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diagnostics-broken-laptopIo lo so che non ve ne può fregare di meno, della mia Odissea informatica. Ma ve la racconto lo stesso, un po’ per cazzimma e un po’ per dirvi cosa ho imparato.

Il pc che ho preso a dicembre, dopo l’improvviso guasto allo schermo del precedente, è stato in sé una piccola Odissea. Anche perché a comprarlo ci ero andata con un’amica saggia e molto scettica nei confronti del mondo, che mi porto dietro quando non voglio farmi imbrogliare.

Infatti la Fnac, aveva sentenziato lei, mette prezzi troppo alti, andiamo ai discount di Sant Antoni. Una volta lì, il verdetto dell’esperta era stato: questo commesso sornione che ti propone per forza un modello economico ha una convenzione speciale con la ditta, si beccherà un premio se te lo vende.

Con buona pace di amica e commesso, avevo fatto di testa mia, con scarsi risultati: black out del nuovo acquisto al primo giorno di tirocinio, accesso già effettuato da tale Carla Fortuny (?). Avevo riportato l’errore strategico in negozio, sostituendolo con un modello equivalente. Quanto alla nuova ricevuta, l’avevo presa per un clone della prima e buttata via tempo dopo con le schedine dell’Euro Million di mio padre.

Nonostante ciò, col mio pc erano stati sette mesi idilliaci, finché non ho rovesciato un bel bicchiere d’acqua sulla tastiera. La tragedia non poteva che consumarsi un sabato sera alle 21, ora esatta in cui chiudono i negozi d’informatica a Barcellona, per riaprire in qualche caso direttamente il martedì. Avevo metà degli amici in vacanza e da giorni non avevo altra compagnia che l’afa e i fratelli Karamazov (e a 30º Smerdjakov somiglia pericolosamente a Sgarbi).

Capirete che a quel punto riparare il PC diventava un po’ urgente. Ma la garanzia aveva fatto la fine di cui sopra e così sono tornata al negozio che me l’aveva venduto, sezione Reclami.

Chi ci trovo? Il commesso “Imbroglione” (secondo la mia amica), rivelatosi peraltro un bel fusto in t-shirt e totalmente disinteressato al modello che ora gli portavo a riparare. Mentre una santa donna smanettava nel sistema a cercarmi la ricevuta smarrita, ho confidato all’eroina:

– Sai che mi ha servito il tuo collega, a dicembre? Mi voleva per forza dare un altro modello.

Lei ha accolto il nome con un cenno di approvazione.

– Già, è una buona marca, quella. Buona ed economica.

– L’amica che mi accompagnava sosteneva che fosse una trappola. Che aveste qualche convenzione speciale, premi…

– Eh, magari ci dessero qualcosa in più di quei quattro soldi.

Garanzia trovata, alla fine, ma con un triste risvolto: avrei dovuto aspettare anche un mese per la riparazione. Allora sono corsa dal mitico pako di calle Sant Pau a spendere un capitale per farmi riparare il pc in un giorno. Ma il Mac Gyver asiatico era stato sostituito da sconosciuti dal sorriso gentile e le promesse troppo generose, che si sono presi il pc “per una valutazione del tecnico”.

Ovvio che:

– non mi hanno chiamato affatto il giorno seguente, nonostante le promesse;

– quando la montagna (io) è andata da Maometto, il prezzo della riparazione era aumentato insieme ai tempi di consegna, tre giorni;

– venivo chiamata solo al secondo giorno per ovviare al particolare che non avessi fornito la password;

– il giorno convenuto era assente il commesso, “recatosi d’urgenza a Madrid”. Tornassi il pomeriggio seguente;

– al nuovo appuntamento, il commesso era apparso di nuovo, per sorridermi, riconsegnarmi il pc e comunicarmi solo allora che non vi era stato fatto un bel niente, perché la tastiera nuova non vi si poteva impiantare.

Dopo quattro giorni d’attesa e nessuno che si prendesse la briga di telefonarmi per avvertirmi, ho accolto il finalino con una paresi facciale.

Adesso chiamatemi viziata, chiamatemi scema, ma sono andata alla “costosissima” Fnac proibitami dall’amica furba e, in attesa della riparazione dell’altro, ho preso lì il modello economico ma efficace consigliatomi dal famoso commesso sornione.

“Fidarsi è bene e non fidarsi è meglio” a soreta.

Ho scelto l’ingenuità. L’idea che la gente faccia più fatica a pensare d’imbrogliarti che a farlo davvero.

Anzi, ho concluso che:

– il prossimo sostanzialmente t’ignora, quindi, se proprio costretto, o desidera il tuo male per sentirsi meglio di te (solo gli sfigati), o il tuo bene come desidererebbe il suo;

 un commesso sottopagato del Tufano barcellonese non ha nessun interesse, ahilui, a intossicarmi il Natale, per quanto si possa sentire furba a sospettarlo l’amica saggia;

– l’amica saggia e quelli come lei, quelli che sgamano insidie e trappole dappertutto, forse non vedono altro che l’infinita replica della loro insoddisfazione. Magari pensano di potersele solo rubare, le cose, felicità compresa, perché in fondo credono che non spetti loro di diritto, e come devono imbrogliare loro il destino per ottenerla così lo faranno anche gli altri.

No, troppo complicato.

Scelgo l’ingenuità.

E spero che l’amica scelga di fidarsi ancora un po’ della gente, prima di concludere che siano tutti come lei.

chipsIl pako del Parlament, oltre a essere il mio idolo assoluto di italiana a Barcellona, mi ha regalato un pacchetto di patatine.

Innanzitutto, lode a lui e a quei compaesani suoi che mi fanno sentire come a Napoli, perennemente convinti che sia troppo magra e dunque debba mangiare.

Poi, questa confezione ridotta fatta apposta per ingraziarsi clienti sparite da un po’, mi ha insegnato un… pacco di cose (no, continuate a leggere, non faccio più battutacce!).

Per esempio, mi ha insegnato che il mio altruismo segue strane simmetrie: uh, un pacchetto monodose omaggio. So già a chi darlo. Se mi avessero elargito, che so, un pacco di pasta, avrei saputo chi invitare a pranzo (non necessariamente la stessa persona del mese prossimo, dipende dallo stato d’animo dell’amico prescelto).

In secondo luogo, mi ha fatto realizzare che in quest’operazione tanto caruccia mi sfugge sempre un particolare: cosa voglia fare io. Il giorno dopo, fresca di scazzo col destinatario delle patatine rimaste intatte, mi sono infatti scoperta ad avere fame dopo una cena eccessivamente parca.

Che fai, mi chiede il buco nel pancino, ti pappi due patatine?

Macché, mi rispondo, quelle sono destinate a qualcun altro.

Ok, insiste il mio stomaco, ma chi l’ha deciso?

Io, devo ammettere.

Potrai ben cambiare una regola che hai stabilito tu, vero?, conclude il buco nero, speranzoso.

Sgranocchiando metà confezione, mi sono resa conto infine che sono di quelle che, quando subiscono un torto, si ritrovano a consolare la persona che gliel’ha fatto. Sono di quegli individui che hanno abituato gli altri a trovarli sempre disponibili e ragionevoli, pronti ad aprire il pacchetto di patatine a chi ha appena regalato loro una bella delusione.

E non lo dico per incensarmi, anzi, è questo il punto. Il punto è ammettere una volta per tutte che l’altruismo a oltranza NON è una cosa bella, una cosa che ci faccia onore. Che, se ci annulliamo sistematicamente o recitiamo il copione di quelli che non hanno bisogno di regali, attenzioni, sostegno, allora non c’è nessuno a condividerci, a dividere la gioia con noi. Perché sarà contento il destinatario delle nostre attenzioni, ma manchiamo noi, che ci trattiamo come se non fossimo nessuno.

Ok, adesso vi presentate sotto casa mia con una confezione famiglia di San Carlo.

Sarà contento il pako del Parlament, specie se l’avete comprata da lui.

https://www.youtube.com/watch?v=PRLTwB51ggo

???????????????????????????????????????????????????????????????????Ho questo problema con la lavatrice: perde acqua dal tubo di scolo.

Allora ci metto sotto una bacinella che, incassandosi tra parete e lavatrice, ci va giusta giusta.

Quando devo ritirarla, piena quasi fino all’orlo, bagnare a terra è inevitabile. L’unica scelta che ho, a parte buttare bacinella e lavatrice e dare fuoco alla casa, è stabilire quanta acqua debba cadere: se non accetto che cadano quelle due-tre gocce, rovescerò l’intero contenuto.

Sì, avete indovinato, è in arrivo il solito pippone metaforico che parte da un esempio quotidiano molto concreto.

E, quel che è peggio, gli esempi sono due. Perché, subito dopo la lunga operazione lavatrice, corro a prendere la metro, in ritardo come al solito. Devo cambiare linea alla fermata più affollata. Allora, quando sono già pronta a infilarmi nell’altra metro, incurante della folla che prova a scendere, l’altoparlante fa il suo lavoro, ripetendo in 2-3 lingue: lasciar scendere i passeggeri prima di entrare nei vagoni.

Insomma, sgomberiamo tutto: la bacinella, la metro, o la nostra vita. Nell’ultimo caso, la sgomberiamo da vecchie idee, vecchi amori, vecchie abitudini, per far spazio alle nuove, o la vita non parte. Proprio come la metro.

Ma quanti lo fanno spontaneamente? Quanta gente come me vorrebbe solo introdursi il prima possibile a caccia di sedili liberi, sperando che poi si parta subito subito?

Solo che non funziona così. Quello che vogliamo, una metro che parta quando stiamo comodi, un suolo immacolato sotto una bacinella piena, una vita nuova di zecca subito dopo un dispiacere, non sempre possiamo ottenerlo.

Quello che possiamo ottenere è il dono di fare il minimo danno, a noi stessi e agli altri. Accettare che a volte un po’ dobbiamo pazientare, bagnarci, attendere, per ottenere quello che vogliamo.

La stessa cosa ci succede quando per un motivo o per un altro stiamo male, ma ci rifiutiamo di soffrire. Purtroppo è necessario perché ci passi la febbre, perché superiamo quella delusione, perché, nei casi più tristi, elaboriamo quel lutto.

Allora, la prossima volta che vogliate fingere che vada tutto bene con la vostra vita, che ne abbiate il comando totale, pensate a me alle prese con una bacinella piena, o impalata davanti alla porta di una metro, in attesa che ci esca mezza popolazione catalana. Ecco, quelli siete voi.

Che potete scegliere se soffrire un po’ a vostra scelta o farlo tanto, vostro malgrado.

Spero non scegliate la via più comoda e più costosa: far finta di niente finché un’onda anomala non vi distrugga la lavatrice. E, se ci vivete abbastanza vicini, pure la metro.

10-feb-auberge-espagnole

Chi è andato a vivere all’estero si sarà fatto questa domanda almeno una volta al giorno: che ci faccio qui?

Che ci faccio in un posto in cui la gente parla questa lingua che non capisco prima della terza birra, che sembra incazzata quando è contenta (e viceversa) e ha un’idea opposta alla mia di pranzo e cena?

Ok, magari non ogni giorno, ma almeno una volta alla settimana, mi sa che ve lo sarete chiesto.

Allora perché mi sentivo come se fossi la unica al mondo a provare frustrazione, confusione, smarrimento? Semplice: perché non era come me l’aspettavo.

A Manchester avevo un amico spagnolo che dopo qualche mese a provare a socializzare si chiudeva in camera a dormire alle sette di sera. O una collega sudcoreana di master che è sparita un paio di settimane, e alla seconda già sapevo cosa sarebbe successo: sarebbe arrivata una mail confidenziale della segretaria di dipartimento, ad avvertire che era tornata al suo paese. Avrebbero cercato di rimborsarle parte della retta.

Nonostante questo, mi credevo l’unica al mondo a sentirmi sola e spaesata in un posto pieno di gente che mangiasse fagioli al sugo a colazione.

Allora, siccome tra le tante cose buone là c’è lo psicologo gratis all’università, un bel giorno sono andata e ho spiegato tutti i miei problemi. Mi sono sentita rispondere seraficamente:

– That is so normal.

E mi sono ritrovata iscritta a un corso di mindfulness, meditazione “pratica”, che in quella prima occasione ho ignorato e irriso malamente (adesso, 10 anni dopo, la pratico 15 minuti al giorno).

Ok, poi in quella vecchia, sporca città, sono rimasta un paio d’anni. Ma quelli che se ne andavano, perché lo facevano?

Indovinate un po’: perché non era come se l’aspettavano. Perché credevano di avere le idee chiare su cosa dovesse significare la loro esperienza: tanti amici nuovi da tutto il mondo, sorridenti come nel dépliant dell’Erasmus, che li avrebbero subito accettati. Anche nelle stravaganze che un perfetto sconosciuto non è tenuto a comprendere.

Alcuni dei miei compagni di sventura, poi, pretendevano che niente cambiasse rispetto a casa. Che dispensare pacche sulla schiena in un posto in cui la distanza spaziale tra persone raddoppia dovesse incontrare la stessa benevolenza che a Palermo. Che la mania continua di scattare foto non fosse percepita da nessuno come sooo antisocial. Che la pasta la dovessero fare uguale che in Italia, e sta storia di mangiarsi una patata ripiena per pranzo fosse solo un errore nel menù.

Insomma, quante più aspettative si fossero fatti, meno resistevano.

Io, in un primo momento, ho covato molto rancore verso quella psicologa col capello platinato e il rossetto rosa shocking, che invece di dirmi che ero la nuova Virginia Woolf mi ha messo in posizione del loto a inspirare ed espirare al suono di una campanella. Ma col senno di poi le sono quasi grata.

Perché invece di dirmi che avevo un problema, mi ha invitato ad affrontare tutto: lo spaesamento, l’alienazione, la solitudine. E dargli la giusta importanza. Solo allora ho potuto vivere tutto il processo d’integrazione e scoprire le tante cose belle che quella città serbasse a chi sapesse guardare. Ho potuto innamorarmi, fumare shisha al gelsomino (so’ troppo tossica) e godermi un concertino con mostra per tre pounds. Farmi amici del posto che bestemmiassero in lingue conosciute solo ai Gallagher ma poi, al contrario dei colleghi Erasmus, mi chiamassero anche da sobri.

Tutte cose che non avevo previsto prima di atterrare e che, se si fossero attenute al mio rigido schema di “come avrebbe dovuto essere il mio Erasmus”, non ci sarebbero mai state.

Per questo, intanto che siamo occupati ad aspettarci cose, la vita prende il suo corso senza neanche chiederci il permesso. E se sappiamo accantonare i nostri progetti così rigidi, perché coniati lontano dalla realtà che ci aspetta, ci riserva le giuste sorprese. Tante sono negative, ma le positive non mancano.

Insomma, mentre siamo troppo occupati a controllare tutto, la vita ci sfugge di controllo per prendere il verso giusto.

Capita spesso.

Soprattutto se glielo lasciamo fare.

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Ci avete fatto caso? C’è gente che si prodiga così tanto per gli altri che, quella volta che pensa a se stessa, viene indicata come egoista. E gente così egocentrica che, la volta che pensa agli altri, riceve pure i complimenti.

Ci pensavo perché ultimamente sono molto ritardataria, così, paradossalmente, vengo lodata quando arrivo puntuale e magari assisto ai rimproveri del puntuale del gruppo che arriva con cinque minuti di ritardo.

Di un mio ex che frequentavo a Napoli mi dicevano “È già tanto che si sia ricordato del tuo compleanno”, “È già tanto che ti abbia chiamata prima di prenotare i biglietti”. E magari quei “già tanto” non li avrei fatti passare lisci a un fidanzato che mi abituasse alle sue attenzioni e che avesse il “vizio” di consultarmi prima di prendere impegni anche a nome mio.

bianconiglioChe poi a volte la persona del “già tanto” è strunzo e basta (prendi me). Altre volte, sospetto, è proprio una tecnica, uno stile: crearsi il caos attorno, così che quella mezza cosa fatta bene diventa un gran traguardo.

Come? Facile. Quando il “già è tanto che” diventa una filosofia di vita, davanti a noi abbiamo due scelte:

  • impegnarci nel condurre un’esistenza vagamente serena, in cui ad esempio chiamare “delusione” un torto subito da un amico;
  • declinare ogni responsabilità nell’andamento della nostra vita e di chi la popola, così che l’amico del torto “già è tanto”, per com’è spostato e irrispettoso, che non abbia fatto peggio.

Il vantaggio del secondo tipo di esistenza, che spesso viene scambiato per una vita “bohémienne”, è che qualsiasi cosa che non vada proprio storta viene festeggiata come un miglioramento. Sì, ci vuole una discreta dose di vittimismo, per vivere così. E bisogna sminuirci al punto che mezza cosa che facciamo bene diventa un traguardo, perché “di più non sapremmo fare”.

La domanda è: considerando quante energie sprechiamo nei nostri “già tanto”, non ci conviene imparare il rispetto per noi e per gli altri?

Va bene la storia delle “aspettative zero”, ma qui si esagera!

Pure il mio telefonino l’ha capito: è talmente antico che si mette da solo sette minuti avanti, nella vana speranza di farmi arrivare in tempo.

Quasi mi spiace buttarlo e imparare la puntualità.

feelingsNegare il dolore non significa non provarlo, anzi. Arriverà meno intenso, forse, ma arriverà. E intanto che gli avremo chiuso le porte, scopriremo che non ci sono filtri: alle emozioni si rinuncia in blocco, se cacci il dolore cacci anche la gioia.

C’era questo gioco, in un programma per ragazzi dei lontani anni ’80, che si chiamava l’Imperturbabile. Ovviamente, mi colpì molto quella parola lunghissima. Il gioco, invece, diventò parte della mia vita: si trattava di stare lì immobili e anaffettivi mentre il resto del mondo cercava di farci ridere, o comunque reagire a provocazioni di vario genere.

Ecco, credo che lo conosciamo in tanti e ci giochiamo senza accorgercene. Conosco la sensazione dell’aver provato troppo dolore in determinate circostanze e ripromettermi di non passarci più, mi è capitato da giovanissima con la morte di persone care che mi hanno portato a isolarmi emotivamente dagli altri. La reazione, come noterete, è esagerata: perché perdersi gli ultimi anni in compagnia dei nonni al pensiero che la fine di questo rapporto potrebbe essere vicina? (Segue potente grattata dei nonni in questione)

E perché entrare in una relazione mai soddisfacente solo perché l’ultima volta, quando è finita, credevamo di morire? Andarci coi piedi di piombo non ci farà forse soffrire uguale? Solo che lo faremo a spizzichi e mozzichi, e senza le soddisfazioni di goderci il bel tempo finché dura (e potrebbe durare a lungo, non ingannatevi).

Ultimamente, invece, mi sono sorpresa a scoprire che ho trovato comunque il modo di soffrire di meno, coinvolgendomi di più nella mia vita.

Prima negavo il dolore, prolungando solo la sua permanenza; ora lo accetto subito, e abbracciandolo mi do la possibilità di:

– mandarlo via prima;

– scoprire quello che c’è dopo.

E dopo, al di là del dolore, c’è tutto il resto. C’è la vita nonostante il dolore. La vita che è cambiata e ora è pronta a riprenderci a bordo con nuove lezioni o nuovi strumenti per far fronte alle lezioni future.

E allora invece che a rimanere immobili, giochiamo a ridere. A piangere. A sentirci vuoti, quando occorre. A sentirci pieni, quando abbiamo questa benedizione.

Ma facciamolo, o resteremo ai margini della nostra vita, campioni d’imperturbabilità che però hanno perso la strada di casa.

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Dopo anni immuni alla caciara virtuale che suole scatenersi su facebook, con le elezioni comunali a Barcellona ho riscoperto una rabbia argomentativa che non sapevo di avere. Senza aver sostenuto chissà quanto Barcelona en comú, la lista che ha vinto in barba alle previsioni dei “cauti”, mi  scoprivo molto arrabbiata con gente che criticasse il movimento perché sì, o perché si sentiva furba e controcorrente a non cedere all’entusiasmo generale.

Lo so, vi suonerà familiare rispetto a quelli che, a proposito di Grecia, si vantano di non essersi “lasciati coinvolgere dalle ideologie”, dunque di essere gli ultimi depositari del buonsenso (quando io non sono né riuscita a festeggiare per il NO né a sentirmi furba per non averlo fatto, senza che riesca a chiamarlo indecisione).

Nel caso del comune di Barcellona, su facebook leggevo: battute trite e ritrite sul cognome della candidata a sindaco (che ricorderebbe il nome di una bevanda al cioccolato); le illazioni di chi aveva votato Pisapia ed era rimasto deluso, concludendo che a noi sarebbe successo altrettanto; il solito “staremo a vedere MA sono scettico” che è la paraculata per eccellenza, va bene per tutte le stagioni e tutti i partiti politici e intanto ti fa fare lo splendido perché sei “fuori dal koro”.

Non mi rendevo conto, però, che dietro la mia genuina insofferenza ci fosse una considerazione molto personale: criticavo chi sceglieva di non scegliere, e si sentiva un eroe, per questo, perché io, intanto, sto scegliendo. Nella mia vita, dico.

Sto prendendo decisioni, il che significa quasi sempre arrivare a un bivio (ma più spesso le strade sono 3 o 4) e prendere una strada, chiedendosi invariabilmente come sarebbe stato imboccare le altre.

Un’operazione che non amavo fare perché, nonostante sia penoso, restarsene in disparte e non scegliere mai è infinitamente più facile. Più dannoso, anche, ma il terrore dell’alternativa (prendersi le proprie responsabilità e rischiare di scegliere male) è talmente forte che meglio quello.

Io, invece, decido, e non mi sento affatto saggia, per questo. Anzi, spesso mi sento una scema perché a volte i risultati sono scarsi, perché sto peggio a scegliere che ad aspettare la bacchetta magica senza muovere un dito.

Forse è questo che ci blocca, al momento di prendere decisioni: la paura che ci si sbatta tanto per poi ritrovarsi peggio di prima. L’eterno indeciso, invece, è diventato una specie di eroe postmoderno che sopravvive anche alla nostra epoca, assolto da una crisi che giustifica titubanze ed esitazioni.

E non ha tutti i torti. Spesso decidere è una fregatura. Le mie arrabbiature con chi non lo fa un po’ sono dettate dall’invidia (a volte vorrei tornare a imitarli) un po’ sono dovute, devo ammetterlo, all’idea che a queste persone possa sfuggire qualcosa: che tutta st’indecisione sia spesso una montatura, una posa.

Che, mentre io non so dove andrò a parare, e magari finirò male, loro possono essere quasi sicuri che di questo passo la situazione sarà sempre uguale: il quasi è dettato da botte di culo/imprevisti della sorte che sono rari e che spesso portano soluzioni a metà (es. gravidanza inaspettata che risolve un rapporto incerto, ma non crediate che questo faccia innamorare l’indeciso dei due).

Allora sarà questo: ultimamente mi sento chiamata in causa, quando uno sceglie di non scegliere, perché il contrario è una faticaccia, dai risultati incerti. Ma sono genuinamente convinta che sia la cosa migliore da fare, che prima lo si fa e più soddisfacenti saranno i risultati.

La questione sarà adesso non cercare d’imporre la mia idea agli altri. È una gentilezza che lascio a loro.

messy kitchenMo’ vi racconto una cosa un po’ sdolcinata delle mie.

Comincia con una tragedia: il mio primo latte di soia fatto in casa. Roba che dopo aver messo a cuocere la poltiglia di fagioli di soia e acqua, altrimenti detta Blob, penso bene di fare i dieci minuti di mindfulness, “tanto, prima che bolle…”. Seh, mentre io uccido la posizione del loto, il mostro si sparge per tutti i fornelli, insieme a millemila litrozzi di siero utile.

Prendo la scarsa parte rimanente, l’avvolgo in uno strofinaccio pulito e la “mungo” in una pentola, poi metto a bollire quelle due lacrime di “latte” ricavate. Sì, ma che fare, con la poltiglia rimasta nello strofinaccio? Mica posso riciclarla tutta come pane o crocchette. Esco in balcone, lasciando la pentola sul fuoco.

Ci imbratto un po’ le piante (riempiendomi di spinette di cactus) e il resto lo rovescio sulla ringhiera, a beneficio dei pennuti che mi scagazzano sui panni. La vita è troppo breve per serbare rancore.

Torno in cucina per scoprire che anche quelle due gocce di latte sono ora sparse sui fornelli: fiamma troppo alta.

Risultato di tutta l’operazione: una cucina da esorcismo, aghetti di cactus sulle dita, piante asfissiate e un bicchierino di tofu, improvvisato lì lì con troppo limone come caglio.

In un’ora e mezza di lavoro. Avrò stabilito un nuovo record?

Ovvio che il balcone per me diventa il set di “Non aprite quella porta”: accettare le proprie sconfitte significa non tornare indietro a fare altri danni.

Sì, direte voi, però significa anche assumersi le responsabilità delle cazzate che hai fatto.

Avete vinto. Oggi mi decido ad “aprire quella porta” e… sì, il blob è intatto. Sia sulle piante che sulla ringhiera. Non è stato né assorbito né beccato via. Appena fa un po’ più fresco, mi dico, lo tolgo dappertutto (tranne che dal cactus, che se lo merita).

Ma una volta al pc, mentre combatto l’afa col ventilatore, mi cade lo sguardo sul balcone e mi ritrovo faccia a faccia con una colomba. Che becchetta furtivamente la poltiglia sulla ringhiera, facendosi l’equivalente dell’abbuffata di Ferragosto.

E allora ho pensato: visto? Le cose succedono quando devono succedere. Se getti un seme oggi raccoglierai i frutti domani, o dopodomani. Non sta a te decidere come e quando, non controlli tutto il processo, le reazioni altrui e gli scherzi della sorte (chiedete al cactus). Puoi solo fare il tuo, e vedere che succede.

Quella colomba vivrà un giorno in più perché ho buttato un’ora e mezza della mia vita a fare un grammo di tofu. Almeno un animale l’ho aiutato.

Soprattutto: c’è gente che si produce il suo latte, il suo formaggio.

Io mi produco perfino la cacca che va a planare sui miei panni.

Più naturalista di così.

despedidaNiente da fare, ci casco sempre.

Nella mia smania di “chiudere bene il cerchio”, nel senso di fare pace con persone e attività del mio passato, ogni tanto ci azzecco, ma quella volta che sgarro, è pesante.

Una cosa è andare alla riunione di condominio ora che abito altrove, e scoprire che la vicina coi capelli rosa, in fondo, è una simpatica vecchina un po’ paranoica. O passare alla presentazione del libro dell’ex prof. che, abbandonata (ma da tutti, si facesse due conti), mi saluta a stento: anche lì, almeno, ho fatto la presenza, pagato il debito.

A volte, però, la smania di congedarmi bene da gente che non c’entra più niente nella mia vita mi dà qualche lezione su cosa si debba salutare e cosa lasciar andare senza rimpianti.

Barcellona, vedete, è una città un po’ strana: ti fa cambiare in fretta, dà gli strumenti per farlo e anche le grane. In un posto che unisce precarietà lavorativa e grandi cambiamenti sociali, si sprecano in estate le feste di arrivederci, le despedidas, meglio se con un “pica-pica” (spuntino) a riva o in qualche baretto il cui nome goliardico, dopo tre anni senza andarci, sembra finalmente una cafonata.

Alle persone che incontro in questi casi non devo più niente e qualcosa nella serata finisce per andare storto.

Sarebbe superstizione dire che succede perché loro trasmettano energia negativa. Se però concretizziamo quest’energia e la chiamiamo “cattivo comportamento”, “andarsene senza pagare il conto”, “sfottere chiunque” e cose del genere, vediamo che non è un’idea così sballata. E che forse, più con l’atteggiamento che con azioni davvero sbagliate, quando avevo questo tipo di amici mi tiravo anch’io dietro la stessa bruttura che mi faceva chiedere, dopo un’uscita, se non mi mancasse qualcosa, nelle mie relazioni sociali.

Ma anche queste esperienze servono: sono un ottimo termometro dei tempi che cambiano. Fanno capire, nel loro piccolo, che certe cose del passato vanno semplicemente lasciate andare, con tutti gli auguri del mondo, ma senza neanche un indugio, un saluto. Ciao. Vai. Dopo una sera rovinata da una presunta irregolarità del conto (che, non essendo addebitabile a me, non saprò mai se ci fosse davvero), sono tornata a casa schiumante rabbia e mi sono ritrovata un mio ex in chat. Ero talmente triste che volevo sfogarmi con lui, poi mi sono resa conto che, visto il tipo, sarebbe stata una roulette, avrebbe potuto farmi coraggio come criticare quei miei amici “che non gli erano mai piaciuti” o farmi una lezione su quali locali frequentare, per poi parlare dei problemi suoi. Sembra un processo all’intenzione, è esperienza. E allora ho pensato, ma sì, vai anche tu. Per la tua strada, lontano da me. Mi sfogo domani con gente che so che sarà solo solidale, senza avere la tentazione di usarmi per rafforzare il proprio orgoglio.

Sul serio, a volte l’esperimento di far incrociare passato e presente, senza che sia un dovere né un debito da pagare, diventa solo un superfluo riassunto, una minestra da scaldare in pieno agosto che rimane indigesta comunque la si aggiusti di sale.

Evitiamocela, pensiamo sul serio alla cosa più importante, a quella che più facilmente trascuriamo. Quale? Non lo so. Sta succedendo qui e ora. Sta a noi riconoscerla e dirle di restare.

lovewinsLo confesso: ci voleva Mad Men, prima stagione vista in ritardo, perché scoprissi il “gingolino” della campagna elettorale di Kennedy del 1960. Una cosa che fa un po’ sigla di Bim Bum Bam e un po’ canzone scartata allo Zecchino d’Oro. Ma, come sempre, il volpino Don Draper ci vede più lungo di me: per lui lo spot di Kennedy fa presa facile e fa pensare al ritorno di giorni felici. Tutto il contrario del faccione di Nixon che descrive le ripercussioni fiscali di un’eventuale vittoria dell’avversario. Sai che palle.

Morale della favola: si fa molto di più regalando una visione, che ragionando pacatamente su ciò che NON vorremmo. La felicità, per quanto utopica, fa molto più presa della paura.

Più di 50 anni dopo, non ho mai rivelato così spesso di avere un master e un dottorato in Studi di Genere, non perché mi abbiano dato mai ‘na gioia, ma per annunciare a chi ancora ci crede che la teoria del gender non esiste. E come tutti i parti della paranoia è inventata così male che ci avrebbe fatto sbellicare, coi compagni di master, nella sala mensa dell’Università di Manchester, davanti alla nostra brava jacket potato ripiena di ogni schifezza. Ma hai voglia di spiegare tutto questo (omettendo la jacket potato) su siti di fondamentalisti cattolici e genitori nel panico. Hai voglia di ragionare, fornire dati, confutare argomentazioni…

Niente, a dirmi che ero sulla strada sbagliata ci voleva il faccione di Obama, dopo la decisione della Corte Costituzionale americana di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

È stato leggendo le notizie che ho visto per la prima volta l’hashtag #lovewins. Confesso che ho pensato: e che è, la sigla di Mio Mini Pony? Cioè, semplifichiamo un concetto così importante per la vita di tutti noi con due parole da jingle pubblicitario?

Ovvio che sì! Cosa c’è di più semplice, sintetico e immediato di un’idea simile? Le spiegazioni sono sempre possibili, adesso bisogna dare una visione, un’immagine.

Quello che cercavo di fare io con trite analisi e dati (perfetti in un saggio, meno in chat), me l’ha sparaflesciato come inutile l’arcobaleno che ha invaso la Casa Bianca e, ovviamente, facebook.

Insomma, nel ’60 come nel 2015: inutile dirci cosa NON vogliamo essere, meglio parlare sempre di cosa vorremmo.

Anche nella vita di tutti i giorni.

Ripenso agli amici scaricati all’improvviso e alle loro ripicche un po’ ingenue, disperate: foto su fb che suggeriscano grandi conquiste, dichiarazioni sfrontate ad amici dell’ex, frecciatine assortite…

In questi casi, se lo scopo della nostra vita diventa vendicarci dell’ex, invece di trovarcene uno più stabile emotivamente, possiamo avere la nostra vendetta, ma non la nostra felicità.

Invece di passare il tempo a rosicare su rabbia e dolore, regaliamoci la speranza di una nuova vita.

“La teoria gender non esiste” è un messaggio che pretende razionalità su un argomento inculcato irrazionalmente, mediante paura e paranoia. Come l’idea che le ruspe risolvano la crisi o che i diritti di qualcuno vadano a ledere quelli di qualcun altro. Meglio dire “quello che combattete è lo stesso amore che state cercando voi, e vincerà lui, statene certi”.

Credo che, senza rifare gli orribili coretti di Kennedy, dovremmo riappropriarci della semplicità. E di un ottimismo che non sia più la finta utopia di imbonitori che ci infarciscono di scemenze per continuare a farsi i fatti propri, o la triste bugia che debellando chi è diverso da noi (“noi” chi, poi?) risolviamo tutto il resto.

Non c’è niente di meglio che una visione, per portare avanti un progetto. Immaginiamolo realizzato, immaginiamoci realizzati in quello. Non viviamo a partire dall’odio e dalla paura.

Puntiamo al coraggio e, per una volta senza riserve, alla ricerca della felicità.

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