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desigualE poi ci sono quei pomeriggi.

Quelli in cui la traduzione del giorno è nel suo file, il bando l’hai letto, le nuove critiche al libro stanno lì a macerare, come fiori per un profumo, e tu hai la stessa tranquillità e pace interiore di Virginia Woolf (senza peraltro un briciolo del suo talento). Anzi, rispetto a te Virginia Woolf ha la tranquillità e pace interiore di un impiegato del catasto con l’hobby della filatelia.

In questi casi, prima di ricordare che vivi al quinto piano, è meglio uscire per saldi, che, senza fare la Sex and the City della situazione, un cappottino nero non ci starebbe male, così non appezzotti sempre la trapuntina-beige-che-sta-bene-su-tutto.

Allora, benvenuti al tutorial dei saldi del basilico! Volete sapere il trucco dei trucchi, quel posticino che sa solo chi ci vive, in una città? Ebbene, vi svelo il mio piccolo segreto. Rullo di tamburi…

Il Corte Inglés!

E manco quello dell’Hard Rock Cafè, o di Portal de l’Àngel. No, proprio quello di Plaça Catalunya. Sì, lo so, non ringraziatemi. Se non ve l’avessi detto io, non l’avreste neanche notato, sobrio com’è.

Sono giunta a quest’importante filosofia di vita dopo aver provato di tutto: gli outlet vicino Plaça Tetuan, i negozietti fricchettoni del Gotico, e perfino i cinesi di Sant Antoni. Niente da fare. Al Corte Inglés la maggior parte della roba esposta in saldi è per la serie “devi dare tu i soldi a me per mettermelo”, ma hanno tanta di quella stoffa a marcire nei magazzini, che ogni tanto trovi delle ex promozioni (leggi “scarti degli scarti”) al 50 e 70%. E se avete gusti diametralmente opposti alla maggioranza della popolazione (e un busto che per le magliette potreste andare ancora da Prenatal), vi siete fatti il guardaroba di Pasqua, Natale e Capodanno alla faccia di Manolo Blahnik.

Intendiamoci, le canotte a costine Ralph Lauren a 20 euro, che le trovi uguali a 5 di Sfera (la linea economica del magazzino), stanno bene dove stanno. Ogni tanto, però, rimedi cose buone, pure nell’intimo: in saldi trovi certe marche “che durano” al prezzo intero di quei completi italiani (non fatemi nominare la catena) che prima ti scuciono 20-30 euro, poi si scuciono il tempo di portarli fuori dal negozio.

In genere, poi, durante i saldi gli stranieri non residenti a Barcellona hanno uno sconto del 10%, presentando un documento d’identità all’ingresso. Le mie amiche catalane, sapendolo, hanno fatto tante di quelle storie che non ho il coraggio di presentarmi lì con le “s” a fine parola e dichiarare di essere appenas arrivatas. Anche perché, con la gente che frequento ora, magari mi uscirebbe in catalano, e non sarei credibile.

Comunque ribadisco, non è che si trovi granché. Infatti l’amica sarda ex residente, ora in visita fino a domenica, la incontro coi reggiseni a metà prezzo infilati in borsa e le mani vuote. Le sue, invece, sono occupate a scattare varie foto a una turista che voleva mettersi in posa sulla Rambla del Mar, con un venticello scherzoso che la bora in confronto è un ventilatore rotto.

Tanto noi andiamo al cinema, al Maremagnum. Per una volta che vogliamo vedere lo stesso film, The Hobbit, e prima che me ne penta, sbrighiamoci a comprare i biglietti (e l’osservazione che alla stessa ora ci sia anche Lincoln, amica mia, è proprio un colpo basso, vade retro Satana).

Per fortuna o purtroppo, nonostante la zona turistica al massimo, il film è in spagnolo. E voglio stare pure a discutere, per poi uscire comunque dal cinema, sui pregi del doppiaggio italiano, ma in spagnolo davvero non si può sentire .

Ma la simpaticona alla cassa è disposta a restituirci i soldi, non prima di aver sbuffato e fatto una predica alle due italianinis sul fatto che “in Spagna” i film siano doppiati in spagnolo, a meno che non sia specificato altrimenti.

Muy amable, eh, sibilo, ma lei traduce correttamente neh vrenzola, i favori si fanno o no, senza brontolare, credevo che in questa munnezza di centro commerciale fosse tutto per turisti e comunque, vivendo tu a Barcellona, la Spagna che ci vuoi insegnare l’avrà vista al massimo nonneta. E per sua fortuna non dice niente.

L’unica cosa certa è che devo una serie di birre all’amica allibita. Sarà la pace interiore di cui sopra.

pastisE al Pastís, inaspettatamente, c’è un delizioso concertino. Casi el mejor trío del mundo: banjo, trombone e clarinetto. Musica tipo swing, da orchestrine anni ’30, con tanto di vocione simil-nero del banjo, che in realtà pare slavo. La “trombona”, invece, è catalana.

Avventori simpatici, internazionali, dai francesini al tizio col pantalone a zompafuosso, che decidiamo esser fresco di ostello.

– Meglio che il cinema! – ammette l’amica.
– Mi piace quello di fronte a te – rispondo.
– Sì, non è male.
– Oddio, siamo d’accordo su un uomo!

Non succedeva dalla trobada de becaris, quando un collega dottorando si girò un momento e nella catalanissima aula dell’Ateneu Barcelonès risuonò un grido in sardo: “Abbiamo pensato la stessa cosa!”.

Ma dura poco. Fino al momento in cui la mia follia pomeridiana è affogata in un delizioso Don’t Worry Be Happy versione swing. E ci mettiamo tutti a fare i cretini appresso al terzetto.

Tutti, tranne lui.

– Complimenti, Maria. Sei riuscita ancora una volta a notare l’unico che non sorride mai. E non balla, non va a tempo…

Lo so, sono campionessa mondiale. Ho fatto di meglio, eh. L’ho sgamato anche una domenica sera al Big Bang, nel momento di massimo sovraffollamento.

Stavolta sono pure fiera di me, perché per notarlo non mi ci è voluta un’altezza straordinaria, o degli occhi azzurri che brillano nel buio. Solo un nasino all’insù sotto un paio di occhiali rétro, e scarpe da ginnastica con l’immancabile calzino bianco. Vorrei solo capire quale tipologia ha captato stasera il mio radar, che in genere, come Paganini, non ripete. Apatico cronico? Celo. Innamorato dell’ex? Celo. Religioso sessuofobo? Celo.

Per una volta, resterò col dubbio. E con una borsa piena di mutande al 50%.

ramboImmaginate la scena.

Siete a Barcellona a una bella festa, soddisfatti ma stanchissimi. Le canzoni demenziali hanno appena ceduto il posto a Marisol, c’è così tanta gente che non si respira e la vostra amica continua a non credere che il cugino bello di Rambo, davanti a lei, sia gay.

A quel punto, tutto ciò che vorreste fare è tornare a casa, al massimo fare una capatina al baretto all’angolo per commentare il Barça coi vicini…

Quando chiama lei.

L’amica straniera della tua amica. Quella che non sa un cazzo delle strade del Raval, perché ad andarci sola Dio scampi, ma vuole proprio raggiungervi.

Solo che ha degli amici al seguito. Connazionali in visita, carichi di gingilli del Barça e foto della Sagrada Família.

E, udite udite, vogliono mangiare paella. Alle 20 di domenica sera.

Il vostro istinto di conservazione vi dice solo fuje sempe tu. Gli occhioni da cerbiatta della vostra amica dicono “Mica mi lasci sola, vero?”.

Così proponete:

– Vabbe’, ti accompagno dai tuoi amici e poi vado a casa. Dove stanno?

– In questo momento, in Plaça Catalunya con Raval.

Perfetto. Sorvoliamo sulle indicazioni spagnole senza traverse, senza preposizioni (epic win: “ci vediamo nell’Arc de Triomf”, e stavano a 10 metri di distanza dall’arco). Ma Plaça Catalunya, facendo mente locale, è circondata sempre e solo da Gotico ed Eixample. Staranno nel Pelayo?

– Non so – rettifica l’amica – dice che ora stanno nella prima strada del Raval a destra.

La prima… No, questo concetto ve lo dovete segnare. Anche l’amica che propone “Boh, andiamogli incontro, prima o poi li troviamo”. E ripensate a Peppino che in Piazza Duomo a Milano propone: “È la piazza principale? Sediamoci qui, quella qua passa“.

Ma quando già state su Joaquim Costa arriva un altro Whatsapp: “siamo in c. Hospital“.

Ora, a meno che non volino su scope di saggina o abbiano inventato il teletrasporto, all’hospital ce li mandereste voi.

Ma volete aver fiducia nel prossimo, quindi riuscite a portare l’amica nel punto indicato, ancor prima del messaggio “Ora siamo fuori al Macba“. Ok. Sono i Cullen di Twilight.

– Senti, si fermassero lì e non si muovessero, se no succede.

Peccato che in spagnolo “succede”, senza soggetto, non rende l’idea. Ma eccoli lì, i nostri eroi, in attesa tra gli skater di Plaça dels Àngels, che purtroppo continuano a scansarli.

Ora fate un respiro profondo, dite om shanti e spiegate che la paella di domenica sera, a Barcellona, solo surgelata può essere.

A meno che…

– Scusi – chiedono 10 minuti dopo al cameriere della Xaica – El Bastió Blaugrana – la vostra paella è surgelata?

– No. Infatti per mangiarla dovrete aspettare 30 minuti.

Che diventano 40 perché la turista si deve far tradurre tutto il menù, due volte. In inglese e in turco. Il compagno fa lo stesso, ma lo fa dietro la vostra schiena perché vi siede accanto per guardarsi il Barça, lasciandovi lontani dall’amica e letteralmente presi dai turchi.

Che bello, almeno si guarda la partita!

No, si deve anche parlare. Sempre in turco. E la turista vuole la password di Internet per l’iPad, ma la cameriera non collabora perché troppo presa a dimenticarsi dei vostri piatti, che arrivano freddi.

La turca “stanziale” si fa scaldare il suo, e l’amico le diagnostica un ricovero per quello che ci finirà dentro nel processo. La turista richiama la cameriera: password a parte, la coca cola è scaduta.

Adesso. Tutti hanno diritto a bere coca cola non scaduta, ovviamente. Ma, benedetta figliola, come ti è venuto di alzare la lattina di Diet Coke e leggervi la data di scadenza? Sei il mio mito di tutti i tempi.

Intanto l’amica andalusa vi informa che tiferà Sevilla perché Messi ha la cara de mongolo . Cent’anni di diritti dei disabili buttati nella spazzatura insieme alla paella.

Perché ovviamente, quando arriva, la turca ‘nzista ne assaggia giusto due cucchiai.

– Non la voglio. C’è il coniglio.
– Embe’?
– Io non mangio coniglio. Io adoro i conigli.

Già, perché invece mucche e gallinelle le hanno fatto qualcosa.

Fortuna che il Barça vince abbondantemente e siete troppo impegnati a chiedervi per quale arcano motivo il centrocampista del Sevilla faccia di cognome Buonanotte, per accorgervi che, dopo la crema catalana di rito, la cameriera pensa bene di mettervi davanti del liquore alla mela, omaggio della casa. Scordandosi i bicchierini.

Buonanotte è già diventato Va’ te cocca, prima che si rimedi alla svista e la vostra amica spagnola scopra risollevata che non è ancora ora di andare al lavoro.

Voi invece scoprite, prima del canto del gallo, che Buonanotte è argentino. E di nome fa Diego.

Forse, se invece di cedere agli occhioni della vostra amica imparate voi a dire “buonanotte” e filare a casa, la prossima volta andrà meglio.

Io l’imparo pure in turco, non si sa mai.

santagataSul mio comodino si tengono lezioni di cucina che MasterChef se le sogna. Proprio in cima alla pila di libri che mi sono portata dall’Italia, resistendo tutte le feste e cedendo proprio alla Feltrinelli di Capodichino, a due passi dall’aereo.

Nell’angolo tra il lume di plastica verde e la parete bianca, che già comincia a scrostarsi, Agatina e sua nonna fanno le minne di sant’Agata. Impastano la ricotta e la farina che si trasformeranno in un seno bianco e sensuale, con una ciliegina candita sopra. E poi le contano. Devono essere due per ogni donna della famiglia, se no la Santuzza si offende. Stanno a Palermo, ma nonna Agata, ovviamente, è di Catania. E, salvando la bimba da genitori un po’ caotici, le insegna la cucina e le cose del mondo.

umeboshiUn paio di centimentri (e vari strati di polvere) più sotto, in Giappone, la giovane Ringo e sua nonna vegliano le umeboshi perché non ammuffiscano. Anche la nonna di Ringo rimedia agli errori di una mamma un po’ scombinata, e piano piano, più con gli assaggi che con le parole, insegna alla nipotina quello che sarà il suo mestiere. Il mestiere che le salverà la vita quando il fidanzato indiano si porterà via il suo profumo di spezie assieme ai mobili, costringendola a tornare in paese e inventarsi una nuova vita. E le minne entrano in scena anche qui, perché ora Ringo, con in bocca l’ultimo umeboshi al sapore di nonna, già intravede dal minibus il Monte delle Tette, in realtà due monti vicini che fanno da sfondo al suo villaggio.

Separate dallo spazio e dal tempo (e pure dalle Feltrinelli, perché Agatina era stata l’unica mia concessione a Piazza Garibaldi), Agata e Ringo, con nonne e minne al seguito, non potevano che incontrarsi per puro caso, su un comodino preso in un magazzino di mobili buttati.

A qualche centimetro da entrambe, nel lettone IKEA mezzo vuoto e mezzo pieno, ci sono io. Che pure ho avuto a che fare con con un fidanzato profumato di spezie, solo che lui l’India la schifava, i mobili me li aveva dati e non tolti, e questa è un’altra storia.

Nonne, minne e cucina, invece, mi accompagnano da sempre all’insegna dell’assenza.

Nonna la cucina non me l’ha insegnata, perché nessuno l’ha insegnata a lei. Se non fosse per mio fratello, fan di tale Carlo Cracco, questa lacuna in famiglia non verrebbe mai colmata. La nonna che non ho mai conosciuto, invece, mi ha lasciato in eredità il nome, l’amore del figlio e, a quanto pare, le minne. Nel senso di:

– Papà, tu che sei medico, perché le tette non mi crescono? Ho già 15 anni!
– Eh, avrai ereditato quelle di nonna, piccole ed eleganti.
– Eleganti un ca… Ehm, mamma, com’è morta, la nonna?
– Eh, di un tumore al seno, purtroppo.

Terrore a parte, invidio sia le minne di Sant’Agata (e solo quelle, malpensanti) che gli umeboshi. Ma mi tengo Barcellona, il lettone IKEA, il comodino d’occasione, e le ricette giappocatanesi che mi fanno ingoiare i sogni di gennaio.

(uno per la Santuzza)

(ancora Giappone in trasferta)

daru-salaam_pxl_d560eef0c3eee51003cf02374ad716aaE così, ho scoperto pure il sozzoso in versione senegalese.

Grazie ai miei compaesani in visita a Barcellona per una mostra fotografica.

Va detto che l’esperta in sozzosi (leggi “ristoranti spartani, decadenti e untissimi”) sono io, sia a Napoli che a Barcellona. Tant’è vero che il mio sozzoso cinese e quello maghrebino non hanno manco un sito web, per non parlare di un nome scritto a caratteri romani! Ma stavolta i paisane li avevo portati al mio Teranga , che li ha scandalizzati: c’era addirittura spazio per sedersi!

La lacuna andava colmata, ha deciso la moglie catalana del fotografo. Così, entrando in questo tempio di sozzeria deliziosa, col riso estratto da secchie immacolate e un dislivello pazzesco sul suolo, oltre ad avere un orgasmo multiplo ho constatato tre cose:

1) il riso senegalese, proposto in alternativa al cous cous è troppo bello. Sembra spezzato a metà, i chicchi sono finissimi. Me ne accorsi in un ristorante clandestino vicino Piazza Garibaldi, scoperto grazie a una spia ivoriana;

2) ho una crisi d’identità col bilancio di fine pasto. Piatti delle catalane: mezzi pieni. Piatti dei paesani: ossa o spine. Piatto mio: una via di mezzo tra le due cose. Cosa sto diventando? Lo scopriremo solo vivendo;

3) lo humor del mio paese si fonda sostanzialmente sullo sfottò. Lo sapevo, ovviamente, anzi, ne soffro le conseguenze quando torno per le feste e scopro di non esser più abituata a esordi telefonici tipo ue’, munnezza!. Ma non l’ho mai capito come l’altro giorno, in un ristorante senegalese, seduta tra frattesi e catalane. Lo sfottò funziona così: si mette alla berlina un paesano alla volta, che assume un volto imperturbabile mentre di lui si dice qualsiasi cosa. Al massimo scuoterà la testa come a negare, e a quel punto verrà incalzato senza pietà fino alla rievocazione del lontano campeggio del 1994, quando ci provò con l’istruttrice dei boy-scout (“Io non ho mai fatto lo scout!”, “Neghi l’evidenza!”).

L’unica ancora di salvezza, per lo sfottò, è trovare una vittima “esterna”. Così il più “letterato” di noi si è girato verso una delle pareti, adornate da motivi afro, e ha dichiarato:

– Io vorrei sapere solo una cosa. Ma chisto chi è?

E infatti, tra foto “a tema” con l’ambiente, c’era il classico fricchettone locale con capelli lunghi, improbabili pantaloni gialli con disegnini africani, e canottina rosso aranciato.

In effetti, il senso estetico di gente abituata a sfottere per molto meno era decisamente messo a dura prova. Ma se consideriamo che la deliziosa compagna del letterato aveva remore a comprarsi un altrettanto delizioso cappellino anni ’20, temendo poetici commenti per strada (Ma chi si’, Charlie Chaplin?, le fu detto una volta), allora preferisco l’intruso daltonico sulle pareti del sozzoso.

Se fossi andata da Peppe 2, con la maionese erogata da pratici tubi che ricordano le zizze di vacca, avrei avuto delle visioni ancora più mistiche.

(Il menù del sozzoso dei sozzosi)

fangoria2 -Ma lo sai che somigli a Fangoria?

Il tizio mi indica pure la foto, un primo piano particolarmente intenso appeso alla parete maculata del Sor Rita, mentre il suo ragazzo collassa bellamente dallo sgabello accanto al suo.

– Eh, magari! – scherzo. Non che mi sembri un gran complimento, ma arrivarci, così, a quell’età. Senza la fioritura tardiva di tette, però, sarebbe un cambiamento troppo grande.

E poi come fa questo qui, che con un soffio di vento se ne cade, a stare con quel bruto, mi chiedo ingenuamente mentre lui si avvicina al mio volto, rivelandomi che ha mangiato chorizo con molto aglio.

– Hai begli occhi, tesoro. Come lei. Bel taglio. Solo, non metterti più quest’orribile matita blu.

Per la cronaca, la matita è verde, bicolore, di quelle scampate alla crisi di Peggy Sage.

L’amico che è con me torna al tavolo pure con la mia bibita, di fronte al Kamasutra delle Barbie.

– Questa matita la metto quando voglio che i miei occhi sembrino azzurri…

– Oliva, cariño. I tuoi occhi sono color oliva.

Sempre per la cronaca, i miei occhi verdognoli, cangianti sull’azzurro, con macchioline castane, furono la disperazione di due impiegati comunali al momento della prima carta d’identità. Nella seconda furono definiti “grigi”, nella terza “cerulei”.

– E sono molto belli. Solo, non metterti mai più quest’orribile matita blu.

Ride, divertito e schifato dalla mia mancanza di gusto.

sorrita Gli incontri che fai al Sor Rita. Di per sé un gioco di parole tra “suor Rita” e “zorrita”, zoccoletta. Tra mutande leopardate in pizzo (in vendita) e fotografie di pornostar.

Mi è andata bene, però. L’ultima volta che scattò un totosomiglianza con gli amici, fui ribattezzata Alessandra Mussolini, e non osai chiedere se somigliassi più alla parte Benito o alla parte Sofia Loren.

Le imboscate per la serie “sai che somigli a…” hanno due possibili effetti:

1) illuminazione. I difetti che avevi deciso non si vedessero tanto, si notano eccome (che ne so, del naso ti preoccupa la gobba e ti paragonano a una che ha la tua stessa narice a pupaccella);

2) figura di merda. Ti paragonano a una bellissima, che ovviamente non c’entra una ceppa con te. E per contrasto passi assolutamente per racchia.

Il secondo tipo di paragone lo scatena in genere un solo pazzo, improvvisamente rapito da smania comparativa, mentre chi lo circonda cerca di dirgli che vaneggia senza infierire troppo sulla tua autostima.

Il peggior caso mi capitò in Piazza Fuga, al Vomero, quasi 10 anni orsono. Già mi ero fatta un percorso in macchina che non capivo come ci fossi arrivata, litigando pure con un idiota per chiedere informazioni. Entrai stremata da un fruttivendolo e un cliente saltò con tutta la busta:

– Ma la signorina non somiglia ad Anna Falchi?!

Silenzio di tomba.

– Ma sì, è uguale! – insisteva quello. – Guarda… Guarda.

Il fruttivendolo mi venne in soccorso:

– Forse, gli occhi…

Dite sempre gli occhi. Alla fine brillano, se non sono proprio strabici sono una fonte di salvezza. Ma quello continuava, deluso dallo scarso appoggio e a maggior ragione infervorato:

– No, no, somiglia proprio ad Anna Falchi!

Ora, la mia buona memoria mi condanna a ricordare ogni dettaglio del mio abbigliamento. Scaldacuore lilla di Piazza Italia su canotta bianca (temo alzata sull’ombelico), e una gonna lunga viola cangiante, che giuro che ai tempi le mendicanti rom mi sfottevano “zingara” per strada.

Presi in fretta qualsiasi cosa avessi comprato e scappai da là ripromettendomi di non tornarci più.

Voi a chi somigliate? Vi auguro di essere unici, pure nel vostro scunciglio. Altrimenti giocate al ribasso, da piccola quando dichiaravo di somigliare a Ursula della Sirenetta ho avuto belle soddisfazioni.

Poi, ahimé, si cresce e rischi di sentirti dire “Ah, ma sai che un po’, la gobba del naso…?”.

(mai nessuno che mi dica che somiglio a Sarita Montiel)

E prima ancora che il pareggio diventasse 3 a 2, contro il Bologna, in casa, il cameriere bellillo, eroe assoluto delle mie serate Napoli, già dichiarava:

Simme state sfurtunate. Chiste hanno fatto 2 tire, 2 gol.

E uno degli spettatori fissi gli rispondeva con una domanda:

Ma allora simme sempe sfurtunate?

Mercoledì torno per le feste al paese degli eterni sfortunati, contenta di riabbracciare i miei e meno entusiasta del tour de force che aspetta chi preparerà piatti che manco mi piacciono, e per 10 persone alla volta: Alessandro Siani in merito ha già detto tutto. Gli sono particolarmente grata, del resto, perché un anno fa tradussi il suo monologo dal napoletano al catalano per un’apprezzata presentació sul Natale a Napoli. D’altronde è tutta una società che è così: ricordo i pochi, timidi tentativi degli uomini di casa di aiutare. Banditi dalla cucina fino alla Befana!
struffoli
Meglio concentrarmi sulla valigia, va’. Ancora non l’ho messa al centro del salottino pezzotto, ma so già che, come sempre, riscoprirò che il corpo può essere un problema. Che la minigonna viola e quella nera (che qui passano beatamente inosservate tranne che per pakistani e italiani) meglio che restino qua. Anche se da più di un decennio non ho l’età per le postegge in motorino (Pppella, ti posso conoscerti?), dalle macchine in corsa a Piazza Garibaldi gridano ancora, magari con una donna a bordo, Bionda, beato chi ti monta!, e vaglielo a spiegare che non è una rima ma un’assonanza.

Ma per farla bene, la valigia, mi basterà ricordare il giorno dei referendum, l’anno scorso, l’ultimo voto di mia zia (classe 1915), quando volevo presentarmi al seggio con una canotta che si annodava sotto la schiena e mia madre m’impose una giacchetta, perché “non le sembrava rispettoso per gli scrutatori”. Non capii mai se non fosse rispettoso avere caldo o avere una schiena.

Ma ho cose più importanti su cui riflettere. Anzi, no, su cui sentire. Perché un’anima saggia mi ha spiegato che pensare, penso bene, quello che non so fare è sentire. Quindi è meglio passare le feste a capire cosa sento sulla serie di progetti che si profilano all’orizzonte per l’anno che viene. Mi è venuta in mente una canzone che non ricordavo da quando uscì, strano quando succede e ti accorgi che ora la canticchi con voce da donna.

Il giardino aiuterà, anche se ormai è distrutto. Quello in cui il nonno allevava galline e suo fratello seminava, così che le galline uscivano dal pollaio e gli mangiavano tutto. Il nonno era laureato, lo zio analfabeta. Gli correggevo i nomi delle piante, per me il napoletano era un errore di grammatica: “Vasinicola”, faceva lui, e io petulante “Basilico”. “Petrosino”, “Ma no, prezzemolo”. E, ovviamente, l’accio. La prima volta che comprai sedano in Catalogna non sapevo come si dicesse in spagnolo, quindi mi avvicinai al fruttivendolo quasi emozionata, con una curiosità tutta nerd di scoprire in un istante il percorso che aveva fatto nei secoli il latino apium. Apio. Non male.

Peccato che gli alberi non ci siano quasi più. I limoni a cui tendevo la pargoletta mano, prima di decidermi a usare l’apposita retina. Resta l’albero di arance. Quello che battezzai.

Avevo appena letto dalle suore un testo su un albero che diceva a un monello (erano sempre maschi) di non spezzargli i rami perché gli offriva frutta e riparo, e decisi che aveva ragione. Quindi, per riguardo verso il mio albero di arance (che in verità mi offriva frutti abbastanza aspri di cui avrei fatto a meno), decisi di regalargli la cosa più importante che mi venisse in mente: un nome. Così presi un gesso e nella grafia incerta che non avrei mai migliorato gli scrissi sul tronco: MARIO.

L’avrei scritto anche di recente, per scherzo, su altri tipi di alberi. Però il nome originale si è stinto chissà da quanto tempo.
Meglio così. L’urgenza dei nomi è una cosa tutta nostra.

E poi sarebbe ora che si chiamasse un po’ come gli pare.

(o forse era Mariù)

CDA_dente_voltarelliE che ne so, io mi sono decisa all’ultimo momento, pure perché degli eventi di ItaliaES m’ero già persa Travaglio e la Ferrari per dare l’esame di catalano.

Non li conoscevo nemmeno, a “sti due”.

Voltarelli l’avevo cercato su youtube a poche ore dal concerto e mi era piaciuto subito.

Quanto a Dente, però, avevo scritto a un suo compaesano esprimendomi esattamente in questi termini: “Non è che mi abbuffo la uallera?”.

Le due strofe sentite in contesti poco atti all’ascolto rivelavano un umorismo un po’ surreale, che avevo definito nordico con criteri simili alla brasiliana che guardando me, una tedesca, una svedese e una rumena aveva dichiarato: “Voi europee non sapete muovere i fianchi” (le avevo risposto credici). Poi youtube mi aveva fatto proprio sospettare qualche caso di uallerite.

E invece no. Una volta persami tra gli adorati (seh) vicoletti di Gràcia fino a trovare il CAT, ben nascosto ma bello assai, mi sono sentita trasportare fin dalle prime note. E che mi piaccia uno al primo ascolto, e uno così, ormai è difficile. E invece più scherzava sui suoi virtuosismi alla chitarra, vera forza delle sue canzoni, più mi sembrava perfetto, pochi suoni essenziali e intermezzi divertenti tra un’occhiata e l’altra alla scaletta, giacché è l’unico artista che quando si esibisce da solo ne scrive comunque una.

Ma per me è proprio una scoperta. Vieni a vivere mi consegna a quella tranquillità che vorrei per casa mia, A me piace lei mi regala un po’ d’inquietudine sulle “lei” da poste del cuore, sempre lì lontane e immobili (come i lui) mentre la vita scorre.
Fortuna che c’è Beato me a citarmi cose belle.

Dopo di lui era dura suonare, e invece bum, ciclone Voltarelli, col suo spagnolo creativo, i risvegli la domenica in paese con gli strilli del “piattaro” del mercato, e il revival di Luciano Rossi e Ignazio Buttitta . Pure l’intervento, inaspettato e gradito, di Piero Pesce (che, come ci fa notare con sorpresa Voltarelli, di faccia è tale e quale a Gianfranco Giannini).

Una sola cosa, Peppe, core d’ ‘a vita mia. Quando hai detto che “noi stiamo coi perdenti” ed è partito l’applauso non mi è piaciuta la spiegazione: se fosse perché hanno perso ingiustamente ok. Ma poi hai affermato ridendo che se vinceste sareste irriconoscibili, e hai fatto ridere pure me. Ma temo che gli italiani all’estero che hai simpaticamente sfottuto (non quelli anziani immigrati per fame, ma i miei), a volte pare che vogliano perdere. Vincere è faticoso. A perdere fai quello simpatico un po’ “boemio” che non ha avuto le occasioni giuste dalla vita. Quindi non istigare!

Invece, grazie per esserti dimenticato il testo di 4 marzo 1943, il gran finale a sorpresa Dente-Voltarelli-Pesce, regalando un’ultima risata a noi e un panteco alla buonanima di Dalla.

E chiudendo in bellezza la mia serata perfetta.

Con un solo rimpianto: la mancata standing ovation a Dente per aver spiegato che a Berlino ci è stato “senza Bonetti”.

Grazie.

proprio io (sì) con la nuova vicina

proprio io (sì) con la nuova vicina

Devo confessarvi una cosa: Barcellona è un po’ umida.

Un po’.

Ieri sera ho scoperto una lumaca al piano terra del mio palazzo.

Un amico di Madrid, che restò qua 3 mesi, gridava allo scandalo ogni volta che ritirava il bucato più bagnato di quando l’avesse appeso, lo considerava proprio un oltraggio di questa città che ora lo fa disperare per le sue velleità indipendentiste. La cosa mi ricordava la signora tedesca di Ordine e disordine, che se la prendeva col marito partenopeo perché una città costruita intorno a un vulcano attivo le sembrava indice di gran disordine, come uno straccio lasciato a terra in cucina.

Ma Barcellona è umida senza rimorsi.

E la bianca cameretta in cui vivo sola soletta, guardando sui tetti e in cielo (Puccini ignorava il concetto di antenna), è forse la parte più umida di Barcellona. Ok, il primo bacio dell’aprile sarà anche mio, ma febbraio ad esempio non dà baci, sferra cazzotti che ti fanno svegliare tra cuscini bagnati come se avessi lasciato la finestra aperta in mezzo a una tormenta.

Il riscaldamento? Nel centro storico di una città abitata da me? Spiritosi.

Fortuna che le stelle che ancora guardo dalla mia amaca, col cappuccio alzato e una coperta addosso (ma tanto fuori fa meno freddo che dentro) non sono affatto offuscate dalla foschia. Quella, mi sembra, è una caratteristica costante dell’umidità che invece soffro in paese, ad agosto, quando incontrare qualcuno per strada diventa un evento da riportare sul diario.

No, la luce, qui, perfetta.

Così puoi constatare immediatamente che la Nutella nel barattolo da 700 grammi è diventata un corpo contundente anche senza barattolo, e non si squaglia neanche a metterla 5 minuti davanti alla stufa.

E che se vuoi che la pasta avanzata di ieri si mantenga come appena fatta non ti resta che lasciarla sul fornello, che anche se ce la dimentichi due giorni due dovrai passarla al microonde per scongelarla.

Una sola cosa non cambia mai, come rain or come shine: i miei capelli. A spaghetto sono, come diceva una detrattrice alle medie, e a spaghetto resteranno. Solo la signora che mi mise il mantello di Harry Potter alla cerimonia di fine master a Manchester mi confortò in merito: l’invito a portare le forcine per fissare il tocco era riservato alle studentesse cinesi, tu ancora puoi andare. God save the Queen.

Vabbe’, la lumachina al piano terra ci sta bene. È il degno coronamento di due anni passati tra sputi sulle scale, vicini spacciatori sfrattati e famiglie marocchine che mi chiedono una prolunga per ascoltare musica dall’antenna.

Qualcuno mi suggerisce di mangiarla alla catalana, ma ormai sono quasi vegetariana (come dire “quasi incinta”), e poi sospetto che per farlo debba bollirla viva.

Quindi me la tengo come mascotte, in attesa degli scarafaggi di agosto.

(pure ‘o friddo adda passa’)

Dante(attenzione: questo articolo è un’accozzaglia di luoghi comuni senza fondamento)

Siccome vivo nella caverna di Dracula, con stalattiti appese al soffitto e ragnatele secolari un po’ dappertutto, non ricevo molti ospiti. Immagino che anche il sesto piano senza ascensore non aiuti. Ma ho guardato un po’ gli ospiti altrui e credo che gli italiani in visita a Barcellona vadano suddivisi perlopiù nelle seguenti categorie:

10) l’aspirante guiri. I guiris nel gergo locale sono gli irriducibili stranieri, di solito nordici, che sembrano eterni turisti anche se vivono in loco per secoli. Quelli che comprano la t-shirt con la sagoma del toro, il sombrero messicano (chissà perché) e magari le nacchere. A noi italiani riservano il simpatico epiteto di italianini, ma con un po’ d’impegno questa categoria può far dimenticare i capelli scuri e gli occhialoni a goccia e trasformarsi nel guiri perfetto: basterà sedersi sulla Rambla appena sbarcati (meglio se dalla nave, l’aereo fa paura), e dopo essersi rifocillati con tapas e sangría andarsi a perdere nell’Apple Store a Plaça Catalunya . Mi raccomando, che il vostro spagnolo non vada mai al di là delle parole cerveza e Belén Rodríguez (non scordatevi di pronunciare la u), e credeteci, che quella pizza gorgonzola e peperoni su Passeig de Gràcia sia autentica di Benevento;

paella
09) coppia gay che non ci può credere, che finalmente può girare mano nella mano senza che la corchino di mazzate o la sfottano stile cinepanettone (siamo un povero paese). Si è preparata tutto un itinerario artistico (in questo è simile al superorganizzato), che include anche alcuni negozietti mirati di souvenir. D’estate si mostra critica coi nudi maschili esibiti per la Barceloneta, operazione che personalente invidio perché io non vedo un difetto a cercarlo col lanternino. Pretendono che il Gaixample sia il Carnevale di Rio,rimanendo delusi quando scoprono l’amara verità. Non è infrequente che almeno un membro della coppia ritenga che tutti i bei ragazzi incontrati siano gay;

08) l’ospite del radical-chic. Per fortuna è simpatico/a, e viaggia spesso in coppia. Ma tra tutti gli amici che potevano ospitarlo s’è scelto la vecchia amica italiana che fa un master all’Autònoma di Barcellona ed è tra i 95 che hanno votato Vendola alle primarie. Morirebbe dalla voglia di fare un po’ di sano e becero turismo, invece si trova catapultato tra feste clandestine in centri sociali appena sorti, e feste italocatalane in cui si alterni il grido independència a Osteria numero 9, passando per le serate di pizzica , e l’immancabile capatina al Mariatchi , o in un vecchio bar del Raval, a collassare tra birra economica e vecchi che ci provano con ragazze insicure e ubriache. Il pub irlandese? Troppo commerciale anche se c’è musica folk;

orecchini
07) il superorganizzato: ha due-tre mappe di Barcellona e una guida sconosciuta ai più (la Lonely Planet è commerciale). Specie se donna, si è trovato su Internet tutta una serie di negozi e ristoranti raccomandati da altri turisti per caso, rigorosamente vicini alla Rambla. Ha una macchina fotografica da paura che tiene sempre a tracolla. Primo giorno: Sagrada Familia, poi, come l’aspirante guiri, corsa in zona Rambla per un pranzo a base di paella e sangría (a meno che qualche conoscente in loco non gli abbia consigliato un ristorantino sul mare). Segue Museo Picasso, che a Montjuïc meglio dedicare tutta la mattina dopo. Infine, cena a base di tapas e a letto relativamente presto, che domani bisogna farsi tutti gli altri musei. Senza trascurare la nightlife barcellonese (definita proprio così, magari col trattino). Non si sa come, i suoi elaborati itinerari prevedono sempre l’attraversamento del micidiale tunnel della metro di Gràcia Al terzo giorno lo mandate da solo al Parc Güell sperando che non sappia più tornare, o se lo mangino le salamandre;

06) l’anima romantica: musei? Hai voglia. Ma quello che vuole vedere davvero è la gente per strada, e la sua macchina fotografica, se è possibile, supera quella del superorganizzato. Si fermerà ogni 2-3 minuti ad annotare impressioni sulla Moleskine, finché, esaurita la Pilot, non dovrà comprarsi una volgare Bic. Troverà qualcosa di tipico e poetico pure in Plaza Tripi alle 2 di notte del sabato, tra ubriachi che vomitano negli angoli e spacciatori (ovviamente la segnerà come Plaça George Orwell, e insisterà nel fare la ç catalana). Le tapas? Scontate. E la paella, si sa, è valenciana. D’altronde anche a tavola vuole vivere come quelli di qua, quindi finirete in un forno a Hostafrancs a fare un tipico spuntino catalano: empanadas argentine e pizza al taglio;

05) quelli che… è meglio giù da noi. Ok, in questo caso ho più esperienza coi miei compaesani, che quando si mettono a glorificare Napoli possono diventare davvero molesti. Se viaggiano in coppia, di solito lui è quello simpatico e goliardico, addetto alle public relations [sic], e lei, spesso carina e rigorosamente vestita di scuro, gli fa da spalla finché non si tratta di ballare (e se è un ballo di gruppo, si metterà al centro per non fare figuracce). Barcellona è “bella e pulita”, e “a misura d’uomo”, ma non ci vivrebbero mai. Il flamenco va bene per una sera, ma non lo ascolterebbero sempre. Perché pisciano per strada, questi, i bagni non ce li hanno? Segue critica dei vestiti colorati, scambiando il daltonismo per tossicodipendenza. Potrebbero girarsi a ogni coppia gay mano nella mano, magari commentando: “Io non ho nulla contro i gay, ma non mi piacciono quelli che ostentano“. Pretenderanno di mangiare pasta al dente nel Gotico e diranno che la paella in fondo somiglia al risotto alla pescatora. Con la giusta dose di sangria in corpo potrebbero confessare al cameriere, rigorosamente latinamericano, che il catalano è tale e quale al dialetto del paese del loro nonno;
sangria

04) quello che sa. Pericolosa variante, generalmente maschile, di quelli di cui sopra. In paese è quello un po’ “originale” e ha viaggiato più della media dei suoi compaesani, dunque conosce il mondo. Veste informale, per essere italiano, e sfoggia continuamente le due parole d’inglese che ne facevano il primo della classe allo scientifico. Segretamente gli mancherà la pasta il secondo giorno, ma ostenterà noncuranza e insisterà per andare a mangiare sushi, mettendoci ben 5 minuti a desistere con le bacchette. Poi farà il simpatico con le coinquiline di chi lo ospita: se nordiche, dichiarerà che le bionde hanno una bellezza speciale, se latine, che è meglio la bellezza mediterranea (pazienza se in Colombia c’è l’Oceano). Al pub irlandese, tra camerieri scozzesi e clienti americani, si farà un punto d’onore di ordinare la Guinness;

03) il popolo della notte. Questi per fortuna li ho incrociati raramente, perché non aspiro granché a frequentare Vila Olímpica a botta di 20 euro e oltre per entrare in un locale (con loro non si riesce mai ad arrivare all’Opium coi pass gratis prima delle 2). E se, arresisi, faranno il giro dei localini squallor intorno al porto, ancora peggio. Se uomini, viaggeranno in 2 con una collezione di camicie tinta unita per ammaliare le nordiche, salvo metterti una mano sul fianco quando vedono che le danesi non se li filano. Se donne si slogheranno sul tacco 12 nella speranza di sfogare certe loro esigenze che in paese, a parte gli incontri in chat, non tanto possono soddisfare. Di queste ultime conosco solo le terrone come me, che in mancanza dei consueti fischi e sguardi malati di fronte alla mini inguinale dichiareranno che i catalani so’ fridde ‘e chiammata. All’uscita dalla discoteca pretenderanno il cornetto, e non si rassegneranno all’idea che i pakibeer al massimo offrano le samosas, appetitose frittelle di verdure che nascondono nei tombini in strada;

02) aspirante punkabbestia: è la quarta-quinta volta che torna a Barcellona. Le altre ha dormito nei migliori centri sociali, che chiama correttamente casas de okupa, poco prima che li sgomberassero. In quelle occasioni non ha imparato granché lo spagnolo, ma non lo sa. Ha uno zaino formato paracadute e vestiti neri e “pratici” che al secondo giorno puzzano di canna. Se ha tempo si fa fare gratis da un’amica quella che chiamo la capa a mohicano, un must tra i colleghi perroflautas barcellonesi insieme alla frangetta a metà fronte. Trova sempre il modo di mangiare gratis, anche fosse rosicare radici in qualche huerta popular tenuta da amici suoi, una categoria che sembra non estinguersi mai e che vanta viaggi spettacolari tra Tibet e Indonesia (quella non turistica, però). Non necessitando di ospitalità, ti verrà a lasciare lo zaino prima di andare a un concerto punk in una casa de okupa a 20 fermate di metro, per poi bussarti alle 4 per riprenderselo, perché il concerto non era granché (leggi “non c’era proprio”);

… and the winner is…

01) l’ex Erasmus. Di solito è un uomo. Il riferimento all’Erasmus è indicativo, in ogni caso ha vissuto qualche tempo a Barcellona, in un passato più o meno remoto, frequentando peraltro gli stessi luoghi dell’aspirante guiri. Nonostante le sue domande “esperte” (Qual è la programmazione del Razzmatazz? Ah, ricordo ai miei tempi…), pretende che le cose stiano esattamente come le ha lasciate, che quel baretto arabo vicino alla Rambla serva i migliori dolci (poco importa se l’hanno chiuso) e che le ragazze che incrocia agli eventi gratis che trova nella Guía del Ocio cartacea (vagli a spiegare che ora esiste butxaca.com) abbiano con lui quella giocosa attitudine Erasmus che le rendeva disponibili a fornire il proprio numero, e rispondere pure al telefono. A fine serata si cimenterà in una strenua trattativa coi paki di Rambla Raval per avere la sexybeer a meno di un euro, perché “ai suoi tempi costava meno”.

damaconermellinoÈ lei, ne sono sicura.

La osservo con la coda dell’occhio dal materassino, mentre cerco di sopravvivere alla seconda serie di addominali. Al mio fianco un tizio in tutina si cimenta in una posizione yoga, la testa pelata schiacciata contro il suolo, e prima che possa librare i piedi in aria lei lancia un altro acuto, sconvolgendogli lo yinn e lo yang. Poi si dimena sul tapis roulant, con l’iPod nelle orecchie.

Se non fosse per la voce stridula non capiresti subito che è una donna.

Se invece di lei conosci solo la voce, non diresti mai che dal vivo possa sembrare un uomo.

È lei, la mia vicina bachatera.

Quella che insieme alla fidanzata, messicana come lei, ha il potere di rovinarmi le migliori serate d’agosto. Sì, perché le folli, quando non litigano, invitano amici sul loro terrazzo meraviglioso, attiguo al mio pezzente, e si sfasciano di mojito e canzoni come Obsesión degli Aventura e La soledad di Laura Pausini.

Poi si tuffano in questa piscinona gonfiabile che mettono su per l’occasione, schizzandomi tutto il terrazzo, finché qualcuno al piano di sotto non chiama la polizia. Tra i loro amici spicca tale Nestor, un simpaticone che dice tutto il tempo oye, guapa de cara , occasionalmente alternato con oye, cara de guapa.

Ora, al contrario di quanto sembri io non sono tanto mondana, qualche sabato capita che a mezzanotte stia già a letto. E devo cercare di dormire con questi nelle orecchie. A sto punto meglio i francesi di fronte: una volta ho trovato affacciato un tizio che indossava una sottana di raso nero, che si è alzato su fino all’ombelico mentre mi salutava (e io mi chiedevo se ciò che vedevo fosse umanamente possibile). Ma almeno era ubriaco, probabilmente ospite della fanciulla che al suo fianco si scusava per lui ridendo, e non s’è visto più.

Invece ste due sono trash dentro.

E poi hanno rovinato un dei momenti più belli della mia vita.

Immaginate la scena. Primavera inoltrata, domenica di sole. Arriva il mio ex con due scatole bianche bellissime, una molto grande e una piccola.

– Te le manda mia madre, dal Kashmir.

Ora, per una volta che tenessi una suocera che non mi umiliasse dal vivo con la sua cucina (meno male che aveva insegnato bene al figlio!), sta cosa dei regali mi sembrava una bella svolta. Ringrazio, sospettando che i soldini li avesse cacciati lui, e apro la scatola grande.

Rimango a bocca aperta. Uno splendido mantello verde ricamato a mano, con fiorellini delicati e minispecchietti sull’orlo. Quando si dice puro cashmere.

– Come si indossa? – lo guardo sconsolata cercando di metterlo sulla tuta antisesso, a fare da sola sembro il fratello di Wendy di Peter Pan in camicia da notte oversize.

Lui me lo sistema diligente sulle spalle, poi prende uno dei lembi e me lo mette in testa tipo chador:

– Così è perfetto.

Rispondo campa cavallo, me lo abbasso sulla nuca e apro la seconda scatola. Mi investe un luccichio di ori e riflessi trasparenti, mentre le pareti bianche si riempiono di miniarcobaleni che danzano mentre gli porgo il discretissimo collanone Bollywood, perché mi aiuti a legare il laccio simil-oro zecchino. Io intanto metto gli orecchini abbinati.

aishIn seguito mi avrebbe rimproverato di non essermi messa la parure per andare con lui dal kebabbaro, luogo quantomai appropriato per sfoggiare tanta sbriluccicanza. Intanto, però, mi guarda soddisfatto, seduto a una sedia IKEA del balcone, mentre mi pavoneggio come il pezzotto napoletano di una principessa indiana, accennando perfino qualche passo di Kashmir Ki Kali.

E mentre lo attiro in un abbraccio di sfida a tutto quello che ci rema contro, la cultura, il permesso di soggiorno, ‘a gggente, un abbraccio nel sole che manco Aishwarya Rai e Shahrukh Khan nella canzone con cui mi martellava le gonadi ogni tanto…

– Scusate, avete visto un armiño?

Mi giro e c’è sta tipa controsole, affacciata al muro divisorio del balcone.

– E che è un armiño? – guardo un attimo lui, poi valuto in un secondo il suo livello di spagnolo e decido che è meglio rivolgermi alla diretta interessata.

Lei comincia a spiegare: animaletto piccolo da compagnia, sembra un cagnolino, cambia pelliccia in inverno…

Un ermellino!, mi dico tra me, giurandole in sanscrito (già che sto conciata così) di non averne visto manco l’ombra tra le antenne del Raval.

Ma quella non si arrende. Rispunta almeno 4 volte per ripetere la domanda. Vedo solo sto turbante rosso su una specie di tunica da casa, quindi concludo che senza sole sarebbe uno spettacolo anche lei.

Quando ormai posso sperare che per quella sera Allah chiuderà un occhio, sulla passione di certi suoi fedeli non uniti dal sacro vincolo del matrimonio, riemerge un’ultima volta:

– L’ho trovato! Si era nascosto dietro una pianta!

Intuirete che da allora ogni volta che mi spara a palla la canzone qua sotto sono fortemente tentata di accogliere la sua richiesta.

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