funny-punk-kid-angel-little-girlGiuro che non è un titolo ruffiano, è che in effetti ci stiamo talmente scartavetrando le gonadi tra noi, con Gomorra, che non me ne venivano altri.

Colpa di un amico che fa medicina cinese e che mi ha detto, ascoltando un mio sogno, che tutti i personaggi veri e allegorici che vi figuravano (e io faccio sogni-fiume) erano appesi a una cosa: la mia (scarsa) capacità di perdonare me stessa.

E questo perdono o mi sarebbe dovuto venire da… [e aveva indicato il cielo col dito, mentre io diventavo la famosa stolta che guarda il dito], o da me. Comincio a pensare (senza manie di grandezza, eh, la cosa è valida un po’ per tutti) che le due opzioni più o meno si equivalgano.

Ma perdonarsi di che?

Immagino, di non essere stata quello che avrei voluto. È una cosa strana, non essere quello che vogliamo.

È una battaglia che intraprendiamo da soli con noi stessi, e come quella di Macbeth sarà vinta e perduta. Ma sempre da noi.

Ci siamo fatti in testa, spesso in età precoce, un progetto a cui mancavano le cose più importanti: informazioni. Su come saremmo cresciuti, su cosa ci sarebbe piaciuto fare veramente. A volte si hanno da subito, a volte no.

Allora decidiamo a 5 anni che da grande faremo il pompiere, e veniamo su pigri e mingherlini. E non vi dico le aspiranti modelle delle mie parti, un paese di donne generalmente formose e non sempre altissime (ma lì il problema è credere che ci sia qualcosa di sbagliato, in questo). No, sul serio, è come quando siamo bravi in matematica a 16 anni e scopriamo la passione per la pittura a 30.

Ci facciamo un progetto precoce e quando scopriamo che da grandi le cose non vanno come ci saremmo aspettati (non per incapacità, eh, magari solo perché si cambia), abbiamo due reazioni tipiche.

I più saggi diventano flessibili e dicono: ok, che mi piace fare davvero? E cambiano progetto.

Potevo mai fare questo, io? Naaa.

La mia operazione è stata infinitamente coerente: siccome ero incapace di realizzare il mio progetto (più o meno, essere Dio), avrei usato con me stessa la stessa severità che dedicavo agli altri “incapaci” (più o meno, il resto del mondo). Insomma, un po’ di coerenza! Come ho osato non essere alta uno e ottanta, non amare il latino come avrebbe voluto mio nonno, trovare molto noiosi i “fidanzamenti dal basso” paesani?

Imperdonabile.

E invece no, dicono che mi devo perdonare. E la mia responsabilità ce l’ho, nei progetti che sono sfumati, non mi prendo in giro.

Ma a perdonare, come si fa?

Trattandoci bene, mi rispondo speranzosa. Ci siamo dichiarati guerra da soli, stipuliamo la pace. Quando si è abituati alla guerra non viene subito, eh. Per questo ci si deve trattare bene un po’ ogni giorno, mi sa, per dimostrarci che è acqua passata.

È un buon segno del fatto che ci stiamo perdonando, liberarci piano piano del fango di cui ci siamo ricoperti e abituarci a fare cose che ci piacciano.

È come quando nostra madre non ritirava il cazziatone che ci aveva fatto, ma si metteva a prepararci la merenda, e aveva pure un mezzo sorriso.

Ok, lo cercherò lì, il mio perdono. Nella bozza di sorriso che faccio quando non penso troppo.

Voi avete qualche idea, di dove si sia cacciato il vostro?

Ne riparleremo.

ecards-auto-240633Forse l’ho già detto, ma è utile, vivere lontano da casa. Da dove si è nati, comunque.

Impari un sacco di cose sulla gente che frequenti.

Fate un rapido confronto tra gli amici d’infanzia e quelli conosciuti fuori, o in epoche successive. A volte si frequenta la gente che trovi, che hai incontrato per lavoro o come primi coinquilini nella nuova città, ma le amicizie vere seguono un filo misterioso che non si discosta tanto, spesso, da quello che ci ha portato a dividere la merendina proprio con la bambina della terza fila, e non con la nostra compagna di banco.

Lo dico perché immagino che anche voi, come me, qualche volta vi siate sentiti “sfortunati”, nelle relazioni. Non solo di coppia, anche con gli amici. Chi non ha in comitiva la persona manipolatrice, che si accaparra l’attenzione generale a botta di ricatti morali, e che dimostra sempre una strana disinvoltura coi soldi (altrui)?

E spero che non vi siate mai sentiti messi da parte in malomodo da qualcuno, amico o amore, che fino a pochi minuti prima vi giurava che se non ci foste stati voi… Ah, no, vi è capitato?

Peccato.

E, appunto, credete sia sfortuna? Lo chiedo perché questa cosa a me è successa per molto tempo. Me lo dicevano pure gli amici, sei sfortunata con la gente che incontri, salvo farmi loro qualche torto e poi sparire nel nulla, per anni.

Allora, cos’è la sfortuna? Ha risposto per me il caso, o forse una coincidenza che Jung risorgerebbe solo per stringermi la mano, per poi tornarsene al tauto.

Niente di speciale, eh, due messaggi arrivatimi in contemporanea. Uno, di una persona che improvvisamente voleva riallacciare i rapporti dopo tre anni, e pensava che fosse possibile con un “salve”. L’altro, di qualcuno che invece inseguivo io, e che a prescindere da tutti i suoi torti presentava una motivazione inoppugnabile per non tornare a sentirmi: non voleva.

Bella coppia, no, i miei due interlocutori? Eppure, si diceva, i loro messaggi mi giungono in contemporanea. Uno che supplica l’impossibile, cancellare tre anni di vita per fare come se non fosse successo niente, e l’altro che si “difende” da colpe mai imputategli, forse perché non si accorge che non volermi più vedere non è una colpa.

E qual è, vi chiedo, il comune denominatore tra due persone così diverse? Sono io.

Qual è il comune denominatore tra amici e compagni che avete conosciuto in epoche diverse, e che “sfortunatamente” si sono rivelati profittatori o immaturi, o non disposti a prendersi le proprie responsabilità prima di tutto verso se stessi, e poi verso di voi?

Vi do un indizio: siete voi.

E possiamo chiamarla sfortuna quanto vogliamo, o anche solleticarci l’ego all’idea che “il nostro problema è che siamo troppo buoni”.

Attenzione: il singolo episodio, il truffatore di turno o il seduttore seriale, può succedere a chiunque.

Ma, che le coincidenze esistano o meno, questa che SEMPRE A VOI capitino tutte ste cose, con persone diverse nello spazio e nel tempo, è un’evenienza che perfino il più rigoroso degli scienziati tradizionali considererebbe curiosa.

Che fare? Quello che sto facendo io non è tanto capire perché lo faccia, che continuo a sospettare che non mi serva a molto, ma osservare. Osservare come mi scelgo le amicizie.

Ognuno, qui, ha la sua storia. La mia, si è già detto, era credere di non essere abbastanza interessante, quindi cercarmi gente che non si prendesse responsabilità con se stessa e prendermele io per loro, “così mi avrebbero amata”. Ora capisco la differenza tra essere amata ed essere utile: nel secondo caso, guarda un po’, quando si esaurisce tale condizione l’ “amico” scompare. E con tutta una serie di alibi plausibili, alcuni perfino condivisibili.

In fondo, la mia amicizia era genuina? E la vostra? Sì, avete “dato tutto”. Ma ve l’avevano chiesto? Esplicitamente, non sempre, anche se persone così non chiedono mai esplicitamente e a volte non si rendono neanche conto di chiedere.

Fatto sta che avevamo paura di un’amicizia, un amore, in cui si desse e ricevesse, in cui si fosse ugualmente esposti e forti allo stesso modo: temevamo che sarebbe finito, che non fossimo all’altezza, che altri ci soppiantassero, e allora eccoci a fare gli splendidi nel più usurante dei giochi: dare senza ricevere.

E una volta esaurite tutte le nostre forze, una volta che ci hanno soppiantati con persone che amino senza aver bisogno di loro, allora potremo accorgerci che in fondo la nonna aveva ragione: l’amore, l’affetto, sono cose che o si danno gratis o non si danno. È vero, sono anche lavoro, quotidianità, pazienza. Ma le basi, l’affinità iniziale, sono un piccolo miracolo che succede o non succede.

Ed è gratis. Ma proprio gratis gratis gratis.

Quando smetteremo di pretendere di comprarcelo, scommetto che verrà più facile.

la_piccola_fiammiferaiaHo deciso: ogni nuova lingua che imparo (e me ne mancano, eh) controllo come si dice almeno.

Perché l’avverbio, in sé, è carino. In italiano mi dà ancora un senso di sollievo.

Della versione inglese ricordo questo discorso che circola su Internet, e che ritrovo e poi riperdo, sulla differenza tra empatia e pietà quando consoli un amico in difficoltà. L’empatia porta a pronunciare frasi come: “Quello che ti è successo è terribile, ma per qualsiasi cosa sono qui”. La pietà, invece: “Almeno non ti ha tradito una seconda volta!”, “Almeno ti danno la buonuscita”, “Almeno puoi ancora camminare”.

Pensandoci bene, almeno dev’essere un parente prossimo di un’espressione altrettanto simpatica: “meglio così”.

Ed è un compagno fedele se siamo di quelli che, per vedere un po’ di luce, hanno bisogno di gettarsi addosso tonnellate di buio. Come piccole fiammiferaie che il freddo se lo cerchino. Se siamo così, magari abbiamo quegli amici strafottenti e succhiaenergie che almeno ci regalano un fiore trovato a terra venendo a casa nostra, e pensiamo, “in fondo è adorabile”. Come ne I ragazzi dello zoo di Berlino, l’amico eroinomane che viveva in un porcile di casa ma, quando ci andava a dormire Christiane, le faceva sempre trovare il letto pulito e profumato. Che bello, che poetico, pensavo leggendo.

Ai tempi, a ben pensarci, leggevo anche Brizzi e un’amica mi disse “Sai chi mi piace di Jack Frusciante? Martino. È uno che almeno ha capito tutto nella vita”. E io che sapevo come andasse a finire, col suo Martino, me ne stavo zitta.

Almeno. Quel gesto che crediamo compensi tutto, i giorni che passa a non chiamarci, ma poi una notte si degna di passarla da noi e rieccoci a dirci no, andrà bene. Potere di almeno una notte.

Al lavoro facciamo gli straordinari gratis, ma almeno il supervisore ci dice che se non fosse per noi…

Almeno, usato così, ha un sapore di lumino fioco, intravisto appena tra quintali di buio.

È un peccato che si abbia bisogno di quelli, per vedere un po’ di luce.

Anche perché non ci accorgiamo che con gli almeno, compreso nel prezzo, arriva anche tutto il cono d’ombra.

Se siamo di quelli che credono che l’affetto si merita, per l’amore si lotta, che il diritto al lavoro se lo sono inventato in qualche libro Fantasy, allora hai voglia di ingoiare… buio, diciamo, per quell’angolino di luce.

Insomma, io ho deciso. Basta con gli almeno. Quando ho deciso?

Be’, quando ho litigato con un amico e mi ha cercato lui, e senza dare l’impressione di aver perso una gara, perché l’amicizia era più forte dell’orgoglio.

Ho deciso quando ho smesso di frequentare la più problematica delle mie datrici di lavoro, e mi spiace che sia una simpatica nonnina, ma trattar male è trattar male.

E sto decidendo ogni volta che preferisco un presente fatto di assenze, per quanto possa essere doloroso, a un futuro fatto di presenze scomode.

Il mondo degli almeno è difficile da lasciare, perché è comodo e soffice come il cuscino più morbido che ti accaparri a casa nuova, e una volta a letto scopri che ci sprofondi la testa.

No, facciamo sprofondare gli almeno nel dimenticatoio. Sostituiamoli con la fiducia, l’idea per cui certe cose, se devi lottare per averle, non sono genuine.

Che gli almeno, nel cimitero della nostra grammatica, non meritano neanche un fiore.

E al posto di crisantemi e semprevivi
s’ebbe un mazzetto di punti esclamativi.

Gianni Rodari

welcomeVolevo tornare su una questione che mi preme molto: quella della paura che più la evitiamo più si realizza.

E sì, mi vengono vari esempi, come il racconto orientale che è diventato Samarcanda di Vecchioni, ma ha un bel po’ di secoli all’attivo. Oppure, meglio ancora, il grande classico di Giona, il nonno scemo di Pinocchio. Va’ a Ninive a predicare, gli fa il suo Dio. E lui manco p’ ‘a capa, a Ninive troverò la rovina.

E invece la trova non andandoci, nella bocca di una balena. Insomma, di un pesce molto grande.

Quanto vi suona familiare, questo? A me tantissimo.

Tutte le volte che ho provato a fuggire da qualcosa, ci sono finita giusto dentro.

E per la cronaca, Ninive alla fine “pensavo peggio”, deve aver ammesso Giona quando si è accorto, una volta arrivato, di essere diventato presto il predicatore n. 1.

Perché con le paure succede questo, che la cosa di cui abbiamo paura, di per sé non è brutta come la dipingiamo. È ciò che veramente temiamo (per esempio, essere respinti), che in quel momento è rappresentato da quel lavoro, da quella telefonata da fare, che fa paura.

Io sto avendo un piccolo problema con l’appartamento nuovo. E lo so, sto al secondo trasloco in meno di un anno, ma passata l’urgenza iniziale di scappare dall’altro posto, non mi ci sento più tanto a casa. Ci resto, eh, un terzo trasloco mi ammazzerebbe e conosco problemi peggiori.

Ma la casa da cui scappavo, che avevo ereditato lugubre e piena della solitudine di chi ci viveva prima, si fa ogni giorno più serena, accogliente. Perché ci lavoro su, ci invito gente che la sa amare e trattare bene, la pianta è sempre innaffiata, le pareti imbiancate da poco sono più belle quando c’è qualcuno a riderci vicino.

Questa casa invece è stata una fortuna, è vero, presa in fretta e furia e in un giorno tremendo.

Ma ha un problema: un rifugio difficilmente diventa una casa.

Come una storia in cui entriamo non per chissà che amore, ma perché ci sentiamo al sicuro. Da una minaccia che magari, come Ninive, non era poi sto drammone.

E poi il rimedio è peggiore del male o, per dirla alla Watzlawick (che traviserò clamorosamente) il problema è la soluzione.

Negli amori tiepidi entriamo per sentirci al riparo dalla sofferenza, e in quella caschiamo, spinti dalle nostre stesse ambiguità.

La sofferenza che vedevamo rappresentata invece in un amore vero, la paura della dipendenza ecc, diventa più interessante di quest’incubo, di sicuro più sensata.

Un rifugio non è mai casa, ahimé.

Difficilmente lo diventa.

Che dite, cominciamo? A chiamare casa ciò che davvero lo è. Non quello che ci fa sentire al sicuro, ma quello che ci fa sentire pronti a uscirci al mattino e tornarci la sera.

Sapendo che fuori non sarà tutto rose e fiori, ma davvero, “pensavamo peggio”.

occhioMi rendo conto che da quando avevo circa 12 anni ho abbassato gli occhi a terra per non alzarli più.

Sì, è il famoso “testa alta e occhi bassi” dei film-cliché sui siciliani in coppola e lupara. E no, non prendetemi alla lettera, c’è chi guarda altrove per evitare il contatto visivo, chi osserva un solo istante. Ognuno, più che altro ognuna, ha il suo modo di fuggire agli sguardi altrui.

Il bello è che quando lo fai notare scatta spesso il chittesencula (tranquilli che il mondo è pieno di fessi) e c’è pure il blogger simpatico che fa ridere finché non sfotte le “cesse” che si permettono pure di lamentarsi se un pazzo occasionale le degna di uno sguardo. Ah ah ah.

Nel mio caso gli occhi li abbasso (o devio) un po’ per timidezza, malcelata da un umorismo aggressivo, un po’ per il compagno di università che mi confessò che quando era circondato da amici uomini e passava una tizia guardabile si sentiva quasi obbligato, per non passare per ricchione, a lanciarle sguardi malati. Simili, magari, a quelli che in Gomorra Saviano raccontava di percepire in chiesa su una sua amica, a cui finiva per infilare un anello al dito, per quieto vivere.

Invece, in Erasmus a Manchester, prima uscita in minigonna tra squadroni di matricole postadolescenti e non mi cagavano manco di striscio. Che bello!

Ok, so che su questo i pareri sono discordanti, che certe mie conterranee hanno bisogno di essere squadrate da chi guarderà uguale anche la prossima che passa, per credere di valere qualcosa. No, non esagero, me lo diceva ridendo una signora spagnola, italianini che simpatici, ti sussurrano “bella” e a quella dopo di te uguale. Non tutti, per fortuna. A Barcellona esportiamo il meglio e il peggio di noi, ma vaglielo a spiegare.

Anche perché a Barcellona il piropo callejero (e già parliamo di parole, oltre agli sguardi) lo prendono molto sul serio, ci sono gruppi di donne che filmano i tipi che glielo fanno e c’è un divertente modulo da distribuire ai simpaticoni, con inclusa la domanda “Cosa pretende di aver ottenuto con questo?” (no, perché, tra l’altro, sti guardoni hanno mai rimediato?).

Io non so bene neanche cosa si ottenga criminalizzandola, la pusteggia, ma so che percepisco qualcosa di intrusivo, in certi sguardi, quel diritto che si arrogano di non applicare con te le regole della buona educazione, perché per loro non esisti se non in quel momento, e come fonte di divertimento.

Finché ieri che mi ero messa un vestito che deve starmi particolarmente bene (e no, non era troppo corto e con me le scollature non fanno testo), improvvisamente ho alzato gli occhi.

Ho visto gente. Alcuni, com’è ovvio, non mi calcolavano proprio. Qualcuno sì, mi seguiva con lo sguardo. E c’erano le donne, perché in strada ci siamo anche noi. Qualcuna mi guardava i sandali, pare che piacciano particolarmente, l’ho già notato in altre occasioni. Altre pensavano ai fatti loro. Qualche pakistana si aggiustava il velo, qualcuna spingeva una carrozzina. Sono belli, i papà coi bimbi in braccio. Un’altra scena a cui, dalle parti mie, sono poco abituata. Vieni troppo poco, direbbe mio padre, le cose stanno cambiando.

Devono star cambiando proprio in fretta, allora.

Comunque, ho visto. Ho visto anche, ma di sbieco, perché comunque mi indispone un po’, gli occhi di un bel ragazzo che doveva star riparando qualcosa di un marciapiede, in tenuta catarifrangente che gli esaltava l’abbronzatura. Lui no, non sembrava maleducato. Sembrava che semplicemente gli piacesse quello che vedeva. Quando succede a me non riesco a guardare fisso perché temo di disturbare la privacy altrui come sento si disturbi la mia. Ma forse sono troppo rigida, in questo. Forse esistono sguardi che non sono intrusi, non sono sfacciati. Solo ammirati, divertiti, divertenti.

In ogni caso, riprendiamoci il nostro.

Il diritto a guardare. C’è una bella risposta di Simonetta Marino, che ovviamente non trovo, alla lettera di una ragazza che le chiede come farsi valere in un mondo in cui ti considerano una cosa, in cui pure un “pubblico ufficiale” fa la battutina mortificante in presenza dei sodali. La risposta della prof. è stata tipo: non abbassare gli occhi, e rispondi a tono alle provocazioni.

Non mi piacciono le interviste-cliché di donne convinte di mettersi il velo per “proteggersi dal desiderio degli uomini” (io credo che bisognerebbe smettere di trovarci spiegazioni razionali, a ste cose, peggiorano solo la situazione). Le altre hanno il “testa alta e occhi bassi”. Come se l’invadenza altrui fosse quasi un diritto, una legge della natura inappellabile, e ci fosse più comodo sentirci vittime che soggetti capaci di ricambiare lo sguardo, magari accompagnato da un sottile vaffanculo.

Sia quel che sia, quello che proprio non dovremmo fare è lasciare che qualcun altro decida dove e come possiamo guardare.

Come direbbe la scrittrice algerina Assia Djebar, il nostro sguardo appartiene solo a noi.

Noi che finalmente guardiamo.

Noi che incominciamo.

ambrogio No, davvero, segnatevi i sogni.

Appena li fate. Quaderno e penna sul comodino, accendete un attimo il lume e scrivete. Man mano che lo fate, vi ricordate di altri dettagli. È come una mappa del tesoro, scusate l’ingenuità. Vi tornano in mente cose assurde, che avevate dimenticato da un sacco di tempo.

Io è come se vivessi qui e ora, Barcellona 2014, e in un mondo onirico senza tempo, con personaggi delle mie vacanze di bambina che parlano con altri che ancora devo conoscere.

Mi sono anche resa conto di una cosa, sognando: nella mia vita, la spontaneità non è andata lontano. Per esempio, l’ultimo slancio verso qualcuno, che non mi spiegassi, che fosse spontaneo e improvviso, l’ho avuto a… diciamo, sette anni?

No, vabbe’, non esageriamo. Ma il resto non è stato quasi mai amore. È sempre stato fame.

Avete presente quando vi siete fatti un’escursione lunghissima e non vi reggete più in piedi? Mangereste pure il braccio dei vostri compagni, senza stare tanto a guardare cosa sia.

È il contrario di “non è fame, è voglia di qualcosa di buono”. Là è proprio fame, fame nera.

Indiscriminata. Ed era quella, che avevo io. Fame di attenzione, approvazione. Fame di novità, di un motivo per alzarmi la mattina, quando le cose mi andavano troppo male.

E allora, uccisa precocemente ogni traccia di spontaneità, ho cercato di saziare quella, la fame. Mai innamorata, sempre preoccupata: perché sembrava cominciare qualcosa e poi si è allontanato? Perché pare che mi preferisca un’altra?

E chiamavo amore la fame.

Mi dicono anche che sia molto comune.

Allora, invece di essere pazzi come me, dovete smettere di badare alla fame. Cercate la voglia di qualcosa di buono, quella che ti viene ad appetito saziato (e a quello possiamo provvedere solo noi) e ti porta a scoprire la gelateria artigianale dietro l’angolo, o quella tamponata con un aperitivo che ti porta a resistere fino al ristorante in fondo alla strada, invece che entrare dal primo kebabbaro sconosciuto. O, meglio, che ti fa andare a mangiare a casa tua, invece che prendere quella pizzetta al volo, che non è neanche forno a legna (ok, ci do un taglio).

La gente affamata fa cattivi acquisti, mi hanno detto.

Voi non fate come me. Dategli retta, ai vostri sogni.

E saziatevi da soli. Solo allora gusterete il meglio.

orsoSì, siamo stati usati. Da un amico, dai colleghi, perfino in famiglia, messi in mezzo come scusa per decisioni importanti o guadagnati all’uno o all’altro bando di una faida tra parenti serpenti. E, ovviamente, in amore. Messe lì ad addolcire una crisi post-rottura, o arruolati come passatempo in attesa di qualcuno che le interessi davvero.

Magari siamo stati noi a usare, e quando succede abbiamo sempre la scusa pronta. Se lo fanno gli altri, la nostra giusta indignazione sfocia facilmente nel vittimismo.

Chi tende a usare è di quelli che, quando si degnano di chiedere come stiamo, sottintendono in realtà il famoso “Ciao, come sto?“. Una malattia che ha afflitto a lungo anche me, il che rafforza le ipotesi che sto per formulare.

Non è mai così semplice, la sparizione di chi ci usa. Può avere molto da fare, e anche noi non è che siamo proprio liberi da impegni. Può esserci stato un litigio che ha lasciato l’amaro in bocca a entrambi. Può essere imbarazzata per essersi presa l’incarico che sembrava destinato a noi. Può essere matta da legare (e per una volta non parlo di me).

C’è pure questa situazione misteriosa a cui prima o poi dedicherò un post: il tipico “Ti ho fatto del male, QUINDI non ti voglio più vedere”. Boh!

Per non parlare delle difficili situazioni post-rottura, della serie “ma rimaniamo amici”. Seh.

Insomma, possono esserci mille scuse, tra cui una semplice e schietta indifferenza. Che non è mai una colpa, per quanto possa far male.

Ma dopo un po’ che qualcuno che prima era ultrapresente è sparito, il dubbio ci viene: non ci avrà usato? Non sarà rimasto in giro finché non gli siamo serviti a qualcosa? E poi, quando le circostanze esterne gliel’hanno procurata in qualche altro modo, o noi non ne siamo stati più provvisti, o lui/lei, semplicemente, non ne ha avuto più bisogno, be’, allora ciao. Ammesso che si ricordi di salutarci.

E magari si sarà trovato pure una giustificazione più che decente, per la cosa. Se nessuno vuole sentirsi usato, figuratevi in quanti ammettiamo con noi stessi di usare gli altri.

Fin qui, il copione che conosciamo un po’ tutti.

Adesso proporrei un piccolo cambio di prospettiva.

Niente di originale, eh, solo una domanda: ok, non gli serviamo più. Ma lui, ci serve ancora?

Perché, proviamo a essere onesti con noi stessi, in quanti casi si è trattato di un gioco a due? Di un copione che, per un motivo o per un altro, abbiamo acconsentito a recitare?

Costruendo un rapporto in cui dare e ricevere era sbilanciato verso il dare, quindi uno di quei rapporti squilibrati che o trovano un perno che si regga, seppur dolorosamente, a lungo, o collassano appena ne vengono meno i cardini principali.

Dobbiamo tenerne conto, a mio avviso, quando ci lamentiamo di essere stati messi da parte. Ma anche chi ci trova improvvisamente invadenti, nei nostri soccorsi, dovrebbe chiedersi quanto sia stato evidente il suo desiderio di riceverli, finché gli è convenuto.

Ed è convenuto, in qualche modo perverso, anche a noi. Noi con le spalle grandi, che ad aiutare a oltranza qualcuno possiamo sentirci migliori di lui. Noi che crediamo che dare tutto ciò che abbiamo sia l’unico modo per essere amati.

È qui, secondo me, che ci sbagliamo. Quando consideriamo normalità la nostra insoddisfazione, quando ci abituiamo all’idea che non vedremo mai soddisfatti i nostri bisogni, che soddisferemo sempre noi quelli altrui.

Una volta che risolveremo questo nodo (e lo so, è una parola, ma ce la si fa), non avremo più bisogno di quelli che ci usano. Non li useremo più, se preferite. Perché forse ci sono stati infinitamente più utili loro: ci hanno impedito di affrontare i nostri veri problemi.

Ad esempio, il difficile equilibrio tra ciò che vogliamo e ciò che ci diciamo di volere. Adesso che non siamo più occupati a farci usare, dobbiamo proprio trovarlo, quest’equilibrio.

E se noi siamo arrivati a questa consapevolezza prima di chi ci usava, be’, la vita si è vendicata al posto nostro.

Il passo successivo è viverla con tanta pienezza da desiderare che ci arrivino anche loro.

bambolassassinaNo, vabbe’, sta cosa di raccontarvi la favola mi fa mettere un poco scuorno.

Do you understand, scuorno?

Comunque, c’era una principessa (lo so, che fantasia), a cui regalavano una bambola. Doveva essere una bambola di quelle che nei film horror cominciano a parlare lingue sconosciute e di lì a poco si siedono a tavola e mettono il parmigiano sull’impepata di cozze, perché la principessina era proprio spaventatissima.

Tant’è vero che un giorno la prese e la nascose in un’ala del castello (perché una principessa un monolocale proprio no) che col tempo era stata abbandonata.

Quella parte del maniero, ovviamente, la cominciò a schifare, come se le sue mura di pietra si fossero impregnate dell’orrore che le faceva la bambola. Crescendo, dimenticò perfino perché le facesse tanta paura, ma insomma, fatto sta che quell’ala del castello rimaneva disabitata, e cominciò anche a proibire alla corte di andarci.

Finché, un brutto giorno (che poi quando leggevo “un brutto giorno” pensavo sempre che piovesse), dei nemici del regno vicino vennero ad assiediare il castello.

La battaglia medievale immaginatevela voi, oh, mica so’ George R. R. Martin! Alla fine, alla principessa e alla corte non restava che una sola via di salvezza: rifugiarsi nell’ala proibita del castello e riorganizzare le difese.

Ma la principessa era riluttante. Quella parte era pericolosa, era peggio dell’incendio, peggio dei nemici, perché… Perché?

Non se lo ricordava, ma comunque nenanche a parlarne. La corte si tratteneva dallo sputarle in faccia, ma avevano pure un po’ di fretta, che la fama dei saccheggi non è esattamente gloriosa.

Finché, a malincuore, la Nostra non si decise: tutti all’ala proibita!

Ora ci starebbe bene un principe, ma a noi non piacciono le storie tradizionali e poi la Nostra, una volta varcata la soglia proibita di quest’ala del castello, cominciò a gasarsi. Quello, tutt’è dare il primo passo. Quando vide che non succedeva niente, ragni cazzimmosi a parte, organizzò efficientemente le difese e riuscì finalmente a mandare un piccione viaggiatore a… Al PRINCIPE! Dai, inseriamolo qua, se no si piglia collera, anche se prima dell’assedio, va detto, la pereta non se lo filava proprio.

E alla fine, nemici sconfitti, castello bruciacchiato ma ancora in piedi, tutti felici e contenti.

Un momento… Tutti? La principessa restava col dubbio: chi m’ha cecato a chiudere sta parte del castello? (Intuirete che la sua origine è incerta, forse scandinava)

Finché, mentre tutti andavano a festeggiare e il principe pure si appropinquava a mangiare una cosina prima d’invitarla a ballare, la Nostra prese coraggio e seguì il suo istinto. Che la guidò sugli antichi passi che aveva percorso da bambina, fino al corridoio che finiva nella scaletta a chiocciola, che terminava nel giardino pensile, che sfociava in uno scalone di pietra, che portava a un attico con travi a vista, e vista mare (sì, la Nostra aveva voluto proprio assicurarsi di non trovarla più, la bambola, e il castello l’aveva progettato Calatrava). Comunque, la bambola era lì.

Un po’ impolverata, con qualche cacchetta di piccione sul vestito, e sempre ‘o cesso.

Ma, appunto, era una bambola.

La principessa, per non ammettere la figura di merda, si limitò a ridere delle sue paure.

Perché, insomma, quelle che abbiamo sono spesso false paure. Ci distolgono dai saccheggi veri, ci rovinano la vita, e quando ci decidiamo ad affrontarle ci accorgiamo che non erano proprio niente. Le loro conseguenze sulla nostra vita erano ben peggiori.

E sì, tutta sta strunzata per dirvi questo.

bienvenue-chez-les-ch-tis-27-02-2008-17-gEd è arrivato il momento tanto atteso dell’ultimo giorno di corso. Tanto atteso, perché svegliarmi alle 8 tutto agosto per andare a fare francese, uhm. Ok, mi svegliavo e mi riaddormentavo, la prof. si lamentava sempre del ritardo. E poi confesso che iscrivermi a un corso per principianti dopo aver letto La Recherche di Proust, non è stata un’idea brillante. Ok, l’ho solo iniziata. Ma la capivo, eh.

Abbiamo chiuso il corso in bellezza, con Benvenuti al Nord, quello francese ovviamente. In bellezza, perché io avrei potuto fingere di capire e le mie compagne neofite non avrebbero avuto modo di torturare ulteriormente Voltaire con qualche “Barceloné” o “giantiu” (versione brasiliana inedita dell’aggettivo gentil). Avevo visto solo Benvenuti al Sud, quello italiano, sorprendendomi della scarsa comprensione pubblica della differenza tra plagio e remake.

Essendo i due film praticamente identici, mutatis mutandis, ho avuto modo di apprezzare un’altra volta la scena in cui il protagonista “mammone” va a comunicare la volontà di sposarsi all’invadente genitrice, che con sua grande sorpresa lo “assolve” e benedice in quattro e quattr’otto.

Allora con le compagne abbiamo commentato, rigorosamente in spagnolo, che con le cose che ci fanno paura succede sempre così: ci pensi per giorni e giorni e, al momento fatidico di affrontarle, non succede niente di speciale.

Sì, ha confermato la prof. (sempre in spagnolo, conosce i suoi polli): lei aveva passato tutto il fine settimana preoccupata per il discorso che avrebbe fatto alle segretarie dell’associazione che ci ospitava. Il corso di francese non sarebbe ripartito a settembre, se non forse dal livello principianti, e lei, su nostra richiesta (giacché perseverare è diabolico), aveva acconsentito a darci lezioni private. Quindi s’era intossicata il sabato a chiedersi come l’avrebbe detto alle ragazze dell’associazione. Una una volta davanti a loro, ovviamente, era andato tutto liscio.

Quest’episodio mi ha portato a riflettere ancora una volta su questo paradosso: sarà che tendiamo a ingigantire le cose, ma, quando affrontiamo le nostre paure, scopriamo spesso che non erano poi così fondate, o che il disagio/dolore di cui abbiamo paura è più che sopportabile. Quando invece cerchiamo di evitarle, ci caschiamo dentro con tutti i panni, con conseguenze nefaste.

Mi sono quindi accorta che le principali difficoltà della mia vita, grazie Watzlawick, sono soluzioni sbagliate a problemi che non voglio vedere, sulla cui vera natura m’inganno.

Magari non sono la sola, che dite?

Allora sto facendo un esercizio un po’ scemo e molto utile: scoprire il problema di fondo, quello vero, e verificare quanto sia efficace la soluzione. Spoiler: appunto, lo è poco.

Esempio: il perfezionismo. Problema apparente: non sono perfetta. Problema reale: ho la convinzione infantile che senza essere perfetta non verrò amata. Quindi, problema realissimo: ho paura di non essere amata. Vedete un nesso patente tra essere amati e fare tutto bene? Se sì, vi do il numero di qualche psicologo, in che lingua vi serve? Pensate a tutte le persone piene di difetti “eppure” amatissime, e alla contraddizione che ci fa impazzire della persona odiosa con partner santo al seguito. Indi per cui: tutti gli sforzi che faccio per essere perfetta sono una soluzione inefficace a un falso problema.

Ma la vera questione, qual è? Non so la vostra, ma nel mio caso è il vuoto. Mi sono immaginata improvvisamente senza problemi. Le tesine di postgrado consegnate, la casa arredata e affittata, i lutti elaborati, i denti raddrizzati… No, qui si sfocia nell’utopia. Comunque. Solo un bel sogno? No, un incubo da paura! Perché, me lo dico da sola, vabbuo’? Sono tutte stronzate. A che mi servono? A coprire il vuoto, l’assenza di problemi. Perché?

Ci ho scritto una favola, una volta.

Ma ve la racconto nel prossimo post.

Cercate di non morire dalla curiosità.

Michelangelo_schienaVi racconto il presente.

Il presente è una schiena. Ampia, avvolta di bianco. T-shirt classica, a nido d’ape, credo, da lontano così sembra. Una fodera nera sulla spalla destra. Mazze da golf. Ci si potrebbe scrivere, un racconto, su una schiena ampia e bianca con una sporta piena di mazze da golf. Chissà se ci gioca lui, chissà se ci lavora, penso mentre lo seguo, attratta dal biondo perfetto, quasi abbagliante, dei capelli.

Non che lo segua, va dove vivo io. Magari siamo vicini. Ed è altissimo, quei capelli brillano quasi nel buio. Gli ho intravisto appena il volto, al semaforo all’uscita della metro, per farlo ho dovuto guardare in direzione contraria alle auto e devo essere sembrata ridicola, se ha abbassato abbastanza gli occhi da accorgersi della mia esistenza.

Due metri, decido, e poi aspetto.

Voglio proprio vedere se lo fa.

Sì, lo fa.

Il codino dorato brilla un istante sotto il neon triste del supermercato verso cui sono diretta, e poi entra.

Non è la prima volta.

C’era un’altra schiena, tempo fa, che seguivo rapita sulla Rambla del Raval. Stessa strada mia, qualche passo avanti, e io a ritrovarmi ipnotizzata come una sfigata di 16 anni in crisi ormonale. E quando l’avevo persa di vista, che gli ormoni non mi portano più a fare gli stalking che improvvisavano le amiche in paese, era successo: ne avevo ritrovato il proprietario in calle Parlament, al supermercato italiano.

E si era messo in fila alla cassa esattamente dietro di me.

Come costui.

Perché sì, succede anche ora. E la ragazza che protesta alla cassa, prima di me, fa che passi abbastanza tempo perché quei wurstel un po’ tristi, farciti al formaggio, vengano subito dopo la mia bottiglia di latte.

Ma lei, la cliente che protesta, non la guardare, mi scopro a pregare. Lei alta biondissima quasi quanto lui, col carré scalato che vorrei io, ma l’asperità di chi ha lo stomaco di contestare la “spesa minima per la carta di credito”, e il sorriso giusto per farlo.

Ricordo, difficile farne a meno. Ricordo un’altra schiena e un passato sempre meno recente, quegli accenni ad altre donne, le ipotesi indolenti su se andassi io con altri, le frasi secche, taglienti, buttate lì con folle noncuranza a ricordarmi sempre che ero solo di passaggio, che la prima bionda considerata più bella di me mi avrebbe fatta sloggiare, come è stato.

Ma quando esco col collo freddo della bottiglia tra le dita, e la schiena di nuovo davanti, non c’è quel dolore, non ci sono le notti passate a non vivere. C’è solo il presente e quella schiena bianca, che scompare dietro la banca all’angolo.

E allora, quando anche la schiena bianca è diventata passato, subito dopo, mi rendo conto.

Non è che non ci siano, il passato e le notti bianche. Ma non ci sono quanto il presente di una schiena che mi ipnotizzi nella sua andatura perfetta, che mi riporti alla vita. Ci sono, ma solo se voglio. Per un lungo periodo ci sono state anche quando non ho voluto.

Ora sì, ci sono solo se voglio.

E la differenza è che ora so cos’è presente e cosa non è, e il presente sta scritto sulle schiene che incontro per un po’, che invariabilmente ritrovo quando penso di averle perse, schiene che fantastico diventino occhi, sorrisi, mani su di me.

Finché, forse, a metà strada tra il passato e il coraggio, non diventeranno anche quello.

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