Veramente avrei dovuto intitolarlo “Come ci vediamo”, questo pippone mentale che inizia con una domanda: cosa vediamo, davanti allo specchio, in una giornata proprio no?
A parte le considerazioni sul nuovo brufolo vicino alla bocca.
Come ci vediamo, sul serio?
Se la giornata è proprio nera, ci ricorderemo di essere “quello che non è riuscito a vincere il concorso”. Se è nerissima, ci sentiremo “quella che non riesce a farsi aumentare lo stipendio da due anni”. Se proprio è il caso di chiudere bottega e tornare a letto, saremo “quelli che hanno fallito in tutto”.
Be’, a prescindere da se lo siamo o no, pensiamo un momento a come ci vedono gli altri, invece, una volta usciti di casa.
Ci vedono assonnati, datemi retta. O malvestiti se sono snob, o un po’ sfigati se stiamo palesemente rimuginando sui rimpianti di cui sopra. Qualcuno che ha qualche problema con se stesso ci odierà senza motivo apparente. Qualcuno che ci guarda con insistenza sarà per noi un potenziale provolone o un critico efferato, e magari ci ha scambiato solo per l’insegnante di suo figlio.
Ma ok, qualsiasi cosa pensino di noi, che poi saranno fatti loro che a noi importano poco, qualsiasi cosa pensino difficilmente coinciderà con la definizione che ci siamo appena regalati allo specchio, in un momento di scoraggiamento.
Quello che voglio dire è: i nostri fallimenti ci definiscono perché lo decidiamo noi. Non sta a noi decidere quanto soffrirne e fino a quando. Ma pensare che la nostra vita sia determinata da quelli e noi siamo “quelli che non ce l’hanno fatta”, è un problema nostro.
Funziona così: ci incorniamo di riuscire a fare una cosa, senza contare i fattori che non dipendono da noi (i soliti: il caso e le decisioni altrui). Decidiamo inopinatamente che di tutto quello che siamo ci definisca proprio questo, il nostro progetto. Che succede, se non funziona? Che questa definizione arbitraria e riduttiva che ci siamo applicati diventa la nostra pietra tombale, la lapide che ci sentiamo quasi in dovere di portarci sempre dietro.
Eccoci quindi ad attraversare la strada pensandoci come “quelli eternamente innamorati” di qualcuno che, vi giuro, in quel momento starà pensando alle blatte di Lucrezia Borgia piuttosto che a noi (un saluto a Lucrezia, era per fare un esempio scemo). Ma no, noi ci dobbiamo definire a partire da quello. Qualche perversa legge interna creata da noi stessi lo sancisce.
Magari, girato l’angolo, arriviamo a un caffè in cui un tipo seduto a un tavolino non riesce a leggere l’inchiostro simpatico di “cuore infranto” e vede solo una persona che potrebbe interessargli. Oppure arriviamo al lavoro e la nuova responsabile venuta da fuori, senza i pregiudizi positivi o negativi di chi l’ha preceduta, vede in noi solo una tabula rasa da valutare.
A questo punto, entriamo in gioco noi. Che dobbiamo capire quando smettere di rifugiarci nella comoda etichetta di falliti e correre il rischio di essere qualcun altro.
Qualcuno che potrebbe non “fallire” (se di fallimento si tratta) la prossima volta. O fallire di nuovo, chi lo sa, ma imbarcarsi in qualcosa di più stimolante del dolore lento di chi non riesce a essere nient’altro che quello che non è stato.
Proviamo a toglierci sto tag da sfiga nera, allora, che se qualcosa dei nostri fallimenti trapela a prima vista è perché ci stanno affliggendo anche all’esterno. Ma il nostro corpo, vedi le persone in riabilitazione, è più svelto di noi a ricominciare, appena lo mettiamo nelle condizioni giuste.
Sto scrivendo un libro che non è sulla mia adolescenza, ma con quella ci deve fare i conti.
Un bravo scrittore di qui, Sergi Pàmies, sostiene che il romanzo sia come una moglie: te la ritrovi ogni volta che torni a casa, a romperti le scatole. Tralasciando la sfumatura un po’ sessista, è vero che sono da giorni immersa nei miei quindici anni, tanto che vi raccomando: se mi vedete con quei collarini neri simil-tatuaggio, la fila in mezzo e la pancia da fuori (soprattutto la pancia da fuori), sopprimetemi.
Il fatto è che a parte questi dettagli vorrei parlare di un’adolescenza che non fosse solo mia, in cui si possano riconoscere anche altri. Ed è stato molto triste apprendere che, intanto che io ricordavo gli infantili “Voglio morire!” scarabocchiati sul diario, qualcuno ha deciso di uscire dal libro e farlo davvero, buttandosi sotto un treno vero, nella stazione reale che infesta eterea, un po’ minaccia e un po’ promessa, i miei fogli A4.
Dove inizia il mio romanzo, è finita la vita di un ragazzo in carne e ossa.
Immagino che il dolore cieco e sublime sia stato appannaggio dei nostri nipoti e cugini più piccoli. Tra i miei coetanei, invece, serpeggiava una certa indignazione. Per le manifestazioni di lutto che dovevano pullulare in bacheche facebook che non visualizzavo, o per la morbosità che spingeva dei giovani quasi scampati all’adolescenza sui binari di chi invece aveva deciso di tagliare corto.
O forse perché noi siamo sopravvissuti.
Perdonate l’enfasi, ma dalla Polaroid sfuocata che diventa la vita in paese, quando la guardi da lontano, non posso fare a meno di pensare a quando gli adolescenti eravamo noi. E di trovare sbagliato fare ciò che rimproveravamo ai nostri genitori: razionalizzare senza mettersi nei panni altrui, ridurre a parole di biasimo ciò che è pura irrazionalità, sorpresa, tristezza, a volte delusione infinita.
La mia adolescenza è stata quella di tanti altri ragazzi in paese, che si sono ritrovati guarda caso in classe con gente i cui genitori facessero mestieri simili. Con qualche professore che credesse di fare la lotta di classe insultando figli di papà tredicenni e venerando le “sezioni peggiori”. In genere erano professori sgrammaticati, finiti in cattedra in modi strani. Non avevano guadato la fluida barriera dell’italiano, questo spartiacque che vuol dire tutto in una società che ha rinnegato se stessa per non arrivare mai a essere altro.
A parte la pressione sociale da liceo classico, coi voti finali esposti e tutti a guardare quelli dei figli altrui, a parte l’epilogo con le telefonate di condoglianze per un 100 mancato di poco, a parte gli alberi genealogici sciorinati al solo accenno di un cognome a me nuovo, la mia adolescenza è stata come tante, migliore di altre.
È stata la scoperta della vita fuori casa, coi suoi pericoli gonfiati ad arte per tenere le ragazze rinchiuse (non me, per fortuna). La scoperta della libertà, con Napoli che improvvisamente sembrava l’Eldorado anche se intravista da Piazza Garibaldi. Perfino la sorpresa della diversità, con l’orgoglio di ammettere che Axel Rose mi fa cagare e il poeta che preferisco non è Jim Morrison, anzi, se mi fate incazzare vi rivelo perfino che mi piace Leopardi.
Soprattutto, la scoperta della delusione. La delusione d’amore, ovviamente, che ti fa concludere che più uno fa il Kurt Cobain della situazione e più si sparerà a 27 anni, perlopiù metaforicamente, per mettersi una giacca e una cravatta e andare a lavorare nello studio del padre. E il disprezzo lenito dal tempo per compagni che abbracciano una volta per tutte il detto dei genitori: “Se sei martello, batti, se sei incudine, statti”. E si stanno sempre.
Spero che ora insegnino ai loro figli anche a essere martello, ogni tanto, quando serve.
Intanto, alla nostra adolescenza, in un modo o nell’altro, siamo sopravvissuti.
Con chi l’attraversa ancora potremmo essere più indulgenti.
Potremmo ricordarci di quando, senza permetterci il lusso secchione di adottare Anna Karenina, quel treno l’abbiamo guardato anche noi, pensando quasi quasi…
Io invece di buttarmici sotto ci sono salita sopra. E non è partito davvero che quando ho imparato anche a restare.
Lo so, che dopo aver letto l’ultimo post non avete dormito, chiedendovi in che senso ci serva complicarci la vita non fiutando i pericoli nell’attimo necessario. E come evitare questo errore.
Che vuol dire, che non ricordavate neanche di che parlasse l’ultimo post? Ma di tutti quei guai che ci risucchiano tempo ed energie e che potremmo evitare con un pizzico di attenzione in più.
Il tipo manipolatore che mi aggiunge a facebook di stramacchio, per esempio. Forte di un botta e risposta con me davanti allo scarno buffet di una conferenza, prima mi aggancia proponendomi un caffè e, dopo che il “quando sono più libera” raggiunge il primo compleanno come S.B. (Scusa Banale, di quelle che in realtà significano “evapora”), mi mette sto commento distruttivo a un link che con lui non c’entra niente. E qui come si diceva provvidenzialmente lo ignoro (e perculo con un like), ma rifletto anche un po’.
A un manipolatore serve una vittima e a una vittima serve un manipolatore. Il tizio del commento l’aveva subodorato, che potessi essere adatta alla bisogna, solo che con me ha sbagliato epoca, perché ho già dato.
A me qualche tempo fa pareva servire una cosa ancora più diabolica: stare con uno che non mi volesse, per dimostrare a me stessa di essere degna di amore. Evidentemente, l’ho fatto perché da sola non riuscivo a dimostrarmelo e dovevo per forza assoldare questo assassino seriale di gioia di vivere. Pratico, no?
Infatti, precisiamo: non è che ci serva proprio quell’esperienza sgradevole, per risolvere questo o quel conflitto interno. È che l’elemento che ci manca e che troviamo in quell’esperienza, in questo momento non sappiamo ricavarlo da situazioni più salutari.
Avete presente quelle tabelle messe in giro dai salutisti zelanti? Se il tuo corpo ti chiede cioccolata, è che vuole questa sostanza, e la stessa sostanza la trovi in questo frutto.
Fermo restando che la crema di nocciole nessuno me la tocca, non è un ragionamento sbagliato: possiamo arrivare a ottenere la stessa cosa per strade diverse. E, se diventa una questione di scelta, indovinate un po? Meglio imboccare quella più breve e comoda per noi.
Perché cominciare una lite infinita e sgradevole con uno che non sta bene con se stesso? Possiamo ignorare lui e assicurarci senza fallo che non ci serve, l’approvazione di uno così.
Perché cominciare una relazione con un buzzurro che è stato scortese con noi? Possiamo lavorare sulla nostra autostima e chiederci addirittura se i gusti femminili del tipo in questione ci piacciano davvero (che ne so, se a lui per qualche motivo serve una che lo tratti male, purtroppo con noi ha sbagliato palazzo).
Insomma, il trucco, difficile ma basta lavorarci, è cercare ciò che ci serve in quel momento senza il bisogno di trovarlo in qualcun altro.
Nella mia esperienza, quando le relazioni di qualsiasi tipo iniziano da un bisogno, tendono a sopirsi una volta esaurita la propria funzione iniziale. A prescindere da tutto il resto, che in piedi da solo, soddisfatto il bisogno primario, spesso non ci sta.
Quello che possiamo fare è impedire che succeda, cercarci gente non perché ne abbiamo bisogno, in qualche modo perverso, ma perché stiamo così bene con noi stessi che ci piace condividerCi, e proprio con quella persona.
La gente che ha fame fa pessimi acquisti, si dice.
Io la cioccolata nel carrello me la metto, ma ora so quando voglio quella e quando una bella mela succosa sia tutto ciò che mi serve.
Sapete che sono il personaggio di un libro? In realtà, avendo amici scrittori che a differenza mia pubblicano, di più di uno. Ma in questo sembro saggia (come si vede che è finzione). Alla protagonista, un’olandese appena arrivata a Barcellona, raccomando: “Fai tutti gli errori che devi il primo mese”.
Ecco, questo, ai tempi del libro, era il mio approccio kamikaze alla vita. Adesso m’introdurrei nella conversazione, sorriderei alla svampitella che ero e griderei alla protagonista: “Ma va’, evita tutti gli errori che devi, fin dal primo giorno“.
Perché ce ne sono un sacco, di persone che appena scese dall’aereo si premurano di trovarsi la casa sbagliata, la compagnia sbagliata, quando va bene il lavoro sbagliato. È incredibile quanto questi errori possano essere evitati in un attimo. In una seconda occhiata all’inquilino dal sorriso falso, nella lettura delle righe piccole, nella decisione fulminea di evitare per un po’ l’aperitivo italiano, se ancora non sai che l’h spagnola è muta.
Spesso un attimo è tutto quanto si frappone tra la decisione giusta e un incredibile spreco di energie.
L’altro giorno un tipo che conoscevo appena, aggiunto a facebook su sua richiesta, ha postato un commento sgradevole a un mio link. Mi avevano avvertito troppo tardi che fosse un manipolatore, avevo anche pensato che uno così, per scegliermi come vittima, dovesse trovarmi in qualche modo adatta al ruolo. Al suo commento avrei potuto rispondere in vari modi, perdendo mezz’ora del mio tempo e facendo il suo gioco. Invece gli ho messo “mi piace” e sono passata appresso. Lo faccio spesso, in queste circostanze. Prendetelo come un abbraccio di Gianni Morandi.
È in realtà il messaggio: “La tua spazzatura non venire a buttarla a casa mia, e se lo fai te la rilancio”. Un po’ come la storiella di Buddha che spiega che, se non accetti un regalo, quello resta al donatore, come le offese che ci rifiutiamo di cogliere.
E a volte è davvero un attimo, in questi casi innocui come in quelli pericolosi sul serio. Prima di arrivare alla saggezza zen di Morandi, infatti, mi sono rovinata la vita per attimi equivalenti.
Per esempio, ho cominciato una relazione assurda perché il tipo in questione (che fino a quel momento mi piaceva, eh, non sono così folata) aveva buttato lì un commento poco lusinghiero su di me. No, non sto raccontando la trama di Orgoglio e Pregiudizio. Non se n’era manco accorto, quello lì, avete presente empatia zero? Ecco, dove c’era un tizio che ne fosse dotato, là c’ero anch’io. In quel momento avrei potuto fare diverse cose. Dire “Sei bello tu” e piantarlo lì in strada. O ridere e rendermi conto che avessi di fronte un infelice, cambiando argomento.
Perché mi sono decisa per la soluzione più logorante, senza manco la prospettiva di diventare la signora di Pemberley?
Perché non ho riconosciuto la classica “tragedia” che potesse essere evitata in un attimo, con una reazione immediata e appropriata. Per arrivare a quella, in effetti, ci vuole molta più preparazione che fare l’opposto, occorre un ingrediente che non si trova ogni giorno: un certo amore per se stessi o, se proprio ci manca, almeno un po’ di rispetto.
Perché, probabilmente, se ci mettiamo in situazioni assurde come queste, dalla lite con l’arrogante di turno alla storia infinita con lo psicopatico, è anche perché ci serve.
In che senso? Come evitarlo? Ci sarebbe da scriverci un romanzo e invece vi ho già stordito di chiacchiere.
Ne parliamo lunedì, va’. Intanto non fate troppi errori!
Sto facendo cose. Praticamente, proprio. Le sto creando con le mie manine maldestre, poco abituate alle attività pratiche.
Tagliatelle fatte a mano, formaggio casereccio, anche solo una soluzione di acqua e candeggina che non mi faccia strisce sui mobili. Uno smokey eyes senza sbavature. Una gonna confezionata da me (prossimamente su questi schermi).
Una mensola montata quasi dritta (aspettate che compri un trapano e scansatevi!).
Sono proprio contenta, non ero tanto abituata a farlo.
Perché? Perché subivo, come tanta gente, specie tante donne che si sono ritrovate incastrate nella contrapposizione corpo/mente, l’idea che tutto quanto fosse intelletto fosse intrinsecamente superiore.
Penso alle donne che insomma, fin da ragazzine sono state bravine a scuola, che hanno intrapreso un corso di studi “di concetto” ecc., e che fanno fatica a scrollarsi di dosso questa condanna di poter essere delle grandi ragionatrici, ma dover essere negate a fare una torta per essere credibili.
Tanti uomini, ultimamente, si permettono di fare i Carlo Cracco della situazione, specie se c’è una donna a sbattere le uova mentre loro si occupano delle cose interessanti. Io sono genuinamente contenta che una maggiore libertà sociale permetta loro di superare più velocemente problemi di autostima e identità. Ma pare che avvicinarsi ad attività tradizionalmente considerate femminili possa essere fatto da un uomo solo se in grande stile e con un piglio ironico, da “Ok, lo faccio perché sono moderno” (in qualche caso seguito da un “Metti l’olio sul fuoco, Maria, mentre preparo la tempura”). Per una donna, invece, spesso si tratta ancora di “degradarsi”, perché abbiamo creduto che l’unico modo di battere il destino che ci voleva “donnine di casa” sia considerarlo degradante.
Non cadiamo nella trappola. È sbagliato un sistema che a priori decide cosa sia nobile e cosa no, che campa dello sfruttamento di lavoratori manuali intanto che si lascia governare dal pensiero in tutte le sue forme, relegando in un angolo l’intuizione, deridendo la spiritualità come se fosse unicamente appannaggio di confessioni religiose sessiste e omofobe.
Usare le mani è molto bello. Creare le cose, vedersele fiorire davanti. La farina viene accostata spesso alla parola “fiore”, specie nei dialetti e nelle espressioni legate alla gastronomia, e come un fiore sboccia per diventare un piatto di gnocchi, o una torta e quindi una festa.
Non ci riduciamo a un ruolo solo: non è vero che per averne diritto dovremmo essere solo quello.
(Ciò non significa cadere nel ricatto morale di dover fare le perfette casalinghe e le fantastiche lavoratrici fuori casa, attenzione sempre agli estremi che uccidono).
Non mi piacciono le campagne contro le belle raccomandate, la bellezza è odiosa quanto il nepotismo ma fa il doppio dello scandalo, né mi convincono, come già detto, quelle proteste benintenzionate ma a mio avviso pasticcione contro gli standard di bellezza.
Insomma, non caschiamoci. Specie noi donne. Se sappiamo fare una torta non significa che siamo relegate sistematicamente alla sfera della cucina. Che sia una scelta, sempre.
Riappropriamoci di una parte bella e creativa che in qualche modo ci è stato chiesto di abbracciare del tutto o sacrificare per sempre.
Come quando ci è stato ordinato di sacrificare la sessualità alla maternità per diventare vergini e madri, o la cosa umanamente più vicina a questo status.
O ci è stato detto che “le vere donne esibiscono il cervello e non le gambe”, magari da una donna.
No, sul serio. Riprendiamoci le mani. Facciamone ogni buon uso possibile.
Sarà capitato anche a voi, vero? Di essere l’errore di qualcuno.
Di ascoltare la versione dei fatti del vostro ex (o leggerla, giacché anche le rotture sono social) e scoprire che il suo pensiero è: con te ho fatto un errore.
Quindi, tutto il tempo in cui non ci prendeva né ci lasciava, ci voleva bene ma non in quel senso, gli piacevamo ma non troppo, e sicuramente non in pubblico, tutto quel tempo, col senno di poi, è diventato il suo sbaglio. Per “senno di poi” intendiamo gli eventi successivi a qualsiasi schifo di rottura-non-rottura ci sia stata riservata (leggi “persona che lo ha ripagato con la stessa moneta”). Dunque, la storia era uno sbaglio. E a conti fatti lo siamo diventate anche noi. O diventati.
Non so voi, ma lo trovo davvero frustrante. Le letture ex-post sono quasi sempre banalizzanti e autoconsolatorie, ma vi dà proprio quest’idea, scoprire che il periodo in cui siete annegati nello schifo per cercare di tenere in piedi una storia mai iniziata venga riassunto come “un errore”. Sì, ci viene spontaneo replicare, è stato un errore, ma mio: ho buttato via un pezzo della mia vita per sbaglio.
La cosa peggiore da fare, però, è sentirci anche noi un errore. Pensarci come il fallito che voleva trasformare la relazione da provvisoria a stabile. O come l’illusa che non è riuscita a farlo innamorare, al contrario della tizia che è venuta dopo, l’ha rivoltato come un calzino e se n’è andata con la stessa leggerezza con cui spariva lui per giorni senza darsene troppa pena. Poco importa se abbiamo scoperto che è un mistero indipendente da noi, questo dell’amore e dell’attrazione, che per uno che in noi non ci trova niente di speciale ce n’è un altro che ci adora.
Resta l’idea, l’ingiustizia che non digeriamo. Come quelle cicatrici di 20 anni prima che si fanno sentire in una notte di freddo improvviso, riportate da una folata di vento.
Da ragazzina mi imbattei in un trattato di Freud che argomentava che l’uomo crea Dio a sua immagine e somiglianza, perché non riesce ad accettare l’ingiustizia. Perché proprio non concepiamo che chi ci abbia fatto un torto non sia chiamato a renderne conto, fosse anche nell’aldilà. Io su quest’argomento concordo spesso con una frase letta per caso: “Non preoccupatevi per le persone che vi fanno del male: si distruggono da sole”. Almeno nella mia esperienza è vero, e credetemi, non lo dico con gioia.
Ma tant’è, l’ingiustizia ci attanaglia. Poco importa che quell’esperienza ci abbia fatto ritrovare noi stessi, nel lungo decorso del “dopo”. Ci è indifferente che ci abbia fatto lavorare sul serio sulla nostra vita, chiedere cosa volessimo davvero e finalmente creare le basi per ottenerlo.
Resta la sensazione che qualcosa debba succedere, qualsiasi cosa, perché quell’orrido capitolo della nostra storia personale abbia una parvenza postuma di lieto fine, perché non sia stato tutto invano.
Probabilmente non succederà mai. O sì.
E come tante cose non dipenderà da noi.
A noi tocca accettare che quel capitolo schifoso sia finito in modo schifoso.
E che tutta la bellezza che abbiamo prodotto durante la convalescenza non cancelli la ferita.
A questo punto non resta che godersi questa bellezza, adesso che sappiamo che non è una consolazione, che neanche quella basta a farci sentire meno stupide per esserci ridotte a essere lo sbaglio di qualcuno.
A fronte dell’orgoglio ferito e del tempo buttato, sentirci pienamente noi, adesso che l’incubo è finito, non sarà mai una consolazione, ma è tutto il resto.
Dopo l’acidissima che si era un po’ calmata col matrimonio, tornando più yogurt scaduto che mai con la crisi del terzo anno, siamo di fronte a un caso ancora più eclatante: Biancaneve al contrario.
Perché Bianca, si sa, dorme cheta cheta finché non viene il principe a baciarla. La Biancaneve che ho in mente io, invece, è fin troppo sveglia e semmai il bacio del principe di turno le ha chiuso per un po’ la bocca.
Sì, parlo spesso di donne, in questi casi, perché gli uomini che conosco nelle stesse condizioni hanno una storia a parte, bisbetici domati che diventano improvvisamente vispe terese grazie all’incontro con l’amore eterno. E che ci mettono anni a riprendersi del quarto d’ora in cui tale amore sia durato.
La mia Biancaneve al contrario era tra le più agguerrite vittime di misandria e, così come i misogni, era tra le più contraddittorie. Gli uomini sono tutti porci? Sarà, ma io mi cerco col lanternino i più porci. E poi io li uso solo per scopare. Ma se il mio scopamico non mi scrive entro 24 ore vado in tilt.
L’amica in questione, improvvisamente, ne aveva trovato uno all’apparenza responsabile e disposto a restare. Non restare restare, intendiamoci, ma esserci e non esserci, come piace tanto alle ex fan di Candy Candy che fanno le campagne online per dichiararsi team Terence.
A sto Terence sono stata grata un anno per avermi sottratto alle campagne pro-acidità della mia amica, diventata tutta cuoricini e gite fuori porta.
Fino alla rottura.
Annunciata dalla diretta interessata sui social e seguita dai requiem e dalle canzoni tristi del caso.
Ma adesso, allarmi!, tornano le battute sugli uomini. Su quanto siano porci e inaffidabili, tutti, eh.
Siamo al primo meme, che non so se si tradurrà presto in un caffè dal vivo pieno di frasi rassegnate.
La rassegnazione, se permettete, ce l’ho io: avete voglia di sfottere la Robin Norwood di Donne che amano troppo, ma lei l’ha detto da tempo, e in tempi non sospetti: se abbiamo dei problemi con noi stessi e crediamo che una relazione ce li risolva, stiamo affidando la nostra vita a qualcosa di estremamente aleatorio.
Se dovessimo lasciarci con quella persona i problemi ritornerebbero uguali, o molto simili. Di più, aggiungerei, i problemi non risolti emergerebbero anche nel rapporto con quella persona.
Ed eccoci qua, al pensiero che ormai ho da tempo, in merito: credere di risolvere i nostri problemi grazie a un elemento esterno, è fare i compiti a metà. E salvarsi solo perché quel giorno per miracolo il prof. non li corregge.
I compiti a metà ci lasciano l’illusione che la campanella ci liberi una volta per tutte, e invece la lacuna rimane, affligge le nuove lezioni, ci impedisce di cogliere passaggi di nozioni più complesse.
E quando si arriva alla resa dei conti, alla verifica a sorpresa, eccoci qua, con lo stesso problema di prima e l’illusione ormai svanita di averlo superato.
Quindi, non negherò mai che le circostanze esterne influiscano tanto sulla nostra vita. Barcellona non è lo stesso che Frattamaggiore, per sviluppare la propria identità. Avere i soldi, ci mancherebbe, non è lo stesso che non averli. E single non è lo stesso che stare in coppia, anche se tocca a ciascuno giudicare cosa sia meglio.
Ma se dentro di noi non c’è una base tranquilla, che si crea conoscendosi, esplorando, accettando quanto ci capita prima di impegnarsi a modificarlo, quello che accade fuori difficilmente ci accompagnerà in positivo. Tenderà a scivolarci addosso e ripetersi sempre uguale, fallimento dopo fallimento, delusione dopo delusione, in una coazione a ripetere di cui incolperemo sempre o qualcun altro, o la sfiga.
Quindi, facciamoli, i compiti. Impariamo a stare da soli per poter scegliere a chi accompagnarci. Impariamo ad accettare che le cose non sempre vadano come vogliamo, per far sì che lo facciano quelle che possiamo controllare.
Da adolescente mi ritrovai di fronte a un cartellone pubblicitario, raffigurava delle donne molto belle e decisamente più grandi di me che mi facevano una boccaccia.
Lo slogan recitava: “Ciao, magre!”.
Ero magretta e risposi: “Cia’!”.
Poi mi chiesi un attimo cosa volesse dirmi quell’immagine. Ok, casa di moda per taglie sopra la 46. Io ero pure un po’ ossessionata con la linea, la questione del fisico mi veniva da mio padre, che ancora oggi fa certe abbuffate a pranzo e poi salta la cena. Con buona pace dell’idea per cui siano sempre le donne a subire modelli di bellezza.
Insomma, mi chiesi che avessi fatto a queste distinte signore per meritarmi una linguaccia e soprattutto come mai mi fossi accorta che misurassero qualche taglia in più rispetto ad altre modelle (ripeto, erano donne molto belle) solo dopo che avessero chiamato ME magra, definendosi dunque implicitamente non-magre. Quindi, volendo, anche grasse.
Insomma, accettavano lo standard di magrezza per contrapporgli una linguaccia e il messaggio “Guarda che bei vestiti possiamo metterci anche noi culone”.
Che poi per me “culona” è stato un grande complimento per molto tempo, visto che un tizio che non era riuscito a “quagliare” con me sentenziava del mio corpo: ” ‘E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso”.
Non coglievo la cosa più importante: il messaggio dell’annuncio non era rivolto a me, non ero il “target”. La linguaccia che facevano a me andava alle altre “diversamente magre”, secondo la definizione del cartello, perché si sentissero meglio e corressero a comprare i vestiti di quella casa di moda.
È anche per questo che non credo che le campagne Real Beauty servano a molto. Sia per come sono organizzate che per la loro impostazione. Alcune contrappongono direttamente una bellezza diversa da quella di oggi cercando di imporla come nuovo modello, come questa foto qui:
Ecco quindi la ragazza caruccia in bikini taglia 46 che sorride nella stessa posa, con lo stesso trucco, con la stessa luce delle modelle scheletriche che di solito ammiriamo.
Sorride e sembra chiedere: “Dimmi che sono normale”. E vicino ci vedo un … ANCHE IO, grande come una casa.
Insomma, a me queste campagne, che siano prezzolate o spontanee, non convincono perché fanno esattamente il gioco degli standard che combattono e delle multinazionali che ci guadagnano: riconoscono questi standard come norma e cercano di opporre loro una “norma” più umana. Che a mio parere diventa eccezione nel momento stesso in cui prova a imporsi come norma.
Non prendo sottogamba il problema degli standard “irraggiungibili”, l’ho sentito addosso per molto tempo. E sono contenta di vedere che tra queste “donne reali” che si fotografano le smagliature, la cellulite, qualcuna si senta contenta di esibire il suo corpo vittima di anni di bulimia, di battaglie tristissime condotte a scapito della salute e dell’allegria. Se anche una di loro si sente meglio, la campagna è stata un successo.
Ma, se una ha bisogno di sentirsi dire “vai bene anche tu”, non sarà che non ne è convinta nel profondo?
E poi basta. Basta dettare modelli, che siano taglie minime o cosiddette forti.
“Imponiamo” il nostro nel migliore dei modi: vivendolo.
Ridendoci su, sorridendo col diritto che hanno tutti di farlo, ma solo chi si accorge che è la cosa più naturale del mondo riesce a conquistarsi.
E, credetemi, non uso mai la parola “naturale” a cuor leggero.
Quando ancora facevo il dottorato, con un amico trapiantato in Germania passavamo le intere giornate collegati dagli archivi delle rispettive città, mentre io sfogliavo gli enormi volumi del Comitato catalano che durante la Grande Guerra mandava gli aiuti ai connazionali che combattevano nelle trincee francesi.
Questi soldati sono ora presentati dagli indipendentisti come eroi dimenticati e dagli anti-indipendentisti come quattro gatti interessati solo a ricevere tabacco. Spesso scrivevano da un ospedale militare. Per ognuno c’è un lungo fascicolo con tutte le sue lettere al comitato, o alla madrina di guerra (una che mandava roba). Io leggevo la data delle lettere, davo una scorsa rapida al testo, scritto spesso in un catalano improbabile per compiacere l’interlocutore, e chiedevo in chat all’amico:
– Secondo te questo se lo mangia, il panettone del ’18?
Naaa, rispondeva invariabilmente lui, che aveva adottato quei soldati teutonici che i miei sembravano schifare tanto (e che ancora dovevano invadere la Rambla in sandali ortopedici!).
Molti se lo mangiavano, il panettone, o la versione catalana non pervenuta. Qualcuno che pareva particolarmente dedito alla causa improvvisamente disertava, allora non potevo saperlo ma ci speravo poco.
Con qualcun altro, invece, succedeva. Nell’ultima pagina del suo fascicolo trovavo una lettera formale e tecnica di un funzionario che ne annunciava in francese il decesso “nei Campi d’Onore“. Quando succedeva qualche mese prima del sospirato panettone, m’incazzavo sul serio.
Perché questi, che lo scrivessero per il tabacco o perché ci credevano davvero, sembravano molto convinti, di star lottando per la libertà dei popoli. Ovviamente, digerito il famoso panettone, sarebbero stati ringraziati con disoccupazione, crisi e un’altra guerra da subire e basta, troppo vecchi per combatterla (quando andava bene).
Questa versione della Grande Guerra, raccontata da un coetaneo su una brandina improvvisata, mi ha fatto riflettere molto sulle illusioni.
Su quando siamo proprio convinti di star facendo la cosa giusta, e intanto ci siamo fatti tutto un disegno preconfezionato su come dovrebbe andare.
“Dalla trincea lotterò per la mia patria, e per la mia famiglia amata”, recitava in francese una cartolina, raffigurante un barbuto cherubino in divisa, con la testa rivolta a una donna che pure sembrava volare dal cielo, il bimbo (per la verità molto ariano) in braccio. Eppure sti soldati diventavano isterici, piangevano, gridavano, tanto che gli alleati inglesi si erano inventati pure un termine per dare una “dignità” virile alla loro malattia: shell-shock. No, stava lì, e gli è esplosa vicino una mina. Mica è stato fare un centinaio di metri sotto il tiro dell’artiglieria nemica senza neanche poter cominciare a sparare (ma se ti giravi ti sparava il tuo superiore). Mica è stato farsi tutta la notte, come Ungaretti, vicino a un compagno morto. Mica è stato ricevere lettere da gente che era in pena per lui e doveva continuare a scrivere vinceremo, maledetti crucchi, invece di veniteme a piglia’, non ce la faccio più.
Davanti a questa follia, le mie piccole morti quotidiane mi sembravano più accettabili, ma meno accettabili gli errori che portavano a quelle.
La presunzione di sapere già come andrà a finire, di essere meglio di qualcun altro perché sì, di non avere mai bisogno di incantare qualcuno con belle parole sperando di spremergli un po’ di tabacco.
È quello che mi succede quando mi faccio aspettative su un lavoro che non viene. Quando per rassicurarmi come straniera mi butto a criticare gli autoctoni. Quando un senzatetto durante il giro di volontariato mi bacia la mano e dice te quiero mucho e non so mai se è perché ci crede o se perché ha bisogno che ci creda io.
E il bisogno, ho imparato nelle giornate in archivo a sfogliare vecchie lettere scritte in catalano strano, il bisogno è il peggiore dei moventi.
Il più efficace, dice qualcuno, l’unico che funzioni.
Il peggiore, ribadisco.
Per quanto sta in noi, non riduciamoci mai a quello.
Veniamo alle dolenti note, che sono dolenti soprattutto per un’italiana all’estero alle prese con le connazionali inviperite perché gli uomini del loro nuovo paese “non se le filano”.
E che magari ha adorato il nuovo paese anche per questo.
Perché, vediamo un po’, cosa significa che non se le filino? Qua scoppiano proprio guerre particolarmente combattute da quelle che vogliono essere corteggiate e scambiano sta cosa per il pssst in mezzo alla strada, o giù di lì.
Allora, chiamata in causa in discussioni a cui non vorrei neanche partecipare, dal vivo o sui social, spiego che per me il pssst sulla strada non è affatto corteggiare. E personalmente, passando a metodi meno cafoni, non amo manco chi si senta obbligato a dirmi tutto il tempo che begli occhi che ho, che bella che sono, come se fosse un copione che dovesse recitare, anche perché, come dice un comico, il sottotesto quando si va a copione e non a soggetto è spesso dammeladammeladammeladammela.
Prova ne sia che quando degli amici timidi o con poco successo con le ragazze (ma è una gara?) mi hanno parlato di questa o di quella che apprezzassero, aggiungevano subito “Ma non so corteggiare”.
Allora corteggiare mi sembra sempre più sinonimo di impastoiare con una serie di complimenti che farebbero uguali a quella che dovesse venire dopo di te o mostrarsi più disposta a passare al sottotesto (che poi sta cosa di darla, mai capita, dal mio punto di vista ne prendo).
Ma la cosa che mi piace di meno dell’idea di corteggiare è questa creazione di ruoli che tiene come implicita. È un gioco, diceva un amico particolarmente affezionato a questo tipo di sceneggiata, salvo dichiarare che “Quelle che te la danno al primo appuntamento so come usarle, per quelle che m’interessano aspetto”. Sottolineo queste frasi perché me le hanno sempre sciorinate grandi corteggiatori, a confermarmi che questo gioco di ruoli non è esattamente una cosa che vorrei vivere.
Un gioco, dunque. Fantastico. Buon divertimento. Ma, appunto, bisogna divertirsi. Per divertirsi in un gioco bisogna non averne bisogno, scusate il bisticcio, se no diventa una necessità e non uno svago.
Una tizia che viveva in Germania, in una lettera a un giornale del 2007, diceva che gli uomini tedeschi erano deludenti, meno male che c’erano i turchi che ogni tanto la trattassero come un oggetto sessuale. Ripensai alla prima, meravigliosa sensazione di camminare in minigonna in mezzo a una comitiva di inglesi a Manchester che non si sentissero tenuti a fare commenti per dimostrare la propria eterosessualità. Come mi vengono in mente certe cose? Be’, compagno d’università, a Napoli, che ammette: “A volte quando sei circondato da altri ragazzi, specie tamarri, ti senti quasi in dovere di guardare una che passa facendo lo sguardo malato, ma io cerco di trattenermi”.
In dovere! Ma non era un gioco? E un gioco che si confonde pericolosamente con l’insulto per strada?
In effetti, diceva la sua anche una bella quasi-cinquantenne conosciuta qua a Barcellona: “Che simpatici, gli italiani! Erano incredibili, Ciao bella, detto a me, poi passava un’altra dietro di me e lo dicevano anche a lei”.
A proposito, battuta spagnola sugli italiani: “È così brutta che neanche un italiano se la scoperebbe”.
Battuta americana: “Qual è l’unica donna che un italiano non si scoperebbe? Una bruttiiissima bambina di 5 anni”.
Ok, questo non è un gioco, è una presa per il culo, al paese mio (e a quanto pare in quelli altrui). È un non fregarsene niente di come tu sia fatta o chi tu sia, è un vedere se ci stai, se no avanti la prossima, “bellissima” proprio come lo eri tu un secondo fa.
La questione è: perché abbiamo bisogno di questa cosa?
Perché lo so, che quelle che vogliono essere corteggiate e si difendono per questo come se fosse un tribunale, la vedono in modo diverso. Vogliono un uomo con tutti i crismi (?) che le faccia sentire desiderate, belle, capaci di sedurre col solo essere.
Fantastico. Liberissime. La questione è: lo vogliono o ne hanno bisogno?
Perché credo che ci sia un equivoco di fondo, ed è la stessa linea sottile che passa tra guardare con discrezione una donna o un uomo che passa (a me sgamano in trenta secondi nonostante faccia la vaga), e ritenersi autorizzati a fissare con insistenza e un sorriso volgare o a rivolgere la parola con eccessiva familiarità, quando ad esempio non si permetterebbero di dare del tu a una donna più grande o sfiorare volutamente un pendolare che aspetta la metro.
Quando succede questo, per me è molestia, è prendersi libertà che con persone che non ci interessano non ci prenderemmo mai e poi mai.
Le sfumature che avvengono tra questo e il non “filartisi proprio” sono infinite e di diverso gradimento, a seconda della persona.
Io ho la fortuna di avere un ragazzo che mi dice ogni giorno quanto mi trovi bella. L’ho avvertito, che dovrebbe cambiare la gradazione degli occhiali, ma non vuole saperne. Anzi, le sue appassionate dichiarazioni: “Sei bella anche in pigiama, con le pantofole pelusciose e i capelli sconvolti” mi sanno effettivamente di presa per il culo.
Ma non c’è mai stato, nel nostro rapporto, un corteggiamento.
“Come hai potuto fraintendere le mie intenzioni” mi disse un ex di quando ero appena tornata dall’Inghilterra “non c’è stato corteggiamento!”.
Allora, se vuoi starci insieme la veneri, per il resto c’è Durex.
Con quest’ex vidi la differenza tra la situazione corteggiamento e quella “irregolare”. Quando passammo da scopamici a coppia a tutti gli effetti (sì, a volte succede). Prima potevo pure morire, andare in vacanza da sola, uscire con altri uomini. Dopo, auguri di Natale non richiesti ai miei, presentazione alla famiglia, e davvero uscivo con la minigonna anche senza di lui?
No, col mio ragazzo di adesso il gioco di ruoli non l’abbiamo fatto. Non mi chiama bella perché mi stia corteggiando, non assume la funzione di quello che sa proteggere e riparare elettrodomestici mentre io perdo mezz’ora a prepararmi (“ma ne vale la pena”) e mi aspetto un regalo favoloso all’anniversario.
No, il mio ragazzo non mi ha mai corteggiata, spontaneamente mi dice quanto mi trovi bella e lo pensa. E non mi sono mai sentita così amata.
Allora, se volete l’uomo all’antica che porta rose e fa complimenti, fantastico. Quello che m’interessa è che non ne abbiate bisogno.
Che sia piacevole, ma non una necessità. Se la tipa della lettera al giornale voleva qualcuno che le facesse i complimenti la capisco, i complimenti sono carini, energia pura, un cioccolatino inaspettato a metà mattina. Se in Italia è arrivata a pensare di aver bisogno, di uno che glieli facesse, ci vedo un problema.
Perché il messaggio che passa, da quando tua madre ti spiega che riceverai attenzioni per strada, è ambiguo: non rispondere mai, ma è una cosa buona, significa che sei bella.
Allora, viene fatto di pensare, se non mi tampinano per strada non sono bella. E siccome essere bella è ancora sinonimo di esistere, in certi contesti, l’idea è “se non mi corteggiano non esisto”.
No, no. Grazie, ma passo.
L’ultima che mi ha fatto una filippica sul corteggiamento, vantandosi di aver trovato uno (italiano) che glielo offrisse, mi ha fatto un po’ pena. Ci sono uscita, col suo portentoso cavaliere, perché avevamo un’amica in comune ed entrambi eravamo appena arrivati a Barcellona. Lui aveva liquidato immediatamente la mia delusione con un coinquilino sentenziando “il problema è che ti sei concessa” (che non si sentiva dal delirio di Ophelia in Shakespeare). Poi mi aveva improvvisamente afferrato le braccia in un bar dicendomi che gli serviva calore umano (un gesto interpretabile in vari modi, ma comunque spiazzante per uno che conosci da mezz’ora). Qualche giorno dopo, suggeriva su facebook che stesse azzuppando il biscotto con una nuova (non ero io, per fortuna di entrambi).
Eliminato dai contatti, vai con Dio.
Dunque, se il corteggiamento lo vivete come un gioco, non vi partecipo ma lo rispetto. Se diventa un bisogno, specie per chi riceve le attenzioni, per me di base c’è un problema di autostima. E non sempre vengo rispettata io, quando lo dico.
Mi consolo tenendomi i miei complimenti quotidiani, sinceri.