E non c’è niente di male. Basta accorgersene, guardare in tempo l’etichetta prima di assaporarli come sempre e scoprire che, finalmente, sono diventati acidi.
Che il tempo, gli incontri, i giri di fortuna e quelli di sfiga cronica che ci hanno portati in un pizzo di mondo invece che in un altro, li hanno cambiati per sempre.
Ci credereste? Ci piacciono così, scaduti e buoni. Pur di non farne altri e rischiare di veder scadere anche quelli trangugiamo ancora i sogni vecchi, fino a stare male.
Leggo a volte post di amici miei dell’Italia, dei miei 20 anni. Rimpiangono, molto. Quello che eravamo.
Io me lo ricordo, come eravamo. Pieni, freschi, un po’ per aria, tutti. Con la capa per aria, dico. Già rassegnati a non vederci avverare i sogni che adesso rimpiangiamo come passati.
C’è una differenza, tra accettare che scadano e non farlo.
A crescere e accettare di non essere più quello di prima dai per scontato che sì, non sono più tuoi, quei sogni là. Non che non vorresti scrivere più un bel romanzo sperimentale o andare a vivere in Honduras, che mo’ si porta. Ma adesso ti piacciono altre cose, di più, e perché spesso sono più concrete non vuol dire che non siano affascinanti.
A non crescere (cioè, a invecchiare soltanto), semplicemente non li realizzi uguale, quei sogni, ma non te lo dici. Cioè, te lo dici così spesso perché speri di essere smentito dalla sorte, senza fare niente né per realizzarli né per cambiarli. Quindi, diventi un mausoleo dei tuoi sogni.
Che è una condizione/scappatoia che ultimamente va di moda quanto l’Honduras: fai il portatore sano di sogni scaduti. Sarai un fallito, ma vuoi mettere l’alone romantico di eroe tradito dalla sorte? Che la sorte a volte abbia un nome e un cognome (il tuo) è solo un dettaglio.
No, i sogni scaduti evaporano da soli, se glielo lasciamo fare. Conserviamoceli pure in dispensa, a imperitura memoria, ma stiamo attenti a consumare in tempo quelli nuovi.
Sono quelli che si adattano meglio a chi saremmo ora, se non fossimo troppo occupati a rincorrere chi eravamo.
Una volta, una ragazza che non conoscevo mi ha salvato, con la sua sola esistenza.
È riuscita a far innamorare chi proprio non s’innamorava di me.
Merito suo? Non so. Colpa sua? Macché.
Intanto mi ha salvato la vita, magari in un senso meno tragico di quello letterale. Però mi ha concentrato in qualche mese di purificazione (per non chiamarla “sfogo bestiale”) un dolore che diluivo negli anni. E scusate se è poco!
Poteva essere un trasferimento all’estero, un lavoro che mi portasse lontano. Invece è stata lei, e in qualche modo le sono grata.
Non che abbia fatto molto, eh, intendiamoci, nient’altro che essere lei e, per il solo fatto di esserlo, farlo innamorare.
Per le stesse ragioni per cui quell’altro lì non s’innamorava di me: io ero io, con me non succedeva, e così vanno le cose.
Il problema è che, prima che arrivasse lei, l’ultima parte (quella delle cose che così vanno) non l’accettavo. In realtà non me ne faccio neanche una colpa: ci rode assai, quando siamo impotenti di fronte a quello che vorremmo ma non dipende da noi. Anche perché spesso non dipende da nessuno.
Poi però succede sempre lo stesso, o quasi: tutti i nostri tentativi di quadrare il cerchio, i pomeriggi passati a “lavorare” perché le cose filino, svaniscono nel nulla.
Nel modo più umiliante, magari: noi non esistiamo, ufficialmente, poi arriva lei e lo sanno tutti.
Dicono che l’amore sia così. A me questa cosa non tanto convince: guardo con sospetto ai colpi di fulmine, che spesso svaniscono il tempo di accorgersi che anche l’altro è una persona.
Infatti, i più cazzimmosi tra noi si consolano osservando che i nostri “salvatori” non è che durino assai, al nostro posto.
Intanto, però, questa ragazza mi ha salvato la vita, insegnandomela. Mandando a carte quarantotto tutti i castelli che mi stavo costruendo su qualcosa che, semplicemente, non poteva essere.
E come lei, al mondo, ce ne sono a migliaia, di soluzioni. Tutte le possibili soluzioni impreviste, anche dolorose, di problemi che ora vorremmo risolvere fingendo che dipendano solo da noi, senza calcolare il resto: l’incalcolabile. Che spesso è un futuro imprevedibile che non possiamo considerare una risorsa (“prima o poi succede qualcosa e si risolve tutto”), ma neanche ignorare.
Le cose cambiano, costantemente. L’unica cosa che non cambia, diceva un saggio, è il cambiamento.
E finite le lacrime e le ricostruzioni lente, e rimessi pure i chili che manco Rosanna Lambertucci fa perdere più di una crisi, provo questa strana riconoscenza verso una sconosciuta che non ho mai visto. Le porto la stessa gratitudine illogica che sentiamo verso un mattino senza pioggia, o un bar che faccia il caffè buono, per il solo fatto di trovarsi proprio sul nostro percorso, meglio se in pausa pranzo.
A volte siamo capaci di aiutarci anche quando ci facciamo molto male.
Tutt’è avere la lungimiranza per riconoscerlo e, se proprio ci va bene, per non scordarlo più.
Ok, ormai è finito il tempo in cui, se non vivo nel quartiere più vituperato della città, non sono io.
Ma qui stiamo esagerando, in effetti. Sono andata a fare una passeggiata in una bella strada pedonale del quartiere fighetto e ho chiesto al mio ragazzo: “Ti piacerebbe di più vivere qui o a Vallcarca [zona residenziale e insieme un po’ hippie vicino al Parc Güell]?”. E lui con mia grande sorpresa mi ha risposto: “Qui”.
Allora ho guardato le signore con fazzoletto a righe abbinato alla borsa, poi il bar di cupcakes di cui occupavamo un tavolino all’aperto, e ho sbarrato gli occhi per il terrore.
Vivere lì, davvero? E perché no, mi sono detta. In fondo è una bella strada, costosissima ma quanto altri quartieri che non mi spiacerebbero, e disprezzare un posto perché è troppo perfettino significa essere più snob degli snob.
Finché accanto a me, sullo sfondo di un’aiuola perfetta, non è spuntata una mendicante, la testa avvolta in un fazzoletto ben chiuso intorno al collo, come fanno tante musulmane. Il mio ragazzo le ha messo una moneta in mano, mentre io pensavo.
Ricordavo, più che altro. Cosa? L’ho visualizzato dopo, a chai latte finito, allontanandomi verso la metro.
La visita di Buddha alla sua città, quando è ancora il principe Siddharta. Sarà per Keanu Reeves, ma io la immagino esattamente come nel film di Bertolucci.
Uscendo dal palazzo in pompa magna, il giovane si vede venire incontro le persone più giovani e belle tra i suoi sudditi. Ignorando che sotto ci sia lo zampino di suo padre, pensa allora che la vita sia quella e che sia meravigliosa.
E invece, nel quadro manca qualcosa. Glielo dicono senza saperlo due poveri vecchi sdentati, sfuggiti al controllo delle guardie, che con la sola presenza gli danno un’informazione importantissima: non c’è questo senza di noi. La vita è davvero bella quando hai un quadro completo di cosa sia, anche della morte che ne permette il corso, l’esistenza.
Solo quando avrai accettato anche quella, potrai dire che conosci la vita e ti piace lo stesso.
Mo’ il principe Siddharta, il primo hipster della storia, tutto sto discorso articolato non l’ha fatto, limitandosi a mandare tutti affanculo e salvare il mondo con la meditazione.
Però è questa, la questione: il problema di un quadro troppo bello [pensate all’art pompier] è che sembra fatto apposta per esorcizzare quello che rende fantastica la bellezza. Parlo dell’imperfezione che l’alimenta e, a volte, la corregge.
E una cosa è un posto dalla bellezza struggente, che ne rifletta anche le contraddizioni, come certi angoli del centro storico di Napoli. Un’altra cosa sono quei non-luoghi, e se ne trovano dappertutto, fatti apposta per avvolgerti come bolle e proteggerti dal mondo, che così esorcizzato appare ancora più pericoloso e triste di quanto non sia.
E non abbiamo bisogno di un luogo, per fare questo. Quante volte ci chiudiamo in noi stessi, barattiamo la nostra vita con la sicurezza di non soffrire mai? Senza accorgerci che facciamo un pessimo affare.
Quindi non so se vorrò mai vivere in questa stradina assolata di passeggiate piacevoli. Con quello che costano le case, se me ne regalate una non mi metto a piangere.
Ma non per questo avrò paura del mondo, il mondo che dovrebbe chiedere scusa alla donna velata per essersi dimenticato d’includerla, invece che aspettare le scuse di lei, per esser lì a ricordare che la vita non è solo cupcake.
Una signora piuttosto eccentrica, ma piena di energie, una volta mi disse che si era resa conto di un’incongruenza: prima puliva casa e poi si lavava lei. A suo modo di vedere, significava continuare a dare priorità ai suoi “doveri di sposa e madre”, piuttosto che alla cura di sé, quindi da quel momento in poi avrebbe fatto il contrario: prima la doccia, poi le pulizie di primavera.
Continuo a pensare che l’ordine inverso sia più efficace (a me ci vorrebbero un paio di docce, quella volta che pulisco), ma non è questo il punto.
Al risveglio, quando mi assale la consapevolezza di tutto ciò che debba fare in una giornata, penso spesso che cinque minuti di mindfulness mi facciano perder tempo. Dimentico che per me un momento di raccoglimento è il modo migliore per fare le cose presto e bene.
Come chi dimentica quanto sia utile una passeggiata per perfezionare un capitolo della tesi, e predilige ancora lo studio matto e disperatissimo rispetto a una giornata ben bilanciata, in cui i momenti d’impegno si alternino a quei quarti d’ora di svago che rendano il lavoro ancora più efficace.
Insomma, l’ordine delle cose non sempre è istintivo ed è inutile arrivare agli eccessi della signora di cui sopra (che però dal suo escamotage ricava gli stessi benefici che la meditazione per me, ciascuno ha il suo metodo). Ma è veramente vitale, per me, capire che facciamo spesso le cose nell’ordine sbagliato, prima pensiamo a loro e poi a noi, perdendo così il punto fondamentale, il motivo per cui spero le facciamo: per stare meglio noi, per avere una vita serena e magari estenderla a chi amiamo.
Se ci lasciamo travolgere dalle cose le facciamo male, contravveniamo proprio al motivo per cui le abbiamo intraprese e perdiamo noi stessi nell’operazione.
In che ordine vogliamo vivere la nostra vita, cosa viene prima?
La vita stessa, o tutta la paccottiglia che ci portiamo dietro per giustificare la definizione che ci diamo di noi?
Da piccola avevo i capelli biondi, del “biondo cenere” che per qualche scrittore più a Nord del Brennero è un colore incerto che va scurendosi col tempo.
Incerta sarà la nonna dello scrittore, evidente estimatore del giallo paglierino di qualche bella nordica. Ma è vero che il biondo cenere, con gli anni, si confonde facile con il castano.
In effetti, in tempi recenti, una professoressa di francese definiva senza troppi complimenti i miei capelli come “châtain”.
Il che ammetto che faccia un po’ strano, dopo essere stata ufficialmente “biondina” per i miei primi 20 anni. Ma per dichiararmi castana ci vorrebbe, appunto, una discreta componente di marrone, che le mie chiome non hanno.
A Barcellona mi rivolsi a una parrucchiera di queste catene infami, dove cercano sempre di venderti un balsamo miracoloso mentre ti fanno lo shampoo. Chiesi se ci fosse un metodo (anche pagando il balsamo, vabbuo’?) per riavere qualcosa di simile al “rubio de la infancia”.
Forse non avrei dovuto fidarmi di una con daltoniche chiome bicolore e grossi orecchini a cerchio, ma tant’è: quando mi disse che l’unica fosse colorarli, ci credetti ed eseguii.
La prima volta ebbi fortuna, con un discreto effetto naturale, ma le sedute successive andarono degenerando, finché una tipa decisamente vrenzola, nello scartarmi le mèches dalla stagnola, non dichiarò per non farsi picchiare:
– Te le ho fatte volontariamente più chiare, eh? Stai meglio così.
Dal momento in cui uscii dal negozio, cominciarono a chiamarmi Shakira.
Quando da Shakira passai a Donna Summer, stavolta grazie a un italiano “costoso”, non mi restò che correre in un negozietto con qualche pretesa nel cuore del Raval hipster, di cui ho già parlato qua. Mi sentii dire che avevo una macedonia in testa e l’unica era, udite udite, tingermi i capelli di un colore simile a quello naturale, in un gioco di specchi senza fine.
Allora ho ripensato a uno di quei maestri del capello delle parti mie, uno che si atteggia un po’ nel suo salone di Piazza dei Martiri e che mi aveva avvertito: hai dei bei capelli, non ci fare mai niente. Consiglio ripetutomi da una ragazza nella sala d’aspetto della stazione di Napoli, che sperava che esistesse una formula chimica targata L’Oréal per riprodurre l’opera della natura.
Ma no, io inseguivo più la mia definizione di “bionda” che la reale evoluzione dei miei capelli. Non succede solo a me: pensate ai drogati di lavoro che non accettano la pensione, a chi s’identifica con la propria bellezza anche quando l’ha ormai persa, alle tettone che si rifanno il seno quando glielo svuota lo svezzamento. Siamo tutti intenti a catturare la definizione di ciò che siamo, anche quando non lo siamo più.
Se è una fissazione, è triste, perché non accettiamo che l’unica cosa stabile sia il cambiamento. Se è un gioco, in fondo non c’è niente di male a far sì che (come diceva uno in un caso più estremo) il mio corpo mi rassomigli.
Be’, io non sono una talebana della naturalità, faccio Studi di Genere!
Così è stato divertente constatare che la “soluzione” a questo problema da due soldi mi sia venuta dal mio peculiarissimo signor padre. Che si è presentato a Barcellona, l’estate scorsa, con un potpourri di ciocche (le poche che gli restano) che viravano dal biancolatte all’oro rosso.
– Ma come hai fatto? – gli ho chiesto.
Prima di ripartire, mi ha lasciato una strana boccetta sul lavandino e mi ha detto:
– Un regalo per te.
Era una composizione piuttosto semplice: un misurino di camomilla Schultz, lozione, in 200 millilitri d’acqua.
La parte più importante della ricetta era la costanza. E infatti ogni santo giorno me la sono nebulizzata due secondi sui capelli, fino ad oggi. Due secondi sono un prezzo accettabile da pagare, per un capriccio.
Il primo risultato è stato uno schiarimento che aveva dell’iridescente, o così mi giuravano da casa, via cam. Come fai a fidarti di tuo padre, rideva mamma, senza pensarlo davvero.
E invece adesso mi sento dire, quando torno in paese: “Ma sei tu? Non ti riconoscevo, bionda”. Con una differenza con le tinture: quelle il colore te l’inventano, invece le mie mèches naturali si combinano “artisticamente” con le dosi d’acqua giallina che le irrorano.
Insomma, sta storia che Impossible is nothing è un po’ sopravvalutata, diciamo, ma a volte ci arrendiamo subito. Per le cazzate. Figuriamoci per le cose importanti!
Ecco, adesso mi piacerebbe fare lo stesso con un’altra cosa che avevo nell’infanzia: le tette! Spuntatemi a 9 anni per un ciclo precoce e rimaste più o meno tali e quali ad allora. Senza arrivare a imbottirmele di silicone, che Barcellona mi ha insegnato a star comoda (letteralmente) nel mio corpicino snodabile, a prova di metro nell’ora di punta.
Su questa cosa, però, mio padre, medico ortodosso che riderebbe di massaggi cinesi e integratori, proprio non mi può aiutare.
A volte è la signora a cui pesto i piedi in metro, e non accetta le mie scuse.
O quello in skate che mi travolge, buttandomi quasi a terra.
Altre volte è qualche fantastico problema in casa, rubinetto rotto o citofono che non va, che per chiamare un tecnico mi manda a carte quarantotto i piani per la giornata.
In un caso è stata la protesta di un cliente al lavoro, su qualcosa per cui, peraltro, aveva ragione (ma io eseguo ordini, come dicevano le SS a Norimberga).
Insomma, sapete meglio di me che gli imprevisti che intossicano la giornata (ma anche solo una passeggiata, o una pausa sigaretta per i fumatori) sono tanti. Specie per chi, come me, rimugina anche sulla pereta dei piedi pestati, che per avere una giornata storta doveva regalare rancore ingiustificato all’umanità.
Ma adesso scriverò una cosa più zen del solito: mi accorgo che, in qualche strano modo, questi piccoli incidenti la giornata me la migliorano.
E non si tratta di un’opera di persuasione da pensiero positivo, ma di bilanci che faccio la sera tardi.
Sapete perché? Perché quando succede qualcosa del genere, sono costretta a leccarmi la microferita e consolarmi, ricordandomi quello che ho di buono. E queste 24 ore che mi erano sembrate uguali alle altre, ora che le guardo dal marciapiede su cui sono caduta, tornano a essere preziose assai. Come tutte le altre.
Solo che, a vivere una giornata senza incidenti, tutta fatta di lavoro e corse in metro e ore al pc a finire la tesina del master, me ne sarei dimenticata.
È in questo senso, che lo dico. Questi piccoli incidenti sono vitali, per me: mi obbligano a fare tutta una ricapitolazione di quello che ho, e ad ammettere che non è affatto male.
Ed è vero, a renderlo così piacevole è proprio quello che faccio quando non mi succede niente: il lavoro, le corse alla metro, le ore al pc a finire la tesina del master. La routine che mi costruisce la vita che voglio, rischiando però di spersonalizzarla.
Ed è qui che entra in gioco la signora rancorosa, la cliente indignata, il rubinetto che mi fa riflettere su quello che invece funziona, o si aggiunge a tutti i buoni motivi per cambiare casa (fatto!).
Non si tratta di fare chissà che cambio di prospettiva, nel nostro modo di vedere le cose, solo di aprire bene gli occhi su quello che abbiamo.
E una vita in cui anche una caduta sul marciapiede può essere motivo di soddisfazione, schifo schifo non deve fare.
Ho fatto lezione contenta, col cuore leggero, nel giorno ideale per farlo: solo due ore al mattino, poi il pomeriggio libero per inventarmi impegni inutili.
In classe abbiamo parlato di cucina “fusion”, ci siamo indignati per certi accostamenti di sapore e poi ci siamo accorti, o ricordati, dell’inevitabile: cucini con quello che hai. Nella carbonara ci vuole il pecorino perché là dov’è nata si allevavano pecore, mica mucche. Il mais è arrivato prima al Nord e allora polenta e osei.
Insomma, ci scanniamo su roba che è nata spesso dalla necessità. Cucini con quello che hai.
Tornando in metro riuscivo a sorridere perfino alle signore locali che mi scostavano a culate o mi facevano il limbo sotto l’ascella per sedersi, e mi sono resa conto che sono otto anni che ci sopportiamo a vicenda. Allora mi sono ricordata di chi otto anni fa, con me in procinto di partire, mi scrisse: “Devi prendere un aereo, quindi non dirò niente. Ci vediamo al ritorno”. Il ritorno che non ci sarebbe mai stato.
Allora ho fatto un po’ di fantastoria e mi sono chiesta: “Se avessi avuto allora la serenità di oggi? La sicurezza, l’allegria? Come sarebbe stato chiudere il cerchio della mia storia-non-storia, la più romantica, quella dei vent’anni? Sopravvivere alla consegna insostenibile di realizzare quei sogni fatti proprio per non avverarsi mai?”.
Sì, questo pensavo, tra gente che sgomitava con le valigie per scendere a Plaça Catalunya, lontana nello spazio e nel tempo dall’aeroporto dell’ultimo saluto.
Mi sono data una risposta che ormai è un’abitudine, ma che, ora lo so, non è una consolazione: i sogni così sono cerchi che si chiudono su se stessi, è come se la tua vita finisse a vent’anni, come in una favola. Due si vogliono, ci sono gli ostacoli, si ottengono e vissero felici e contenti. Che succede, dopo? Boh. Il cerchio si è chiuso e il dopo non è affar dei sogni. Ergo, può anche essere un incubo, non è dato saperlo. Invece che succede se al posto di chiuderci su noi stessi ci apriamo, smettiamo di piegare la vita ai nostri sogni postdatati e seguiamo i suoi giri strani? Che succede se prendiamo i suoi voli, ci lasciamo sbattere un po’ dalla marea provando senza troppa convinzione a girare il timone dove vogliamo?
Tutto questo, pensavo, anche scendendo alla mia fermata, in pasto al pomeriggio di sole.
Soprattutto ricordavo la lezione: si cucina con quello che si ha.
Otto anni fa avevo dei sogni. Ora ne ho altri. Non puoi unire soja e pecorino in un paese in cui non bevono neanche il latte. Non puoi produrre vino dove fa freddo tutto l’anno.
Non puoi avere la serenità accumulata in sette anni e gli stessi sogni di quando non l’avevi.
Il pomeriggio fuori mi ha accolta bene, con un sole nuovo.
No, nel Settecento la gente non era uguale a noi. Non è solo la moda, a cambiare, o la dieta, o la casa, ma gli esseri umani, il loro rapporto con le cose, la loro mentalità.
È qualcosa che fatichiamo a capire per l’irriducibile tendenza a ricondurre ogni esperienza alla nostra. Ma no, non basta un abito vaporoso a trasformare un’attrice del New Jersey in Maria Antonietta.
Sofia Coppola ha un bel nascondere un paio di Converse tra gli scarpini dell’austriaca di Versailles, ma il minuetto non è intercambiabile con l’indie degli Strokes e le licenze poetiche si perdonano se, usciti dal cinema, non si confondono con la realtà.
E noi non sempre siamo disposti a credere che il tempo cambi le cose.
Perché crediamo davvero che la persona che ci ritroveremo di fronte sia la stessa di tre mesi, due anni, un decennio fa. Solo un po’ ingrassata, con meno capelli o con le prime rughe.
Ma a parte questo sarà tutto “come prima”, vero? Magari non staremo su un muretto a darci i baci con la lingua, ma, mutatis mutandis, avremo più libertà di muoverci, ora che uno dei due ha una casa per sé.
E invece no. Come facciamo a non capire che quello che c’è stato nel mentre l’ha cambiato, così come ha cambiato noi? Ricordate Daisy e Gatsby, quando lui cerca di estorcerle la bugia che non abbia mai amato l’odioso marito?
Non è vero. E il mondo non gira intorno a noi e al nostro rapporto col passato. Sapete cosa mi ha fatto più sclerare, dei vari episodi di amiche mie che finissero coi miei ex? Il fatto che tenessi entrambi, l’amica e l’ex, incasellati in due scompartimenti diversi della mia esistenza e che le loro vite, invece, si estendessero più in là di quelli, s’incrociassero, si fondessero a prescindere da cosa decidessi o non decidessi io per loro.
Non controlliamo il passato, figuriamoci il presente.
Accettarlo è l’unico modo per ricominciare, se proprio vogliamo, una qualsiasi forma di relazione, che sia d’amicizia o di altro. Non cercare il ventenne coi capelli folti e poca voglia di andare ai corsi, ma scoprire invece cosa sia diventata la persona che conoscevamo. Quali esperienze l’abbiano arricchita, o anche trasformata, non sempre in meglio, per portarla a quel tavolino a fare la stessa operazione di riconoscimento con noi.
Altrimenti cercheremo un fantasma in un perfetto sconosciuto.
Chiedendoci anche da quando compri scarpe così orrende.
Ho riscoperto un libro carino che avevo un po’ accantonato durante il dottorato: Vita di casa, di Raffaella Sarti. Un’ambiziosa e dettagliata storia della vita “casalinga” nell’Europa moderna, tra contadini tedeschi che cedono per contratto la fattoria ai figli e lunghe case senza corridoio in cui, per arrivare in fondo, devi attraversare tutte le stanze.
L’autrice mi ha fornito la metafora perfetta per qualcosa che, qualcuno l’avrà notato, mi tormenta da un po’: la mia tensione tra moralismo e apertura mentale al momento di descrivere la mia generazione. Intanto ho scoperto, in ritardo, che ci definiscono millenials. O generazione Y. E io che ero rimasta alla X, descritta da un giovane Ethan Hawke nel già precario Prima dell’alba!
Ma tempo fa ho discusso col mio ragazzo sull’idea scrivere un romanzo su una “Young Adult” alla Charlize Theron, ma trapiantata a Barcellona. Una più-che-trentenne che faccia la stessa vita di una ventenne appena sbarcata in città, tra lavoretti in call center e appartamenti condivisi con coinquilini stranieri con cui sbronzarsi. Sentendosi eroica a non “cadere” nella trappola posto fisso – figli – mutuo da pagare.
La mia sensazione è che alcuni lo facciano per vocazione (ok, allora!) e altri si mettano in un limbo in cui né si precludono del tutto la trappola di cui sopra, né trovano un’alternativa che li faccia star bene. Come se fossero eternamente parcheggiati. Come la Theron nel film: secondo il link qui sopra (che sicuramente avrete aperto), è “incastrata in dinamiche affettive adolescenziali ma afflitta da problematiche adulte”.
Cosa te lo fa dire, insisteva il mio ragazzo. Semplicemente stanno bene così e nessuna normativizzazione di ciò che sia l’età adulta impedirà loro di fare ciò che vogliono.
E invece la professoressa Sarti è venuta in mio aiuto con le sue case di qualche secolo fa. Perché ciascuno, in fin dei conti, si arrangiava con quello che trovava (ricordo un contadino toscano che non poteva sposarsi perché non sapeva dove piazzare il letto, con dieci parenti a dormire nella stessa stanza!).
Ma quando c’era da edificare ex novo, spesso l’abitudine batteva la comodità, almeno per gli espatriati: che minchia ci facevano case col tetto spiovente in riva al mare?
Be’, la famiglia in questione veniva, mettiamo, dal Nord Europa, e aveva sempre fatto così.
Ecco, a volte mi sembra che i “giovani adulti” della mia età applichino alla loro vita strategie di costruzione che appartengano ad altri contesti, che magari li fanno sentire comodi per tradizione, ma poi li fanno soffocare sotto altri aspetti.
Un lavoretto part-time è una manna dal cielo quando hai 20 anni e stai facendo un Erasmus, ma se hai già due lauree e un master perché non ci provi nemmeno, a entrare all’università come lettrice? Se mi dici “Non fanno per me, i figli”, ti capisco, ma se cominci a spiegarmi che “vivi in un quinto senza ascensore, come porti su il passeggino?” o “gli uomini di oggi sono tutti bastardi, dove lo trovo un buon compagno?”… Mi chiedo due cose: perché a pari costo ti prendi un attico e non un primo piano? Perché il tuo reparto amici comprende quasi unicamente tizi arroganti, mediamente fasci e inclini alle battute sessiste?
E le case sulla sabbia, se pensiamo alle tende berbere, sono ottime in mezzo al deserto, ma edificate in una grande città… non so. Ci convengono? Se la risposta è sempre a me sì, andate in pace.
D’altronde, a Barcellona, non molto tempo fa, tra gli annunci di stanze in affitto c’era chi offriva una tenda da campeggio nel proprio salotto, non so per quante centinaia di euro.
Coincidenza?
Ma prometto ai miei giovani adulti, da adulta vecchia, che non scorderò più questa frase di Borges, che magari dà senso a tutto il mio sproloquio:
Nulla è costruito sulla pietra, tutto è costruito sulla sabbia, ma dobbiamo costruire sulla sabbia come se fosse pietra.
Ma se lo trovate in giro a meno di 33 euro (è che rosico, ce l’ho fotocopiato da qualche parte dai tempi del master inglese), dategli un’occhiata. Dice che in qualsiasi discorso sociale si incrociano diversi assi: quello etnico, quello di genere, quello economico…
Insomma, c’è una molteplicità di prospettive, in ogni analisi sociale che possiamo fare. E il discorso vrenzole sembra comprenderle tutte.
Nel disprezzo di questa figura terminologicamente recente, ma vecchia come il cucco (dona, de classe baixa i nació oprimida, avrebbe detto una poetessa catalana), ci mettiamo tutto quello che non vogliamo essere.
Però mi sembra perfetta per le vrenzole, almeno a giudicare dalle pagine che le sfottono.
Per esempio questa, che seguo volentieri per i deliranti strascini virtuali, ma che ogni tanto pubblica anche foto di signore piuttosto carnose, che circolano in leggings leopardati e capelli color cioccolato bianco, con evidente ricrescita corvina.
Credo che, più delle immagini pubblicate per sfottere un essere umano, la parte più interessante della pagina siano i commenti. Non quelli delle vittime che minacciano denunce, spalleggiate da amiche convocate apposta.
Mi riferisco alle persone che le sfottono. Specie le donne. Gli uomini sono poco originali, in genere: qualche disgustoso insulto sessista sulla scarsa moralità o avvenenza della fotografata, che nasconde in tanti casi una malcelata fascinazione.
Le donne, in particolare, nel criticare offrono il più affascinante elenco di quanto sia becero, ipocrita, noioso, conformista, privo di fantasia, il nostro ceto medio.
Ci sono due tipologie di commenti che meriterebbero intere tesi di antropologia culturale.
Primo tipo:
“Ma non si è depilata?!” (epica la risposta di una vittima, che si immortalò dall’estetista dopo l’oltraggio collettivo).
“Ma non si vergogna, questo, ad andare vestito come una donna?”.
“Come può non coprirsi il sedere, grassa com’è? Io non mi permetterei mai di fare altrettanto”.
Le già citate osservazioni sulla moralità delle fotografate, ree di scoprire troppo delle loro grazie.
Ma i migliori commenti sono quelli del secondo tipo. Si riassumono in 4 parole: “Questo non è vrenzolo”. Riferiti a vestiti animalier con inserti arcobaleno. Vuol dire che il re è nudo, e questo ceto medio perbenista e moraleggiante è sempre più vrenzolo.
Da quando Cavalli ha sdoganato la tamarra nazionale, pure la vrenzola ha ottime possibilità!
E allora questi criticoni della domenica vanno in giro anche loro con variopinti abiti estivi, con l’animalier spinto… Ma fatto da loro, va bene. Sdoganato nel quartiere sbagliato, magari a prezzo di bancarella, è vrenzolo.
Da qualche parte Bourdieu sorride, con le sue politiche del gusto che decidono cosa sia di classe e cosa no.
Da qualche altra parte, con un paternalismo che non risparmia neanche me, provo fascinazione per questo mondo di ciucciotti falsi griffati, copricitofoni ricamati a mano e sgrammaticate minacce di strascini (d’altronde la loro lingua ufficiale non la possono scrivere perché è deprezzata da oltre 150 anni, e le criticone hanno assimilato bene la consegna di odiarla).
Insomma, come le “cugine” spagnole choni, le cosiddette vrenzole mi fanno capire tanto dell’ipocrisia che costruisce la nostra società. Una società nata su una storia lacerata, che porta a paradossi ed esagerazioni. La prima tra tutte è quella di disprezzare la propria cultura o inventarsene una versione “perbene”, in cui decidiamo chi possa entrare e chi debba restare fuori d’ ‘a cartulina.
Non so, di fronte a questo ho come l’impressione che le vrenzole abbiano una funzione sociale. Ci mettono davanti uno specchio che rivela tutto quello che fingiamo di non essere, e invece siamo.
Siamo talmente spaventati da cosa penseranno di noi, come ci giudicheranno ecc., che ci dimentichiamo perfino di fregarcene.