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(NB: Il titolo è ingannevole. Forse)

Scendo canticchiando Eros.

Colpa del vicino del terzo piano, che lo spara a tutto volume per rappresaglia verso i discotecari del piano di sopra.

Saltello ancora per strada quando scanso per un pelo la pazza con le stampelle.

– Puta! – mi saluta.
– Gracias! – rispondo.

Buon pomeriggio, Raval.

Stavolta la prof. c’è, all’università. È il terzo tentativo di farmi scrivere la lettera di raccomandazione per una borsa a Napoli.

Lunedì se n’è andata prima per non so che problemi, ho letto la mail solo dopo aver percorso il dipartimento deserto. Magari la polvere c’era solo per l’estate non ancora finita, ma mi piace pensare che la crisi sia anche questo, le orme sul pavimento di un dipartimento deserto.

Martedì, almeno, mi ha risparmiato le orme. Se è urgente vieni a casa mia, mi ha invitato per telefono, altrimenti domani stessa ora.

Come dice un’amica siciliana: a la tercera va la vencida.

La prof va di fretta perché vuole comprare non so cosa, prima che aumenti l’IVA. È una frenesia che prende tutti. Mi chiede l’indirizzo preciso dell’ente e non lo so. Sono sempre la solita. All’esame di dottorato andai senxa carta d’identità.

Passiamo dallo spagnolo al catalano all’inglese, e per fortuna la lettera me la scrive in quest’ultima lingua.

– Grazie, per qualsiasi cosa già sai.
– A novembre c’è il convegno del mio istituto, serve aiuto a livello logistico. Certo, avresti potuto fare da relatrice…
– Ehm, non so nemmeno se ci sono, a novembre, è capace perfino che mi diano sta borsa!

In realtà non sapevo del convegno, non sapevo di nessun convegno. Mi ero scordata di aver studiato da ricercatrice, di aver fatto un dottorato. A che pro, con meno di 1000 euro al mese, quando te li danno, se nemmeno è la mia vocazione?

Tanti colleghi con cui parlo sono innamorati della ricerca. Io voglio scrivere, sto scrivendo. Il problema è guadagnarsi il pane scrivendo, e la ricerca mi sembrava una buona soluzione, premesso che non mangio più come un tempo.

Ma ho trovato un compromesso. Voglio occuparmi di lettere. Sì, quelle dei soldati. Quelli con cui ammorbo i miei due lettori e mezzo tra un articolo e l’altro.

Se devo riprovare con la ricerca, voglio che sia con qualcosa che mi piace. I miei soldati catalani nelle trincee francesi, quelli scordati dalla storia dopo che erano stati moltiplicati, fraintesi, strumentalizzati per propositi nazionalisti.

Se mi fanno tornare in un archivio, voglio che sia per loro.

Che bello, per una volta m’impunto e dico, o questo o niente.

Forse è la cosa più importante che ho imparato in questi anni barcellonesi, penso entrando nella Biblioteca de Catalunya.

D’estate mettono fuori due scacchiere giganti, da usare per la dama o per gli scacchi. Ci vanno a giocare gli stessi, quasi sempre, due ragazzi che mi sembrano cingalesi e una signora anziana, col codino e una sporta verde.

Io percorro tutta la biblioteca e faccio un’altra cosa che non osavo più fare: tornare alla letteratura. La mia laurea in Lettere è del 2005, quando i libri erano ancora una via di fuga.

Ora li guardo con gli occhi che mi ha regalato la Storia. E voglio che invece di portarmi via mi aiutino a stare qui, presente. Pronta.

Ma prima scrivo il mio, di libro, un’ora o due. Il titolo me l’ha suggerito un sogno. Il manoscritto me lo consegnava un amico che non vedo da un po’. Uno che mi faceva un sacco di regali.

Forse questo è il regalo più bello che mi ha fatto.

* acchiappare un palo = prendere il due di picche

Lo so, non siamo sul blog di Hello Kitty, ma all’università ho scoperto l’angolo del cortile in cui vanno le ragazze a parlare d’amore.

Vicino al campetto chiuso, dove stanno le panchine in ferro battuto, che ti ci puoi stendere. Dove ho fatto la seconda intervista da napoletana a Barcellona per un giovane meridionalista.

Miii, ogni volta che mi siedo a leggere ci stanno due lì vicino, sempre diverse, che fanno discorsi da romanzo di Lyala.

Solo un po’ più moderni.

Il “lui” di turno, ad esempio, è sempre ambiguo, sentimentalmente incerto. Ma anche loro non scherzano.

Di solito ce n’è una esasperata e l’amica che le dà saggi consigli.

Tipo: parlagli chiaro, non fare lo zerbino ecc.

Il tutto in catalano, ovviamente, o in una buffa combinazione catalano/spagnolo che manda a farsi benedire la mia concentrazione. Specie se è un libro di storia da recensire.

L’ultima volta le ho lasciate al(le) loro pene e me ne sono andata un po’ in giro.

Sono approdata nel Born, al Carders Public House. E l’urlo belluino che proveniva da lì mi ha ricordato che il mio Manchester City si misurava col Liverpool, la squadra della città più schifata dai mancuniani (io me ne frego, ma mi piace sfotterli).

Ho acchiappato gli ultimi 10 minuti, mentre Andy Carroll entrava in campo per gli Scousers e il suo orribile codino mi rendeva più facile il compito di gufare. Ero pure in minoranza, i fan del Liverpool erano numerosi.

Si è affacciato un signore catalano e ha chiesto a quanto stessero. Gli ho risposto 2 a 2 e mi ha chiesto se avesse segnato il Barça. Ah, già, giocava pure quello. E dulcis in fundo, il Napoli. Se è così ogni domenica mi sparo. Chi non ha il cuore sparso in giro non può capire.

Per fortuna lì per lì i patemi sono durati il tempo di una clara, 2-2 e contenti tutti.

Il proprietario mi ha quasi riconosciuta.

L’ultima volta mi ha vista proprio lì all’uscita, alle 4 del mattino, con la custodia di un microfono e due tizi, uno che reggeva una cornamusa e un altro che teneva fermo il leggio.

Ero pure stata invitata a casa loro, da quello sbagliato.

Wrong bedroom, avevo sorriso in silenzio.

E sulla strada di casa, a un semaforo della Rambla, il passante accanto a me era stato agganciato da una prostituta.

– Stammi vicino – aveva implorato, scostandosi dall’orecchio una bocca bianco metallizzato (alle nigeriane sta da dio).

Non era la prima volta che salvavo qualcuno dalle prostitute sulla Rambla. Ma questo era siciliano.

– Sto qui da 4 anni. No, il catalano non lo parlo perché non mi piace e non mi serve, al lavoro. Ah, tu sei stata licenziata? Vabbe’, la situazione è tremenda, ma sempre meglio dell’Italia, no?

La mattina in facoltà potrei dirne anch’io, di cose, alle amiche innamorate della panchina accanto.

Ma la prossima volta mi porto un libro comico, magari mi concentro di più.

(omaggio all’amore, ma soprattutto a Manchester. E che San Morrissey ci perdoni!)

Foto di Stefano Buonamici http://buonamici.photoshelter.com/

– Scusa…

Alzo gli occhi dal libro.

Un tizio occhialuto e magro mi copre le onde della Barceloneta.

– No, è che eri così immersa nella lettura che dovevo disturbarti!

Un’esperienza quasi ventennale in posteggia (da me gli idioti so’ precoci) e so solo sorridere a denti stretti:

– Ah, be’, grazie del pensiero!

Non se ne va.

– Sembra che ti piaccia il viola

Mi passo una mano tra il vestito viola e la borsa in tinta, sbattendo gli occhi bistrati di viola.

– Pare di sì.

Allora la butta sul sociale:

– Passeggiavo e mi chiedevo cosa fosse successo, alla spiaggia. Sembra il festival dell’immondizia!

L’argomento giusto con una di Napoli. Alla fine riesco a dire:

– Buona passeggiata, allora!

Perfino il mio alunno di posteggia è meglio. Quando sono entrata nel panificio dopo 12 giorni di assenza ha detto:

– Italiana bellisima, come stai?
– Male, fa caldo!
– Se lo dici tu…
– E tu come stai?
– Fa caldo!
– Ah, adesso lo senti?
– Sì, perché sei entrata tu!

Si vede che non si allena da un po’. È pure smunto, sarà stato il Ramadan. Meno male che adesso è finito e il venerdì si mangia di nuovo cous cous. Giovedì, invece, paella.

Insomma, rieccomi a Barcellona.

L’amaca era ancora lì, sembrava rinchiusa su se stessa per sfidare il vento.

Ho guardato il clásico (Barça-Real) a la Xaica, adesso Bastió Blaugrana, e vi sconsiglio il nuovo piano per le partite: razioni piccole, poca scelta (fatevi portare il menù del piano di sopra) e uno schermo per tavolo è un po’ alienante. Meno male che abbiamo “portato a casa il risultato” , coi giocatori che si sono risvegliati come marionette al primo goal di Ronaldo.

Poi la coppia napolucana mi ha aggiornato sulle novità.

Una collega francese di lei è stata sospesa al lavoro insieme a un tecnico della manutenzione. Sesso orale in bagno a porta aperta.

Un’altra che vive nel Raval, come me, si è ritrovata un incendio al piano di sotto, dove vivevano 18 pakistani. Intossicati ma salvi.

18. E noi ci lamentiamo…

No, scusate, discussioni oziose da Barcellona senza.

L’amica comune parla spesso di lui, ma soprattutto della ragazza. Quando sentiamo una canzone unz tunz dice “oh, questa a lei piacerebbe tantissimo!”. Pure ieri, alla festa di Sants, tra le decorazioni ispirate a Hello Kitty: “Oh, vorrei che fosse qui con noi, lei adora Hello Kitty!”.

Sono cose che fanno bene al cuore.

Ma la festa di Sants è carina. Stanotte torniamo per i correfocs, che l’amica catalana, come tutte qua, li adora. Le ricordano l’infanzia. Noi che abbiamo avuto un’infanzia altrove non siamo altrettanto entusiasti, ma mi piacerà giocare tra le scintille.

Un’ultima considerazione oziosa: qui, l’ho già detto, si va per feste. C’è la disoccupazione, l’alienazione, l’amicizia usa e getta che dura un’estate. Ma poi ci sono le feste di quartiere, i concerti gratis, i cinema all’aperto.

Le feste mettono gioia e tristezza insieme.

Per adesso ci prendiamo la gioia.

(il momento più alto della festa di Sants. Passata subito dopo l’originale)

portami il mondo in una piazza

Home is so far from Home, scriveva Emily Dickinson.

Di solito, la notte prima di lasciare Barcellona, anche solo per una settimana di Napoli, mi faccio un lungo giro per “congedarmi”.

Stavolta l’ho dovuto fare per forza, perché ho lasciato le piantine a Urgell, alla donna dal pollice verde. Che le ha piazzate subito accanto alla vite, incaricandola d’istruirle sulle regole della casa.

Altri livelli, ho pensato avviandomi in ritardo all’appuntamento. Una coppia di napoletani (lei di Matéra, ma ormai dei nostri) con una notizia da darmi.

Ovviamente se ne vanno da Barcellona, mi spiegano sulla strada del Port Vell. A lei scade il contratto a termine, a lui è slittato un lavoro a ottobre. Hanno altri progetti, tutti fuori dall’Italia.

Li ascolto attenta e dispiaciuta, quando mi squilla il telefono e grido:
– Nooo!

Se l’aspettavano. Forse mi avevano dato appuntamento per questo, per stare lì mentre ascoltavo:

– Ciao! Sto con … e la sua ragazza, appena arrivata! Ci raggiungi?

E qui mi si è aperta la rosa delle scuse:

Oh, che bello, peccato che debba lavare i capelli alle Barbie.

Magari, ma devo separarmi tutte le doppie punte.

No, me lo chiedi proprio ora che Johnny (Depp) ha parcheggiato l’elicottero in terrazzo e si è autoinvitato a cena?

Alla fine ho guardato i due amici in ascolto e ho detto solo che restavo con loro, perché partivano, caso mai vi raggiungo più tardi.

– Ok, allora chiama direttamente lui, che io torno presto e li lascio soli.
– Contaci!

– Partiamo a settembre – hanno specificato i napulegni a fine chiamata.

Poi, guadagnandosi il Nobel per la pacienza, mi hanno ascoltata sbariare per 3 ore. Perché coi napoletani non mi lamento, non vado in crisi, non sclero. Sbareo, al massimo azzecco ‘e ponte.

Una lunga filippica sull’ambiguità nei rapporti. Posso accusare qualcuno di ambiguità, nell’ennesima situazione ridicola in cui mi sono cacciata? Forse no. Tutto ciò che posso dire, signori della corte, è che, per quanto fossi stata riservata e timida (tanto, tanto tempo fa), che fossi fidanzata prima o poi mi scappava.

– Moglie e buoi dei paesi tuoi – mi sfotteva lui.

E giù altre filippiche sul mio manifesto autorazzismo.

Il giro ce lo siamo fatti, eh: Barceloneta (col cinema gratis sulla sabbia), Born, e il mio lungo ritorno a casa attraverso la Rambla. Poi c. Carme e lo slalom per evitare l’imbecille della serata, che decido di non salutare perché anche solo un “hola” di risposta per qualcuno è un invito. Mi è capitato con filippini, paki, argentini, l’idiozia non ha confini.

Come Plaça Universitat, che mi aspetta tra una settimana insieme alla navetta dell’aeroporto, che ripartirà puzzolente di caciocavallo.

È la mia piazza preferita, con tutto il suo potenziale: la gente che s’incontra fuori alla metro, gli skaters scassaminchia, Plaça Catalunya a sinistra, con la Fnac alla fine del Pelayo, la Ronda di Sant Antoni a destra, col mercato.

Al paese invece mi aspetta Sky in infradito, e qualche amico che non parte. I due cinema proporranno i film dei Vanzina, o qualche sparatutto doppiato.

E quando tornerò, lui sarà sparito. Resterà Barcellona.

Come si dice dalle mie parti, “vado bene io”.

(esempio di sbariamento con flamenco)

(esempio di addio romantico)

foto di Juan Novakosvky

L’ho vista una prima volta, io, Barcellona?

Perché mi sembra di star qui da sempre.

Ma devo averla pur vista una prima volta, dalla nave, quando scorsi quell’orrendo palazzo al porto che sarò l’unica in città a non sapere cosa sia.

Allora ce l’avevo alla mia destra, per la prima e unica volta. Quando sarei partita per Lo Sbarco non l’avrei notato, al buio, al cospetto di Montjuïc visto dal mare.

È che quando mi vengono a trovare, e guardano Barcellona con gli occhi di chi non ci vive, cerco di ricordare come la vedevo io, da turista.

Non mi piacque. Detectai in un momento tutte le cose che non mi sarebbero piaciute, tutte insieme. Il caos. La sporcizia. Il vuoto.

La sensazione che sia un grande scenario montato per i turisti, con quelli di qua che scappano lontano, defraudati della loro città ma troppo simili a quelli da cui fuggivo per compatirli davvero.

“In fuga” ci stavo più allora, in quell’albergo del Raval che non ho più identificato, circondato da signorine in minigonna.

La prima volta a Barcellona l’ho pure descritta per un compito di catalano, stile temino delle elementari. Ho parlato della Rambla che mi era sembrata da subito l’Inferno, di Gaudí che mi pareva un bambino che giocasse ancora col Lego (non lo scrissi così, che mi estradavano). Ma anche della Rambla del Mar, di quanto fosse bella, la sera, con poca gente, nonostante i miei tacchetti fini che s’impigliavano continuamente nelle tavole di legno. E di quanto mi mancasse, ora che ci andavo con scarpe rasoterra, il braccio che mi sosteneva. Il commento in rosso della prof fu “Ets una novel•lista!”. Be’, in effetti ci provo. “… Però amb errors”. La prof di ora è meno generosa: “Questo l’hai scritto tu? È bello. Strano”.

Invece le prime volte degli altri le so a memoria.

La bocca aperta davanti a Gaudí, che da qualche parte mi fa una linguaccia. La domanda al ristorante: “Ma dove sono i primi piatti?”.

I problemi con le presentazioni, con gli autoctoni pronti a dare due baci e gli italiani lì con la destra sospesa nel vuoto. I baci rubati, più o meno involontariamente, nell’operazione (noi partiamo dalla guancia destra, loro no).

La sorpresa (a volte il fastidio) davanti alle coppie gay mano nella mano. Le postegge notturne a qualsiasi bionda in abito corto e tacchi alti, prima di accorgersi che sono troppe per fermarle tutte.

O le sbirciatine all’interno coscia dei nudisti a Barceloneta, mentre spiego all’amica di turno che non si affezionasse troppo, 8 su 10 il chico è gay. Specie se è spettacolare. Ma restano meno sconvolte dei ragazzi di fronte al topless, fanno tanto gli spavaldi ma poi se stanno tutte con le poppe al vento “non si trovano”.

Tanto, anche se si trovassero…

Questo paese è noiosissimo, diceva una conterranea ieri, qua le ragazze quando dicono sì vogliono dire proprio sì, e quando dicono no, è no.

Forse è questa la cosa che mi mancherebbe di più di Barcellona.

Peccato che chi viene da fuori non la sa.

(Barcellona, vista da dei catalani)

Stamattina la luna non voleva proprio saperne, di levarsi dai piedi.

Stava lì, illuminata dal primo sole, enorme e stupenda come due sere fa, quando mi resi conto che la Festa della luna piena era stata un buco nell’acqua. Che la Casta Diva era enorme e stregata sul mare della Mar Bella, la mia spiaggia preferita a Barcellona, ma che intorno alla collinetta dei nudisti la gente si raccoglieva in gruppetti isolati, autarchici.

– Qui siamo così – spiegava l’amica catalana, sorridendo – magari sfiori quelli del gruppo accanto, ma non vi parlate nemmeno.

E poi non c’era granché spazio per la conversazione. Un gruppetto si bagnava en pelotas, senza costume, un altro suonava incessantemente dei tamburi, e un circolo bello grande di gente sembrava consumare qualche strano rito, alternando momenti di raccoglimento a movimenti lenti, uniformi.

In effetti la luna era proprio stregata.

L’amico di Palermo non era venuto, forse era esausto dopo il lavoro. L’avevo visto la mattina in Plaça Sant Jaume, davanti al Palau de la Generalitat, a protestare coi suoi colleghi per la gran putada.

Il governo catalano ha tagliato i fondi ai centri che non gestisce direttamente. Manco gli stipendi per gli assistenti sociali. Intanto lavori, poi si vede.

L’amico però pensa che a settembre si risolve tutto, magari è una manovra politica pure per far vedere che la colpa è del Govern Central (si pronuncia “Satana”) che di fondi non ne manda abbastanza. Pensa ai suoi assistiti, autistici geniali che magari s’incazzano perché le patate nel piatto toccano la carne, e che ora si ritrovano senza suppellettili, senza niente.

Loro non votano, osservo oziosamente.

Lui si voleva mettere in mutande a cucinare un pentolone di fagioli con chorizo (sempre per il doppio senso: salame-arraffone). Avevo già pensato alla battuta: avrei preferito vederti così in circostanze più amene.
E invece, compunti, ci siamo seduti a terra in Plaça Sant Jaume, gruppo “Acció”. E mentre parlavamo è passata una volante, è sceso un poliziotto, si è messo a leggere i cartelli, una delle ragazze gli è andata incontro decisa e… Si sono abbracciati.

Li ho fotografati che chiacchieravano prima che il poliziotto se ne andasse soddisfatto. A lui hanno tolto la tredicesima e diminuito stipendio e ferie.

Ogni tanto passavano turisti italiani, inconfondibili, e allora l’amico si alzava e cercava di spiegare. Guardavano a terra, imbarazzati dal loro disinteresse, e andavano via.
E lui s’intossicava.
Non serviva a nulla spiegargli che le cose non si chiedono, s’impongono, niente “posso lasciarti questo volantino?”, metterglielo in mano e se non lo vuole leggere lo buttasse.
No. Lui pensava solo che era deluso. Che la gente del suo paese, del nostro, è ormai rassegnata.

Passiva no, pensavo tornando dalla festa della luna piena, a giudicare dal balzo che ho fatto quando un energumeno si era parato dinanzi a noi tre. Mi ero sapientemente scansata con l’andalusa, mentre la catalana si era ritrovata in faccia le grandi mani sozze ed era stata “salvata” dalle due terrone. Era stata l’unica a esitare, perché non capiva che succedesse.
Era rimasta incredula per molto tempo: “perché proprio a lei”, ci chiedeva. Avevo provato a dire che lei non ci era abituata, ormai quasi neanche io, e mi tornava alla mente il vecchio refrain “Sono quattro anni che vivo in un paese civile”.

Mi è tornato anche ieri sera, davanti alla luna solo un po’ più lontana e appannata, mentre mio padre mi suggeriva che le molestie vanno assolutamente condannate, però… “Abbassando i toni, in nome dell’umana fallibilità”.

Ci risiamo coi però. È questo che mi aspetta a casa, i però?

Evadere è reato, però se si può… Le raccomandazioni sono esecrabili, però la vita è dura. E le molestie orribili, però chi le fa è spesso incapace d’intendere e di volere. E poi la classica mano sul culo (quella che ti devi “saper giostrare”, diceva un coetaneo al paese) non lascia tracce.

Suppongo che chi la pensa così è stato toccato da una ragazza, la prima volta, non da un baffuto signore sorridente sull’R2, come me a 14 anni.

Ma questa “è la posizione più scientifica”, e allora se fermano ‘e rilorge perché la scienza ha parlato.

La stessa che 50 anni fa prescriveva scientificamente l’elettroshock agli omosessuali, e che ora improvvisamente “non era vera scienza”. Come quella, immagino, che 120 anni fa affermava che le donne amavano le botte, e che poi non sentivano tutto sto dolore.
Quali delle teorie snocciolate come scientifiche non lo saranno più tra 50 anni?

La scienza è la più ridicola delle religioni, perché non sa di esserlo.

E penso con un brivido al mare di “però” che costella il cielo tra la padella e la brace.
Tra Barcellona e Napoli.

Ma è cosa ‘e niente.

(canta che ti passa)

A Barcellona esiste anche l’addio a puntate.

Anzi, mi sa che è la prassi.

La mia sarda preferita la sfottiamo ancora per le dieci serate di birra, capellini (“andiamo al mio cinese o al tuo?”) e Antikaraoke con cui ha fatto la sua sontuosa uscita di scena, l’unica ad aver trovato lavoro in quel di Sassari.

Spesso si emigra in due episodi: prima un viaggetto nella nuova città, con metà dei bagagli, poi un’ultima notte nella vecchia stanza, già pubblicata su loquo tra quelle in affitto, e infine addio. O anche in tre parti: puntatina al paese per una visita a mammà, notte barcellonese (magari in spiaggia a ubriacarsi e farsi rubare le scarpe) e addio.

L’addio è sempre alla fine, ovviamente, ma non è mai definitivo. O così sembra. Scommetto che me li ritrovo tutti alle feste di Gràcia, a offrirmi un sorso di birra da un bicchiere di plastica. Il problema è che a parte la rumba catalana e qualche concertino le feste di Gràcia mi sembrano tristi, come tante cose organizzate dalla gente di qua in quartieri che ormai non la rappresentano.

Così mi accontento di un saluto frettoloso, delle pacche sulle spalle date sulla porta, quando scappo prima che chiuda la metro.

O di due chiacchiere prima che si sfaldi la comitiva, che una parte vada in spiaggia e un’altra a ballare i Beach Boys al Magic (“Ma Beyoncé che vi ha fatto?”, piagnucola l’amica spagnola che di addii ne vede pochi).

Certi episodi, poi, mi fanno capire ho ancora molto da imparare, per evitare le situazioni ridicole.

È tornato per una notte sola, ma che non si sapesse in giro, che “non voleva mettersi a lavare piatti”. Anche noi ti vogliamo bene, avevo pensato.

Gli hanno teso un’imboscata, una cena improvvisata. Ho disertato rispettosa, ma era un no a metà, “fatemi sapere che magari vengo dopo”. È difficile essere razionali e rispettosi se non sai più qual è l’ultima volta.

Ma sì, che lo sai. Tornerà presto, per le ultime cose. E non sarà solo. Ripenso con un brivido a certe serate a Napoli, ere geologiche fa. Non c’è paragone. Ma il ridicolo che non avvertivo allora adesso m’invade la bocca.

Tanto non mi hanno più “fatto sapere”, per la cena, e mi sono sentita un’idiota.

Mi tengo il mio saluto privato e il sospetto che qualcosa non vada, in questa città di adii a puntate.

Artificiali. Come i festoni di carta delle feste di Gràcia.

(però questi alla festa mi piacciono, specie se non nominano la buonanima di Gato Pérez ogni 10 secondi)

da homeaway.es

Il giorno che lui è partito mi ha chiamato il manager per dirmi che non mi assumeva.

La prima cosa che ho pensato è stata: meno male.

Brutto segno. La crisi ti fa accettare lavori che quando li perdi ti senti meglio.

Non lavorerò perché sono laureata da più di 5 anni, e per spacciarmi per stagista dovrei avere un titolo più fresco.

I manager hanno la stessa voce, quando te ne mandano, contrita quanto basta, solidale quanto basta, sempre un po’ impersonale.

Mi hanno segnalato un altro annuncio, più o meno la stessa storia, ma contratto di 6 mesi invece che 3. 6 mesi a guadagnare 10 euro in meno dell’affitto. Lo sapete meglio di me, questi ormai vanno a scatafascio, sono indebitati fino al collo e la gente è esasperata.

Adesso, quindi, mi tocca pensare a cosa fare.

Ed è difficile perché qui è veranito, piena estate. L’estate non si dimentica mai di cominciare. Concerti e cinema all’aperto ogni sera, spesso gratis. I vicini hanno cominciato il Ramadan. I marocchini hanno chiuso i ristoranti giusto venerdì scorso, che con Petra finalmente si andava a mangiare il cous cous.

E i poliziotti che li fermano sono scuri quanto loro. A volte vedo le volanti da lontano, magari a Plaça Universitat, e so che fa un po’ figo, alzare la testa preoccupata come se fossi Lupin, ma dallo sciopero generale tante volanti insieme mi fanno un po’ paura. Adesso, poi, dopo i minatori a Madrid…

Chissà dove vanno al mare, i poliziotti. In quei posti in culo al mondo in cui vanno quelli di qua, snobbando i guiri, come ci chiamano.

Pure io ho inaugurato la stagione delle ustioni. Sabato a Sitges, tra addii al celibato per matrimoni gay (c’era un clone di Borat) e venditori statuari ma quasi più ‘nzisti dei pakibeer della Barceloneta. Volevo pure fare la battuta “è succieso ca m’aggio appicciato”, ma coinciderebbe col più devastante incendio della storia recente di Catalogna, che ci arriva fino alle narici e avvolge Barcellona in una nebbiolina irreale.

Sabato invece minacciava pioggia, il sole sembrava non voler proprio uscire, e poi…

Prima o poi Barcellona lo fa sempre uscire, il sole, e le sono grata per questo.

Ma non mi basta più. Quattro anni a settembre e quasi non ho amici fissi, che non se ne vadano o pensino di farlo, che non si sentano in vacanza tutto l’anno per poi fuggire appena decidono di metter su famiglia, perché di Barcellona conoscono solo i bar e le agenzie interinali.

E allora ho pensato perfino a…

Sì. Perfino a tornare.

Come soluzione estrema. Fare quelle cose che ho rifiutato a 20 anni, il master chiattillo per comprarmi il tesserino, o il lavoro aggratis per fare curriculum. No, fin lì non ci arrivo.

Gli italiani quanti sono? 60 milioni. Non è detto che perché non mi sono trovata bene con quei 3 o 4 debba essere sempre così.

Sarebbe una specie di tregua. Tornerei a casa serena e “riconciliata” come se fossi appena uscita a giocare, a saltare sulla pietra enorme spuntata un giorno in mezzo al marciapiede. Chissà da dov’era uscita. Magari era un avanzo di costruzione.

“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”, diceva il protagonista di un best-seller che leggevo allora.

Io è già tanto che non prendo a testate gli angoli di casa!

Ma vi dico cosa faccio. Faccio passare un altro po’ d’estate, che Barcellona non la lascio facile, e decido finalmente che sarà di me.

Parola di scout.

Non l’ho mai fatta, la scout.

Tutto è cominciato con tre giganti sotto casa.

Appena usciti dall’Almazen, trasformato per l’occasione in un vero almacén (magazzino) di festoni e co. : il mio vicolo è letteralmente il cuore della Festa major del Raval 2012.

Ogni barrio ha la sua festa e stavolta tocca al mio.

E i gegants sono d’obbligo, come i castellers, e tutto l’ambaradan delle feste catalane.

Io li adoro, è come se al mio paese ci ritrovassimo improvvisamente tutto il mondo a passeggiare per il Corso e la festa del patrono continuasse invariata.
Ah, siete abituati a Capodanno a Times Square? Che ce frega, noi andiamo avanti con le nostre tradizioni.
Che di solito, non rievocandomi i ricordi d’infanzia delle mie amiche, mi annoiano anzichenó.

Ma il Raval non annoia mai. Siamo appena al secondo giorno e sulla Rambla Raval è già comparsa la denuncia degli indignados: il cineforum all’aperto non è stato autorizzato, perché “troppo rivoluzionario”. Un poliziotto di passaggio non avrebbe gradito le cariche della polizia rappresentate nell’ultimo film. Fonte non specificata e immancabile frecciatina alla Filmoteca de Catalunya, che semplificando “non dà niente al quartiere e fa aumentare gli affitti”.

Certo. Non vedo l’ora di rinunciare alla visita di Costa Gavras e alle rassegne su Berlanga per sedermi a terra a rivedere V for Vendetta. E il ragionamento “niente musei e filmoteche perché ci aumentano l’affitto” mi fa indignare con gli indignados.

Balliamoci su, va’, che alla cena catalana ho provato ad andare, ma mentre pregavo perché non fosse troppo nazional-popolare mi ritrovo Plaça dels Angels apparecchiata col servizio buono e tanti anziani in ghingheri (più 5 ragazzi di un coro) che aspettano di essere serviti da camerieri in nero.

È questa la Catalogna del Raval?, mi chiedo piazzandomi sotto al palco della rambla a ritmo di samba. Sembrerebbe di sì, se uno scherzoso “sisplau” del cantante brasiliano riesce a suscitare l’ilarità generale. Sono poche le mani che si alzano quando chiede se ci sono catalani e canta la storia della Montserrat, trasferitasi a Rio col fidanzato Jorginho Pandeiro. Poi però un rastone alle mie spalle lo chiama scherzosamente fill de puta e ricordo che la rappresentanza catalana tra i fricchettoni è decisamente alta.

Invece i pakibeer, stasera, fanno proprio casa e puteca, e mi urtano con l’Estrella fredda a un euro mentre uno strepitoso rapper brasiliano scende tra il pubblico a ballare anche lui.

Pure un pako verso l’ultima canzone, accompagnata un gruppetto di batucadores, fa roteare la cervesabeer in un rock acrobatico con un biondissimo spettatore.

Mentre gridiamo “bis” mi sento prendere per la spalla e baciare sulle guance.

– Hola, qué tal?

È lui, la cosa più vicina alla pedofilia capitatami (nel mio vecchio gruppo italiano, dai 5 anni di differenza in su si era tacciati scherzosamente di pedofilia). Cerco di calcolare se almeno ha raggiunto i 22 anni e di allontanarmi il più possibile, che gli amigos con derecho sarebbero una grande invenzione se non scordassero spesso di essere, appunto, amigos. E sparire nel nulla per più di un anno non lo chiamo amicizia.

– I musicisti sono amici miei – riesce a dirmi prima che riprendano le percussioni.

Già. Questo ragazzo che è un romanzo vivente solo per la sua storia (nonno architetto amico di Dalì, padre scampato a un attentato franchista a Parigi), vive più o meno a scrocco tra gli artisti a cui fa da manager.

E adesso col suo entusiasmo infantile abbraccia il rapper, che si è appena presentato a un gruppo di conterranee. Thiago.

Ma a me dice Tiago, quando gli faccio i complimenti. Perché io sono spagnola. Anzi, catalana.

Infatti domani parteciperò al Sopar Sabors del Món con un risotto a… Un risotto a…

… allo zafferano, suggerisce Andrea, incrociato sulla strada di casa.

Perfetto! Una napoletana che scambiano per spagnola e fa il risotto alla milanese.

– Se non lo mangia nessuno un piatto lo prendo io – promette Andrea prima di andare al concerto punk.

Rincuorata torno a casa, e scopro che sul palco montato sotto al cuore illuminato dell’Almazen raccontano fiabe ai bambini, ai Kalima, Ahmed e… Jordi che nominavano al microfono nel pomeriggio.

E c’è uno striscione rosso aranciato con caratteri in corsivo:

En aquest carrer tenim un cor gegant.

In questa strada abbiamo un cuore gigante.

Lo misuro col mio che in confronto mi sembra piccolo piccolo.

Non posso fare a meno di chiedermi se sarà all’altezza.

E siamo appena a metà festa.

(l’ultima festa maggiore, #beimomentipuntocom)

(chi me piglia pe’ francese, chi me piglia pe’ spagnola… e se fossi giapponese?)

Tra i personaggi che infestano la mia vita barcellonese c’è il ragazzo del Lindy Hop.

Scrivo “infestano” perché appare e scompare come un fantasma.

Per farvi capire perché mi rimase tanto impresso, il giorno che lo vidi, devo raccontarvi un po’ la notte prima.

Era una notte speciale, per due motivi. Il primo era che mi avevano regalato uno spray antistupro al peperoncino. Un ragazzo dello scambio linguistico che non rividi mai più.

Il secondo fu il messaggio del coinquilino olandese. Mi ero presa una cotta spaventosa per lui, e mi ero un po’, come dire, lost in translation: “Maria, quando l’altra notte ti ho chiesto se ‘ti aspettavi’ qualcosa, da me, intendevo questo”, “Ma expectation in inglese non ha questo significato!”, “Vuoi che prendiamo il vocabolario?”, “Ok, mi fido”. Che gli vuoi insegnare l’inglese a un olandese? Per un po’ avevo cercato un’altra casa, poi mi ero detta vabbuo’, le cose vanno affrontate.

E nel Michael Collins, alle 2 di notte, mentre scherzavo beata con due amici sul mio nuovo regalo, “affrontai” il seguente messaggio: “Maria, non so che stai nell’appartamento [pure sgrammaticato] ma vorrei dirti che non sono solo nell’appartamento”. Brillante eufemismo. Uno dei due amici si offrì di spalancare la porta di camera sua, gridare “Perché mi tradisci con una donna???” e spruzzargli in faccia il famoso spray al peperoncino. Alla fine mi schiaffai io una doppia bustina di tiglio (la camomilla di qua) e mi preparai a una nottatella niente male.

Il giorno dopo ero seduta su una panchina del Parc de la Ciutadella, con due voragini sotto gli occhi e lo zaino: avevo deciso di tornare a dormire nell’hotel in cui avevo passato i miei primi giorni qua, per la serie “ricominciamo daccapo che è meglio”.

Quando improvvisamente lo vidi.

Era nel gazebo vicino alla fontana.

C’era un raduno di appassionati di Lindy Hop, una danza molto diffusa tra i fricchettoni, come dimostra questa canzone.

E lui aveva avuto un’idea geniale: abbinare i boxer con la maglia. Bordeaux, tono su tono. Per un uomo etero, non italiano, non fighetto, ero commossa. I pantaloni a metà fianco risaltavano tutto il movimento d’anca con cui passava da una ballerina a un’altra, premuroso, discreto, ma asciutto, potente.

Era uscito un po’ di sole, e anche se il gazebo, ovviamente, era in penombra, la sua barbetta di qualche giorno per contrasto sembrava ancora più nera. E sorrideva.

E quel movimento di fianchi mi fece decidere. La vita era bella e continuava. E 30 euro per dormire in un vecchio hotel fuori alla stazione erano pure troppi. Tornai a casa, e una volta lì ricordai che non sapevo manco come si chiamasse.

Nonostante il mio stalking (tra ricerche su facebook, lezioni di ballo da un coinquilino riluttante e una visitina al circolo Lindy) non lo seppi mai. Tornai altre volte, ma non c’era, lo vidi solo un giorno che attraversavo il parco di fretta.

Lo rividi nel maggio dell’anno scorso. Nella piazzetta vicino casa mia. Altri tempi, altro quartiere, capelli più corti. Lo riconobbi solo quando ormai era passato. Che gli dicevo? Ciao, scusa, ti ho visto due anni fa, vuoi un caffè?

E poi stavo in fase ottimismo assoluto (vedi questo articolo). L’avrei rivisto ancora.

Infatti.

Giorni dopo, nella stessa piazza, in un’ora diversa.
E poi ore dopo, mentre correvo a lezione di canto e quasi ci andavo a sbattere contro, mentre usciva da un supermercato con due baguettes.
E dopo il corso, sul binario della metro di Gràcia, mentre cercavo la linea 4 e lui andava in tutt’altra direzione.

Coincidenze. Come l’amico che si è scoperto nella stessa foto di un concerto oceanico con un coinquilino che avrebbe conosciuto anni dopo. Come la ragazza incontrata su un treno a Catania e rivista anni dopo a Madrid.

Ma in quel momento sapevo che non c’era due senza tre.

Oggi, meno magicamente, l’ho visto a un raduno Lindy Hop a Barceloneta. Sudatissimo e felice. Il movimento di fianchi era diventato una danza indiavolata, e ormai era troppo fricchettone per i miei gusti neochiatt (neochiattilli, sono una snob dell’ultim’ora).

Ma era lui.

E in quel momento penso: quasi quasi, se mi invitasse…

– Ciao, bella! – mi saluta il vecchio alto che balla al suo fianco. Mi guardo. La tartarughina argentata sulla borsa Carpisa? Il fatto che sia praticamente l’unica truccata? Da cosa l’ha capito, che sono italiana?

La canzone finisce, il mio eroe si congeda dalla ballerina, poi si gira e…

E il vecchio m’invita a ballare.

Manco il tempo di sfuggire alla sua presa, che il ragazzo del Lindy Hop ha già invitato un’altra.

Ma al prossimo raduno vado, voglio vedere se prima della fine del mondo (che come saprete è imminente) riusciamo a dirci almeno hola.

(Lindy nel Parc de la Ciutadella. Odio i pantaloni sotto i vestiti, ma a Barcellona siamo in poche)

(un’altra che cercava di rimorchiare durante il Lindy)

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