Ieri in metro ho sentito delle adolescenti di origini dominicane discutere di una loro amica che piangeva, perché si sentiva grassa. Ora, della cucina di Santo Domingo (ma sono diffusi in mezza America Latina) adoro i patacones fritos, che sono in pratica banane trasformate in dischi volanti e servite con salsine varie. Lo so, molto dietetiche.
La ragazza che parlava dell’amica sovrappeso era visibilmente orgogliosa del consiglio che le aveva dato: “Piangere non è la soluzione. Lucha, tía! Lotta per dimagrire”.
Ecco, a me sta storia di “lottare” a cui si riduce ogni sforzo terreno non convince molto.
Intendiamoci, evitare i conflitti nemmeno è la soluzione, ma quest’idea di vita come continua sopraffazione, come braccio di ferro tra forze opposte, vogliamo lasciarla all’homo homini lupus delle interrogazioni al liceo?
Io per la verità, caro Hobbes, ho imparato prima il bastardissimo lupus non est lupum con cui il nonno, mio maestro ufficiale di latino, mi faceva impazzire a 11 anni, prima di rivelarmi che quell’est non era essere, ma mangiare. Il lupo non mangia l’altro lupo. Capito, diffamatori di canidi?
È che secondo me le metafore belliche ci sono un po’ sfuggite di mano. Sta storia pseudodarwiniana della lotta per la sopravvivenza non è un po’ troppo inflazionata, adesso che ci arrivano anche le immagini della guerra com’è davvero?
Alla lotta preferisco il lavoro. E scusate, ci avete fatto una capa tanta, col lavoro che nobilita l’uomo! (La donna più che altro la sottopaga). E francamente il lavoro a cui sono abituata io consiste nel fare la stessa cosa ogni giorno, con livelli crescenti di difficoltà.
So che ha meno appeal di una “lotta”, ma per me la vera sfida è l’impegno costante che porta davvero a qualche risultato.
Scomodare la guerra ogni due passi ha dell’epico, ma questa benedetta epica ci piace così tanto?
Non staremmo più sereni e concentrati sull’obiettivo, e più propensi a farcela, se la piantassimo con l’idea di far schifo e dover “lottare per cambiare”? In molti dei video “prima” e “dopo” di gente che è dimagrita c’è un po’ quest’idea di doversi guadagnare il proprio rispetto e quello altrui. Secondo me è per quest’immagine così severa di se stessi che, a dieta avvenuta e complimenti presi, spesso il “campione” o la campionessa tornano a metter su un bel po’ di chili. Mai quanto prima, per fortuna. Ma figurini che restassero tali ne ho visti pochi, e forse trasformare la loro vita in una palestra ipocalorica non ha pagato sul lungo termine.
Se invece facessimo il nostro lavoro ogni giorno e poi pensassimo a godercene i frutti?
Facciamoci un’epica camomilla e pensiamo (letteralmente) alla salute.
Sperando che la giovane “lottatrice” di cui sopra, che si metterà in camera un poster di Irina Shayk con l’obiettivo impossibile di assomigliarle, non rinunci del tutto ai patacones.
In tal caso mi chiamasse, che dividiamo. Tutto per la causa.

Ebbene sì, sono andata a scuola dalle suore.
Avete presente il luogo comune “Non devi piacere a lui, ma a te stessa?”. Va bene anche la versione maschile, può diventare unisex.
Ho guardato un po’ “cambiare” sul vocabolario, il
Primo giorno di libertà!
Sono diventata intollerante a ciò che non mi piace.
Per quelle coincidenze che fanno bene al cuore, ho rivisto la “mia” casa due anni dopo averla lasciata.
È guardando i miei vicini del Raval, che ho capito due o tre cose sull’amore.
Sto riguardando Generazione perduta, cattiva traduzione di
Tipo l’attak, avete presente, quella volta che l’avete voluta usare al posto della coccoina, senza che mamma se ne accorgesse. Voi pensate di aver pulito il tutto prima di essere sgamati, invece resta con vostro sommo orrore una gocciolina trasparente, cristallizzata, sul dito, molto intenzionata a non togliersi mai di là.