Archivi per la categoria: Non fate come lei

ambrogio No, davvero, segnatevi i sogni.

Appena li fate. Quaderno e penna sul comodino, accendete un attimo il lume e scrivete. Man mano che lo fate, vi ricordate di altri dettagli. È come una mappa del tesoro, scusate l’ingenuità. Vi tornano in mente cose assurde, che avevate dimenticato da un sacco di tempo.

Io è come se vivessi qui e ora, Barcellona 2014, e in un mondo onirico senza tempo, con personaggi delle mie vacanze di bambina che parlano con altri che ancora devo conoscere.

Mi sono anche resa conto di una cosa, sognando: nella mia vita, la spontaneità non è andata lontano. Per esempio, l’ultimo slancio verso qualcuno, che non mi spiegassi, che fosse spontaneo e improvviso, l’ho avuto a… diciamo, sette anni?

No, vabbe’, non esageriamo. Ma il resto non è stato quasi mai amore. È sempre stato fame.

Avete presente quando vi siete fatti un’escursione lunghissima e non vi reggete più in piedi? Mangereste pure il braccio dei vostri compagni, senza stare tanto a guardare cosa sia.

È il contrario di “non è fame, è voglia di qualcosa di buono”. Là è proprio fame, fame nera.

Indiscriminata. Ed era quella, che avevo io. Fame di attenzione, approvazione. Fame di novità, di un motivo per alzarmi la mattina, quando le cose mi andavano troppo male.

E allora, uccisa precocemente ogni traccia di spontaneità, ho cercato di saziare quella, la fame. Mai innamorata, sempre preoccupata: perché sembrava cominciare qualcosa e poi si è allontanato? Perché pare che mi preferisca un’altra?

E chiamavo amore la fame.

Mi dicono anche che sia molto comune.

Allora, invece di essere pazzi come me, dovete smettere di badare alla fame. Cercate la voglia di qualcosa di buono, quella che ti viene ad appetito saziato (e a quello possiamo provvedere solo noi) e ti porta a scoprire la gelateria artigianale dietro l’angolo, o quella tamponata con un aperitivo che ti porta a resistere fino al ristorante in fondo alla strada, invece che entrare dal primo kebabbaro sconosciuto. O, meglio, che ti fa andare a mangiare a casa tua, invece che prendere quella pizzetta al volo, che non è neanche forno a legna (ok, ci do un taglio).

La gente affamata fa cattivi acquisti, mi hanno detto.

Voi non fate come me. Dategli retta, ai vostri sogni.

E saziatevi da soli. Solo allora gusterete il meglio.

orsoSì, siamo stati usati. Da un amico, dai colleghi, perfino in famiglia, messi in mezzo come scusa per decisioni importanti o guadagnati all’uno o all’altro bando di una faida tra parenti serpenti. E, ovviamente, in amore. Messe lì ad addolcire una crisi post-rottura, o arruolati come passatempo in attesa di qualcuno che le interessi davvero.

Magari siamo stati noi a usare, e quando succede abbiamo sempre la scusa pronta. Se lo fanno gli altri, la nostra giusta indignazione sfocia facilmente nel vittimismo.

Chi tende a usare è di quelli che, quando si degnano di chiedere come stiamo, sottintendono in realtà il famoso “Ciao, come sto?“. Una malattia che ha afflitto a lungo anche me, il che rafforza le ipotesi che sto per formulare.

Non è mai così semplice, la sparizione di chi ci usa. Può avere molto da fare, e anche noi non è che siamo proprio liberi da impegni. Può esserci stato un litigio che ha lasciato l’amaro in bocca a entrambi. Può essere imbarazzata per essersi presa l’incarico che sembrava destinato a noi. Può essere matta da legare (e per una volta non parlo di me).

C’è pure questa situazione misteriosa a cui prima o poi dedicherò un post: il tipico “Ti ho fatto del male, QUINDI non ti voglio più vedere”. Boh!

Per non parlare delle difficili situazioni post-rottura, della serie “ma rimaniamo amici”. Seh.

Insomma, possono esserci mille scuse, tra cui una semplice e schietta indifferenza. Che non è mai una colpa, per quanto possa far male.

Ma dopo un po’ che qualcuno che prima era ultrapresente è sparito, il dubbio ci viene: non ci avrà usato? Non sarà rimasto in giro finché non gli siamo serviti a qualcosa? E poi, quando le circostanze esterne gliel’hanno procurata in qualche altro modo, o noi non ne siamo stati più provvisti, o lui/lei, semplicemente, non ne ha avuto più bisogno, be’, allora ciao. Ammesso che si ricordi di salutarci.

E magari si sarà trovato pure una giustificazione più che decente, per la cosa. Se nessuno vuole sentirsi usato, figuratevi in quanti ammettiamo con noi stessi di usare gli altri.

Fin qui, il copione che conosciamo un po’ tutti.

Adesso proporrei un piccolo cambio di prospettiva.

Niente di originale, eh, solo una domanda: ok, non gli serviamo più. Ma lui, ci serve ancora?

Perché, proviamo a essere onesti con noi stessi, in quanti casi si è trattato di un gioco a due? Di un copione che, per un motivo o per un altro, abbiamo acconsentito a recitare?

Costruendo un rapporto in cui dare e ricevere era sbilanciato verso il dare, quindi uno di quei rapporti squilibrati che o trovano un perno che si regga, seppur dolorosamente, a lungo, o collassano appena ne vengono meno i cardini principali.

Dobbiamo tenerne conto, a mio avviso, quando ci lamentiamo di essere stati messi da parte. Ma anche chi ci trova improvvisamente invadenti, nei nostri soccorsi, dovrebbe chiedersi quanto sia stato evidente il suo desiderio di riceverli, finché gli è convenuto.

Ed è convenuto, in qualche modo perverso, anche a noi. Noi con le spalle grandi, che ad aiutare a oltranza qualcuno possiamo sentirci migliori di lui. Noi che crediamo che dare tutto ciò che abbiamo sia l’unico modo per essere amati.

È qui, secondo me, che ci sbagliamo. Quando consideriamo normalità la nostra insoddisfazione, quando ci abituiamo all’idea che non vedremo mai soddisfatti i nostri bisogni, che soddisferemo sempre noi quelli altrui.

Una volta che risolveremo questo nodo (e lo so, è una parola, ma ce la si fa), non avremo più bisogno di quelli che ci usano. Non li useremo più, se preferite. Perché forse ci sono stati infinitamente più utili loro: ci hanno impedito di affrontare i nostri veri problemi.

Ad esempio, il difficile equilibrio tra ciò che vogliamo e ciò che ci diciamo di volere. Adesso che non siamo più occupati a farci usare, dobbiamo proprio trovarlo, quest’equilibrio.

E se noi siamo arrivati a questa consapevolezza prima di chi ci usava, be’, la vita si è vendicata al posto nostro.

Il passo successivo è viverla con tanta pienezza da desiderare che ci arrivino anche loro.

bambolassassinaNo, vabbe’, sta cosa di raccontarvi la favola mi fa mettere un poco scuorno.

Do you understand, scuorno?

Comunque, c’era una principessa (lo so, che fantasia), a cui regalavano una bambola. Doveva essere una bambola di quelle che nei film horror cominciano a parlare lingue sconosciute e di lì a poco si siedono a tavola e mettono il parmigiano sull’impepata di cozze, perché la principessina era proprio spaventatissima.

Tant’è vero che un giorno la prese e la nascose in un’ala del castello (perché una principessa un monolocale proprio no) che col tempo era stata abbandonata.

Quella parte del maniero, ovviamente, la cominciò a schifare, come se le sue mura di pietra si fossero impregnate dell’orrore che le faceva la bambola. Crescendo, dimenticò perfino perché le facesse tanta paura, ma insomma, fatto sta che quell’ala del castello rimaneva disabitata, e cominciò anche a proibire alla corte di andarci.

Finché, un brutto giorno (che poi quando leggevo “un brutto giorno” pensavo sempre che piovesse), dei nemici del regno vicino vennero ad assiediare il castello.

La battaglia medievale immaginatevela voi, oh, mica so’ George R. R. Martin! Alla fine, alla principessa e alla corte non restava che una sola via di salvezza: rifugiarsi nell’ala proibita del castello e riorganizzare le difese.

Ma la principessa era riluttante. Quella parte era pericolosa, era peggio dell’incendio, peggio dei nemici, perché… Perché?

Non se lo ricordava, ma comunque nenanche a parlarne. La corte si tratteneva dallo sputarle in faccia, ma avevano pure un po’ di fretta, che la fama dei saccheggi non è esattamente gloriosa.

Finché, a malincuore, la Nostra non si decise: tutti all’ala proibita!

Ora ci starebbe bene un principe, ma a noi non piacciono le storie tradizionali e poi la Nostra, una volta varcata la soglia proibita di quest’ala del castello, cominciò a gasarsi. Quello, tutt’è dare il primo passo. Quando vide che non succedeva niente, ragni cazzimmosi a parte, organizzò efficientemente le difese e riuscì finalmente a mandare un piccione viaggiatore a… Al PRINCIPE! Dai, inseriamolo qua, se no si piglia collera, anche se prima dell’assedio, va detto, la pereta non se lo filava proprio.

E alla fine, nemici sconfitti, castello bruciacchiato ma ancora in piedi, tutti felici e contenti.

Un momento… Tutti? La principessa restava col dubbio: chi m’ha cecato a chiudere sta parte del castello? (Intuirete che la sua origine è incerta, forse scandinava)

Finché, mentre tutti andavano a festeggiare e il principe pure si appropinquava a mangiare una cosina prima d’invitarla a ballare, la Nostra prese coraggio e seguì il suo istinto. Che la guidò sugli antichi passi che aveva percorso da bambina, fino al corridoio che finiva nella scaletta a chiocciola, che terminava nel giardino pensile, che sfociava in uno scalone di pietra, che portava a un attico con travi a vista, e vista mare (sì, la Nostra aveva voluto proprio assicurarsi di non trovarla più, la bambola, e il castello l’aveva progettato Calatrava). Comunque, la bambola era lì.

Un po’ impolverata, con qualche cacchetta di piccione sul vestito, e sempre ‘o cesso.

Ma, appunto, era una bambola.

La principessa, per non ammettere la figura di merda, si limitò a ridere delle sue paure.

Perché, insomma, quelle che abbiamo sono spesso false paure. Ci distolgono dai saccheggi veri, ci rovinano la vita, e quando ci decidiamo ad affrontarle ci accorgiamo che non erano proprio niente. Le loro conseguenze sulla nostra vita erano ben peggiori.

E sì, tutta sta strunzata per dirvi questo.

bienvenue-chez-les-ch-tis-27-02-2008-17-gEd è arrivato il momento tanto atteso dell’ultimo giorno di corso. Tanto atteso, perché svegliarmi alle 8 tutto agosto per andare a fare francese, uhm. Ok, mi svegliavo e mi riaddormentavo, la prof. si lamentava sempre del ritardo. E poi confesso che iscrivermi a un corso per principianti dopo aver letto La Recherche di Proust, non è stata un’idea brillante. Ok, l’ho solo iniziata. Ma la capivo, eh.

Abbiamo chiuso il corso in bellezza, con Benvenuti al Nord, quello francese ovviamente. In bellezza, perché io avrei potuto fingere di capire e le mie compagne neofite non avrebbero avuto modo di torturare ulteriormente Voltaire con qualche “Barceloné” o “giantiu” (versione brasiliana inedita dell’aggettivo gentil). Avevo visto solo Benvenuti al Sud, quello italiano, sorprendendomi della scarsa comprensione pubblica della differenza tra plagio e remake.

Essendo i due film praticamente identici, mutatis mutandis, ho avuto modo di apprezzare un’altra volta la scena in cui il protagonista “mammone” va a comunicare la volontà di sposarsi all’invadente genitrice, che con sua grande sorpresa lo “assolve” e benedice in quattro e quattr’otto.

Allora con le compagne abbiamo commentato, rigorosamente in spagnolo, che con le cose che ci fanno paura succede sempre così: ci pensi per giorni e giorni e, al momento fatidico di affrontarle, non succede niente di speciale.

Sì, ha confermato la prof. (sempre in spagnolo, conosce i suoi polli): lei aveva passato tutto il fine settimana preoccupata per il discorso che avrebbe fatto alle segretarie dell’associazione che ci ospitava. Il corso di francese non sarebbe ripartito a settembre, se non forse dal livello principianti, e lei, su nostra richiesta (giacché perseverare è diabolico), aveva acconsentito a darci lezioni private. Quindi s’era intossicata il sabato a chiedersi come l’avrebbe detto alle ragazze dell’associazione. Una una volta davanti a loro, ovviamente, era andato tutto liscio.

Quest’episodio mi ha portato a riflettere ancora una volta su questo paradosso: sarà che tendiamo a ingigantire le cose, ma, quando affrontiamo le nostre paure, scopriamo spesso che non erano poi così fondate, o che il disagio/dolore di cui abbiamo paura è più che sopportabile. Quando invece cerchiamo di evitarle, ci caschiamo dentro con tutti i panni, con conseguenze nefaste.

Mi sono quindi accorta che le principali difficoltà della mia vita, grazie Watzlawick, sono soluzioni sbagliate a problemi che non voglio vedere, sulla cui vera natura m’inganno.

Magari non sono la sola, che dite?

Allora sto facendo un esercizio un po’ scemo e molto utile: scoprire il problema di fondo, quello vero, e verificare quanto sia efficace la soluzione. Spoiler: appunto, lo è poco.

Esempio: il perfezionismo. Problema apparente: non sono perfetta. Problema reale: ho la convinzione infantile che senza essere perfetta non verrò amata. Quindi, problema realissimo: ho paura di non essere amata. Vedete un nesso patente tra essere amati e fare tutto bene? Se sì, vi do il numero di qualche psicologo, in che lingua vi serve? Pensate a tutte le persone piene di difetti “eppure” amatissime, e alla contraddizione che ci fa impazzire della persona odiosa con partner santo al seguito. Indi per cui: tutti gli sforzi che faccio per essere perfetta sono una soluzione inefficace a un falso problema.

Ma la vera questione, qual è? Non so la vostra, ma nel mio caso è il vuoto. Mi sono immaginata improvvisamente senza problemi. Le tesine di postgrado consegnate, la casa arredata e affittata, i lutti elaborati, i denti raddrizzati… No, qui si sfocia nell’utopia. Comunque. Solo un bel sogno? No, un incubo da paura! Perché, me lo dico da sola, vabbuo’? Sono tutte stronzate. A che mi servono? A coprire il vuoto, l’assenza di problemi. Perché?

Ci ho scritto una favola, una volta.

Ma ve la racconto nel prossimo post.

Cercate di non morire dalla curiosità.

cofanettoFacebook non è necessario, basta incontrare uno di loro, o un loro conoscente. Di quelli che frequentavamo prima.

Parlare del più e del meno, chiedere “che fanno gli altri”. E scoprire quanto sei cambiata rispetto a loro.

Io lo so, perché sono mesi, ormai. Mesi che mi sveglio ogni giorno e scrivo questo blog, e faccio il mio pezzettino di meditazione e i lavori del giorno, e sopporto i silenzi miei e altrui, e lavoro alle cose che sappiamo (se avete letto gli articoli precedenti) per migliorare, diciamo, la mia vita.

E dopo mesi che ti alleni a creare una routine che sia davvero tua, che ti rispecchi nei tuoi desideri più intimi e non in quello che credi di volere, è strano sapere di loro. Di quelli che ti popolavano, sarebbe meglio dire infestavano, la vita quando questo non lo facevi.

Di quelli che si potrebbero dare il cambio tra loro, tanto sono tutti uguali e tanto simili a te com’eri prima, tanto presi da se stessi da non sapere davvero dove andare.

E non è che tu sia tanto diversa, eh, la differenza è la direzione. Me lo spiegò un ingegnere, una volta. Non sapevo se perdonare un tipo che mi stava facendo soffrire un bel po’, ma mi aveva anche fatto del bene, in precedenza. E lui a spiegarmi questo concetto di direzione, l’esigenza di dover ordinare cronologicamente i fatti per vedere dove andavano a parare.

Io, se ordino cronologicamente i miei fatti, vedo quelli che c’erano “prima prima”. Quelli di quando rimuovevo la me stessa che era un problema, la mettevo da parte come un vestito da buttare. Di quando mi ero tinta i capelli di biondo, preferivo descrivere appartamenti a scrivere libri, la solitudine all’ammissione di voler essere amata, e mi accompagnavo a gente simpatica e noiosetta. Quella fa la sua vita, lavora, convive, si lascia, se ne va, torna, e forse non è neanche così noiosetta, ero io che nell’affanno di cercarne così avevo deciso lo fosse.

Poi ci sono quelli di prima. Di quando ho accettato la parte creativa e squilibrata che avevo ridotto in un angolino, e allora quella si è sfogata, mi ha popolato la casa di angosce e di gente più sbandata di me. Questi qua sono sempre gli stessi anche loro, sempre angosciati, con l’illusione che andandosene cambierà qualcosa, e l’inesorabile tendenza a tornare credendo che cambierà qualcosa anche così. Quelli mi fanno ancora male. Perché siamo così simili, e perché ormai so che per fare una buona rivoluzione, una buona pulizia vitale, devi capire che la verità non esiste, e non sei migliore di nessuno.

E allora chiamo libertà questo mio aver attraversato lo stagno in cui “mi avevano chiuso” quelli di prima, e in cui in realtà mi ero buttata io per questo difetto di costruzione che me ne faceva trovare solo così. Ma devo ammettere che sono contenta, di averlo fatto, e questa è la mia verità, e la cosa più bella è essere riuscita a rispettare la loro. Che è una cosa che avrei dovuto fare fin dall’inizio.

Perché ora ho imparato la famosa compassione. Per me, per loro. Per i miei errori, per i loro. E so anche che finché mi aggrapperò a quelli, agli errori, come una bambina a un aquilone, sarò legata controvoglia anche a quelli di prima, saremo costretti da questo filo invisibile, anche se ci evitiamo, ci rimuoviamo dalle rispettive vite.

Se lascio andare, invece, davvero non ho idea di se riusciremo mai a rivederci.

Di sicuro, so che sarà, per una volta, per il motivo giusto.

Perché vorremo.

Non perché non sappiamo fare altro.

lancia_spezzata_914144008Vittoria di Pirro. Vi ricordate, a scuola?

È quella in cui si perde più di quanto si guadagna.

Quella che riportiamo quando dimentichiamo per cosa, esattamente, lottassimo. Quando perdiamo il senso delle cose, quel famoso nesso tra gli sforzi che facciamo e i nostri obiettivi.

Ricordo all’università le colleghe di un altro dipartimento, dottorande in carriera che perdevano la loro vita al servizio di docenti despoti, salvo poi rendersi conto che, tra crisi e riforme universitarie, le magre consolazioni che ottenevano non compensavano lo sforzo fatto. Alcune si sono rassegnate a fare altro, ritrovando se stesse. Lì ti fa strano anche chiamarla “rassegnazione”, la consapevolezza che il motivo per cui continui a fare quella cosa non sussiste più. Poi ci sono quelle che lo fanno a oltranza.

In quante storie di re, di faide tra dinastie, dal Riccardo III (e Macbeth) di Shakespeare a Trono di Spade, tutto il casino che fa il sovrano di turno per prendere il potere non compensa i vantaggi che avrà una volta sul trono?

Io tutto questo lo chiamo vittoria di Pirro. Fare i debiti per comprarsi un’auto potentissima, ma anche spendere 500 euro in trucchi di marca e creme antirughe, e scoprire che l’acquisto non copre il senso d’inadeguatezza che l’ha mosso.

A me, indovinate un po’, capitava con le relazioni. Fare carte false per convincere l’indeciso di turno che l’idea di noi insieme non fosse poi così balzana, sopportare ere geologiche di ambiguità, tonnellate di dolore, e il peso terribile dell’assenza. Quando sono riuscita nell’intento ho avuto qualche mese di gloria, di bellezza, e poi secoli di incomprensioni, di nuove assenze, tutte le pause e le riprese di qualcosa che si è fatto ingranare con la forza.

Ormai un segreto ce l’ho, per riconoscere una potenziale vittoria di Pirro, me l’ha insegnato tale Kant: è quando ciò che voglio raggiungere è un mezzo e non un fine. Quando si tratta di qualcosa che mi “serva” a sentirmi meglio, invece che un obiettivo che mi faccia piacere raggiungere di per sé.

Nelle relazioni sballate, spesso l’altra persona ci serve come un mezzo per affermare le nostre capacità seduttorie, per convincerci che riusciamo a farlo, a sedurre chi non ci vuole. Se è questo, soprattutto, a spingerci, una volta raggiunto l’obiettivo non resta granché.

E, vi assicuro, come compagno di letto, Pirro è piuttosto scomodo. Ha i piedi freddi.

Ricordo l’alcolizzato di Donne che amano troppo, di Robin Norwood, che, dopo aver trovato la classica donna-santa che l’ha aiutato nella sua riabilitazione, l’ha persa quando ormai era diventato un’altra persona, sobria, attenta, presente. La santa non aveva più niente da fare, con lui, niente da dimostrarsi. La sua vittoria di Pirro era diventata una vittoria reale, e non le andava più bene.

E qui, allora, scatta la speranza. La speranza per cui, se il nostro amore è sincero, una volta sparita la causa per cui ci accanivamo, si possa trasformare, possa diventare un sentimento più sereno e sensato, facile da portarsi appresso e da godersi in due.

Ma non dobbiamo accanirci neanche in quello.

Le migliori “battaglie” si vincono deponendo le armi e scoprendo per cosa vale la pena davvero impegnarsi.

Spoiler: per questo genere di cose (amore, benessere, serenità), non si lotta affatto. Si lavora, si spera, un po’ ci si affanna. Ma, nonostante la fama che la precede, comincio a pensare che la vita, quella che davvero vale la pena attraversare, sia una grande pacifista.

banksy (1)Non dico i primi tempi, eh. Quando pensiamo al suicidio un’ora sì e un’ora no e la compagnia della prozia bizoca che ci usi per reggerle il gomitolo di lana è più appassionante delle nostre notti bianche.

Ma dopo un po’ che soffriamo per ammore il punto non è più lasciar andare il fedifrago, o la grande cessa.

Il punto è lasciarci andare noi. Liberarci, noi.

Perché inglesi e spagnoli hanno la vita più facile? Ve l’avrò già spiegato, in un paio di parole se la cavano egregiamente, addirittura in spagnolo ne basta una: soltar. L’inglese non è da meno: due parole, una lettera in meno. Let go.

In italiano boh, lasciar andare, lasciar correre già no… Vediamo. Liberarsi.

L’idea di togliersi una zavorra di dosso, e allo stesso tempo lasciar andar via un aquilone, una barca legata a un molo, fate vobis.

In ogni caso, girare pagina, liberare il passato, liberarsi del passato.

E niente, ieri in palestra, che è un po’ il mio pensatoio (il che spiega molte cose) mi sono resa conto di questo. Non si tratta di lasciar andare uno, ammettere che dopo mesi e mesi di pianti sempre più radi e inviti a uscire rifiutati con sempre più esitazione è come se si venerasse il ricordo di una cosa che non esiste più, se mai è esistita. Non si tratta di lasciare andare una persona che nemmeno esiste più, che mesi e mesi di corna e macumbe nostre gli avranno pur cambiato i connotati, no?

No, la questione non è lasciar andare lui/lei, è lasciarci andare noi. Permetterci di essere quello che siamo diventati. Le cose che avremo pur imparato tra una considerazione sulle varie forme di suicidio e l’eterno dilemma lo chiamo o no.

Fa quasi paura, liberarsi di un dolore che ci ha accompagnati per mesi. Per quanto faccia male, è rassicurante, è tutto ciò che siamo stati per un bel po’ di tempo. E anche dopo, quando la vita ha ripreso il suo corso, è stato un compagno fedele, una delle poche certezze della vita insieme al fatto che i parrucchieri armati di forbici non sappiano quantificare “due dita”.

Allora, viene il momento atteso e temuto (almeno inconsciamente) di rendersi conto che stiamo sopravvivendo a noi stessi. Che il nostro dolore è ormai un simulacro, avete presente Baudrillard che cita l’Ecclesiaste? Lo so, nota lettura da palestra:

Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.

Un’apparenza che non rinvia a nessuna realtà sottogiacente (questa è Wikipedia, vabbuo’?).

Ecco, il nostro amore è così, ormai, un sogno che si appoggia su qualcosa che non esiste più, che non si può riproporre negli stessi termini e no, no, no, non sto dicendo che non ci possiate tornare insieme, in caso siate ancora nell’odiosa fase in cui tutti vi dicono di lasciar andare come se dipendesse da voi. Dico solo che, grazie al cazzo, non sarà più come allora, perché è cambiato l’altro e siamo cambiati noi.

Già, ma come siamo cambiati? Perché l’abbiamo fatto, o almeno l’ha fatto la parte che ci metteva a letto mentre ci chiedevamo se in quel momento stesse con lei, ci buttava sotto la doccia quando ormai i pantaloni del pigiama potevano lanciarsi da soli in lavatrice, che ci armava di spugna e detergente piatti quando la pasta avanzata di tre giorni prima cominciava a chiamarci mamma e chiederci la paghetta.

Insomma, sì, siamo altre persone. Ed è più rassicurante restare con l’ulcera che accettare di vederci alle otto, con quello che ci chiama spesso in chat, alle otto di sera (ci avete provato…) e non alle tre del pomeriggio nel bar più affollato in città.

Ne avremo il coraggio?

Avremo il coraggio di scoprirci?

Di scoprire chi possiamo diventare, se non fossimo troppo impegnati a chiederci chi dobbiamo essere?

Eli_Wallach_012Ci credereste, che L’amore non va in vacanza ha fatto parte di un cineforum, durante il mio dottorato?

E siccome ero una studentessa zelante e desiderosa di imparare tutto quanto i dottorandi hanno a disposizione in Italia (soprattutto attacchinaggio e presenzialismo ai cineforum dei prof) non me ne persi una virgola.

Mi rimase impressa la battuta del trailer che spammavano l’inverno precedente a Manchester (dove me l’ero scansata per El laberinto del fauno, il mio destino spagnolo era segnato). Con lessico cinematografico, il compianto Eli Wallach dava a Kate Winslet una lezione di vita: nei film ci sono le protagoniste e le migliori amiche. Tu sei una protagonista, ma per qualche motivo fai la parte della migliore amica.

Immagino che la frase fosse stata scelta nel trailer perché molte (e molti) di noi si riconoscono nella definizione.

Ci ripenso ora, a più di 6 anni di distanza, perché finalmente l’ho capito: io nella sceneggiatura non sono manco la migliore amica. Vivo direttamente negli spazi tra le battute. Io vivo tra parentesi. O vivevo, spero.

Ero l’amica che ti consigliava quando avevi problemi d’ogni genere, ma quasi mai condivideva i suoi con te. L’alunna che stava zitta per non far vedere che sapeva più degli altri, ma che non si esimeva dal dichiarare l’ignoranza nelle materie che non le riuscivano.
Poi, l’impiegata veloce che, temendo ripercussioni sui compagni di reparto, suggeriva loro al PC le risposte da dare.

In amore, sono stata soprattutto due cose: l’eterna amica che sapeva quando sparire, quando la “titolare” rivendicava l’attenzione del suo amore platonico; quella che “se smettessi di usarmi come passatempo staremmo così bene, insieme”.

Perché lo facevo? Ora mi dico, per due motivi principali.

Il più ovvio è che le cose non possono andare male se non ci provi nemmeno. Se sei il puparo invece che la marionetta è come se i fischi non li prendessi mai tu. O meglio, parafrasando il quinto libro di Trono di Spade: meglio ridere del gioco che giocare e perdere.

E poi perché [attenzione, argomento contorto], a sminuire la mia importanza confermavo a me stessa di essere speciale.

È che ero troppo brava per uscire allo scoperto a scuola o al lavoro. Aiutavo perfino gli altri. Così non dovevo notare le cose ridicole che facevo in campi che non padroneggiavo.

Ero troppo buona rispetto alla Corte dei Miracoli costituita dal mio gruppo di amici: occupandomi dei loro problemi potevo chiudere tutti e due gli occhi sui mille modi che trovassi io per rovinarmi la vita.

L’amore, per esempio. Avere un amore platonico è comodo, così come mettersi in situazioni ultrapoetiche e drammatiche in cui non c’è mai il rischio di ritrovarsi davanti a un divano in pantofole a guardare la Tv insieme. Solo baci furtivi e spazzolini da denti messi di nascosto in borsa, che manco quelli era dato lasciare nell’altra casa. Ovviamente era l’altro che non si accorgeva di che splendida compagna sarei stata, invece che amica o amante. Colpa sua, comunque, io ero quella dell’amore puro che non poteva fare sul serio per reticenza altrui.

Insomma, niente fa sentire così speciali come non fare da protagonista, nella propria vita. Così bravi e condannati dal destino.

L’antidoto, ora ve lo posso dire, siete stati voi. Non l’unico, eh, che pare che vi sto adulando.

Ma insomma, tutto questo mio sentirmi speciale dove andava a parare? Nell’essere unica e irripetibile.

Ed è difficile continuare a crederlo quando qualcuno altrettanto unico e irripetibile si prende il disturbo di scriverti due righe: “Ciao, sai che in questo post mi sono riconosciuta molto?”. “Quello che scrivi qua è esattamente quello che mi sta succedendo”.

Mi sa che non potremmo andare così sincronizzati (smussando le mie follie) se non fosse che siamo fatti della stessa sostanza. Non solo dei sogni, ma degli esseri umani.

E che una delle maledizioni più belle che ci toccano è avere simili bisogni e desideri, anche se declinati in modi diversi. Ve lo dice una che si vantava di volere cose diverse da tutti.

Ma è proprio dura trovare qualcuno che non voglia essere amato, qualunque sia il tipo di amore che cerca, a meno che non creda di non meritarselo, che quella è un’altra storia. Come è difficile trovare qualcuno che voglia essere non dico felice, ma sereno, una volta che capisca come me che tutta l’ansia autoprodotta per evitare le sue paure gliele serve su un piatto d’argento, pronte ad avverarsi.

Insomma, mi state guarendo dall’assurda e arrogante malattia di credere che l’unicità abbia un prezzo.

Si distribuisce gratis, dalla nascita, ma se ne accorgono in pochi.

Per gli altri, mi sa, ci sono i blog autoreferenziali. Ehm.

Janus-VaticanAvete presente quei dolori double-face?

Sì, come le orribili giacche a vento che ci regalavano da piccoli.

Sono quelli che sentiamo quando siamo bloccati, quando, come ci muoviamo ci muoviamo, facciamo danni.

E allora, se ci telefona, male, perché alimenta le nostre speranze, quando si vede lontano un miglio che non gli piaciamo abbastanza. Se non ci telefona, invece, stiamo malissimo.

Se telefoniamo noi a nostro padre per riconciliarci, a Natale, finiremo per litigare. Se non lo facciamo, la cosa non si risolverà mai.

Se restiamo a fare questo benedetto praticantato a costo zero, ci sentiremo umiliati, non avremo tempo libero né una remunerazione decente, e non sappiamo neanche se “farà curriculum”, come ci hanno detto (non) assumendoci. Se l’abbandoniamo, “non avremo in mano neanche quello”.

Double-face, come Giano bifronte, quello della pace e della guerra. Solo che nel nostro caso le facce significano entrambe guerra, e sono comunque facce ‘e corna.

E no, non ho né l’antidoto né l’anestesia.

Ho una considerazione personale, però.

Gli amici miei che finiscono in queste storie double-face sono gli stessi che dichiarano di non volersi impegnare in una relazione, o di non volere figli che sono un peso, o di aver diritto a divertirsi, “finché la cosa non si fa seria”.”Frequentano” qualcuno che palesemente non è interessato che la metà, rispetto a loro, ma che neanche se ne va, per la sua propria ambiguità o per tornaconto personale. Ma, come me nella stessa situazione, i miei amici si dicono che la cosa è sotto controllo, che in fondo non sanno neanche loro cosa vogliono, che alla fine non sono innamorati, che vogliono un distacco lento, meglio che tutto insieme… Balle. Almeno per me, almeno nel mio caso. E a naso, che finalmente imparo ad avere naso ANCHE metaforicamente (che fisicamente sicuro non mi manca), sono in buona compagnia.

Quando litighiamo coi nostri genitori, chi è stato il primo? Il primo a “tirare la pietra e nascondere la mano” (e ve l’ho tradotta dal napoletano). A dire “vediamo se facendo io la vittima l’altro mi viene incontro”. Ci sono giochi di ruolo, nelle famiglie, che si trascinano da decenni e farebbero invidia a Dungeons & Dragons. Ricatti morali, vittimismi, perfino malattie psicosomatiche strategiche. A rigor di logica avrebbero cominciato i genitori, c’erano prima loro. Ma insomma, siamo buoni alunni.

Il lavoro è il paragone più difficile. So che tocco un tasto dolente e le nostre responsabilità in una crisi economica saranno pure notevoli, ma il raggio d’azione è limitato. Però voglio dire una cosa, a rischio di essere lapidata. A Barcellona vedo tante persone cercare lavoro, metterci anche un anno a trovarlo. La cosa está muy mal, siamo tutti d’accordo, e l’ottimismo da solo non la cambia, né è questione unicamente di volontà. Ma perché ho amiche che, anche se per motivi vari devono cambiare spesso lavoro, trovano sempre qualcosa? Qualcosa di malpagato, triste, impossibile, ma qualcosa. E amici (che il senso del proprio valore si declina più facile al maschile) che è come se stessero sotto un albero di fichi con la bocca aperta, senza pretendere neanche di allungare la mano e prendere i frutti quando cadono. Rispondono a quelle due offerte di lavoro, vanno a fare i colloqui mezzi scocciati. E qui fanno bene, quando si tratta di rifiutare i lavori sfiancanti che le amiche invece accettano. Non si piegano al ricatto delle 8 ore quotidiane a fare dei lavoretti. Ma insomma, è come se non ci provassero mai davvero, né abbandonassero le speranze. A Barcellona, poi, la panacea di tutti i mali è partire. Per nuove mete che, finché non cambi la testa, miglioreranno notevolmente le tue condizioni di vita, senza mai cambiarle davvero.

Ho letto questo bel concetto ne La via dell’artista, di Julia Cameron: se vi guardate indietro, vi accorgerete che la vita è stata ambigua con voi quando eravate voi a essere ambigui con la vita.

E con voi stessi, aggiungo, parlando anche a me.

Perché non sapere cosa si vuole è frequente e comprensibilissimo. Fingere di non saperlo per il rischio di non ottenerlo (o di ottenerlo?), per me è imperdonabile.

E allora, chiudiamo le porte del tempio e, fuori da ogni ambiguità, desideriamo almeno la pace.

Per la guerra, quando avremo finalmente deciso per cosa combattere, abbiamo tutto il tempo.

everest Uff, non so come scrivere quello che leggerete senza essere retorica. E non posso neanche chiamare Proust per consigli.

Allora comincio con una precisazione: per disertare il corso di francese e andare in palestra, devo stare proprio male.

Ma malemalemale. Quelle cose che dici ok, ho sbagliato tutto, la mia vita è una scemenza, vado a buttarla insieme al sudore su una cyclette e poi andrò al parco ogni giorno come un pensionato 80enne finché il dolore non sia finito.

Avete presente quegli errori che sono come cambiali, che si continuano a pagare molto dopo aver ammesso che fossero errori? Ne parlavamo qua. Ci si domanda, senza voler declinare le proprie responsabilità, quo usque tandem, hasta cuando… Inso’, quando finisce l’incubo.

È lì che la speranza, sempre più stronza, mi tende un agguato. Proprio nella palestra comunale a prezzi stracciati, quella in cui respiro il sudore dei vicini di step sperando in cambio di essere al sicuro.

Macché. Taglio la strada a uno. Un tipo di quelli che mio padre, medico, saprebbe esattamente che cos’hanno, ma io al massimo so dire che ha di quegli spasmi che sembra che una parte del suo corpo voglia andare altrove, in tutt’altra direzione, e il proprietario con fatica e pazienza lo metta insieme, attimo per attimo, portandolo dove vuole.

Se non mi sputasse in faccia, gli direi che su un piano infinitamente più facile sto facendo qualcosa del genere. Ma no, mi ritrovo lì nel mezzo della sua traiettoria un po’ ellittica, e gli chiedo scusa. Lui fa una specie di sorrisetto con la parte di bocca che lo asseconda, e mi invita con un cenno nervoso a passare.

Poi, mentre cerco di non piangere e far giocare i numeri a mezza palestra, me lo ritrovo sempre vicino, tipo angelo custode, lui cyclette mentre butto il sangue sullo step, lui sul materassino degli addominali a due postazioni dal mio.

Mentre faccio gli addominali inferiori, reggendomi alla sbarra nella posizione più ridicola possibile, assisto alla scena: il tipo di cui sopra va a riporre il suo materassino. Deve infilare i due fori metallici in altrettanti pioli, impilandolo con gli altri, operazione che a me richiede un secondo e a lui almeno 30. Tra minimanovre per coordinarsi, centrare prima un piolo, senza andare troppo in fondo, e poi puntare all’altro.

In quella arriva un pezzo d’uomo che mi domando come non abbia notato prima. Sta lì a osservare l’operazione e aspettare un po’, poi, armato delle migliori intenzioni (come sempre accade in questi casi), allunga le mani verso il materassino traballante, offrendosi di completare lui l’operazione. L’altro fa un gesto più brusco degli altri: si tira l’oggetto a sé, stacca l’auricolare dall’orecchio destro e parlotta un po’ con questo, che lo ascolta con un’espressione di circostanza.

Immagino sia una di quelle cose tipo “devo farcela da solo”, e non posso fare a meno di pensare a tutta la retorica che accompagna la vita di persone come lui, dai corri, Forrest, corri, al conferenziere monco che si rialza con una bella colonna sonora in sottofondo a sottolineare l’importanza del “rialzarsi sempre nella vita”. E mi chiedo come si possa trovare un equilibrio tra smettere di trattarli come se fossero speciali e allo stesso tempo apprezzarne il coraggio, quando lo mostrano.

Intanto, sarò io a fare gli addominali in fretta o il tipo a essere davvero lento, ma arrivo a riporre il materassino quando lui ha appena finito, finalmente, di piazzare il suo.

Lo guardo con un sorriso, aspettando che si sposti per compiere la stessa operazione.

È lì, che succede.

Il tipo mi strappa il materassino di mano, con un gesto che sarebbe stato brusco in altre circostanze, e comincia a riporlo sopra il suo.

Resto costernata. Cavalleria? Si è offeso per il sorriso? Vuole dimostrare qualcosa a me? O a se stesso?

C’è poco di retorico, nel suo gesto. Non scatta nessuna colonna sonora commovente e resto col dubbio che una femminista non dovrebbe prenderla benissimo.

Ma sono ammirata, davvero. Dal fatto che la reazione più normale di quelli come me, che si credono così infelici da dover saltare il corso di francese, sarebbe stata aiutarlo. E invece no. Invece lui compie un gesto di gentilezza che fatto da chiunque sarebbe una goccia nel mare, ma da lui.

Ringrazio, chiedendomi se debba aspettare che riponga o appunto me la debba squagliare grata del secondo che mi fa risparmiare, col suo mezzo minuto. Lo saluto.

Mentre scrivo, capisco che la cosa più bella che mi ha dato non è stata il suo esempio. Il fatto di avermi ricordato che se uno sconosciuto può regalare 30 secondi di convulsioni a una sconosciuta, quest’ultima saprà ben gestire i suoi amori e le sue case in affitto.

No, mi ha ricordato che sto imparando a ricevere. Dopo tanti anni passati a dare, dare, dare, anche a chi non mi chiedesse niente, sto ricevendo volentieri complimenti, carezze, manifestazioni d’affetto.

Ma quei 30 secondi di uno sconosciuto, e ok il volemose bbene, o il siamo tutti figlidellostessoddio alla Gigi D’Alessio, quei 30 secondi sono stati finora il regalo più bello.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora