Magari già conoscete questa pagina: in tal caso la inoltrerete negli auguri di fine anno, come il regalo che le nostre mamme si passano in un (ri)ciclo infinito, finché non ritorna a quella che l’aveva fatto all’inizio.
Se non conoscevate la pagina, fatene buon uso. A me l’ha fatta scoprire indirettamente Vera Gheno, e le sarò grata a vita.
Per il resto, non posso fare bilanci perché sono tornata a Barcellona e, sul serio, tra variante omicron e strade infestate a ogni ora, non ricordavo nemmeno che giorno fosse.
Diciamo che metto la foto qui sopra, come promemoria di ciò che voglio cambiare: negli ultimi mesi intravedevo dal mio salottino questo tramonto sfocato tra i tetti, ma tra una cosa e l’altra non uscivo mai in tempo per godermelo. Pensavo a riempire la ciotola di Archie (sacrosanto), a cercarmi calzini che non fossero bucati (mission impossible), perfino a sciacquare il cucchiaino del tè (chi, io?). Sembrava lo facessi apposta. Forse è proprio così.
Comunque sia, voglio smettere.
Se proprio mi posso permettere, per l’anno prossimo vi auguro bei tramonti, e il proposito di viverli in tempo.
Ecco a voi un panorama che ho ammirato fin da quando non ero più alta di quella ringhiera rossa. Solo che, ai tempi, l’eterna casa in costruzione era molto più in malarnese: nella sua campagna selvaggia cacciavano alcuni gatti che amavo, e una volta, in mezzo agli sterpi, si depositò un pallone gonfiato a elio, di quelli a forma di verme che si vendevano alle sagre paesane. Mi fece una pena infinita, col suo tentativo di staccarsi da lì e volare: sapevo che era destinato a ondeggiare nella brezza estiva, fino a sgonfiarsi tra l’erba. Osservandolo, ci scrissi su un racconto in una sera sola, dove lo facevo innamorare della prima stella. Poi, da grande, mi staccai io da lì, ma la casa rimaneva incompiuta.
Me l’ha ricordato in tempi recenti Massimo, dieci anni, chiamato Maxim dalla madre ucraina: nell’accento paesano con cui parla anche il russo, il bambino mi ha spiegato sbuffando che quella casa “insopportabile” è in costruzione da quando lui andava in terza elementare. Non ho osato dirgli la verità.
E poi, ci ho sempre scherzato su: crescere di fronte a una casa incompiuta è un terribile auspicio, specie perché… sapete qual è il peggio? Ogni tanto venivano dei muratori, e allora una nuova fila di mattoni si univa alle due o tre che c’erano già. Ma poi tornava tutto come prima. Una volta che i muratori stazionavano più del previsto, dalle viscere del terreno spuntò perfino un garage. Rimase poi lì, inutile, a sporcarsi. I miei mi parlavano di un problema di licenze (alle spalle del terreno sorge la mia antica scuola elementare), e di passaggi di proprietà, che però sfociavano sempre nello stesso risultato: il frastuono di un tosaerba, poi un andirivieni di operai, poi più nulla. Madonna, l’ansia.
Adesso, si diceva, pare sia la volta buona. Il che è un grande cambiamento, come lo è d’altronde avere un vicino che ti insegni il russo con accento paesano: anche ciò che crediamo immobile va avanti, il che è allo stesso tempo una banalità, un rammarico e un sollievo.
Quando sono volata via al posto del palloncino, ho scoperto terreni in cui crescere non è invecchiare, fermarsi non è ristagnare, e una fila di mattoni può trasformarsi in due file, tre, una parete.
La casa non ha avuto bisogno di spostarsi, per scoprire le stesse cose.
Sarà che siamo invecchiate tutte e due, eppure cominciamo adesso.
L’altro giorno mi sono resa conto, col compagno di quarantena, che erano passati due anni.
Due anni fa, lui mi aveva accompagnato alla navetta per l’aeroporto, e io ero convinta che non ci saremmo mai più rivisti, perché lui parlava di lasciare la città prima che finissero le feste. Invece, mentre ero già sul predellino, mi aveva detto: “Ti aspetto al ritorno!”.
Abbiamo festeggiato l’anniversario alla grande: nuggets di pollo finto e involtini primavera surgelati. Poi, in vista della mia partenza di quest’anno, ho fatto una corsa al tampone, per scoprire che le farmacie li avevano finiti e le cliniche ne approfittavano per venderli a prezzi da strozzinaggio.
A fine giornata, io ero incazzata col mondo, e lui era quello saggio e sensato che mi faceva coraggio. A quel punto c’era da aspettarsi solo la piaga delle locuste. Gli ho detto: “Sai? Forse, almeno una volta in vita mia, vorrei passare un anniversario alla Ed Sheeran“. Gli ho nominato Sheeran per dire: mazzo di fiori e tavolo prenotato al Green Spot, che ha le candele. Poi mi sono chiesta se volessi davvero una cosa del genere: uhm, forse no. Ma almeno avrei voluto fare qualcosa di significativo per noi. Così, quasi per caso, gli ho insegnato l’italiano. Ma non quello che credete.
Mentre mangiavo una banana, lui ha preso un libro dalle mensole del salotto. Gli ho chiesto che libro fosse, ma lui non ha capito, e io ormai masticavo un altro pezzo di frutta. Allora ho indicato il libro e ho chiuso la mano a cono, agitandola nel tipico gesto italiano. Mi ha guardata come se fossi impazzita del tutto.
A quel punto, una volta finito di mangiare, gli ho fatto: “Lesson 1”.
Mano a cono: 1. “Cazzo vuoi?”. 2. “Ti sto facendo una domanda” (ma non posso parlare/non mi senti), spesso usato per significare: “Che stai facendo/che è ‘sta roba?”. Da non confondere con: 1. mano a cono con movimento del polso (“Sei un pupazzo”, uno “chiocchiò” in napoletano); 2. mano rigida che ruota in linea con l’avambraccio: “Mmm, che bontà!” (ma se la mano è floscia può significare: “Seh, ciao!”).
La lezione è proseguita con le facce abbinate a tali gesti, e ancora devo capire se lui lo faceva per sfottermi, ma ne ha azzeccate almeno la metà.
Il giorno dopo, con 24 ore di ritardo rispetto all’anniversario, mi ha accompagnato alla navetta per l’aeroporto. In realtà stavolta l’ho salutato al semaforo: Archie era rimasto solo, e comunque c’era la folla che sapete.
Due anni prima eravamo un po’ sorpresi, quasi emozionati, dal fatto di tenerci per mano. Adesso lui mi teneva per le spalle, trasformandoci in una di quelle coppie lente che mi ritrovo sempre davanti quando vado di fretta. Ma la differenza più grande non era quella.
Adesso sapevamo. L’entusiasmo di due anni prima era diventato la consapevolezza di tutto ciò che era successo poi: una pandemia, lunghe assenze, e una serie di vicende che non avrei mai immaginato neanche sotto acidi, e che infatti mi hanno ispirato un romanzo.
Preferivo l’entusiasmo incosciente di due semisconosciuti? O mi va bene la complicità temprata da due anni di surrealismo quotidiano, e qualche risata?
Difficile scegliere. In ogni caso, prima o poi quello stronzo di Ed Sheeran canterà anche per me.
Ciao, sono il Grinch. Vivo nel cuore del Barrio Gotico di Barcellona, e non capisco.
È dal ponte dell’Immacolata che ogni giorno, specie nel fine settimana, sotto casa mia arriva un esercito di cappotti scuri (di solito, piumini) che comincia a razziare i grandi magazzini del Portal de l’Àngel, a caccia di maglie di H&M o di ZARA (che so che in Italia passa per una marca raffinata, ma qui non lo è), o di calzini colorati per una cosa che si chiama l’amico invisibile, e consiste nel mettere una serie di regali scadenti in una cesta e assegnarli a caso. Seguitemi per altre avvincenti tradizioni natalizie! (Con la partecipazione straordinaria di Viggo Mortensen).
A ora di pranzo, questo esercito di piumini neri (che sospetto siano stati comprati in saldi negli stessi negozi razziati) è spesso munito di panino avvolto nella stagnola, un classico della cucina locale. Chi non dovesse portarselo da casa farà la fila al Pans & Co. (anche le nonne, specie le nonne: questa è l’unica cosa che mi piace di tutta la faccenda). Il fatto è che tutto intorno ci sono solo “ristoranti troppo cari” (qui, sopra i dieci euro passa tutto per rapina a mano armata), o ristoranti “esotici”, che servono cose che nessuno capisce (tipo dei tagliolini cotti al dente). Per misurare cosa sia esotico, tenete conto che il tipico menù locale è: insalata o verdure cotte, poi carne o pesce, e patate o riso per contorno.
Ve l’ho detto, sono il Grinch. Sarà che questo esercito è pervasivo e non accenna a diminuire. La mia domanda è: chi cavolo glielo fa fare, e perché non lo capisco?
Risposta immediata: come al solito, è il mio privilegio. La maglia di Zara che ha già i pelucchi sul retro (ce li ha, guardate bene) tampona almeno l’emergenza del regalo alla cognata, mentre l’amico invisibile, a fronte degli stipendi medi locali, è una soluzione ai regali in ufficio o nella comitiva del liceo.
Perfetto. Adesso, senza benaltrismo (vi piace vincere facile!) e spiegandomelo come se avessi sei anni, mi dite chi ce lo fa fare? Lo so: chi, al contrario di me, ha rapporti umani normali, scende a tanti compromessi, tra il battesimo alla bimba perché la nonna non abbia un infarto, alla vigilia passata a cucinare per venti invece di andare al ristorante, che almeno a Barcellona è una prassi consolidata per risparmiare tempo, soldi e manodopera. Però non mi tirate fuori i bambini!11!, perché, per la disperazione mediatica di qualche uomo che non li accudirebbe, se ne fanno sempre di meno.
Ribadisco: non sarebbe più semplice levaretutto di mezzo? Forse no. Se comincio a conoscere la mia specie (ricordate il mio nuovo master inutile in Psicologia?), smantellare tutta ‘sta macchina delle feste dev’essere più dispendioso, almeno emotivamente, che continuare per inerzia a spendere soldi e distruggersi ai fornelli per due settimane. O almeno, dev’essere percepito come più dispendioso.
Perché ormai ho capito che gli esseri umani non sono capaci di valutare la loro felicità sul medio e lungo termine. Beh, che dire: tra i propositi di anno nuovo, non sarebbe ora che decidessimo di imparare?
Perché vi assicuro, se Darwin si fa una passeggiata sotto casa mia, altro che iguane: quello corre ad accamparsi tra le salamandre del Parc Güell fino alla fine delle feste.
Speriamo che lasci un po’ di spazio in tenda anche a me.
Vi capita mai che la stessa storia, nel corso del tempo, assuma per voi significati diversi?
Ve lo chiedo perché sto scrivendo un nuovo romanzo, dunque sto vivendo tra due mondi, anzi tre: un passato che non ho mai conosciuto, ma di cui ho scoperto l’esistenza vent’anni fa; un futuro che non conoscerò mai, perché è quasi impossibile che si verifichi così come lo immagino; il presente che conosciamo.
Ok, un po’ vi ho ingannato: il romanzo non è nuovo. Sono vent’anni che la prozia di un mio amico, morta troppo presto, mi perseguita in ogni fase della mia vita, con nuove domande e risposte su quella fine precoce. Tanto che la cara estinta ha perso i connotati originali è diventata una me che non è mai esistita, e mai esisterà. Perché Angelina, come la chiamo da vent’anni, sarebbe morta “per amore”: un’evenienza sulla cui impossibilità mi avevano già istruito i Neri per caso, prima ancora di Lucio Battisti.
Adesso che decostruisco l’amore romantico, questa diagnosi così triste e poetica si intreccia con un altro tema a me carissimo: sopravvivere all’amore, quello “della vita”, una volta che hai scoperto che non dura una vita. Però me lo immagino lo stesso, questo amore mai morto né nato: si può trovare solo se ne dimentichiamo il volto, per poi ricomporlo in modo che ci assomigli. Forse si fa prima a morire, ma francamente è una sorte che lascio alla povera Angelina.
Io mi limito a dire che il passato e il futuro mi mulinano in testa in questi giorni di strade affollate e luci un po’ squallide. Pazienza se una vulgata orientale mi invita a concentrarmi su un presente che sarebbe l’unica realtà, e che però, date le circostanze, mi angoscia più di tutto il resto.
Martin Seligman sostiene, come ricordavo qui, che la nostra specie è fatta per sfruttare il passato a beneficio del futuro: ne va della nostra sopravvivenza.
A voi, chi vi insegna a sopravvivere? La mia maestra è Angelina: il suo coraggio e i suoi errori mi svelano a poco a poco una serenità senza tempo.
Dal mio ritorno a Barcellona dopo la parentesi italiana, mi sono sciroppata due virus (uno intestinale e uno influenzale), un’altra dose di vaccino e svariate emergenze domestiche.
Quello che non mi sono sciroppata è l’ennesimo polemicozzo nel mio piccolo mondo di qua: Tizio che ha detto questo, Caia che si è candidata per “azzuppare” (scusate il tecnicismo catalano), eccetera.
Allontanarsi per un po’ dal posto in cui viviamo è salutare almeno in questo: viste da lontano, molte ambasce della nostra quotidianità appaiono francamente irrilevanti. Perché mai? Forse perché hanno perso l’importanza che avevano nella nostra vita quando abbiamo iniziato a preoccuparcene. La nostra non è stata per forza un’evoluzione: magari abbiamo preso un cammino diverso, e certe questioni sono diventate un rumore di fondo, che ci impedisce di fare ciò che conta davvero per noi, qui e ora.
Attenzione a un equivoco frequente: in una faccenda che non ci interessa più, distanza non è sinonimo di equidistanza. Riusciamo ancora a pensare che Tizio ha detto una cazzata, e che Caio, sbeffeggiandolo, non è passato per forza dalla parte del torto.
Però possiamo dire che ormai di Tizio e di Caio non ce ne frega una beneamata? Dai, fatelo anche voi. Prendete le vostre dispute condominiali, le faide al lavoro, le rivalità in famiglia, e confessatevi da uno a dieci il ca’ che ve ne frega. A quel punto, compatibilmente con le vostre necessità, chiamatevene fuori. In casi del genere, perfino sparire e basta non è sempre sconveniente.
Poi vedrete.
Queste scemenze funzionano così: quando ci sono (pre)occupano, quando spariscono… non succede nulla. Non ci sentiamo più felici. Ci sentiamo presenti, con il tempo e le energie per pensare davvero a ciò che ci pare.
Amen.
(Un’immagine della mia vita barcellonese fino a qualche tempo fa).
Avrei due pensieri per il medico del 112 che l’altro ieri, dopo una lunga telefonata corale in quattro lingue diverse, ha raccomandato a un mio inquilino in stato confusionale di prendersi un taxi per arrivare al pronto soccorso più vicino.
Mi dispiace. Voglio pensare che il dottore fosse sincero sulla mancanza di ambulanze, e magari costretto a stabilire delle priorità. Con una pandemia ancora in corso, un ragazzo non ancora trentenne che sia prosciugato da un virus intestinale deve essere tristemente messo da parte per altre emergenze, anche se non riesce quasi a muoversi, o a reggere un cellulare, o a dare risposte coerenti su cosa gli stia accadendo. La domanda, però, è la stessa che ci facciamo dall’inizio della pandemia: come abbiamo raggiunto questo stato di cose?
Se la telefonata fosse stata fatta in un altro angolo di casa mia, cioè la dépendance appena occupata dai “successori” di Cri, i soldi per il taxi non ci sarebbero proprio stati. I nuovi ospiti, due ragazzi fantastici, sono arrivati direttamente dalla strada, con una tortilla precotta offerta come cena dai servizi sociali. Anche se mi dicono che non gli serve niente, quando vado a fare la spesa, sospetto che per loro anche i sette euro di taxi per raggiungere il pronto soccorsosarebbero stati un tabù.
Per fortuna è andata bene: il taxi è arrivato presto nonostante la folla dell’Immacolata. L’infermo è tornato a casa due ore dopo, più tranquillo e in forze. Io ripenso a ogni volta che noi dell'”Europa unita” sfoggiamo incredulità e sarcasmo sotto i post americani che parlano di quantocosti un’ambulanza. Già, perché noi ce le abbiamo gratis, le ambulanze. Noi ce le abbiamo.
Cri è un omone catalano di un metro e novanta, di probabile origine gitana: i servizi sociali me l’hanno mandato al posto della rifugiata afgana che mi aspettavo da un programma che si chiamasse “città rifugio“. Poco male: Cri aveva figli, aveva perso il lavoro ed era rimasto in strada, e qui non si bada al passaporto (sperando però che chi non ha il “passaporto giusto” pure trovi l’assistenza adeguata).
Cri, a dirla tutta, mi stava un po’ sui nervi. C’era il problema di non potergli confessare che fosse ospite non pagante, nella mia dépendance, o l’entità che me lo mandava avrebbe avuto problemi con gli altri utenti. Così lui mi credeva la sua padrona di casa e non finiva di chiedermi cose, per quanto piccole. Una volta che era saltata la luce in tutta la strada (dunque, non potevamo farci nulla) mi aveva domandato se volessi parlare io con l’amministratore, o preferivo che ci andasse lui! In ogni caso, aveva aggiunto, che fine aveva fatto lo stendipanni in corridoio?
Va detto che Cri, oltre a chiedermi cose, me ne offriva altrettante. Dopo aver usato il mio secchio per i pavimenti (aveva snobbato quello “artigianale” ricavato da mezza tanica di plastica), mi offriva l’acqua sporca, che secondo lui si poteva riutilizzare. Ringraziavo e buttavo l’acqua nel mio water. Al momento di installarsi nella dépendance, mi aveva “restituito” una serie di cose degli ex occupanti che lui non avrebbe utilizzato, e che io non avevo mai visto in vita mia: qualche grammo di caffè solubile, misteriose vitamine in polvere… A un certo punto mi aveva messo in mano una bottiglietta ancora frizzante di kombucha, confessandomi con aria desolata: “Non so cos’è ‘sta roba”.
Mi era venuto da sorridere: a me cosa fosse il kombucha l’aveva spiegato uno scrittore finlandese di mezza età che viveva a Sitges, era sposato con un filippino ventenne e si produceva da sé quel “succo di funghi”, per usare la definizione di un comico che adoro.
Ieri sera Cri mi ha fatto cercare apposta via telefono dall’assistente sociale, perché non riusciva a parlarmi. Sono accorsa nella dépendance che ero fresca di doccia, con i capelli avvolti in un telo fradicio, per sentirmi elencare i tesori che lui mi lasciava:
tre dita d’olio (che comunque costava un euro al discount, mi ha assicurato);
un rotolo di carta da cucina inutilizzato;
quello che restava del detersivo per piatti;
due o tre cosette che rimanevano in frigo.
Allora ho capito. Ho visualizzato l’abisso di privilegio che mi faceva sbuffare di fronte a un’altra convocazione, a ulteriori offerte di acqua sporca o di tè hipster, o a un’altra serie di domande sulla paccottiglia parcheggiata in corridoio, che per l’amico robivecchi di Cri avrebbe significato qualche euro in più di guadagno. A quel punto mi è dispiaciuto non aver fatto di più: che so, fargli la spesa più spesso, o almeno spiegargli cosa fosse il kombucha.
Dice che Cri si trasferisce in un’altra casa, con altri che vogliono ricominciare. A volte ricominciare insieme è un obbligo, e condividere una necessità. Ma lui sembra farlo benissimo, mentre io non ci riuscirei.
Insomma, lui speriamo che se la cava. Ma credo proprio di sì.
Era in una bella casa, che visitavo ogni tanto. Per quanto mi arrampicassi al parapetto del suo balcone (e mamma già mi vedeva sfracellata giù), la sfinge ignorava me e guardava il mare. Mare Nostrum. Male Nostrum, scherzavano le pubblicità progresso in funicolare, mostrandoci tutti i rifiuti gettati dalle crociere. Ma era sempre il Mediterraneo.
L’altro giorno un’amica mi ha parlato di un summit mondiale su un bene primario, tipo l’acqua, e del fatto che la sua organizzazione, prima di andarci, si sarebbe riunita “con gli altri paesi del Mediterraneo”, per mettere sul piatto le questioni comuni. Ho ripensato all’amico meridionalista che sognava una lega dei paesi mediterranei, che forse, nella mia terra d’origine, sarebbe stata più “sentita” e vicina dell’Europa. Poi mi sono ricordata dei miei incontri col centro euro-arabo, dove l’ora della riunione è sempre indicativa e se arrivi con venti minuti di ritardo ti anticipi di molto. Allora, scherzando, mi sono detta no, meglio mescolarci, che ormai siamo molte cose insieme: Mediterraneo, Europa, mondo. E per quanto non ci piaccia siamo anche Google, che, trent’anni dopo le mie maldestre arrampicate su una ringhiera, mi ha permesso di guardare in faccia la sfinge che mi preferiva il mare.
È che la sfinge, adesso, sono io. Che vi aspetto. Che mi sono soltanto spostata su un’altra sponda del Mediterraneo, e non sento l’esigenza di essere in Italia per partecipare delle cose italiane. Per venirmi a trovare, voi dall’Italia, dovrete pure cambiare paese, per quello che vale, ma non avrete cambiato mare. O continente, nonostante tutto.
Mediterraneo, Europa. Concetti che sono cambiati nel tempo, ma aleggiano sulle acque più sfigate del mondo: le nostre. Che dovrebbero essere quelle di tutti, di tutte, di tutto.
Ti voglio, per decidere ogni giornodella nostra vita se il pane lo compro io o ci pensi tu.
Oppure: vuoi passare il resto della tua vita a decidere con me chi deve pulire il bagno?
Queste erano le dichiarazioni d’amore che mi sono venute in mente dopo aver visto la serie di Zerocalcare. Purtroppo lui ha vissuto sulla propria pelle qualcosa che io ho solo descritto in un vecchio racconto: fanciulla viene a mancare (nel mio racconto era pura sfiga), amico va al funerale, amico scopre che lei lo ha sempre amato, o qualcosa del genere.
Il problema di questo genere di storie è che non ci rendiamo conto di una cosa: se si fossero realizzate, sarebbe stato bellissimo, emozionante, meraviglioso, e… quotidiano. Nel senso che, come direbbe Zero, poi ce le dobbiamo accolla’.
Me lo ricordo soprattutto adesso che pubblicherò Sam. Rispetto a un romanzo, la vita va avanti. E la vita è fatta di sbalzi, litigi, o anche di momenti bellissimi, ma tutti più prosaici di un addio.
Non ci può essere paragone tra le storie d’amore come le immaginiamo oggi (spoiler: sono perlopiù storie d’innamoramento), e quello che succede in caso quell’amore non corrisposto o taciuto a lungo si dovesse realizzare. Non a caso le favole finiscono lì, perché è lì che inizia il lavoro.
Forse, se con quella persona le cose fossero andate bene, avremmo trovato un modo fantastico di dividerci l’acquisto del pane e la pulizia del bagno, meglio di quanto avremmo fatto con altre. Ma il lieto fine, anche con quella persona lì, sarebbe stato solo l’inizio. Poi sarebbe venuto il bello, o il brutto. O il “così così”.
Quindi, vi auguro di comprare il pane insieme alla persona che avevate desiderato da sempre.
Altrimenti, pazienza. Sarà bello croccante lo stesso, basta aspettare la nuova infornata.