lo schifo, ma almeno è più vicino a casa e potrò respirare. Certo, non ricordo a che altezza stia, ma il problema è ovviato immediatamente da fragorosi scoppi da sciopero generale, seguiti da ululati in una lingua non indoeuropea e non assimilabile al basco.
Sono proprio arrivata: entusiasmo alle stelle, magliette azzurre a profusione, e Marco che riprende soddisfatto. Ma lo splendore del secondo tempo, il rigore di Cavani, il goal di Hamsik, l’uscita di scena di Del Piero e Lavezzi e l’ingloriosa espulsione di Quagliarella, me lo guasta il gruppetto di bipedi più o meno seduti davanti a me, che, evidentemente incerti su come usare una sedia e incapaci di divertirsi senza rovesciare hamburger e sparare petardi (peraltro elargiti dalle retrovie), riescono a far impazzire le cameriere e a far spostare la partita dallo schermo gigante a uno laterale, un istante prima di mettere in pratica la manifesta convinzione che l’uso più comune dei bicchieri sia buttarli a terra.

Consapevole della gravità del problema socio-antropologico, a questi cugini viaggiatori dei ragazzi del circoletto rivolgo le seguenti esternazioni, che tradurrò per comodità di chi legge:

– Ce avite rutto ‘o cazzo! (State mettendo in serio repentaglio la salute delle nostre gonadi)

– Turnate ‘ncopp’ all’avere! (Orsù, fate ritorno alle propaggini naturali frattaliformi da cui siete inopportunamente discesi)

– Site ‘na vrancata ‘e cuozze (Siete un consesso di giovinastri dal comportamento decisamente poco consono alle leggi dell’evoluzione)

Tutto ciò ha un lato positivo: non ho mai avuto così voglia di vedere tanti radical-chic tutti insieme! Corro pertanto al Bar Pastis, per un concertino che vede radunati tutti quelli del dibattito del pomeriggio, a cui do la lieta novella (salutata con reazioni diverse a seconda della fede calcistica).
Poi torno a casa pensando che la stagione sportiva, con sorprese e strascichi non sempre positivi per il mio stomaco, si chiude bella ma strana come è iniziata.

La prossima mi troverà pronta a prendere solo ciò che più amo della mia cultura. Magari scostando la foglia di basilico.

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