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– A me solo i napoletani, mi fanno godere! I milanesi nun so’ buone!

S. si avvicina bruna e un po’ sbronza al bancone della pizzeria, puntando il medio alzato verso le maglie rossonere sullo schermo.

– Mediterranei, passionali… L’orgasmo l’ho raggiunto solo coi napoletani, coi milanesi mai!

Rompo le risatine perplesse con un azz, e allora mi guarda.

– Perché, a te i napoletani non ti fanno godere?

Tutti gli occhi su di me, trascurando un momento il San Paolo ancora sul 2-1. Guardo i corpi massicci o esili dietro al bancone, i volti sbarbati e freschi che mi fissano dagli sgabelli vicini:

– S-sì…

Sorride soddisfatta e comincia ad appiccicarsi col cameriere, mentre dichiara a un’altra che Napoli es Cataluña [sic], la pelle cotta dalle lampade,i capelli ancora neri svogliatamente raccolti, gli occhi belli di prima che si bevesse il cervello chissà come, chissà dove. Non sa che la guardo e che il giorno dopo le dedicherò quest’articolo, che per giunta non è il solito resoconto di una partita di cui descrivo più il panuozzo che il risultato (anche perché meglio stendere un velo pietoso). No. S. è la prima di questa breve galleria di donne a Barcellona.

Ci pensavo da un po’, a tutte loro.

A quella che mi sorride sotto il mio palazzo, a un mese di distanza. Magari l’ho già vista, ma non la riconosco coi capelli, l’onda nera sul viola cangiante del sari. Nera come il foulard a fiori che dovrebbe avere in testa, o ben accomodato intorno al collo, e invece avanza svogliato con lei mentre si sistema senza fretta, sorridendo a me che cerco di non guardarla troppo.

Un’altra mi viene incontro dalla calle Robadors, ma non è in servizio. Cellulare rosa alla mano, esce in fretta dall’angolo di luce sui sandali aperti coi tacchetti, ma faccio in tempo a vederle i capelli troppo biondi, quasi gialli, sul volto arabo con le labbra troppo rosa e la maglia acquamarina sui jeans troppo scuri. Respiro il suo profumo troppo dolce e mi giro per un’ultima volta, rapita da quell’eccesso di femminilità che è quasi una parodia, un modo di dire che è tutto uno scherzo.

Un’altra mi guarda fisso e mi chiedo quanti anni ha. Certo più di 25, anche se può ancora far fesso qualcuno, se ci tiene, nascondendo le occhiaie pesanti che rompono l’armonia che però persiste, cocciuta, sui tratti forti del viso tondo. I capelli non sono suoi, ma devono essere biondicci uguale, anche se meno, quasi castani. Le sorrido e le labbra carnose le si increspano sui denti dritti ma troppo grandi, troppo avanti. Fortuna che sorridono anche gli occhi, di un colore liquido indefinibile, sempre sorpresi, un po’ strabici per chi sa guardare.
L’ho sentita cantare al concerto delle Questioni Meridionali, la voce coperta da quella bella del calabrese, ma l’accento era buono:

Avesse voluto cchiù ‘ind’ ‘a chesta parte ‘e munno apprezzata no p’ ‘e mascule sgravate e no pe’ chistu cuorpo bello, no p’ ‘e mazzate che aggio dato, sulamente pecché femmena so’ stata, e ‘nu catenaccio ‘o core nun me l’aggio maje ‘nzerrato sulamente pecché femmena so’ stata, sulamente femmena.

Poi apro l’armadio e lei scompare insieme allo specchio.

Passo la scheda sulla lucetta rossa. Sul monitor alle mie spalle compare una mia foto (particolarmente azzeccata) e sul pc della reception escono i miei dati.

Ma la sbarra non gira. In compenso, il display mi ringrazia: t’ho agraïm. Cosa, il tentativo di uscire dalla mia palestra?
Allora una receptionista sconosciuta grida:
Hola, Maria!

La sbarra cede manco avesse detto apriti sesamo. Mi avvicno preoccupata al bancone. Lo sapevo, ho il conto in rosso. O la carta smagnetizzata. O magari mi dice che a uscire con questa tutina improvvisata, che mi doccio a casa col caldobagno, nun me se po’ vede. E invece mi chiede a bruciapelo:
– Rosso o blu?

Istintivamente rispondo blu, sperando non si parli di politica. Allora quella si avvicina a un armadietto, estrae una borraccia di plastica blu e me la porge dicendo:
– Sei una cliente di vecchia data. Grazie per la fedeltà!

Adoro la mia palestra.

Innanzitutto il tragitto per arrivarci: Rambla Raval percorsa a orari tranquilli, coi paki a godersi la Rambla scacciapensieri, come la chiamano, e visioni mistiche tipo: ex compagna di catalano che cammina dietro a un omone, entrambi col braccio destro fasciato; bambina tutta in rosa, pattini compresi, che tira la madre araba per il velo e strilla Quiero ir! Quiero ir! Quiero ir! .

Quasi sempre entro sorridendo. Prima tappa: lo spogliatoio, con la vecchietta che canta coplas. È un po’ che non la vedo, che scorrazza nuda tra le magrissime nuotatrici catalane grondanti acqua.

Ma alla piscina ho rinunciato da tempo, all’inizio ero uno spettacolo perché non mettevo la testa sott’acqua. Ahò, mi sentivo soffocare. Poi mi sono abituata, ma mi scocciavo di dividere la corsia. Anche se mi dicono che a Napoli l’avrei divisa con 10 persone. Già una mi rende nervosa, specie se si fa mille vasche al minuto.

Così vado nella sala attrezzi. 40 minuti cardio, poi petto o coscia, come al girarrosto, e 80 addominali.

Intanto, medito. Veramente. Del mio periodo zen mi è rimasta quest’ora, che qualcuno considera persa appresso a schermi ultrapiatti che trasmettono cattivo pop. Quando va bene, perché diciamocelo, mettere Radio Ga Ga mentre sto ai manubri è una mossa infame, All we hear is… clap clap… Radio Ga Ga. Ma meditare mentre butti il sangue sullo step è un’esperienza che consiglierei a qualsiasi bonzo: vatti a concentrare sulla respirazione quando sei sull’orlo di un attacco d’asma, soprattutto se sai che puoi anche lasciarci le penne, ma sullo step centrale farai sempre 99 scalini. Pure con l’accelerata finale. Il numero 100 l’ho visto solo due volte, e ancora non ricordo come ho fatto.

Poi c’è lui: il vogatore. Ce ne sono due, anzi, ma ho i vizi, mi trovo bene solo con quello a sinistra. Occupato 9 volte su 10 dai seguenti casi umani:

a) neoiscritto col fisico della tracchiulella che mi soffia il posto per 5 secondi, ma tanto ci resterà 5 minuti sbuffanti e sudati, mentre ormai sono passata al tapis roulant;

b) signora volenterosa che ci rimane 30 minuti, ma rema così piano che, se Maiorca dipendesse dalla sua barca per gli approvvigionamenti, morirebbero di fame prima che lei lasciasse Barceloneta.

c) signore anziano in mutandone ascellare che mi lascia il display in mode regata, che non so più come toglierlo e non capisco mai se ho vinto io o la barchetta sfidante, graficamente risalente ai tempi di Tetris.

Meno male che tra tanti bei ragazzi posso almeno rifarmi gli occhi. Non troppo, però: da una parte siamo la succursale del Gaixample, là le palestre costano care e distiamo 15 minuti come la Sanità dal Vomero; dall’altra, in caso di aitanti immigrati va considerato che la loro cultura è aperta e disinibita quanto la mia, non vedono una femmina in 3D dal Capodanno in Plaça Catalunya.

Furono loro a mandar via il mio vicino, Ángel, un razzista di quelli che “non lo sono, però…”. Adoro punzecchiarlo quando mi dice cose tipo:
– Sono durato tre giorni, in quella palestra… Sai, poi ho visto che aria tirava…
– Che aria tirava, Ángel?
– No, dico, che gente la frequentava…
– Che gente? Non capisco dove tu voglia arrivare.

Non me l’ha mai spiegato. Mi ha raccontato invece che per farsi ridare la quota d’iscrizione è andato lì alle 7, al momento dell’apertura, ed è salito sul bancone, restandoci finché non hanno chiamato la polizia. Allora ha spiegato le sue ragioni e i poliziotti hanno alzato le mani.

In fondo, che un razzista abbia ereditato una casa proprio nel Raval è già un esempio di giustizia divina.

(se mi rilasso collasso)

In realtà lo Sciopero Generale è un’occasione per continuare l’acceso dibattito sulla musica alle manifestazioni, un po’ il cavallo di battaglia del Banzo che trasformerebbe il Passeig de Gràcia del 19N, come l’hanno chiamato qui, in un covo di metallari poganti… Banzo, si scherza, anzi, consiglio a tutti il tuo blog, ok? Tra l’altro sei sparito subito, non hai avuto tempo di annoiarti.

Noi del corteo di Altraitalia ci siamo annoiati eccome. Per fortuna. 20 metri in 2 ore, sbuffava Paolo. Le bandiere, però, notevoli: una dell’Arci con su l’intramontabile Quarto Stato, una di Sel (“Ragazzi, votate chi volete alle elezioni, ma alle primarie Vendola, eh!”), e un’altra della CGIL, che a un certo punto è venuto un ragazzo con la bandera republicana a chiedere una foto. Breve e incisivo il dibattito tra Sel e PD per esporre la bandiera italiana (intanto i francesi di Hollande esibivano sia il tricolore nazionale che la bandiera del sindacato), mentre la tipica icona con le forbici in divieto di transito, a significare prou retallades (basta tagli), la reggeva la piccola del gruppo. Che al primo petardo ha abbracciato la mamma italiana e la ha detto in spagnolo: “Ho paura”.

E pure io ne avevo. Non sapevo che alle 20.45 sarei stata qui a scrivere che sono tornata sana e salva, con tutti e due gli occhi, e, complici un po’ le elezioni anticipate tra 10 giorni, nessuno aveva interesse a che avvenissero pestaggi come quelli di Madrid, o quello del ragazzino di Tarragona.

Però anche gli altri gruppi, partiti di sinistra, sindacati, cittadini, hanno fatto quel che potevano: a parte l’ovvio Rajoy y Mas, no podemos más, e qualcuno che ahimé invocava il President catalano come pater patriae, bello l’onnipresente Catalonia is not CiU. Sulla falsariga di Catalonia is not Spain, eterno refrain da festa nazionale, qualcuno prova a ricordare che questo partito di destra che cavalca l’onda indipendentista non rappresenta lo stato intero (speriamo che se ne ricordino alle urne…).

Tenerissimo, poi, il cartello di un ragazzo, Va per tu, avi, nonno, questa è per te. E allora t’immagini questo nonno cresciuto a pane e franchismo e costretto a tenersi il catalano per le feste di famiglia, ma sottovoce, che non ci sentano dalla strada. Magari come l’avi Siset della canzone diceva che se tiriamo un po’ di qua e di là il palo a cui siamo legati come bestie segur que tomba, tomba tomba, sicuro che cade.

E poi, tornando alla musica, stavolta sono soddisfatta. Solo di quella, magari, perché nessuno capiva un tubo del percorso. Facevi dieci passi verso Plaça Catalunya, ed ecco una fiumana di gente andare verso Jardinets de Gràcia. Pare che ci si fermasse a Plaça Urquinaona, per gli amici Armageddon, con le leggende metropolitane di gente pestata all’uscita della metro con tanto di lacrimogeni e balines de goma. Che poi balines un corno, come ricordava bene Paolo che guardandomi ha detto: “Io ho paura di andare alle manifestazioni con lei, finisce che ci sparano!”.

E invece l’unica cosa che hanno sparato in mia presenza, ad alto volume, è stata Bella Ciao, bizarrament remixata, e allora un coro stonato e soddisfatto ha interrotto gli eterni ragguagli reciproci su dove trovare prodotti italiani: “I tortellini Eroski li fa Rana”, “Il pako al c. del Parlament ha la De Cecco a prezzi italiani!”, “A Gràcia sai che trovi? Non ci crederai: lo stracchino!”. Ci interrompe ancora il mix inedito di Bandiera Rossa e Anarchy in the UK, in un marasma culminato con la visione mistica, sotto al camioncino degli organizzatori, dei 4 mori della bandiera sarda.

Era troppo. Dovevo seguire il furgoncino dovunque andasse. E come il pifferaio di Hamelin il furgoncino ha preso Consell de Cent per scendere velocemente la snobissima Rambla de Catalunya, con canzoni di lotta tradotte in catalano (e gli autoctoni intorno a me col pugno alzato). Allora, mentre mi godevo El pueblo unido cantata finalmente con l’accento giusto, pensavo “Ora ci isoliamo e ci mazzeano”. Macché. Dopo una piroetta di uno dei sardi, libratosi nell’aria reggendosi a un segnale (le sirene della polizia, sullo sfondo, tranquille), il “pifferaio” scende in picchiata verso Catalunya, e noi decidiamo di aver rischiato anche troppo. Ci proviamo, a ritornarcene per Plaça Universitat?

Ripenso alla volta scorsa, gli spari, la gente di corsa, l’eterno dilemma se correre o rannicchiarsi in un angolo, e quel lungo fischio con botto che avevo scambiato per un petardo e mi aveva mancato di un metro o giù di lì.

Oggi, per fortuna, è il silenzio.

Mentre scrivevo si sentivano spari e sirene, però.

Spero di non dover ricredermi.

(in spagnolo)

(in catalano, un po’ swing)

PS: Mi devo ricredere. Verso la fine della manifestazione, a quanto pare, ci sono state delle cariche della polizia. Una donna è stata ferita a un occhio, probabilmente per un proiettile ad aria compressa. L’unica amica coinvolta in una carica dalla sua posizione non era in grado di dire che vi fossero state provocazioni. Per fortuna qualcuno ha aperto un portone e vi si è rifugiata. Il Presidente catalano Artur Mas ha chiesto scusa per il pestaggio del 13enne a Tarragona, ma ha dichiarato che è stato un caso fortuito.
PPS: Stop bales de goma.

Adoro il venerdì nel Raval.

È come la domenica, ma più allegro, c’è sia la festa che l’attesa, tra lavoratori che aspettano che cominci il finde, per la settimana corta (il famoso venerdì del villaggio, scusa Giacomo) e pakistani che quando esco alle 15 già tornano dalla moschea.

Ma io sono in missione speciale, così ignoro le loro tuniche immacolate, attraverso rapida Joaquín Costa, per i catalani Joaquim, e scendo il Carme. L’associazione marocchina appena aperta sembra già ben avviata, tra gli annunci illeggibili ne spicca uno in spagnolo: “Domani cominceremo le lezioni di catalano”.

Su Riera Baixa c’è il mercatino vintage, coi negozianti che mettono fuori le bancarelle hipster e si sentono più in dovere che mai di vestirsi come i loro manichini (pure quello degli articoli di guerra). Il negozio di dischi resiste ancora, nonostante il cartello “Si cede per pensionamento”. Una volta mi uccise, mentre tornavo a casa, facendo esplodere nell’aria Il nostro concerto di Bindi, e allora mi fermai a comprare due orecchini alla bancarella vicino, 3 euro, a forma di chiave, ma avevo perso da tempo la serratura.

Ora però tutto tace, e cerco d’intrufolarmi davanti a un carrozzino. Ma la ragazza che lo spinge mi sorride da sotto il velo e mi fa passare, mentre il bimbo, un piede sul poggiamani, balbetta: – Hooo-laaa

Hola, ripete la mamma, con accento più incerto ma dolce.

Hola, rubia! – mi fa, 3 minuti dopo, il cameriere algerino.

Rubia o bionda, a seconda del ristorante “etnico”. Il mio vero nome è così facile da ricordare, così facile da dimenticare.

Hola, dimmi che ce n’è ancora.
– Per te sempre. Chicken, vero?
– Sì, con verdure, senza cipolla.

Non ho chiesto il brodo, ricordo scoprendo che il pollo me lo prende con le mani, dalla casseruola, ma continuo a guardare la televisione, una signora in chador rosa che parla con un’altra più anziana. Chissà che si dicono, penso sfilando per il corridoio di occhi nocciola, a volte neri, che nel locale senza donne ti scrutano quasi rispettosi e fuori, invece, diventeranno “Jooodeeerrr“. Ogni città mediterranea ha la sua imprecazione per le donne.

6 euros, por favor.

6 euros, italiana? – mi fa poco dopo l’alunno di posteggia. – Mica male per un cous cous. Non mi inviti?

Poso la busta sul bancone del panificio, offrendogliela. Lì mi chiamo italiana. E l’ho incrociato sulla soglia ma ha abbassato gli occhi. Allora in francese ho pensato sta chiavanno.

– Grazie, italiana, ma l’ho portato anch’io.
– Quanto hai speso, tu?
Sorride.
– Lo fai a casa, vero?
– Certo!
– Ti odio.

Per Robadors non ci sono passata.
Non ci passo, forse, dalla scena del bambino. Un altro venerdì.
Di sera, però, tra le putas più castigate di me, che le multe sono salate. Passando in fretta ne avevo trovato un gruppetto a discutere, in uno spagnolo strano, Tú uno buscar, tú uno follar. Poi i senegalesi che ti chiamano oye (qui sono oye, come dire ue’), e ancora occhi, sempre occhi, a trafiggere la poca carne gratis.

Finché dal bar più squallido era spuntato questo miraggio in maglietta a righe, un po’ larga sulle maniche. Testolina nera, pelle bianca quasi come il pallone tra le mani. Aveva giocato un po’ vicino al marciapiede, accanto a un’araba coi capelli biondi, poi era sparito in tempo per farmi domandare se non fosse stato una visione, tra l’imponenza della Catalogna che ti scruta dalla vicina Filmoteca, e il viados fuori al baretto che scuote le tette al ritmo di Mossa, mossa, assim você me mata

– Oggi ha vinto Obama, che è nero… È normale che un nero adesso vinca il Barça!

Queste parole, di colore oscuro (mo’ ce vo’), scambiate in spagnolo tra due asiatici, mi hanno regalato un sorriso a pochi minuti dalla sconfitta del Barça, stasera che gironzolavo senza meta per il Raval e, passando fuori al mio bar preferito, mi sono accorta che c’era la partita. Allora ho chiesto contro chi giocassimo, ma intanto riconoscevo già le maglie, e ridevo tra me mentre sorpresa e un po’ turbata ordinavo un hamburger. Come temevo il cameriere bengalese mi aveva portato un piatto con due hamburger, senza panino, ma intanto ero a metà birra e in uno slancio di romanticismo postumo mi chiedevo già se guardare la stessa partita fosse un po’ come guardare la stessa stella. E se i miei occhi, per quanto verdognoli, cangianti e apprezzati, avrebbero mai retto il confronto con quelli che immaginavo accesi dalla vittoria e da qualche birra in più, a svariate miglia da me…

Cominciavo pure a contare quante, mentre Messi, sotto di 2, segnava almeno il goal della staffa, quando dal tavolo a fianco ho sentito la battuta di cui sopra e il mio pensiero, come quello di tanti oggi, è andato a OBAMA.

Lo scrivo in maiuscolo perché ricordo ancora il suo nome su Internet a caratteri cubitali, il giorno dopo le elezioni di 4 anni fa. Io stavo a Barcellona da meno di due mesi. Lui aveva vinto, a dispetto di quelli che dicevano che “la gente non era pronta per votare un nero”. Quel giorno, per l’occasione, comprai El País, che ancora conservo in una grande busta accanto a un baby-doll appeso per scherzo, sopra dei boxer olandesi, nella vetrinetta del mio primo comedor, e un test di gravidanza mai utilizzato (falso allarme, erano i frijoles di Romesco).

Di tutta la vicenda Obama, e di quello che sarebbe seguito, delle truppe non ritirate e i raid a sorpresa, oltre alle riforme mezzo riuscite e al fatto di essersi tolti i pistoleri matti di torno, confesso che mi era rimasto impresso soprattutto questo: che tutti dicevano che l’America non era pronta per il cambiamento.

Manco io lo ero. Ero una persona completamente diversa, 4 anni fa, appena atterrata già mi ero messa nei guai, avevo scelto l’appartamento sbagliato, mezzo litigato con l’università che mi mandava, e mandato a puttane il sogno d’ammore della mia vita prima ancora che si avverasse.

No, non ero pronta al cambiamento.

Oggi ho acceso il PC nel mio appartamentino, sgarrupato ma tutto per me, ho letto Obama’s Night sul New York Times e ho pensato che siamo cambiati assai, tutti e due. Alle primarie contro Hillary (“la gente ha votato un nero pur di non votare una donna”) era lui a non avere un programma definito, ora si accusa il suo avversario dello stesso. Era uno sconosciuto che aveva stravinto, ora è il Presidente, riconfermato, che non essendo più eleggibile si spera faccia grandi cose, foss’anche per vanagloria.

Io sto facendo, per la prima volta, esattamente quello che mi piace, e solo quello.
E sono così pronta al cambiamento, che in questi stranissimi 4 anni, di errori, tesi di dottorato, diplomi di lingue, zen e self-help poi messi da parte, e addirittura un accenno di dieta, ho sperimentato quelle che per me, l’Election Day di 4 anni fa, potevano benissimo essere parole a vuoto: Yes we can.

Un afroamericano può essere Presidente. Un Presidente può essere un buon presidente, visti gli standard. Gli standard possono cambiare. Io posso cambiare. Tutto il mondo può cambiare.

E il Celtic può vincere il Barça, mentre osservo in silenzio, unica a non tifare.

C’è una frase che giuro di aver sentito, 4 anni fa, in una sitcom americana, ma che non trovo più da nessuna parte.

Things never change. Till they do.

Le cose non cambiano mai. Finché non cambiano.

– Invita quella bionda, balla bene. Magari ti fai insegnare i passi.

L’amico siciliano mi guarda, guarda la bionda in questione, lontana e magrolina nel vestito Desigual, e dice non so. Allora per incoraggiarlo prometto, se vai a invitarla invito qualcuno anch’io.

Già so a chi chiedere, nella Sala Monasterio semivuota che comincia il suo sabato sera.

Ricciolino, maglietta a righe, alto ma non troppo. Troppo poco per la mia amica, troppo bella per non minacciare i precari equilibri dell’autostima maschile.

Ma magari è brasiliano, quelli il forró lo ballano solo tra loro. O almeno così era due anni fa, quando venivo più spesso e li vedevo in prima fila a sfilare perfetti, uno due, uno due, uno due, giro e casché. Sempre le brasiliane, sceglievano. E non avevo il coraggio di invitarli io.

Ma prima che mi dia per vinta, l’impossibile: m’invita lui.

E comincia il momento più difficile.

L’arte di lasciarsi andare.

Perché in genere odio i balli di coppia, in cui fa tutto lei “all’indietro e coi tacchi alti”, tutto tranne che decidere. Lui dà il ritmo, lui la direzione. E lei deve solo lasciarsi andare.

Io so decidere, non so lasciarmi andare.

Ma del forró mi diverte la lentezza, le chiacchiere leggere col ballerino. Così appena abbracciati, appena distrutto e accantonato il concetto di spazio vitale, gli chiedo:

– Di dove sei?
– Brasiliano.

No. Oddio, no.

– No, no, stai calma. Il forró è facile. Due a sinistra, due a destra.

Dicono sempre due a sinistra perché per loro è così. Noi iniziamo da destra, invece. Come la bionda, che ora è andata a invitare, lei, il mio amico. Respiro profondo.

– Tranquilla, tranquilla. È facile. È il battito del cuore.

Rido imbarazzata, gli sento la gamba tra i muscoli delle cosce. E capisco che quella leggera pressione mi guida da sola. Ondeggia a destra, e finisco a destra anch’io, poi una spinta leggera, come a chiedere permesso, e vado all’indietro.

Lasciarsi andare. So condurre. Perché non so lasciarmi andare?

– Il segreto è chiudere gli occhi.

Lo faccio, e divento ritmo. Uno, due, uno, due. Sono buio e musica, e questo petto caldo, la guancia che punge un po’ tra i capelli scesi a nascondermi. Sono lontana dal mondo, sono il mondo.

– Così, Maria, così.

Lasciarsi andare. La cosa più facile, la più difficile.

– Sembravi addormentata – scherza dopo l’amica.

Lei ha ballato con gli altri due brasiliani, che faranno volteggiare anche me. Uno più leggero, l’altro delicato. Nessuno come lui.

– È facile, ragazzi – annuncio entusiasta. -È il battito del cuore.

I due siciliani sghignazzano.

– Il battito del cuore. Mo’ ce lo segniamo.

E continuano a fare gli scemi, adorabili, come con le cose che li imbarazzano.

Io non sono più imbarazzata, fiduciosa mi faccio cercare, trovare, e a occhi chiusi torno a scoprire la difficile arte di essere io, ed essere tutto.

Nella “mia” pizzeria si parlano due lingue, napoletano e spagnolo. Lo spagnolo, però, è rivisitato.

Il carajillo si chiama ‘o carachiglie, e la birra alla spina, caña, diventa proprio ‘na cagna di quelle ‘e canciello, pronte a ringhiare agli avventori che si stipano intorno al bancone.

Il ragazzo abbronzato, poi, gli occhi azzurri sotto il cappellino, si ostina a dire al telefono che le pizze llegan a menudo, intendendo “tra qualche minuto” e garantendo, in realtà, che arrivano “spesso”. In omaggio al copricapo, il cameriere ragazzino, stasera con barbetta e ciuffo fonato, gli propone 5 cappielle a 100 euro ‘a fine d’ ‘o munno, e l’altro chiede in quale magazzino, da sempre, da noi, sinonimo di negozio.

Pure i clienti parlano napoletano, mentre masticano Napoli – Chievo piegata a portafoglio. Non lo distinguevi subito, stasera, tra i romani che si intossicavano contro l’Udinese, la siciliana bionda come solo certe siciliane sanno essere, e un suo compaesano che sfottevano tutti, compa’, t’ ‘o dissi, giocavi ‘a bulletta pure tu e ti facevi ricco (ma ‘mbari è messinese o catanese?, chiede qualcuno alla siciliana).

Invidio quei soliti noti che già si conoscono tutti. Il bellillo dopo più di un anno deve ancora chiedermi come mi chiamo, per mettermi in conto il saltimbocca Positano. Più buono del solito, tra l’altro, l’ha fatto un pizzaiolo nuovo che ancora dice Escudellers con la “l” italiana (ma in bocca a lui suona quasi catalana) e che ora mi scruta, ricambiato, senza che nessuno lì in mezzo ricordi il suo nome. Manco i camerieri. “‘E chi è stu cafè?”, “‘E Davide!”, “Davide chi?”, ” ‘O pizzaiuolo”. Però anche un cliente chiama il ragazzino fratomo, poi nel dubbio chiede agli amici “Comme se chiamma?” e gli viene risposto “Luca”.

Luca che stasera vuole andare a ballare ‘o Suttan’, solo che teme che gli avventori si interessino eccessivamente a lui. Come già in palestra, specifica, e a tal proposito, per difendere la propria rispetto alle più blasonate, chiede è meglio ‘na palestra abbuffata ‘e femmene o chiena ‘e molleggiate?. No, stasera a ballare, è deciso, e il collega rossolillo che consegna le pizze non facesse che verso la mezza dice nun da’ retta: lui, adda muri’ mamma’, ci andrà eccome.

Ma poi mi guarda, dopo che mi sono sgolata a esultare del gol di Ammsícc, a gridare ma che sta a fa’ nei passaggi mancati, e a dire addirittura un ‘u ssapevo, proprio di paese. Imperterrito mi guarda e nel suo migliore italiano mi chiede:
– Ma tu, sei una tifosa del Napoli?

Niente da fare. Ti sembro veronese?, scherzo, cacciando un’ultima volta la carta “compaesana d’Insigne” come se mi desse honoris causa cittadinanza e titolo di tifosa.

– E che era, inglese? – propone invece la ragazza, una delle splendide guaglione bassine e carnose che vedo ogni tanto dietro il bancone.
– Quasi – si giustifica lui – mi sembrava irlandese…
– Sono le mèches – sorrido.
Il bellillo e il siciliano stanno dicendo che Di Natale all’Udinese per segnare ha proprio fatto il cucchiaio pe’ raccogliere ‘a sarza (che il siculo chiama tipo ‘u sucu).

Pago il conto, 9,50 pecché sei tu, tesoro (“Si ero ‘n’ ata erano 8?”), e negli ultimi minuti di gioco, prima che la folla in uscita mi butti fuori dal locale, penso che a parte me, che so’ irlandese, la distanza dall’Italia, dal Sud, li fa tutti compaesani, tutti napoletani. Se vivessimo insieme, dopo un po’, le differenze si noterebbero, ma ora no.

A sproposito penso a una ragazzina olandese che diceva qualcosa tipo non vedo l’ora che smettiamo di essere solo ebrei e torniamo a essere noi stessi.

Chissà perché mi è venuta in mente, penso allontanandomi nel primo freddo.

Non posso andare a nanna prima di raccontare questa serata.

Cominciata col mitologico video di due anni e due fegati fa, e la seguente, profonda riflessione: l’idea che tutto questo sia passato, e che abbia una vita nuova, mi va stretta come le ballerine bioniche che mi hanno martoriato i piedi per un mese, con tanto di cerotti perforati e zoppicamenti luciferini, ma che un bel giorno hanno cominciato a calzarmi a pennello (le cesse).

Insomma, dopo ragion pura e ragion pratica, ecco la Critica della ragion pezzotta. Cosa si fa pur di non ripetere catalano a tre giorni dall’esame.

Fatto sta che con quelle ballerine ci esco, subito dopo, diretta troppo tardi a una mostra sarda. Ma lungo Joaquín Costa, tra la folla delle 8 di sera, comincio a rallentare. Non per le scarpe (tie’!), ma per guardare meglio una bambina in piedi su un bidone, di quelli alti e cilindrici che qua piazzano ai margini della strada. Di fronte a lei, suo padre, brizzolato, che le sorride e in inglese l’invita a saltare. E le giura che la prenderà.

Mi giro ancora verso di loro, assorta.
E allora una voce mi dice:
– Stai pensando alla tua infanzia, vero?”.

È l’argentino.

Quello altissimo bellissimo sbandatissimo che vedo sempre coi barboni sotto l’Arco de la Virgen, o con l’ex vicino spacciatore, o a discutere di soldi prestati. Quello che ho notato troppo tardi, per fortuna, e anche se adesso sono una personcina giudiziosa (con “z” sonora, come la diceva mio nonno) meglio che non ci parli troppo. Anzi, meglio che non ci parli affatto.

Infatti gli dico:
– Stavo pensando che lei se ne ricorderà per sempre.
– Vero, sono cose che restano impresse.
Sensibile. No, Maria, si dice drogato.
– E poi mi sembra una metafora, no? Il padre che insegna a sua figlia a lanciarsi, nella vita…
– Già.
Ci guardiamo un secondo, sorridenti, incerti. Poi dico:
– Be’, ciao.
– Hasta luego, guapa.

A rompere la poesia ci pensa la mostra sarda, già finita. Almeno mi guardo anche il primo tempo di Napoli-Lazio.

Ma sulla strada della “mia” pizzeria, rallento di nuovo.

E stavolta sono le scarpe.
Ma come, non mi calzavate a pennello? Come il passato? ‘o tiempo se ne va…
Seh. Compro i cerotti e mi piazzo al bancone, tra la calca.
A quanto stiamo? 1-0.

Adesso ragioniamo.

Tre schermi. Alla mia sinistra il Napoli, di fronte il Catania (colpo basso, perché amo Catania) e a destra la Roma.

Spettacolo.

Mentre i romani acclamano “er capitano”, dopo il goal, l’unico laziale presente mormora qualcosa sulle medicine che dovrebbe comprarsi… Non capisco chi, spero non Insigne, che quando l’ho visto ho capito subito di che zona fosse, nel mio paese, e mi sono detta “Ua’, adesso la gente che non l’avrebbe cagato manco di striscio si starà gloriando di avercelo come compaes… ehm, concittadino”. Ho pensato gloriando perché in paese chi crede di sapere l’italiano ama i paroloni. Dalle parti del laziale evidentemente no.

– Sta azzeccanno – ammicco dopo il secondo di Cavani. Il ragazzo alla mia destra, che becco sempre, sorride. Il cameriere bellillo, invece, entra col casco ancora in testa e annuncia al barista:
– Pare ‘o cazzo!

Musica per le mie orecchie. Stasera le consegne le fa lui e, complice un’ordinazione appuntata male, ha dovuto fare i conti col principal catalano. Una specie di ammezzato fatto per confondere i fattorini stranieri, che aumenta sistematicamente i piani senza che qui lo si ammetta. Il tuo bisnonno avrebbe saputo cos’era un piano nobile, penso mentre lo circondano tre siciliane. Va forte con le siciliane, a un’amica catanese ricorda l’ex.

– Noi ci andiamo a preparare per andare in discoteca, vièni?

Il bellillo si aggiusta il capello in cemento armato sull’intramontabile abbronzatura e indaga:
– Ci andate tutte e tre?
Annuiscono.
E allora si appoggia al bancone, le guarda intensamente e, dondolando leggermente la testa, dice in italiano perfetto:
– Allora non posso proprio mancare.

Non so se affogare le risate nella birra o nel saltimbocca.
In borsa ho ancora il buono per il negozio aperto dalla sua ragazza, vai che ti fa lo sconto, mi garantiva il collega. Avevo deciso che lei fosse malamente, o semplicemente manesca, per la fedeltà esemplare che lui aveva ostentato finora.

Ma all’inizio del secondo tempo concludo che magari non ci va, ma non poteva far vedere agli altri che faceva il ricchione.
Poi mi chiedo: ma perché Cavani sbaglia i rigori, sono troppo facili?

– Facevate tirare Insigne! – sbraitano intorno a me.

Ma il risultato è salvo, sicuro come l’appuntamento alla prossima volta coi compagni di bancone. Il cameriere al telefono mi parla il napoletano dei segni: “Stu saltimbocca nun t’ ‘o magne cchiù?”. “Dammi una bustina”, rispondo con l’indice.
Sulla strada del ritorno la scarpa s’insinua di nuovo tra me e il cerotto, ma resisto fino a casa. Stavolta non mi frega.

Lascio perdere scorze ‘e limone e cieli ‘e cartone. Penso ai libri già prenotati in biblioteca, per domani, all’aperitivo in compagnia che li compenserà, e allora…

E adesso è la Mercè.

La patrona di Barcellona, col suo manto di stelle che non le ho mai visto addosso, ma che le spetterà di diritto, come a tutte le Madonne.

Specie quest’anno, che è tutto un firmamento di estels indipendentiste, dipinte in bianco o in rosso su una bandiera indossata modello Superman. Te le ritrovi in metro e per strada, ma non nel mio Raval. Che continua imperterrito a lavorare fino a tardi nonostante il film anti-Maometto, nonostante le vignette, nonostante quelli che pensano che Islam significhi quattro fanatici pronti a scattare su a ogni provocazione (e allora non avrebbero un minuto di tempo).

Comunque.

Il 29 ho l’esame. Lo so, napoletani in ascolto, un giorno a caso.
Lo scritto. L’orale tra l’1 e il 4.
In classe sono scene da film horror.
La prof. che fa l’elenco di cosa NON spiegherà, e si cimenta in paragoni con lo spagnolo che ne fanno l’unica catalana che proprio non lo conosce.
La classe che guarda sbalordita la lavagna, cercando trattini dove non sono mai esistiti, o le elisioni che popolano il linguaggio parlato, e allora qualcuno, durante gli esercizi, viene a chiedere consiglio a ME.

Mo’, che l’unica straniera debba insegnare il catalano si spiega in due modi: sono anche l’unica che si è dovuta fare un culo così per il diploma, gli altri se lo sono aggiudicato di default per nascita e studi; il catalano non lo parlo che con qualche amica, non l’ho potuto contaminare con “r” mangiate e le “e” aggiunte a ca… volo.

Tanto nel mio girarrosto di fiducia parlano in urdu. “Ehi, mi hai appena chiamato ‘ragazza’, vero? Troppo buono!”, e loro divertiti dalle due parole che capisco, “ragazza/o”, e la roba da mangiare. Le basi, insomma. E poi vabbe’, “ti amo” e “meri jan”, che praticamente significa “core mio”, come ne Gli esami non finiscono mai.

Solo che stavolta, per me, gli esami finiranno, che li superi o li ripeta a febbraio. Questo è il diploma di catalano più avanzato, dopo c’è solo il napoletano.

E ora, Mercè. Ho già visto lo spettacolo di luci dell’anno, sulla Sagrada Familia, e ieri nel Parc de la Ciutadella un tango infuocato (letteralmente) che non mi ha ammaliato quanto il Tetris gigante e il nostro tifo per i giocatori, specie per i bambini che, se non fosse stato per la Mercè, il Tetris non sapevano manco che era.

Lunedì mi tolgo una soddisfazione: ballare la pizzica su Rambla Raval. Ho già avvisato tutti.
Anche perché sono quasi tutti stranieri, non si renderanno conto che sto alla pizzica come Romina Power sta al Belcanto.

E poi aspetto. Notizie da Napoli, se ci vado per 5 mesi, miracolata tra le decine di richieste per una borsa di studio, o dopo l’esame devo proprio mettermi a cercare un lavoro, che il sussidio è finito e tutti i colleghi licenziati hanno trovato qualcosa, meno noi del dipartimento di Content.

Io speriamo che me la cavo.
E intanto festa. Barcellona è così. Crisi e feste.
E le stelle stanno a guardare.

(When you wish upon a star, dice Satchmo…)

Foto di Francisco Goncalves, https://www.facebook.com/pankphoto

Come sapete, questo è essenzialmente un blog di minchiate.

Così, a poche ore dalla fine della festa nazionale catalana, con la processione di estelades, le bandiere con la stella indipendentista, non vi parlerò delle rivendicazioni di una nutrita percentuale della popolazione catalana (c’è chi dice il 30% , 400 famiglie), che addossa sul governo centrale di Madrid le responsabilità della pessima gestione della crisi; non vi parlerò degli ingenti aiuti che hanno chiesto allo stesso governo centrale; non mi dilungherò manco sul fatto che i catalani siano tra i pochi a festeggiare le sconfitte (in questo caso, la fine dell’assedio di Barcellona dell’11 settembre 1714, col passaggio della città nelle mani del re Burbone), e che a domanda “sei nazionalista?” una catalana che conosco rispose “no, non sono così di sinistra”.

Vi dirò che oggi, seguendo il percorso della memoria catalana, ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.

Ho visto un sacco di gente di tutte le età in versione Superman, bandiera indipendentista annodata sul collo (finché un’amica non l’ha usata come pareo).

Ho visto processioni di torri umane consegnare una bandiera ai piedi della torcia al Fossar de les Moreres, dove sono seppelliti i martiri dell’assedio. E la bambina in cima a una torre aveva gli occhi a mandorla.

Ho sentito un’amica affermare che la vera catalana fosse lei, che non portava la bandiera perché costavano troppo.

Ho visto una mostra sull’11 settembre 1714, con due pannelli dedicati a due catalani illustri: Hernán Cortés e Cristoforo Colombo.

Ho visto sfilare, davanti al monumento di Rafael de Casanova (tra i leader antiassedio) l’insegna dei “poliziotti favorevoli all’indipendenza catalana”. Come leggere un cartello di cattolici pro-aborto.

Ho visto un’enorme bandiera svettare sotto l’Arc de Triomf, sopra un chiosco che vendeva della misteriosa birra nazionalista, capace di ubriacarti solo guardandola.

Ho visto mio padre con la mano sul petto mentre cantavamo (io male) l’inno catalano, accompagnati dalle classiche trummettelle. L’ho visto in ansia per le bambine in cima alle torri umane (dotate di casco dopo la morte di una piccola collega di Mataró) ed emozionato di fronte a “tanta gente che almeno ci crede, nella sua terra, noi la nostra la disprezziamo”. L’ho visto altresì seduto su una panca col manifestino “proclamiamo l’indipendenza ORA!”, mentre un turista lo fotografava rivelandogli che stava giusto vicino a un bagno ecologico. Infine, l’ho sentito salutare i compagni d’avventura con un sorprendente “Visca Catalunya lliure”.

E ho visto i miei in visibilio davanti ai tallarines del mio cinese preferito, clientela cinese, tagliolini artigianali. A due passi dalle trummettelle, le sfilate con la bandiera e le sporadiche sirene.

Perché la Catalogna ci piace così, internazionale.

Nonostante tutto.

(chi in realtà combatteva p’ ‘o rre Burbone…)

(ma ora per fortuna nun se ne fotte )

(chi non se n’è mai fottuto)

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