Io ho cominciato ieri, tornando a casa da incombenze necessarie. Ho dedicato gli ultimi mesi, la parte libera da impegni di studio e lavoro, al recupero, e adesso che non è più un tarlo quotidiano, qualcosa con cui lottare come l’insonnia o l’inappetenza, la domanda esce prepotente, tra i turisti che corrono senza ombrello verso la Rambla.
E ora?
A problema quasi risolto, a crisi quasi passata, a conti fatti e debiti rimessi, ci troviamo soli con la nostra nuova vita, e ci chiediamo cosa farne.
Siamo preda di quell’horror vacui di chi in condizioni normali non “funziona” senz’ansia, figurarsi dopo un momento difficile.
Perché in questa nuova vita ci siamo entrati attraverso la via stretta della crisi, e ora che siamo “venuti alla luce”, non sappiamo che farcene, di tanta aria.
E quasi quasi preferiamo rifugiarci nel conforto conosciuto del dolore, piuttosto che doverci inventare un’esistenza nuova, il cui solo pensiero ci immerge in un panico che sfoghiamo in modi diversi.
Non vi fermate un secondo, avete quasi paura di ritrovarvi da soli con voi stessi? È panico. Appena un bell’uomo vi guarda per strada, telefonate al vostro ex? Panico. Ripassate mentalmente i motivi che avreste per non starvene lì a godervi la ritrovata serenità? Panico panico panico.
Niente dà più panico di una vita serena, che però potrebbe tornare a rovinarsi. Specie se pensiamo che del suo esito una parte non dipende in nessun modo da noi, e l’altra è totalmente responsabilità nostra.
Roba da diventare fatalisti e rifugiarsi nel dolore, accusando un destino che fa sempre comodo da portarsi dietro come scusa per tutte le cose.
E allora che si fa?
Ancora una volta, si fa come i bambini.
Si impara a gattonare, a sgambettare.
C’è quest’incongruenza di aver modellato una nuova personalità attraverso gli stampi del dolore, così che è venuta fuori un po’ contorta e sformata, e ora che ha fatto tanto per restringersi, farsi piccola piccola e sopravvivere, le si chiede di espandersi all’infinito.
Perché mai, dovrebbe farlo? Qui bisogna, come sempre, lavorare di fantasia.
Come la vorremmo, questa vita nuova? Ce lo chiedevamo anche in precedenza.
Ora che niente ci insegue, cosa vogliamo inseguire noi? Ora che non ci attanaglia più la necessità di funzionare, com’è che vogliamo funzionare?
Ancora una volta, non dobbiamo rispondere subito. Ci arriviamo sgambettando, cadendo, riprendendo ad andare, imparando a correre un po’.
Nei prossimi post vi dico, se v’interessa, quello che mi sto inventando io.
Intanto ricordo con piacere, ancora una volta, che quando chiesi a una psicologa catalana quante altre volte avrei dovuto imparare a camminare, lei mi rispose, con un sorriso indulgente:
Proviamo a fare così, stavolta, prima di un esame, di un’occasione speciale, di un discorso di qualsiasi genere (da quello al matrimonio di vostro cognato a quello di fine anno alla Nazione).
Facciamolo al contrario: invece di “misurare quanto valiamo”, diamolo per scontato, che valiamo.
Solo allora ci potremo concentrare su ciò che dobbiamo dire o fare.
Avete presente quei tipi che vedono una bella ragazza e allora, per prima cosa, cominciano o a disprezzarla o a de-prezzarla, guardandola come un quarto di bue? Si preparano psicologicamente a essere respinti. Non vedono lei, non davvero, vedono se stessi e la paura di scoprirsi incapaci di sedurre.
Intendevo dire questo, quando in precedenza argomentavo che non sono mai me stessa come quando divento altruista.
Che spesso, nelle prove a cui ci sottopone la vita, cerchiamo la conferma del nostro valore. È come se gli input esterni (gli applausi, i sorrisi di approvazione) che riceviamo dovessero toccarci nel profondo e farci sentire bene con noi stessi, dirci che siamo qualcuno.
Così, se ci pensate, si crea una sorta di cerchio, in cui restiamo intrappolati: io faccio questo perché la gente mi approvi e quest’approvazione mi confermi il mio valore. È una cosa che parte da me, e torna a me, come se avessimo fatto tutto quel casino per noi stessi, e il risultato finale fosse zero. Di più: la sensazione di benessere che proviamo si perde subito nel baratro della nostra insicurezza. E, come una delle favole più cazzimmose della nostra infanzia, esauriti i fiammiferi che avremmo potuto “investire” invece che consumare, non ci resta che il grande freddo.
D’altronde, come razionalmente siamo bravissimi a intuire, se le cose vanno male non significa che siamo sbagliati noi. Se rompiamo un calice durante un brindisi a un matrimonio, non siamo dei falliti. Abbiamo rotto un calice.
Ma questo è difficile da assimilare.
Noi ci proviamo, ok? Invece di andare “dall’esterno all’interno”, facciamo il percorso inverso, desde dentro hacia fuera, come dicono i guru di qua. Non sentiamoci qualcuno perché ci apprezzano, facciamoci apprezzare perché siamo qualcuno.
In tutto. Quando impariamo a farlo, ci innamoriamo non per dimostrare a noi stessi le nostre capacità seduttorie, ma perché quella persona ci piace davvero, a prescindere dalla botta d’autostima che ci può dare il suo amore.
Lavoriamo con la soddisfazione di credere davvero in quello che facciamo, invece di aspettarci che da quello dipenda il nostro riconoscimento sociale.
Io non sono di quei guru americani del pensiero positivo che vi garantiscono che così saremo davvero corrisposti, verremo promossi, otterremo tutte quelle cose che volevamo accaparrarci quando cercavamo all’esterno una conferma del nostro valore.
Ma pensate di dover parlare davanti a molta gente, e concentrarvi sull’impresa di non farvi vedere emozionati. Cosa farete? Vi emozionerete. Se invece esordiste con “uff, che emozione, mi scuserete”, filerà tutto molto più liscio.
Spostando l’attenzione da noi a ciò che facciamo, ovvio che lo facciamo meglio.
Una volta che non cerchiamo l’approvazione altrui, possiamo ascoltare direttamente cosa gli altri abbiano da dirci. Concentrarci sull’interazione. Sulla condivisione del nostro valore e quello altrui per creare qualcosa di buono.
Ma su questo concetto torneremo la prossima volta.
Guardo le pareti e non ci credo, che non mi parlino di dolore.
Non conosco altra lingua, a volte, a volte non riesco a ordinare un hamburger senza pensare nonmiamanonmiamanonmiama.
Ma per fortuna passeggiando passa la paura, mi ricordo qual è la situazione, passeggiando nel mio nuovo barrio catalano ma non troppo, straniero ma non troppo, in cui non ci sono i pakistani a guardarti insinuanti ma dei mulatti latini a farti hooola al supermercato, e promettono grandi diverimenti.
Ma l’amore chiama ancora, nella sua assenza, e allora ti ricordi com’è la situazione: no che non ti ama, cocca, c’è quello bello là di fronte che ti sta guardando e non tanto puoi rispondere perché pensi ancora a lui. E oggi ti hanno offerto un lavoro, fatto un trasloco, fatto un complimento fatto una sorpresa e tutto quello che sapeva dire questa bambina di 33 anni che ti porti appresso, mentre giravi come una trottola per non cadere sbattuta a terra, era nonmiamanonmiamanonmiama.
Be’, la casa a questo serve. A vedere com’è un mondo in cui nonmiama e va bene.
Un mondo in cui la luna non è una chimera, basta affacciarsi alla terrazzina. Un mondo in cui chi ti ha preceduto era giovane e innamorato, non il vecchietto buono dell’altra casa, e solo la pioggia ti separa dai riflessi della candela cinese fuori al balcone.
La pioggia è entrata nella notte umida di una domenica che non hai vissuto, eri ancora altrove, dove le pareti parlano di dolore.
E ora resta l’odore di pioggia e di acqua che proprio non vuole andarsene, proprio insiste a invaderti camera e ricordarti che esiste qualcosa al di là del dolore, anche se hai paura, anche se non era previsto.
E sarebbe anche ora che prendessi la paura in mano, come il portacandele arrugginito ma ancora buono da usare, e vedessi un po’ cos’è.
Mentre il re di Spagna abdicava, io facevo la spesa per il 2 giugno. Per un aperitivo che avrebbe coronato un evento reso emblematico dai fatti.
Emblematico, e a quel punto un po’ inopportuno, visto che uno degli organizzatori si sarebbe presentato in ritardo, avrebbe farfugliato qualcosa sulla Storia che ci sfilava davanti sotto i nostri occhi, e un’oretta dopo sarebbe andato a inseguirla, perso forse tra le bandiere repubblicane di Plaça Catalunya.
Anche io avrei voluto inseguire quelle bandiere, dopo, mentre affettavo formaggio di supermercato e ci mettevo una goccina di miele, per renderlo più buono.
Ma la storia fa così, la nostra personale e “quella con la S maiuscola” (con la I maiuscola, disse una volta un ministro francese parlando dell’histoire).
A inseguirla si ha sempre un po’ paura, perché si teme il senno di poi.
Il senno di poi è una brutta storia. Ora ci sarà questo nuovo re, Felipe VI, e forse la petizione di un referendum per la repubblica lascerà il tempo che trova. Qualche indipendentista catalano già lamenta tutte quelle bandiere, repubblicane sì, ma spagnole. Mentre loro vogliono la repubblica, sì, ma catalana.
E scommetto che i principali osservatori politici sapranno già dirci come andrà a finire. Con un solo problema: non lo sa nessuno.
Nemmeno Gennaro D’Auria.
Quello che sicuramente possiamo prevedere, comunque vada, sono i ve l’avevo detto.
Le speranze si dissolveranno in una bolla di sapone? Ve l’avevo detto, punteranno il dito su Facebook.
Si avvererà almeno un decimo di ciò che si auspica in queste ore? Prevedibile, cinguetteranno su Twitter.
Il senno di poi è uno di quei mostri quotidiani con cui facciamo i conti e, dopo un po’, neanche sembra tanto brutto, ma piuttosto che affrontarlo ci rifugiamo nel cauto pessimismo che apparentemente non fa male a nessuno, perché “ci piacerebbe essere smentiti”, ma se non succede ci possiamo sempre barricare dietro il ve l’avevo detto.
Sfido io, il senno di poi lo conosciamo bene, in ogni aspetto della vita. Quando al lavoro il manager mi chiese “in gran segreto” un’opinione su un collega, per poi licenziarlo una settimana dopo e tenersi me, mi dissi che non potevo prevedere, che almeno ne avevo parlato bene, che poi un indizio sulla conversazione, al collega, gliel’avevo dato. Piansi pure un po’, come all’asilo. Poi seppi che era la politica dell’azienda, metterne tre a fare lo stesso lavoro e tenersi quello che preferivano, e la cosa improvvisamente mi sembrò meno drammatica, come se, esteso ad altri casi, non fosse più un modo di giocare col tempo della gente.
Anche in amore, abbiamo già dato. Quando veniamo scaricati per qualcun altro, un anno di sforzi, di alti e bassi per tener su una cosa che non stava in piedi diventa improvvisamente un evidente errore, di cui l’altro ahimé non si è accorto finché non è scesa questa Venere dall’Iperuranio, o non è giunto questo Principe Azzurro al galoppo, e tutto è stato chiaro. Salvo poi dare alla questione una nuova luce, quando la Venere e il Principe se la squagliano a loro volta.
Tutto vero, per carità. Ma non ci accorgiamo che il senno di poi ci priva di molte cose. Ci priva della speranza, dell’adrenalina, dell’illusione, che ormai si è capito che non sempre è un problema.
Come ci sentiamo, quando la Venere la incontriamo noi? Annaspiamo nel vuoto. Ci manca l’aria mentre lasciamo la vecchia storia per qualcosa che magari non si è ancora compiuto, ma sentiamo che è giusto così. A prescindere da come vada, quel momento è solo nostro.
E se va male, ci sarà quel limbo, quel momento in cui il nostro cuore o il nostro masochismo sfuggiranno a tutte le regole della ragione, agli appelli degli amici, a tutto quanto sia mai stato scritto sul buonsenso, e ci sentiremo dei piccoli eroi ad andare avanti nella nostra chimera, contro ogni logica. Finché il senno di poi annullerà questa sensazione liquidandola con un “Come stavo male, eh? Meno male che con te ho ritrovato la serenità, amore mio”.
Ma il senno di poi causa più paura di quanta dovrebbe, e lo fa proprio perché è una paura occulta, che non sempre ci riveliamo. La solita paura di illuderci.
Tranquilli, se non esiste il successo totale, non c’è neanche il fallimento perfetto.
Io ce l’ho già avuto, nella politica spagnola, un senno di poi. Con gli Indignados. Ai tempi sembrò che si dovesse cambiare il mondo, che le primavere arabe facessero scuola, che la politica, così come l’avevamo intesa, non esistesse più.
E invece tutto è cambiato perché nulla cambiasse. Ma è anche vero che non è cambiato nulla, perché tutto cambiasse. Che le energie degli indignados sono state convogliate in tanti altri movimenti, come la PAH. E anche ieri, quando finalmente abbiamo riposto l’ultimo vassoio unto di patatine e siamo corsi in Plaça Catalunya, vedevo lo stesso senso del gruppo, lo stesso spirito collettivo respirato nelle lunghe assemblee di piazza con quei gesti imparati con le mani per dire sì, no, cambiamo argomento.
Quei gesti non si facevano più, ma era la stessa gente che o ci credeva davvero, o non era disposta a lasciar perdere senza prima provarci. Che è la cosa che più mi piace, della mia seconda patria. Quella che mi piacerebbe trasmettere alla prima.
E a quelli che me l’avevano detto, sugli indignados, quelli che già me lo dicono ora, che sfumerà tutto nelle tinte pastello sfoggiate dalla nuova regina (una regina repubblicana, dicono), a loro forse farebbe bene, il senno di prima. Quel momento di poco senno e molta speranza che a qualcosa sempre porta, fosse anche solo l’inizio di quello che sapremo realizzare più avanti, con più energie, quando il cammino sarà più chiaro.
Quando mio fratello e io eravamo piccoli, nostra madre ci faceva lei la valigia, per andare in vacanza.
Un anno che eravamo ormai grandicelli, semplicemente, smise di farlo.
Aspettavo che il mio spazzolino si materializzasse dalla sacca interiore come per magia, come sempre, e dovetti ricomprarmelo.
Eravamo grandi, era meglio che cominciassimo a badare a noi stessi. Non fu niente di programmatico, successe e basta. All’inizio ci rimasi un po’ male, poi imparai a mettere in valigia esattamente quello che avrei voluto, invece di ritrovarmici il golfino regalo della zia con 30 gradi all’ombra o la camicetta con le maniche a sbuffo.
L’indipendenza ha il suo prezzo, ma anche le sue soddisfazioni, e non si può dire che lo scopriamo tardi, nella vita.
La questione è: se qualcuno fa per noi più di quanto dovrebbe, noi vi ci adagiamo. Lo troviamo normale.
A noi ovviamente va benissimo e l’altra persona non sembra dispiaciuta, “altrimenti non lo farebbe”.
Quando finisce la pacchia, ci ritroviamo pure a protestare, come fosse una cosa dovuta venire viziati.
So che è più complesso, ma applicavo quest’idea a varie questioni. La guerra tra i sessi, giacché in guerra l’abbiamo trasformata, funziona molto secondo i meccanismi della valigia di cui sopra, secondo me.
E qui non sto giustificando gli uomini che fino a poco fa si facessero servire e riverire senza complessi, come se fosse cosa dovuta. Era sempre stato così, perché farci caso, perché proprio loro. Ma è umano, è facile caderci, come per le donne è facile tenersi il posto in tram o il cavalier servente che automaticamente porta loro i carichi pesanti o le “protegge”… da che, ancora non si è capito.
Ma se ho capito qualcosa, ascoltando discorsi al pub di anglosassoni e scandinavi ubriachi, è che sulle donne sono capaci di dire tutti cose molto simili, la differenza, a mio giudizio, sta in quanto le donne dei vari paesi siano disposte a permettere.
Applico lo stesso ragionamento a un argomento che mi sta a cuore, ultimamente: Barcellona è in fiamme, un’altra volta. Le fiamme di pochi cassonetti sono diventate più importanti della protesta pacifica che le ha avute come effetti collaterali. E la protesta era motivata dallo sgombero di un centro sociale occupato, Can Vies, nel quartiere di Sants. Ma non tutti i manifestanti c’erano stati, a Can Vies.
Quello per cui manifestavamo era il diritto allo spazio.
Il diritto a prenderci uno spazio culturale gratis in una città in cui perfino affittare le stanze a turisti diventa un campo di battaglia, tra lobby che si accaparrano le licenze e singoli proprietari (tra cui la sottoscritta) che ti affitterebbero un letto per 20 euro a notte.
La motivazione ufficiale per la limitazione delle licenze è conservare l’identità dei quartieri di Barcellona, infestati dai turisti proprio mentre la Catalogna sarebbe disposta a inventarsi pure le tradizioni che non ha (e ne ha molte), per rivendicare la sospirata autonomia.
Ma viene spontaneo chiedersi, facendosi un giro per il Barrio Gotico o per quartieri come il Born, se quel turismo rovinapaese non fosse lì da un bel po’, e agli autoctoni la cosa sia cominciata a bruciare solo quando si sono resi conto che a lucrare davvero fossero in pochi, specie dopo crisi economica e bolla immobiliare.
Sabato, alla manifestazione, sfilavo davanti alle camionette della polizia locale, che ci accoglieva in visiera abbassata, scudo e manganello in vista. Senza citare il solito Pasolini, mi chiedevo se tutti quei sosia di Darth Vader, a parte le bestie assetate di sangue perroflauta, non volessero stare da tutt’altra parte, e lasciarmi tranquilla a manifestare. Se più forte dell’eventuale disprezzo non fosse la loro voglia di stare quieti con le loro famiglie.
È difficile in questi casi non scadere in una retorica che la prima manganellata sull’orecchio, per un sasso lanciato da qualcun altro o anche gratis, mi farebbe dimenticare in un nanosecondo.
Ma ho avuto la sensazione che tra manifestanti e poliziotti ci stessimo facendo una guerra non scelta da noi, mentre, a prescindere da quante orecchie avrebbero sanguinato di lì a qualche ora, o dalla conta dei cassonetti bruciati, i monopolizzatori dello spazio urbano se ne stavano incolumi a casa loro, unici vincitori.
E ciò che mi fa più orrore, a parte gli arrivisti di punta, che ci vuole una personalità pure a essere uno spietato arrivista, è il sospetto che la maggioranza di queste persone potrebbero essere come me, ai tempi della valigia fattami da mamma.
Potrebbero occupare uno spazio di potere graziosamente concesso da chi non si fosse preoccupato prima di difenderlo.
In fondo, quante volte la mia condizione di napoletana di ceto medio, di madrelingua italiana, ha costituito un privilegio per me senza neanche che me ne accorgessi? E quante volte, da europea, ho avuto il privilegio di approfittare o no della manodopoera sottopagata degli immigrati?
È facile adagiarsi su un’ingiustizia che apparentemente va a nostro vantaggio. Apparentemente, perché dalla parità dei sessi, dall’uguaglianza sociale, dalle valigie fatte come cavolo ci pare e piace senza disturbare una mamma già stanca di suo, ci avvantaggeremo tutti.
Quindi, ammettiamo le nostre responsabilità di sfruttatori, ma anche quelle di sfruttati.
Per inciso, delle giornate di protesta per Can Vies, alcuni giornali accusano gli italiani come pericolosi sobillatori. Non è la prima volta che si tira in ballo questa storia.
Ora, piuttosto che sentirmi offesa e fare il loro gioco, vorrei chiedermi: perché a questa società civile che mi ospita da sei anni servono capri espiatori? Perché non si arrendono all’evidenza che sono in tanti a non apprezzare l’ordine su cui la maggioranza si adagia, finché non le toccano troppo stipendi e ferie?
E che forse eliminando i quattro balordi che incendiano cassonetti, o la comunità italiana, o gli immigrati, non ricopriranno quel senso di vuoto che nessuno, ormai, può alleviare?
Il senso di vuoto di chi non ha mai imparato a farsi la valigia da solo, e pretende che gliela facciamo noi.
Se c’è un personaggio con cui m’identifico, in Trono di Spade, è Ned Stark: l’Animus ultraretto che finisce per rovinare tutti e se stesso con la sua fame e sete di giustizia. C’est moi. La mia Ombra invece (il mio lato oscuro, per chi non avesse seguito) non sa più che inventarsi per comunicarmi che sono pure Cersei Lannister: ‘na granda cessa, avida di gloria. E allora so’ pure bona?, le chiedo. Solo allora tace, Ombra dimmmerda.
Invece, per rassicurarmi dei progressi che sto facendo sulla strada della sanità mentale, ho tentato una rapida classifica degli uomini che mi piacciono in questa serie. Risultato: 1) Tyrion Lannister, 2) Jon Snow, 3) Khal Drogo. Allora ho lasciato perdere il progetto sanità mentale.
Vabbe’, a parte Khal Drogo, a cui affiderei direttamente l’impero del mondo, tanto stenderebbe i nemici con un rutto, mi sembra di capire che la tendenza sia sempre quella. Mi piacciono gli outsiders. Quelli che non sono esattamente integrati nella loro famiglia o nel contesto sociale. Ma che sono brillanti ed eccellenti in qualcosa.
Ieri, essendo rimasta al secondo volume della saga, ho letto di quando Jon riflette sul fatto di essere il fratello bastardo di un re, e si dice che il fratellino se ne starà a bere vino dolcificato mentre lui succhierà l’acqua ghiacciata di qualche fiume, oltre la Barriera.
Allora stanotte ho sognato Cersei che mi stendeva la biancheria, un curioso bucato tutto fatto di sciarpe che, sempre senza spoilerare (tanto siete tutti alla quarta serie), mi ha fatto pensare a un momento cruciale per la vita di Ned Animus Stark, una scena da perderci la testa. Come a dire che ha vinto lei, che ha usurpato il trono contro le legittime pretese della successione.
Ma allora sono Ned o Cersei? Ovviamente, la mia vita appartiene a entrambi, sono entrambi parte di me. E come il Buono e il Malo del Visconte dimezzato, di Calvino, non saprei dire chi faccia più bene. Perché i Ned Stark, con la Legge che applicano ciecamente anche quando non è giusto (pensate al poveretto decapitato all’inizio della saga) fanno ancora più male di chi almeno agisce per amore, del solito cattivo indispensabile perché la storia vada avanti.
E voi? Se la vostra vita fosse un trono, adesso chi lo occuperebbe? Qualche sovrano oltranzista che è meglio spodestarlo anche se ha tutti i blasoni al posto giusto, come Stannis Baratheon?
Pensate a Jon. È giusto che abbia meno diritti di Robb? Così va il mondo? Sì, così va finché non va più così.
Finché non vi dite che usurpare il diritto a decidere della vostra vita non è usurpare. È metterci il legittimo sovrano, quello che avrebbe dovuto essere seduto lì da sempre. Voi.
C’è una difficoltà, ovviamente. Se avete sempre vissuto da bastardi, emarginati, se vi siete identificati tanto in questo ruolo, vi sentirete sempre un po’ usurpatori a cambiarlo.
Che sia una pippa mentale vostra aiuta poco, non è una convinzione che si raggiunga con la ragione e l’ho imparato a mie spese.
Ancora una volta, l’importante è cominciare. Cominciate a buttar giù dal trono il fantoccio oltranzista che avete messo al vostro posto, e scoprire un po’ come ci si sente, a prendere decisioni.
Poi andate a braccio. A mettere Jon sul trono, se non fosse stato emarginato tutta la sua vita sarebbe stato un altro Robb, coi suoi pregi, ovviamente, ma la metà delle esperienze, delle lotte, dei ghiacci affrontati e vinti.
E allora ringraziate gli anni di emarginazione che vi siete inflitti e regalatevi un trono, da governare con saggezza e un po’ di sana bastardaggine.
Che quella, statene certi, non ve la leva nessuno.
E niente, per concludere questo discorsetto così breve e lineare, butto giù una cosa che ho pensato al parco.
Passeggiavo in uno spiazzo costeggiato da pini e improvvisamente ho sentito odore di Capri, e d’infanzia. I due profumi erano strettamente collegati, per l’amore dei “grandi” di casa per l’isola. Non quella dei turisti ricchi e degli yacht, che riuscii a non scoprire fino all’adolescenza. Ma quella del mirto, del rosmarino, della salvia.
E, sì, dei pini.
Allora nel parco seguivo quest’aroma, cercando di catturare il ricordo come una farfalla nella rete.
Finché non ho ricordato, piuttosto, che le farfalle si lasciano libere. E questi pini di un parchetto semisconosciuto di Paral·lel non sono quelli sotto Punta Tragara, oltre la roccia con la poesia di Pablo Neruda su Capri, che a 8 anni leggevo come fosse italiano, Reina de roca, en tu vestido de color amaranto y azucena, viví desarrollando…. (E credo che nella mia fantasia Neruda somigliasse un po’ a Maradona).
Non sono gli stessi pini, ma l’idea di pino è presente e viva, come il suon di lei. E questi pini sono il mio presente.
Se invece di rievocare quel profumo passato cercassi lo stesso benessere ora, da adulta contenta di tirare a campare, sarei a cavallo.
Si può applicare a ogni genere di ricordi, a tutto. Pure a me. Che da piccola storpiavo Neruda e ora lo leggo con pronuncia spagnola, ma l’idea di Maria resta anche in formato più grande. Come io sono una personale interpretazione dell’idea di essere umano.
E anche l’amore, forse non sarà più collegato a quella persona, a quelle vicissitudini che ormai diventano sempre più un ricordo, ma l’idea di amore resta, si può incarnare in un altro, respirare su un altro petto.
E non sto dicendo che un pino vale l’altro, che chiodo scaccia chiodo, che Capri o Spagna purché se magna.
Solo che siamo portatori sani delle idee del mondo, e il tempo scandisce solo il modo in cui le decliniamo.
La testa tanta che vi ho fatto all’articolo precedente è funzionale a quanto volessi ipotizzare adesso.
Il passato, si diceva, è di per sé narrazione. Possiamo decidere di manipolarlo e interpretare gli eventi come più ci fa comodo, per illuderci di star bene. Finendo magari per ripetere gli stessi errori.
Oppure possiamo usarlo come trampolino di lancio per reinventarsi, o, secondo una metafora che mi piaceva di più, come un parto di cui svanisca il ricordo del dolore ma resti il frutto, una nuova vita.
Non so, il pensiero mi ha consolato molto, nella fase più dura della mia crisi. Mi sono detta che non avevo le forze di “scegliere come reagire”, al contrario di un caro amico che ha passato molto di peggio.
Ma che, se intanto avessi imparato a seguire quella parte di me che “mi aveva avvertito” e che avrebbe saputo evitarlo, non sarebbe stato invano.
Vari mesi dopo, posso dire che non è stato invano. Il dolore non è un ricordo vago, magari, ma quello che ne ho fatto è qualcosa di vivo. È una me in costruzione. Spero di riuscire sempre a farlo, sempre che ce ne sia la possibilità (che non tutti i dolori la concedono).
Però attenzione. Cambiamo il passato ascoltandolo, non rivivendolo. Ripenso al Grande Gatsby e alla vita sacrificata a realizzare un sogno ormai sfumato, infranto da tutte cose che non potesse controllare: le circostanze (la guerra) e il libero arbitrio altrui (Daisy che alla fine si lascia convincere a sposare un altro).
La sua ossessiva ricerca del passato si sarebbe anche tradotta nella felicità, se si fosse “accontentato” della vita reale, di una Daisy tornata a lui, ma dopo aver amato un altro, una donna diversa dal ricordo e dalla fantasia che avesse avuto di lei.
E ricordate Goethe, ne Le affinità elettive, che biasima le coppie che realizzano un amore di gioventù, illudendosi di far rivivere i vecchi ardori?
Ecco, quello è il modo più sicuro di non cambiare il passato. Di riaffermarlo nella sua irreversibilità, proprio mentre cerchiamo di ripeterlo.
Se la vita ci dà una seconda opportunità, e per fortuna non è raro, non buttiamola cercandovi una compensazione al dolore sofferto. Va bene che io decida di dare un senso al passato condividendo con voi, su questo blog, le cose che mi sta insegnando. Ma se sperassi di tornare alla vecchia relazione per cancellarne la rottura, farei un danno a me, all’altra persona, e manderei tutto a monte.
L’unico modo per riuscire, in questa fantascientifica ipotesi, sarebbe tornare alla relazione nonosante la rottura, e non a causa di quella.
Meglio accettare di esserci messi in una situazione assurda, ridicola, di aver lasciato che ci chiudessero in un angolo o di essercisi messi da soli (ne parleremo in seguito), che rimetterci nelle stesse condizioni per il desiderio egocentrico e impossibile di cancellare l’accaduto.
Se la vita vi dà un’altra opportunità, vi invidio come una bestia (sorrido).
Ma rispondete al pratico questionario con cui vi viene consegnato questo regalo.
Perché lo vuoi rifare?
Per cancellare il passato e ricominciare daccapo.
Non puoi, è già successo. Sei una persona diversa, l’altro pure. Perché lo vuoi fare?
Perché ho sofferto molto, e che si ripari al torto che ho subito mi sembra il minimo.
Davvero? E chi si è infilato in questa situazione? Perché non ti sei fermata prima? Credi davvero che riprendendo qualcosa con livore la faccia meglio? Ripeto: perché lo fai?
Perché mi manca.
Ti manca questa persona o quello che cercavi di realizzare attraverso di lui? Lo sguardo di ammirazione che tu non riesci a darti allo specchio? Un’ultima volta: perché lo fai?
Perché sento che va bene così.
Anche se il passato non si cancella, se sarà difficile, se non riuscirai mai a trovare in qualcun altro l’approvazione che non ti dai tu?
Sì.
Se è così, in bocca al lupo. Riusciteci anche per me.
Innanzitutto perché il passato è una storia che ci raccontiamo, e che cambia nel tempo a seconda dell’età e della prospettiva che adottiamo: al master avevo questo corso fighissimo, Gender, Time & Change, in cui facevano notare che le interviste ai veterani di guerra raccoglievano le impressioni di anziani ormai completamente cambiati, rispetto ai ragazzi che avevano combattuto.
E provate a chiedere a una coppia “come si siano conosciuti”. Vedrete quanto si siano costruiti una specie di favola romantica di qualcosa che potrebbe raccontarsi in mille modi diversi.
Oppure, avete mai discusso con un ex su come vi siate lasciati? Il “sono confuso” dell’epoca diventerà facilmente “già sapevo di voler chiudere la storia”, a seconda di come gli sia andata con quell’antra zzzoccola (cit.). O pensate al parente che ricorda lo zio anziano e coriaceo appena defunto: “Era un bravo vecchio, in fondo mi è sempre stato simpatico”. Davvero? Anche quando gli hai lanciato quel fermacarte?
Visto? Il passato è narrazione. Non possiamo cambiare gli eventi, e se ci sforziamo di essere responsabili e onesti con noi stessi ne faremo una narrazione diacronica, ricordandoci come l’abbiamo presa all’inizio, e come la nostra visione dei fatti si sia trasformata e perché.
Ma niente ci vieta di dare un senso al passato facendone buon uso. Esempio forte? I superstiti della Shoah, i vecchietti che distribuiscono fotocopie coi numeri tatuati su braccia secche, mentre parlano a studenti dell’orrore. Io non so quanto ci sia, in quell’impegno “perché non succeda mai più”, del disperato tentativo di dargli un senso. Poi Viktor Frankl m’insegnò che perfino in lager gli esseri umani hanno la famosa libertà di scegliere “come reagire”. Figurarsi fuori.
Tra le tante cose che ho pensato quando ho avuto la mia crisi, c’è stata quella che niente e nessuno mi avrebbe tolto quella sofferenza, ma a non ricavarci nulla di buono sarebbe stata pure inutile. Magari il dolore non dev’essere per forza utile, ma se avessi imparato qualcosa, se, ancora meglio, avessi usato quest’esperienza come trampolino di lancio per cambiare vita, allora, ripensandoci un giorno, l’avrei perfino benedetta.
Pensateci, a qualcosa che vi angustiasse 10 anni fa. Ricordate come vi sentivate allora? E adesso non vi resta soprattutto un’ombra di malinconia, come se a soffrire del ricordo fosse una foto in bianco e nero di voi? Probabilmente, scusate l’ovvietà, succederà anche con quello che vi affligge adesso.
Cosa resterà, invece?
Dicono che molte madri dimentichino i dolori del parto. Se così fosse, sarebbe l’esempio più concreto di quello che cerco di spiegare: 10 anni dopo è sparito il dolore e ti trovi un figlio bello che cresciuto.
L’ideale sarebbe seguire l’esempio.
Che il dolore almeno partorisca per noi una nuova vita. Preferibilmente migliore di quella di prima (perché sappiamo che c’è chi, soffrendo, diventa triste e coriaceo come lo zio del fermacarte).
Quindi, più che manipolare il passato, trasformando la nostra versione dei fatti in contentino o giustificazione, dovremmo usarlo come materiale di costruzione, come il Didò. Schiacciarlo tra le mani, per quanto possa fare male, e plasmarlo in modo da costruirci un presente, e un futuro come piace a noi.
Come farlo?
Per oggi mi fermo qui, che vi ho già fatto una testa tanta.
Mi è venuta un’immagine terribile: se vi lasciano per qualcun altro, andate sotto casa dell’ex tipo Mario Merola in Guapparia (un film allucinogeno che va guardato almeno una volta nella vita). Portatevi proprio ‘o cuncertino dietro, amici dotati di chitarre ecc. e cominciate a cantare tutte le nefandezze dell’amata finché non scende l’altro a sfidarvi a duello.
No, vabbe’, scherzo, ma quando cominciate ad avere ste visioni psichedeliche, con in corpo solo un sorso di tisana, significa che state guarendo.
Anche perché secondo me, per i lutti di ogni tipo, esiste davvero un tragicomico duello tra due parti di noi che non capiscono che andare a braccetto converrebbe.
Quando muore qualcuno che ci era molto caro, quando dobbiamo lasciare per forza il posto in cui vivevamo, in ogni genere, davvero, di lutto, sopravvivere sembra quasi una vergogna. O meglio, un tradimento. Verso quello che siamo costretti a lasciare e in qualche modo ci definiva, era parte delle nostre giornate e di tutto quello che eravamo.
E se muore una parte di noi, a volte viene spontaneo chiedersi perché non la seguiamo. Un momento. Ho scritto “spontaneo”?
In effetti, se il primo duellante è il nostro ego iperrazionale che finisce per cadere vittima delle sue stesse identificazioni, il secondo contendente della lotta interna ci sembra quello più rustico, diciamo, uno zoticone. Quello che vuole andare avanti a ogni costo.
Quello che, se glielo lasciamo fare, si permette perfino di farci trovare qualcun altro da amare ancora di più, o trattenerci i migliori ricordi del caro estinto e augurargli buon viaggio, o farci chiamare casa anche la nuova dimora.
D’altronde ce lo dicevano, i libri di scienza e le maestre alle elementari: siamo animali, il vizio della sopravvivenza non lo perdiamo.
A questo punto mi chiedo se non sia il caso di sopravvivere a noi stessi, a quella parte di noi che s’identificava in quella persona (come se le appartenesse), in quel lavoro interinale, in quella casa (come se prima e dopo di lei non nidificassero gli uccelli sui suoi alberi, sempre diversi, sempre uguali).
Per fortuna, mentre io mi chiedo tutte queste cose, mentre la mia mente gira a vuoto programmandosi i suoi stessi cortocircuiti, il corpo va avanti da solo, senza chiedersi né chiedermi il permesso.
E allora mi faccio un’ultima domanda, mi chiedo se l’eroe non sia proprio lui, il corpo. Il cuore che comincia a battere quando siamo ancora nel ventre delle nostre madri e continua imperterrito nonostante i colpi che ci infliggono e che gli infliggiamo, ansioso solo di riprendere il ritmo della vita.
Che a volte si fa duro e incomprensibile, ma se avessimo la pazienza di seguirlo anche noi, invece di perderci nei labrinti della mente, ci accorgeremmo che quasi sempre finisce per avere un senso, una melodia, un motivo portante, perfino per le nostre menti ultraraffinate.