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 Ho fatto la casalinga disperata per un giorno. Ho preparato il seitan, che almeno in una cosa è come il maiale: non si butta niente. Neanche l’acqua di preparazione. Infatti tra fornelli, forno e rotella tagliapasta ho cucinato per ore e lavato tutto io, in tre momenti diversi. Il mio ragazzo, con cui ci dividiamo al 50% le faccende domestiche (ok, fa più lui, ma solo perché è fanatico), non poteva aiutarmi per un problemino di salute.

Ho concluso la giornata molto stanca e ancora più ammirata nei confronti di quelle persone, nella nostra cultura soprattutto donne, che fanno tutto questo come lavoro a tempo pieno, senza mai smontare.

Mi sono chiesta, però, cosa spinga alla stessa attività anche le donne che non hanno orari lavorativi differenti dai loro compagni, che cioè hanno le loro stesse opportunità di occuparsi del lavoro domestico. Spesso danno per scontato che, come mi disse a 15 anni una ragazza che ora si avvicinerà alla cinquantina, “alcune cose le dobbiamo fare noi”.

So che dietro la tendenza a sobbarcarsi tutto il lavoro domestico ci sono diversi fattori, spesso culturali. La generazione di mia madre mi ha spesso detto: “Quanto sei pesante, evita storie in casa e non perderti per due piatti”. Oppure: “E se tuo marito non vuole, tu che fai?”. Al che, con una vena polemica che ho perso (mi limito a vivere felice con un uomo che fa la sua parte), rispondevo che i “due piatti”, in realtà un’intera casa da mantenere, diventano tali solo quando la maggior parte del lavoro la svolge un’altra donna, magari straniera, a un prezzo a volte inferiore ai 10 euro l’ora. L’emancipazione  di tante donne di ceto medio è avvenuta non per una distribuzione più equa dei ruoli in casa, ma perché c’erano altre donne a lavorare per loro.

Un’altra motivazione, invero squalificante per gli uomini e per chi li “pensa” in questi termini, è che loro siano meno bravi nelle faccende domestiche. Che ricorda un po’ la storia delle donne che non saprebbero guidare. Che fondamento può avere, questa fregnaccia? Questione d’esperienza? Mi permetto di dubitarne, visto che ricordo i messaggi facebook disperati di coetanee alle prese con la loro prima lavatrice, in vacanza, quando io ero già a Barcellona (e ci sono arrivata a 27 anni).

Stendiamo dunque un velo pietoso e soffermiamoci sulla mia ragione preferita: il “Quante storie!”. Che subentra quando non solo fai tutto tu, ma l’hai trasformato in una sorta di missione eroica, che se permetti odora ancora dei ceri del catechismo. Per di più a spese di un marito così refrattario ad alzare un dito in casa che ci sta perfino a farsi considerare scemo. Scemo pe’ nun ghi’ ‘a guerra, si dice dalle mie parti.

Io le faccende domestiche da sola le ho svolte per 13 anni, quelli vissuti per conto mio o in appartamenti condivisi, e sarei capace di svolgerle per sempre, se le condizioni fisiche del mio compagno lo richiedessero. Quindi non è che sia meno resistente di te, amica tuttofare. Voglio solo accertarmi che tu lo faccia perché hai proprio la passione per il prelavaggio e la scopa Pippo che arriva negli angoli, e non perché non hai mai pensato si potesse fare altrimenti.

Perché resti la manodopera a costo zero più amata da chi deve occuparsi di welfare: perché arrovellarsi, se ci sei tu? E allora reinserimento zero dopo la maternità, asili nido pochissimi e costosi, ma tanto l’istinto materno compensa tutto, vero? Vero? Mettici il problema di vivere con uno che in Italia, tra mamme e nonne adoranti, rischia davvero di non aver alzato una mutanda da terra per i primi 30 anni della sua vita… E allora faccio io, tesoro, che santa sono. Che santa sei, cara. Oh, mi stiri la camicia, che stasera ho la cena aziendale?

E quindi, siccome così sono tutti contenti (tranne te), che fai? Te lo fai piacere. Anzi, ci basi la tua identità. Ciao, sono Wonder Woman, cucino, lavo, spazzo, porto i figli a scuola e lo faccio tutto BE-NIS-SI-MO. Tu di che ti lamenti? Non lo sai fare?

Sì, che lo so fare. Solo che non voglio.

E sono felice. Tu invece sei stanca. Chi è stanco non ha tempo di essere felice. Chi è felice, invece, vuole tutti felici.

Quindi, la smetti di fare Wonder Woman e provi a essere felice pure tu?

 

funny-protest-signs-43 Parlavamo qui dell’equilibrio tra coinvolgimento emotivo e lavoro cosciente, che è un po’ quello che per gli esaminatori mancava alla mia tesina di master sulla Prima Guerra Mondiale. Sì, mi rode. Ma torniamo a noi.

Quando crediamo in una causa, fino a che punto stiamo lottando per quella e fino a che punto lo facciamo per noi stessi?

Perché quasi tutte le cause in cui crediamo davvero, nella mia esperienza, hanno a che vedere con qualcosa di personale, che ci colpisce nel profondo. Qualcosa che riguardi la nostra vita, la nostra storia, le paure che andiamo accumulando senza liberarcene mai.

E per una volta non sono autoreferenziale. Ok, non solo: pensate a tutte le imprecisioni che sono venute fuori dall’incidente ferroviario in Puglia, perché in tanti erano così impegnati a denunciare l’evidente discriminazione geografica nelle infrastrutture italiane da non informarsi prima sui fatti. Così da prestare il fianco a critiche evitabili, per una causa così giusta. E non voglio neanche pensare a tutti gli sproloqui che i razzisti stanno facendo su Nizza in queste ore.

Io, invece, ho scelto Studi di Genere (il GIENDER!!!) quando ero molto più giovane di adesso, giovane e con vari problemi di identificazione personale come capita a tanti giovani. Adesso magari non sarò appassionata come ai primi tempi (anche se la commissione del master l’ha pensata diversamente…), ma credo di essere più obiettiva, più attenta a tutte le sfaccettature della questione e, spero, più utile alla causa. Per arrivarci ho dovuto superare i problemi “giovanili” di cui sopra, capire quale parte del mio rapporto col genere fosse un tentativo di risolvere problemi affrontabili solo a livello personale.

È difficile, lo so. Ci vuole tempo e dedizione. E pazienza, e umiltà.

Ma a farsi prendere dai propri problemi personali, e non dalla causa, rischiamo di passare dalla parte del torto anche quando è praticamente impossibile.

Quando un linciaggio pubblico interessa una donna, il fattore genere è quasi inevitabile, l’odio libera tutti i pregiudizi sociali che in condizioni di calma eviteremmo volentieri (si spera!). Ma le questioni sono più complesse e in tanti casi farne solo una questione di genere è fuorviante, o la mia unica perplessità verso Hillary come presidente USA sarebbe che fosse una donna (spoiler: manco per il cazzo, appunto).

Però quelle donne che ne fanno una questione personale, che in Ms. Clinton vedono le loro personali lotte per l’emancipazione, saranno lì a difenderla a prescindere da quanto di maschilista mi sembra sia travisabile nella sua carriera politica.

Mica solo le donne, eh. Anni fa organizzavo una conferenza sul femminicidio a Barcellona, con esperte psicologhe e assistenti sociali. Che mi spiegavano con quali terapie cercassero di recuperare gli uomini violenti, oltre a informarmi del fatto che la violenza di genere, tra giovanissimi, fosse reciproca, tanto che delle loro assistite annotavano nel diario settimanale propositi condivisibili come “questa settimana non picchierò il mio ragazzo”. Infine, mi rivelavano finalmente la questione per me sconosciuta, come italiana, della violenza dei figli verso i genitori, su cui in Spagna hanno già avviato qualche campagna sociale.

Alla conferenza sarebbe intervenuto il presidente di un’associazione maschile contro la violenza di genere. A questo proposito, una delle co-organizzatrici mi disse con un sorriso rassegnato: “Ecco, ora noi spiegheremo tutte queste cose che ti abbiamo raccontato, poi verrà il presidente di questi ragazzi e dirà che gli uomini violenti sono dei mostri irrecuperabili da sbattere in galera per poi buttare la chiave”. In effetti, così successe. E non crediate che sia utile, pensarla così: pensate a quante donne non denunciano per paura di vedersi trattate come pazze, o di sentirsi dire che l’uomo che in qualche forma perversa amano è una bestia irrecuperabile. Tante, assicuravano le mie esperte.

Dunque, credo sia importante capire per chi o cosa scendo in piazza. Per me, ovvio. Ma per quale parte di me? La bambina che (esempio a caso) si è vista trascurata per un fratello privilegiato o l’adulta stufa dei problemi sul lavoro, sulla maternità, della discriminazione?

Se la prima prende il sopravvento sulla seconda, ribadisco, la “battaglia” perde di efficacia. Difendiamo male cause giuste. Soprattutto, lo facciamo inutilmente: la pace, per i problemi personali, non ce la danno le petizioni, le manifestazioni.

Quello è il solo problema che possiamo risolvere noi, e noi soli.

Ne riparleremo.

Bansly_Monnalisa-e1444993184395-1024x680  Una volta, a un mercatino di beneficenza, l’organizzatore dell’evento successivo prese a sollecitarci perché concludessimo in fretta e gli cedessimo i tavoli che usavamo come bancarelle, indispensabili per la sua triste cena associativa. Alla terza sollecitazione sgarbata gli risposi per le rime. Allora una compagna buddista, immaginatevi la scena, si avvicinò a me, che ero diventata verde col fumo che mi usciva dalle orecchie, e mi sorrise:

– Lascialo stare, Maria. Vedi, è una persona arrabbiata, che trasmette molta rabbia. Se lasci che ti prenda, diventi come lui. Vedi come sei alterata? Lo stai già facendo.

Ora, il mio stomaco è più debole di quello dell’ammirevole compagna e la prima tentazione che m’investe è ancora quella di trasformarmi in Super Saiyan.

A volte, dunque, m’invade il dolore altrui.

Travestito da rabbia.

Lo fa all’improvviso, quando scorro la home di facebook e mi ritrovo uno status di Salvini. Capirete che uno dei privilegi di vivere fuori dall’Italia è scegliere quando farmi intossicare la giornata da cose del genere.

Stavolta, però, Salvini viene a “casa” mia (anche se virtuale) a vomitarmi banalità sugli immigrati, la cui cacciata dovrebbe restituire ai suoi (e)lettori il lavoro e la stabilità che neanche il Padreterno può contendere alle banche e ai governi che le proteggono.

Allora m’incazzo, e faccio male. Perché così ha vinto lui, e ha vinto il fascistello che mettendo mi piace a tante ipocrite ovvietà mi ha intossicato il caffelatte.

Infatti sono pochi, i conoscenti che si bevono sta roba, e quasi tutti “hanno sofferto da piccoli”. Non è una condicio sine qua non, magari lo fosse, così avremmo un’indagine sociologica esaustiva. È quello che succede ai miei contatti, e a volte a me.

È la tentazione che ho avuto alla lettura della mia tesina di master, quando ho scoperto in commissione la professoressa che aveva tenuto un intero corso di norme di stesura tesi che avevo bellamente ignorato, e che ora con garbo e dovizia di spiegazioni mi abbassava il voto.

Per non incazzarmi con lei, vedete che analisi complicata mi toccava fare: lei è puntigliosa, non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma ha ragione quando mi segnala dei problemi nel testo, ma voglio continuare a fare di testa mia, sì ma devo migliorare.

Non è più facile dare la colpa a quella grande zompapereta?

Peccato che non funzioni, né con me né con gli altri.

Mi spiace che tu abbia perso il lavoro, o euroscettico, o che a 30 anni stia facendo uno stage. È colpa dell’Europa? Sì, anche. Allora sostieni Farage? Sicuro che recuperi lavoro e stabilità, eh.

Mi spiace che ti sia morta la mamma per una malattia contratta sul lavoro, amico hooligano, ma non è colpa “dei zincari”. Prendertela con loro non ti restituisce tua madre, né ti migliora la vita. Ti rende solo più rancoroso e cattivo. Devi addirittura chiamarmi buonista, per non vedere quanto ti sei incattivito tu, e per niente.

Perché è inutile, tutta questa rabbia che scarichiamo sempre su qualcun altro quando la colpa o è nostra o non è di nessuno, o è proprio di chi ci invita a dare la colpa ai soliti che ci sono abituati.

È inutile perché non risolve niente. È solo bello crederci.

Come lo shampoo schiarente che ti promette capelli platino “ma comunque sani”, o come quei tutorial tipo “ADDIO CELLULITE!111!! coi fondi del caffè sbruscinati sui fianchi”. Facile e indolore. Peccato non funzioni.

Ma questi sono fatti di chi ci crede.

Il mio problema è che la rabbia altrui, come il dolore che la muove, è contagiosa. Ed è un peccato, farsene travolgere. È un’altra cosa inutile, che stavolta sottrae energie anche a noi che ci caschiamo.

Allora sorrido, cancello il post di Salvini, non prima di avergliene dette quattro, e torno a pensare ai cazzi necessari.

 Avete presente il luogo comune “Non devi piacere a lui, ma a te stessa?”. Va bene anche la versione maschile, può diventare unisex.

Ebbene sì, sono qui per ribadirlo. Ne sentivate il bisogno? No? Peccato.

Perché è una di quelle frasi fatte così vere che ce le dimentichiamo, le scartiamo pensando o che abbiamo imparato la lezione o che alla fine è una cagata, e facciamo i bastian contrari pure su questo.

Io sono qui per ricordarvela per un motivo: è una frase che a sottovalutarla costa tempo e denaro.

Non ci credete? Allora rilancio con un altro luogo comune: se le donne amassero il proprio corpo, quante aziende andrebbero in fallimento?

Vedete, ora che ho di nuovo del tempo libero sono tornata alla mia follia degli ultimi anni: il fai-da-te. Scarto su youtube i tutorial più divertenti, cerco di mettere in pratica con risultati alterni le lezioni su come farsi un maglione a uncinetto o un ghiacciolo di yogurt e frutti di bosco.

Ma sapete quanti tutorial riguardano la bellezza personale, quest’ossessione per essere sempre smaglianti, oppure esibire la tartaruga perfetta e il look giusto per ogni occasione?

Ecco, pensate a quanto costi questa roba in termini di tempo e denaro.

Me l’immagino come una strada che prima di portarci alla meta (piacere a noi, in definitiva) si attorciglia peggio dei labirinti del Corriere dei Piccoli, per chi se li ricorda.

Quello è il percorso che facciamo se cerchiamo la nostra approvazione attraverso gli occhi degli altri. Con l’aggravante, magari, di lasciar andare gli altri in questione una volta che l’abbiamo ottenuta.

Invece, la strada per l’approvazione di noi stessi, senza questa falsa scorciatoia che finisce per farci perdere, è una vita retta, un po’ monotona ma lineare, due metri al giorno se va bene, con occasionali balzi e rarissime tappe bruciate (non vi ci affezionate, però). Non costa che qualche minuto di attenzione, soprattutto costanza, che è la cosa più difficile. La costanza con cui ci applichiamo del balsamo sapendo che prima di un mese non vedremo risultati.

Ecco, l’amor proprio è un balsamo che funziona un po’ così.

Non ci dà le impennate d’orgoglio che può conferire l’approvazione altrui, né la sensazione di star facendo chissà cosa, perché ormai ci sembra che se non buttiamo tempo e denaro non stiamo facendo niente.

Eppur si muove, funziona, fa quei miracoli che proprio per l’assenza di miracolosità sono i più duraturi, economici, efficaci.

Quindi, non sottovalutiamo sta storia che piacere a noi in definitiva è l’unica cosa che conti.

Peraltro non sono mai piaciuta tanto agli altri come quando ho smesso di cercare la loro approvazione e ho mostrato loro, serenamente, la mia per me.

 Primo giorno di libertà!

Ovvero, primo giorno in cui:

  • non devo fingere di saper scrivere una tesina in spagnolo (per il catalano avrei un certificato che proverebbe il contrario, ma vabbe’);
  • non devo preparare lezioni serali per zombie che davanti alla concordanza nome/aggettivo rispondano “es igual”;
  • non devo mandare più a nessuno informazioni sul sit-in di oggi per Regeni (a proposito, se siete a Barcellona vi aspetto davanti al Comune! ).

In poche parole: sono libera!

E sono anche emozionata, in fondo, per il fatto di provare di nuovo la sensazione di libertà che a scuola dava giugno, un tempo il mio mese preferito: quel brivido onnipotente di poter fare quello che volessi, prima che diventasse noia e monotonia. E lo so, che adesso scatta Il sabato del villaggio, costruzione e parafrasi: l’attesa del piacere che è essa stessa il piacere (credeteci).

Con buona pace del grande Giacomino, questo cercherò di evitarlo: rispetto all’adolescente che accoglieva giugno in Palladium color panna (ma le trovo su Amazon?), ho ormai chiaro che, a non coltivarli, questi piccoli miracoli perdono interesse e bellezza.

Quando il tempo libero è raro sembra sempre l’unica cosa che conti. E allora perché finisce per annoiarci, di lì a poco? Forse perché lo usiamo male?

In quei mesi di giugno di Palladium e ultime interrogazioni di greco, mi affacciavo al balcone della mia compagna di studi e vedevo in strada le ragazze già libere, tutte agghindate anni ’90 con tanto di pantaloncino sotto la gonna, per montare in motorino senza casco.

Magari lavoravano nelle fabbrichette abusive di cui avrete letto in Gomorra, ma in quel momento mi sembravano le più fortunate del mondo, perché loro avevano l’aria libera, io Platone. E a 16 anni non c’è storia.

Adesso che so anche quanto valga il secondo, non lascerò che il tempo libero diventi routine, che l’abitudine mi privi del piacere di svegliarmi ogni giorno sapendo quello che ho: un mezzo, perché il tempo è questo, non un fine, una scatola vuota da riempire con cose che facciano bene a me e, possibilmente, ad altri.

È vero che tendiamo ad abituarci anche alla bellezza, ad annoiarci e passare avanti.

Ma come la pizza margherita col basilico fresco sopra, certe cose non dovremmo mai scordarci di che sapore abbiano.

E quest’anno, giurin giurello, non lo farò.

limonata Sono diventata intollerante a ciò che non mi piace.

Intendiamoci. Se mi devo sparare quattro ore di lezione con alunni cinesi inconsapevoli dell’esistenza dell’articolo, lo faccio e zitta.

Se invece devo mangiarmi un piatto carbonizzato di pasta ammescata, piuttosto butto tutto, con sommo orrore di mio padre che d’altronde è figlio della guerra e non riflette sulle scarse probabilità di mandare quella schifezza ai “bimbi in Africa”.

Credo sia una buona abitudine, diventare allergici alle sgradevolezze evitabili. Pare anche facile, invece provateci e ditemi se qualche volta non vi sentite spreconi. O, peggio, egoisti, quando vi fingete morti pur di non ascoltare l’ennesimo sfogo di un amico, pronto a rituffarsi tra le braccia di quella pereta.

Ma resistete! Che la vita sia un piacere, se no, come dice una canzone, era meglio morire da piccoli.

Però, però. Ci sono cose che non possiamo classificare esattamente come sgradevoli, ma che neanche sono una passeggiata.

Prendete il lavoro. Adesso che consegno la tesina del master e mi finisco tutti i corsi che sto dando, cosa m’impedisce di mettermi a quattro di bastoni con un mojito in mano? (Ok, al massimo una limonata).

Be’, il fatto che a non finire siano le mie lezioni private! Neanche poche, piazzate in quegli orari strategici che nella routine quotidiana sono perfetti, ma che a luglio ti intossicano la giornata.

Però, vediamo, mi fa schifo avere delle entrate extra, quest’estate? E gli alunni sono così carini, specie ora che cominciano a capire che “ho andato” è Satana!

Allora che faccio? Mi accorgo di una cosa: gli alunni vivono in zone pericolosamente vicine al mare. Pensateci un attimo. Io. Barceloneta. Luglio. Metteteci un po’ di crema solare e il gioco è fatto.

Lo stesso dicasi per l’apparecchio che ho comprato per gassificare l’acqua (una poracciata su Amazon). Ero stanca di bottiglie di plastica a profusione, ma io sono da acqua gassatissima a livello estintore, mentre quella prodotta da questa macchina è la cugina loffia della Perrier.

Se mi avesse fatto proprio schifo, starei già a fare questione col rivenditore. Ma continuo a non voler produrre una discarica intera di bottiglie e troppo gas ha spiacevoli effetti collaterali.

Così mi faccio un punto d’onore di passare l’estate a fare bibite gassate il giusto, con gli ingredienti che dico io. Non eguaglierò mai il fantastico mandarino al seltz catanese, ma uno sciroppino casareccio da gassificare ad hoc si può provare. Vedi se la ricetta la devono avere i ‘mericani e chiamarla Italian soda, ma inso’, la tradizione fa giri strani.

Tutto questo per dire: le cose che non ci piacciono, via. Quando proprio non siamo obbligati a sorbircele, rispediamole al mittente.

Quelle con un’equivalenza tra pro e contro, be’, ricordate quella canzone di Elisa quando faceva l’inglese? Heaven out of Hell? Insomma, trasformare l’Inferno in Paradiso.

Lo so, lo so, adesso fa più figo dire che se la vita dà limoni bisogna farne limonata.

Io non sarei così drastica: non quando i limoni si possono bellamente snobbare per le fragole.

Per tutto il resto, ho un gassificatore ad hoc, vi aspetto a casa!

 

 

indoor-plants Per quelle coincidenze che fanno bene al cuore, ho rivisto la “mia” casa due anni dopo averla lasciata.

Scrivo mia tra virgolette perché l’ho sempre sentita estranea, dopo qualche mese tra le sue pareti lunghe e tetre l’ho sbolognata a un ragazzo che l’ha fatta davvero sua, prendendosene cura.

Due anni dopo ammiro le piante, nelle stanze in cui neanche io riuscivo a coltivarmi.

Non è cambiata l’atmosfera un po’ triste, da vecchietto che aspetta.

Restano le vicine cresciute lì, incattivite dal non saper pronunciare il mio cognome straniero.

Ma due anni dopo è cambiato tanto, quasi tutto.

Anch’io. Per esempio, ora consegno la tesi che ad ascoltare il famoso cuore avrei scritto 10 anni fa. Portare 10 anni di ritardo sulle tabelle di marcia “cardiache” non è uno scherzo. Ma tengo botta, ho pensato impigliandomi tra i rampicanti del corridoio che a me era sembrato una prigione.

Eccomi determinata a tenermi quello che mi serve, a separarmi da quello che non funziona più.

E a non dedicare mai più il giorno dopo il trasloco (come due anni fa) a una festa non mia che non verrà neanche apprezzata: l’emblema del mio antico fare cose di cui non ho bisogno, per gente che non le vuole.

Questo, a prescindere, è passato.

Mi spiace per il ficus di quella vecchia casa, enorme e mai travasato, le radici accomodate su una ringhiera, come rampicanti.

Non potevo tenerlo. Quello che invece ho portato via era appena nato, un regalo dell’unica festa celebrata tra quelle pareti ingiallite.

Era un germoglio in un vasetto troppo piccolo, ora cresce.

E sta bene dove sta.

heygirl  Avete presente la situazione? Una tesina da consegnare proprio entro la domenica del trasloco.

Nel mio caso ci si era messo pure un evento con l’associazione, quindi l’ho spedita via mail il venerdì notte, dopo il lavoro (smontavo alle 21).

Apprendevo due settimane dopo, nel WhatsApp di noi “masterizzandi”, che il prof avesse lanciato un ultimatum per chi non avesse ancora consegnato.

DUE SETTIMANE DOPO, ragazzi. Nonostante fossimo già alla seconda proroga.

Ci credereste? Si lamentavano.

Criticavano la preparazione dell’insegnante (che è convinto d’insegnare male e non fa molto per dimostrarsi il contrario) e c’era qualche allusione scherzosa alle sue origini italiane.

Ieri sono usciti i voti. L’ho appreso che andavo al lavoro e non ho potuto controllare subito il mio. Mi sono letta però qualcosa come 50 WhatsApp di critiche al docente, “perché aveva penalizzato chi consegnasse in ritardo”. Si davano ragione tra di loro (“questo preferisce la velocità all’accuratezza?”) e tutti insieme sfottevano lui, con una gara a chi facesse la battuta più salace.

Io adoro questi momenti di sospensione del giudizio, perché sono rivelatori.

Mi ricordano la tanto vituperata Chiara Gamberale ne Le luci nelle case degli altri, quando una madre consola suo figlio, un futuro fallito, per aver preso un brutto voto a scuola (perché incompreso, ovviamente). Cioè, mi pare così evidente questa rimozione di responsabilità: la colpa è sempre del prof. O del tuo zelo che ti porta ad approfondire troppo, invece che attenerti alle aride scadenze accademiche. Non è mai colpa tua.

E preciso  che un voto basso o una mancata consegna non sono la fine del mondo. Se la prossima volta mando affanculo tesina e prof ed esco a bermi una birra in calle Blai, l’unico problema è che non bevo (ubriaca sono uno spettacolo). L’importante è che mi assuma le mie responsabilità, che sia consapevole della mia scelta.

Mi sembra grave, invece, avere sempre una storiella pronta che ci racconti quanto siamo stati impeccabili noi e quanto avversa si sia rivelata la sorte. Poveretti che siamo.

Finché è una stupida questione di voti, ok. Ma se dobbiamo mantenere un lavoro, una relazione, risolvere una disputa da cui dipenda l’equilibrio familiare? Con questo meccanismo non risolveremmo il problema: ci convinceremmo solo che noi non c’entriamo niente. E una consolazione non è una soluzione, in nessun universo parallelo.

Ma capisco che autoingannarsi serve, ci dà il vantaggio di uscircene sempre con l’autostima intatta, a costo di non risolvere mai il problema. Non rischiamo mai di metterci in gioco, e neanche di prendere il massimo dei voti.

Halle-Berry-Oscar A proposito (immaginatemi con un lungo vestito nero e una statuetta in mano con la sagoma del professore), questo risultato volevo dedicarlo a voi.

A voi che avete ancora il buonsenso di capire che la vostra vita non la scandisce la Fata Turchina, ma quello che a fine giornata siete riusciti a portare a casa.

E a voi che ci state arrivando.

Perché anche voi cominciate a intuirlo: che sia buono o cattivo, che dipenda interamente da voi o solo in parte, quello che portate a casa a fine giornata è tutto vostro.

 

 

house-or-me Una signora piuttosto eccentrica, ma piena di energie, una volta mi disse che si era resa conto di un’incongruenza: prima puliva casa e poi si lavava lei. A suo modo di vedere, significava continuare a dare priorità ai suoi “doveri di sposa e madre”, piuttosto che alla cura di sé, quindi da quel momento in poi avrebbe fatto il contrario: prima la doccia, poi le pulizie di primavera.

Continuo a pensare che l’ordine inverso sia più efficace (a me ci vorrebbero un paio di docce, quella volta che pulisco), ma non è questo il punto.

Come già dicevamo, è vero che facciamo le cose in un ordine sbagliato. Che diventiamo i nostri problemi, invece di restare noi stessi e risolverli.

Al risveglio, quando mi assale la consapevolezza di tutto ciò che debba fare in una giornata, penso spesso che cinque minuti di mindfulness mi facciano perder tempo. Dimentico che per me un momento di raccoglimento è il modo migliore per fare le cose presto e bene.

Come chi dimentica quanto sia utile una passeggiata per perfezionare un capitolo della tesi, e predilige ancora lo studio matto e disperatissimo rispetto a una giornata ben bilanciata, in cui i momenti d’impegno si alternino a quei quarti d’ora di svago che rendano il lavoro ancora più efficace.

Insomma, l’ordine delle cose non sempre è istintivo ed è inutile arrivare agli eccessi della signora di cui sopra (che però dal suo escamotage ricava gli stessi benefici che la meditazione per me, ciascuno ha il suo metodo). Ma è veramente vitale, per me, capire che facciamo spesso le cose nell’ordine sbagliato, prima pensiamo a loro e poi a noi, perdendo così il punto fondamentale, il motivo per cui spero le facciamo: per stare meglio noi, per avere una vita serena e magari estenderla a chi amiamo.

Se ci lasciamo travolgere dalle cose le facciamo male, contravveniamo proprio al motivo per cui le abbiamo intraprese e perdiamo noi stessi nell’operazione.

In che ordine vogliamo vivere la nostra vita, cosa viene prima?

La vita stessa, o tutta la paccottiglia che ci portiamo dietro per giustificare la definizione che ci diamo di noi?

Per una volta, andiamo con ordine.

love A volte è la signora a cui pesto i piedi in metro, e non accetta le mie scuse.

O quello in skate che mi travolge, buttandomi quasi a terra.

Altre volte è qualche fantastico problema in casa, rubinetto rotto o citofono che non va, che per chiamare un tecnico mi manda a carte quarantotto i piani per la giornata.

In un caso è stata la protesta di un cliente al lavoro, su qualcosa per cui, peraltro, aveva ragione (ma io eseguo ordini, come dicevano le SS a Norimberga).

Insomma, sapete meglio di me che gli imprevisti che intossicano la giornata (ma anche solo una passeggiata, o una pausa sigaretta per i fumatori) sono tanti. Specie per chi, come me, rimugina anche sulla pereta dei piedi pestati, che per avere una giornata storta doveva regalare rancore ingiustificato all’umanità.

Ma adesso scriverò una cosa più zen del solito: mi accorgo che, in qualche strano modo, questi piccoli incidenti la giornata me la migliorano.

E non si tratta di un’opera di persuasione da pensiero positivo, ma di bilanci che faccio la sera tardi.

Sapete perché? Perché quando succede qualcosa del genere, sono costretta a leccarmi la microferita e consolarmi, ricordandomi quello che ho di buono. E queste 24 ore che mi erano sembrate uguali alle altre, ora che le guardo dal marciapiede su cui sono caduta, tornano a essere preziose assai. Come tutte le altre.

Solo che, a vivere una giornata senza incidenti, tutta fatta di lavoro e corse in metro e ore al pc a finire la tesina del master, me ne sarei dimenticata.

È in questo senso, che lo dico. Questi piccoli incidenti sono vitali, per me: mi obbligano a fare tutta una ricapitolazione di quello che ho, e ad ammettere che non è affatto male.

Ed è vero, a renderlo così piacevole è proprio quello che faccio quando non mi succede niente: il lavoro, le corse alla metro, le ore al pc a finire la tesina del master. La routine che mi costruisce la vita che voglio, rischiando però di spersonalizzarla.

Ed è qui che entra in gioco la signora rancorosa, la cliente indignata, il rubinetto che mi fa riflettere su quello che invece funziona, o si aggiunge a tutti i buoni motivi per cambiare casa (fatto!).

Non si tratta di fare chissà che cambio di prospettiva, nel nostro modo di vedere le cose, solo di aprire bene gli occhi su quello che abbiamo.

E una vita in cui anche una caduta sul marciapiede può essere motivo di soddisfazione, schifo schifo non deve fare.

 

 

 

 

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