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A Barcellona esiste anche l’addio a puntate.

Anzi, mi sa che è la prassi.

La mia sarda preferita la sfottiamo ancora per le dieci serate di birra, capellini (“andiamo al mio cinese o al tuo?”) e Antikaraoke con cui ha fatto la sua sontuosa uscita di scena, l’unica ad aver trovato lavoro in quel di Sassari.

Spesso si emigra in due episodi: prima un viaggetto nella nuova città, con metà dei bagagli, poi un’ultima notte nella vecchia stanza, già pubblicata su loquo tra quelle in affitto, e infine addio. O anche in tre parti: puntatina al paese per una visita a mammà, notte barcellonese (magari in spiaggia a ubriacarsi e farsi rubare le scarpe) e addio.

L’addio è sempre alla fine, ovviamente, ma non è mai definitivo. O così sembra. Scommetto che me li ritrovo tutti alle feste di Gràcia, a offrirmi un sorso di birra da un bicchiere di plastica. Il problema è che a parte la rumba catalana e qualche concertino le feste di Gràcia mi sembrano tristi, come tante cose organizzate dalla gente di qua in quartieri che ormai non la rappresentano.

Così mi accontento di un saluto frettoloso, delle pacche sulle spalle date sulla porta, quando scappo prima che chiuda la metro.

O di due chiacchiere prima che si sfaldi la comitiva, che una parte vada in spiaggia e un’altra a ballare i Beach Boys al Magic (“Ma Beyoncé che vi ha fatto?”, piagnucola l’amica spagnola che di addii ne vede pochi).

Certi episodi, poi, mi fanno capire ho ancora molto da imparare, per evitare le situazioni ridicole.

È tornato per una notte sola, ma che non si sapesse in giro, che “non voleva mettersi a lavare piatti”. Anche noi ti vogliamo bene, avevo pensato.

Gli hanno teso un’imboscata, una cena improvvisata. Ho disertato rispettosa, ma era un no a metà, “fatemi sapere che magari vengo dopo”. È difficile essere razionali e rispettosi se non sai più qual è l’ultima volta.

Ma sì, che lo sai. Tornerà presto, per le ultime cose. E non sarà solo. Ripenso con un brivido a certe serate a Napoli, ere geologiche fa. Non c’è paragone. Ma il ridicolo che non avvertivo allora adesso m’invade la bocca.

Tanto non mi hanno più “fatto sapere”, per la cena, e mi sono sentita un’idiota.

Mi tengo il mio saluto privato e il sospetto che qualcosa non vada, in questa città di adii a puntate.

Artificiali. Come i festoni di carta delle feste di Gràcia.

(però questi alla festa mi piacciono, specie se non nominano la buonanima di Gato Pérez ogni 10 secondi)

E così se ne vanno tutti.

Pure da qua. Barcellona non è più la Terra Promessa di Zapatero, quella che un lavoro lo trovi sempre, che sole mare e fiesta.

Adesso è anche crisi, gente che rovista nella spazzatura, licenziamenti improvvisi e collettivi e riassunzioni per due soldi, che per qualcuno è meglio prendere il sussidio di disoccupazione e non fare niente. Anche se è una miseria, anche se la coinquilina olandese ti guarda e si chiede “come fai a vivere da parassita”.

Altrimenti te ne vai.

E la cosa strana degli addii di qua è che veramente è l’ultima volta che vi vedete. Oddio, non si sa mai, vi potete sempre incontrare nello stesso angolo di mondo. Questa è gente che viaggia, che cambia spesso paese. Magari approfitti per un viaggio con alloggio assicurato.

Ma se dici addio al tuo ex o litighi con un’amica al paese, 9 su 10 dovrai incontrarli per strada, e sarà perfino una scocciatura.

Qui ti abbracci, dici “suerte”, “good luck” in qualsiasi lingua vi parlaste quando lavoravate o bevevate insieme, e buonanotte.

Lui che se ne va perché sì, perché non sa cos’è meglio ma intanto qualcosa vuole fare. Tu che resti per gli stessi motivi.

E a volte l’addio può essere improvviso e scioccante, come oggi.

Che se ne andasse a breve me l’avevano detto, e ci sono rimasta male ma ho detto vabbe’. Meglio ora che sto bene, che so che al massimo ci si sarebbe visti ogni tanto per una birra e due risate.

Ma oggi aspettando la birra dico “te ne vai”, e risponde “sì, dopodomani”, “pensavo tra un mese”, “no, ho anticipato”. E capisci che è l’ultima volta, e non puoi fare niente di quello che ti chiede lo stomaco in panne.

Solo sorridere e mettere insieme due chiacchiere mentre ti riaccompagna a casa per scherzare un altro po’. Che diamine, dopo tanti mesi un’amica non si saluta in tre secondi davanti alla metro.

E poi abbracciarsi e dire in bocca al lupo, addio adiós adéu.

Fine delle trasmissioni.

(quando ancora si aspettava)

Avete mai fatto naufragio? Io sì.

Si fa sempre naufragio, giurava Albertazzi una sera al Mercadante, in sottana e scarpe da ginnastica. Ma l’imperatore Adriano aveva un bellissimo Antinoo da rimpiangere, il mio scoglio invece è stato un’idea.

Un’idea che ha travolto anche la persona che me l’ha ispirata, colpevole solo di non condividerla.

Ma i sentimenti non sono una colpa, l’amore non lo è, e nemmeno la sua assenza.

E contro questa assenza io ho fatto naufragio.

E dopo tanto tempo, tanta pazienza, tanto lavoro, accettarlo è ancora l’ultimo scoglio.

Lo dice anche il mio migliore amico, in una sintesi proverbiale: quello è il mostro dell’ultimo quadro.

Quello di Mario Bros, che sputava fiamme. Io preferivo Luigi, il verde mi piaceva.

Comunque ho superato un sacco di livelli. Uno ve lo devo riassumere, perché ripensandoci a distanza di mesi è una delle cose più divertenti che mi siano capitate qua.

Serata in pizzeria, c’è anche uno che non so bene se è solo timido o proprio non ne vuole sapere. Il dubbio rimane finché una sua amica non gli fa una foto finto-osé e lui scherza:

– Mi raccomando, non mandarla alla mia ragazza!

Scusa?

Sorry?

Perdona?

Prendo la fotografa da parte e le faccio un terzo grado. Ebbene sì, ho capito bene. È stata la distanza a tenermela nascosta, la distanza, il nordico pudore e la mia paura di chiedere.

Prima reazione: telefono a un’amica.

– Stavo andando a letto!

Seconda: non voglio stare qui.

– Ehm, chicos, un’amica si è appena lasciata col ragazzo, mi aspetta su Skype in lacrime.

(L’amica intanto ringrazia, “Va bene che lo schifi, il mio ragazzo, però…!”).

Il ritorno a casa va bene.

All’altezza della Rambla scherzo ancora per telefono.

Verso Drassanes vedo un po’ sfuocato.

Su Rambla Raval uno mi fa “Ti senti bene?”.

Quando accendo Skype, la mia amica mi trova con la testa fra le mani a emettere versi non proprio umani.

Un minuto dopo, lei sta facendo il suo mestiere, consolandomi con argomentazioni ragionevoli, e io sto prendendo appunti.

“Perché non ti è andata così male: 1) non hai manco preso il due di picche, non ne hai avuto il tempo! ; 2) non saprai mai se ti ha invitata perché ti si filava un minimo o perché non sapeva pronunciare cuoppo ‘e terra; 3) è la cosa più normale che ti sia successa negli ultimi 12 anni”.

E poi ha aggiunto, se superi questa, puoi anche affrontare il mostro dell’ultimo quadro.

Ma vuoi mettere?, sbotto io.

Lo so che non c’è paragone, prosegue, ma gli ingredienti ci sono tutti. Hai reagito subito, chiesto aiuto, frignato che manco a 3 mesi. Stai migliorando assai. Adesso arripigliati che ti aspetta una lunga partita.

Sai che una psicologa si sarebbe presa almeno 50 euro?, sorrido.

Ci vediamo a Natale, conclude lei.

E adesso che mi sono arripigliata, magari l’ultimo quadro mi aspetta davvero.

Siccome l’unico salto alla Super Mario l’ho fatto secoli fa all’acquascivolo in Calabria (in un tubo di plastica bagnata), mi riproietto in quella situazione.

Sono ingrassata, ma il bikini mi va ancora. Specie il pezzo di sopra.

Sto per affrontare il mostro dell’ultimo quadro.

Aspetto il segnale del bagnino.

Non è un uomo, è una frase. E inizia per…

– Via!

No, questo era il bagnino. Inizia per NON.

Chiudo gli occhi.

NON

Precipito.

MI

Sento l’acqua addosso.

AMA

Chiudo la bocca, l’acqua m’invade.

NON MI AMA

Sono acqua, tempo, e paura.

NON MI…

Mi fermo. L’acqua sparisce.

Apro gli occhi.

È sera.

È Barcellona.

L’ombrellone fuori al terrazzo è caduto un’altra volta.

Lo raccolgo e guardo le nuvole sparse, nella luce delle 10 che sparisce subito.

Sono ancora qui.

Non mi ama e io ci sono.

Sono ancora io.

Game Over.

(* Il titolo è rubato a Manuel Vicent)

A poco a poco si sposano quelli che “se avessi voluto saresti stata tu”. Ma io non ero pronta per loro. Per loro fortuna, intendo.

Però, siccome almeno loro sono fuori dal tunnel dell’anima gemella, li nomino mascotte ufficiali di quest’articoletto.

E dopo di me che parlo d’amore aspettatevi qualsiasi cosa. Non so, che un comico vinca le elezioni, o che uno chançonnier diventi Presidente del Consiglio.

D’altronde la vostra professoressa di Storia e Filosofia era davvero competente? La mia era laureata in Francese.
Quindi non rompete e sorbitevi la mia Lezioncella d’Amore.

Innanzitutto, dipende: di cosa stiamo parlando?

C’è chi si strugge appresso ad amori impossibili, per poi rinnegarli quando diventano umani, troppo umani.

C’è chi dice che il vero amore esiste solo in una coppia consolidata, quando due persone si conoscono e si “provano” come un divano IKEA, comprandosi a rate. Sono gli stessi che ti chiamano in lacrime dopo essersi lasciati con una quindicenne che vive in Canada, e fa la prostituta quando non spaccia.
Le loro argomentazioni si confutano con un postulato filosofico di facile comprensione:

vaffanculo.

Poi c’è quello che amore non è, tutte quelle fasi e sfumature che con un termine tecnico possiamo definire merda.

(si prega di dire “olé” a ogni sintomo, che oggi siamo pure in tema):

– I due baci dati in pubblico un’ora dopo essersi rotolati tra le lenzuola. “Quanto tempo…!”.
– Le telefonate a cui rispondono “sto con un’amica”.
– Un timido tentativo di sondare il tuo parere su qualche amico loro, “per una storia seria, dico”.
– Le lunghe sparizioni che giustifichi con “è impegnato, poverino, diamogli tempo per abituarsi alla mia presenza”.
– E le ex che aleggiano come fantasmi troppo frivoli o troppo cinici o troppo menefreghisti. Tu sei diversa, ma voglio andarci coi piedi di piombo.

Ti credo che pur di scongiurare sta roba sei disposta a finire con un solo coglione, che almeno sia uno e che non ti chieda scusa se ti sfiora per sbaglio in pubblico.

D’altronde, se stai con qualcuno “perché ti manca qualcosa”, andiamo proprio bene. Con questa spada di Damocle della paura di restar sola, come speri d’innamorarti davvero, di metterti in gioco senza paura che finisca?

Io l’amore l’ho sempre paragonato a una gravidanza, per la gioia dei miei ex. E ricordo quello che diceva Fromm sulla mamma perfetta. È una che non prende energia dai figli, ma ha tante di quelle energie che le avanzano, e le può donare agli altri.

In questo momento le energie non mi avanzano, le dedico tutte a me.

Tutto liscio se non fosse che mi sa che fino a 90 anni mi tocca innamorarmi ogni tanto.

E stiamo migliorando. Ho capito che c’è una proporzionalità diretta tra il mio stato psicofisico e il livello di follia dei tizi che mi piacciono. Man mano che mi avvio verso la tranquillità, migliorano decisamente. L’ultimo era solo troppo fidanzato e troppo nordico per farlo sapere in giro.

Certo, ora come ora faccio fatica a concepire un amore che migliori la vita, invece che peggiorarla o lasciarla pressocché invariata. Forse perché, lo diceva John Locke?, non possiamo immaginare cose che non abbiamo sperimentato. Dopo infiniti anni ho raggiunto almeno la fase in cui l’amore è una febbre che ti prende all’improvviso, e ti curi o con una lunga convalescenza o stando con quello che te l’ha provocata.
Non ridete, che c’è chi sta peggio.

Vedi la crisi di panico di Saffo:

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

E che è! La camomilla, allora, non tanto si usava?

Ma ho buone notizie. Delle amiche con cui me la giocavo, a storie strane, improvvisamente hanno incontrato uno. Tranquillo, sereno. Senza problemi sessuali, anzi. Di quelli che in altri tempi avresti trovato noiosi perché non hanno mai tentato il suicidio o contemplato l’omosessualità.

Di quelli che fanno regali, ricordano i compleanni, cucinano per te.

Come fu come non fu, vi giuro che per loro è cambiato tutto. Agli ex problematici pensano con un sorrisetto di compassione, che sembra il “prima” e “dopo” della pubblicità del Topexan, o addirittura il Dixan: “signora, io le do questi due campioni di genio e sregolatezza in cambio del suo che se dice che viene alle 8 squilla alle 7.59”. Si tengono lo squillo. Senza per forza rinunciare al genio. La sregolatezza, invece, si ricicla nell’umido.

I fusti(ni) scartati continuano a girare per il mondo e passare da “una specie di nuova fidanzatina” a un’altra, a registrare album che nessuno capisce e iniziare libri che poi non finiscono.

Qualche rimpianto? 5 minuti, forse. L’importante è che ciascuno trovi la sua strada, e che imparino che d’incrociarla con qualcuno puoi benissimo farne a meno. Solo così prima o poi potresti incrociarla con uno buono.

Più poi che prima, per piacere.

(per prendervi l’anima)

PS: Ovvio che parlo dell’unica esperienza che ho vissuto, quella di femmina etero. Ma non mi meraviglierebbe se qualche uomo s’identificasse. Più che altro non glielo auguro!

La casa del mio amico è di quelle enormi e antiche che t’insegnano a catalano, nella lezione sulla “tipica casa barcellonese”, e non credi esistano finché non ne trovi una. Il mio amico in catalano sa dire solo “de res”, e nelle altre lingue ha un accento strano, che a volte dici sì anche se non hai capito.

Ci vivono in 4, ma in realtà sono 5. C’è la sua ragazza. Gli altri fidanzati vanno e vengono, a volte restano per la notte. La sua ragazza è lontana, ma è sempre lì, nel telefono fisso occupato mezz’ora al giorno, tarifa plana, o nel letto sfatto alle 4 del pomeriggio, intravisto un momento prima che lui chiuda la porta a chiave, che c’è una festa e non si sa mai. O quando, mentre suonano la chitarra in salotto, lui svanisce nel nulla, e il chitarrista mi guarda e chiede dove si sarà cacciato.

Tanto torna sempre. E offre birra calda, che in frigo è finita, o dà mezzo rotolo di Scottex alla mia amica che deve andare in bagno, perché è finita pure la carta. Misura a occhio. Che ne sa, lui, di quanta ne serve alle donne.
Non sempre mi manca, in salotto. Lui è silenzioso, tranquillo, gli altri sono allegri, simpatici. Il chitarrista soprattutto, è una star. Gli ho portato un’amica pazza quanto lui, non per fare la ruffiana, che non ne hanno bisogno, ma per sentirli cantare canzoni improbabili fino all’alba.

E io mi sono sentita bene. Certo che c’erano cose che m’innervosivano, in quel salotto con gli stucchi sul soffitto e il pavimento artistico: un cuscino vuoto, lo sbattere di una porta, una luce che si accendeva e spegneva dove io non posso entrare.

Ma stavo proprio bene. La cosa più strana era che la distanza non mi spaventava.
Posso andare in capo al mondo, ma quando ho una casa la voglio vicino. Lì non è che mi senta a casa, ma c’è la luce giusta per guardare tutti senza guastare l’intimità, e la possibilità di parlare di cose più o meno idiote per chissà quante ore.

Non ci sono abituata. Dipende dall’epoca della tua vita, ovviamente. In quella che ho lasciato in Italia insieme a mezzo guardaroba invernale, questi ragazzi di 3-4 paesi e 2 continenti diversi mi sarebbero sembrati noiosi. Nessun colpo di testa, nessuna crisi esistenziale, nessuna malattia paragonabile a quelle della mia Corte dei Miracoli, come la chiamava un amico rimasto lì.

Adesso invece rappresentano tutto quello che voglio. La pace.

E un bel terrazzo sul mondo affumicato dal barbecue.

Avrei dovuto accorgermene prima. Eppure era nell’aria: le parole sono importanti.

“Fuga di cervelli”, “scappare dall’Italia”, “fuitevenne ‘a Napule” (senza rancore, don Edua’).

Ma che fossi “scappata dall’Italia” me ne sono accorta da poco e grazie a facebook. Informavo degli ex dottorandi sulle attività accademiche di alcuni amici miei: dottorato in Spagna, postdoc in Olanda… Qualcuno rispose che “i titoli all’estero non sono un valore aggiunto”. Quella che per me era una precisazione inutile, non lo era per altri. E un anno prima delle lauree in Albania!

Poi sono arrivate le frasi più esplicite e meglio articolate: “scappare è la cosa più facile, bisogna restare e cambiare le cose”.

Scappare. Io qualche volta ci ho scherzato su, più o meno amaramente. Quando mi lamentavo per qualche rito domestico partenopeo comprendente interminabili cene e 20.000 parenti da chiamare, mia madre m’imitava: “Nooo, Barcellona for ever!”.

E invece non è uno scherzo. Noi italiani all’estero saremmo scappati, invece di restare a cambiare un’Italia che ha bisogno di noi. Chi resta tra mille difficoltà, invece, fa il suo dovere nei confronti del paese.

Davvero non capisco, signori della Corte. I cervelli in fuga non vi fanno più concorrenza sul lavoro ma votano, e perlopiù a sinistra (che per me significa ancora votare “per il bene del paese”, o almeno provarci). Quando andate all’estero ormai gli hotel li vedete solo in cartolina (ho degli amici a Barcellona con la stanza degli ospiti prenotata fino al 2013…), e se siamo dei signori sul divano letto dormiamo noi. Insomma, di che vi lamentate? La botte piena e la moglie ubriaca, proprio!

Scherzi a parte, la prima domanda che mi venne quando scoprii di essermene scappata fu: da cosa?

E mi risposi sorridendo: dal Polo Nord.

Una volta mio fratello era a letto con la febbre, in casa non c’era nessun altro e, di ritorno da un esame, mi ritrovai in macchina alla ricerca della farmacia di turno. Il nome e la via mi erano del tutto ignoti, e allora chiesi informazioni.

“Ah, signuri’, sta vicino ‘o Polo Nord!”.

Ma detto con tanta convinzione che annuii e ringraziai: “Ah, già!”. Parcheggiai in via Montegrappa, una traversa del Corso, e chiesi di nuovo alla madre di un amico. Pure lei, sicura: “Vicino al Polo Nord!”.

Decisi di giocare d’astuzia: “E dove si trova, più o meno? Sono un po’ smemorata!”. Già m’immaginavo su una slitta trainata da renne quando la signora, sbalordita, rispose: “Ma verso Piazza Riscatto!”.

Ok, Piazza Riscatto la sapevo perfino io. Percorsi a piedi una distanza considerevole e finalmente lessi: Pasticceria Polo Nord. Un simbolo del paese, mi venne spiegato poi. Come facevo a non conoscerla?

Insomma, questo è il mio rapporto col paese che ho crudelmente lasciato al suo destino, insieme ai volti che mi scrutano a ogni ritorno e che, a giudicare dall’età, dovrebbero essermi familiari, come mi confermano i miei sciorinandomi l’intero albero genealogico della persona incontrata.

E allora da cosa sono scappata? Da Napoli, che ho scoperto e amato solo a 18 anni? Dall’Italia, che finché non la lasci non è quasi mai Italia, ma Roma, Bologna, Napoli-Juve, Campioni del Mondo, l’inno mai imparato e poi fischiato, e poi Nord, Centro e Sud?

L’Erasmus mi ha insegnato invece che sono europea. Ho fatto tutto al contrario: un Erasmus a Manchester a 22 anni e uno a Barcellona a 27. Ho imparato le lingue con accenti “strani”, in città che per un motivo o per un altro non si consideravano parte del loro paese, come Napoli.

Insomma, da cosa diavolo sono scappata?

Se cerco trovo cose da cui sarei scappata comunque, in ogni paese: la mia stanza tanto comoda da essere un rifugio, un cognome che avrei voluto per i miei figli, o la provincia, che nella letteratura di ogni paese, da Balzac a Vonnegut, può andarti stretta senza che ti accusino di una fuga ignominiosa.

Anzi. Penso ai miei compagni di fuga che lavano i panni, puliscono casa, si fanno da mangiare da soli. Magari chiamando per le emergenze la stessa mamma che a volte accudisce i loro fratelli come se avessero ancora 10 anni, tanto che le ragazze per programmare una lavatrice devono sposarsi o andare la prima volta in vacanza con gli amici, e i ragazzi, come disse una volta un amico, “possono ancora sperare di morire senza mai stirarsi una camicia”.

Ma i vigliacchi sono quelli che partono. Quelli che in patria provavano la rassicurante convinzione di essere gli ultimi soldatini ad aspettare i tartari, gli unici spettatori dei concerti indie “che la gente non capisce”, e che in poche ore d’aereo si ritrovano in un mondo in cui non sono né i più intelligenti né i più coraggiosi, in cui i tartari ci sono pure ma sono diversi, in cui gli autori sempre letti in traduzione non cancelleranno il patetico accento che i nuovi amici imiteranno mettendo le mani a cuppetiello anche per dire “buongiorno”.

I vantaggi sono quelli che sono: ricordo quando uscivo solo perché un conoscente aveva un ospite straniero, magari asiatico, ed ero stanca ma non volevo perdermi questa novità. Adesso il mondo intero mi attraversa la strada in ogni momento, non devo andare a caccia di concerti belli, m’inseguono insieme ai volantini, e per due cinema che trasmettono solo stronzate ce ne sono tre che danno quello che voglio, e in lingua originale…

E adesso che il lavoro non c’è neanche qui a Barcellona, resta la differenziata, le strade pulite ogni sera, e la possibilità, un po’ troppo fricchettona anche per me, di trovarti una sera in un ristorante senegalese con un’avvocatessa mezza palestinese e mezza ungherese, il fidanzato catalanissimo, una coppia gay palestinese e un’attivista colombiana perseguitata dalle FARC, a cui i palestinesi della tavolata finiscono per regalare una kefiah, spiegandole come s’indossa (l’avete sempre fatto male, fricchettoni miei).

Quindi aveva ragione il mio interlocutore, sui titoli esteri: non è un valore aggiunto. Non è né una fuga, né un’impresa eccezionale. È inseguire come meglio puoi un lavoro, un’opportunità, la tua stessa felicità, che è molto più importante dell’Italia, della Spagna e della Papuasia citeriore.

Soprattutto è una cosa che Internet, l’Erasmus, i voli economici, e tutte le caratteristiche di quest’epoca hanno reso normale. Anche per quegli italiani che nessuno si fila perché non sono né cervelloni né di sinistra, ma coi loro ristoranti prosperano e fanno splendidi bambini coi lineamenti un po’ indios (sono quasi tutti uomini e si mettono spesso con ragazze latine) a cui parlano tipo: “Cuantas veces te lo he dicho? Mi fai incazzare!”. Quei bambini un giorno prepareranno “spaghetti alla bolognese”, che lasceranno sconditi col sugo in cima. Ma poco importa.

In questo mondo liquido si fa liquida anche l’Italia, come ha sempre saputo essere ma ce ne accorgiamo solo ora. Si fa tascabile, incorporea, virtuale. Da portarsi nel bagaglio a mano come i tralci di vite dei primi emigranti italiani.

Da trasportare nel comodo spazio di una memoria RAM e di una fase REM particolarmente agitata, quando, in qualche notte da “fuggiasca” pentita, sogni cosa sarebbe accaduto se invece di andar via fossi rimasta a casa a cercare il Polo Nord.

Ma dico io. Una medita da anni di scriverci un articolo, con citazioni e bibliografia e tutto l’ambaradan, e arriva tomo tomo Truman Capote a rubarle l’idea. E solo perché è nato quei 60 anni prima. Che significa? Anch’io avrei voluto vivere negli anni ’60, adoro quei vestiti, e poi divido la storia in a. P. e d. P. (avanti Pincus e dopo Pincus). Da quando Cartesio mi ha rubato a 4 anni l’idea che la vita potrebbe essere un sogno (frutto delle mie premature notti bianche) è un continuo, anacronistico plagio ai miei danni.

Insomma, l’altro ieri leggevo finalmente Colazione da Tiffany (“perché è troppo bello, vedrai, mica come il film…”) e scopro che il brasiliano José, uno degli amori meno assurdi di Miss Golightly, non si rende conto di che gentaglia frequenti perché, da bravo “trapiantato” all’estero, è incapace di assegnare alla gente il proprio posto nel mondo (“Perhaps, like most of us in a foreign country, he was incapable of placing people, selecting a frame for their picture, as he would at home”).

Minchia, mi dico. Quello che ho sempre pensato io.

Ok, magari non in inglese, e a ben vedere manco sempre.

Arrivando a Barcellona sono caduta anch’io, per fortuna, nella trappola di José.
Per capire quanto la posizione sociale influisca sulle proprie conoscenze non bisogna scomodare Bourdieu. Ho imparato fin da piccola il mio posto nel mondo, che era il seguente: io ero perbene, il mondo era quasi sempre cafone, io parlavo italiano, il mondo cafone parlava napoletano, magari rubava, faceva le stesse cose dei film di Mario Merola (un altro cafone) e io dovevo essere gentile con tutti ma non dare confidenza agli sconosciuti, specie se cafoni.

E vedo che la gente perbene prospera, dato che su youtube i neomelodici sono considerati più volgari di Laura Pausini, e i fan di Laura Pausini commentano spesso le loro canzoni con “che gentaglia”.

Ora, quando lasci il tuo paese tutto questo cessa almeno per un po’.

Improvvisamente sei tu a essere fuori posto, e ti tocca dimostrare che sei “perbene”. Il che ti dà un’opportunità sublime: non capire più un cazzo su chi sia perbene e chi no.

I pregiudizi, m’insegnò una prof. durante un esame (quindi avrei dovuto saperlo io) sono un modo ragionevole per prepararci ad affrontare l’ambiente che ci circonda, l’importante è non lasciare che ti dominino. Quindi un pregiudizio è allo stesso tempo un limite e un’opportunità.

E scompaginare il castello di carte su cui si fonda la tua identità lo è altrettanto. Ti ritrovi così a condividere l’appartamento con gente che parla l’equivalente del napoletano, e allora ricordi che è proibito negli uffici pubblici mentre gli amici catalani cominciano a romperti con la storia che devi imparare la loro vera “lingua nazionale”.

Intanto ti affezioni a coinquilini che, a meno che non indossino divise come i soldati e i fricchettoni, non sai classificare subito, anche perché viene meno l’importante indizio rivelatore del “gusto”. Certo, quei leggings leopardati sono orrendi, ma che ne sai se li mette pure la principessa Letizia, quella che veste Mango? E sputare per terra, fare pipì in strada, lo fanno pure gli studenti universitari. E allora?

Allora, per la prima volta in vita tua, ti fai amicizie senza pregiudizi, perché non sai come formartene. E scopri molte cose interessanti: che la gente con la metà dei tuoi studi può avere certe intuizioni che te le sogni, e che quella che ne ha il doppio può vivere in un piccolo mondo antico che somiglia a quello che hai lasciato alle spalle. C’è chi parte e chi resta, e mentre i secondi a volte fanno quadrato contro le differenze, i primi lo fanno proprio in virtù di quelle.

Ma non illuderti: imparerai a farteli, i pregiudizi. E ancora una volta sarà un limite e un’opportunità.
Io per esempio noto una proporzionalità diretta tra ottusaggine e ossessione per l’igiene. Tra la tanto celebrata gentilezza della gente del Sud e il livello d’invadenza che possiamo raggiungere.

E poi ho visto che il razzismo non è questione di pelle, ma di classe. Quando l’America imparava a odiare gli italiani perché brutti, sporchi e cattivi, mica discriminava i fisici italiani che oggi lavorano al MIT, ma i cafoni (d’altronde, a noi cafoni ci han sempre chiamati). Cambia l’immigrazione, ma non mi sembra cambiare il fatto che 9 volte su 10 siano i poveracci con poca istruzione e pochissimi soldi a cambiare paese.

E a Barcellona, come d’incanto, il problema si risolve. Fai il concertino di musica “etnica”, le perroflauta fanno svolazzare le gonne daltoniche sui jeans, corteggiate da stranieri che fanno l’equazione “mi sorride = ci sta” (come a casa!), ti abbuffi di samosas e pensi che hai fatto l’integrazione.

E invece scopri che la vicina di 18 anni è sposata con un connazionale per un matrimonio combinato dai genitori, ed è scandalosamente felice. Mentre la coinquilina spagnola scopre che le tue amiche italiane hanno una reverenziale paura dei Tampax e non viaggiano mai da sole, e ci rimane secca come te quando l’hai vista pisciare per strada la prima volta.

Mi sono accorta invece che all’apertura mentale non sacrificherò la felicità. Ho chiuso le porte di casa mia a chiunque non mi garantisca due chiacchiere rilassate e qualche risata. I poveri ma belli che non ne sono capaci non ne hanno colpa, ma tant’è. E i connazionali con tre lauree e tanti viaggi alle spalle non hanno scuse.

Con questo metodo ho snobbato allo stesso modo ricercatori universitari e semianalfabeti.

Un pregiudizio però non mi passerà mai. Non importano le origini, il colore della tua pelle o le tue idee politiche: se metti il parmigiano sulla pasta col tonno, difficilmente andremo d’accordo.

Lo ammetto, qualche volta ho degli sbalzi d’umore. Niente di serio, eh. Mi metto solo a piangere. E a volte butto oggetti per aria. E faccio un riassunto delle cose che non hanno funzionato nella mia vita a partire da quel ciucciotto perso nel lontano 1982 (scherzo, che sulla mia memoria circolano leggende metropolitane…).

Insomma, allegria a profusione, e Mariottide che medita di uccidermi per concorrenza sleale.
Per la sua gioia in questi casi, da 20 anni a questa parte, mi pongo la seguente domanda: “Il balcone sta là (ce n’è sempre uno a pochi metri e a discreta altezza), che fai, ti butti?”.

Checché vi suggerisca il disordine dei miei denti, la risposta è no. Anche se la prospettiva di centrare il vicino spacciatore che sta seeempre sotto casa è allettante.

Ma ignoro la postilla e concludo: “Allora se resti devi farlo bene”.

E scatta il contrattacco: per la gioia dei giornalisti catalani che mi credono una pericolosa anarchica, mi metto ad alzare barricate. Tascabili, s’intende, di solito in edizione economica. E con nomi strani: La peste, L’età dell’innocenza, White Noise… La montagna incantata no, quello mi serviva per dormire finché non ho scoperto che Mann dopo 500 pagine di sbadigli fa succedere qualsiasi cosa, magari in francese e in altre 100 pagine, ma intanto…

Insomma, Gandhi diceva che se non sei parte della soluzione, sei parte del problema. E finalmente ho trasformato i miei libri in soluzione.
Prima erano il problema: erano troppo belli per quello che mi aspettava dopo che li chiudessi.

Che ne so, a 11 anni leggo Ettore dire: “Dolce consorte, ciò tutto che dicesti a me pur anco ange il pensier”. Qualche anno dopo un Ettore postmoderno dice di me: “’E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso…”. No, qualcosa non quadra.

E meno male, se no starei ancora tra quegli stilnovisti. E se i libri sono stati un rifugio un po’ autistico da quello che mi aspettava fuori casa, adesso mi aiutano a vivere, come i sogni di Marzullo.

Ultimamente mi sto fissando coi classici rivisitati, mi piace l’idea di una storia più o meno antica e delle mille interpretazioni che ne possano uscire. È cominciato tutto guardando l’ultimo Cime Tempestose, con l’Heathcliff nero. Allora mi sono ricomprata il libro, che avevo letto a 14 anni facendomi strane idee sulle storie impossibili trascinate fino allo sfinimento. Intanto cercavo tutte le versioni su piccolo e grande schermo.
Conclusione: la stessa storia, che su carta stampata mi sembra pallosetta e mal raccontata, può essere letta in tremila modi diversi. Lo so, è la scoperta dell’acqua calda, ma può rivelarsi utile: stavolta mi sono resa conto che Cathy aveva un bel girovagare nella brughiera, Heatchcliff poteva fare ad libitum il gitano bellicapelli con tendenze sadomaso, ma i loro figli/nipoti sono gli unici a capire che l’amore è anche lavoro e speranza, e la loro è l’unica storia che chiuso il libro possa essere credibile (le mie non fanno testo).

Nei film queste sfumature si vedono ancora meglio. Specie con Jane Austen, ho l’impressione che quando registi e sceneggiatori mettono le attrici in cuffietta e crinolina, riscrivano il libro come avremmo fatto noi: la classica “spalla” della protagonista ha una personalità, la sorella passionale di Emma Thompson si sposa per amore e non per noia, e Lizzie con la coda dell’occhio guarda il culo a Darcy. Tutto troppo semplice e prosaico? Niente paura, la stessa storia sarà raccontata ancora, su carta, sullo schermo, sull’iPad, finché non cambieremo noi, e allora cambieremo anche lei. E con lei la nostra vita.

Quindi adesso vi dico una cosa che se la scrive Coelho fa un sacco di soldi: quando avete uno sbalzo di umore rileggete la vostra vita, illuminatene un po’ le ombre e mandate a spasso i personaggi superflui. Poi chiudete il libro e andate a scrivere il seguito. Possibilmente, passando per la porta.

 

Non mi linciate, ma a me Guardia del corpo piacque. Avevo 12 anni, chiesi ai miei amici che significava che il maniaco si fosse masturbato sul letto di Whitney, e mi arrivò una gomitata nei reni da uno che, a giudicare dalla potenza dell’avambraccio, lo sapeva bene. A parte l’incidente, il film mi piacque.

Spesso i brutti film m’insegnano molto più degli altri, perché nella loro mancanza di fantasia citano quelli belli, o i classici della letteratura. E poi i fatti sempre quelli sono, come nel riassunto de I promessi sposi del mio prof. d’italiano: “Isso vuleva a essa, essa vuleva a isso, e alla fine si ebbero”.

Guardia del corpo ti piazza due frasi capolavoro, e la più bella la dice proprio la buonanima di Whitney. Parafrasando: hai mai fatto qualcosa che non avesse nessun senso, da nessuna parte, tranne che dentro di te, nel tuo stomaco magari?

Hai voglia, le rispondo troppo tardi. Io che nella mia follia ho una logica ferrea che non ho mai infranto (per questo sarò folle).

Ma capita spesso, di fare cose senza senso.

Lavorare gratis a qualcosa che ti piace. Lo fate in tanti, ultimamente, in Italia.

Sopportare coinquilini che ti sfascino la casa.

Sciropparti una serata che puoi evitare con un sms.

E poi scappare anche quando non c’è pericolo. Anche dalla realtà.

Tempo dopo ci chiediamo che diavolo pensavamo di fare. Ma allora non ricordiamo come ci sentivamo. Il nostro stomaco avrà digerito il segreto che lo teneva sull’orlo dell’ulcera, e se lo porterà nella tomba. Per cui non ci tieniamo proprio a conoscerlo a breve termine.

Ma abbiamo perso qualcosa. So che è controindicato citare più di un classico alla volta, ma ricordate la Fata Turchina, quando Pinocchio diventa un bambino vero? “Era proprio un bel burattino”. Sì, ma adesso è una palla, e secondo qualche barzelletta sporca anche la fata sarebbe d’accordo.

Ora sto facendo una cosa senza senso. Non importa quale, pensate alle vostre.

So che gli stomaci non reggono a lungo alla mancanza di senso, e prima o poi la ragione o una bella mazzata mi riporteranno alla realtà. Ma intanto…

Il bello è quando interviene la Provvidenza, per tornare ai Promessi Sposi, che invece di farsi i fatti suoi ti risolve il problema. Mettete che l’azienda per cui lavorate gratis riceve una visita della Finanza. Troppa grazia, Sant’Antonio. Ma farcene una quando gliela chiediamo, no?

No. Dobbiamo proprio accorgerci che non sono le circostanze, siamo noi. Immobili come stoccafissi, senza il coraggio di licenziarci, di finire una storia, di traslocare, insomma, di risolvere la questione. Senza il coraggio di provare a star bene.

 Purtroppo, senza senso un po’ si sta bene. È come quando capiamo di non dormire più ma non siamo ancora del tutto svegli, e vogliamo goderci ancora un po’ i sogni, il tepore, ancora un po’, per favore …

Ecco, io sono proprio lì. So che sarà meglio uscirne, ma quando l’avrò fatto un po’ mi mancherà, a me e al mio stomaco.

Mi mancherà la terra tra il sonno e la veglia. E no, stavolta non ho citato Peter Pan, ma Hook – Capitan Uncino. Quello non mi è piaciuto granché.       

Io dell’Italia avevo una certa idea. Non era colpa sua che fosse sbagliata. Manco mia, forse, o non del tutto… Ma ho cominciato male, si era detto “post serio”, non triste.

Le voglio pure bene, eh, se si può volerne a una penisola a forma di stivale che abbiamo caricato di significati. Solo che mi trovo meglio fuori. Mi piace tornarci, mangiare bene, dormire su un cuscino buono, che qua a Barcellona non ne trovo, e… mangiare bene già l’ho scritto? Ah, salutare i miei. Ma quelli me li godo anche qua, quando mi vengono a trovare.

No. In Italia al momento ci torno per ricordarmi come la volevo. La “mia” Italia. Avevo pensato a tutto, eh, dove vivere, cosa fare, chi sposare, come chiamare mia figlia (sì, perché immaginavo una femmina). Poi ho perso il sogno e l’Italia e buonanotte. Li ho persi così, come una volta si perdeva la casa giocando a carte. Se c’è una cosa che ho imparato dalla mia terra è buttarmi via con grazia, come niente fosse.

Però sono stata fortunata. Dice che gli dei quando ti tolgono qualcosa ti rimborsano. Se gli cedi la vista ti danno la divinazione in omaggio. Ricordate Tiresia, l’indovino greco diversamente abile? Gli occhi in cambio del futuro.

Ecco, con me gli dei, o chi per loro, hanno fatto il contrario. Mi hanno tolto il futuro e mi hanno dato gli occhi. E devo dire che sono abbastanza grandi da contenerne, di cose. Mi sono costati l’Italia che volevo, l’amore che volevo, i miei sogni.

Ma me li tengo volentieri.

(Poi, se mi girano, scendo a riprendermi anche quelli. I sogni, dico.)

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