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fangoria2 -Ma lo sai che somigli a Fangoria?

Il tizio mi indica pure la foto, un primo piano particolarmente intenso appeso alla parete maculata del Sor Rita, mentre il suo ragazzo collassa bellamente dallo sgabello accanto al suo.

– Eh, magari! – scherzo. Non che mi sembri un gran complimento, ma arrivarci, così, a quell’età. Senza la fioritura tardiva di tette, però, sarebbe un cambiamento troppo grande.

E poi come fa questo qui, che con un soffio di vento se ne cade, a stare con quel bruto, mi chiedo ingenuamente mentre lui si avvicina al mio volto, rivelandomi che ha mangiato chorizo con molto aglio.

– Hai begli occhi, tesoro. Come lei. Bel taglio. Solo, non metterti più quest’orribile matita blu.

Per la cronaca, la matita è verde, bicolore, di quelle scampate alla crisi di Peggy Sage.

L’amico che è con me torna al tavolo pure con la mia bibita, di fronte al Kamasutra delle Barbie.

– Questa matita la metto quando voglio che i miei occhi sembrino azzurri…

– Oliva, cariño. I tuoi occhi sono color oliva.

Sempre per la cronaca, i miei occhi verdognoli, cangianti sull’azzurro, con macchioline castane, furono la disperazione di due impiegati comunali al momento della prima carta d’identità. Nella seconda furono definiti “grigi”, nella terza “cerulei”.

– E sono molto belli. Solo, non metterti mai più quest’orribile matita blu.

Ride, divertito e schifato dalla mia mancanza di gusto.

sorrita Gli incontri che fai al Sor Rita. Di per sé un gioco di parole tra “suor Rita” e “zorrita”, zoccoletta. Tra mutande leopardate in pizzo (in vendita) e fotografie di pornostar.

Mi è andata bene, però. L’ultima volta che scattò un totosomiglianza con gli amici, fui ribattezzata Alessandra Mussolini, e non osai chiedere se somigliassi più alla parte Benito o alla parte Sofia Loren.

Le imboscate per la serie “sai che somigli a…” hanno due possibili effetti:

1) illuminazione. I difetti che avevi deciso non si vedessero tanto, si notano eccome (che ne so, del naso ti preoccupa la gobba e ti paragonano a una che ha la tua stessa narice a pupaccella);

2) figura di merda. Ti paragonano a una bellissima, che ovviamente non c’entra una ceppa con te. E per contrasto passi assolutamente per racchia.

Il secondo tipo di paragone lo scatena in genere un solo pazzo, improvvisamente rapito da smania comparativa, mentre chi lo circonda cerca di dirgli che vaneggia senza infierire troppo sulla tua autostima.

Il peggior caso mi capitò in Piazza Fuga, al Vomero, quasi 10 anni orsono. Già mi ero fatta un percorso in macchina che non capivo come ci fossi arrivata, litigando pure con un idiota per chiedere informazioni. Entrai stremata da un fruttivendolo e un cliente saltò con tutta la busta:

– Ma la signorina non somiglia ad Anna Falchi?!

Silenzio di tomba.

– Ma sì, è uguale! – insisteva quello. – Guarda… Guarda.

Il fruttivendolo mi venne in soccorso:

– Forse, gli occhi…

Dite sempre gli occhi. Alla fine brillano, se non sono proprio strabici sono una fonte di salvezza. Ma quello continuava, deluso dallo scarso appoggio e a maggior ragione infervorato:

– No, no, somiglia proprio ad Anna Falchi!

Ora, la mia buona memoria mi condanna a ricordare ogni dettaglio del mio abbigliamento. Scaldacuore lilla di Piazza Italia su canotta bianca (temo alzata sull’ombelico), e una gonna lunga viola cangiante, che giuro che ai tempi le mendicanti rom mi sfottevano “zingara” per strada.

Presi in fretta qualsiasi cosa avessi comprato e scappai da là ripromettendomi di non tornarci più.

Voi a chi somigliate? Vi auguro di essere unici, pure nel vostro scunciglio. Altrimenti giocate al ribasso, da piccola quando dichiaravo di somigliare a Ursula della Sirenetta ho avuto belle soddisfazioni.

Poi, ahimé, si cresce e rischi di sentirti dire “Ah, ma sai che un po’, la gobba del naso…?”.

(mai nessuno che mi dica che somiglio a Sarita Montiel)

E prima ancora che il pareggio diventasse 3 a 2, contro il Bologna, in casa, il cameriere bellillo, eroe assoluto delle mie serate Napoli, già dichiarava:

Simme state sfurtunate. Chiste hanno fatto 2 tire, 2 gol.

E uno degli spettatori fissi gli rispondeva con una domanda:

Ma allora simme sempe sfurtunate?

Mercoledì torno per le feste al paese degli eterni sfortunati, contenta di riabbracciare i miei e meno entusiasta del tour de force che aspetta chi preparerà piatti che manco mi piacciono, e per 10 persone alla volta: Alessandro Siani in merito ha già detto tutto. Gli sono particolarmente grata, del resto, perché un anno fa tradussi il suo monologo dal napoletano al catalano per un’apprezzata presentació sul Natale a Napoli. D’altronde è tutta una società che è così: ricordo i pochi, timidi tentativi degli uomini di casa di aiutare. Banditi dalla cucina fino alla Befana!
struffoli
Meglio concentrarmi sulla valigia, va’. Ancora non l’ho messa al centro del salottino pezzotto, ma so già che, come sempre, riscoprirò che il corpo può essere un problema. Che la minigonna viola e quella nera (che qui passano beatamente inosservate tranne che per pakistani e italiani) meglio che restino qua. Anche se da più di un decennio non ho l’età per le postegge in motorino (Pppella, ti posso conoscerti?), dalle macchine in corsa a Piazza Garibaldi gridano ancora, magari con una donna a bordo, Bionda, beato chi ti monta!, e vaglielo a spiegare che non è una rima ma un’assonanza.

Ma per farla bene, la valigia, mi basterà ricordare il giorno dei referendum, l’anno scorso, l’ultimo voto di mia zia (classe 1915), quando volevo presentarmi al seggio con una canotta che si annodava sotto la schiena e mia madre m’impose una giacchetta, perché “non le sembrava rispettoso per gli scrutatori”. Non capii mai se non fosse rispettoso avere caldo o avere una schiena.

Ma ho cose più importanti su cui riflettere. Anzi, no, su cui sentire. Perché un’anima saggia mi ha spiegato che pensare, penso bene, quello che non so fare è sentire. Quindi è meglio passare le feste a capire cosa sento sulla serie di progetti che si profilano all’orizzonte per l’anno che viene. Mi è venuta in mente una canzone che non ricordavo da quando uscì, strano quando succede e ti accorgi che ora la canticchi con voce da donna.

Il giardino aiuterà, anche se ormai è distrutto. Quello in cui il nonno allevava galline e suo fratello seminava, così che le galline uscivano dal pollaio e gli mangiavano tutto. Il nonno era laureato, lo zio analfabeta. Gli correggevo i nomi delle piante, per me il napoletano era un errore di grammatica: “Vasinicola”, faceva lui, e io petulante “Basilico”. “Petrosino”, “Ma no, prezzemolo”. E, ovviamente, l’accio. La prima volta che comprai sedano in Catalogna non sapevo come si dicesse in spagnolo, quindi mi avvicinai al fruttivendolo quasi emozionata, con una curiosità tutta nerd di scoprire in un istante il percorso che aveva fatto nei secoli il latino apium. Apio. Non male.

Peccato che gli alberi non ci siano quasi più. I limoni a cui tendevo la pargoletta mano, prima di decidermi a usare l’apposita retina. Resta l’albero di arance. Quello che battezzai.

Avevo appena letto dalle suore un testo su un albero che diceva a un monello (erano sempre maschi) di non spezzargli i rami perché gli offriva frutta e riparo, e decisi che aveva ragione. Quindi, per riguardo verso il mio albero di arance (che in verità mi offriva frutti abbastanza aspri di cui avrei fatto a meno), decisi di regalargli la cosa più importante che mi venisse in mente: un nome. Così presi un gesso e nella grafia incerta che non avrei mai migliorato gli scrissi sul tronco: MARIO.

L’avrei scritto anche di recente, per scherzo, su altri tipi di alberi. Però il nome originale si è stinto chissà da quanto tempo.
Meglio così. L’urgenza dei nomi è una cosa tutta nostra.

E poi sarebbe ora che si chiamasse un po’ come gli pare.

(o forse era Mariù)

pontifexVabbe’, almeno è stato sportivo, ha ringraziato. Anche se su Twitter sono giorni che mi sganascio dalle risate appresso a #faiunadomandaalpapa. Ho anche esposto i miei dubbi personali sullo sfratto del bue e l’asinello dal presepe (e che avevano, un mutuo a tasso variabile?), e caldeggiato per un Angelus “reppato”. Ma non è stato niente in confronto a perle come:

almeno una volta, affacciandoti, puoi gridare PUT YOUR HANDS IN THE AIR?

perché l’agnello di Dio va bene e qualsiasi altro animale no?

ma dopo tutte quelle lettere, i corinzi hanno risposto?

Sì, anime prave. Ridete, ridete.
papatwitter

Intanto l’altro giorno in paese mia nonna ha fatto benedire la macchina a mio fratello.

Lui studiava, quando si è sentito chiamare giù e si è trovato il prete in alta uniforme con tanto di aspersorio, e l’invito a spostare l’auto proprio sotto il balcone di nonna, per darle modo di assistere alla cerimonia.

Sì, perché esiste un vero e proprio rito di battesimo della macchina, che in genere assume un nome femminile. In questo caso, quello di mia madre, ben contenta di vedersi ridotta a un oggetto meccanico.

C’è pure la predica abbinata, che verte sulle tecnologie che il Signore ci ha donato. Il problema è che al rito bisogna rispondere, come in chiesa. Ma vedendo mio fratello impappinarsi tra “amen”, “e col tuo spirito” ecc., il prete stesso gli suggeriva la risposta.

Credo che il momento clou sia stato quando uno dei gatti, ormai abituato alle umane stravaganze, sia saltato sulla macchina e vi si sia tranquillamente appollaiato, incurante dei tentativi di mia nonna di cacciarlo sbattendo una molletta contro la ringhiera. È rimasto lì serafico a prendersi benedizioni e acqua santa, mentre la badante ucraina riprendeva il tutto col telefonino.

Cui prodest?, mi chiederete nella lingua cara a Benny XVI.

Be’, prima di tutto, a fine cerimonia nonna ha detto a mio fratello “che ci avrebbe pensato lei”. E, confermandomi quasi pronta a tornare in paese, ho indovinato anche l’importo. Mi manca solo di azzeccare quello del regalo del compare d’anello a un matrimonio sul Vesuvio e posso preparare gli stivali bianchi da mettere sopra i jeans.

Intanto, però, vi rendete conto che la Chiesa è lì anche quando compri la macchina? Che giù da me è l’unico punto fermo incrollabile dall’Impero romano in poi? Non sto scherzando. Anche nelle tragedie, fiaccolate e collette le organizzano i preti. Forse non tanto la Chiesa dei soldi offerti alle Madonne senza che nessuno li tocchi, e nessuno tocca neanche il tesoro di San Gennaro.

No. Per fortuna c’è anche la Chiesa del prete di periferia che lotta accanto ai suoi, che si fa pure uccidere dalla camorra, e magari aveva un amore, di solito maggiorenne e consenziente. E almeno in pubblico diceva quello che dicono i preti (non fare le “teste calde”, la sessualità come dono reciproco tra gli sposi) che tradotti nella vulgata populare possono essere quell’istigazione alla rassegnazione e alla sessuofobia (e omofobia) che conosciamo.

Il paragone coi paesi asiatici dei miei vicini del Raval mi viene facile. Paesi con una cultura straordinaria, un gran senso della famiglia, una cucina e una tradizione musicale incredibili. Come noi. E come noi afflitti da mali come povertà, disoccupazione, mancanza di strutture che garantiscano un’istruzione adeguata ai suoi cittadini. Con una fede profonda i cui messaggi spesso nobili si traducono, nella quotidianità, in ipocrisia, maschilismo e omofobia. La scala è diversa, ma qualitativamente, mi sembra, cambia molto poco.

Qui a Barcellona quando succede qualcosa vedo attivarsi molto le organizzazioni di vicini, i centri civici, prefino le radio, e un volontariato capillare.

Giù da me non siamo altrettanto ben organizzati, da questo punto di vista, nonostante il lodevole sforzo di chi ci prova.

E la religione ha il pregio di unire quando non c’è nient’altro. Con tutto quello che comporta l’obbedienza a una serie di regole affermatesi in altri luoghi e in altri tempi.

Auspico che chi la segue e chi no si rispettino sempre di più, senza cercare d’imporre le proprie regole con la forza.

E spero che si creino presto altre strutture con lo stesso potere aggregante, che uniscano davvero tutti.

Un altro dei burloni di #faiunadomandaalpapa diceva che tutti gli oppressi da 2000 anni si stessero vendicando allegramente, ora, via 2.0.

Spero che prima o poi non ci sia più bisogno di “vendicarsi”.

(sostituite “on the bus” con “on the cumana” e risulterà credibile)

deborahNiente, non la trovo. Ok, pure io sono un genio, a cercare le scene tagliate di C’era una volta in America su Internet senza smanettare almeno mezz’ora. Ma volevo esordire con una scena che ho visto in televisione: un Noodles ormai invecchiato che sta a letto con una bionda e le dice cose dolcissime, finché non la chiama Deborah, come il suo grande amore.

Lì ho fatto un salto sulla sedia che ha fatto girare mia madre con la zuppiera in mano. Un po’ per la figura di merda, un po’ perché non si fa così. Della scena ignoravo sia l’atroce antefatto che la natura mercenaria del rapporto. Sapevo solo due cose: che il letto è il secondo posto più assurdo in cui fare un errore del genere, dopo l’altare (vedi Ross di Friends); che, appunto, non si fa così. emma

Che capita a volte, nei momenti più impensati, di dover fare i conti con dei fantasmi, tuoi e di chi ti è vicino, molto vicino, in quel momento. Già che siamo in vena di citazioni pop ricordo Claudio Bisio che leggeva Pennac, credo fosse la prima volta tra Malaussène e Julie, ma non me ne intendo. Insomma, questo si ritrova a letto con una tizia che è andata con molti uomini di tutti i tipi, pure un maori, e allora se li immagina tutti lì, a sindacare sulla sua prestazione. Spettacolo. Alzi la mano chi non se n’è mai ritrovato qualcuno (un fantasma, non un maori) ai piedi del talamo, fosse anche uno di quei talami improvvisati che ci dobbiamo inventare nel cattolico Sud.

Il bello è che questi ectoplasmi hanno pure il vantaggio di essere là col loro sorriso migliore, i capelli perfettamente in ordine e magari pure il beneficio del dubbio, giacché spesso con loro non ci siamo manco sfiorati per sbaglio le labbra. Tutto il contrario del comune mortale che ci accompagna, sudato e sbuffante e anche un po’ sotto tono, “scusa ma oggi ho mangiato pesante”.

Diciamolo, il primo che capita dopo un fantasma è pure un fortunello. Meglio non saperlo, magari, o saperlo solo dopo che ogni centimetro di pelle e ogni gesto sia stato paragonato, seppure involontariamente, a chi ti ha preceduto. Insomma, ti devi immolare per la causa, magari a beneficio di chi ci sarà dopo di te.

Ma no, non è giusto infliggerli a nessuno, i fantasmi, tanto meno a te stesso. I fantasmi si tengono a bada, con un costante e inflessibile allenamento, dicendo grazie per la compagnia, ma andate pure ad arricchire qualcun altro, riprendetevi la vostra unicità, il vantaggio di esser diventati la versione edulcorata e ripulita di ciò che non posso avere più (o che non ho mai avuto), e tornate da dove siete venuti. ghostbusters

Il modo più semplice per cacciarli resta chiedersi: ma se sei la fonte di ogni gioia, perché non sei qua a sudare con me, invece che fissarmi con la faccia da pesce lesso da qualche angolo della mia mente?

Funziona.

La mia benda sull’occhio è un successone, ben 75 euro (ok, centesimi) dal cinese del Carme contro il cartone appezzottato delle altre. Mi sfottono, l’amico siciliano e i suoi colleghi assistenti sociali, conosciuti in Plaça Sant Jaume quando avevano smesso di pagarli e ora tutti lì, fuori al Departament d’Interior di Barcellona alle 18 di mercoledì 21 novembre. Quasi tutti con un occhio coperto per solidarietà con Ester Quintana, la donna che ci ha rimesso il suo lo scorso sciopero generale. Per un proiettile ad aria compressa, dicono lei e i suoi compagni. Impossibile, dice Felip Puig, Conseller d’Interior: nella zona del Passeig de Gràcia, dove si trovava lei quando ancora vedeva bene, non ne sarebbero stati sparati.

Ma i reduci dallo sciopero del 29 marzo, me compresa, hanno avuto esperienza sufficiente di questo tipo di armi per ricordare, insieme agli 8 che invece ne hanno avuto esperienza diretta, che Barcellona può costarti un occhio della testa. E allora #ojocontuojo, il comitato che si è costituito per solidarietà con la donna ferita, ha organizzato questa manifestazione silenziosa a cui partecipavano anche i miei amici di Stop bales de goma .

In realtà a vedere la scena da lontano, risalendo il Passeig de Sant Joan dalla metro Tetuan, quelle quattro sirene che lampeggiavano su altrettante camionette disposte intorno all’edificio non erano proprio rassicuranti, specie se parli a telefono con tuo fratello e sarebbe d’uopo dissimulare. Ma non ci provo nemmeno.

– Ecco, brava, mi raccomando, tu resta là invece di tornare subito a casa! – mi viene detto col sarcasmo rassegnato di chi sa che invece resto eccome.

E faccio benissimo: la manifestazione, per fortuna, è pacifica e si apre con un messaggio di ringraziamento di Ester (dimessa dall’ospedale con sorprendente fretta), trasmesso dai potenti mezzi degli organizzatori (un altoparlante che ha visto tempi migliori) insieme alle seguenti istruzioni: stiamoci più o meno zitti tutto il tempo, e ogni 10 minuti sfoghiamo.

E lo sfogo, in effetti, è potente. Puig dimissió lo slogan più gettonato. Certi altri non li ho ripetuti, preferisco quelli che chiedono cose concrete invece di lanciare accuse generiche. Efficacissimo invece il buon Enrico (leggete il suo blog) che si fa fotografare in tutta la sua imponenza con la benda sull’occhio e regge, aiutato a stento dalla Vostra Affezionata, lo striscione di Stop bales de goma. Finché un gruppetto di volenterosi, al ventesimo tentativo, non riesce a legarlo a un albero (lo striscione, non Enrico), col fucile che sembra magari un po’ più ammaccato che al naturale.

Quanti siamo? Non sono brava a contare la gente, è un lavoro che alle manifestazioni italiane lasciavo volentieri a Emilio Fede. Qualcuno dice 400, e c’è chi si lamenta che non va bene. Troppi appelli, troppe manifestazioni. Meglio una buona, tutti insieme.

La mia amica veronese chiede che pretendono, questi, se uno stato ci schiaccia noi reagiamo. I morti non possono andare alle manifestazioni, e allora ci andiamo noi per loro. Morti di debiti, suicidatisi per aver perso la casa… Se questi ci fanno la guerra, conclude, noi rispondiamo con la guerra.

Non sono d’accordo, le dico. Oggi manifestiamo per un occhio perso, non vorrei che la prossima volta fosse per un morto. E quella ancora per due.

Ma le rivoluzioni, ribatte lei, come si sono fatte? Coi morti, per la libertà.

Restiamo ognuna della sua idea mentre una raffica finale di fischietti (che in un mondo ideale si dovevano suonare tutti insieme alle 20 in punto) segnala che la protesta è finita, andiamo in pace.

In metro mi accoglie ancora un manifesto di Artur Mas, il leader di Convergència i Unió che ha promesso il referendum per l’indipendenza se, come tutti si aspettano (o temono), stravincerà le elezioni catalane questa domenica 25. Con le braccia alzate e circondato da bandiere. La voluntat d’un poble.

Ma qualche impertinente gli ha messo una benda nera sull’occhio.

– Oggi ha vinto Obama, che è nero… È normale che un nero adesso vinca il Barça!

Queste parole, di colore oscuro (mo’ ce vo’), scambiate in spagnolo tra due asiatici, mi hanno regalato un sorriso a pochi minuti dalla sconfitta del Barça, stasera che gironzolavo senza meta per il Raval e, passando fuori al mio bar preferito, mi sono accorta che c’era la partita. Allora ho chiesto contro chi giocassimo, ma intanto riconoscevo già le maglie, e ridevo tra me mentre sorpresa e un po’ turbata ordinavo un hamburger. Come temevo il cameriere bengalese mi aveva portato un piatto con due hamburger, senza panino, ma intanto ero a metà birra e in uno slancio di romanticismo postumo mi chiedevo già se guardare la stessa partita fosse un po’ come guardare la stessa stella. E se i miei occhi, per quanto verdognoli, cangianti e apprezzati, avrebbero mai retto il confronto con quelli che immaginavo accesi dalla vittoria e da qualche birra in più, a svariate miglia da me…

Cominciavo pure a contare quante, mentre Messi, sotto di 2, segnava almeno il goal della staffa, quando dal tavolo a fianco ho sentito la battuta di cui sopra e il mio pensiero, come quello di tanti oggi, è andato a OBAMA.

Lo scrivo in maiuscolo perché ricordo ancora il suo nome su Internet a caratteri cubitali, il giorno dopo le elezioni di 4 anni fa. Io stavo a Barcellona da meno di due mesi. Lui aveva vinto, a dispetto di quelli che dicevano che “la gente non era pronta per votare un nero”. Quel giorno, per l’occasione, comprai El País, che ancora conservo in una grande busta accanto a un baby-doll appeso per scherzo, sopra dei boxer olandesi, nella vetrinetta del mio primo comedor, e un test di gravidanza mai utilizzato (falso allarme, erano i frijoles di Romesco).

Di tutta la vicenda Obama, e di quello che sarebbe seguito, delle truppe non ritirate e i raid a sorpresa, oltre alle riforme mezzo riuscite e al fatto di essersi tolti i pistoleri matti di torno, confesso che mi era rimasto impresso soprattutto questo: che tutti dicevano che l’America non era pronta per il cambiamento.

Manco io lo ero. Ero una persona completamente diversa, 4 anni fa, appena atterrata già mi ero messa nei guai, avevo scelto l’appartamento sbagliato, mezzo litigato con l’università che mi mandava, e mandato a puttane il sogno d’ammore della mia vita prima ancora che si avverasse.

No, non ero pronta al cambiamento.

Oggi ho acceso il PC nel mio appartamentino, sgarrupato ma tutto per me, ho letto Obama’s Night sul New York Times e ho pensato che siamo cambiati assai, tutti e due. Alle primarie contro Hillary (“la gente ha votato un nero pur di non votare una donna”) era lui a non avere un programma definito, ora si accusa il suo avversario dello stesso. Era uno sconosciuto che aveva stravinto, ora è il Presidente, riconfermato, che non essendo più eleggibile si spera faccia grandi cose, foss’anche per vanagloria.

Io sto facendo, per la prima volta, esattamente quello che mi piace, e solo quello.
E sono così pronta al cambiamento, che in questi stranissimi 4 anni, di errori, tesi di dottorato, diplomi di lingue, zen e self-help poi messi da parte, e addirittura un accenno di dieta, ho sperimentato quelle che per me, l’Election Day di 4 anni fa, potevano benissimo essere parole a vuoto: Yes we can.

Un afroamericano può essere Presidente. Un Presidente può essere un buon presidente, visti gli standard. Gli standard possono cambiare. Io posso cambiare. Tutto il mondo può cambiare.

E il Celtic può vincere il Barça, mentre osservo in silenzio, unica a non tifare.

C’è una frase che giuro di aver sentito, 4 anni fa, in una sitcom americana, ma che non trovo più da nessuna parte.

Things never change. Till they do.

Le cose non cambiano mai. Finché non cambiano.

– Invita quella bionda, balla bene. Magari ti fai insegnare i passi.

L’amico siciliano mi guarda, guarda la bionda in questione, lontana e magrolina nel vestito Desigual, e dice non so. Allora per incoraggiarlo prometto, se vai a invitarla invito qualcuno anch’io.

Già so a chi chiedere, nella Sala Monasterio semivuota che comincia il suo sabato sera.

Ricciolino, maglietta a righe, alto ma non troppo. Troppo poco per la mia amica, troppo bella per non minacciare i precari equilibri dell’autostima maschile.

Ma magari è brasiliano, quelli il forró lo ballano solo tra loro. O almeno così era due anni fa, quando venivo più spesso e li vedevo in prima fila a sfilare perfetti, uno due, uno due, uno due, giro e casché. Sempre le brasiliane, sceglievano. E non avevo il coraggio di invitarli io.

Ma prima che mi dia per vinta, l’impossibile: m’invita lui.

E comincia il momento più difficile.

L’arte di lasciarsi andare.

Perché in genere odio i balli di coppia, in cui fa tutto lei “all’indietro e coi tacchi alti”, tutto tranne che decidere. Lui dà il ritmo, lui la direzione. E lei deve solo lasciarsi andare.

Io so decidere, non so lasciarmi andare.

Ma del forró mi diverte la lentezza, le chiacchiere leggere col ballerino. Così appena abbracciati, appena distrutto e accantonato il concetto di spazio vitale, gli chiedo:

– Di dove sei?
– Brasiliano.

No. Oddio, no.

– No, no, stai calma. Il forró è facile. Due a sinistra, due a destra.

Dicono sempre due a sinistra perché per loro è così. Noi iniziamo da destra, invece. Come la bionda, che ora è andata a invitare, lei, il mio amico. Respiro profondo.

– Tranquilla, tranquilla. È facile. È il battito del cuore.

Rido imbarazzata, gli sento la gamba tra i muscoli delle cosce. E capisco che quella leggera pressione mi guida da sola. Ondeggia a destra, e finisco a destra anch’io, poi una spinta leggera, come a chiedere permesso, e vado all’indietro.

Lasciarsi andare. So condurre. Perché non so lasciarmi andare?

– Il segreto è chiudere gli occhi.

Lo faccio, e divento ritmo. Uno, due, uno, due. Sono buio e musica, e questo petto caldo, la guancia che punge un po’ tra i capelli scesi a nascondermi. Sono lontana dal mondo, sono il mondo.

– Così, Maria, così.

Lasciarsi andare. La cosa più facile, la più difficile.

– Sembravi addormentata – scherza dopo l’amica.

Lei ha ballato con gli altri due brasiliani, che faranno volteggiare anche me. Uno più leggero, l’altro delicato. Nessuno come lui.

– È facile, ragazzi – annuncio entusiasta. -È il battito del cuore.

I due siciliani sghignazzano.

– Il battito del cuore. Mo’ ce lo segniamo.

E continuano a fare gli scemi, adorabili, come con le cose che li imbarazzano.

Io non sono più imbarazzata, fiduciosa mi faccio cercare, trovare, e a occhi chiusi torno a scoprire la difficile arte di essere io, ed essere tutto.

Copertina provvisoria

Ho finito il libro e ho capito due cose.

Una è che non si finisce mai. Ma lo sapevo anche quando alzai gli occhi dal PC, nell’aula dottorandi della Facultat de Geografia i Història, e dichiarai: “Ho finito la tesi”.

Partì un timido applauso e qualcuno mi chiese perché, seduta lì da cinque minuti, avessi finito la tesi di dottorato giusto in quel momento. Perché, spiegai, mi mancava solo da copiare una citazione, e pure macabra, su una francese linciata dalla folla perché sposata a un tedesco (era la Grande Guerra). E l’avevo voluta mettere lì. Ma sapevo, come si diceva, che non era davvero la fine.

Anche quando ho chiuso il quaderno, oggi, sul balcone, sul cornetto al cioccolato che è la parte migliore del libro. Sapevo che la parte più difficile cominciava adesso. Renderlo decente, un libro vero. E questo ci porta alla seconda scoperta.

Che ogni rigo che scrivo, ogni frase, è una lotta contro la banalità. Contro le coincidenze scontate, le interruzioni a proposito, la radio che trasmette il lento quando si sta per pomiciare e le porte che si chiudono proprio su quello che è d’uopo scoprire qualche capitolo più in là.

Ma non solo. Confesso che ho vissuto, e ho vissuto in un’epoca banale. Per fortuna. Di guerre e di crisi, e anche di Bim Bum Bam, giornaletti condannati e poi rivalutati, e tempi comici da Drive In, poi Zelig, passando per gli strepitosi cammei della Gialappa’s.

Tutto questo sono io, e non posso farne a meno, né voglio. Ma quando scrivo si fa sentire tutto, e allora cerco di sfuggire a un’ovvietà a cui ho detto tante volte sì nella vita reale. Quando ripetevo tormentoni che su un foglio Word stanno come il cavolo a merenda, quando la passione per il trash mi portava a contaminazioni linguistiche che lascio volentieri agli autori pulp.

Insomma, è una guerra tra trincee a quadretti che ora si trasferisce sui vari borradores, i documenti di bozze, di Word, che mi ostino a mantenere in spagnolo.

Una guerra persa che però combatterei daccapo, ogni giorno, premiando vincitori e vinti (sempre io) con lo spuntino di samosas e dolcetti arabi che adesso mi fa da trofeo.
Se anche, in un mondo parallelo, ne conquistassi altri, non sarebbero altrettanto squisiti.

Ci risiamo. Pioggia battente, e gli amici che lavorano ancora non possono uscire, come me un anno fa. E allora, dopo aver scritto e tradotto un po’, resto a casa a guardare quei tremendi film in costume, spezzettati su youtube con nomi criptati.

Ieri, ad esempio, alla lite tra Crocetta e Renzi ho preferito Becoming Jane, che è più insopportabile degli altri perché cerca di trasformare la vita di Jane Austen in un romanzo dei suoi. E allora i fans (o meglio, le fans) si scatenano a indovinare quali personaggi, di quelli reali, abbiano ispirato quelli dei romanzi. Non si rendono conto che è tutto il contrario, sono i personaggi dei romanzi a ispirare ora questi attori in redingote e crinolina, e chi ha scritto le loro battute. E il naufragar m’è dolce in questo mare di finzione.

Finché, all’improvviso, una scena più vera del vero: la Austen viene beccata dalla sorella a scrivere… una lettera? No, una cosa che ha iniziato da poco, su due sorelle. Titolo provvisorio, First impressions. Sì, è Orgoglio e pregiudizio. Ma Cassandra non lo sa. Finisce bene?, chiede. Jane la guarda. È innamorata di uno spiantato che non la può sposare, e Cassandra si è ritrovata vedova ancor prima di sposarsi. Sì, che finisce bene, risponde. Le due fanno matrimoni da favola e sono felici e contente per sempre. E allora la sorella ride, e ride pure lei, della vita che ai libri somiglia solo alla lontana.

Io il lieto fine di Orgoglio e pregiudizio lo lessi un giorno sopra le nuvole, il posto migliore per leggere un lieto fine. Anche se l’aereo va nella direzione sbagliata. Ero da tempo immune a queste illusioni, ma era la prima volta che leggevo le testuali parole di Lizzie, che spiega a suo padre perché quel tizio burbero alla fine se lo sposa, e la prima e l’ultima che speravo di ripetere a breve la scena con mio padre, che già immaginavo scendere a giocarsi i numeri.

Sulle nuvole tutto è possibile, è sotto che le cose si complicano.

Ma adesso che faccio la nana sulle spalle dei giganti, che scrivo invidiando quelle dalla penna facile (che però morivano quasi tutte vergini), devo ammettere che il lieto fine è la pornografia degli scrittori. Come gli attori superdotati e bruttini alle prese con splendide bambole gonfiabili. Come i vari scrittori maledetti che si ritrovano una bionda bendisposta sul pianerottolo. Le scrittrici si sono scritte la fine che non hanno avuto, l’antieroe che non hanno sposato, pure questa delle sfumature di grigio che non ho letto e che mi dicono essere una casalinga molto lontana dalla giovane protagonista sadomaso.

Ma questa fine non la voglio fare. Sfogare su Word (la piuma d’oca macchia) quello che non ottieni in 3D.
Allora coi miei personaggi ci gioco, quando scrivo di me. Cambio i nomi, chiamo un amore mancato come un altro che ho assaggiato poche ore, e mi diverto a scomporre come un puzzle i miei 4 anni a Barcellona, quasi fosse già un congedo.

Ora so che a PC spento possono succedere cose che se le scrivi in un romanzo ti dicono che non è credibile. Che stavolta l’hai sparata proprio grossa.

E allora è meglio, cara Jane, che te le tieni per te.

(Lizzie goes to Hollywood)

(Lizzie goes to Bollywood)

N.B: Il titolo è stato scelto nel pieno possesso delle mie facoltà mentali. Chiunque insinui il contrario riceverà notizie dal mio avvocato. Hic.

Ora, dire che il mio mondo italiano è un’istantanea di com’ero prima è senz’altro un’offesa a chi resta. Ma è vero che, una volta atterrata sul suolo natio, tra le varie epifanie c’è quella di rivedermi nello specchio o in un vecchio libro che oggi non leggerei mai (la biografia di Tiziana Maiolo, ne vogliamo parlare?) e di chiedermi cosa cavolo facessi, dov’era la mia testa prima di partire.

Oppure di fare una rimpatriata con gli amici di un tempo e chiedermi cosa diavolo ci faccia, lì, tra dei semisconosciuti che somigliano a gente che conoscevo.

E qui l’istantanea ci sta tutta. Perché, per scandire il passaggio del tempo, non c’è niente di meglio che una cesura, un momento da cui cominciare a contare. E tra le varie cesure possibili (cataclismi o date memorabili, tra cui trionfa l’ultima notte di sesso) il viaggio in fondo è tra le più soft. Anche perché di per sé rappresenta un bivio, un momento in cui tu e gli amici lasciati per strada avete imboccato, per forza di cose, percorsi diversi.

Magari non ti capita con gli amici dell’anima, come si direbbe in spagnolo. Ma scopri dei perfetti estranei in gente che ti stava simpatica, e guardi con occhi nuovi persone che hai sempre ignorato. E siccome per cambiare radicalmente, di solito, ci vuole un trauma o una motivazione forte, i tuoi amici non saranno troppo diversi da quelli che ti sei scelta non troppi anni fa, e nella loro vita puoi leggere ancora, in controluce, sprazzi della tua.

A pochi giorni dalla mia ripartenza, se tiro le somme degli incontri felici o infelici, passando ovviamente per quelli mancati, mi ritrovo a constatare che nei casi sfortunati il minimo comune denominatore è stato la paura. A volte mi sono dovuta rassegnare, e la vita è anche questo, all’idea di non essere più una priorità nella vita altrui, o di non esserlo come un tempo. Altre volte, invece, mi sono ritrovata davanti persone pavide, ambigue, troppo impegnate a rincorrere i loro alibi per rendersi conto che la vita fuggisse altrove.

E in quegli occhi sfuggenti e in quegli alibi ho riconosciuto i miei. La mia antica incapacità di amare che giustificavo con l’inadeguatezza altrui, la volubilità che scambiavo per vastità d’interessi e l’arroganza così facile da indossare per difendersi da ciò che neanche ti minaccia, fosse anche un comune di pace gemellato con non so quale città santa.

E allora dovrei rallegrarmi, immagino, per non avere più paura, o aver imparato a controllarla. Anche se sono un ibrido che ancora si riconosce nelle scuse per non uscire, “con quello che costa la benzina”, che ancora è tentato di sedersi sul ciglio della strada e dire andate avanti voi, io schiaccio un pisolino.

Fortuna che in quel caso la mia unica paura sarebbe davvero quella di non svegliarmi più.

(scherziamoci su)

(ok, piangiamo senza ritegno)

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