Archivi per la categoria: Non fate come lei

piumoneQuando mi sono svegliata stamattina ho pensato “ah, finalmente”. Mi ero messa un terzo piumone (sì, casa mia è un po’ fredda…) e per la prima volta, al risveglio, mi ha accolto il calore. Ebbene, sapete qual è stato il mio secondo pensiero, dopo la gioia e il benessere? “Adesso scendo dal letto e mi assale tutto il freddo insieme, forse ho fatto male a coprirmi tanto”.

Non è incredibile? E non succede forse anche a voi? Appena abbiamo un po’ di benessere, pensiamo a quando finirà. Appena otteniamo qualcosa che volevamo tanto, pensiamo subito a quello che ci manca ancora.

Me ne sto accorgendo anche con gli amici. Ne sto conoscendo di meravigliosi, attenti, premurosi, e invece di godermeli a cosa penso? A chi ho conosciuto in tempi in cui scambiavo le attenzioni altrui per invadenza, l’interessamento per interesse, e allora mi cercavo la compagnia di chi non avesse proprio nessunissima intenzione di riservarmi né l’uno né l’altro.

Così che, quando si prendono cura di me, semplicemente non sono abituata.

Mi viene più facile accontentarmi, di chi pensa che avermi sia accontentarsi a sua volta, di chi non mi riserva attenzioni, così non devo rimanerci male quando smetteranno. Ho quest’idea dell’umanità che sembra presa da un film horror.

Se vi succede lo stesso, facciamo attenzione, perché ci basiamo su un’osservazione in parte corretta, “la gente è incostante e cambia spesso opinione”, per saltare a una conclusione improbabile: “Siccome la gente è incostante e cambia spesso opinione, prima o poi mi abbandonerà. Tanto vale che mi cerchi chi so fin dal principio essere incostante, così quando sparirà non sarà nessuna sorpresa“.

Non bisogna essere psicologi, qui, per pensare a espressioni come paura dell’abbandono e profezia che si autoavvera: ho così paura di essere abbandonata che lo faccio succedere.

Ah, sì? Quando stamane sono scesa dal letto mi ha accolto il freddo, ma meno di quanto avessi immaginato. Ho acceso immediatamente la stufa e infilato qualcosa di più caldo. Mi sono preparata la colazione a tempo di record e al ritorno la stanza era abbastanza riscaldata da permettermi di cominciare la giornata.

Dovevo rinunciare a una notte di sonno beato per evitare questa piccola manfrina?

E voi a cosa rinunciate, per il fastidio di sentirvi bene?

gessopersonalizzatoLa mia prof. catalana di scrittura si presentò una volta in classe con un’enorme ingessatura al piede. Sostenendosi su stampelle malferme, ci raccontò di essere caduta in un fosso durante delle vacanze in famiglia. Trasportata al pronto soccorso, si lamentava col medico:

– Ora sto qui con un dolore atroce e questo gesso che chissà quanto dovrò tenere, mentre potrei stare ancora in escursione coi miei familiari, o a correggere i testi dei miei alunni, o…

Finché il dottore non la interruppe e le mostrò con un ampio gesto del braccio i suoi compagni di sventura, alle prese con fasciature analoghe o in stato semicomatoso per dolori di stomaco, o feriti da un incidente domestico…

– Cosa credi che sia successo, a loro? – le disse sorridendo. – Stanno facendo la stessa cosa. Perdono tempo prezioso a curarsi della loro sbadataggine.

Ecco, non so voi ma mi sono sentita spesso così. Costretta a perder tempo a curarmi per un incidente che poteva essere evitato. Mi sono ritrovata a trascinare a lungo una delusione amorosa che si vedeva profilare all’orizzonte da tre miglia di distanza, oppure a salire con un sospiro rassegnato le scale del dipartimento per vedere che sfuriata mi avrebbe fatto, quel giorno, il prof.

Tutti fossi che col senno di poi, ovviamente, sarebbero stati evitabili, ma noi no, ci siamo distratti “un attimo”. E quell’attimo è stato fatale. Fortuna che, in questioni meno spezzaossa e più esistenzialiste, l’attimo diventa piuttosto lungo, con più margini di correzione. Ma, miracolosamente, più tempo abbiamo per tornare sui nostri passi e seguire la strada giusta, meno sembriamo disposti ad avvedercene.

E quando ci ritroviamo col nostro bel gesso invisibile, che dovremmo fare? Be’, come per la mia prof., aspettare. Che la convalescenza abbia il suo corso. Intanto ce lo portiamo appresso, impariamo a stare sulle stampelle, zoppicando sempre meno, facendoci due bicipiti da paura mentre la gamba si rimette a posto da sola.

Abbiamo questo potere curativo che non dobbiamo sottovalutare, la capacità di risanare da soli se ci diamo il giusto tempo e la giusta pressione.

Io ho la sensazione sgradevolissima che le energie che ho perso a riprendermi della mia crisi mi avrebbero portato a fare tutto ciò che dovrò procurarmi quest’anno, con fatica e pazienza. Avrei potuto averle con me già da un anno, senza “perdere tempo” a soffrire, come la mia prof. se non si fosse distratta avrebbe avuto ancora la sua escursione e il tempo di correggere i nostri compiti, che nel frattempo si accumulavano.

Ma la convalescenza non si può evitare, quando siamo “rotti” dobbiamo ripararci, dentro e fuori. Diffido un po’ di certi richiami tipo “non lasciare che gli altri ti rovinino l’esistenza”, “non lasciare che il risentimento ti faccia perdere tempo”. Quando li uso, lo faccio in un altro senso: possiamo fare in modo che qualcuno smetta di insultarci, di darci fastidio quotidianamente, ma non possiamo decidere che “non ci rovini più l’esistenza”. Il dolore che si lascia dietro va affrontato tutto e curato da solo, come un’ingessatura.

Intanto che ci rimettiamo in sesto, possiamo riprendere i contatti con quella parte di noi che sa evitare i fossi, quella che ignoriamo per ascoltare le paure che ci spingono a sottovalutare i pericoli, pensando che non vederli ce ne terrà al riparo.

Durante una convalescenza non potremmo fare tutto ciò che ci eravamo prefissati, ma impariamo tante altre cose che ci saranno utili quando, recuperate le energie, potremo finalmente metterci al lavoro. Con occhi nuovi.

E, possibilmente, con piede meno distratto.

The-Hunger-Games-Mockingjay-–-Part-1-Jennifer-Lawrence-9Un anno fa, di questi tempi, mi svegliavo verso le 5 del mattino e avevo due possibilità:

a) piangere fino a cadere addormentata per sfinimento;

b) alzarmi, farmi una tisana e leggere The Hunger Games finché non mi si chiudessero gli occhi.

Riuscivo solo con The Hunger Games, quasi a rifarmi un’adolescenza che mi aveva insegnato poco.

Capirete ora che non ho bisogno di essere reduce da un tremendo naufragio, di quelli che osserviamo impotenti alla TV, per dire che quest’anno per me è una rinascita, una seconda opportunità. E voi non avete bisogno di conoscere The Hunger Games a memoria, per pensare altrettanto.

In un altro post dicevamo che il più grande grattacapo, quando decidiamo di cambiare pagina, sono gli errori del passato.

Le nostre scelte infatti ci vincolano, ci costruiscono, il fatto che improvvisamente le troviamo sbagliate non significa che le possiamo cancellare.

Ma se quest’ anno lo passassimo bene fin dall’inizio?

Per me possiamo farlo, se…

Se ammettiamo che spesso recitiamo una parte, da cui non sappiamo più sganciarci.

Se ce ne sganciamo.

Se abbiamo il coraggio di dirci cosa vogliamo davvero.

Se abbiamo il coraggio di ammettere che potremmo non ottenerlo.

Se abbiamo il coraggio di provarci lo stesso.

Insomma, immaginatevi l’anno perfetto che perfetto non sarà,  perché, come sempre, ci si metteranno tre fattori: noi, gli altri e il caso.

Ma immaginate che almeno uno dei tre fattori, il “noi”, funzioni bene. Che abbia imparato la cosa fondamentale: seguire la corrente.

Attraversare la vita più che cercare di forzarla, finendone attraversati. Sfidare i venti contrari senza pretendere di cambiare la corrente.

Non so, secondo me una cosa così potrebbe fare meraviglie.

Quindi, pazienza e olio di gomito e che sia un anno “perfetto” nel senso umano di perfezione.

Un anno passato a essere interamente noi stessi, esattamente come sappiamo fare.

Vedrete che basta questo.

miseria_nobilta5C’è un modo di fare la fame che è tutto originale, tutto nostro: non dircelo. Stare sempre lì con la sensazione di essere più o meno sazi, ma nella pancia, a tutti i livelli, c’è sempre un bel po’ di spazio che non riempiamo, né ci mettiamo in condizione di riempire.

Così, sul lavoro accettiamo mille umiliazioni, ce ne lamentiamo coi colleghi ma poi continuiamo a sorridere al capo e accettare le sue angherie. Oppure ci accolliamo tutto il peso di quell’associazione di volontariato, o semplicemente dell’addio al celibato dell’amica pretenziosa che vuole dromedari spogliarellisti e concerto live dei Take That, in ricordo dei vecchi tempi. La responsabilità dell’organizzazione, ovviamente, tutta su di noi. Che non amiamo deludere la gente, e allora diciamo sì a ripetizione.

Oppure in amore ci mettiamo sempre in situazioni in cui lottiamo disperatamente per ricevere un po’ di attenzione, ci impegoliamo fin dall’inizio in una storia che si preannuncia impossibile per il solo gusto di dimostrarci che non è vero. Nella migliore delle ipotesi diventa possibile dopo mesi e mesi di tossico, e dopo l’ebbrezza iniziale scopriamo che “non ci riempie”.

Ma è questo che cercavamo: non riempirci. Non essere mai sazi. Un po’ per dimostrare a noi stessi che possiamo vivere anche così, che possiamo mettere a curriculum una resistenza sovrumana (visto che crediamo di non poterci mettere molto altro), un po’ perché temiamo che, se poi ci saziamo, “quando inevitabilmente avremo di nuovo fame ci farà molto più male”.

Be’, se questa è vita, siamo proprio a posto. A proposito, come abbiamo fatto a decidere che la vita sia questo e la condizione di sazietà, di appagamento, di soddisfazione, sia l’eccezione?

Ancora una volta, con l’abitudine. Raccontandocelo ogni giorno, ogni ora, arrivando davvero a crederci perché volevamo.

C’è gente che si è fatta eleggere, in questo modo. C’è gente che non si è presa neanche questo disturbo.

E allora, dico io, se l’abitudine ci ha messo in questo guaio, quella ci tirerà fuori: alleniamoci alla sazietà. Ogni giorno. Come ho scritto altrove, si inizia da una sciocchezza, un regalo inaspettato che facciamo a noi stessi, poi diventa quasi automatico, ci abituiamo così tanto a star bene che sviluppiamo come un radar. Quando conosciamo qualcuno o ci propongono una situazione in cui rischiamo di star male, ci viene spontaneo dire no grazie, come ci veniva spontaneo accettare col brivido di adrenalina da mission impossible che scambiavamo per entusiasmo.

Io mi sto trovando bene a fare questo piccolo esercizio: che so, per i prossimi 21 giorni faccio una piccola cosa quotidiana per risolvere un determinato problema (per esempio, le manie di controllo). Non vedo l’ora che finiscano questi 21 per imparare qualcosa di ancora più eccitante: perché, man mano che si fa il gioco, non si tratta nemmeno più di risolvere problemi, ma di imparare cose nuove, che non si è mai avuto il coraggio d’imparare e che ora si assimilano con entusiasmo, un pezzettino al giorno. Come una cheesecake (tranquilli, c’è anche l’opzione vegana) che troviamo ogni giorno sempre fresca per noi sul tavolo della cucina.

E la gioia, come la cheesecake, è la più bella delle abitudini.

apollo13earth

Houston, abbiamo un problema, e purtroppo è a monte. Purtroppo è una situazione in cui non dovremmo neanche trovarci, perché avremmo dovuto abortire la missione fin dall’inizio. Altro che guasto tecnico, certe volte decolliamo proprio portandoci a bordo l’Alien.

Ma ormai siamo lì, a passeggiare per il sistema solare, e allora che si fa?

Prendiamo il lavoro: anche a Barcellona succede di cominciare una collaborazione gratis. L’idea è come in Italia, ora mi prendono gratis e, se vedono che faccio le cose per bene, poi mi pagano. E il finale è come in Italia: pensano “se possiamo averti gratis, perché mai ti dovremmo pagare?”. Al massimo, ci scuciono quattro soldi. Come si fa a rimediare a un’ingiustizia a cui abbiamo collaborato anche noi?

Anche le relazioni, ahimé, si sono mercantilizzate. Ogni tanto trovi il paraculo che pensa: ok, è cominciata come un’avventura e tu ora vuoi di più, ma se mi dai già quello che mi serve senza il minimo impegno da parte mia, perché improvvisamente dovrei stare con te? Tanto vale continuare a fingere di conoscerti a stento appena esci dal mio letto. Perché siamo finiti con gente del genere, diventando anche complici della situazione?

E quegli amici martiri professionali che si sfogano con noi per due ore per sentirsi meglio cinque minuti, spompandoci? Ma l’amicizia è nata così, loro che si lamentano e noi che li assecondiamo, rendendoci in qualche modo complici dello scempio.

E la parente anziana che ha fatto “tanti sacrifici” per noi (peraltro, chi glieli ha chiesti), e ce lo rinfaccia ogni volta che si sente trascurata, cioè sempre? È una persona con problemi che non ha avuto né la possibilità né la capacità di risolvere, e senza volerlo li scarica su di noi.

Insomma, quante relazioni di ogni tipo sono partite storte fin dall’inizio, ma abbiamo fatto finta di niente? Tanto a noi piacciono le sfide. E adesso che siamo nello spazio, neanche Mazinga Zeta può venire a salvarci.

Per fortuna, non trovandoci davvero in orbita con la batteria della navicella scarica, possiamo permetterci di fare una cosa: non cercare a tutti i costi una soluzione. Da quando mi limito a fare il mio e vedere dove mi porta la rotta, vedo che le cose vanno meglio. Per “fare il mio” intendo smettere di dar corda alla zia impossibile o all’amico esasperante, dicendogli chiaro e tondo che altrimenti non l’aiuto, e per una volta esprimere esattamente quello che voglio all’amore-non-amore, senza paura di non ottenerlo, che a non fare così non l’ottengo sicuro.

Una cosa intanto la si può imparare. Riconoscere i problemi in partenza, anzi, prima della partenza. Con la stessa onestà intellettuale che dedichiamo al senno di poi. E prima di dover ricorrere a quello ancora una volta.

Intanto, già che siamo quassù nello spazio, ci godiamo il panorama, con tutto il problema a bordo. La soluzione arriva se ci calmiamo abbastanza da toccare giusto quei due tasti, quelli giusti, e lasciarci trasportare.

Finché lo shuttle va.

sferadicristallo_01Pensavo sarebbe stata la batteria. Che il mio caro, vecchio, diciamo pure obsoleto PC si sarebbe spento un giorno per non riaccendersi più. Infatti, quando avevo risolto artigianalmente il problema del caricatore ero rimasta contenta, pensavo di avergli regalato chissà quanti anni di sopravvivenza.

È stato lo schermo, all’improvviso. Sono tornata dal tirocinio, ho litigato con un amico, ho acceso scocciata il PC ed ecco che tremavano tutte le immagini, e non perché stessi piangendo. R.I.P.

Allora ho ricordato la mia azienda, che cacciava la gente a ripetizione, e i nostri tentativi di capire il criterio dei licenziamenti. Ancora fedele a una logica che col mercato c’entra poco, sentenziai: “Se fai bene il tuo lavoro, ti tengono”. “Sicura?”, sorrise un collega più esperto, che tenevano in sospeso da due settimane. No. Infatti un giorno convocarono tutto il dipartimento con la scusa di una riunione e ci licenziarono in blocco.

Non è quasi mai come abbiamo previsto, nel bene e nel male. Decisamente, non abbiamo la sfera magica.

Come nelle relazioni sgangherate, di quelle “né con te né senza di te”, quando pensiamo che la cosa finirà da sé, con una partenza dell’altro o con un nostro nuovo innamoramento. Finisce che s’innamora l’altro e, come da copione, decidiamo improvvisamente che è la nostra anima gemella, e tentiamo invano di recuperarlo.

No, non va come prevediamo noi, per quanto fantasiosi, ottimisti o catastrofici possiamo essere. Quando si tratta di predire il futuro la logica ci può aiutare, ma non siamo in grado di conoscere tutte le variabili in ballo. E il fattore sorpresa lo può costituire qualsiasi cosa, davvero.

Nonostante questo, continuiamo a organizzare la nostra vita su previsioni errate. Continuiamo a farci prendere dall’ansia, a fare mille calcoli come se potessimo prevedere il futuro.

Provate a fare una lista delle cose che vi hanno fortemente preoccupato e ricordate come si sono concluse. In quanti casi sono finite esattamente come avevate previsto?

Traete le vostre conclusioni.

Non sto dicendo di fare come la cicala e la formica, per la serie del doman non v’è certezza e allora chissenefrega, ma di renderci conto ancora una volta che, una volta fatto il nostro, quelle due-tre cose che è in nostro potere fare, ci conviene metterci comodi e goderci il viaggio: così, se ci sono scossoni, siamo riposati per affrontarli, e se tutto fila liscio guardiamo il panorama. Tanto, le infinite variabili del caso e del comportamento altrui ci sfuggono e non dovremmo neanche, a mio avviso, rammaricarcene.

Solo allacciare le cinture e vedere stavolta dove andremo a finire. Magari ci piace.

enchantedNo, io vi capisco.

Da una parte avete il boschetto della vostra fantasia, o meglio delle fantasie passate. Tutto accessoriato. C’è il solito fottio di animaletti (cit.) che vi fanno ridere quando siete tristi: i ricordi. Che vi consolano o vi perseguitano. Ci sono i fallimenti in persona, tutti impettiti e un po’ arcigni. Ci sono gli alibi, ospiti d’onore. I fili di speranza, così sottili che le liane di Tarzan al confronto sono baobab.

Dall’altra parte, avete il presente. Quello che trascurate per indugiare là, nel boschetto che non vi appartiene più. E il presente finché indugiate è uno stanzone vuoto, polveroso, col pavimento ancora da sistemare e una sola piantina che a occhio e croce va pure travasata. Ovviamente, il tempo che perdete dall’altra parte può solo peggiorare le cose, invece di armarvi di spazzolone e secchio, e poi trapano e chiodi, e decorare un po’, rendere il presente abitabile.

Ma insomma, capisco la differenza, avete un mondo da costruire interamente a fronte di uno completo, fatto a vostra immagine e somiglianza, in cui tutto funziona in modo da farvi sentire a vostro agio: per le cose che non sono girate avete gli alibi, per quelle riuscite avete costruito proprio dei monumenti, e tutto ruota intorno a voi.

C’è un solo particolare. In quel bosco ormai siete morosi. Non vi appartiene più, siete stati sfrattati nel presente, la vostra casa è altrove. Infatti, a ben vedere, va svanendo un po’ tutto ogni giorno, costa fatica mettersi lì a rinverdire, rivangare tutto, innaffiare le vecchie speranze, spargere il sale sulle ferite.

Ma tant’è, meglio morosi in un posto irreale che armati di trapano e secchio in un posto nuovo, senza poesia, che ci chiede una cosa difficile.

Ci chiede fiducia. Investire in quello che è ora, per raccogliere poi, magari, e intanto godersi il lavoro.

Scomodo. Ma si tratta solo di avere la chiave. E la chiave, appunto, è la speranza. Come un genitore spera in suo figlio prima ancora che nasca, solo perché è suo figlio. Speriamo nel nostro presente, solo perché è nostro.

Allora facciamo questo balzo. Passato e presente sono a distanza di un salto. Nel primo non possiamo fare più niente, non abbiamo più niente da fare. Nell’altro abbiamo da fare tutto, senza essere sicuri che andrà bene.

Ma sbrighiamoci, che le piastrelle vanno sistemate prima che faccia notte.

I chiodi li porto io.

techsupportcatHo il pc che fa cose assurde. Non so spiegarlo, come sempre mi capita con “ste cose tecnologiche”, ma, dopo quattro anni di onorato servizio, ormai è un colabrodo.

Comprare un altro PC? Naaa. Come tutti gli impediti recidivi con queste cose, mi terrei un Atari dell’80, pur di non dover ricominciare tutto daccapo.

Però c’è un momento che forse riconoscerete. Quei dieci lunghissimi secondi in cui sembra proprio che il pc abbia tirato le cuoia, in cui già elaboro il lutto dei file persi, quando ecco il miracolo. La lucina rossa della batteria si accende, e tutto può iniziare daccapo.

Il moribondo si metterà di nuovo a fischiare come una locomotiva nel bel mezzo di Trono di Spade (e i treni, vabbe’ il Medioevo fantastico, non ce li vedo compatibili coi draghi), andrà in tilt per un link troppo pesante, e poi farà quella cosa che in una lingua a me sconosciuta suona tipo “crashare per un plug-in” ecc. ecc.

Tutto come prima, la mia giornata è salva, e, come sempre, avrà prevalso il sollievo dei problemi rimandati.

Che è uno dei più appaganti, dalla coinquilina da cacciare (io a Forcella avevo una francese formidable), che però si mette a pulire un po’ la cucina, al collega molesto che proprio oggi ci offre una caramella, al tipo che frequentiamo che ci ha appena messaggiati dopo tre giorni di silenzio (ma che bel messaggio!).

Tutto sembra andare bene, perché tutto sembra destinato ad andare male, come sempre.

E poi, ci diciamo, mica sono un vigliacco, che risolvo il problema sbarazzandomi del pc, cacciando la coinquilina, dando il benservito a questo “proprio adesso che comincia ad affezionarsi” (?). Quello sì che sarebbe scappare.

Già. Invece trascinarsi un problema stazionario, che non dà segni di miglioramento e sembra solo peggiorare, è affrontare le cose, vero?

E finché si tratta di questo catorcio di pc, ok. Ma in cose più importanti? Che ci guadagniamo, a trascinare i problemi e sentirci pure coraggiosi, nell’antica e nobile arte della sopportazione?

Una bella ulcera, questo ci guadagniamo.

Ma tanto, ci giochiamo la carta “colpo di scena”: se aspettiamo abbastanza, magari, incontriamo “la persona giusta”, o il coinquilino ci annuncia che in casa di un amico si è liberata una stanza, o il collega cambia reparto.

Ma i colpi di scena non sono sempre piacevoli, e lo sappiamo.

Nel caso più scemo, proprio quello del pc, un giorno non si risveglierà più e bye bye files.

Quindi sta a noi lavorare perché, se proprio dev’esserci un colpo di scena, sia positivo, o le sue conseguenze vengano presto attutite.

Che lasciar fare alla vita è una cosa buona, ma una spintarella perché vada nella nostra direzione gliela dobbiamo dare.

Ne riparleremo.

Per la cronaca, mentre scrivevo mi è crashato il pc.

ciakVi è mai capitato, di ascoltare qualcuno cambiare totalmente idea su una cosa che gli stava a cuore? Ricordo una compagna di liceo che, a università iniziata, diceva della nostra vecchia prof. di Filosofia: “In fondo non ho mai avuto niente contro di lei”. Ma se partecipavi alacremente alle nostre macumbe pre-interrogazione!

Il senno di poi non gode di buona fama, ma ha molti seguitori. Si fa più doloroso quando si parla di rapporti di lavoro, o familiari, o di amori finiti.

Una volta perso il lavoro dei nostri sogni, in fondo non abbiamo mai voluto fare quello, davvero. Io non ho mai voluto insegnare all’università, mica è la crisi.

Con gli amori si arriva al parossismo: mai capitato di litigare con un ex che si è rifatto una vita? Spero di no. Diventiamo le “premesse” a questa fantastica nuova relazione che sta vivendo, che in retrospettiva fa della nostra una povera cosa che trascinavano controvoglia, come fosse un peso. Anzi, come dice Tucidide della Guerra del Peloponneso, ma vale per ogni guerra, anche per l’amore, cambiano le parole e il significato che si dà loro: quella che pure l’altro chiamava relazione ora è diventata una frequentazione, dategli tempo e diventerà “quando curiosamente ci svegliavamo insieme”. Teletrasporto?

A meno che la fantastica nuova relazione dell’ex non finisca e in un momento di estrema solitudine diventiamo l’unica persona che l’abbia mai capito.

Se poi la storia di per sé era ambigua, se non lo sapeva nessuno, se in fondo non era mai decollata, magari siamo stati messi da parte e soppiantati per un amore vero che durasse… Quanto, un mese? Due mesi? Ah, ma anche quando dura cinque minuti l’Amore Vero ha due piste in più, rispetto alla storiella così (e se ci fosse un’antimaiuscola, una lettera ultraminuscola appena visibile a occhio nudo, userei quella, per scriverlo).

E allora l’anno di alti e bassi passato insieme diventa solo una lunga introduzione a questa storia fulminante e un po’ incontinente che li ha scottati ma ha insegnato loro il “vero amore”. Siamo quella, quello di cui non era convinto, che non arrivava mai a essere lapersonagiusta, magari non per demeriti suoi, eh, fatto sta che chi ci ha seguito in quei cinque minuti prima di prendergli il cuore e stracciarlo in mille pezzi era tuttunaltracosa.

Ora, non possiamo impedire che l’altro abbia questa interpretazione della cosa, che ci “narri” così. Magari non ha neanche tutti i torti, quando paragona un amore mai nato a uno presente e vivo, anche se per poco. Quello che non dobbiamo accettare è l’idea per cui un altro sia più degno di noi solo perché, per circostanze difficili da verificare, si è guadagnato un amore che noi abbiamo mendicato a lungo.

Può essere stato più bello di noi, secondo gli standard (che poi de gustibus), più intelligente secondo i test (che quando mai ci hanno azzeccato), ma mai più degno, questo non sta ad altri deciderlo e non sta a noi, nell’umano consesso, stabilire chi “meriti” di più.

E il punto è questo, è questa la parte della narrazione che non ci deve quadrare: il punto in cui abbiamo mendicato qualcosa che ci spetta di diritto come esseri viventi, non perché siamo chissà chi, ma perché l’amore o te lo regalano o non ci sono soldi a comprarlo, e non c’è niente che possiamo fare per suscitarlo.

Non possiamo evitare di essere il cattivo o lo sfigato di una narrazione altrui, e di una narrazione ex-post, ma l’altro non può impedirci di non gradire quel ruolo e di fare di tutto, in futuro, per costruirci una storia come vogliamo noi, in cui non siamo quello che striscia e mendica fino alla sua uscita di scena, ma lasciamo fin dall’inizio il limbo dell’ambiguità, dell’umiliazione, dei diritti non rispettati, per crearci la vita che vogliamo noi.

Una volta rinunciato alla parte, una volta detto no a questo regista sfigato che ci portiamo dentro e che ha per noi sempre gli stessi ruoli, allora siamo pronti per il ciak.

Si ripete. E stavolta, meno dramma e più bellezza.

IMG_2472.CR2 C’è questo esagramma dell’I Ching, la Ritirata, che mi piace molto. Banalizzando un po’, dice che bisogna ritirarsi dalla battaglia, quando vedi che è persa, per poter vincere la guerra.

E questa è un’idea uguale e contraria al concetto di vittoria di Pirro.

A volte ci incorniamo con la battaglia, e perdiamo di vista la guerra. Le metafore belliche non le amo, ma assecondare questa è particolarmente efficace.

Infatti mettiamo tutti noi stessi in un obiettivo solo: ottenere quella promozione (che tradotto ai nostri giorni è diventare supervisori del dipartimento al call center), nella speranza di durare un po’ di più col contratto di servizio; conquistare proprio quella persona o mandare avanti proprio quella storia che, quando tutto va bene, è una vittoria di Pirro.

Mettiamo tutti noi stessi nell’impresa, perché a un certo punto facciamo l’errore d’identificarci con quella: insomma, ci sminuiamo, è come se ci improvvisassimo contorsionisti e ci rattrappissimo per finire in uno scatolone da trasloco… No, in quello ci entro, mi sa, facciamo lo scatolo di un televisore. Finché non ci viene la tentazione, una volta incaponiti, di tagliarci braccia e gambe per entrarci meglio. Ma è davvero questo, che vogliamo, entrare in uno scatolone?

E qualsiasi cosa che non ci comprenda in tutto il nostro essere è troppo stretta. Se l’obiettivo è lo scatolone, la prossima volta sarà una scatola di scarpe.

No, a lasciar andare una relazione tossica non siamo stati sconfitti, abbiamo vinto. Abbiamo perso una falsa battaglia iniziata da noi, portata avanti da noi, con noi stessi, e come dico sempre, a lottare con noi stessi perdiamo in ogni caso. È il momento di ritornare all’obiettivo principale, quello di attraversare quel pezzo di vita che ci tocca e vedere dove ci porta di bello, prima del capolinea. E sottolineo “di bello”.

Quindi, non bisogna essere grandi strateghi o cinesi o ex razionaliste pentite per apprezzare l’arte della ritirata.

Significa ricordare chi siamo, accettarlo in pieno, e raccogliere le forze per tornare all’attacco.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora