valigia Dovete capire che, quando ci svegliamo, la nostra home di facebook è uguale alla vostra.

Compresi gli amici che vivono a Barcellona (e a Londra, a Bruxelles…) e che postano immagini dei loro figli nuovi di zecca.

Solo che a Barcellona ci viviamo anche noi.

È un po’ che cerco di scrivere su quest’ Italia che mi porto nel computer, nel cellulare, soprattutto in testa. La riconosco nell’accento con cui chiedo uno smoothie (anche se mi dicono che il mio catalano è corretto), o nella faccia schifata che faccio quando vedo sandali come questi.

Magari mi direte che questa non è Italia, che la vostra idea d’Italia è differente. Fantastico. Ognuno ha la sua e peraltro è questo, il punto: l’Italia si esporta.

Si porta in valigia. Come la Spagna, il Portogallo, qualsiasi cosa chiamiamo “la nostra terra”. Patria, no. Almeno per me. Patria sono le mie finestre sotto le quali, come ho già detto, c’è sempre il mare. Anche quando danno sulla tromba dell’ascensore.

Per me conta la terra su cui metto i piedi. Quella che mi ha nutrito e vestito non è più bella o più brutta di quelle che hanno fatto da suolo, per i primi anni, a tutti gli “expat” (termine che ha poco senso, a meno che non ammettiamo che per quanto precari restiamo immigrati di lusso).

Ma il fatto di non vivere più fisicamente in Italia non vuol dire che non ci viva davvero. Credo che liquidi siano diventati anche gli stati, invenzione recente che non si ferma alle frontiere blindate delle strutture sovranazionali.

Gli stati ce li portiamo dietro nella declinazione più vicina a noi. L’Italia può diventare un paio di Converse, in questo mondo globalizzato. Quelle che avevo in valigia atterrando a Barcellona, prese al Mic di Casoria in offerta perché l’orlo era imperfetto.

Posso riconoscere l’Italia perfino nella sua cucina ibrida d’esportazione, che imbastardisco ulteriormente con le spezie indiane, le paste cinesi fatte all’italiana senza che abbia mai visto la Cina o l’India.

Quello che voglio dire è che “la nostra terra” non è mai stata così vasta e le frontiere italiane non si fermano a quelle fisiche. La tecnologia, la crisi, la globalizzazione, tutte ste cose ottime o pessime ci portano a vivere un’identità che va oltre le frontiere, e che esportiamo ovunque arrivino i nostri piedi (e oltre).

E non credo sia un male.

Le frontiere virtuali, almeno, rompiamole.

In attesa di rompere anche le altre.

cosasofare Una volta descrivevo appartamenti, per un’agenzia che voleva fare concorrenza ad Airbnb. Ne descrivevo una media di quaranta al giorno, sul web dell’azienda. Ero fiera del mio record. Ovviamente nessuno mi leggeva, ma i capoccia ci tenevano, pensavano che desse un’aria chic alla pagina.

Ovviamente poi fallirono, perché la pagina era chic ma inutile, non funzionava bene.

E io mi ritrovai senza lavoro e senza rifugio.

Perché descrivere appartamenti era diventato il mio rifugio dalle tante altre cose che sapessi, o potessi, o volessi fare.

Tante, e difficili, e non tutte le facevo bene. Quindi meglio dedicarmi a qualcosa al di sotto delle mie capacità, possibilità, o volontà. Una mansione che fossi in grado di svolgere o che mi riuscisse bene.

Meglio descrivere appartamenti per un’azienda che come politica aveva quella di assumere tre persone a fare lo stesso mestiere, e tenersi quella che producesse di più.

Da quando ne sono stata cacciata, con tutto il dipartimento, non ho avuto molto tempo libero.

Mi sono presa altri titoli più o meno inutili, ho cominciato a insegnare l’italiano come lingua straniera. Mi sono messa a fare attivismo.

A volte va bene, a volte va male. Vedo amici che scribacchiavano con me in Italia che ora pubblicano, sono contenti di quello che fanno, vincono premi. Io a volte ho la sensazione di non riuscirci mai, mai sul serio, specie dopo cinque romanzi che non mi hanno portato tanto lontano dall’ingenua confessione di un amico scrittore chiamato a giudicare il mio lavoro: “Maria… mi sono perso”.

“M’he perdut”, mi ha detto anche l’esaminatore alla discussione dell’ultima tesina, quella del master. Tre anni dopo la dichiarazione precedente, e in un contesto totalmente diverso, quello accademico. Lo stesso giorno, mi veniva una critica agrodolce al lavoro: “Sei una buona insegnante, ma non sai gestire certi alunni”.

Insomma, con me la vita ciacca e ammiereca. Faccio bene e non faccio bene. E magari un giorno dovrò accettare il fatto che, di tante attività, non me ne riesce davvero bene neanche una. Per quanto mi sforzi.

Con tutto questo, però, sono contenta di essere uscita da quella stanza d’ufficio arredata secondo il Feng Shui, in cui si licenziava all’americana, mentre io descrivevo appartamenti.

Sono contenta di esserne uscita e di averci riprovato, a buttarmi a capofitto in attività che mi arricchissero. A vivere un’esistenza che fosse più di quelle 8 ore di appartamenti tutti uguali e poi, magari, cinema coi colleghi, prendo io i popcorn. E la vita descritta sul maxischermo sembrava sempre la mia.

Ora potrei accorgermi di non essere buona a niente di quello che mi aspettassi, che pretendessi di far bene. In quel caso, avrò imparato altre cose. Sarò abbastanza aperta da scoprire altre “vocazioni”, come le chiamano, robe che se me le aveste dette cinque anni fa vi avrei riso in faccia.

Insomma, il giorno in cui avrò abbandonato word per darmi definitivamente all’uncinetto, sarò ancora grata di aver lasciato il mio ufficio-rifugio, in cui ripetevo la stessa cosa al di sotto delle mie possibilità per non mettermi mai alla prova.

Fatelo anche voi, nei limiti del possibile. Se anche fallirete in quello che vi definiva, vi scoprirete altri, sempre diversi, e scommetto un caffè (non fatto da me) che in fondo vi piacerà.

funny-protest-signs-43 Parlavamo qui dell’equilibrio tra coinvolgimento emotivo e lavoro cosciente, che è un po’ quello che per gli esaminatori mancava alla mia tesina di master sulla Prima Guerra Mondiale. Sì, mi rode. Ma torniamo a noi.

Quando crediamo in una causa, fino a che punto stiamo lottando per quella e fino a che punto lo facciamo per noi stessi?

Perché quasi tutte le cause in cui crediamo davvero, nella mia esperienza, hanno a che vedere con qualcosa di personale, che ci colpisce nel profondo. Qualcosa che riguardi la nostra vita, la nostra storia, le paure che andiamo accumulando senza liberarcene mai.

E per una volta non sono autoreferenziale. Ok, non solo: pensate a tutte le imprecisioni che sono venute fuori dall’incidente ferroviario in Puglia, perché in tanti erano così impegnati a denunciare l’evidente discriminazione geografica nelle infrastrutture italiane da non informarsi prima sui fatti. Così da prestare il fianco a critiche evitabili, per una causa così giusta. E non voglio neanche pensare a tutti gli sproloqui che i razzisti stanno facendo su Nizza in queste ore.

Io, invece, ho scelto Studi di Genere (il GIENDER!!!) quando ero molto più giovane di adesso, giovane e con vari problemi di identificazione personale come capita a tanti giovani. Adesso magari non sarò appassionata come ai primi tempi (anche se la commissione del master l’ha pensata diversamente…), ma credo di essere più obiettiva, più attenta a tutte le sfaccettature della questione e, spero, più utile alla causa. Per arrivarci ho dovuto superare i problemi “giovanili” di cui sopra, capire quale parte del mio rapporto col genere fosse un tentativo di risolvere problemi affrontabili solo a livello personale.

È difficile, lo so. Ci vuole tempo e dedizione. E pazienza, e umiltà.

Ma a farsi prendere dai propri problemi personali, e non dalla causa, rischiamo di passare dalla parte del torto anche quando è praticamente impossibile.

Quando un linciaggio pubblico interessa una donna, il fattore genere è quasi inevitabile, l’odio libera tutti i pregiudizi sociali che in condizioni di calma eviteremmo volentieri (si spera!). Ma le questioni sono più complesse e in tanti casi farne solo una questione di genere è fuorviante, o la mia unica perplessità verso Hillary come presidente USA sarebbe che fosse una donna (spoiler: manco per il cazzo, appunto).

Però quelle donne che ne fanno una questione personale, che in Ms. Clinton vedono le loro personali lotte per l’emancipazione, saranno lì a difenderla a prescindere da quanto di maschilista mi sembra sia travisabile nella sua carriera politica.

Mica solo le donne, eh. Anni fa organizzavo una conferenza sul femminicidio a Barcellona, con esperte psicologhe e assistenti sociali. Che mi spiegavano con quali terapie cercassero di recuperare gli uomini violenti, oltre a informarmi del fatto che la violenza di genere, tra giovanissimi, fosse reciproca, tanto che delle loro assistite annotavano nel diario settimanale propositi condivisibili come “questa settimana non picchierò il mio ragazzo”. Infine, mi rivelavano finalmente la questione per me sconosciuta, come italiana, della violenza dei figli verso i genitori, su cui in Spagna hanno già avviato qualche campagna sociale.

Alla conferenza sarebbe intervenuto il presidente di un’associazione maschile contro la violenza di genere. A questo proposito, una delle co-organizzatrici mi disse con un sorriso rassegnato: “Ecco, ora noi spiegheremo tutte queste cose che ti abbiamo raccontato, poi verrà il presidente di questi ragazzi e dirà che gli uomini violenti sono dei mostri irrecuperabili da sbattere in galera per poi buttare la chiave”. In effetti, così successe. E non crediate che sia utile, pensarla così: pensate a quante donne non denunciano per paura di vedersi trattate come pazze, o di sentirsi dire che l’uomo che in qualche forma perversa amano è una bestia irrecuperabile. Tante, assicuravano le mie esperte.

Dunque, credo sia importante capire per chi o cosa scendo in piazza. Per me, ovvio. Ma per quale parte di me? La bambina che (esempio a caso) si è vista trascurata per un fratello privilegiato o l’adulta stufa dei problemi sul lavoro, sulla maternità, della discriminazione?

Se la prima prende il sopravvento sulla seconda, ribadisco, la “battaglia” perde di efficacia. Difendiamo male cause giuste. Soprattutto, lo facciamo inutilmente: la pace, per i problemi personali, non ce la danno le petizioni, le manifestazioni.

Quello è il solo problema che possiamo risolvere noi, e noi soli.

Ne riparleremo.

Bansly_Monnalisa-e1444993184395-1024x680  Una volta, a un mercatino di beneficenza, l’organizzatore dell’evento successivo prese a sollecitarci perché concludessimo in fretta e gli cedessimo i tavoli che usavamo come bancarelle, indispensabili per la sua triste cena associativa. Alla terza sollecitazione sgarbata gli risposi per le rime. Allora una compagna buddista, immaginatevi la scena, si avvicinò a me, che ero diventata verde col fumo che mi usciva dalle orecchie, e mi sorrise:

– Lascialo stare, Maria. Vedi, è una persona arrabbiata, che trasmette molta rabbia. Se lasci che ti prenda, diventi come lui. Vedi come sei alterata? Lo stai già facendo.

Ora, il mio stomaco è più debole di quello dell’ammirevole compagna e la prima tentazione che m’investe è ancora quella di trasformarmi in Super Saiyan.

A volte, dunque, m’invade il dolore altrui.

Travestito da rabbia.

Lo fa all’improvviso, quando scorro la home di facebook e mi ritrovo uno status di Salvini. Capirete che uno dei privilegi di vivere fuori dall’Italia è scegliere quando farmi intossicare la giornata da cose del genere.

Stavolta, però, Salvini viene a “casa” mia (anche se virtuale) a vomitarmi banalità sugli immigrati, la cui cacciata dovrebbe restituire ai suoi (e)lettori il lavoro e la stabilità che neanche il Padreterno può contendere alle banche e ai governi che le proteggono.

Allora m’incazzo, e faccio male. Perché così ha vinto lui, e ha vinto il fascistello che mettendo mi piace a tante ipocrite ovvietà mi ha intossicato il caffelatte.

Infatti sono pochi, i conoscenti che si bevono sta roba, e quasi tutti “hanno sofferto da piccoli”. Non è una condicio sine qua non, magari lo fosse, così avremmo un’indagine sociologica esaustiva. È quello che succede ai miei contatti, e a volte a me.

È la tentazione che ho avuto alla lettura della mia tesina di master, quando ho scoperto in commissione la professoressa che aveva tenuto un intero corso di norme di stesura tesi che avevo bellamente ignorato, e che ora con garbo e dovizia di spiegazioni mi abbassava il voto.

Per non incazzarmi con lei, vedete che analisi complicata mi toccava fare: lei è puntigliosa, non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma ha ragione quando mi segnala dei problemi nel testo, ma voglio continuare a fare di testa mia, sì ma devo migliorare.

Non è più facile dare la colpa a quella grande zompapereta?

Peccato che non funzioni, né con me né con gli altri.

Mi spiace che tu abbia perso il lavoro, o euroscettico, o che a 30 anni stia facendo uno stage. È colpa dell’Europa? Sì, anche. Allora sostieni Farage? Sicuro che recuperi lavoro e stabilità, eh.

Mi spiace che ti sia morta la mamma per una malattia contratta sul lavoro, amico hooligano, ma non è colpa “dei zincari”. Prendertela con loro non ti restituisce tua madre, né ti migliora la vita. Ti rende solo più rancoroso e cattivo. Devi addirittura chiamarmi buonista, per non vedere quanto ti sei incattivito tu, e per niente.

Perché è inutile, tutta questa rabbia che scarichiamo sempre su qualcun altro quando la colpa o è nostra o non è di nessuno, o è proprio di chi ci invita a dare la colpa ai soliti che ci sono abituati.

È inutile perché non risolve niente. È solo bello crederci.

Come lo shampoo schiarente che ti promette capelli platino “ma comunque sani”, o come quei tutorial tipo “ADDIO CELLULITE!111!! coi fondi del caffè sbruscinati sui fianchi”. Facile e indolore. Peccato non funzioni.

Ma questi sono fatti di chi ci crede.

Il mio problema è che la rabbia altrui, come il dolore che la muove, è contagiosa. Ed è un peccato, farsene travolgere. È un’altra cosa inutile, che stavolta sottrae energie anche a noi che ci caschiamo.

Allora sorrido, cancello il post di Salvini, non prima di avergliene dette quattro, e torno a pensare ai cazzi necessari.

227-gateaux-di-patate.jpg Occorrente:

Patate: l’intera produzione olandese (e qualcosa in più)

Latte: due cisterne a piacere

Uova: l’intera fattoria di Nonna Papera (comprese quelle di Nonna Papera)

Parmigiano: oh, sì.

Mescolate bene tutti gli ingredienti e otterrete il gattò di casa mia. Ok, dovrei aggiungere due particolari: la mozzarella da distribuire a fettine una volta riempito metà stampo e quei due-tre kg di pangrattato da metterci sopra. Ma li ometto di proposito. Perché? Perché io da bambina il gattò lo aspettavo per divorare l’impasto, crudo.

Il prodotto finito era un effetto collaterale.

Mamma doveva preparare qualche tonnellata in più d’impasto rispetto a quelle che già prevedeva, perché arrivavo io armata di cucchiaio di legno a spazzolare peggio delle cavallette. In anni di crescita particolarmente famelici arrivavo pure a farmi il piattino a parte.

Il vizio mi è rimasto? Per un po’, magari. Anche perché mica è un vizio, preferire i preliminari al risultato finale, eh! Sono belli di per sé.

Non è così infrequente, se ci pensate, lanciarsi in un progetto perché ci piace la fase iniziale. Dopo qualche anno di esperienza nell’associazionismo posso sospettare che il momento più bello sia quello della progettazione, così bello che spesso non si arriva troppo in là: meglio star lì a ipotizzare e metterci buone idee, soprattutto passione, tutta quella che abbiamo, prima di scoprire il gioco delle trattative, delle autorizzazioni da chiedere, dell’affitto del locale. E attenzione a che il forno non sia troppo alto, se no tutto il progetto, insieme ai buoni propositi che lo animano, va in pappa.

Oppure pensiamo alle relazioni, per chi in fondo cerca solo compagnia. Meglio non essere ambigui, su queste cose, non fateci perdere tempo!

In fondo, se io voglio solo l’impasto, perché devo aspettare che si faccia il gattò?

Forse la questione è non dare nomi alle cose, non incasellarle per forza se non vogliamo quelle. Possiamo esprimere le nostre idee per un mondo migliore su una piattaforma, senza dover fingere di volerci lavorare su con altra gente che finiremo per odiare. Che ci lavori su chi preferisce il prodotto finito all’impasto iniziale.

Possiamo smetterla di cercare relazioni stabili, se quello che vogliamo è la leggerezza dei primi mesi: non c’è niente di male, basta volere entrambi la stessa cosa, ci guadagniamo anche in salute.

A un certo punto ho accettato l’idea che l’impasto del gattò, alla fine, fosse un buon puré molto liquido, con qualche ingrediente in più, e ho accettato che mi piacesse così.

“Mamma, mi fai l’impasto del gattò?” è diventato frequente quanto richiedere il gattò stesso.

Certo, quello si condivide più facilmente dell’impasto, profuma la casa, crea attesa per quando è ora di spegnere il forno. Come una relazione, come un’associazione, come ogni progetto da condividere.

Ma i piccoli piaceri privati non sono mica da sottovalutare.

tagliateglilatesta Ok, lo ammetto per chi mi sfotte e mi chiama piccola Buddha. Incazzarsi è facilissimo.

Basta sentirsi in un loop, ritrovarsi in una situazione in cui il nostro potere decisionale non gioca che un terzo della partita (tutte, in pratica) e non digerire l’impotenza.

Basta scoprire che il progetto a cui avevamo lavorato come pazzi non corrisponde alle nostre aspettative (e appartenendo queste alla fantasia e i risultati alla realtà, è un’altra cosa che succede sempre).

Insomma, la risposta più facile a tutto questo è incazzarsi, di brutto. E sapete come. A parte lo scatto d’ira singolo, che non può ripetersi troppo se no ci viene un infarto secco, esiste la rabbia sorda che monta piano piano. Come la  marea a Barceloneta, dopo che è passata una crociera: giunge a riva quella schiumetta radioattiva, piena di lattine e bottiglie con l’etichetta stinta.

Sì, l’avete riconosciuta. È la rabbia latente che porta la gente a fare commenti acidi su facebook, o a perdere di vista l’argomento su cui interviene e parlare solo di sé, del suo problema, delle sue paure, vomitando sugli altri la facile frustrazione dei giorni andati male.

Be’, niente di più facile, capita anche a me e più spesso di quanto vorrei.

Mi accorgo che mi sta succedendo quando comincio quel sarcasmo da due soldi, quell’amarezza costante sempre diretta a qualcun altro, un amico in ritardo o un’alunna difficile… Qualcun altro che, in definitiva, non è mai il problema.

Il vero problema è l’associazione che sonnecchia, ma me la prendo col singolo membro che non ha procurato l’altoparlante (esempio a caso, in realtà ne abbiamo ben due!). O l’irriducibile differenza di gusti con le persone che amo. O la constatazione che le ore di lavoro extra mi dimezzano, di fatto, entrate già magre.

E lo so, l’ideale sarebbe passare all’azione. Cercare di risvegliare l’associazione o accettarne il letargo per fare altro. Inventarsi un lavoro più fantasioso e remunerato. Crearmi un’agenda personale che complementi il vivi e lascia vivere che già adotto con chi amo. Esempio: se tu hai una serata partita/rutto libero, io vado a mangiarmi una pizza (altro esempio a caso, nella mia vita maschi alfa non pervenuti, per fortuna).

Ma no, a volte vogliamo solo sfogare, permetterci la battuta acida verso la cazzara che non ha portato il vino per la cena aziendale, le smorfie ai turisti lenti che scambiano i cunicoli della metro per il lungomare di Napoli.

Insomma, lo sfogo ci sta. Ma sul lungo termine, ci fa bene? Anche perché, si diceva, spesso a guidarlo è la paura generata dall’impotenza. O devo rassegnarmi al fatto che il tizio che mi diceva “gli immigrati vogliono ammazzarci tutti e lei sta qui a sottilizzare” sia semplicemente un idiota (possibile, eh).

Insomma, ecco la nostra amica paura, quella di non riuscire a venire a capo della situazione, solo perché non la controlliamo tutta. E fateci caso, questa paura è come le sabbie mobili. Più ce ne facciamo prendere, più difficilmente ne usciamo.

Dopo lo sfogo iniziale, quindi, proviamo a riacquistare fiducia in noi stessi. A capire che non fa niente se arriviamo un po’ tardi o se qualcuno ci insulta per strada: non siamo inadeguati noi, insulterebbero uguale un altro passante. A capire che la soluzione in tasca è un optional, quello che abbiamo di serie è la capacità di affrontare la situazione.

Ne riparleremo.

 Ieri in metro ho sentito delle adolescenti di origini dominicane discutere di una loro amica che piangeva, perché si sentiva grassa. Ora, della cucina di Santo Domingo (ma sono diffusi in mezza America Latina) adoro i patacones fritos, che sono in pratica banane trasformate in dischi volanti e servite con salsine varie. Lo so, molto dietetiche.

La ragazza che parlava dell’amica sovrappeso era visibilmente orgogliosa del consiglio che le aveva dato: “Piangere non è la soluzione. Lucha, tía! Lotta per dimagrire”.

Ecco, a me sta storia di “lottare” a cui si riduce ogni sforzo terreno non convince molto.

Intendiamoci, evitare i conflitti nemmeno è la soluzione, ma quest’idea di vita come continua sopraffazione, come braccio di ferro tra forze opposte, vogliamo lasciarla all’homo homini lupus delle interrogazioni al liceo?

Io per la verità, caro Hobbes, ho imparato prima il bastardissimo lupus non est lupum con cui il nonno, mio maestro ufficiale di latino, mi faceva impazzire a 11 anni, prima di rivelarmi che quell’est non era essere, ma mangiare. Il lupo non mangia l’altro lupo. Capito, diffamatori di canidi?

È che secondo me le metafore belliche ci sono un po’ sfuggite di mano. Sta storia pseudodarwiniana della lotta per la sopravvivenza non è un po’ troppo inflazionata, adesso che ci arrivano anche le immagini della guerra com’è davvero?

Alla lotta preferisco il lavoro. E scusate, ci avete fatto una capa tanta, col lavoro che nobilita l’uomo! (La donna più che altro la sottopaga). E francamente il lavoro a cui sono abituata io consiste nel fare la stessa cosa ogni giorno, con livelli crescenti di difficoltà.

So che ha meno appeal di una “lotta”, ma per me la vera sfida è l’impegno costante che porta davvero a qualche risultato.

Scomodare la guerra ogni due passi ha dell’epico, ma questa benedetta epica ci piace così tanto?

Non staremmo più sereni e concentrati sull’obiettivo, e più propensi a farcela, se la piantassimo con l’idea di far schifo e dover “lottare per cambiare”? In molti dei video “prima” e “dopo” di gente che è dimagrita c’è un po’ quest’idea di doversi guadagnare il proprio rispetto e quello altrui. Secondo me è per quest’immagine così severa di se stessi che, a dieta avvenuta e complimenti presi, spesso il “campione” o la campionessa tornano a metter su un bel po’ di chili. Mai quanto prima, per fortuna. Ma figurini che restassero tali ne ho visti pochi, e forse trasformare la loro vita in una palestra ipocalorica non ha pagato sul lungo termine.

Se invece facessimo il nostro lavoro ogni giorno e poi pensassimo a godercene i frutti?

Facciamoci un’epica camomilla e pensiamo (letteralmente) alla salute.

Sperando che la giovane “lottatrice” di cui sopra, che si metterà in camera un poster di Irina Shayk con l’obiettivo impossibile di assomigliarle, non rinunci del tutto ai patacones.

In tal caso mi chiamasse, che dividiamo. Tutto per la causa.

 Ebbene sì, sono andata a scuola dalle suore.

Adesso difendo strenuamente la scuola pubblica, in termini un po’ accesi che mio padre non esita a definire esaltati, perché diciamo che, anche a distanza di trent’anni, sto un po’ incazzata. Roba che fino a poco tempo fa le suore erano l’unica categoria di donne che da femminista chiamassi zoccole.

Per questo mio padre, che ricordiamo cura bambini leucemici e al di sotto di un linfoma non vede problemi, mi ritiene poco affidabile sull’argomento.

A me sembra di mettere sul piatto ragionamenti piuttosto sensati, testimonianze, soprattutto. Non fanno statistica e sono state vissute meglio dai miei compagnelli di sventura, che riescono pure a conservare un buon ricordo dell’esperienza.

Ma intanto:

  • ho visto una bambina picchiata da suora e superiora per aver confuso il quaderno a righi con quello a quadretti (ed essendo il napoletano proibito a noi bimbe perbene, non capivo la spiegazione “ha fatto a nummere”, con cui si avventavano sui codini della malcapitata);
  • ho visto bambini poco versati nella lettura, o “colpevoli” di aver sbagliato qualche compito, portati di classe in classe perché li chiamassero in coro “asino”;
  • io stessa, che ero arrivata in quella scuola già in grado di leggere, ero stata portata di classe in classe per mostrare alle altre maestre come fosse brava la mia (sono stata pure usata per sputtanare un bimbo di quarta, che ancora leggeva male);
  • ho visto un’intera scolaresca costretta dalla signorina del doposcuola a stare “mani in testa e bocca chiusa”. Quando mia madre è andata a protestare, è diventato “mani in testa e bocca chiusa, tutti tranne LEI” (io);
  • ho visto un compagno decisamente irrequieto sentirsi minacciare con “prima o poi ti lego alla sedia”. Minaccia realizzata, e ridevamo pure;
  •  ho visto una suora seguire in bagno un bimbo che usciva spesso dall’aula, per vedere “se davvero doveva fare pipì”;
  • sono stata portata in chiesa con tutti i miei compagni per l’intera recita del rosario, che la mia suora evidentemente si era impegnata a dirigere nelle ore di lezione (e i misteri gaudiosi mi erano più ostici della sigla di Capitan Harlock);
  • tiferò per sempre per il bimbo che diede un calcio alla suora davanti a sua madre, per cui lei, dopo aver chiesto il permesso alla genitrice, gli mollò un ceffone leggendario.

Insomma, mi sembra che qualche motivazione per essere scettica nei confronti delle scuole delle suore ce l’abbia, a prescindere dall’emotività con cui le accompagni.

Perché, vedete, l’emotività può essere una grande alleata, secondo me, a saperla dosare. È come l’acqua di fiori d’arancio nella pastiera: qualche goccia la rende squisita, a metterne troppa annulli tutti gli altri sapori.

È un errore che possono fare anche i miei sostenitori in questa piccola battaglia per la scuola pubblica: spesso mi appoggiano perché odiano le suore, dello stesso odio che svalorizza le accuse pur sensate mosse a Madre Teresa di Calcutta di non pensare a curare corpi, ma a “preparare per il paradiso” malati che si potevano salvare anche in terra.

Ora, se questo diventa una battaglia tra insicurezze, paure, brutti ricordi, vinceranno sempre loro. Quelli che in nome delle personali convinzioni (e ce ne sono di religiosi e di laici) fanno più danni delle cavallette.

Le suore sono cittadine come le altre, per me insegnassero nelle scuole pubbliche, dove ci sono più controlli per tutti. Solo questo, dico.

Non lascio che la bambina che a sette anni ha convinto i suoi a farle cambiare istituto (approdando in una scuola pubblica in cui le maestre pure picchiavano) mi detti a distanza di tempo i suoi capricci.

L’ascolto attentamente per far sì che mia figlia, se mai esisterà, non viva lo stesso.

Ne riparleremo.

 

 Avete presente il luogo comune “Non devi piacere a lui, ma a te stessa?”. Va bene anche la versione maschile, può diventare unisex.

Ebbene sì, sono qui per ribadirlo. Ne sentivate il bisogno? No? Peccato.

Perché è una di quelle frasi fatte così vere che ce le dimentichiamo, le scartiamo pensando o che abbiamo imparato la lezione o che alla fine è una cagata, e facciamo i bastian contrari pure su questo.

Io sono qui per ricordarvela per un motivo: è una frase che a sottovalutarla costa tempo e denaro.

Non ci credete? Allora rilancio con un altro luogo comune: se le donne amassero il proprio corpo, quante aziende andrebbero in fallimento?

Vedete, ora che ho di nuovo del tempo libero sono tornata alla mia follia degli ultimi anni: il fai-da-te. Scarto su youtube i tutorial più divertenti, cerco di mettere in pratica con risultati alterni le lezioni su come farsi un maglione a uncinetto o un ghiacciolo di yogurt e frutti di bosco.

Ma sapete quanti tutorial riguardano la bellezza personale, quest’ossessione per essere sempre smaglianti, oppure esibire la tartaruga perfetta e il look giusto per ogni occasione?

Ecco, pensate a quanto costi questa roba in termini di tempo e denaro.

Me l’immagino come una strada che prima di portarci alla meta (piacere a noi, in definitiva) si attorciglia peggio dei labirinti del Corriere dei Piccoli, per chi se li ricorda.

Quello è il percorso che facciamo se cerchiamo la nostra approvazione attraverso gli occhi degli altri. Con l’aggravante, magari, di lasciar andare gli altri in questione una volta che l’abbiamo ottenuta.

Invece, la strada per l’approvazione di noi stessi, senza questa falsa scorciatoia che finisce per farci perdere, è una vita retta, un po’ monotona ma lineare, due metri al giorno se va bene, con occasionali balzi e rarissime tappe bruciate (non vi ci affezionate, però). Non costa che qualche minuto di attenzione, soprattutto costanza, che è la cosa più difficile. La costanza con cui ci applichiamo del balsamo sapendo che prima di un mese non vedremo risultati.

Ecco, l’amor proprio è un balsamo che funziona un po’ così.

Non ci dà le impennate d’orgoglio che può conferire l’approvazione altrui, né la sensazione di star facendo chissà cosa, perché ormai ci sembra che se non buttiamo tempo e denaro non stiamo facendo niente.

Eppur si muove, funziona, fa quei miracoli che proprio per l’assenza di miracolosità sono i più duraturi, economici, efficaci.

Quindi, non sottovalutiamo sta storia che piacere a noi in definitiva è l’unica cosa che conti.

Peraltro non sono mai piaciuta tanto agli altri come quando ho smesso di cercare la loro approvazione e ho mostrato loro, serenamente, la mia per me.

   Ho guardato un po’ “cambiare” sul vocabolario, il Treccani online, che mi riportava voci aggiornate tipo “cambiare cavalli alla diligenza”.

Comunque avete ragione, il primo significato è sostituire.

Nella fattispecie, sostituire “una persona, una cosa, con altra simile o diversa”. Ecco qua, becchiamoci questa: vogliamo cambiare vita? La “sostituiremo” con un’altra uguale e contraria, in cui avremo solo finto di metterci a dieta, smettere di fumare, per riprendere tutto poco dopo.

Vogliamo cambiare fidanzato, fidanzata? (Tra gli esempi del vocabolario di cui sopra). Ci troviamo una persona opposta nei modi, uguale nella sostanza, e via.

Meno male che c’è il secondo significato, di cambiare: “Rendere diverso, trasformare”. E giù di esempi: “gli anni e l’esperienza mi hanno cambiato; la fortuna cambia spesso la sorte degli uomini”.

Ovviamente scatta l’esempio manzoniano: “quella prima meraviglia sospettosa di Lucia s’andava cambiando in compassione (Manzoni)”.. Ok, ok, vi risparmio gli altri significati, solo l’ultimo esempio: “s’è cambiato il vento, ha preso a soffiare in altra direzione”. Perché perfino Mary Poppins è più simpatica di quella pereta di Lucia Mondella.

Insomma, il primo significato, quello di sostituire, fa tanto pubblicità del Dixan della mia infanzia: “Io le offro due fustini in cambio…”. Eppure, quando ci decidiamo a cambiare, finiamo per accontentarci di questo. Sostituire un’abitudine, un lavoro, un’abitazione, con un’altra simile, che ci dia il senso del cambiamento senza restituirci anche il salto nel vuoto che lo rende possibile.

È anche la soluzione più facile, a volte: non ci va bene la nostra storia? La sostituiamo con un’altra uguale, che come vantaggio ci porta i primi tre mesi d’incanto e poi finisce “perché non ci capivamo più”, proprio come l’altra. Mica finisce perché, intanto, non siamo cambiati noi.

Il secondo significato ci credo che sia il secondo: è complicato assai! Bisogna prendere una cosa che già si tiene e modificarla, lavorarci su, buttare sudore, sapendo che le probabilità di star perdendo tempo ed energie sono molto alte.

Ma nella mia esperienza sono questi i cambiamenti che durano. Intendiamoci, se una cosa non funziona non funziona, meglio buttare tutto invece che accanircisi come quei carucci dei nostri nonni, decisi a usare la caffettiera anche quando più che una guarnizione nuova ci voleva un esorcismo.

Però, tornando a quei carucci dei nonni, qualcuno dice che il segreto delle loro nozze d’oro non fosse l’impossibilità del divorzio o la dipendenza economica delle donne (come insinuano i cinici come me), ma fosse racchiuso in quel meme… Come diceva?

“Veniamo da una generazione in cui le cose rotte si aggiustavano” ecc. ecc.

Sì, vabbe’, nonnina, sei meglio te.

Ma sul fatto di “riparare”, invece di sostituire, non hai tutti i torti.

A meno che non si tratti di un fustino di Dixan.

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