Sono contenta di aver trovato una persona gentile, che pensi davvero a me.
A chi non l’ha fatto non guardo rancore (o non sempre!), so anche che, in un certo senso, me li sono scelti apposta.
Ma che bello, davvero. Quando è così, che si è sinceri l’uno con l’altra, ci si preoccupa per l’altra persona senza annullarsi per lei, anche quando noi o lei abbiamo da fare, non ci si stancherebbe mai di ripetere: quello che cambia siamo noi. La botta di culo viene, ma dobbiamo aprirci ad accoglierla. A vederla, anche.
“Ma tu sei giovane e bella”, mi è stato detto (incredibile ma vero!) da quasi-coetanei peraltro attraenti, “ovvio che a te capita più facile che a me”.
Non so, davvero. Quello che noto, quando per motivi vari devo rivedere certi ex o certi circoli di amici, è che quello che è sparito in me è l’autoreferenzialità. Io avevo la peggiore, quella vestita da altruismo. Quella che mi portava a fare la salvatrice del mondo per non guardare i miei problemi e per sentirmi buona a qualcosa.
Quindi, se non c’era nessuno da salvare, per me non c’era neanche amore.
Se nessuno m’interessava doveva almeno interessarsi qualcuno a me, per quanto fossi brava a capirlo, amarlo, venire incontro alle sue esigenze. Il fatto che non ricambiasse era solo una sfida.
Questo è cambiato. E ve l’ho già spiegato. Quello che vorrei ribadire qua è che, man mano che vi sentite a più a vostro agio con voi stessi, vi verrà spontaneo cambiare i meccanismi con cui interagite con gli altri.
Gli amici che si affidano totalmente a voi come dei bambini che non cresceranno mai vi comunicheranno sempre più fatica e meno appagamento nell’operazione di soccorrerli, e forse così il rapporto diventerà qualcosa di autentico, invece che un mutuo soccorso. Una cosa tipo, ti stimo e ti apprezzo anche se non mi “servi” a star meglio. Da entrambi i lati.
Le cose vanno così: man mano che ci curiamo noi, nel nostro piccolo curiamo un po’ anche gli altri.
Poi ognuno ha i suoi metodi, diciamo, per uscire dalle crisi. Ma volevo dire questa cosa, sul chiodo scaccia chiodo.
A me ha funzionato in modo strano: mi cacciava da un problema a un altro. Cadevo in nuove braccia sbagliate, che mi avrebbero fatto soffrire come quelle di prima senza mai risolvere il problema di fondo: la mia cecità nello scegliere.
Quindi non posso dire che il ripiego (brutta parola) non risolvesse il problema, che non mettesse fine all’angoscia, al senso di perdita: ma alla lunga lo rimpiazzava con altra angoscia e altre perdite, toglieva i sintomi del male senza curarlo fino in fondo.
Poi so che a volte, a botta di culo, a un mese da un addio pesante troviamo la persona della nostra vita (ammesso che esista), a qualcuno capita.
Dico solo quello che succedeva a me: cambiare di braccia, senza cambiare di testa.
Per questo, per un anno, quasi facevo capa e muro all’amica catalanoandalusa che si era presa una laurea in psicologia e una specializzazione in analisi junghiana solo per snocciolarmi la seguente, profonda ricetta: “Un clavo saca otro clavo!”.
Ora quell’amica potrebbe venire da me e dirmi: visto, che ti dicevo?
Eh, no, tesoro. Facile chiamare chiodo scaccia chiodo una storia che comincia a lutto ormai elaborato, dopo un anno a buttare il sangue, magari. Una storia in cui l’altra persona è davvero la benvenuta e non ci serve a niente, non ci fa da tappabuchi, non ci colma il vuoto lasciato da altri, già pronti ad aleggiare tra noi come fantasmi chissà per quanto tempo.
Perché una cosa è buttarsi tra le braccia di qualcuno mentre siamo nel pieno del dolore da perdita, proprio perché non ce la facciamo più, e un’altra è prendere quel dolore, ascoltare quello che ha da dirci (che, si diceva, il dolore è un ambasciatore che non porta pena), e cominciare un’esistenza in cui i suoi insegnamenti siano un pilastro, magari, ma mai l’unica ragione. Una vita fondata su un lutto vi piacerebbe?
E allora, piuttosto che pulirsi le ferite sulla pelle di qualcun altro, scopriamo quanto sia bello, dopo il tempo che ci vuole, essere capaci di aprirci a un nuovo amore senza nessuna fretta o nessun vuoto da colmare, solo col piacere di esplorare, conoscere questa nuova persona che si affaccia nella nostra vita, e che magari, finalmente, ha la buona creanza di bussare senza sfondare la porta.
Magari per allora avremo imparato che nelle vite altrui si bussa e piano, non si dettano leggi, per poi abbandonare il campo.
Solo quando avremo imparato tutto questo, mi sa, potremo finalmente dire avanti.
A una mia festicciola di compleanno, di quelle che dai quando la tua età non raggiunge le due cifre, c’era quest’amichetta che proprio non voleva mangiare la torta.
Era lì di malavoglia, al seguito dei genitori, e si rivelò stranamente incapace di tagliare la sua fetta di dolce, rifiutando ogni aiuto. Era una millefoglie bella tosta (una passione per me inspiegabile degli anziani di casa), quindi una scusa ce l’aveva. Ma gli adulti presenti capirono ben presto la solfa e il piatto le fu prontamente sottratto.
A quel punto, però, mi ribellai io, affetta da una goffaggine che mi portava a un’estrema compassione verso i pochi più imbranati di me.
Cominciai quindi a difendere l’onestà della commediante, che per colpa mia dovette fare un secondo tentativo, altrettanto fallimentare, prima di essere lasciata in pace anche da me. Credo che non capii mai che fosse una commedia, pensavo solo: “Oggi proprio non riesce a mangiarsela”.
Adesso le feste che organizzo sono un po’ diverse: un pranzo per 40 per il 1º maggio, un mercatino di beneficenza con buffet, proiezione e rinfresco con offerta a piacere. I tanti che mi aiutano, per fortuna, sono più efficienti di me, ma anche in questo tipo di feste c’è il reparto impediti. Sarà che, guardate che pretese, se t’incarichi di portare le bibite mi aspetto che tu venga un po’ prima, per metterle in fresco. Sarà che se prepari l’antipasto do per scontato che, per un pranzo che cominci alle due, ti presenti almeno all’una e mezza e non alle due e un quarto.
Ma i primi anni ci sono state scene che a riprenderle sarebbero diventate virali: io che bestemmiavo in catalano con l’unica presente che mi capisse, maledicendo tutta la genealogia del ritardatario, mentre gli altri continuavano rilassati a preparare, rimproverandomi pure: “Vabbe’, non lo sai, che è così?”.
Allora a consolarmi veniva quella che non aveva fatto un cazzo e che non vedevo mai a riunione, solo per chiedermi: “Perché ABBIAMO scelto questo locale, per l’evento? Non c’è atmosfera”.
Neh pereta, facevo per cominciare. Ma venivo trattenuta: lo sai, com’è fatta, non ha neanche il cellulare, è già tanto che abbia trovato il posto.
Allora mi devo arrendere all’evidenza.
Io ho la pretesa di trattare le persone come esseri senzienti.
Ci sono persone che per motivi vari non vogliono essere trattate così.
Come la mia compagnella d’infanzia e la sua fetta di torta inespugnabile. Magari si tratta di veri indecisi, che godono di questa condiscendenza collettiva. Così non devono spiegare che non desiderano la torta e nessuno si sorprende se, una volta accettatala, non la mangiano. Accettano lo status di inaffidabili in cambio di una libertà che non credono di potersi conquistare altrimenti.
Magari conviene loro dirsi di non essere capaci di far nulla, per non rischiare un possibile fallimento.
Oppure, semplicemente, ci marciano. Così s’impegnano il minimo e il personaggio bohémien del simpatico svitato, o della sognatrice che spaccia l’inaffidabilità per emancipazione, è il loro modo di stare al mondo: sempre incompleti, sempre in potenza. Nella loro vita ci dev’essere un “peccato che”. Peccato che non abbia tempo, che non abbia memoria, che non abbia abbastanza soldi per viaggiare (detto magari da qualcuno che li scialacqua in false katane giapponesi).
Peccato comunque, sembrano dire, che io non possa.
Altrimenti sarei un genio. Altrimenti avrei finito da un pezzo l’università. Altrimenti mi avrebbero finalmente riconosciuto il talento, al lavoro.
Altrimenti avrei detto che la torta non la voglio, e mi sarei buttata sulle patatine.
Ma no, restano lì a recitare quella commedia con se stessi e con gli altri, che fanno da spettatori complici.
La mia posizione, invece, è problematica: credo di rispettarli aspettandomi da loro lo stesso che dagli “altri”, ma così non rispetto la loro volontà di essere trattati come bambini.
Infatti raramente mi sono stati grati, e si capisce, per questa mia pretesa. E lasciami stare, sembravano dirmi, a me piace così, che vuoi.
Fantastico. A me non piace assistere alla tua pantomima. E non pretendo certo di cambiare i tuoi gusti attoriali, ma tu non pretendere di cambiare i miei di spettatrice.
Quello che chiedo è che, quando la vita di persone così si incrocia con la mia, ci si venga incontro a metà strada. Non sono d’accordo con quegli psicologi che riconducono la tolleranza di fronte a questi atteggiamenti ad “accettare gli altri come sono”.
A me pare un ricatto morale. Se interagiamo veniamoci incontro a metà strada. So che è più importante l’amicizia che un pranzo perfetto, ma se mi lasci appesa con 40 invitati perché non ti sei segnata l’indirizzo, non so se chiamarla amicizia e nel dubbio frequento amici più empatici o meno distratti.
Senza dimenticare di offrirti un caffè giusto sotto casa tua, per essere sicura che non arrivi tardi.
E se lo fai anche così, ti ordino una millefoglie e non me ne vado finché non l’hai finita.
Manco ‘e cane: espressione napoletana che designa qualcosa di estremamente sgradevole, tanto da non augurarlo neanche ai loppidi(le perdoniamo lo specismo per questioni di anzianità).
Il problema dei manco ‘e cane postumi, riferiti a situazioni che un tempo ci allettavano eccome, è di chiamare in causa un altro animale: la famosa volpe della favola di Esopo, quella troppo poco agile o semplicemente troppo scema per rendersi conto che l’uva tanto ambita si trovasse eccessivamente in alto per raggiungerla.
Come finisce la storia, già lo sappiamo: disprezzo per l’oggetto del desiderio e rapido dietro-front, verso frutti più accessibili. Che peraltro non si capisce perché debbano essere meno appetitosi di quelli così in alto. Non è che l’irraggiungibilità sia sempre sinonimo di buona qualità, eh.
Infatti stamane, mentre voi arrancavate con le ciabatte verso la macchinetta del caffè, io mi stavo ponendo il seguente quesito amletico: e se la volpe avesse ragione? Se l’uva fosse stata davvero acerba, ma da giù non si vedesse tanto?
Non conta, mi risponderete: la volpe critica ciò che non può ottenere, a prescindere dal suo stato di maturità. Se è per questo, lo desidera anche a prescindere da quello, perché francamente non ci credo, signor Esopo, che sto grappoletto situato più o meno sull’Everest fosse così visibile, da sotto.
Comunque, vi sottopongo tutto questo perché mi trovo nell’imbarazzante posizione di dire “Tanto è acerba” di un’uva postuma, in un postumo momento di lucidità.
La situazione l’ho già descritta qui, più o meno. Una visita alla mia antica università, e a un suo occupante a cui un tempo avevo tenuto molto, mi ha aperto gli occhi sulle mie aspirazioni di qualche anno fa. Allora puntavo a un magro assegno di ricerca per un argomento che manco m’interessasse molto, mi ci ero imbattuta per caso (e, come insegna Bourdieu, se ti devi puzzare di fame che sia almeno per qualcosa a cui tieni assai). E con eccessivo sforzo aspiravo all’attenzione distratta di un eterno indeciso, di quelli fin troppo propensi a regalare tutto il loro tempo a chi venga dopo di te.
Insomma, rivedo la mia vecchia facoltà, rivedo il mio non-ex e mi dico: “Ma che minchia facevo della mia vita, ai tempi?”. Il fatto che sia una dichiarazione col senno di poi la rende così sospetta? Cioè, dico ancora che l’uva è acerba perché non sono riuscita a papparmela?
Non posso essermi proprio accorta, per la gioia di chi “me l’aveva detto”, che fosse indigesta? È che dopo lo sfumare di entrambe le aspirazioni (borsa e uaglione), intanto che mi leccavo le ferite e saziavo la fame mi abituavo a qualcosa di nuovo, qualcosa da cui non si torna peggio che dal tunnel della droga: a fare ciò che volessi. O meglio, giacché non sempre vogliamo la felicità, ad aspirare esattamente a ciò che mi facesse sentir bene. Senza pretendere di ottenerlo, ma almeno provandoci.
Niente borsa da due soldi per un argomento che non m’interessa, a questo punto meglio vendere percoche (per dire) e tornare a ciò che mi piaccia davvero, sperando che prima o poi non sia gratis.
Niente amanti distratti da cercare finché abbia fame: questo tipo di amore ricorda un po’ questo, una fame eterna, come quella degli expat che si comprano al Lidl i prodotti finto-italiani. Ma una volta abituatami a cercare solo l’attenzione che voglio, e quindi a ottenerla, difficile tornare a dialogare con uno che si faccia pregare solo per prenderci un caffè. A questo punto, il “Ma come facevo, a sopportarlo?” non sembra una domanda peregrina.
La risposta è semplice: non conoscevo nient’altro. Credevo che tutto andasse conquistato a balzi e sbuffate e ignoravo che le cose indispensabili stanno alla nostra altezza.
Quindi, senno di poi o meno, rivendico il diritto della volpe a essere presa in considerazione, nella sua conclusione finale. Magari era solo una gran paracula, magari ha capito tutto senza saperlo.
Era proprio acerba. Meno male che i filari d’uva non sempre sono così bastardi.
La buona notizia è che non mi hanno svegliato i soliti piccioni, che zampettano giusto sul tetto di pastafrolla sopra camera mia. La cattiva è che anche loro si sono arresi davanti all’azione di disturbo del martelletto stracciagonadi che li ha sfrattati.
Ancora non ho capito che lavori stia facendo il vicino del primo, che ha aspettato religiosamente che tornassi per affiggere sul portone l’assabentat (tradotto dal catalano: “Ci ho i lavori, cazzi vostri”). Ma dev’essere roba grossa, per arrivare a rompere il tetto, i muri limitrofi e i caratteri sessuali primari di chi ci sopravvive sotto, tra spifferi e macchie d’umidità (a tutt’oggi, resistiamo io e una coppia di ‘mbriaconi, che litigano ogni sera al di là del cartongesso).
Da questa parte del muro, devo dire che è difficile mantenere vivi i propositi che avevo fatto a inizio anno, nel tepore tropicale della casa in paese: l’idea di non pensare tanto al progetto generale, ma ai piccoli passi che mi ci porteranno ogni giorno. Sapete, sti fatti qua.
Quando ti sveglia un martelletto sommesso ma tenace di questa portata, con picchi da scalatore rupestre, vorresti proprio salire sul tetto e dire: “A coso, mi fai vedere che minchia stai costruendo?”. E se non è una riproduzione in scala della Reggia di Caserta, defenestrarlo senza troppi complimenti.
Perché, lo ammetto, nelle grigie giornate di gennaio senza riscaldamenti né coibentazione (parola magica che ho imparato ad apprezzare) è un po’ difficile sciropparsi l’affascinante saggio sulle differenze tra le teorie di Bourdieu e Luhmann dicendosi “Vabbe’, questi sono i compiti per oggi, quando creperai di calore a luglio, consegnando la tesi, ti ricorderai perché facevi tutto questo”. In effetti verrebbe da dire postumamente a B. & L. di andare a farsi una vita e intanto uscire a “godersi” la festa di Sant Antoni, anche se per i miei gusti la festa di quartiere media a Barcellona è tipo quella di Casandrino, senza manco il croccante e le mele cotte.
Ma pure quella è meglio di certi passettini da formica che devi dare una domenica per arrivare all’obiettivo finale (sorvoliamo sugli istruttori in palestra e i numeri che si stanno giocando sulla mia nuova scheda).
Però, devo dire la verità, in questi casi in nostro soccorso arrivano cose non troppo rare, se riusciamo a vederle: i risultati dei passettini precedenti. Le conseguenze di altre domeniche passate a studiare altri saggi indigesti o a fare qualche esperimento strano in cucina, o a sorbirsi le pene d’amore di qualcuno che adesso ci chiama e ci propone un lavoro. Magari nel settore in cui ci siamo specializzati due anni prima. Oppure ci chiama qualcuno che non ci ha mai confessato le sue pene d’amore, ma che ci riconosce finalmente l’autorità di opinion leader d’ ‘a palazzina, dopo anni di infuocate riunioni condominiali.
Non sto scherzando, eh, guardate che non è roba da poco. È come sto martelletto che continua a scassarmi i timpani. Io adesso glielo vorrei far mangiare, a quest’innocente lavoratore del lunedì, ma riderò poco quando guarderò il risultato finale e intanto, se ingoio l’impazienza e infilo bene i miei due cappucci uno sull’altro, posso valutare le proposte di lavoro dalla ditta per cui ho lavorato bene quattro anni fa, apprezzare la voglia di rivedermi dopo le feste delle amiche che ho saputo tenermi nella girandola continua delle nostre vite a Barcellona.
Con voi non funziona, intanto che sgobbate, godervi i frutti di semine passate? Provate a rifare quel piatto visto a MasterChef o proposto dall’ineffabile zia innovativa al pranzo “leggero” della vigilia: vero, che è meno una ciofeca dell’ultima volta?
Insomma, che lavoriamo a fare se non andiamo raccogliendo man mano che ci riescono le cose? E che ci lamentiamo a fare, se pensiamo solo ‘ngrugnati alla fatica che ci aspetta, e non sappiamo vedere quanto siamo diventati più bravi anche solo a centrare il maledetto gancetto per le chiavi, quando torniamo a casa.
A proposito, avete una felpa in più? Io ho cominciato solo adesso a… seminare il discorso “ennesimo trasloco”.
Tornare a casa per le feste significa anche questo: immergerti nel museo di ricordi che è diventato camera tua e scoprire che, come spesso accade, chi ti fa soffrire di più è anche chi ti fa più regali.
Nelle vite precedenti, almeno. O così vorrei raccontarmi, ma in questa vita che mi piace definire come nuova, in cui ho il fiuto per aggirare i guai e un nuovo radar per la gente piacevole, in effetti di regali ne ricevo pochi. Forse perché nessuno ha niente da farsi perdonare o tutti sono già un regalo di per sé, perché è bello sapere che un WhatsApp sia tutto quello che mi separi da un infuso esistenziale in qualche baretto hipster di Sant Antoni.
Ma torniamo alla mia stanza-museo e alle cose che vi ho scoperto.
Ho ricordato che i difetti erano un valore aggiunto, nella mia antica costruzione delle relazioni di amicizia, amore. Perfino dei rapporti di lavoro.
Avete presente quando dite di qualcuno: “Ha una bella faccia tosta. Mi piace”? O: “È proprio pazza, che forte che è”. Ok, fin qui sono Falsi Difetti.
Poi c’è quello che secondo le leggende metropolitane è molto popolare tra le donne: “È proprio stronzo, ergo dev’essere mio”. Che poi a me sembra unisex, ma vabbe’.
In effetti per me adesso è difficile da capire, questo, ma a persone meravigliose che ho conosciuto al momento sbagliato mancava proprio un difetto. Quello che ai tempi cercavo per sentirmi a casa.
Quello che dovevo assimilare in me, e allora lo cercavo sempre altrove.
È come perdersi per le stradine di una città familiare ma non troppo: per trovare il bar che cercassi dovevo fare esattamente lo stesso percorso che mi ci avesse portato la prima volta, vicoli ciechi compresi. Dovevo proprio arrivare fino alla strada sbagliata, dirmi: “No, qua poi mi sono resa conto che avrei dovuto svoltare prima”, e tornare indietro. Mi succede ancora, ogni tanto, specie nell’Eixample, dove le strade si somigliano tutte.
Anche i miei amici di un tempo si somigliavano, per il difetto che me li faceva amare, quello che mancava a chi mi avrebbe trattata meglio e con più responsabilità: erano tutti un po’ sperduti in una nebbia che non era ancora disoccupazione, problemi seri di credito, convivenze abortite e gravidanze portate a termine.
Erano tutti persi e quasi contenti di esserlo, ma intanto spaventati e anche cattivi per questo.
Ed è strano pensare che in certi momenti della nostra vita, a volte per sempre, abbiamo bisogno di un difetto, per andare d’accordo con qualcuno, dell’insicurezza di una donna che secondo le leggende rende gli uomini più sicuri, della strafottenza di un uomo che trasforma le finte sicure in crocerossine, del difetto che è odioso e ti rende la vita odiosa, ma senza non sai bene come relazionarti.
Come quando ringrazi un operatore telefonico prima di riattaccare. Non sa come risponderti, tanto è abituato agli insulti e al comprensibile fastidio che condivide con chi perseguita.
Io a volte ho sentito la mancanza di questo difetto proprio come dei vicoli ciechi in cui dovevo perdermi per ritrovare la strada, l’unica che conoscessi, per la meta che mi prefiggevo.
Poi mi sono accorta che le strade sono tante e quella più breve non è poi quest’opzione impossibile da considerare (in tal caso, non riuscendo a percorrerla, la consideravo noiosa o sconveniente).
Certo, è difficile vivere così, accettare la responsabilità e le conseguenze di qualcuno senza IL difetto, uno che magari ce li avrà tutti, meno quello che ti faceva funzionare, allora quando ti farà male giungerà davvero inaspettato e senza risposte immediate.
Potrebbe anche essere che non succeda mai, o che sia un male umano, noioso e complicato che in qualche modo si possa risolvere, anche lasciandoselo alle spalle.
Non bisogna mica sciropparsi qualcuno o qualcosa in vista del prevedibile finale amaro.
Questo è il momento di scoprire che anche la strada più semplice possa essere una sorpresa continua. Solo che ha un difetto: non ci dà quel senso d’insicurezza che ci fa illudere di star attraversando chissà che grande avventura urbana, mentre quelle vere, intanto che affrontiamo questa, stiamo attenti a tenerle sempre fuori portata.
No, i difetti che mancano potrebbero addirittura non essere più un motivo di rimpianto.
Superarli potrebbe portarci alle cose necessarie, quelle belle sul serio.
A me?! Ok, un pochino lo sarò. Giuro che non lo faccio apposta. Mi chiamano così quando, seguendo una mia intuizione che potreste tranquillamente definire “non farmi i cazzi miei”, mi lascio scappare qualche commento, a tavola, su dei conoscenti in difficoltà.
Allora argomento che l’amico iperattivo che sta facendo tremila master e venti stage per non affrontare una situazione familiare difficile dovrebbe fare i conti con quello che ha tra le pareti domestiche, prima di ammalarsi inutilmente e rendere pure poco nello studio.
Oppure che i tanti che non vogliono respirare l’aria del quartiere, addirittura della città o dello stato del proprio ex compagno/amante/scopamico per timore d’incontrarlo, dovrebbero invece andarci. Non dico di proposito, se non hanno di meglio da fare, ma dovrebbero passarci a ogni occasione e vincere la propria paura passo dopo passo. Io così ho scoperto che il bar all’angolo della strada sua faceva lo shakerato alla nocciola! A Barcellona. Prima dell’invasione di bar italiani. Tutto il tempo a intossicarmi qualche metro più in là e potevo fermarmi a gustare l’unico caffè che prendo volentieri.
Insomma, mi si risponde: “Ma come puoi giudicare?”. E anche: “La gente ha paura, è comprensibile”. Vero.
È comprensibile, la paura di affrontare le proprie paure. La procrastinazione è la legge del millennio e i caratteri irrisolti passano per simpatici, mentre chi si arrischia a essere sereno o addirittura felice è uno stupido senza rimedio.Solo perché chi lo critica, magari, non ci riesce.
E c’entrano assai, ci mancherebbe, le condizioni economiche, c’entra pure la botta di culo che capita a uno e a un altro no, ma se ti porti appresso quella capa, te la porti anche quando ti hanno staccato un assegno di un milione di euro (a proposito, nessuno ha vinto la lotteria di Capodanno?).
Insomma, io sono presuntuosa e non mi faccio i fatti miei. È che l’unica volta in cui ho rischiato seriamente di buttarmi giù da un balcone (non che ne avessi l’intenzione, ma manco mi ero affacciata per prendere il sole), mi sono accasciata lì davanti, spinta dalla stessa forza che mi buttava sotto la doccia in quel periodo, e sono tornata in camera. Poi sono uscita pronta a prendermi un diversivo da Radio Lacrima e ci sono riuscita con pazienza e lavoro, soprattutto con l’accortezza di NON buttarmi in mille impegni per far finta di niente e NON evitare possibili incontri pericolosi, specie se dovevo lavorarci gomito a gomito, ma neanche cercare contatti inutili (se non ti amano non ti amano, ripetetelo come un mantra e scoprirete che alla fine sarete ancora vivi).
Insomma, sono presuntuosa a voler condividere cose che sono andate bene a me. E che magari faccio male a proporre come soluzioni per altri, ma lo faccio proprio perché il mio malessere mi ha insegnato la bellezza della condivisione, della solidarietà, della serenità che non nasca dal sollievo che proviamo per problemi che ci creiamo da soli. E proprio per questo preferisco suggerire, banalmente: attraversa il tuo problema come fosse la strada di casa, l’unica per tornare. E poi, chi ti ammazza.
So che è una parola, infatti io ho dovuto precipitarci (in senso figurato, per fortuna).
Però, adesso vado dove voglio, alterno attività e riposo, e questo post è nato proprio da una discussione con chi usavo come scusa per farla finita.
Sì, sono sempre io, la sferruzzatrice folle. Quella che passa le giornate di fine anno a scrivere una cosa che si chiama “El fracaso del duelo: anti-monumentos de la Primera Guerra Mundial (Virginia Woolf y Käthe Kollwitz, 1922 – 1939)”. E la sera bestemmia appresso all’ineffabilità della maglia bassa all’uncinetto. Per non parlare di quella bassissima: che mi prendi per il culo?
In ogni caso, sferruzzando sferruzzando (i ferri mi riescono meglio), ho imparato quello che decine di anni di cantonate ed errori orgogliosamente ripetuti, in caso la prima volta non avessi afferrato il concetto, non mi hanno inculcato: la già menzionata e ancor più ineffabile arte di lasciar andare.
Pure le cose belle, come per il mandala tibetano. Specialmente quelle, quando è ora.
Me lo prefiggo come proposito di inizio anno, e mi permetto di suggerirlo anche a voi.
Perché, immaginatevi la scena: sto sferruzzando da almeno tre film (io lavoro a maglia la sera, davanti al pc, così se non mi piace la trama sullo schermo mi consolo con quella della sciarpa). Quando ormai la mia creazione si è fatta così lunga da coprire tutti gli spifferi di casa mia (e non basta tutta la lana del mondo), mi accorgo che un centinaio di ferri fa ho fatto uno di quegli errori irrimediabili che, pure a ripassare tutti i tutorial sulle soluzioni facili, condanna per sempre il resto del lavoro a essere una ciofeca.
Che faccio? Disfo. Tutto.
Ma se sta sciarpa, mi sussurra la voce della coscienza, si è sciroppata almeno due film nuovi di Woody Allen!
A maggior ragione. Disfo. Quando non c’è niente da fare per migliorare una situazione, uscirne è la via più pratica. Ed è quasi sempre possibile.
No, poi non è come se non l’avessi mai fatta, la mia sciarpa fallita. Innanzitutto, il gomitolo è diventato una matassa inestricabile, che mi fa rimpiangere di non avere il cugino sfigato a reggermelo con le mani disposte a telaio, come nelle migliori commedie anni ’80. Non è che abbandonando una brutta cosa ti rifai una verginità laniera!
Ma vuoi mettere l’esperienza? Il punto a grana di riso non ha più segreti, per me. Semplicemente, l’ho applicato allo schema sbagliato. Anzi, quando si è inceppato il meccanismo dovevo essere persa nell’unica scena decente della quarta stagione di Homeland. Mai distrarsi, nella vita. Il conto arriva troppo tardi per risputare la bottiglia di fiele ordinata come antipasto. Ok, dimenticate l’ultima frase, che state ancora digerendo il cenone.
E davvero, se non avete idea di cosa significhi disfare una sciarpa ormai avviata, pensate all’ultimo piatto costatovi un giorno in cucina, che avete dovuto buttare ai piccioni. O al pc che si mangia l’articolo che dovevate mandare entro il 31 dicembre, a cui avete sacrificato svariate partite a rubamazzetto (ecco, adesso mi viene la paranoia, vado a controllare se ho salvato El fracaso ecc.).
Pensate a quando state portando avanti una qualsiasi situazione che ormai è tutta sbagliata, ma “avete lavorato troppo tempo” per disfarvene. Così proseguite infelici nel vostro errore, il tempo aumenta e non avete il coraggio di liberarvene mai.
No, no, dite al Dalai Lama che i suoi mandala mi fanno un baffo: si mettesse a fare sciarpe!
Abbiate il coraggio di produrre cose belle e lasciarle andare, quando sono ormai fritte.
È l’unico modo di farne ancora più belle con l’esperienza accumulata.
Io per esempio ho fatto una sciarpetta a punto inglese che è la fine del mondo.
Ok, mi è caduto qualche punto per la via, ma quasi non si nota. Giuro.
Ho appena scoperto che, durante il nazismo, un grande segno d’insubordinazione al regime era partecipare ai funerali dei dissidenti. Allora mi sono detta che era ora di scrivere sto post che meditavo da tempo, sullo spinoso argomento: a che servono, i morti?
A chi servono, più che altro.
Il primo morto che vidi mi evocò un’immagine strana: lo stereo di camera mia. Apprendendo della morte di mio nonno ero corsa ad accenderlo e, nonostante i 19 anni suonati, avevo messo su una canzone dei Take That, per rifugiarmi in tempi più spensierati in cui al massimo temevo l’interrogazione di matematica.
Ecco, questa è l’idea che mi diede il mio primo morto. Non più persona, solo cassa di risonanza di un dolore. Di un lutto.
Quello di chi resta.
I morti, dovetti concludere banalmente, servono a chi resta.
Ho seguito una volta i miei, nel giro devoto che fanno quasi ogni domenica al cimitero. C’è un orsetto carrillon sulla tomba di un bimbo. Loro danno sempre la corda e “ninnano” l’antico proprietario.
A me interessava la sorte delle piante, vive, messe lì a seccare sotto il sole di luglio. A che pro lasciarle a soffrire per una zia che non se ne sarebbe vista bene?
Ma niente, le piante restano.
E la zia si “visita” ogni domenica.
Quelli che davvero escono rinfrancati dalla visita sono i miei. Che hanno trovato il modo di comunicare ancora coi “loro”.
Allora ricordo quella junghiana che sostiene che il soprannaturale, perfino la divinità, non è che un’espressione di nostre facoltà interne. Non riusciremmo a coglierle se non le proiettassimo fuori, a volte in una divinità monoteista, a volte nei pagani Penati. Quelli che ci aspettano, appunto, ogni domenica al cimitero.
Già avvezza, quindi, al meccanismo, ho incontrato settimane fa una signora croata, che in un italiano buffo mi ha spiegato che ogni domenica si fa un’ora e mezzo di corriera per andare a trovare i suoi. Che, per inciso, l’ “aspettano” al cimitero del paesello nativo.
Niente di nuovo sotto il sole, ho pensato. Poi la mia interlocutrice ha aggiunto:
– Con me viene pure mia figlia. Sai, lei ha il fidanzato proprio nel paese in cui sono nata e allora parte con me volentieri.
Questa scena, scusate, è bellissima. Mi ha ricordato Chichi dei Quattro cavalieri dell’Apocalisse, una mia lettura adolescenziale, che sulla tomba del fratello morto in guerra piglia il fidanzato e gli dà uno spettacolare bacio nel vento, col panneggio sconvolto che le disegna i fianchi ad anfora (e perfino io che sognavo gli spigoli di Claudia Schiffer capivo il concetto, fertilità accanto alla morte, il ciclo eterno della vita, cos’).
Insomma, sono contenta almeno di questo: del fatto che quelli che mi hanno insegnato a scrivere, a camminare, a leggere l’ora su un orologio coi numeri romani (la mia cazzimma da qualche parte sarà venuta), riescono ad avere ancora una funzione sociale. Quella di rendere più dolce e tollerabile la vita di chi li ricorda. Vuol dire che hanno seminato bene.
Infatti a me piace ricordarli senza nicchie e piante a seccare al sole.
Portarmeli dietro nella speranza di farli conoscere a chi mi seguirà.
Ok, in questo Santo Natale di Strafogo (voce del verbo strafogare, ovvero abbuffarsi come se non ci fosse un domani) sono più buona perfino io e non voglio ammorbarvi con considerazioni pseudofilosofiche che paghereste due euro da Lidl.
Colgo solo l’occasione per confessare una cosa a cui pensavo da tempo: da quando mi propongo esattamente quello che voglio (niente scorciatoie, sotterfugi, ripensamenti), l’ottengo.
No, non ho ancora vinto questo biglietto alla lotteria che mi mette a posto per sempre, e quei 10 cm in più di cosce che prometteva il mio sviluppo precoce sono rimasti nella gerla di Babbo Natale.
Ma quello che desidero sul serio, mi sta arrivando.
E forse il segreto è questo: scoprire che non vogliamo mica la luna. E che non è accontentarsi, considerare che possiamo benissimo stare in santa pace con quello che ci serve davvero. E che se la supervincita dovesse arrivare, troverebbe una personcina perbene (scusate, ieri in TV c’era Non ci resta che piangere) che già sta bene come sta e si godrebbe ancora di più il premio. Soprattutto, non lo dissiperebbe tornando più povera di prima, come farebbero tanti che mi direbbero ora di stare zitta perché “non conosco i veri problemi” (i loro, ovviamente).
Fortuna che quelli che conoscono “i veri problemi” in quel senso (i malati leucemici di mio padre) hanno sviluppato, mi sembra, un atteggiamento simile al mio, per la serie: “È inutile che ti prendi collera, tanto…”. I fan di Gianfranco Marziano sanno come continuare.
Evvabbe’, ora potete rispondermi con un ricco esticazzi, ma ve lo dovevo dire. L’ho spiegato anche all’amica che aveva un miniprogetto per lavorare da sola, in modo creativo, e che l’ha messo da parte per un “lavoro sicuro” in un’azienda, inseguendo il miraggio dello stipendio fisso. L’hanno licenziata dopo tre mesi, troppo pochi pure per prendersi il sussidio minimo di disoccupazione.
L’ho detto pure a quella che si accontentava di stare e non stare col tipo brillante ma scombinato che la prendeva e la mollava, e allora lei si diceva “prima o poi capirà che ci vogliamo bene”, e dopo ogni ritorno “stavolta è diverso”. Le ho detto: visto? Da quando ti proponi di volere solo qualcuno che ti rispetti e che ti voglia bene sul serio, l’hai ottenuto. E lei mi ha sorriso dall’altra parte dello specchio.
Insomma, appurato che i nostri desideri, ridotti all’osso, sono ben lontani dal chiedere la luna, direi di andare a realizzare quelli. Cazzo ne so se mi pubblicheranno mai, intanto scrivo, che è quello che voglio. Se il posto fisso è un miraggio, meglio provare a far funzionare il mio negozietto online di saponi fatti a mano (come ha fatto una ragazza deliziosa che conosco) o rinunciarci per lavorare tre mesi a 500 euro al mese a mezz’ora di treno, per poi essere sostituita da un’altra “stagista”?
Allora, come proposito da tenere sotto l’albero direi di farlo: puntiamo esattamente a quello che ci serve.
Proviamo a fare il lavoro che vogliamo, dovessimo esercitarlo come hobby la domenica.
Quel paese che vogliamo visitare, possiamo vedercelo lo stesso zaino in spalla, se i soldi per l’Hilton al momento ci mancano.
Diciamoci: il prossimo che mi capita mi deve adorare.
A me tutto questo è successo e non ho niente in più a voi.