A volte il treno ti ferma senza preavviso in stazioni che non ricordi.
Ma ricordi quando ci passavi fuori.
Io ricordo una mattina d’inverno, durante le feste, come ora. Ma diversi anni fa, un inverno vero.
Un incontro di lavoro, se così si può dire, se si può chiamare lavoro quello che a 20 anni è passione. E infatti l’incontro era con amici, e c’era anche una coppia.
Anch’io ero fidanzata, ma le cose andavano male.
La coppia partecipava ai discorsi, alle decisioni da prendere, ai sistemi per raccogliere fondi.
E a un certo punto mi resi conto che avevano i piedi intrecciati, il destro di lui al sinistro di lei. Mi avrebbe anche fatto tenerezza, se non mi avesse ucciso.
Ma a quei tempi amavo morire di morte lenta.
E al ritorno, nella mia Micra scassata, blu per me e i giapponesi, viola per il resto del mondo, l’autoradio difettoso mi propose una canzone che non avrei scelto, un successo di quell’anno che trovavo sdolcinato.
E allora per tre minuti, solo tre minuti lasciai che qualcuno gridasse al mondo, per conto mio, che avrei lasciato tutto quello che avevo, da vera egoista e sconsiderata e cattiva amica, e sognatrice ridicola, senza speranza. Ma avrei lasciato tutto per essere per lui come neve, quella che dalle mie parti non cade mai se non metaforicamente, e a volte farebbe bene a cadere.
E invece ci sono questi inverni che sembrano sempre più primavere, signora mia, così il cuore non ti si gela mai davvero, resta sempre ghiacciato a metà, e l’altra ridotta in cenere.
Ma erano i miei 3 minuti e i miei 20 anni.
Ed è quasi comico che mentre scrivessi mi contattasse a sorpresa quello della neve, a ricordarmi che ho ancora freddo, ma si è sciolta da tempo.
Uno trotterella sul Corso all’ora dello struscio, e fa ciao con la mano alla poliziotta che entra in macchina, al posto del passeggero, per una manovra improbabile in mezzo alla folla. La poliziotta gli dice ciao, a voce.
Un altro lo fa a me, ciao ciao, dalla macchina. Non capisco subito se è una bimba o un bimbo, e allora per non sbagliare quando scende dico che bell*@#… La mamma sorride.
Un altro non è più un bambino, anzi, il 22 sera mi dice che già sa che regali avrà a Natale, perché lui a Babbo Natale non ci crede più e li ha scelti coi suoi. Suo fratello, che poverino ci crede ancora, lo scoprirà solo il 24 notte.
Un’altra ammira il mio presepe. Per farlo ci vuole molta indulgenza o tanta fantasia, e la seconda non le manca. Le luci sono mezze fulminate, i pastori piccoli sono spariti e quelli grandi si affollano davanti alla grotta, come se lì distribuissero iPhone. Ma lei guarda incantata. A casa sua fanno solo l’albero.
– Come si chiama, questa?
Angela. Meno male, mi ha chiesto l’unica pastorella che ricordo ancora. Ah, no, so pure quella che munge la capretta.
– Ruth – la presento.
Annuisce seria, non ha mai sentito il nome. Io lo scoprii proprio alla sua età, credo. La mia Cenerentola preferita, della Bibbia, dopo Ester.
Un altro è bello e qualche anno fa ne avrei fatto uno così, magari altrettanto bello se avesse preso dal padre. Ma non so se il genitore mancato vorrebbe essere associato a questo delizioso nasino un po’ indiano (“India maricón! Tú qué gusta más, India o Pakistan?”, “Pa-Pakistan?”, “Bien! Muy bien!”). Appena mi vede si nasconde dietro la mamma bionda, poi giochiamo a scacchi. Ma mancano pedine. Allora lui si scoccia e fa a modo suo: mi mangia un alfiere col pedone, ma in verticale, e per comodità mette due cavalli nella stessa casella, così mi attacca meglio.
Le regole cambiano ogni volta che sta perdendo lui. A un certo punto annuncia “la regina è sudata”, e la mette a bordo tastiera.
– Anche i grandi campioni si riposano – spiega.
Infine, si prende tutte le pedine e non me le vuole dare più. Allora lo inseguo, rovesciamo una sedia, finiamo sotto al tavolo (lui letteralmente), re e pedoni si sparpagliano insieme in un’allegra anarchia.
– La bambina sembri tu! – grida mio padre, che sotto al tavolo a rincorrermi non ci è finito mai.
E io sorvolo sul cognome che avrei voluto per i miei figli, anche se la questione al paese si ripropone facile, specie se quell’assassina di Rai 3 mi piazza a tradimento Nuovo Cinema Paradiso. E penso all’ultimo bambino, quello che non vedrò mai.
Figlio di una che lo voleva con un altro, tanti anni fa, e poi l’ha fatto uguale.
E allora mi chiedo se essere una bambina coi bambini fa di me una brava madre, o una brava bambina.
– Hai notato che il censo delle persone in strada è piuttosto basso? Ne possiamo dedurre che allo struscio partecipa soprattutto gente che non può permettersi di uscire di casa…
– Ua’, uagliu’, chillu llà è chiaramente ‘o sosia ‘e Luiggi!
Tradizione paesana che ho sempre seguito poco e niente, tant’è vero che la prima volta nella mia vita me l’ha nominato una signora di fuori.
Ma quando mio fratello mi ha proposto la passeggiata del 24 pomeriggio ho accettato entusiasta: niente di meglio che vedere un posto attraverso gli occhi di chi ci vive.
Ora, sarò l’unica ad applicare questo principio al proprio paese, ma considerando che conosco meglio le stradine del Raval (e mi ci perdo ancora) che quelle intorno la Basilica di San Sossio, mi concedo questa licenza, che da noi di licenze se ne concedono assai e a sproposito.
Prima di scendere, per documentarmi, risento una poesia di Viviani sull’argomento, e ne deduco che in passato fosse un’occasione per truva’ ‘a ciorta, trovare la fortuna sotto forma di marito: un’espressione che da sola è un trattato sulla condizione femminile a Napoli.
Me lo conferma mia nonna, 93 anni:
– Buono struscio. Trova…
Occhiolino.
– Cosa?
Altro occhiolino.
– Diventerò bisnonna…
Evito di fare scongiuri e mi avvio verso il Corso.
O quello che ne resta, invaso da una fiumana di cappotti scuri. Abituata a Barcellona e a gente di tutte le dimensioni, come i pastori nel presepe, mi riscopro di nuovo di altezza media, e penso agli amici olandesi che ne riderebbero. Solo i bellissimi ragazzi neri che vendono borse Guess contraffatte alzano un po’ la media.
Ma le nuove generazioni sono più alte, e i biondi spiccano ogni tanto tra le belle brune dai lineamenti delicati che si affollano fuori al bar per l’aperitivo. Le è sono molto aperte, quasi a, le a quasi o. Andando verso Piazza Riscatto, tra le bancarelle di dolciumi e i pescivendoli che (per fortuna) sciarmano, le taglie aumentano. E mi chiedo sempre perché i 15 anni, da noi, sono sinonimo di quelle bellezze opulente che durano una stagione. Come Hélène Lagonelle, nel libro che amavo quando a fare lo struscio ci andavo da sola, a caccia di un tizio che ora a stento ricordo di guardare, scorgendolo sotto al suo portone.
– Camminiamo al centro strada, vieni.
Una parola. La fiumana è continua e invalicabile, anche se mi chiedo chi compri ancora CD pezzotti ora che la musica si scarica. E le sciarpe a 3 euro? Prodotti italiani, non cinesi, promette una bancarella, quindi invece degli schiavi con gli occhi a mandorla li hanno fatti quelle ragazze che lavorano a 2-3 euro all’ora negli scantinati vicino casa mia, e che almeno prima della crisi lasciavano la macchina per cucire per sposarsi a 20 anni.
Ora camminano tranquille coi fidanzati, che dal canto loro sfoggiano giubbini simili e si baciano in continuazione per farsi gli auguri: una pratica che quei nordici che chiamano ricchioni l’estate a Mykonos (perché magari non si girano a ogni culo che passa) riterrebbero poco virile.
– Questo è un carissimo amico di mio cognato.
– E pecché – s’indigna il presentato – a te nun te so’ cumpagno?
– Chillo è architetto, geometra… Una cosa così.
E poi fanno il nome del concittadino del momento, nonostante la ragazza della medaglia d’oro alle paralimpiadi, come si lamentava una cugina al tradizionale pranzo del 24, a base di pizze.
– È passato Insigne cu’ ‘n esercito ‘e guagliune appriesso!
– Puveriello!
Manco Insigne ha rinunciato allo struscio, a disperdersi in quel fiume di cappotti che ora mi sembra un fiume vero, che scorre via come tutte le cose. Ma che intanto è sempre là, ogni festa comandata, anonimo e inesorabile.
E noi siamo gli schizzi di tempo che si lasciano scorrere, ma a modo loro.
Ripensai ai fogli lasciati in sala, appunti di catalano, articoli d’opinione letti a bassa voce e commentati in tre minuti d’orologio. E risposi di no, che il giorno dopo avevo l’esame.
Adesso non sarebbe crollato il mondo, come farà sicuramente oggi (e in effetti è già in ritardo, poteva almeno risparmiarmi il terzo giorno di ciclo), ma mi sarebbe piaciuto andarci anche pagando il biglietto, figuriamoci così, all’improvviso e gratis.
Poi avevo ripensato a me stessa nei corridoi del liceo, il giorno dell’esame di maturità, mentre dicevo a mio padre venuto a curiosare che non ero pronta per l’orale, mi ero organizzata male, avevo studiato troppo certi argomenti e meno certi altri. E lui mi aveva confessato che alla vigilia del suo, di esame, aveva avuto la stessa impressione.
Quindi niente, 13 anni dopo pensavo di non voler ripetere lo stesso errore.
È un grande lusso, non ripeterli.
Rendersi conto che a fare le stesse cose, ottieni sempre gli stessi risultati. E allora meglio cambiare.
C’è anche il vantaggio che ormai a quasi 32 anni mi si considera ancora giovane, ma intanto ho l’esperienza delle cantonate precedenti.
No, davvero, quello di trovarsi in una situazione già vissuta e agire diversamente è una bella cosa. Indipendentemente dal risultato.
Perché proprio l’esame del giorno dopo lo feci maluccio, o quella fu la mia impressione, mentre l’orale, di lì a una settimana, mi vide infinitamente più sciolta nonostante fossi uscita la sera prima, per parlare un po’ con un’amica madrelingua.
Ma almeno, rispetto alla 18enne stakanovista che alternava nottate sui libri a svaghi eccessivi, avevo provato a cambiare un po’ il corso della storia.
Non come il lontano venerdì sera in cui un’amica olandese, oggi scrittrice fidanzata con un italoperuviano, allora neoguiri festaiola, mi vide baciare un regazzetto di Bordeaux (città di cui ho provato tutto, tranne il vino). Io ero alticcia, lui aveva 7 anni in meno a me e svariati kg di cazzimma in più, nonostante non fosse il partenopeo dei due.
– What are you doing? – mi sussurrò l’amica, ridendo imbarazzata.
– Making mistakes. As always.
Quello no, magari, ma certi errori li benedico ancora. È un discorso un po’ scontato, dosoncricchiano, e il peggio è che ci credo. Non rifarei tutto daccapo, ma a volte gli errori cascano a fagiolo.
Andare a vivere da sola a dottorato finito e ingegnarsi per permetterselo. Partecipare a un ridicolo progetto politico e imparare a dire di no.
Prima di prendere un aereo, poi, ho fatto alcuni degli errori più belli della mia vita. La prima volta almeno ho fatto scacco matto a Charlie Chaplin, che il suo amore eterno manco l’aveva mai baciato. L’ultima, invece, ho fatto le cose per bene. Come la Locatelli. Ho detto tutto quello che andava detto, fatto tutto quello che andava fatto, sofferto quello che andava sofferto, sperato quello che andava sperato.
La voce alle mie spalle è la stessa della ragazza dei baretti di Telegaribaldi, mi aspetto da un momento all’altro che dica alla sua accompagnatrice “che intalliata!”.
E invece si lamentano dell’aereo che potrebbe non partire.
Ma come? Siamo già tutti in fila all’Aeroport del Prat, sul display è scritto sempre Nàpols 11.45, con la benedizione della Vueling… Io, poi, ho una certa esperienza in fatto di voli annullati, quindi mi preparo già a chiedere lumi, quando una delle due ragazze bisbiglia:
Cerco l’oggetto dell’avvistamento e intravedo solo un cappotto fucsia a metà fila, che riesce a essere più sgargiante del mio. Accanto, una testa leonina con varie ciocche frisé.
– Non c’è niente da fare, le vrenzole si riconoscono subito.
A questo punto mi giro. Approfitto del fatto che non abbiano capito l’annuncio, né in spagnolo né in catalano: passano prima i passeggeri delle file 16-31.
Scopro che sono grigie. E con rara inclemenza mi dico che è un autogol discriminare una perché “vrenzola”, se con gli stessi criteri spietati ti possono giudicare direttamente racchia.
Le vrenzole, invece, l’annuncio l’hanno capito eccome.
E sono tutt’altro che racchie, constato attraversando con loro il corridoio che porta all’aereo. La biondina ha raggiunto le cinquanta sfumature di fucsia, ombretti compresi, e sua sorella maggiore ha delle unghie in ceramica che io romperei appena uscita dall’estetista. Prendono bonariamente in giro la madre che soffre di claustrofobia, rispondono senza complessi in napoletano a un signore che cerca di confortarla, in una situazione simile al castellano-català locale. Poi chiedono in perfetto spagnolo alla hostess se una delle due può restare un momento fuori con la genitrice impaurita.
– Mo’ te dammo ‘n’ ata pastiglia, mammà – ridono, contagiose.
Due ore dopo, aspettando i bagagli, parlo anch’io la mia prima lingua senza complessi, chiedendo in italiano alla maggiore se la signora sta bene.
Stavolta è lei a passare all’italiano, con me, lo stesso che mi succedeva a Forcella, quando ci vivevo da fuorisede.
– Eh, abbastanza bene, solo che si è sentita un poco male nel… comme se dice?… nel tunnel.
L’idea di un tunnel nei cieli mi fa pensare mio malgrado al “poligamo industriale” di una choni spagnola. Un tempo credevo che choni traducesse genericamente tamarra, poi ho scoperto che aveva una connotazione regionale (andalusa e derivati) che sapeva molto del nostro “terrona”.
Le choni restano quelle che vanno a donare gli ovuli, a mille euro alla volta, nelle cliniche di fecondazione eterologa a Barcellona, e vengono “nascoste” nei sotterranei o in un altro padiglione. Così le raffinate quarantenni francesi e italiane che ricorrono alla provetta credono che i loro figli abbiano il DNA di una studentessa universitaria, come promesso loro dal dépliant. E perfino un’amica colta e sensibile si chiedeva quanto potesse “contaminarli” geneticamente una simile madre naturale.
Ma credo che questo classismo a Napoli sia vero e proprio razzismo, una separazione quasi etnica, come dissi a un incontro a Barcellona con Antonietta De Lillo, regista de Il resto di niente. Tra il ceto medio napoletano e la maggioranza della popolazione c’era la stessa distinzione linguistica e presa di distanza che trovavo ora nel Raval di Barcellona, tra gli immigrati e l’assente popolazione locale. La regista mi rispose che il mondo si stava napoletanizzando, purtroppo, e non solo nel bene.
Resta il fatto che, parlando con gente di tutto il mondo, ho notato fenomeni simili solo in Messico (“i poveri sono poveri perché vogliono esserlo”) e in Brasile (“bombardiamo le favelas, lì c’è solo gente criminale”). Insomma, in contesti di grande povertà e magari differenziazione linguistica (tra una lingua nazionale imposta e svariate lingue locali), in cui per emergere devi prendere le distanze da chi sia rimasto “in basso”, che, abbandonato a se stesso dalle istituzioni, continua a sprofondare.
Mi domando se il mio gusto per il trash sia altrettanto razzista. Non lo confondo mai con la spocchia di certi gruppi facebook, presto abbandonati, che con la scusa di postare errori grammaticali divertenti fanno lezioni sul “parlar bene” (leggi “parlare italiano”). E mi conforta che Nino D’Angelo, ad esempio, ci marci eccome, su questo suo revival. Comunque a me piace sfottere tutti, specie chi ne ha più bisogno. Me, per esempio.
E i chiattilli, a cui somiglio sempre più, sono così noiosi da sfottere.
Il tizio mi indica pure la foto, un primo piano particolarmente intenso appeso alla parete maculata del Sor Rita, mentre il suo ragazzo collassa bellamente dallo sgabello accanto al suo.
– Eh, magari! – scherzo. Non che mi sembri un gran complimento, ma arrivarci, così, a quell’età. Senza la fioritura tardiva di tette, però, sarebbe un cambiamento troppo grande.
E poi come fa questo qui, che con un soffio di vento se ne cade, a stare con quel bruto, mi chiedo ingenuamente mentre lui si avvicina al mio volto, rivelandomi che ha mangiato chorizo con molto aglio.
– Hai begli occhi, tesoro. Come lei. Bel taglio. Solo, non metterti più quest’orribile matita blu.
Per la cronaca, la matita è verde, bicolore, di quelle scampate alla crisi di Peggy Sage.
L’amico che è con me torna al tavolo pure con la mia bibita, di fronte al Kamasutra delle Barbie.
– Questa matita la metto quando voglio che i miei occhi sembrino azzurri…
– Oliva, cariño. I tuoi occhi sono color oliva.
Sempre per la cronaca, i miei occhi verdognoli, cangianti sull’azzurro, con macchioline castane, furono la disperazione di due impiegati comunali al momento della prima carta d’identità. Nella seconda furono definiti “grigi”, nella terza “cerulei”.
– E sono molto belli. Solo, non metterti mai più quest’orribile matita blu.
Ride, divertito e schifato dalla mia mancanza di gusto.
Gli incontri che fai al Sor Rita. Di per sé un gioco di parole tra “suor Rita” e “zorrita”, zoccoletta. Tra mutande leopardate in pizzo (in vendita) e fotografie di pornostar.
Mi è andata bene, però. L’ultima volta che scattò un totosomiglianza con gli amici, fui ribattezzata Alessandra Mussolini, e non osai chiedere se somigliassi più alla parte Benito o alla parte Sofia Loren.
Le imboscate per la serie “sai che somigli a…” hanno due possibili effetti:
1) illuminazione. I difetti che avevi deciso non si vedessero tanto, si notano eccome (che ne so, del naso ti preoccupa la gobba e ti paragonano a una che ha la tua stessa narice a pupaccella);
2) figura di merda. Ti paragonano a una bellissima, che ovviamente non c’entra una ceppa con te. E per contrasto passi assolutamente per racchia.
Il secondo tipo di paragone lo scatena in genere un solo pazzo, improvvisamente rapito da smania comparativa, mentre chi lo circonda cerca di dirgli che vaneggia senza infierire troppo sulla tua autostima.
Il peggior caso mi capitò in Piazza Fuga, al Vomero, quasi 10 anni orsono. Già mi ero fatta un percorso in macchina che non capivo come ci fossi arrivata, litigando pure con un idiota per chiedere informazioni. Entrai stremata da un fruttivendolo e un cliente saltò con tutta la busta:
– Ma la signorina non somiglia ad Anna Falchi?!
Silenzio di tomba.
– Ma sì, è uguale! – insisteva quello. – Guarda… Guarda.
Il fruttivendolo mi venne in soccorso:
– Forse, gli occhi…
Dite sempre gli occhi. Alla fine brillano, se non sono proprio strabici sono una fonte di salvezza. Ma quello continuava, deluso dallo scarso appoggio e a maggior ragione infervorato:
– No, no, somiglia proprio ad Anna Falchi!
Ora, la mia buona memoria mi condanna a ricordare ogni dettaglio del mio abbigliamento. Scaldacuore lilla di Piazza Italia su canotta bianca (temo alzata sull’ombelico), e una gonna lunga viola cangiante, che giuro che ai tempi le mendicanti rom mi sfottevano “zingara” per strada.
Presi in fretta qualsiasi cosa avessi comprato e scappai da là ripromettendomi di non tornarci più.
Voi a chi somigliate? Vi auguro di essere unici, pure nel vostro scunciglio. Altrimenti giocate al ribasso, da piccola quando dichiaravo di somigliare a Ursula della Sirenetta ho avuto belle soddisfazioni.
Poi, ahimé, si cresce e rischi di sentirti dire “Ah, ma sai che un po’, la gobba del naso…?”.
(mai nessuno che mi dica che somiglio a Sarita Montiel)
E prima ancora che il pareggio diventasse 3 a 2, contro il Bologna, in casa, il cameriere bellillo, eroe assoluto delle mie serate Napoli, già dichiarava:
– Simme state sfurtunate. Chiste hanno fatto 2 tire, 2 gol.
E uno degli spettatori fissi gli rispondeva con una domanda:
– Ma allora simme sempe sfurtunate?
Mercoledì torno per le feste al paese degli eterni sfortunati, contenta di riabbracciare i miei e meno entusiasta del tour de force che aspetta chi preparerà piatti che manco mi piacciono, e per 10 persone alla volta: Alessandro Siani in merito ha già detto tutto. Gli sono particolarmente grata, del resto, perché un anno fa tradussi il suo monologo dal napoletano al catalano per un’apprezzata presentació sul Natale a Napoli. D’altronde è tutta una società che è così: ricordo i pochi, timidi tentativi degli uomini di casa di aiutare. Banditi dalla cucina fino alla Befana!
Meglio concentrarmi sulla valigia, va’. Ancora non l’ho messa al centro del salottino pezzotto, ma so già che, come sempre, riscoprirò che il corpo può essere un problema. Che la minigonna viola e quella nera (che qui passano beatamente inosservate tranne che per pakistani e italiani) meglio che restino qua. Anche se da più di un decennio non ho l’età per le postegge in motorino (Pppella, ti posso conoscerti?), dalle macchine in corsa a Piazza Garibaldi gridano ancora, magari con una donna a bordo, Bionda, beato chi ti monta!, e vaglielo a spiegare che non è una rima ma un’assonanza.
Ma per farla bene, la valigia, mi basterà ricordare il giorno dei referendum, l’anno scorso, l’ultimo voto di mia zia (classe 1915), quando volevo presentarmi al seggio con una canotta che si annodava sotto la schiena e mia madre m’impose una giacchetta, perché “non le sembrava rispettoso per gli scrutatori”. Non capii mai se non fosse rispettoso avere caldo o avere una schiena.
Ma ho cose più importanti su cui riflettere. Anzi, no, su cui sentire. Perché un’anima saggia mi ha spiegato che pensare, penso bene, quello che non so fare è sentire. Quindi è meglio passare le feste a capire cosa sento sulla serie di progetti che si profilano all’orizzonte per l’anno che viene. Mi è venuta in mente una canzone che non ricordavo da quando uscì, strano quando succede e ti accorgi che ora la canticchi con voce da donna.
Il giardino aiuterà, anche se ormai è distrutto. Quello in cui il nonno allevava galline e suo fratello seminava, così che le galline uscivano dal pollaio e gli mangiavano tutto. Il nonno era laureato, lo zio analfabeta. Gli correggevo i nomi delle piante, per me il napoletano era un errore di grammatica: “Vasinicola”, faceva lui, e io petulante “Basilico”. “Petrosino”, “Ma no, prezzemolo”. E, ovviamente, l’accio. La prima volta che comprai sedano in Catalogna non sapevo come si dicesse in spagnolo, quindi mi avvicinai al fruttivendolo quasi emozionata, con una curiosità tutta nerd di scoprire in un istante il percorso che aveva fatto nei secoli il latino apium. Apio. Non male.
Peccato che gli alberi non ci siano quasi più. I limoni a cui tendevo la pargoletta mano, prima di decidermi a usare l’apposita retina. Resta l’albero di arance. Quello che battezzai.
Avevo appena letto dalle suore un testo su un albero che diceva a un monello (erano sempre maschi) di non spezzargli i rami perché gli offriva frutta e riparo, e decisi che aveva ragione. Quindi, per riguardo verso il mio albero di arance (che in verità mi offriva frutti abbastanza aspri di cui avrei fatto a meno), decisi di regalargli la cosa più importante che mi venisse in mente: un nome. Così presi un gesso e nella grafia incerta che non avrei mai migliorato gli scrissi sul tronco: MARIO.
L’avrei scritto anche di recente, per scherzo, su altri tipi di alberi. Però il nome originale si è stinto chissà da quanto tempo.
Meglio così. L’urgenza dei nomi è una cosa tutta nostra.
E poi sarebbe ora che si chiamasse un po’ come gli pare.
E che ne so, io mi sono decisa all’ultimo momento, pure perché degli eventi di ItaliaES m’ero già persa Travaglio e la Ferrari per dare l’esame di catalano.
Non li conoscevo nemmeno, a “sti due”.
Voltarelli l’avevo cercato su youtube a poche ore dal concerto e mi era piaciuto subito.
Quanto a Dente, però, avevo scritto a un suo compaesano esprimendomi esattamente in questi termini: “Non è che mi abbuffo la uallera?”.
Le due strofe sentite in contesti poco atti all’ascolto rivelavano un umorismo un po’ surreale, che avevo definito nordico con criteri simili alla brasiliana che guardando me, una tedesca, una svedese e una rumena aveva dichiarato: “Voi europee non sapete muovere i fianchi” (le avevo risposto credici). Poi youtube mi aveva fatto proprio sospettare qualche caso di uallerite.
E invece no. Una volta persami tra gli adorati (seh) vicoletti di Gràcia fino a trovare il CAT, ben nascosto ma bello assai, mi sono sentita trasportare fin dalle prime note. E che mi piaccia uno al primo ascolto, e uno così, ormai è difficile. E invece più scherzava sui suoi virtuosismi alla chitarra, vera forza delle sue canzoni, più mi sembrava perfetto, pochi suoni essenziali e intermezzi divertenti tra un’occhiata e l’altra alla scaletta, giacché è l’unico artista che quando si esibisce da solo ne scrive comunque una.
Ma per me è proprio una scoperta. Vieni a vivere mi consegna a quella tranquillità che vorrei per casa mia, A me piace lei mi regala un po’ d’inquietudine sulle “lei” da poste del cuore, sempre lì lontane e immobili (come i lui) mentre la vita scorre.
Fortuna che c’è Beato me a citarmi cose belle.
Dopo di lui era dura suonare, e invece bum, ciclone Voltarelli, col suo spagnolo creativo, i risvegli la domenica in paese con gli strilli del “piattaro” del mercato, e il revival di Luciano Rossi e Ignazio Buttitta . Pure l’intervento, inaspettato e gradito, di Piero Pesce (che, come ci fa notare con sorpresa Voltarelli, di faccia è tale e quale a Gianfranco Giannini).
Una sola cosa, Peppe, core d’ ‘a vita mia. Quando hai detto che “noi stiamo coi perdenti” ed è partito l’applauso non mi è piaciuta la spiegazione: se fosse perché hanno perso ingiustamente ok. Ma poi hai affermato ridendo che se vinceste sareste irriconoscibili, e hai fatto ridere pure me. Ma temo che gli italiani all’estero che hai simpaticamente sfottuto (non quelli anziani immigrati per fame, ma i miei), a volte pare che vogliano perdere. Vincere è faticoso. A perdere fai quello simpatico un po’ “boemio” che non ha avuto le occasioni giuste dalla vita. Quindi non istigare!
Invece, grazie per esserti dimenticato il testo di 4 marzo 1943, il gran finale a sorpresa Dente-Voltarelli-Pesce, regalando un’ultima risata a noi e un panteco alla buonanima di Dalla.
E chiudendo in bellezza la mia serata perfetta.
Con un solo rimpianto: la mancata standing ovation a Dente per aver spiegato che a Berlino ci è stato “senza Bonetti”.
Devo confessarvi una cosa: Barcellona è un po’ umida.
Un po’.
Ieri sera ho scoperto una lumaca al piano terra del mio palazzo.
Un amico di Madrid, che restò qua 3 mesi, gridava allo scandalo ogni volta che ritirava il bucato più bagnato di quando l’avesse appeso, lo considerava proprio un oltraggio di questa città che ora lo fa disperare per le sue velleità indipendentiste. La cosa mi ricordava la signora tedesca di Ordine e disordine, che se la prendeva col marito partenopeo perché una città costruita intorno a un vulcano attivo le sembrava indice di gran disordine, come uno straccio lasciato a terra in cucina.
Ma Barcellona è umida senza rimorsi.
E la bianca cameretta in cui vivo sola soletta, guardando sui tetti e in cielo (Puccini ignorava il concetto di antenna), è forse la parte più umida di Barcellona. Ok, il primo bacio dell’aprile sarà anche mio, ma febbraio ad esempio non dà baci, sferra cazzotti che ti fanno svegliare tra cuscini bagnati come se avessi lasciato la finestra aperta in mezzo a una tormenta.
Il riscaldamento? Nel centro storico di una città abitata da me? Spiritosi.
Fortuna che le stelle che ancora guardo dalla mia amaca, col cappuccio alzato e una coperta addosso (ma tanto fuori fa meno freddo che dentro) non sono affatto offuscate dalla foschia. Quella, mi sembra, è una caratteristica costante dell’umidità che invece soffro in paese, ad agosto, quando incontrare qualcuno per strada diventa un evento da riportare sul diario.
No, la luce, qui, perfetta.
Così puoi constatare immediatamente che la Nutella nel barattolo da 700 grammi è diventata un corpo contundente anche senza barattolo, e non si squaglia neanche a metterla 5 minuti davanti alla stufa.
E che se vuoi che la pasta avanzata di ieri si mantenga come appena fatta non ti resta che lasciarla sul fornello, che anche se ce la dimentichi due giorni due dovrai passarla al microonde per scongelarla.
Una sola cosa non cambia mai, come rain or come shine: i miei capelli. A spaghetto sono, come diceva una detrattrice alle medie, e a spaghetto resteranno. Solo la signora che mi mise il mantello di Harry Potter alla cerimonia di fine master a Manchester mi confortò in merito: l’invito a portare le forcine per fissare il tocco era riservato alle studentesse cinesi, tu ancora puoi andare. God save the Queen.
Vabbe’, la lumachina al piano terra ci sta bene. È il degno coronamento di due anni passati tra sputi sulle scale, vicini spacciatori sfrattati e famiglie marocchine che mi chiedono una prolunga per ascoltare musica dall’antenna.
Qualcuno mi suggerisce di mangiarla alla catalana, ma ormai sono quasi vegetariana (come dire “quasi incinta”), e poi sospetto che per farlo debba bollirla viva.
Quindi me la tengo come mascotte, in attesa degli scarafaggi di agosto.
Vabbe’, almeno è stato sportivo, ha ringraziato. Anche se su Twitter sono giorni che mi sganascio dalle risate appresso a #faiunadomandaalpapa. Ho anche esposto i miei dubbi personali sullo sfratto del bue e l’asinello dal presepe (e che avevano, un mutuo a tasso variabile?), e caldeggiato per un Angelus “reppato”. Ma non è stato niente in confronto a perle come:
almeno una volta, affacciandoti, puoi gridare PUT YOUR HANDS IN THE AIR?
perché l’agnello di Dio va bene e qualsiasi altro animale no?
ma dopo tutte quelle lettere, i corinzi hanno risposto?
Sì, anime prave. Ridete, ridete.
Intanto l’altro giorno in paese mia nonna ha fatto benedire la macchina a mio fratello.
Lui studiava, quando si è sentito chiamare giù e si è trovato il prete in alta uniforme con tanto di aspersorio, e l’invito a spostare l’auto proprio sotto il balcone di nonna, per darle modo di assistere alla cerimonia.
Sì, perché esiste un vero e proprio rito di battesimo della macchina, che in genere assume un nome femminile. In questo caso, quello di mia madre, ben contenta di vedersi ridotta a un oggetto meccanico.
C’è pure la predica abbinata, che verte sulle tecnologie che il Signore ci ha donato. Il problema è che al rito bisogna rispondere, come in chiesa. Ma vedendo mio fratello impappinarsi tra “amen”, “e col tuo spirito” ecc., il prete stesso gli suggeriva la risposta.
Credo che il momento clou sia stato quando uno dei gatti, ormai abituato alle umane stravaganze, sia saltato sulla macchina e vi si sia tranquillamente appollaiato, incurante dei tentativi di mia nonna di cacciarlo sbattendo una molletta contro la ringhiera. È rimasto lì serafico a prendersi benedizioni e acqua santa, mentre la badante ucraina riprendeva il tutto col telefonino.
Cui prodest?, mi chiederete nella lingua cara a Benny XVI.
Be’, prima di tutto, a fine cerimonia nonna ha detto a mio fratello “che ci avrebbe pensato lei”. E, confermandomi quasi pronta a tornare in paese, ho indovinato anche l’importo. Mi manca solo di azzeccare quello del regalo del compare d’anello a un matrimonio sul Vesuvio e posso preparare gli stivali bianchi da mettere sopra i jeans.
Intanto, però, vi rendete conto che la Chiesa è lì anche quando compri la macchina? Che giù da me è l’unico punto fermo incrollabile dall’Impero romano in poi? Non sto scherzando. Anche nelle tragedie, fiaccolate e collette le organizzano i preti. Forse non tanto la Chiesa dei soldi offerti alle Madonne senza che nessuno li tocchi, e nessuno tocca neanche il tesoro di San Gennaro.
No. Per fortuna c’è anche la Chiesa del prete di periferia che lotta accanto ai suoi, che si fa pure uccidere dalla camorra, e magari aveva un amore, di solito maggiorenne e consenziente. E almeno in pubblico diceva quello che dicono i preti (non fare le “teste calde”, la sessualità come dono reciproco tra gli sposi) che tradotti nella vulgata populare possono essere quell’istigazione alla rassegnazione e alla sessuofobia (e omofobia) che conosciamo.
Il paragone coi paesi asiatici dei miei vicini del Raval mi viene facile. Paesi con una cultura straordinaria, un gran senso della famiglia, una cucina e una tradizione musicale incredibili. Come noi. E come noi afflitti da mali come povertà, disoccupazione, mancanza di strutture che garantiscano un’istruzione adeguata ai suoi cittadini. Con una fede profonda i cui messaggi spesso nobili si traducono, nella quotidianità, in ipocrisia, maschilismo e omofobia. La scala è diversa, ma qualitativamente, mi sembra, cambia molto poco.
Qui a Barcellona quando succede qualcosa vedo attivarsi molto le organizzazioni di vicini, i centri civici, prefino le radio, e un volontariato capillare.
Giù da me non siamo altrettanto ben organizzati, da questo punto di vista, nonostante il lodevole sforzo di chi ci prova.
E la religione ha il pregio di unire quando non c’è nient’altro. Con tutto quello che comporta l’obbedienza a una serie di regole affermatesi in altri luoghi e in altri tempi.
Auspico che chi la segue e chi no si rispettino sempre di più, senza cercare d’imporre le proprie regole con la forza.
E spero che si creino presto altre strutture con lo stesso potere aggregante, che uniscano davvero tutti.
Un altro dei burloni di #faiunadomandaalpapa diceva che tutti gli oppressi da 2000 anni si stessero vendicando allegramente, ora, via 2.0.
Spero che prima o poi non ci sia più bisogno di “vendicarsi”.
(sostituite “on the bus” con “on the cumana” e risulterà credibile)