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techsupportcatHo il pc che fa cose assurde. Non so spiegarlo, come sempre mi capita con “ste cose tecnologiche”, ma, dopo quattro anni di onorato servizio, ormai è un colabrodo.

Comprare un altro PC? Naaa. Come tutti gli impediti recidivi con queste cose, mi terrei un Atari dell’80, pur di non dover ricominciare tutto daccapo.

Però c’è un momento che forse riconoscerete. Quei dieci lunghissimi secondi in cui sembra proprio che il pc abbia tirato le cuoia, in cui già elaboro il lutto dei file persi, quando ecco il miracolo. La lucina rossa della batteria si accende, e tutto può iniziare daccapo.

Il moribondo si metterà di nuovo a fischiare come una locomotiva nel bel mezzo di Trono di Spade (e i treni, vabbe’ il Medioevo fantastico, non ce li vedo compatibili coi draghi), andrà in tilt per un link troppo pesante, e poi farà quella cosa che in una lingua a me sconosciuta suona tipo “crashare per un plug-in” ecc. ecc.

Tutto come prima, la mia giornata è salva, e, come sempre, avrà prevalso il sollievo dei problemi rimandati.

Che è uno dei più appaganti, dalla coinquilina da cacciare (io a Forcella avevo una francese formidable), che però si mette a pulire un po’ la cucina, al collega molesto che proprio oggi ci offre una caramella, al tipo che frequentiamo che ci ha appena messaggiati dopo tre giorni di silenzio (ma che bel messaggio!).

Tutto sembra andare bene, perché tutto sembra destinato ad andare male, come sempre.

E poi, ci diciamo, mica sono un vigliacco, che risolvo il problema sbarazzandomi del pc, cacciando la coinquilina, dando il benservito a questo “proprio adesso che comincia ad affezionarsi” (?). Quello sì che sarebbe scappare.

Già. Invece trascinarsi un problema stazionario, che non dà segni di miglioramento e sembra solo peggiorare, è affrontare le cose, vero?

E finché si tratta di questo catorcio di pc, ok. Ma in cose più importanti? Che ci guadagniamo, a trascinare i problemi e sentirci pure coraggiosi, nell’antica e nobile arte della sopportazione?

Una bella ulcera, questo ci guadagniamo.

Ma tanto, ci giochiamo la carta “colpo di scena”: se aspettiamo abbastanza, magari, incontriamo “la persona giusta”, o il coinquilino ci annuncia che in casa di un amico si è liberata una stanza, o il collega cambia reparto.

Ma i colpi di scena non sono sempre piacevoli, e lo sappiamo.

Nel caso più scemo, proprio quello del pc, un giorno non si risveglierà più e bye bye files.

Quindi sta a noi lavorare perché, se proprio dev’esserci un colpo di scena, sia positivo, o le sue conseguenze vengano presto attutite.

Che lasciar fare alla vita è una cosa buona, ma una spintarella perché vada nella nostra direzione gliela dobbiamo dare.

Ne riparleremo.

Per la cronaca, mentre scrivevo mi è crashato il pc.

ciakVi è mai capitato, di ascoltare qualcuno cambiare totalmente idea su una cosa che gli stava a cuore? Ricordo una compagna di liceo che, a università iniziata, diceva della nostra vecchia prof. di Filosofia: “In fondo non ho mai avuto niente contro di lei”. Ma se partecipavi alacremente alle nostre macumbe pre-interrogazione!

Il senno di poi non gode di buona fama, ma ha molti seguitori. Si fa più doloroso quando si parla di rapporti di lavoro, o familiari, o di amori finiti.

Una volta perso il lavoro dei nostri sogni, in fondo non abbiamo mai voluto fare quello, davvero. Io non ho mai voluto insegnare all’università, mica è la crisi.

Con gli amori si arriva al parossismo: mai capitato di litigare con un ex che si è rifatto una vita? Spero di no. Diventiamo le “premesse” a questa fantastica nuova relazione che sta vivendo, che in retrospettiva fa della nostra una povera cosa che trascinavano controvoglia, come fosse un peso. Anzi, come dice Tucidide della Guerra del Peloponneso, ma vale per ogni guerra, anche per l’amore, cambiano le parole e il significato che si dà loro: quella che pure l’altro chiamava relazione ora è diventata una frequentazione, dategli tempo e diventerà “quando curiosamente ci svegliavamo insieme”. Teletrasporto?

A meno che la fantastica nuova relazione dell’ex non finisca e in un momento di estrema solitudine diventiamo l’unica persona che l’abbia mai capito.

Se poi la storia di per sé era ambigua, se non lo sapeva nessuno, se in fondo non era mai decollata, magari siamo stati messi da parte e soppiantati per un amore vero che durasse… Quanto, un mese? Due mesi? Ah, ma anche quando dura cinque minuti l’Amore Vero ha due piste in più, rispetto alla storiella così (e se ci fosse un’antimaiuscola, una lettera ultraminuscola appena visibile a occhio nudo, userei quella, per scriverlo).

E allora l’anno di alti e bassi passato insieme diventa solo una lunga introduzione a questa storia fulminante e un po’ incontinente che li ha scottati ma ha insegnato loro il “vero amore”. Siamo quella, quello di cui non era convinto, che non arrivava mai a essere lapersonagiusta, magari non per demeriti suoi, eh, fatto sta che chi ci ha seguito in quei cinque minuti prima di prendergli il cuore e stracciarlo in mille pezzi era tuttunaltracosa.

Ora, non possiamo impedire che l’altro abbia questa interpretazione della cosa, che ci “narri” così. Magari non ha neanche tutti i torti, quando paragona un amore mai nato a uno presente e vivo, anche se per poco. Quello che non dobbiamo accettare è l’idea per cui un altro sia più degno di noi solo perché, per circostanze difficili da verificare, si è guadagnato un amore che noi abbiamo mendicato a lungo.

Può essere stato più bello di noi, secondo gli standard (che poi de gustibus), più intelligente secondo i test (che quando mai ci hanno azzeccato), ma mai più degno, questo non sta ad altri deciderlo e non sta a noi, nell’umano consesso, stabilire chi “meriti” di più.

E il punto è questo, è questa la parte della narrazione che non ci deve quadrare: il punto in cui abbiamo mendicato qualcosa che ci spetta di diritto come esseri viventi, non perché siamo chissà chi, ma perché l’amore o te lo regalano o non ci sono soldi a comprarlo, e non c’è niente che possiamo fare per suscitarlo.

Non possiamo evitare di essere il cattivo o lo sfigato di una narrazione altrui, e di una narrazione ex-post, ma l’altro non può impedirci di non gradire quel ruolo e di fare di tutto, in futuro, per costruirci una storia come vogliamo noi, in cui non siamo quello che striscia e mendica fino alla sua uscita di scena, ma lasciamo fin dall’inizio il limbo dell’ambiguità, dell’umiliazione, dei diritti non rispettati, per crearci la vita che vogliamo noi.

Una volta rinunciato alla parte, una volta detto no a questo regista sfigato che ci portiamo dentro e che ha per noi sempre gli stessi ruoli, allora siamo pronti per il ciak.

Si ripete. E stavolta, meno dramma e più bellezza.

IMG_2472.CR2 C’è questo esagramma dell’I Ching, la Ritirata, che mi piace molto. Banalizzando un po’, dice che bisogna ritirarsi dalla battaglia, quando vedi che è persa, per poter vincere la guerra.

E questa è un’idea uguale e contraria al concetto di vittoria di Pirro.

A volte ci incorniamo con la battaglia, e perdiamo di vista la guerra. Le metafore belliche non le amo, ma assecondare questa è particolarmente efficace.

Infatti mettiamo tutti noi stessi in un obiettivo solo: ottenere quella promozione (che tradotto ai nostri giorni è diventare supervisori del dipartimento al call center), nella speranza di durare un po’ di più col contratto di servizio; conquistare proprio quella persona o mandare avanti proprio quella storia che, quando tutto va bene, è una vittoria di Pirro.

Mettiamo tutti noi stessi nell’impresa, perché a un certo punto facciamo l’errore d’identificarci con quella: insomma, ci sminuiamo, è come se ci improvvisassimo contorsionisti e ci rattrappissimo per finire in uno scatolone da trasloco… No, in quello ci entro, mi sa, facciamo lo scatolo di un televisore. Finché non ci viene la tentazione, una volta incaponiti, di tagliarci braccia e gambe per entrarci meglio. Ma è davvero questo, che vogliamo, entrare in uno scatolone?

E qualsiasi cosa che non ci comprenda in tutto il nostro essere è troppo stretta. Se l’obiettivo è lo scatolone, la prossima volta sarà una scatola di scarpe.

No, a lasciar andare una relazione tossica non siamo stati sconfitti, abbiamo vinto. Abbiamo perso una falsa battaglia iniziata da noi, portata avanti da noi, con noi stessi, e come dico sempre, a lottare con noi stessi perdiamo in ogni caso. È il momento di ritornare all’obiettivo principale, quello di attraversare quel pezzo di vita che ci tocca e vedere dove ci porta di bello, prima del capolinea. E sottolineo “di bello”.

Quindi, non bisogna essere grandi strateghi o cinesi o ex razionaliste pentite per apprezzare l’arte della ritirata.

Significa ricordare chi siamo, accettarlo in pieno, e raccogliere le forze per tornare all’attacco.

DisneyVillains_20120926Dopo la discussione della tesi di dottorato, si profilò tra i parenti l’ipotesi che il giorno successivo tornassi a Napoli, dal paese, apposta per accompagnare la mia tutor straniera alla navetta per l’aeroporto: più di un’ora tra andata e ritorno per neanche mezz’ora di tragitto insieme.

Quando dissi che in queste cose “stavo diventando catalana”, e quindi come la tutor stessa non vedevo l’urgenza di andarci, mi si rispose con ironia, “Macché catalana, stai diventando stronza!”.

Per la cronaca, la tutor si fece un tragitto simpaticissimo col professore di Siviglia, e dopo mi descrisse pure, tutta orgogliosa, i presunti reati tutti partenopei a cui aveva assistito strada facendo.

Quanto a me, ebbene sì, sto diventando stronza. E me ne vanto.

Perché pian piano m’immunizzo alla logica del “devi schiattare in cuorpo, ma devi essere gentile”.

E mando a quel paese (il mio) la filosofia del dover sacrificare la mia giornata e i progetti che le avevo dedicato a un inutile gesto di gentilezza, guarda caso verso qualcuno che sia più potente di me, o che possa avere una certa influenza sulla mia carriera.

Questa piaggeria spacciata per cortesia la lascio volentieri alla madrepatria, onestamente. Sono ancora fiera di litigare alla cassa per chi debba offrire, dopo un caffè tra amici, mentre l’occasionale cassiere italiano spiega ridendo che si sente un po’ a casa. Quello che non voglio fare è cacciare io la differenza, che spicciolino per spicciolino ammonta a 3 euro, per l’amico troppo stordito svampito svanito per capire che se non hai nemmeno i 5 euro per un kebab, la capatina al bancomat la devi fare PRIMA di ordinare, invece di aspettare 10 minuti al bancone e proporla solo a scontrino fatto. E che, ti mando a prelevare per 3 euro? Questa parte ipocrita mi è rimasta.

Ma è il gesto, che dà fastidio, come si dice da me. L’abuso della gentilezza altrui, sistematico, parassitario, da parte di quelli che sembra sempre gli sia tutto dovuto, perché la vita è stata così ingiusta con loro, e allora tu paghi i tre euro di differenza, o sacrifichi il tuo pomeriggio di scrittura a dargli pacche sulle spalle, e pensi poverino, con quello che gli è successo, se lo merita.

Ma si meritasse quello che vuole, fuori dal mio pomeriggio. Perché a fare le buone samaritane dei martiri professionali, non facciamo del bene a loro, e ci roviniamo la vita noi. Li confermiamo solo nel ruolo di crocifissi dell’esistenza, facendo il gioco della parte di loro che è troppo spaventata o troppo pigra per cambiare, e allora succhia le energie di chi invece nel suo piccolo ci prova.

Quando capiamo che, tradotta nella nostra lingua, la parola “stronza” può indicare “presente a se stessa”, una che ha capito che non farsi sfruttare significa anche aiutare davvero, quando serve, e farlo al meglio, quando l’abbiamo capito siamo pronte ad affrontare l’ultimo scoglio.

Quelle che stronze non ci saranno mai, lungi da loro, che anche in trasferta non hanno perso la corsa folle al compiacimento degli altri, altrimenti non si sentono abbastanza donne, abbastanza folli e martiri come le loro madri e le madri delle loro madri.

La declinazione al maschile del fenomeno merita un post a parte, perché in più ci mettono la prosopopea di credersi gli unici al mondo a fare tanto.

Le antistronze, intanto, conciliano famiglia lavoro tempo libero e pranzi luculliani per trenta, con tutte le cose buone che sanno cucinare e invidio loro genuinamente. Quello che non invidio è la pretesa per cui, se hanno imboccato una vita da schiave, debba averla abbracciata anche il resto del mondo.

E insomma, come ho potuto io, dopo un’intera giornata ad andare avanti e indietro per Barcellona a fare cose moleste, non dedicare la mezzanotte al bigliettino in dieci lingue da scrivere al compagno che parte, bigliettino che peraltro avrei dovuto comprare in fretta e furia in pausa pranzo?

Lei, l’antistronza, nello stesso giorno avrà portato a scuola i suoi tredici figli, lavorato 20 ore, pulito casa, prenotato i voli per Natale e scalato l’Everest.

La prossima volta le chiedo se mi ha mandato una cartolina, dalla cima.

No, mi risponderà.

Cosa? Mi scala l’Everest in pausa pranzo e non mi manda neanche una cartolina?

Che stronza.

11-Spirale-di-ExnerIl problema di quando ci intestardiamo con le cose è che perdiamo di vista il punto principale.

Quando facciamo yoga (e io in genere desisto alla seconda lezione) l’istruttrice ci avverte: “Non devi per forza soffiarti il naso con l’alluce sinistro, o ballare su un dito come i compagni esperti. Il punto è concentrarti sulla respirazione, le posizioni sono finalizzate a quella”.

Così come in teoria facciamo l’università per trovare un impiego nel campo che ci piace, anche se noi umanisti più che altro la facciamo per amore (perché per soldi…), e ultimamente il nesso non è affatto chiaro (ricordo il mio sbalordimento, quando la tizia inglese che mi fissò il tocco alla cerimonia di master mi chiese se avessi un lavoro).

Decidiamo all’ultimo momento di prenderci una birra con degli amici per rallegrarci la serata, e goderci la compagnia. Se il bar designato è chiuso o troppo pieno, non stiamo lì a fustigarci, andiamo altrove.

Magari potessimo fare questo per tutto il resto. Perché a volte perdiamo di vista il vero obiettivo, che in genere va su un doppio binario: egocentricamente, si tratterebbe di star bene con noi stessi, di essere contenti; posto in maniera più globale, si tratterebbe di fare ciò a cui siamo destinati, ciò che ci viene meglio. E no, non è egocentrismo, a ben vedere, perché solo in queste condizioni sappiamo davvero interagire con gli altri senza chieder loro niente in cambio e senza usarli per sentirci appagati. Quando ci sappiamo “riempire” la vita da noi, non c’è mezzo che tenga.

Allora, quando ci ossessioniamo in una sola storia, che non funziona, perdiamo di vista il punto principale, condividere il miracolo dell’amore che ci era capitato. Se quella storia diventa fine a se stessa anche ad amore esaurito, si tratta di un ricatto del nostro ego: se non la porti avanti non sei nessuno, hai sprecato tempo, hai perso altre occasioni. E lui, l’ego, ha perso un’altra occasione per stare zitto. E ricordarsi delle priorità della vita.

Forse l’unica cosa che non dobbiamo davvero perdere di vista è quella che ci riempie sul serio, quella che ci piace fare più di ogni altra e che è onestamente un fine in sé: coltivarci. Una volta fatto questo, possiamo declinarlo in mille modi. Prenderci cura di un bambino, di un lavoro appagante, di un’associazione di volontariato… Ok, perfino del fantacalcio.

Insomma, non perdiamo il bandolo della matassa, il punto centrale della questione: ciò che facciamo, lo facciamo per noi, e per star bene con gli altri. Se non assolve più a questa funzione, e non è facile ammettere che succeda, non ci serve più. È meglio cambiare che trascinarcelo dietro perché troppo orgogliosi per ammettere che non funziona.

Lo so che non è così meccanico, che ci sono degli strascichi, e poi le persone non smetti di amarle perché non ti “servono”. Ma se non perdiamo di vista il punto principale, allora sapremo amarle meglio, senza usarle: perché, paradossalmente, è più facile servirci degli altri quando perdiamo di vista ciò che serve a noi.

In quel caso giriamo in tondo come quando cerchiamo parcheggio e finiamo per sconfinare nel quartiere vicino, o quello dopo ancora. Intanto, magari, si è liberato un posto proprio sotto casa.

econarcisoC’è questo film, La verità è che non gli piaci abbastanza.

Io dico che non ti caga proprio.

E prima lo accetti, meglio è.

Forse ti piace proprio per quello, ma ne riparleremo.

Intanto non fraintendermi, non significa che la persona in questione non sappia che tu esista, o che pensi che tu possa anche morire. Magari ti vuole pure bene, a modo suo.

Ma non ti caga proprio, non come tu vorresti, e quando si è innamorati c’è un solo modo di cagarci come vorremmo. E non te lo riserva.

Non per colpa sua, peraltro, che ste cose succedono o non succedono. Semmai te lo riservasse un giorno, difficilmente dipenderà da te.

Se avrete una discussione, anche accesa, tu ci rimuginerai su tutta la serata, se sei come me arriverai anche a cacciare due lacrime. Pensi che dall’altra parte ci sia altrettanto interesse? Avrà scordato la cosa in poco tempo, o al massimo ti avrà registrato come grande rompiscatole.

Tanto vale non fare niente, accettare sta cosa e andare avanti. Se proprio te la vuoi raccontare, andare avanti aspettando tempi migliori.

Se vuoi riservarti il dono della sincerità, tanto vale andare avanti per fare spazio a te. A tutte le cose che stai ignorando per concentrarti solo su questa ossessione. A un presente che non lasci scorrere perché sei ancora proiettat@ o nel passato o, a ben vedere, nel condizionale delle cose mai avverate e che forse non si avvereranno mai.

Perché? Perché fai resistenza a questo semplice postulato: “Non ti caga proprio”.

Dici ma no, l’altro giorno mi ha scritto. E magari, se la invito a cena un altro po’, magari se gli salto addosso, col tempo…

Ecco che fai resistenza. Ecco che passi i giorni o parte di essi a tormentarti su un possibile cambiamento, o, peggio, su cosa possa fare tu per provocarlo, mentre nella maggior parte dei casi non puoi farci niente. Ecco, ho scritto “nella maggior parte dei casi” e già pensi, “magari nel mio sì”. No, che ti piaccia o no, non c’è nessun motivo per cui il tuo caso faccia eccezione.

Io ti capisco, figurati. Tu speri ancora. È il lavoro degli innamorati. Sperare. È una delle cose più spontanee della storia umana.

E non sarò certo io a toglierti la speranza. Non ho il cuore di toglierla a me, figurati come pretendo di strappartela.

Dico solo che magari, perché qualsiasi cosa accada (e va bene, anche perché accada eventualmente quello che vorresti tu), devi accettare le cose così come sono, in questo momento.

Che non ti caga proprio. Che mentre fai resistenza a questa semplice verità, ti passano davanti tutte le occasioni e le opportunità (di qualsiasi genere, eh, non parlo solo d’ammore) che potrebbero farti cambiare la situazione, se non nel senso voluto, in uno che ti vada bene.

Allora, smetti di perdere tempo a resistere, dai per scontato quello che è indubitabile, e una volta afferrato questo puoi fare tutto il resto.

Che so, conquistare il mondo.

In quel caso, nun te scorda’ l’amici.

atlanteOggi mi sono svegliata scocciata, per tutte le cose che dovevo fare.

Ma non me lo dicevo. Continuavo a rompere uova, scordarmi cose nel carrello della spesa, cadere, abbinare il blu col marrone.

Finché non mi sono detta che stavo scocciata, e mi sono rivelata anche perché.

Anche i perché più ovvi sono delle rivelazioni, quando non vogliamo vederli. Specie se, come nel mio caso, hanno a che vedere con mancanze nostre.

Ma piuttosto che vedere i perché, con errori nostri annessi, preferiamo intossicarci un’intera giornata.

Invece no, a fermarci un attimo e chiederci che succede, e rispondere onestamente, ci pigliamo un dispiacere non indifferente (ammettere di essere stati incauti o precipitosi o superficiali non è una cosa da poco), ma almeno sistemiamo la questione, come un lenzuolo enorme ripiegato nell’armadio, e possiamo fare altro.

Cosa? Ah, già. Ne abbiamo parlato altrove.

Spesso viviamo solo di questo, dei perché non detti. Ci piace. Fare un po’ le vittime di “una giornata storta”, come se il sole fosse sorto a rovescio quel giorno e noi freschi come una rosa fin dal mattino, e non vedere cos’è che renda difficile ammazzare il tempo e quanta responsabilità ci sia da parte nostra.

Ma no, lo spazio per le cose è un bel sollievo. Una volta ammesse paure, ansie, mancanze, e anche l’impotenza quando la questione non ha niente a che vedere con noi (penso al vicino che mi chiama quando gli si allaga casa) ci sentiamo più piccoli, più indifesi, ma anche più sollevati.

Il mondo non si regge sulle nostre spalle, che ci piaccia o no. Possiamo anche dargli un calcione, spedirlo in qualche galassia parallela e occuparci di tutto il resto.

Di noi, per esempio.

trottolaEbbene sì, faccio ancora il gioco della Coca Cola. Quello che stacchi la linguetta e intanto fai A, B, C… La lettera che ti esce è quella del lui che ti pensa (mado’).

Ormai lo faccio in automatica, senza pensarci, semplicemente non ho l’abitudine di staccare la linguetta in uno strappo solo.

Ma questi giochini scemi da salatini e Smemoranda nel doposcuola mi accompagnano spesso.

Per esempio, per l’esasperazione del mio migliore amico, quando mi cade un peletto dalle sopracciglia faccio ancora il gioco di stringerlo tra due dita, il mio e quello di chi mi subisce, ed esprimere un desiderio: se, staccandoci, me lo ritrovo sulla mia mano, si avvera il mio. Se no…

Ultimamente ho toccato il punto di non ritorno: quest’ultimo gioco lo faccio da sola.

Coi bivi che si presentano nella mia vita da adulta.

Mi lascio indietro questo lavoro / faccio un ultimo tentativo. Giro pagina / do un’ultima chance al passato.

Cose così, insomma, da chiamare la neuro.

Il gioco del sopracciglio non ingarra quasi mai, ovviamente, ma il punto è che, messe sul piatto della bilancia del caso, queste scelte un po’ si equivalgono.

Cioè, sembra sempre che dobbiamo prendere chissà che decisioni irreversibili, ma nella maggior parte dei casi si può tornare indietro. A pensarci bene, poi, se ci dobbiamo stare tanto a pensare i casi sono due: o una scelta è molto migliore dell’altra, ma abbiamo troppa paura (ragione in più per prendere quella), o le due possibilità, più o meno, si equivalgono.

Quindi, è il caso di tormentarsi tanto? Specie se consideriamo che quasi nulla di quello che scegliamo è irreversibile. Il problema è fare tante di quelle scelte sbagliate che ci mettiamo in un labirinto da cui è difficile uscire.

Ma per evitare quelle c’è il gioco dei giochi, l’unico che possiamo ancora fare a 30 passati senza passare proprio per idioti.

Quello delle onde, al mare. Quando arriva il cavallone formato tsunami e nel fuggi fuggi generale restiamo là impavidi, senza macchia e senza paura, ad affrontarlo. Ovviamente, ne finiamo travolti.

Ma la nostra tattica, qual è? Opporci alla corrente? Molto coraggioso, ma, ve ne sarete accorti, poco divertente. Alla fine siamo così piccoli di fronte alle ondate del caso, che ci travolgono uguale, l’eroismo diventa nella migliore delle ipotesi un tuffo a cufaniello (a sacco di patate) e finiamo per bere più acqua salata di quanta ne abbiamo mai usato per lessarci la pasta.

Allora, che si fa? L’onda, si cerca di cavalcarla. O meglio, seguirla. Seguire la corrente. Quando ti capita una simile meraviglia non ci vuole una tavola da surf, per provarci. Basta il coraggio di non mettersi al riparo e di imparare a essere docili, quando si lavora per noi.

E le correnti, ogni tanto, lavorano per noi.

mirkoSi parlava di ingredienti, ultimamente, del fatto che abbiamo l’occorrente per darci a grandi piatti, e tiriamo avanti a pasta scaldata.

Lasciamo sta metafora culinaria, che non so più come portarla avanti (oh, se volevate leggere il blog di Sartre, purtroppo siete arrivati tardi) e passiamo alle confessioni. Una volta che avrete “accettato il vostro destino”, formula poetica per dire che vi sarete decisi a essere voi, fino in fondo, una volta che sarà successo questo, comincerà la parte più scocciante: affrontare gli errori che avete fatto prima.

E che credete, che solo perché avete deciso spariscono i debiti? Che traslocate immediatamente dal cesso di casa che vi siete trovati? Che ve ne andate anzi in un’altra città, con un altro lavoro, con un’altra persona che vi faccia star meglio del campione di cazzimma che vi siete trovati per partner?

Seh, buonanotte.

Se ho imparato una cosa, sulla strada dei cambiamenti, è che la parte più irriducibile sono gli errori. Sono come le rate del televisore. Subisco ancora le conseguenze delle stronzate che ho fatto un anno fa, prima che mi decidessi a cambiare. E no, non vale, quando viene l’esattore di questo tipo di tasse, dirgli “Guardi, la persona che ha contratto questi debiti era molto diversa dalla me che sono ora, non mi sembra giusto pagare anche per i suoi errori”. Diciamo che datori di lavoro, amori sbagliati e malattie cardiache non hanno il nostro stesso senso filosofico: esigono attenzione e soluzioni immediate.

Adesso arriva la buona notizia.

Dopo averle provate tutte, per estinguere debiti e rimediare a errori, sono arrivata a questa conclusione: una volta fatto il nostro, gli errori si risolvono da soli.

O meglio, se lasciati a decantare, migliorano. Se li trattiamo coerentemente con la nostra nuova strada, se al lavoro smettiamo di fare i Fantozzi senza per questo chiudere le mani del capo in un cassetto, se evitiamo di mentire al nostro ragazzo senza per questo aspettarci una medaglia d’oro, se ci prendiamo le nostre responsabilità senza per forza mandare tutto a carte quarantotto, in qualche modo gli errori assumono una forma accettabile, piano piano trovano la loro strada per risolversi. Magari non come volevamo noi, e non tutti gli errori, eh, che ad alcuni non c’è rimedio. Ma perlopiù si risolvono.

Come spesso accade, l’idea mi è venuta nel modo più banale possibile: osservando le mèches di una conoscente molto bella che, posando per prodotti per i capelli, doveva farsi delle tinture “sbagliate”. O meglio, doveva tingersi i capelli in modo da incarnare lo stereotipo di bellezza che voleva vendere la sua azienda, invece di mantenere il suo fascino originale.

L’ultima volta che l’ho vista, invece, aveva trovato un lavoro più stabile e aveva dei capelli perfetti, un curioso mix di mèches biondicce e toni più scuri. Tranquilli, non vi faccio una lezione di shatush, basti dire che le feci i complimenti e mi rispose:

– Sì, sono mèches di un anno fa. Non le tocco da allora, si sono un po’ schiarite per il sole e intanto emerge il colore naturale.

E la mia mente malata già covava il metaforone: errori e mèches non si cancellano. Ma quello che ne facciamo, lasciandoli lì a curarsi da soli intanto che proseguiamo col cambiamento, diventa una cosa unica, una parte di noi inedita.

La “mesciata” a un certo punto si è fatta seria, ha guardato i miei, di capelli, ormai corti e senza più tracce del biondo dell’infanzia che inseguivo chimicamente, e mi ha detto:

– Mi piaci, così, sei più tu.

Già. Sarà che ho smesso di fare il più grande errore: cercare di essere lei, o una come lei.

Ho capito che provare a essere me, per una volta, è l’idea più azzeccata che mi sia venuta ultimamente.

spaghetti albertoneaccattone 004Lo scrivo da vegetariana, eh.

Ma se in frigo avete: pancetta, uova, pecorino q.b..

E in dispensa avete: rigatoni, aglio, olio, pepe nero.

… Cosa vi mangiate, a pranzo?

Sì, lo so, potreste farvi le uova strapazzate con pancetta, stile colazione inglese. Oppure la pasta aglio e olio.

Ma se avete tutti gli ingredienti per una carbonara, perché accontentarvi di questi surrogati?

Solo perché potete farlo? Ok, viva la libertà.

Ma se la vostra dispensa vi sta implorando in ginocchio di preparare proprio quel piatto, che vi riesce pure così bene, perché fare altro?

A me sembra che lo facciamo molto spesso, un po’ in tutto. Fare qualcosa molto al disotto delle nostre capacità. Al disotto di ciò che possiamo, in nome di ciò che crediamo di volere (che, guarda caso, coincide spesso con la decisione più pigra o meno esigente).

Io mo’ non sarò Dickens, ma volevo scrivere, e per molto tempo mi sono accontentata di descrivere appartamenti online per un’agenzia. La noia di commentare interni spesso tutti uguali veniva compensata dalla sfida di farlo in modo sempre diverso, e dalla quantità (quaranta descrizioni al giorno era la mia media).

E stavo bene. Mai stata meglio. Ma mi mancava qualcosa e non volevo vederlo, infatti, quando sono stata licenziata, la creatività che reprimevo mi ha travolta e trascinata con sé alla deriva, per un bel po’ di tempo. Finché non ne sono riemersa più consapevole della mia vocazione, e finalmente con una penna in mano.

Allora, guardandomi indietro, la sensazione è stata la stessa che avrei dopo essermi accontentata di una pasta scaldata (la specialità delle mie “amate” suore delle elementari) per la pigrizia di mettere a soffriggere roba sul fuoco: sfuggire al mio destino, in un certo senso. Prendere sottogamba le mie qualità. Una cosa è fallire come scrittrice, un’altra è non provarci proprio, accontentandomi di descrivere appartamenti.

Non è una questione di gerarchie, anzi. Una buona pasta aglio e olio vale la migliore delle carbonare, non dico di no (specie ora che non mangio carne). E c’erano persone, nell’agenzia degli appartamenti, che ci mettevano tutta la passione del mondo, perché quell’attività veniva incontro alle loro aspirazioni: non ci vedevano creatività frustrata, ma affari, la voglia di primeggiare nel loro campo, la passione per il mestiere. Per loro era questa, la storia, e questa la bellezza.

Dobbiamo cercare la nostra, di bellezza, la cosa migliore che riusciamo a fare e a essere, con gli ingredienti a disposizione.

Ne parleremo ancora, a stomaco pieno magari.

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