Fox and GrapesManco ‘e cane: espressione napoletana che designa qualcosa di estremamente sgradevole, tanto da non augurarlo neanche ai loppidi (le perdoniamo lo specismo per questioni di anzianità).

Il problema dei manco ‘e cane postumi, riferiti a situazioni che un tempo ci allettavano eccome, è di chiamare in causa un altro animale: la famosa volpe della favola di Esopo, quella troppo poco agile o semplicemente troppo scema per rendersi conto che l’uva tanto ambita si trovasse eccessivamente in alto per raggiungerla.

Come finisce la storia, già lo sappiamo: disprezzo per l’oggetto del desiderio e rapido dietro-front, verso frutti più accessibili. Che peraltro non si capisce perché debbano essere meno appetitosi di quelli così in alto. Non è che l’irraggiungibilità sia sempre sinonimo di buona qualità, eh.

Infatti stamane, mentre voi arrancavate con le ciabatte verso la macchinetta del caffè, io mi stavo ponendo il seguente quesito amletico: e se la volpe avesse ragione? Se l’uva fosse stata davvero acerba, ma da giù non si vedesse tanto?

Non conta, mi risponderete: la volpe critica ciò che non può ottenere, a prescindere dal suo stato di maturità. Se è per questo, lo desidera anche a prescindere da quello, perché francamente non ci credo, signor Esopo, che sto grappoletto situato più o meno sull’Everest fosse così visibile, da sotto.

Comunque, vi sottopongo tutto questo perché mi trovo nell’imbarazzante posizione di dire “Tanto è acerba” di un’uva postuma, in un postumo momento di lucidità.

La situazione l’ho già descritta qui, più o meno. Una visita alla mia antica università, e a un suo occupante a cui un tempo avevo tenuto molto, mi ha aperto gli occhi sulle mie aspirazioni di qualche anno fa. Allora puntavo a un magro assegno di ricerca per un argomento che manco m’interessasse molto, mi ci ero imbattuta per caso (e, come insegna Bourdieu, se ti devi puzzare di fame che sia almeno per qualcosa a cui tieni assai). E con eccessivo sforzo aspiravo all’attenzione distratta di un eterno indeciso, di quelli fin troppo propensi a regalare tutto il loro tempo a chi venga dopo di te.

Insomma, rivedo la mia vecchia facoltà, rivedo il mio non-ex e mi dico: “Ma che minchia facevo della mia vita, ai tempi?”. Il fatto che sia una dichiarazione col senno di poi la rende così sospetta? Cioè, dico ancora che l’uva è acerba perché non sono riuscita a papparmela?

Non posso essermi proprio accorta, per la gioia di chi “me l’aveva detto”, che fosse indigesta? È che dopo lo sfumare di entrambe le aspirazioni (borsa e uaglione), intanto che mi leccavo le ferite e saziavo la fame mi abituavo a qualcosa di nuovo, qualcosa da cui non si torna peggio che dal tunnel della droga: a fare ciò che volessi. O meglio, giacché non sempre vogliamo la felicità, ad aspirare esattamente a ciò che mi facesse sentir bene. Senza pretendere di ottenerlo, ma almeno provandoci.

Niente borsa da due soldi per un argomento che non m’interessa, a questo punto meglio vendere percoche (per dire) e tornare a ciò che mi piaccia davvero, sperando che prima o poi non sia gratis.

Niente amanti distratti da cercare finché abbia fame: questo tipo di amore ricorda un po’ questo, una fame eterna, come quella degli expat che si comprano al Lidl i prodotti finto-italiani. Ma una volta abituatami a cercare solo l’attenzione che voglio, e quindi a ottenerla, difficile tornare a dialogare con uno che si faccia pregare solo per prenderci un caffè. A questo punto, il “Ma come facevo, a sopportarlo?” non sembra una domanda peregrina.

La risposta è semplice: non conoscevo nient’altro. Credevo che tutto andasse conquistato a balzi e sbuffate e ignoravo che le cose indispensabili stanno alla nostra altezza.

Quindi, senno di poi o meno, rivendico il diritto della volpe a essere presa in considerazione, nella sua conclusione finale. Magari era solo una gran paracula, magari ha capito tutto senza saperlo.

Era proprio acerba. Meno male che i filari d’uva non sempre sono così bastardi.

E non tutte le volpi sono masochiste.

soybean Questo post ce l’avevo in mente da un po’. Da quando i germogli di soia, venduti dai miei fruttivendoli cinesi in pacchi che sfamerebbero l’intera Pechino, si sono tramutati da soli in salsa teriyaki. Fermentando malamente, con un lezzo da antologia, prima che riuscissi a consumarne la metà.

Ci ho messo giorni a disinfestare il frigo, esorcizzare la vaschetta delle verdure in cui li avevo incautamente messi, e se non l’ho spaccata al tramonto con un palo di frassino c’è mancato molto poco.

Com’è potuto succedere?, mi sono chiesta.

Be’, ho considerato, questi fruttivendoli sono pionieri, nel mio quartiere. Rispetto a quelli di Arc de Triomf, che è un po’ la Chinatown di Barcellona, presentano infatti la caratteristica di vendere latte di fattoria biologica, che non sanno conservare. Infatti metà delle volte è fantastico e l’altra metà lo devo trasformare in formaggio casereccio per non tornare in negozio e schiattargli la bottiglia in faccia.

Se loro non sanno conservare un alimento che non consumano, noi clienti non cinesi abbiamo difficoltà con quello che consumano loro: i pacchi in cui vendono i germogli saranno così grandi, immagino, per giustificarne un prezzo superiore ai due euro. Ma è anche vero che nella Chinatown sarebbero andati a ruba, consumati in pochi giorni da un’intera famiglia numerosa, o da più famiglie.

Noi clienti non cinesi che vogliamo comprare i germogli, ce li troviamo “pensati” per una famiglia cinese.

Per me è la metafora più efficace, almeno nella mia mente bacata, per quello che volevo spiegare tra i commenti di questo articolo.

L’autrice sostiene che gli uomini e le donne non siano affatto uguali, ma somiglino a due frutti differenti. Assolutamente d’accordo finché non ho letto il testo: iniziava con la premessa che al giorno d’oggi le donne fossero cresciute come “uomini”, da intendere curiosamente come “individui liberi e padroni delle loro scelte”.

Innanzitutto, niente di più falso. Il vantaggio che ricavano gli uomini dalla loro prevalenza nel mondo del lavoro si sconta spesso e volentieri in termini di prestigio sociale, con scelte obbligate dalla famiglia o pagate al prezzo di una sorta di “svalutazione”: il breadwinner, chi è designato dalla società a portare a casa il grosso dei soldi, è incatenato al suo ruolo e, quando per la crisi economica non lo può più ricoprire, scatta pure la crisi identitaria.

Da qui a dire povera stella agli uomini ce ne corre. Ma è per sottolineare che i ruoli di genere li pagano tutti i generi: invece di guardare alla situazione di un genere solo, bisognerebbe guardare al sistema che produce certe regole.

Ma capisco che l’autrice dell’articolo non avesse il tempo di fare tutto questo, perché intanto aveva figliato. Auguri! E diceva di essere pronta alla guerra contro chi dicesse che un uomo e una donna sentissero cose simili riguardo alla condizione genitoriale. Preparo l’armatura? Magari mi aiuta col freddo in casa. Ma che lei riconducesse tutto a questi ormoni che la facevano impazzire se lontana dal figlio mi ha fatto sbadigliare quasi quanto l’inevitabile, trita precisazione che “siamo programmate per” diventare madri che diano priorità ai figli su ogni altra cosa: ah, la metafora biologico-informatica! È il caso di dirlo: che palle la scienza quando diventa dogma, soprattutto a questi livelli di divulgazione.

La conclusione non rendeva proprio onore alla scrittrice, che si chiedeva se per essere un uomo non dovesse restarsene in casa dei suoi a bere birra e lamentarsi della sua condizione. A questo punto ci si chiede se, invece di offendere una categoria che riprendiamo spesso per le offese gratuite che reca a noi, la signora non dovesse semplicemente cambiare frequentazioni.

Ma su un particolare siamo d’accordo: a educare le donne come uomini non si fa un grande affare, specie quando, approdate sul mercato del lavoro, si ricordano che uomini non sono. Per l’autrice saperlo prima avrebbe significato fare scelte diverse in passato. Rabbrividisco al pensiero di quali fossero: chiudersi in casa a cucinare? Scegliere un part-time che la rendesse dipendente dal marito con più soldi? Tutte decisioni molto nobili, ma che dal tono dell’articolo erano lì lì per diventare le uniche possibili.

Allora, torniamo alla questione dei germogli di soia, che abbiamo lasciato a fermentare.

Che quello del lavoro sia un “mercato” la dice lunga su quanto sia equo e come vada avanti: la bufala della meritocrazia, l’illusione che “se sei capace vai avanti sempre e comunque” (ma capace di che?)…

Il fatto che questo mercato sia pensato per uomini, che anzi sia diretto da uomini spesso bianchi, di ceto medio e ufficialmente etero, non aiuta quasi nessuno. Neanche gli uomini. Tanti dei nostri padri sono drogati di lavoro e una volta in pensione perdono la bussola. Intanto, potete dirmi, loro “scelgono” di dedicare la loro vita a un’attività che li nobiliterebbe e invece li trasforma in zombie della domenica e padri assenti.

Già. Ma è come per i germogli di soia.

Pensati per cinesi, in un mercato cinese, quegli enormi pacchi hanno un loro perché.

Trasferiti a un mercato non cinese, qualcosa va storto.

Le donne, nella società postindustriale, si sono ritrovate in un mondo pensato da uomini per uomini, che non aveva intenzione di cambiare per loro.

E provate a convincere il mio fruttivendolo a imbustare i germogli di soia in modo diverso.

Così in un mondo in cui le donne credono di dover fare le supereroine e considerano poco virili i compagni che si occupano dei figli (eh, loro sono programmate così!) è molto difficile che ci si metta tutti d’accordo per un congedo di paternità che non sia risibile. O malvisto in azienda. Ma per fortuna si tira fuori l’idea degli ormoni che costringerebbero proprio le donne a sognare di pannolini e sonaglini e amen.

Certo. Mangiate pure i germogli di soia fino a scoppiare, specie se il massimo della ricetta “forestiera” che abbiate provato sia stato l’insalata russa.

E se io posso boicottare il fruttivendolo finché non mi vende i germogli come dico io, la stessa cosa non avviene nel mercato del lavoro. Le donne non tengono in pugno proprio nessuno, tranne la loro stessa vita, quando fanno propria l’idea di meritare meno perché donne.

Quello che possono fare è smettere di pensare che essere tirate su come individui liberi equivalga a essere educate “come uomini”. Non è eliminando le differenze che si risolvono i problemi, tanto più che, spoiler, eliminare le differenze è mooolto difficile (per fortuna).

Dovrebbero smettere di dare per scontato che quella tra lavoro e figli sia una scelta, che debbano mettere da parte qualsiasi idea abbiano della loro femminilità (che sia un pastocchio di ormoni come per quella dell’articolo, o una cosa complessa e gratificante come la vediamo un po’ di noi).

Soprattutto, dovrebbero tenere in mente che se subiscono mobbing o ricatti che portino a decisioni repentine non è normale, se sacrificano la loro vita al lavoro non è normale. Quello lo lasciassero fare a quegli uomini convinti che il mondo del lavoro sia tagliato a misura loro.

Spero che i germogli di soia che trovano a casa ad aspettarli, preparati da una moglie o una domestica straniera, non gli siano indigesti.

Baked-potato Ok, so che mi butto la zappa sui piedi e che mi posso attirare molte battute sulla patata che attira, ma spero che si sia tutti d’accordo: come tubero, è semplice e geniale.

E sto per citare due cucine che notoriamente non entusiasmano i miei connazionali: quella inglese e quella catalana (non pervenuta ai più, ma mi baso sulle opinioni scettiche degli expat).

Baked potato, patata al caliu: due modi diversi di designare cose molto simili. Patate lasciate al loro destino. La baked potato viene dimenticata in forno tutto il tempo che serve a renderla morbida e incandescente dentro, per poi essere condita in mille modi diversi (vedi jacket potato). Quella al caliu può richiedere una preparazione un po’ più complicata, ma rimane perlopiù al naturale, con l’aggiunta di sale e dell’olio d’oliva che raramente “irrora” la collega britannica.

Perché vi parlo di patate e condimenti? Be’, ne stavo gustando giusto una razioncina con un collega di master, arrivato a Barcellona da poco, che aveva scelto come tutor per la tesina finale uno che stava ai suoi interessi di studio come una patata al forno sta alla marmellata. L’aveva scelto per paura, perché il prof. era suo connazionale e quindi non gli avrebbe richiesto uno spagnolo impeccabile. Risultato: mesi di lacrime e sangue e incomprensioni, nel corso dei quali l’indice della tesi era stato stravolto per i motivi sbagliati. Seguendo un’intuizione, gli avevo indicato un altro docente, più influente e molto più occupato, ma anche più propenso a prendere in simpatia il giovane guiri appena atterrato. Avevo ragione.

Badate bene, qua non parliamo né di raccomandazioni né di miracoli. Il giovanotto in questione è un talento naturale, tutto ciò che doveva fare era continuare a esserlo e trovare qualcuno che catalizzasse le sue potenzialità, impresa difficile se arrivi in un posto sconosciuto in cui non sai come muoverti. Tutto quello che dovevo fare io, invece, era dargli quelle due dritte consentitemi dai sette anni a contatto con la universitat catalana.

Tutto bene finché non mi trasformo in Lady Macbeth e comunico al mio protetto un piano diabolico: “Devi togliere di mezzo il primo prof.! Metaforicamente, almeno. Devi cambiare ufficialmente di tutor”. E comincio seriamente a ordire complotti e tranelli perché si compia tale destino. M’informo con docenti di altre facoltà, faccio domande in segreteria, confronto precedenti. Tutto inutile, ovviamente: provate voi a cambiare il corso della burocrazia accademica.

Avevo ormai lasciato ogni speranza, quando l’altro giorno mi ha chiamato proprio lo studente conteso. Il ribaltone è avvenuto alle sue spalle e senza colpo ferire: i suoi due prof. si sono incontrati e hanno concordato tutto da soli. La versione ufficiale: per una questione burocratica (!), il prof. scelto da me era più adatto a seguire uno studente di master. Ben mi sta. Una volta avviato il processo, inutile sbattersi, le cose avvengono da sole o non avvengono.

Per festeggiare, siamo andati a mangiarci le patate di cui sopra (lo so, abbiamo scialato). Ma per un equivoco mio i due tipi ordinati, tra cui la versione al caliu, si erano rivelati identici. Cambiavano solo le salsette d’accompagnamento. Ho risposto all’evidente delusione del mio compagno di festeggiamenti facendogli notare:

– Senti, possiamo sbatterci tanto a fare MasterChef ma, che tu ci aggiunga salsa romesco o allioli, questa patata la devi solo mettere in forno e lasciare che diventi squisita per conto suo.

– Come tante altre cose – riflette lui, guardandomi con una punta d’ironia.

Allora ho ripensato al mio sbattimento per cambiargli il tutor. O, tornando per una volta ai fatti miei, agli affanni per cercarmi una casa nuova, finché non ho deciso di aspettare che se ne liberasse una conveniente, come si fa coi parcheggi al centro commerciale.

Meno male che non gli ho scroccato la birra, allo studente felice, se no tra i fumi dell’alcool avrei potuto addirittura convenire che l’esistenza faccia un po’ patata al caliu. Devi solo metterla in forno, azzeccare temperatura e gradi di cottura. E, ok, magari dopo metterci una bella guarnizione.

Lo so, sono operazioni tutt’altro che banali, nella loro apparente semplicità.

Ma, una volta avviate quelle, la “materia prima” fa tutto da sola.

La parte che ci tocca è quella di essere capaci di abbandonare pentoloni e ricette raffinate, quando siamo troppo stanchi per fare i grandi cuochi, e sapercela gustare.

Magari con un pizzico di pepe.

gustav dorè Diciamo che il mio rapporto con la scrittura è sempre stato un po’ strano. Che fosse mia o altrui, eh, a parte la constatazione che quella altrui è quasi sempre meglio (ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).

Dopo un glorioso intento di traduzione all’impronta della Stele di Rosetta, al British Museum, con tanto di scolaresca impaziente alle spalle, gli ultimi episodi imbarazzanti di questa tempestosa relazione si sono verificati sempre in Inghilterra, durante l’Erasmus: sono stata tra le migliaia di idioti che davvero hanno battuto le mani quando Peter Pan chiede se crediamo nelle fate, e sono stata sentita urlare a quello stronzo del marito di Tess of the d’Urbervilles di tornare indietro, perdio, che prima fai il fariniello e una volta che tua moglie ti confessa di aver fatto altrettanto, peraltro in circostanze non chiarissime, prendi e la molli.

Non a caso quelli menzionati furono gli ultimi episodi proprio da ricovero, in coincidenza col mio ingresso nel mondo. Che per me avviene quando scopri che le fate esisteranno pure, ma non sono loro a rifarti il letto e a prepararti da mangiare, e se devi farti nuove amicizie dopo la scuola dell’obbligo, buona fortuna.

L’ingresso alla vita nei suoi aspetti più belli e brutti mi allontanò anche, un po’, dai libri. Che persero per me una funzione vitale: quella di rifugio dal mondo che non capivo, e che nei fumi dell’esistenzialismo pre-bimbominkia sembrava ricambiarmi con piacere.

Vi racconto tutto sto pippone perché immagino sia successo anche a voi di identificarvi con qualcosa che amaste molto (che so, un’arte, un hobby, una squadra di calcio, perfino un partito), e poi allontanarvene quando ha perso la funzione iniziale: penso alle tante scarpe ballerine appese al chiodo da aspiranti Isadora Duncan, che si sono accontentate di un corso di salsa, e a tutti gli astronauti che invece dello scafandro d’ordinanza hanno infilato un casco di motorino e sono andati a sfidare il traffico in centro.

Oppure, per non limitarci ai “sogni infranti” o presunti tali dell’infanzia, pensiamo ai ripieghi infranti, quelli che la nostra generazione si è vista sfumare pure quando pensava vabbe’, io rinuncio a fare la ballerina, ma un posto da insegnante me lo trovo, sì? Ed eccoti a ripassare a memoria la graduatoria vita natural durante.

Insomma, ci sono cose che a un certo punto della nostra vita ci definiscono, magari per i motivi sbagliati. Poi, per tante ragioni, spariscono, a spizzichi e mozzichi o tutte insieme.

Allora, può succedere che non tornino più e restino solo a simboleggiare un’epoca della nostra vita.

Ma a volte ritornano.

Con la forza e complessità degli amori giovanili ripresi più tardi con meno impeto, ma con più costanza.

La scrittura, per esempio, è tornata nella mia vita. E mi sembra di trattarla meglio, adesso che non ne ho bisogno. Adesso che non mi serve per scappare dal mondo, mi sembra che si sia alleata col mondo stesso per farmelo capire meglio. E per farmi vivere tutti i mondi possibili, che si aprono ogni giorno davanti a me fuori alla porta e dentro la babele di titoli sui miei scaffali malandati.

Se avessi detto “O questo o niente”, se avessi preteso come il Grande Gatsby che l’oggetto del mio amore fosse lo stesso dei primi tempi, allora avrei perso per sempre i libri nella mia vita.

E invece, dopo la prima, cocente delusione (“cari libri, non mi servite più a niente, il mondo è meglio di voi”), possiamo aprirci a un ritorno, condividere quello che siamo intanto diventati con quello che eravamo, e trovare la sintesi definitiva.

Quella che ci porterà a essere sempre noi in ogni capitolo, col passato che s’incroci in ogni momento con presente e futuro, come in una storia scritta proprio bene.

Sarà un caso, ma la prima a riuscirci sul serio si chiamava Odissea.

 

funny-fail-worker-pics   La buona notizia è che non mi hanno svegliato i soliti piccioni, che zampettano giusto sul tetto di pastafrolla sopra camera mia. La cattiva è che anche loro si sono arresi davanti all’azione di disturbo del martelletto stracciagonadi che li ha sfrattati.

Ancora non ho capito che lavori stia facendo il vicino del primo, che ha aspettato religiosamente che tornassi per affiggere sul portone l’assabentat (tradotto dal catalano: “Ci ho i lavori, cazzi vostri”). Ma dev’essere roba grossa, per arrivare a rompere il tetto, i muri limitrofi e i caratteri sessuali primari di chi ci sopravvive sotto, tra spifferi e macchie d’umidità (a tutt’oggi, resistiamo io e una coppia di ‘mbriaconi, che litigano ogni sera al di là del cartongesso).

Da questa parte del muro, devo dire che è difficile mantenere vivi i propositi che avevo fatto a inizio anno, nel tepore tropicale della casa in paese: l’idea di non pensare tanto al progetto generale, ma ai piccoli passi che mi ci porteranno ogni giorno. Sapete, sti fatti qua.

Quando ti sveglia un martelletto sommesso ma tenace di questa portata, con picchi da scalatore rupestre, vorresti proprio salire sul tetto e dire: “A coso, mi fai vedere che minchia stai costruendo?”. E se non è una riproduzione in scala della Reggia di Caserta, defenestrarlo senza troppi complimenti.

Perché, lo ammetto, nelle grigie giornate di gennaio senza riscaldamenti né coibentazione (parola magica che ho imparato ad apprezzare) è un po’ difficile sciropparsi l’affascinante saggio sulle differenze tra le teorie di Bourdieu e Luhmann dicendosi “Vabbe’, questi sono i compiti per oggi, quando creperai di calore a luglio, consegnando la tesi, ti ricorderai perché facevi tutto questo”. In effetti verrebbe da dire postumamente a B. & L. di andare a farsi una vita e intanto uscire a “godersi” la festa di Sant Antoni, anche se per i miei gusti la festa di quartiere media a Barcellona è tipo quella di Casandrino, senza manco il croccante e le mele cotte.

Ma pure quella è meglio di certi passettini da formica che devi dare una domenica per arrivare all’obiettivo finale (sorvoliamo sugli istruttori in palestra e i numeri che si stanno giocando sulla mia nuova scheda).

Però, devo dire la verità, in questi casi in nostro soccorso arrivano cose non troppo rare, se riusciamo a vederle: i risultati dei passettini precedenti. Le conseguenze di altre domeniche passate a studiare altri saggi indigesti o a fare qualche esperimento strano in cucina, o a sorbirsi le pene d’amore di qualcuno che adesso ci chiama e ci propone un lavoro. Magari nel settore in cui ci siamo specializzati due anni prima. Oppure ci chiama qualcuno che non ci ha mai confessato le sue pene d’amore, ma che ci riconosce finalmente l’autorità di opinion leader d’ ‘a palazzina, dopo anni di infuocate riunioni condominiali.

Non sto scherzando, eh, guardate che non è roba da poco. È come sto martelletto che continua a scassarmi i timpani. Io adesso glielo vorrei far mangiare, a quest’innocente lavoratore del lunedì, ma riderò poco quando guarderò il risultato finale e intanto, se ingoio l’impazienza e infilo bene i miei due cappucci uno sull’altro, posso valutare le proposte di lavoro dalla ditta per cui ho lavorato bene quattro anni fa, apprezzare la voglia di rivedermi dopo le feste delle amiche che ho saputo tenermi nella girandola continua delle nostre vite a Barcellona.

Con voi non funziona, intanto che sgobbate, godervi i frutti di semine passate? Provate a rifare quel piatto visto a MasterChef o proposto dall’ineffabile zia innovativa al pranzo “leggero” della vigilia: vero, che è meno una ciofeca dell’ultima volta?

Insomma, che lavoriamo a fare se non andiamo raccogliendo man mano che ci riescono le cose? E che ci lamentiamo a fare, se pensiamo solo ‘ngrugnati alla fatica che ci aspetta, e non sappiamo vedere quanto siamo diventati più bravi anche solo a centrare il maledetto gancetto per le chiavi, quando torniamo a casa.

A proposito, avete una felpa in più? Io ho cominciato solo adesso a… seminare il discorso “ennesimo trasloco”.

Lo so, era ora.

Come si dice, un po’ alla volta.

dead-end.jpg  Tornare a casa per le feste significa anche questo: immergerti nel museo di ricordi che è diventato camera tua e scoprire che, come spesso accade, chi ti fa soffrire di più è anche chi ti fa più regali.

Nelle vite precedenti, almeno. O così vorrei raccontarmi, ma in questa vita che mi piace definire come nuova, in cui ho il fiuto per aggirare i guai e un nuovo radar per la gente piacevole, in effetti di regali ne ricevo pochi. Forse perché nessuno ha niente da farsi perdonare o tutti sono già un regalo di per sé, perché è bello sapere che un WhatsApp sia tutto quello che mi separi da un infuso esistenziale in qualche baretto hipster di Sant Antoni.

Ma torniamo alla mia stanza-museo e alle cose che vi ho scoperto.

Ho ricordato che i difetti erano un valore aggiunto, nella mia antica costruzione delle relazioni di amicizia, amore. Perfino dei rapporti di lavoro.

Avete presente quando dite di qualcuno: “Ha una bella faccia tosta. Mi piace”? O: “È proprio pazza, che forte che è”. Ok, fin qui sono Falsi Difetti.

Poi c’è quello che secondo le leggende metropolitane è molto popolare tra le donne: “È proprio stronzo, ergo dev’essere mio”. Che poi a me sembra unisex, ma vabbe’.

In effetti per me adesso è difficile da capire, questo, ma a persone meravigliose che ho conosciuto al momento sbagliato mancava proprio un difetto. Quello che ai tempi cercavo per sentirmi a casa.

Quello che dovevo assimilare in me, e allora lo cercavo sempre altrove.

È come perdersi per le stradine di una città familiare ma non troppo: per trovare il bar che cercassi dovevo fare esattamente lo stesso percorso che mi ci avesse portato la prima volta, vicoli ciechi compresi. Dovevo proprio arrivare fino alla strada sbagliata, dirmi: “No, qua poi mi sono resa conto che avrei dovuto svoltare prima”, e tornare indietro. Mi succede ancora, ogni tanto, specie nell’Eixample, dove le strade si somigliano tutte.

Anche i miei amici di un tempo si somigliavano, per il difetto che me li faceva amare, quello che mancava a chi mi avrebbe trattata meglio e con più responsabilità: erano tutti un po’ sperduti in una nebbia che non era ancora disoccupazione, problemi seri di credito, convivenze abortite e gravidanze portate a termine.

Erano tutti persi e quasi contenti di esserlo, ma intanto spaventati e anche cattivi per questo.

Ed è strano pensare che in certi momenti della nostra vita, a volte per sempre, abbiamo bisogno di un difetto, per andare d’accordo con qualcuno, dell’insicurezza di una donna che secondo le leggende rende gli uomini più sicuri, della strafottenza di un uomo che trasforma le finte sicure in crocerossine, del difetto che è odioso e ti rende la vita odiosa, ma senza non sai bene come relazionarti.

Come quando ringrazi un operatore telefonico prima di riattaccare. Non sa come risponderti, tanto è abituato agli insulti e al comprensibile fastidio che condivide con chi perseguita.

Io a volte ho sentito la mancanza di questo difetto proprio come dei vicoli ciechi in cui dovevo perdermi per ritrovare la strada, l’unica che conoscessi, per la meta che mi prefiggevo.

Poi mi sono accorta che le strade sono tante e quella più breve non è poi quest’opzione impossibile da considerare (in tal caso, non riuscendo a percorrerla, la consideravo noiosa o sconveniente).

Certo, è difficile vivere così, accettare la responsabilità e le conseguenze di qualcuno senza IL difetto, uno che magari ce li avrà tutti, meno quello che ti faceva funzionare, allora quando ti farà male giungerà davvero inaspettato e senza risposte immediate.

Potrebbe anche essere che non succeda mai, o che sia un male umano, noioso e complicato che in qualche modo si possa risolvere, anche lasciandoselo alle spalle.

Non bisogna mica sciropparsi qualcuno o qualcosa in vista del prevedibile finale amaro.

Questo è il momento di scoprire che anche la strada più semplice possa essere una sorpresa continua. Solo che ha un difetto: non ci dà quel senso d’insicurezza che ci fa illudere di star attraversando chissà che grande avventura urbana, mentre quelle vere, intanto che affrontiamo questa, stiamo attenti a tenerle sempre fuori portata.

No, i difetti che mancano potrebbero addirittura non essere più un motivo di rimpianto.

Superarli potrebbe portarci alle cose necessarie, quelle belle sul serio.

Glielo perdoniamo, vero?

 

 

 

gafapasta Le ho conosciute entrambe all’arrivo, ovviamente. Persa nel vano tentativo di farmi amici sfigati quanto quelli che mi lasciassi dietro. E artistici, soprattutto artistici, prima ancora che artisti. Frangette squadrate male, perché qua si tagliano a mano o te le fa l’amica “brava con le forbici”, e allora escono un po’ meno squadrate.

Quella di Concha più regolare, a rivelare un’epoca in cui doveva essere stata un ciuffo ben laccato, di quelli stile anni ’90 che contraddistinguono i pijos (fighetti) di qua. Quella di Gemma, sbarazzina, che lo dico a fare, sugli occhiali doppi con montatura spessa, stile anni ’60. Qua gli hipster si chiamano gafapastas. Ma Gemma non è un’hipster. Troppo facile. È intensa sul serio. Infatti non ci ho rimuginato troppo, quando il mio primo flop sentimentale di qua mi ha guardata meglio e ha ripiegato su di lei, sulla somma di adolescenzialità e di grazia che, si capisce da subito, l’accompagnerà per sempre. Negli scritti autopubblicati, nelle letture collettive delle jam session poetiche, nel libro finalmente in cartaceo con sopra il nome di una casa editrice pesa, almeno per chi nasce a queste latitudini.

Per allora, Gemma aveva già lasciato andare, con poca convinzione, il suo amato-sempre-assente. Se l’era pappato Concha, all’improvviso. Concha, frangetta squadrata a nascondere le proprietà sul Tibidabo, le vacanze in India con una madre-sposa bambina di qualche critico musicale che aveva fatto dell’antifranchismo, come andava di moda negli anni ’60: niente garrota, una fuga a Parigi a fare la vita bohémienne. Promosso per sempre e Visca Catalunya lliure, coi fondi della Regione.

Da qui veniva Concha e a maggior ragione, quando l’ho incontrata, sembrava sputare su tutto questo, caricandoselo addosso ancora di più. L’avevo schifata, come d’altronde Gemma e il suo ragazzo che avrei voluto io, per i dibattiti accesi che scatenava all’improvviso e senza un reale motivo, nelle rivendicazioni femministe, animaliste, “iste” in generale che adoro e che in bocca a lei sembravano capricci della niña de la casa, in cerca di un po’ di attenzione.

Capirete che insomma, quando scopro in un raid alla vecchia università che il mio ex rimpianto è passato dalla soave Gemma all’insopportabile Concha, un po’ di traverso mi va, il caffè catalano con mezzo litro di latte a lunga conservazione, come se non bastasse quello per cominciare male la giornata. Eccheccazzo. La mia teoria è che quando ti preferiscono una che avresti scelto anche tu fa meno male. So che il dibattito è aperto.

Poi ho rivisto questa Concha, invecchiata di 7 anni, o ringiovanita, per la verità, e ho capito tutto. Ho ammirato i suoi ismi distrutti di fronte a una finalmente onesta dichiarazione d’impotenza e ho capito cos’avesse, lei, che durasse, che i bei libri di Gemma, sempre intenta a inseguire un destino indefinito, non hanno: Concha è terrigna, è fatta di carne e sangue e lo sa.

E a un certo punto si è fatta una bella risata sulla vita di dubbi che conduceva e si è data quella che per me è l’unica risposta possibile: “Machemenefo'” (scusate il catalano).

Mentre Gemma si sforza, si barcamena in un mondo che non capisce e che la rassicura solo se è fatto di carta stampata, odorosa d’inchiostro fresco, Concha si è arresa alla sua irriducibile concretezza. Alla capacità di amare uno anche se non ti disprezza o se russa una notte intera senza citare Nietzsche al risveglio. Alla voglia di avere bambini anche se “la vita di una donna non si può ridurre a quelli” (ma va’). A una certa arietta antipatica che l’accompagnerà sempre ed è solo, o soprattutto, timidezza, ma che a lui, ho potuto notare quando finalmente li ho visti (e non erano freschi, convivevano da un po’), a lui fa proprio bene.

Ma la mia è una visione egocentrica di Gemma e Concha, degli opposti che si odiano forse perché la seconda non avrà mai la profondità della prima, e la prima non sarà mai così leggera. A parte la rosicata per quello lì che mi ha disdegnata per loro, forse le guardo così perché io sono esattamente sospesa tra i loro due mondi, tra l’Iperuranio di una e le profondità sulfuree dell’altra.

Se invece di schifarsi a morte capissero quanto dell’altra già contengono, forse anch’io mi sentirei più a mio agio, col passato e con quello che non so essere, ma ho la grazia di non provarci nemmeno.

Forse chiedo troppo da due persone che sono state nello stesso posto.

Ma hai visto mai che un giorno le possa sorprendere in un bar di Gràcia a sfottersi le rispettive frangette, ad annegare insieme al latte in un luuungo caffè.

 

maxresdefault A me?! Ok, un pochino lo sarò. Giuro che non lo faccio apposta. Mi chiamano così quando, seguendo una mia intuizione che potreste tranquillamente definire “non farmi i cazzi miei”, mi lascio scappare qualche commento, a tavola, su dei conoscenti in difficoltà.

Allora argomento che l’amico iperattivo che sta facendo tremila master e venti stage per non affrontare una situazione familiare difficile dovrebbe fare i conti con quello che ha tra le pareti domestiche, prima di ammalarsi inutilmente e rendere pure poco nello studio.

Oppure che i tanti che non vogliono respirare l’aria del quartiere, addirittura della città o dello stato del proprio ex compagno/amante/scopamico per timore d’incontrarlo, dovrebbero invece andarci. Non dico di proposito, se non hanno di meglio da fare, ma dovrebbero passarci a ogni occasione e vincere la propria paura passo dopo passo. Io così ho scoperto che il bar all’angolo della strada sua faceva lo shakerato alla nocciola! A Barcellona. Prima dell’invasione di bar italiani. Tutto il tempo a intossicarmi qualche metro più in là e potevo fermarmi a gustare l’unico caffè che prendo volentieri.

Insomma, mi si risponde: “Ma come puoi giudicare?”. E anche: “La gente ha paura, è comprensibile”. Vero.

È comprensibile, la paura di affrontare le proprie paure. La procrastinazione è la legge del millennio e i caratteri irrisolti passano per simpatici, mentre chi si arrischia a essere sereno o addirittura felice è uno stupido senza rimedio. Solo perché chi lo critica, magari, non ci riesce.

E c’entrano assai, ci mancherebbe, le condizioni economiche, c’entra pure la botta di culo che capita a uno e a un altro no, ma se ti porti appresso quella capa, te la porti anche quando ti hanno staccato un assegno di un milione di euro (a proposito, nessuno ha vinto la lotteria di Capodanno?).

Insomma, io sono presuntuosa e non mi faccio i fatti miei. È che l’unica volta in cui ho rischiato seriamente di buttarmi giù da un balcone (non che ne avessi l’intenzione, ma manco mi ero affacciata per prendere il sole), mi sono accasciata lì davanti, spinta dalla stessa forza che mi buttava sotto la doccia in quel periodo, e sono tornata in camera. Poi sono uscita pronta a prendermi un diversivo da Radio Lacrima e ci sono riuscita con pazienza e lavoro, soprattutto con l’accortezza di NON buttarmi in mille impegni per far finta di niente e NON evitare possibili incontri pericolosi, specie se dovevo lavorarci gomito a gomito, ma neanche cercare contatti inutili (se non ti amano non ti amano, ripetetelo come un mantra e scoprirete che alla fine sarete ancora vivi).

Insomma, sono presuntuosa a voler condividere cose che sono andate bene a me. E che magari faccio male a proporre come soluzioni per altri, ma lo faccio proprio perché il mio malessere mi ha insegnato la bellezza della condivisione, della solidarietà, della serenità che non nasca dal sollievo che proviamo per problemi che ci creiamo da soli. E proprio per questo preferisco suggerire, banalmente: attraversa il tuo problema come fosse la strada di casa, l’unica per tornare. E poi, chi ti ammazza.

So che è una parola, infatti io ho dovuto precipitarci (in senso figurato, per fortuna).

Però, adesso vado dove voglio, alterno attività e riposo, e questo post è nato proprio da una discussione con chi usavo come scusa per farla finita.

Adesso ci litigo al bar.

Pensate un po’.

 

649df3b915237269533bdf2c928ca551  … O almeno spero!

Perché l’ultimo dell’anno ci invade una tale valanga di buoni propositi altrui, tra social e discorsi ubriachi a tavola, che quando andiamo a fare la prima pipì del primo gennaio ci passa davanti agli occhi tutto l’anno nuovo, come la nostra vita quando zia Drusilla ci taglia la quarta fetta di panettone, e ci diciamo: “Ua’, c’è da fare!”.

Ma io, che trascorro il 31 come una nonnetta e il giorno dopo sono già attiva alle 9 (si vede che non ho consegnato tutte le tesine del master?), in effetti non ho la salvifica incoscienza che accompagna i miei amici devastati, fino all’ora di rimettersi a tavola e affogare le loro inquietudini in altro alcool.

No, a me l’anno nuovo si presentava così, questo primo di gennaio: come un’enorme stanza piena di cianfrusaglie da mettere in ordine. Meglio degli anni che mi sono apparsi come una gigantesca casa vuota da arredare da cima a fondo (lo so, volete chiedermi cosa metta mio padre nello spumante).

Ma subito dopo il Mammarocarmene della prima impressione, mi sono fatta la domanda chiave:

– Ok, quest’anno devo vincere il Nobel per la Letteratura, guadagnarmi una cattedra a Harvard e mettere al mondo due gemelli. Ma oggi, che devo fare?

Risposta: pubblicare il post di Capodanno e rivedere la tesina.

E basta. Impegnativi per un giorno festivo, specie una tesina scritta in uno spagnolo che se la gioca con quello di Raffaella Carrà. Ma niente di trascendentale, su.

Passo dopo passo. Little by little. (A) poc a poc.

Basta fare i compiti ogni giorno. Anzi, dopo quelli viene ancora più voglia di lavorare.

Infatti ho sferruzzato per tre ore (davanti a terribili programmi TV seguiti da mia madre), ho abbozzato un inizio di romanzo, evidente parto mostruoso delle pizze avanzate il giorno prima, e mi sono fatta una mefitica maschera di argilla, prontamente rifiutata dai familiari invitati a “favorire”. Me ne sono pure messa troppa sulle labbra, finendo per fare indigestione di Olio di Tea Tree.

L’importante è aver fatto quello che dovevo, quei due compitini di cui sopra. È un segreto così scontato e facile da dimenticare, quello di dividere un progetto in tanti passaggi brevi…

O anche, per procrastinatori cronici, fare solo cinque minuti al giorno, ogni giorno, di quello che non ci va di fare, e aumentare gradualmente il tempo.

Non mettiamocelo solo in bacheca, il meme con la strada e la frase di Martin Luther King (e invece è Lao-Tzu): “Anche un viaggio di mille miglia inizia con un passo”.

E l’ultimo che arriva passa Capodanno con me.

mandala  Sì, sono sempre io, la sferruzzatrice folle. Quella che passa le giornate di fine anno a scrivere una cosa che si chiama “El fracaso del duelo: anti-monumentos de la Primera Guerra Mundial (Virginia Woolf y Käthe Kollwitz, 1922 – 1939)”. E la sera bestemmia appresso all’ineffabilità della maglia bassa all’uncinetto. Per non parlare di quella bassissima: che mi prendi per il culo?

In ogni caso, sferruzzando sferruzzando (i ferri mi riescono meglio), ho imparato quello che decine di anni di cantonate ed errori orgogliosamente ripetuti, in caso la prima volta non avessi afferrato il concetto, non mi hanno inculcato: la già menzionata e ancor più ineffabile arte di lasciar andare.

Pure le cose belle, come per il mandala tibetano. Specialmente quelle, quando è ora.

Me lo prefiggo come proposito di inizio anno, e mi permetto di suggerirlo anche a voi.

Perché, immaginatevi la scena: sto sferruzzando da almeno tre film (io lavoro a maglia la sera, davanti al pc, così se non mi piace la trama sullo schermo mi consolo con quella della sciarpa). Quando ormai la mia creazione si è fatta così lunga da coprire tutti gli spifferi di casa mia (e non basta tutta la lana del mondo), mi accorgo che un centinaio di ferri fa ho fatto uno di quegli errori irrimediabili che, pure a ripassare tutti i tutorial sulle soluzioni facili, condanna per sempre il resto del lavoro a essere una ciofeca.

Che faccio? Disfo. Tutto.

Ma se sta sciarpa, mi sussurra la voce della coscienza, si è sciroppata almeno due film nuovi di Woody Allen!

A maggior ragione. Disfo. Quando non c’è niente da fare per migliorare una situazione, uscirne è la via più pratica. Ed è quasi sempre possibile.

No, poi non è come se non l’avessi mai fatta, la mia sciarpa fallita. Innanzitutto, il gomitolo è diventato una matassa inestricabile, che mi fa rimpiangere di non avere il cugino sfigato a reggermelo con le mani disposte a telaio, come nelle migliori commedie anni ’80. Non è che abbandonando una brutta cosa ti rifai una verginità laniera!

Ma vuoi mettere l’esperienza? Il punto a grana di riso non ha più segreti, per me. Semplicemente, l’ho applicato allo schema sbagliato. Anzi, quando si è inceppato il meccanismo dovevo essere persa nell’unica scena decente della quarta stagione di Homeland. Mai distrarsi, nella vita. Il conto arriva troppo tardi per risputare la bottiglia di fiele ordinata come antipasto. Ok, dimenticate l’ultima frase, che state ancora digerendo il cenone.

E davvero, se non avete idea di cosa significhi disfare una sciarpa ormai avviata, pensate all’ultimo piatto costatovi un giorno in cucina, che avete dovuto buttare ai piccioni. O al pc che si mangia l’articolo che dovevate mandare entro il 31 dicembre, a cui avete sacrificato svariate partite a rubamazzetto (ecco, adesso mi viene la paranoia, vado a controllare se ho salvato El fracaso ecc.).

Pensate a quando state portando avanti una qualsiasi situazione che ormai è tutta sbagliata, ma “avete lavorato troppo tempo” per disfarvene. Così proseguite infelici nel vostro errore, il tempo aumenta e non avete il coraggio di liberarvene mai.

No, no, dite al Dalai Lama che i suoi mandala mi fanno un baffo: si mettesse a fare sciarpe!

Abbiate il coraggio di produrre cose belle e lasciarle andare, quando sono ormai fritte.

È l’unico modo di farne ancora più belle con l’esperienza accumulata.

Io per esempio ho fatto una sciarpetta a punto inglese che è la fine del mondo.

Ok, mi è caduto qualche punto per la via, ma quasi non si nota. Giuro.

Auguri.

 

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