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daru-salaam_pxl_d560eef0c3eee51003cf02374ad716aaE così, ho scoperto pure il sozzoso in versione senegalese.

Grazie ai miei compaesani in visita a Barcellona per una mostra fotografica.

Va detto che l’esperta in sozzosi (leggi “ristoranti spartani, decadenti e untissimi”) sono io, sia a Napoli che a Barcellona. Tant’è vero che il mio sozzoso cinese e quello maghrebino non hanno manco un sito web, per non parlare di un nome scritto a caratteri romani! Ma stavolta i paisane li avevo portati al mio Teranga , che li ha scandalizzati: c’era addirittura spazio per sedersi!

La lacuna andava colmata, ha deciso la moglie catalana del fotografo. Così, entrando in questo tempio di sozzeria deliziosa, col riso estratto da secchie immacolate e un dislivello pazzesco sul suolo, oltre ad avere un orgasmo multiplo ho constatato tre cose:

1) il riso senegalese, proposto in alternativa al cous cous è troppo bello. Sembra spezzato a metà, i chicchi sono finissimi. Me ne accorsi in un ristorante clandestino vicino Piazza Garibaldi, scoperto grazie a una spia ivoriana;

2) ho una crisi d’identità col bilancio di fine pasto. Piatti delle catalane: mezzi pieni. Piatti dei paesani: ossa o spine. Piatto mio: una via di mezzo tra le due cose. Cosa sto diventando? Lo scopriremo solo vivendo;

3) lo humor del mio paese si fonda sostanzialmente sullo sfottò. Lo sapevo, ovviamente, anzi, ne soffro le conseguenze quando torno per le feste e scopro di non esser più abituata a esordi telefonici tipo ue’, munnezza!. Ma non l’ho mai capito come l’altro giorno, in un ristorante senegalese, seduta tra frattesi e catalane. Lo sfottò funziona così: si mette alla berlina un paesano alla volta, che assume un volto imperturbabile mentre di lui si dice qualsiasi cosa. Al massimo scuoterà la testa come a negare, e a quel punto verrà incalzato senza pietà fino alla rievocazione del lontano campeggio del 1994, quando ci provò con l’istruttrice dei boy-scout (“Io non ho mai fatto lo scout!”, “Neghi l’evidenza!”).

L’unica ancora di salvezza, per lo sfottò, è trovare una vittima “esterna”. Così il più “letterato” di noi si è girato verso una delle pareti, adornate da motivi afro, e ha dichiarato:

– Io vorrei sapere solo una cosa. Ma chisto chi è?

E infatti, tra foto “a tema” con l’ambiente, c’era il classico fricchettone locale con capelli lunghi, improbabili pantaloni gialli con disegnini africani, e canottina rosso aranciato.

In effetti, il senso estetico di gente abituata a sfottere per molto meno era decisamente messo a dura prova. Ma se consideriamo che la deliziosa compagna del letterato aveva remore a comprarsi un altrettanto delizioso cappellino anni ’20, temendo poetici commenti per strada (Ma chi si’, Charlie Chaplin?, le fu detto una volta), allora preferisco l’intruso daltonico sulle pareti del sozzoso.

Se fossi andata da Peppe 2, con la maionese erogata da pratici tubi che ricordano le zizze di vacca, avrei avuto delle visioni ancora più mistiche.

(Il menù del sozzoso dei sozzosi)

magritte2-Ma ste luci, ste candele?

L’amico, un po’ più giovane, ha preso una stanza a Napoli, prima esperienza senza i genitori.
È evasivo. Poi mi spiegano che frequenta una ragazza.

Come quella che volevamo rifilare a un altro, vari anni fa, ma che probabilmente già allora si vedeva con l’attuale fidanzato, conosciuto in chat.

O la ragazza seduta vicino al palco nella birreria in paese, che il cantante ogni tanto la guarda e nessuno sa niente, nessuno dice niente, ma lei si è messa un vestitino con dei tacconi neri che sembra ancora più bassa, un nanetto sui trampoli, e non se ne accorge, rapita. E parte il totoscommesse: si tengono, o no?

Si vedono, si frequentano, si tengono, o semplicemente un occhiolino. Quando non si scade nel volgare. Pure nella terra dei fidanzati in casa è come se le coppie dovessero passare per questa fase di rodaggio che osservo con indulgenza, divertimento quasi. Perché non stiamo parlando di scopamicizia, ma proprio di gente che si ritrova allacciata a una festa, o comincia a chattare una sera, e semplicemente si assaggia, si sperimenta e conosce piano senza passare per la fase m’ama non m’ama, innamoramento selvaggio seguito da un corteggiamento serrato, contrapposto a una resistenza più o meno ipocrita. No, la libertà di movimento e di testa degli ultimi anni prevede di consumare quasi subito l’attrazione, per lasciare spazio al grande punto interrogativo del poi. Dopo aver tolto i giornali dalla macchina, che si fa? Si resta insieme o chi s’è visto s’è visto?

NotoriousE paradossalmente il bacio rubato dei nonni diventa la prima cosa che ottieni.

Anzi, ripenso alla grandiosa nonna di un’amica salernitana (e non cominciate che non so trascrivere il salernitano):

Ma io nun capisco, nuje nun puteveme fa’ ‘a prova, ce l’evemo piglia’ comm’erano, e vuje che facite ‘a prova po’ ve lassate ‘o stesso?

Sì, si lasciano lo stesso. Anzi, in qualche caso non si mettono proprio. Dopo essersi assaggiati per un po’ vedono che non è cosa e buonanotte. Intanto la fase ibrida è durata mesi e non sempre gli amici se ne accorgono.

Ma a quel punto, capirete, anche il concetto di coppia clandestina è cambiato.

E leggo tanti libri con doppia trama, una bella coppia degli anni ’40 e un’altra, confusa e infelice, di oggi: la prima è sempre perfetta, oh, quasi quasi vorresti che ti cadessero addosso le bombe, se devono essere l’unico impedimento a un amore che trionfa.

Ovviamente succede perché sotto le bombe non c’eri, e perché forse non hai mai visto quelle vedove che, come diceva Italo Svevo, da una parte piangono il defunto e dall’altra sono incoffessabilmente risollevate. Per essere tornate libere da un giogo nato da qualche affacciata furtiva a un balcone, da sguardi quindicenni lanciati a uno con cui, prima di chiedergli i soldi delle bollette, non si erano mai davvero parlate.
A meno che non fossero pratiche come la nonna di un’altra amica: “Me ne proposero due, ma alla fine presi tuo nonno perché almeno lo conoscevo”. Matrimonio felice.

Certo, l’altro estremo, ai miei occhi, resta quello che chiamo il divano IKEA. Prendersi a rate senza mai stabilire cosa siete, così eviti di farti carico della responsabilità dell’altro. Una scopamicizia, se la fai bene, è onesta, il divano è una terra di nessuno ambigua, fatta di gelosie difficili da gestire ma guai a fare un passo avanti e dire “Ok, che stiamo facendo?”. Perché l’ambiguità è chic e non impegna. Soprattutto non impegna.

Magari si fa perché l’alternativa, dalle mie parti, può essere ancora portare le paste la domenica e diventare +1 sugli inviti alle feste, in un rapporto asfittico che quando finisce corri a cercarti avventure al grido di “Esco da una storia importante, non voglio impegni”.

E poi l’ambiguità a volte sembra l’unica cosa che si avvicini agli amori epici che ci propinavano con le favole. Il tormento clandestino, la fragilità e precarietà dei sentimenti come bandiere, finché non finisce e uno dei due fragili e precari viene avvistato sul lungomare liberato con un pallone gigante a forma di cuore.

È questo che volete?

Io no. Rispedisco al mittente la morbosità autoindotta dei nonni e l’ammore da discount dei nipoti. Il sesso ben venga, ma quando si parla di amore attenzione. Maneggiare con cura. Chiamarlo per nome e invitarlo a entrare. Ma non della serie ue’, il caffè sai dove sta, l’asciugamani in bagno è pulito, scusa ma ho da fare. No. A sto punto lascialo fuori.

L’ospite è sacro specie se è lì per restare.

Tanto vale prendere una tazzina del servizio buono, e fargli spazio sul divano.

(una delle più belle canzoni d’amore che conosca)

lungomareliberatoE poi, mentre già giri i tacchi in direzione del treno, vedi che c’è il tramonto sul lungomare liberato.

Allora scendi via Calabritto, ignorando le ballerine Tod’s che stanno quasi quanto il tuo affitto.

Cerchi di non farti arrotare, ma adesso sai che ad attraversare le strisce convinta, come se fosse il diritto che è, le auto si fermano. Per non doverti pagare nuova, ma si fermano.

E intanto ti chiedi com’è possibile.

“Come fai a essere così bella?”, sussurra svogliato uno con poca fantasia.

Guarda, vorresti rispondergli, mi domandavo lo stesso di quello che vedo. Del cielo che si fa sabbia fina e rende il mare incandescente che fa male agli occhi. Delle curve di Capri ancora piene della tua infanzia. Di Castel dell’Ovo inzuppato di sale, e del vino degli ultimi raggi.

Come fa tanta bellezza a diventare normale?

A diventare ‘a cartulina, la passeggiata del sabato, le coppiette coi caschi appesi al gomito, come ombrelli, e lei che rifiuta le rose del venditore ambulante, “No, grazie, sono allergica, te voglio bene, ja’“.

E la bambina coi capelli afro che piange in carrozzina, mentre la mamma dalla pelle bianca la consola e al padre rassegnato dici “Pazienza, è bellissima”. “Grassie”. Perché ti piaceva quando lo dicevano di te e lo pensavano davvero.

E il bambino che grida a quello delle bolle: “Signore, signore, soffiate pure da questa parte, per favore!”. Ma l’altro finge di non sentire, o non capisce l’italiano.

E le due ragazze che si parlano piano, e fanno pace.

Come ci si abitua a tanta bellezza, ti chiedi scendendo le scale bagnate con la paura di toccare il mare. E il mare risponde invadendoti nell’onda più forte. T’inzuppa il vestito e t’incrosta i capelli della stessa vita che li sporcava al tuo arrivo, solo più salata e improvvisa.

Ed è un peccato che con l’unico testimone, un giovane papà che tiene ben stretto il bimbo sulla sabbia, non puoi parlare, che si chieda se sei pazza, ti serve qualcosa o ce ‘o vvuo’.

Almeno adesso ricordi che alla bellezza ci si abitua come al caffè troppo caldo, che prima ti bruci e poi scende giù.

Che è un miracolo a cui hai diritto a credere.

L’unico che devi pretendere.

mariarca1La voce alle mie spalle è la stessa della ragazza dei baretti di Telegaribaldi, mi aspetto da un momento all’altro che dica alla sua accompagnatrice “che intalliata!”.

E invece si lamentano dell’aereo che potrebbe non partire.

Ma come? Siamo già tutti in fila all’Aeroport del Prat, sul display è scritto sempre Nàpols 11.45, con la benedizione della Vueling… Io, poi, ho una certa esperienza in fatto di voli annullati, quindi mi preparo già a chiedere lumi, quando una delle due ragazze bisbiglia:

– Guarda, delle vrenzole!

Cerco l’oggetto dell’avvistamento e intravedo solo un cappotto fucsia a metà fila, che riesce a essere più sgargiante del mio. Accanto, una testa leonina con varie ciocche frisé.

– Non c’è niente da fare, le vrenzole si riconoscono subito.

– Eh, torniamo in Tarzania.

A questo punto mi giro. Approfitto del fatto che non abbiano capito l’annuncio, né in spagnolo né in catalano: passano prima i passeggeri delle file 16-31.

Scopro che sono grigie. E con rara inclemenza mi dico che è un autogol discriminare una perché “vrenzola”, se con gli stessi criteri spietati ti possono giudicare direttamente racchia.

Le vrenzole, invece, l’annuncio l’hanno capito eccome.

E sono tutt’altro che racchie, constato attraversando con loro il corridoio che porta all’aereo. La biondina ha raggiunto le cinquanta sfumature di fucsia, ombretti compresi, e sua sorella maggiore ha delle unghie in ceramica che io romperei appena uscita dall’estetista. Prendono bonariamente in giro la madre che soffre di claustrofobia, rispondono senza complessi in napoletano a un signore che cerca di confortarla, in una situazione simile al castellano-català locale. Poi chiedono in perfetto spagnolo alla hostess se una delle due può restare un momento fuori con la genitrice impaurita.

Mo’ te dammo ‘n’ ata pastiglia, mammà – ridono, contagiose.

Due ore dopo, aspettando i bagagli, parlo anch’io la mia prima lingua senza complessi, chiedendo in italiano alla maggiore se la signora sta bene.

Stavolta è lei a passare all’italiano, con me, lo stesso che mi succedeva a Forcella, quando ci vivevo da fuorisede.

– Eh, abbastanza bene, solo che si è sentita un poco male nel… comme se dice?… nel tunnel.

L’idea di un tunnel nei cieli mi fa pensare mio malgrado al “poligamo industriale” di una choni spagnola. Un tempo credevo che choni traducesse genericamente tamarra, poi ho scoperto che aveva una connotazione regionale (andalusa e derivati) che sapeva molto del nostro “terrona”.

yosoylajuaniLe choni restano quelle che vanno a donare gli ovuli, a mille euro alla volta, nelle cliniche di fecondazione eterologa a Barcellona, e vengono “nascoste” nei sotterranei o in un altro padiglione. Così le raffinate quarantenni francesi e italiane che ricorrono alla provetta credono che i loro figli abbiano il DNA di una studentessa universitaria, come promesso loro dal dépliant. E perfino un’amica colta e sensibile si chiedeva quanto potesse “contaminarli” geneticamente una simile madre naturale.

Ma credo che questo classismo a Napoli sia vero e proprio razzismo, una separazione quasi etnica, come dissi a un incontro a Barcellona con Antonietta De Lillo, regista de Il resto di niente. Tra il ceto medio napoletano e la maggioranza della popolazione c’era la stessa distinzione linguistica e presa di distanza che trovavo ora nel Raval di Barcellona, tra gli immigrati e l’assente popolazione locale. La regista mi rispose che il mondo si stava napoletanizzando, purtroppo, e non solo nel bene.

Resta il fatto che, parlando con gente di tutto il mondo, ho notato fenomeni simili solo in Messico (“i poveri sono poveri perché vogliono esserlo”) e in Brasile (“bombardiamo le favelas, lì c’è solo gente criminale”). Insomma, in contesti di grande povertà e magari differenziazione linguistica (tra una lingua nazionale imposta e svariate lingue locali), in cui per emergere devi prendere le distanze da chi sia rimasto “in basso”, che, abbandonato a se stesso dalle istituzioni, continua a sprofondare.

Mi domando se il mio gusto per il trash sia altrettanto razzista. Non lo confondo mai con la spocchia di certi gruppi facebook, presto abbandonati, che con la scusa di postare errori grammaticali divertenti fanno lezioni sul “parlar bene” (leggi “parlare italiano”). E mi conforta che Nino D’Angelo, ad esempio, ci marci eccome, su questo suo revival. Comunque a me piace sfottere tutti, specie chi ne ha più bisogno. Me, per esempio.

E i chiattilli, a cui somiglio sempre più, sono così noiosi da sfottere.

(per documentarsi sul tema)

(per documentarsi sulla questione spagnola)

fangoria2 -Ma lo sai che somigli a Fangoria?

Il tizio mi indica pure la foto, un primo piano particolarmente intenso appeso alla parete maculata del Sor Rita, mentre il suo ragazzo collassa bellamente dallo sgabello accanto al suo.

– Eh, magari! – scherzo. Non che mi sembri un gran complimento, ma arrivarci, così, a quell’età. Senza la fioritura tardiva di tette, però, sarebbe un cambiamento troppo grande.

E poi come fa questo qui, che con un soffio di vento se ne cade, a stare con quel bruto, mi chiedo ingenuamente mentre lui si avvicina al mio volto, rivelandomi che ha mangiato chorizo con molto aglio.

– Hai begli occhi, tesoro. Come lei. Bel taglio. Solo, non metterti più quest’orribile matita blu.

Per la cronaca, la matita è verde, bicolore, di quelle scampate alla crisi di Peggy Sage.

L’amico che è con me torna al tavolo pure con la mia bibita, di fronte al Kamasutra delle Barbie.

– Questa matita la metto quando voglio che i miei occhi sembrino azzurri…

– Oliva, cariño. I tuoi occhi sono color oliva.

Sempre per la cronaca, i miei occhi verdognoli, cangianti sull’azzurro, con macchioline castane, furono la disperazione di due impiegati comunali al momento della prima carta d’identità. Nella seconda furono definiti “grigi”, nella terza “cerulei”.

– E sono molto belli. Solo, non metterti mai più quest’orribile matita blu.

Ride, divertito e schifato dalla mia mancanza di gusto.

sorrita Gli incontri che fai al Sor Rita. Di per sé un gioco di parole tra “suor Rita” e “zorrita”, zoccoletta. Tra mutande leopardate in pizzo (in vendita) e fotografie di pornostar.

Mi è andata bene, però. L’ultima volta che scattò un totosomiglianza con gli amici, fui ribattezzata Alessandra Mussolini, e non osai chiedere se somigliassi più alla parte Benito o alla parte Sofia Loren.

Le imboscate per la serie “sai che somigli a…” hanno due possibili effetti:

1) illuminazione. I difetti che avevi deciso non si vedessero tanto, si notano eccome (che ne so, del naso ti preoccupa la gobba e ti paragonano a una che ha la tua stessa narice a pupaccella);

2) figura di merda. Ti paragonano a una bellissima, che ovviamente non c’entra una ceppa con te. E per contrasto passi assolutamente per racchia.

Il secondo tipo di paragone lo scatena in genere un solo pazzo, improvvisamente rapito da smania comparativa, mentre chi lo circonda cerca di dirgli che vaneggia senza infierire troppo sulla tua autostima.

Il peggior caso mi capitò in Piazza Fuga, al Vomero, quasi 10 anni orsono. Già mi ero fatta un percorso in macchina che non capivo come ci fossi arrivata, litigando pure con un idiota per chiedere informazioni. Entrai stremata da un fruttivendolo e un cliente saltò con tutta la busta:

– Ma la signorina non somiglia ad Anna Falchi?!

Silenzio di tomba.

– Ma sì, è uguale! – insisteva quello. – Guarda… Guarda.

Il fruttivendolo mi venne in soccorso:

– Forse, gli occhi…

Dite sempre gli occhi. Alla fine brillano, se non sono proprio strabici sono una fonte di salvezza. Ma quello continuava, deluso dallo scarso appoggio e a maggior ragione infervorato:

– No, no, somiglia proprio ad Anna Falchi!

Ora, la mia buona memoria mi condanna a ricordare ogni dettaglio del mio abbigliamento. Scaldacuore lilla di Piazza Italia su canotta bianca (temo alzata sull’ombelico), e una gonna lunga viola cangiante, che giuro che ai tempi le mendicanti rom mi sfottevano “zingara” per strada.

Presi in fretta qualsiasi cosa avessi comprato e scappai da là ripromettendomi di non tornarci più.

Voi a chi somigliate? Vi auguro di essere unici, pure nel vostro scunciglio. Altrimenti giocate al ribasso, da piccola quando dichiaravo di somigliare a Ursula della Sirenetta ho avuto belle soddisfazioni.

Poi, ahimé, si cresce e rischi di sentirti dire “Ah, ma sai che un po’, la gobba del naso…?”.

(mai nessuno che mi dica che somiglio a Sarita Montiel)

E prima ancora che il pareggio diventasse 3 a 2, contro il Bologna, in casa, il cameriere bellillo, eroe assoluto delle mie serate Napoli, già dichiarava:

Simme state sfurtunate. Chiste hanno fatto 2 tire, 2 gol.

E uno degli spettatori fissi gli rispondeva con una domanda:

Ma allora simme sempe sfurtunate?

Mercoledì torno per le feste al paese degli eterni sfortunati, contenta di riabbracciare i miei e meno entusiasta del tour de force che aspetta chi preparerà piatti che manco mi piacciono, e per 10 persone alla volta: Alessandro Siani in merito ha già detto tutto. Gli sono particolarmente grata, del resto, perché un anno fa tradussi il suo monologo dal napoletano al catalano per un’apprezzata presentació sul Natale a Napoli. D’altronde è tutta una società che è così: ricordo i pochi, timidi tentativi degli uomini di casa di aiutare. Banditi dalla cucina fino alla Befana!
struffoli
Meglio concentrarmi sulla valigia, va’. Ancora non l’ho messa al centro del salottino pezzotto, ma so già che, come sempre, riscoprirò che il corpo può essere un problema. Che la minigonna viola e quella nera (che qui passano beatamente inosservate tranne che per pakistani e italiani) meglio che restino qua. Anche se da più di un decennio non ho l’età per le postegge in motorino (Pppella, ti posso conoscerti?), dalle macchine in corsa a Piazza Garibaldi gridano ancora, magari con una donna a bordo, Bionda, beato chi ti monta!, e vaglielo a spiegare che non è una rima ma un’assonanza.

Ma per farla bene, la valigia, mi basterà ricordare il giorno dei referendum, l’anno scorso, l’ultimo voto di mia zia (classe 1915), quando volevo presentarmi al seggio con una canotta che si annodava sotto la schiena e mia madre m’impose una giacchetta, perché “non le sembrava rispettoso per gli scrutatori”. Non capii mai se non fosse rispettoso avere caldo o avere una schiena.

Ma ho cose più importanti su cui riflettere. Anzi, no, su cui sentire. Perché un’anima saggia mi ha spiegato che pensare, penso bene, quello che non so fare è sentire. Quindi è meglio passare le feste a capire cosa sento sulla serie di progetti che si profilano all’orizzonte per l’anno che viene. Mi è venuta in mente una canzone che non ricordavo da quando uscì, strano quando succede e ti accorgi che ora la canticchi con voce da donna.

Il giardino aiuterà, anche se ormai è distrutto. Quello in cui il nonno allevava galline e suo fratello seminava, così che le galline uscivano dal pollaio e gli mangiavano tutto. Il nonno era laureato, lo zio analfabeta. Gli correggevo i nomi delle piante, per me il napoletano era un errore di grammatica: “Vasinicola”, faceva lui, e io petulante “Basilico”. “Petrosino”, “Ma no, prezzemolo”. E, ovviamente, l’accio. La prima volta che comprai sedano in Catalogna non sapevo come si dicesse in spagnolo, quindi mi avvicinai al fruttivendolo quasi emozionata, con una curiosità tutta nerd di scoprire in un istante il percorso che aveva fatto nei secoli il latino apium. Apio. Non male.

Peccato che gli alberi non ci siano quasi più. I limoni a cui tendevo la pargoletta mano, prima di decidermi a usare l’apposita retina. Resta l’albero di arance. Quello che battezzai.

Avevo appena letto dalle suore un testo su un albero che diceva a un monello (erano sempre maschi) di non spezzargli i rami perché gli offriva frutta e riparo, e decisi che aveva ragione. Quindi, per riguardo verso il mio albero di arance (che in verità mi offriva frutti abbastanza aspri di cui avrei fatto a meno), decisi di regalargli la cosa più importante che mi venisse in mente: un nome. Così presi un gesso e nella grafia incerta che non avrei mai migliorato gli scrissi sul tronco: MARIO.

L’avrei scritto anche di recente, per scherzo, su altri tipi di alberi. Però il nome originale si è stinto chissà da quanto tempo.
Meglio così. L’urgenza dei nomi è una cosa tutta nostra.

E poi sarebbe ora che si chiamasse un po’ come gli pare.

(o forse era Mariù)

Adesso verrò radiata dall’albo delle femministe e da quello del buon gusto (se mai ne ho fatto parte), perché vi spiego la mia teoria dei culi base x altezza.

Che forse non mi frutterà il Nobel come a quelli che hanno scoperto che le cellule possono tornare indietro nel tempo (ma noi no), però almeno vi spiegherà perché, quando andate per il Corso Umberto di Napoli dalle 9 alle 12 del mattino, viaggiate a una velocità pari a quella dei cavalli di Bellomunno.

Ebbene, la rapidità con cui arriverete a destinazione sarà inversamente proporzionale all’area del sedere che vi ondeggia davanti.

Perché davanti a voi si staglieranno sistematicamente un paio di fondoschiena, di solito fasciati in jeans senza cintura, che si muovono con la lentezza di un pachiderma senza possederne la falcata.
Tra le caratteristiche della parte anatomica in esame ne spiccano due in particolare: mi arrivano quasi alle ginocchia (e io non sono esattamente la Torre Eiffel) e sono rettangolari. Davvero. Non c’entra l’adipe, o per convincercene dobbiamo scomodare le rotondità delle maggiorate anni ’50? No, è proprio la forma. A volte vorrei davvero prendere squadra e righello e scadere in qualche lombrosiana misurazione, di quelle che trovavo nei libri analizzati per la tesi in letteratura (La reclusa di Giarabub , E pei solchi millenari delle carovaniere ecc.). Riceverei una meritata borzettata nello stomaco, con tanto di tartarughina Carpisa tatuata sulla pancia (l’unico modo perché abbia anch’io “la tartaruga”). Ma almeno mi toglierei lo sfizio.

Perché le proprietarie dei fondoschiena, serafiche e imperturbabili, si fermeranno sistematicamente davanti a tutti i negozi. Non importa se di moda o di protesi dentarie, anche solo per specchiarsi in vetrina non si perderanno una tappa della Via Crucis. Bloccando tutto il senso di marcia e rendendoti difficile il sorpasso (fino a farti meditare seriamente il salto in lungo).

La marca del jeans cambia nel tempo, una volta erano Levi’s 501, poi esibirono un’enorme scritta Rich. Ora sono perlopiù ultraaderenti e a sigaretta. Ma la… sostanza è quella, geometricamente garantita.

Non mi lamento, eh. Sempre meglio della vrenzola, spesso italiana, che passeggiando sulla Rambla con una borsa di dimensioni epocali si lamenta ad alta voce del tuo rapido sorpasso. Vorresti tornare indietro e dirle che lei sarà pure lì in vacanza, ad abbuffarsi di paella surgelata e sangría fuori stagione mentre crede che Gaudí sia Barcellona, ma tu lì ci vivi, sei appena schizzata fuori da una biblioteca per andare a un seminario che ti dimostrerà che furono i catalani, a inventare la margherita, facendo cadere una mozzarella delle colonie sul pa amb tomàquet.

Andasse dunque a sculettare sul Corso Umberto, e la prossima volta che viene a Barcellona non scordasse di portarmi la mozzarella. La pizza migliore sarà pure veneta, ma preferisco ancora la margherita di Di Matteo. Se le implacabili leggi della geometria mi consentono di arrivarci per le due.

(per alzare un po’ il tono)

Pizzeria De Figliole, Forcella, Naples, Campania, Italy
© Cubo Images / SuperStock

Vivere a 10 minuti dalla stazione. Sempre. Solo a Manchester non mi è riuscito, autobus a parte.

Non è voglia di fuga, è la libertà di piombare fuori casa in ogni momento con buone possibilità di prendere il treno, magari al binario 2 diretto a Napoli centrale.

Quando poi è deserto, specie ad agosto, una si mette nella prima carrozza perché, come dice mammà, “di solito ci sta il capotreno”.

E proprio il capotreno si mette a fare lo scemo.

– La signorina sta sola sola…

Deve stare proprio disperato, ormai mi chiamano signora. E mi dicono che sono: cambiata, migliorata, cresciuta, ingrassata ma sto bene. E che mi sono fatta bionda. Prima cos’ero, cerco di ricordarmi attraversando Piazza Garibaldi.

Percorro sempre gli stessi vicoli e torno senza accorgermene al portone scassato di Forcella, col Padre Pio gigante fuori.

E i miei accompagnatori sono pazienti con la turista e le sue mani ormai inesperte che maneggiano sfogliate frolle e pizze troppo cotte, e rincorrono nell’aria la traduzione di encajar.

Proprio non mi viene.

Ma la spiaggia in via Caracciolo è magnifica. Sabbia nera e bambini che nuotano fra le barche. Facciamo l’elenco delle possibili malattie ma non posso non pensare che un bagno lo farei anch’io, e che a Barceloneta mi basterebbe togliermi tutto e buttarmi nell’acqua così.

Qua al massimo si giocherebbero i numeri.

E qualche mamma mi farebbe lo strascino.

Era Napoli by night che mi mancava. Quella di quando tornavo dalla Biblioteca Nazionale, o dalle ripetizioni nei Quartieri (due poracce che volevano fare il classico) e c’era ancora gente per via Roma (per gli amici via Toledo).

Il portone del “mio” palazzo è ancora aperto, e c’è un vecchietto in canottiera seduto.

I contrabbandieri, però, non li riconosco.

E il treno delle 21.04 non circola ad agosto.

Una sosta al binario ad aspettare un bacio che viaggia con circa 30 minuti di ritardo, ma il treno parte ora, e treni e baci non aspettano.

In carrozza, allora, e arrivederci a ottobre.

(canta Barcellona!)

E va bene, ho paura.
Domani torno a Barcellona, e Barcellona non è più lei. Quando cambia lo fa all’improvviso, e completamente. In 3 giorni ti toglie amore, lavoro e rispetto. E te li ridà quando le pare.
Ora mi aspettano il collocamento e un documento da rifare. Qualche manifestazione per gli italiani feriti allo sciopero generale, già additati come anarchici sovversivi. E curriculum da inviare. E qualche cena sul balcone.
Queste vacanze sono state una parentesi tra due punti interrogativi, la Barcellona che era e la Napoli che non sarà mai.
Però Napoli sì che è sempre lei.
Me la sono girata un po’, oggi, approfittando della mia nuova puntualità e del ritardo altrui. I venditori della Maddalena stanno migliorando, sono passati da “Pssst” a “Scarpe, bella?”. Marocchini e napoletani se la giocano, con l’italiano. E io ho imparato a restituire gli sguardi.
Forcella è sempre unica. Sulle scale del quartiere mi scopro a cantare la hit di una vita, “nun ce credo, ca ce sta, doppo ‘e te che fa ‘nnammura’”, ma decido di aver fede grazie al Padre Pio fuori al “mio” portone. Sgarrupato come sempre (il portone).
In Vico della Pace c’è una graziosa.
La scritta “Annalisa Durante” mi ricorda la madre del suo assassino, intravista proprio intorno alla scuola. O quando incendiarono i computer e l’odore mi arrivò fino al balcone.
Quasi su via Duomo la sorpresa: una mostra in bianco e nero sui quartieri di Napoli. È l’America’s Cup, spiega Vincenzo, incontrato per caso fuori alla cartoleria di fiducia.
Annuisco mangiando la sfogliata di Scaturchio. Alla cassiera sono riuscita a non dire hola, solo “una frolla”. E a lasciare i soldi nel piattino. Altrove li dai in mano a chi ti serve.
Altrove.
Quando il treno mi riporta in paese intravedo anche la mia, di scuola. Cerco l’insegna e trovo me, seduta al banco, a inseguire treni invece di scrivere. Allora mi assegno una frase in inglese, una che per gli inglesi è proprio difficile da pronunciare:
I have a girlfriend.
Poi cancello e scrivo:
It’s a sunny day.
E giro pagina.

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