È passato ormai abbastanza tempo perché non ci si accusi di fare come la volpe e l’uva, quindi diciamocelo: la nostra svolta è stata proprio buona, niente a che vedere col triste passato che l’ha preceduta.

Sì, abbiamo fatto bene a partire, o a lasciare il lavoro incerto e squalificante per questo ancora più incerto, ma più gratificante. Abbiamo fatto bene ad accantonare quella frequentazione impossibile per dare una possibilità a chi ci voleva bene fin dall’inizio, anche se non ci aveva colpito subito.

Ma ci sentiamo come convalescenti, o come gente che porti ancora gli effetti di una lunga malattia. Rimane una cicatrice che ogni tanto, quando tira aria di ricordi, sembra fare ancora male. Ma cos’è che ci ferisce ancora, esattamente?

Forse, piuttosto che il vecchio lavoro, la vecchia casa o la relazione ormai passata, la cosa più difficile da lasciarci indietro siamo noi stessi, com’eravamo allora. Il nostro orgoglio ferito è l’ultima parte di noi a risanare. Ancora non digeriamo che non ci sia riuscita una cosa su cui abbiamo investito tempo ed energie, su cui, soprattutto, avevamo delle precise aspettative. Anche nelle ultime, disastrose fasi, in cui aspettavamo una mano provvidenziale che trasformasse il nostro obra de servicio in un contratto vero (qua a Barcellona ho visto gente licenziata all’americana anche con un contratto a tempo determinato) o ci avrebbe fatto riservare lo stesso trattamento innamorato che l’altro dedica solo a chi non se lo fila.

Insomma, la mia teoria è che non ci manca tanto quella situazione disastrosa: ci manca la speranza, ormai disillusa, che le cose si aggiustino come vogliamo noi.

A proposito della gente che si lascia truffare facilmente, qualche autore dice che le persone hanno talmente bisogno di credere in qualcosa che alcuni, in virtù di questo bisogno, sono disposti anche a farsi truffare.

E allora facciamo questo gioco: se fossimo un perfetto estraneo, come vedremmo, dall’esterno, la situazione che abbiamo lasciato? Ci mancherebbe quel manager odioso o quel tipo strambotico che manco ci annovera tra le sue ex?

Magari mi sbaglio, ma la risposta è no. Perché? Perché la persona che ci osserva dall’esterno in questo momento non è affetta dall’orgoglio. Che può essere utile quando ci spinge a ribellarci ai soprusi, ma diventa un fardello quando ci impone la sua versione dei fatti e la sua soluzione, e chiama fallimento tutto quanto se ne discosti.

Non cadiamo nella sua trappola. Ascoltiamolo come un vecchio amico brontolone che già sappiamo come la pensi, e godiamoci la nostra nuova condizione.

Soprattutto, dedichiamo le nostre energie a migliorare quella, invece che a rimpiangere situazioni che non avevano margini di miglioramento.

Magari perché, fuori dalla nostra testa, non esistevano.

Leonid Afremov, afremov.com

Leonid Afremov, afremov.com

Scena decadente: un piatto con avanzi di nachos, briciole di hamburger veg dappertutto e lui che si mette a fare considerazioni politiche, come sempre.

Ha scoperto che una sua ex si è candidata alle elezioni comunali con una lista che va contro tutto ciò che LUI rappresenta. Si chiede a cosa siano serviti gli anni insieme, le spiegazioni che lei digiuna di politica gli chiedeva, i libri che le ha prestato, se poi doveva fare questa fine.

– Tanto – ammette sconsolato – io non sono mai stato niente.

– Neanche io – sorrido, a caccia dell’ultima patatina in fondo al cartoccio. – Se stai a sentire chi mi ha scritto oggi, la sua vita è tutto un rincorrersi di storie tristissime che lo vedono sempre vittima e durano poche settimane. Pazienza se con lui, tra tira e molla, sono durata un anno. Stono nel quadro pietoso. Dunque, non esisto.

Ci guardiamo. Abbiamo progetti in comune. Non dividiamo solo avanzi di una cena troppo costosa sulla Rambla del Raval, ma anche un presente che ci siamo guadagnati a botta di esperienze, in genere non eccelse.

Gli sorrido:

– Ma non ti accorgi di una cosa che ci accomuna, nelle storie passate? Non siamo stati niente finché siamo restati nell’ambiguità. Finché ci siamo accontentati di situazioni poco chiare, con gente non disposta a lasciarci andare, ma neanche pronta a lasciarci entrare del tutto. Da quando ci siamo incontrati siamo stati sempre onesti, l’uno con l’altra. Abbiamo lasciato a casa i piedi di piombo. In fondo, all’inizio, è stato come giocare alla roulette. E pare che stiamo vincendo, no?

Usciamo, le ombre un po’ comiche, unite sul bacino, una lunga lunga e la mia incerta.

Fuori c’è la cameriera che ero sicura di conoscere.

– Due anni fa – mi conferma, fumando. – Sì, ero la fidanzata di… – sorride imbarazzata, la ricordo minuta e carina con uno stronzo matricolato, mi scopro contenta che sia finita. – Be’, è passato tanto tempo.

Lungo la strada per la metro ci raggiungono messaggi lamentosi, messaggi felici. Vecchi amici si lamentano degli acciacchi, nuovi si rallegrano per dei risultati elettorali, qualcuno ne approfitta per comunicare il suo dolore esistenziale che gli rende impossibile gioire come dovrebbe.

Lo ignoro. Per quanto certa gente vorrebbe il contrario, nessuno può vivere per interposta persona.

Stanotte ho sognato che vincevamo delle elezioni, ma dovevamo morire tutti.

Credo sia un sogno di rinascita.

rabbit-v-duck-godsCerte discussioni perdono ogni rilevanza quando non ci concentriamo sull’argomento in sé, ma sull’attacco all’interlocutore. Allora tutte, direte voi, tutte le discussioni sono così.

Non è detto. Se riusciamo a tener presente l’obiettivo (qualsiasi, da “mare o montagna” a “e allora le foibe???”) non è impossibile che la discussione sia reale, e proficua. Se invece l’argomento è un pretesto per sfogare i nostri problemi personali, magari quelli che abbiamo con la persona con cui litighiamo, è la fine. Avremo perso il nostro tempo, il nostro fiato e la stima per l’altro.

Ok, è difficile, in un litigio, non farne una questione personale. Ci sentiamo chiamati in causa nella nostra identità, l’attenzione si sposta facilmente dall’argomento della disputa a noi, a come ragioniamo, a come siamo, a come decidiamo di passare il tempo.

Ecco, è questo, che mi dà più fastidio, dell’intera questione: le ore che perdiamo in questa roba.

Ci sono svariate pagine su internet d’italiani all’estero che sembrano fatte apposta per quello. Perché siamo tanti, di origini e storie diverse e di idee politiche spesso diametralmente opposte, con decine di provocatori che trollano, esasperati dalla loro vita di lavori precari e alienazione linguistica. Allora passiamo le ore a commentare anche le cose più sceme, tipo dove trovare la pasta a buon mercato. Non vi dico i rigurgiti neofascisti e quelli altrettanto controproducenti (ma per me ben più motivati) di chi li contrasta con la violenza verbale. Muso contro muso, ti spacco contro ti sprango, “10 100 1000 Piazzale Loreto” vs “partigiani conigli”. Senza parlare di quelli che si sentono furbi perché “non fanno più ste discussioni in bianco e nero” e cercano mille sinonimi originali per il solito SVEGLIAAA!11!!!!

Difficilmente si raggiungerà un accordo, o almeno un dialogo sereno, finché gli interlocutori sentiranno minacciata non tanto la loro visione politica, ma una giovinezza passata alle Feste dell’Unità, o (brrr) in gita a Predappio una volta all’anno. O avranno avuto una deludente giovinezza di attivismo e ora che “tengono famiglia” fanno i padri saggi e delusi che “ci vanno coi piedi di piombo“.

Allora niente, calcolo il tempo. L’ultima volta che mi sono lasciata trascinare in una discussione, ho perso 30 minuti.

Sono uscita e ho scoperto che equivalevano a un intero giro del quartiere. Magari al tramonto, tra marciapiedi invasi non da turisti, ma da dominicani caciaroni, i cui figli giocavano in catalano coi figli dei pakistani. Una tizia dalla panettiera gridava contro la presunta riconversione di certe arene in moschee: allora voglio una cattedrale in Marocco, sbraitava, non solo ci hanno “levato i tori”, ci vendono anche ai moros. Perché anche i fasci di qua hanno un’infanzia da difendere, un pomeriggio in cui, come la Colometa di Piazza del Diamante, si erano mangiati “polipetti e vermut” fuori a un’arena, magari con un amatissimo padre franchista.

Ma la complicità che la nostalgica cercava non sarebbe arrivata mai.

Io ho ordinato la mia chapata, la cosa più vicina al pane cafone, e sono tornata a casa ripromettendomi di star lontana dalle baruffe da computer.

Che mezz’ora tra bambini che giocano insieme in una lingua diversa da quella che parlano a casa riconcilia con la vita, fa sperare che si impari a discutere di cose importanti, non di noi che le pensiamo.

aspettando godotL’altro giorno ero vicino alle due torri, a Vila Olímpica, quelle sul mare che si vedono dalla Barceloneta. Ero andata apposta all’università nei dintorni a informarmi su un master. Prima ancora avevo mezzo discusso col mio ragazzo per l’ennesimo programma saltato per un imprevisto (abbiamo vite complicate). La segreteria del master era chiusa, una soluzione col tipo non l’avevo trovata, e piovigginava. Se fosse venuto un cagnolino a pisciarmi sulle scarpe, avrei vinto il Premio Sfiga.

Prendendo la metro ho rivolto un’ultima occhiata alle due torri. La loro pacchiana imponenza era quasi poetica, nella nebbiolina da giorno nuvoloso.

Mi sono resa conto che in altri tempi le avrei raggiunte sotto la pioggia, la gonna troppo leggera svolazzante nel vento (stavolta avevo i jeans), i lunghi capelli a occultarmi la vista (ora li tengo a carré) e avrei sfidato le intemperie per sedermi sulla riva del mare e… e sognare, immagino.

Pensare al tipo di turno che non mi filasse proprio, e chiedere alle onde se non potesse considerarmi, prima o poi (ricevendone in risposta il solito sciabordio pigro tra i pochi ciottoli importati). Oppure chiedermi drammaticamente dove mi avrebbe portato ancora la vita, mentre apolide senza un piano e senza prospettive [scatta la colonna sonora di Via col Vento] decidevo di non scendere mai a compromessi con la vita.

Insomma, mi sarei seduta in riva al mare ad aspettare Godot. Ho ripensato alla prima volta che ho letto un brano della commedia di Beckett, dall’antologia delle medie, con una compagna di banco annoiata da una supplenza. Recitando una battuta ciascuna, non capivamo dove iniziasse la storia, ma ci divertiva quel dialogo che non portava da nessuna parte. Soprattutto cominciavano a chiederci seriamente quando arrivasse sto Godot. Aveva avuto un incidente? Aveva trovato traffico sull’Asse Mediano, come la prof. che aspettavamo? Il titolo era riportato solo alla fine. Scoprendolo, ci eravamo messe a ridere come pazze.

Insomma, sto Godot non arrivava mai e intanto succedeva tutto il resto.

Mai a pensare che, una ventina d’anni dopo, aspettare Godot sarebbe diventata la scusa numero 1. Non più un’affascinante riflessione sul (mancato) senso della vita, ma la vita stessa.

Finché si aspetta Godot, non si corre il rischio che la storia inizi.

E allora non c’è pericolo di trovare chiuso l’ufficio del master, che già presagisci che non ti aiuterà granché a inserirti nell’ennesima università esclusiva ed escludente. E non ti affanni nemmeno a cercare di portare avanti una storia con una persona in carne e ossa, che è lì con le sue differenze e i suoi cambi di programma che cerca di conciliare coi tuoi.

Ma cosa succederebbe, mi sono chiesta allora, se Godot arrivasse?

Ho ripensato agli amici in paese che dopo aver predicato “Me ne voglio andare da qua!” sono rimasti qualche mese in terra straniera, senza trovare lavoro né cercarlo con alacrità, per poi tornare a casa con una scusa qualunque.

Oppure a me stessa, quando alla vigilia della mia partenza per Barcellona ho intravisto la possibilità di finire col mio amore impossibile, al ritorno da questo stupido Erasmus di dottorato… E che ho fatto? Be’, dico solo che sto a Barcellona da sette anni.

Perché Godot si aspetta a una sola condizione: che non arrivi mai.

Se arriva, finisce tutta l’opera, perché a quel punto deve iniziare. Dobbiamo, iniziare. A recarci in segreteria un giorno che sia aperta, a litigare con un essere umano in carne e ossa, non uno che non ci lascerà mai perché, non importa quante volte ci finiamo a letto, di sicuro non ci finiremo mai insieme.

Insomma, se c’è davvero un Godot da aspettare, ben vengano la pioggia e le onde del mare e le speranze affidate al vento e tutte le altre corbellerie da film romantico.

Ma se l’attesa è diventata una scusa per non cominciare mai a fare le cose, per paura di fallire, allora rassegnamoci al fatto che Godot potrebbe arrivare e non avremmo più scuse per restarcene a riva a fantasticare.

A questo punto, mandiamogli un WhatsApp e avviamoci da soli.

magnaniRitorniamo un attimo al post “da salotto” sulla bellezza, perché volevo fare un esempio su ciò che intendessi, per amarsi per quello che si è ecc.

Come frase fatta lo so che è efficacissima, la questione è associarle gesti quotidiani.

Per me questo compito ingrato ce l’hanno avuto facebook e un ex, che ieri ho visto commentare il solito articolo dal risultato incerto sulle critiche agli standard di bellezza.

Ebbene, lui si dichiarava “colpevole” di apprezzare questo modello di donna tanto vituperato, bionda grissino faccia depressa. E a distanza d’anni e con la pace fatta, mi ritrovavo a contemplare la foto a cui si riferiva.

Irresistibile per il giovanotto che, invece, era riuscito senza troppi sforzi a resistere a me.

Ebbene, mi sono resa conto che, quando cercavo di farmi notare dall’uomo che si crucciava di apprezzare la foto, forse provavo pure a scimmiottare un po’ quel tipo. Quanto alle misure, l’inappetenza me la offriva gentilmente l’ex stesso, e anzi, chi avesse bisogno di vestiti taglia M si facesse un giro a Barcellona, che so’ anni che non so a chi rifilarli.

La questione altezza, già sapete, non ci si può fare molto, per i capelli vabbe’, si faceva quello che si poteva con le peggio mèches. E la tristezza veniva con la perdita di peso.

Riuscivo a essere questa della foto? No, al massimo ne ero diventata una specie di parodia invecchiata, ingrigita, un po’ bonsai quanto a stacco di coscia.

Mentre riconfermo l’epic fail e mi prendo a schiaffi da sola anche solo per averci provato, un amico mi allega in chat le foto di una serata insieme.

In una sto un po’ corrucciata, il trucco non perfetto ma espressivo, una mano messa naturalmente a reggere una testa in quel momento troppo occupata in pensieri vacui.

L’effetto? Grazioso, mi sembra. Decido di adottarla, quest’immagine, di adottarmi, in quel momento pensoso e un po’ sbavato, ma in fondo sereno.

Insomma, la imposto come foto profilo e piovono complimenti. Tanti. Commenti entusiasti, qualche paragone con bellone storiche di quelli che dici “magara!”.

Torno a guardarmi, ripensando alla modella della mattina. Non alla ventenne che spero sorrida da qualche parte coi soldi della foto, ma all’Eterno Femminino che volevano farle incarnare.

Non sono lei, né lo sarò mai. Né avrei voluto esserlo, a dirla tutta, se non fosse stato per piacere a colui che invece ne era rapito.

Nella foto, invece, sono proprio io.

E nella mia foto il bello è che non sarò mai nessun’altra, e nessun’altra sarà mai me.

Che tanto vale essere me stessa in quel modo, non incarnare mai nient’altro che me nella mia essenza, invece di prendere in prestito le essenze altrui.

I risultati possono essere sorprendenti. Perché di modelli di bellezza ce ne sono tanti, e cambiano con la storia, e tanti ne sono i portatori sani che si avvicendano sulle copertine, dandosi il cambio.

Invece quello che siamo succede una volta sola.

Logo_Voyager_2009No, perché se no pensate che viva sulla montagna del sapone e sia appena scesa a fare due passi nel mondo reale. Che intendiamoci, non mi sembra neanche quel capolavoro di cinismo che usano i disincantati come alibi, perché si sa che la nostra è una generazione difficile e che nessuno vuole impegni seri e che insomma io ce la metto tutta ma sono-sempre-gli-altri.

Al che devo credere che, come i casi umani capitano per sfiga, l’ammore bello come un fiore bello che canta Claudione Baglioni (no, vabbe’) capita per botta di culo. Pazienza che in mezzo ci sia tanta roba, sbagli, ripensamenti e tutte quelle cose che ciascuno può sostituire col suo personale modo per “ritrovare la strada”. Dev’essere solo un caso.

Oook, crediamoci. Intanto, questa fantomatica la persona giusta: è quella che durerà per sempre? Quella che ami alla follia, che non ti “tradirà” mai, cioè starà sempre sempre solo con te? Che “avrà i suoi periodi di crisi, ci mancherebbe, ma li supererete tutti”?

Sentite, io il sospetto ce l’ho, che questo “profilo” più che una cosa naturale sia un’astrazione che ci ha fatto comodo per qualche tempo e che ora, in soldoni, non ci vada bene più perché comporta tempo e fatica e nessuno ha tanta voglia.

In ogni caso, per persona giusta non intendo il principe azzurro delle favole, ma uno che ne valga la pena.

No, perché onestamente io il “meglio aver amato e perduto che non amato affatto” non me lo bevo. Io me ne sono pentita eccome, in molti casi. Guarda caso, quelli in cui o sono stata lasciata io (che ammontano a uno) o sono stata sostituita con un’amica mia (ho perso il conto).

Per me la persona giusta, in soldoni, è banalmente una che quando le cose andranno male, se dovesse succedere, quando incontreremo qualcun altro in questo mercato della carne che è diventata la vita umana, quando la precarietà lavorativa ci porterà altrove, o la vita ci farà “evolvere in maniera diversa” come dicono i guru spirituali, mi sembrerà comunque un bel regalo, di quelli che non riciclerei mai.

Che le circostanze che ci hanno separati erano difficili da calcolare, prevenire, o curare, ma ce l’abbiamo messa tutta e non solo per portare a casa il risultato, per fare il compitino, per svolgere la nostra funzione di coppia-che-resiste-invidiata-da-tutti, ma perché così volevamo e così ci è girata.

Che ne usciamo o meno, l’importante è non trascinare un cadavere. Provarci finché quello che ci spinge e non si può spiegare né contenere (non perché sciabordi, ma perché persiste) ci porti ancora a provare.

Allora sì, ne sarà valsa la pena e quella sarà stata la persona giusta, a prescindere da quanto possa durare.

Se poi si riesce a sfangarla e scrivere questo benedetto “sempre”, e non a prezzo di una vita da incubo ma a coronamento di un’esistenza spesa bene, tanto meglio.

Cavolo, la prossima volta metto direttamente il logo di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

di Sarah Gignac

Brain in a cage, di Sarah Gignac

Lo so, come ci si sente. Abbiamo aspettato per secoli una soluzione, ed è arrivata. Pure efficace. Solo, non era quella che ci aspettavamo.

Volevamo un ritorno dell’ex che aveva sbattuto la porta, e che in quel messaggino che si degnava di mandarci ogni tanto cominciava perfino a chiederci “come stai”, invece che parlare solo dei suoi problemi… Roba che di qui a 10 anni ci offriva perfino un caffè. Quand’ecco che improvvisamente ci ritroviamo catapultati in una nuova storia, che in più alle difficoltà di tutti gli inizi deve convivere con questo macigno del ricordo, dell’averla cominciata dicendo “Non sono ancora pronto”. Anche se i fatti ci contraddicono abbondantemente su quest’ultimo punto.

Oppure stavamo lì a sperare nel trasferimento del collega odioso all’estero, così avremmo avuto i suoi incarichi, e scopriamo che ha trovato il modo di tenersi la borsa o lo stipendio qua e pure in Papuasia citeriore. Però c’è questo scambio accademico, senza borsa, con un’università che ci fa capire che un po’ di soldini, a lungo andare, potrebbero uscire. Ed eccoci a fare la valigia, decidendo di crederci.

Oppure… Fate voi. Ognuno ha i suoi esempi di soluzione che non era quella che ci aspettavamo, e che come prima reazione abbiamo respinto.

Sapete qual è il problema? Secondo me, almeno. Che non sappiamo vivere fuori dalla nostra testa. Che siamo così intrappolati nei nostri schemi, nella nostra idea di come potrebbe andare, che non sappiamo visualizzare nient’altro, pensare a nient’altro, concepire nient’altro che la soluzione che avevamo deciso per noi. Con lo stesso spaesamento che proviamo quando dobbiamo arrivare da qualche parte e, invece di ritrovare il percorso arzigogolato che era l’unico che sapessimo fare (ripetendo perfino i punti in cui ci eravamo sbagliati ed eravamo stati costretti a tornare indietro), troviamo proprio la scorciatoia, e allora ci sembra che qualcosa non vada.

Ma, mentre la nostra mente è impegnata a dirci che o si fa come dice lei o niente, il nostro corpo già sta andando.

Diamogliela, una possibilità, al corpo. A quello vero, che vive in un mondo vero, che ci ama nella vita reale. Insomma, capitemi, per “corpo” e “mente” intendo un’antinomia inesistente che si riferisce a diverse parti di noi, senza alcuna pretesa scientifica (per fortuna). Quello che voglio dire è, ebbene sì, il solito “usciamo fuori dagli schemi”, con una postilla: attenzione, perché sono gabbie che ci creiamo da soli, e proprio, va da sé, per ingabbiarci.

Se ci alleniamo a vedere la realtà fuori da quelle, scopriamo che non solo è l’unica possibile, ma che a prenderla per il verso giusto, spesso e volentieri, non è affatto male.

animal-lipstick-art-fox“Sai, secondo me non ti valorizzi abbastanza”.

È la fine.

Almeno se consideriamo che questa frase me l’ha detta una di qua, di quelle che quando si sono abbinate la gonna col foulard pensano che Desigual sia per daltoniche (e hanno ragione), che d’estate mettono certi vestitini-tappezzeria della nonna e sfoggiano simpatiche frangettine alla Velázquez… Ecco, quando una delle mie “seconde connazionali” mi dice che potrei “valorizzarmi” di più, mi metto a riflettere.

Ripenso al discorso su insoddisfazione e cambiamento, quell’idea da darwinisti della domenica per cui è l’insoddisfazione, la voglia costante di migliorare la propria condizione, a muovere il “progresso” della civiltà umana (con risultati, come potete notare, brillanti). Magari a scapito della felicità.

Vediamo un po’. Se prima ero ossessionata quasi dall’esigenza di apparire in tiro, fino a mettermi un rossetto che richiamasse un dettaglio minimo della maglia, era perché mi ritenevo inadeguata, in generale, e stavo attentissima ad accompagnarmi a gente che la pensasse uguale. Gente a cui dovessi dimostrare che in fondo non fossi così male, per arrivare a crederci io. Soprattutto uomini che, a fronte di loro coetanei più o meno entusiasti della mia persona, mi trovassero esteticamente banalotta, artisticamente banalotta, politicamente qualunquista. A prescindere da quanto cambiassi e facessi in realtà, a volte proprio per partito preso.

Ora non è più così, perché non ho più bisogno di questi uomini. Perché non la penso più così io. Perché sento che è a prescindere da quello che ho, che mi voglio guardare, non a prescindere da quello che non avrei. E capisco che, a valutarci in base a ciò che NON abbiamo, stiamo adottando un criterio fantasma, un qualcosa che non esiste per valutare quello che esiste. Qualcosa non fila.

Ma allora il dubbio viene: finché mi sentivo inadeguata “mi curavo” e ora che mi vado bene esco più o meno in pantofole?

Allora è vero che, a non farci punzecchiare dall’insoddisfazione, ce ne restavamo nelle caverne? (E bene facevamo!)

Be’, innanzitutto specifico: anche se fosse, non sarebbe un problema. Potrei andare in giro per sempre in pantofole con buona pace di tutti.

È che “farmi bella” è passato dall’essere necessità a diventare gioco. Come necessità, era inadeguato a colmare l’insoddisfazione, che parte da dentro, e finché non la colmi hai voglia a scalare montagne, farti barili di soldi o sfornare 25 figli rimanendo col vitino di vespa. Quando capisci questo, almeno nel mio caso, la “necessità” di colmare il vuoto con mezzucci vari perde attrattiva.

Però, resta il gioco. Adesso, se tornassi a “curarmi” esteticamente, non lo farei per bisogno, ma per divertimento. E sì, non c’è la stessa urgenza né lo stesso perfezionismo. Ma c’è tanta, tanta più gioia, allegria, serenità.

Quindi, estendendo il ragionamento, non occorre che i nostri grattacieli siano tanto alti per una specie di gara a chi ce l’ha più lungo (il grattacielo) e i nostri figli sono stupendi che pesino o meno quei due chili in più rispetto a quello che un medico che non li ha mai visti definisce il loro peso forma.

Quello che non ci serve sono grattacieli vuoti a ricordarci della nostra implacabile soddisfazione, sorrisi perfetti e accuratamente lucidati, ma falsi.

Che l’ansia di prestazione, come propellente, fa fare grandi cose, che però restano fini a se stesse, come totem vuoti alla nostra incapacità di amare e prenderci così come siamo, e da lì creare, inventare.

Metterci IN gioco. Letteralmente, stavolta.

empty roomVuoto. Sì, è questo che sentiamo, magari. Quando abbiamo perso, o stiamo perdendo, il motivo del nostro tormento.

Quando ci rassegniamo all’ineluttabilità di un cambiamento, e di un cambiamento in meglio. I primi tempi, mentre ci concediamo che questo succeda, non sono piacevoli, non del tutto. C’è questa sensazione nuova che serpeggia, è vero. Ma è come se il senso di vuoto che ci accompagnava prima, vuoto da mancanza di qualcosa (un amore, un lavoro, una condizione esistenziale che avevamo sognato allontanandoci dalla realtà che sola ce la può dare) venisse sostituito da un altro vuoto.

E vuoto per vuoto, ci teniamo quello che conosciamo meglio, no?

No. Perché, se facciamo attenzione, questo che sentiamo ora non è un semplice vuoto.

È, finalmente, lo spazio per le cose. Uno spazio che ci siamo creati col tempo e col lavoro e che ci permette ora d’immagazzinare nuove esperienze, di raccogliere finalmente sentimenti che ci facciano bene.

Quel vuoto di prima non lo era davvero perché ci riempiva, a suo modo: ci invadeva tutto, ci prosciugava energie, ci chiedeva tutto il nostro essere per continuare a esistere. Un vuoto così si coltiva giorno per giorno, delusione per delusione, ricordo amaro per ricordo amaro.

Ora no, ora c’è questo spazio tranquillo che aspetta solo di essere arredato di ciò che abbiamo imparato, finalmente, a cercare, a volere, ad amare: ciò che siamo e le persone con cui vogliamo condividerlo.

Persone che ci amino per quello che siamo, e non per quello che potremmo essere “col loro aiuto”, o per “quello che saremmo se solo fossimo come vogliono loro”.

In questo nostro spazio privato che in realtà è più pubblico di tutti perché lo sappiamo condividere, condividiamo e trasmettiamo gioia, serenità, come prima comunicavamo agli altri le nostre angosce, possiamo sperimentare.

Vedere se i nuovi quadri della situazione si abbinano bene alla tappezzeria delle vecchie idee, e se la risposta è no cambiare qualcosa, continuare a giocare, ad arredarci, finché non troviamo davvero la nostra dimensione, la nostra bellezza.

Finché, per una volta, non ci sentiamo proprio a casa.

Wile-e-coyote-blown-up-1In una spedizione natalizia al paesello ho visto su Sky nientemeno che La verità è che non gli piaci abbastanza. Roba che La corazzata Potemkin è la ripresa di una partita a Risiko. Mi colpiva, tra le varie perle, il discorso del protagonista saputello all’amica che finisce per intortarsi (ops, ho spoilerato? Mi perdonate?). Le dice, in soldoni, che ci piace la tensione, nella nostra vita, perché un po’ di pepe al culo (sì, dice più o meno così) ci aiuta a fare le cose. Come pagare le bollette all’ultimo momento, giusto per avere il brivido.

Pare che sta storia della tensione sia applicabile un po’ a tutto, pure all’amore. Che sia una parte così “naturalizzata” della nostra quotidianità che senza non riusciamo a riconoscerci.

Infatti sento spesso persone dire “Che noia, se andasse tutto bene”, oppure “Che schifo, se vincessi alla lotteria non saprei che farmene di tutti quei soldi, meglio campare bene con poco”, o l’intramontabile “Che palle, in una relazione ci vuole un po’ di pepe, bisogna farsi desiderare, inseguire…”.

Sì, bravi, avviatevi voi. Ma qui arrivano anche gli esperti scienziati della domenica, quelli che sanno tutto di evoluzione e hanno studiato Scienze delle comunicazioni (ma leggono Focus), che spiegano che il genere umano è arrivato dove è arrivato (cioè, lontano assai…) per la sua insoddisfazione intrinseca e aspirazione a stare sempre meglio.

È solo attraverso l’insoddisfazione che grandi scrittori si sarebbero superati, che grandi esploratori avrebbero esplorato, che grandi cuochi avrebbero inventato gli spaghetti da condire col pomodorino fresco (mai col sugo, sacrileghi!).

Gli esseri umani s’inventeranno pure un Dio a loro immagine e somiglianza, ma poi fanno da sé, con lo stesso fastidio con cui un’ostrica crea una perla per liberarsi del granello di sabbia che l’opprime.

Oook, mi state dicendo che gli esseri umani avanzano nella vita a scapito della loro felicità? Che riescono nella carriera a scapito della famiglia? Che vivono grandi amori passionali a scapito del loro quieto vivere?

Sono contenta che questa sia un’idea molto semplificata e 2.0 di evoluzionismo, perché francamente preferivo rimanere sugli alberi.

Sono mediocre? Può essere. Ma penso ai tanti mediocri che non riescono né a scrivere versi decenti, né a essere felici, e mi chiedo a che pro si debba usare l’insoddisfazione come motore per la vita.

Perché non so fare altrimenti, mi verrà risposto. Sì, è stato anche il mio alibi per un sacco di tempo. Ma a me ha un po’ scocciato, non so voi.

È stato il mio alibi finché non mi sono decisa a guardarmi allo specchio e dirmi Ok, non sarai mai Proust, vuoi essere te, almeno?

E devo dire che preferisco i muffin al cioccolato alle madeleines.

Ne riparleremo.

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