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foto di Juan Novakosvky

L’ho vista una prima volta, io, Barcellona?

Perché mi sembra di star qui da sempre.

Ma devo averla pur vista una prima volta, dalla nave, quando scorsi quell’orrendo palazzo al porto che sarò l’unica in città a non sapere cosa sia.

Allora ce l’avevo alla mia destra, per la prima e unica volta. Quando sarei partita per Lo Sbarco non l’avrei notato, al buio, al cospetto di Montjuïc visto dal mare.

È che quando mi vengono a trovare, e guardano Barcellona con gli occhi di chi non ci vive, cerco di ricordare come la vedevo io, da turista.

Non mi piacque. Detectai in un momento tutte le cose che non mi sarebbero piaciute, tutte insieme. Il caos. La sporcizia. Il vuoto.

La sensazione che sia un grande scenario montato per i turisti, con quelli di qua che scappano lontano, defraudati della loro città ma troppo simili a quelli da cui fuggivo per compatirli davvero.

“In fuga” ci stavo più allora, in quell’albergo del Raval che non ho più identificato, circondato da signorine in minigonna.

La prima volta a Barcellona l’ho pure descritta per un compito di catalano, stile temino delle elementari. Ho parlato della Rambla che mi era sembrata da subito l’Inferno, di Gaudí che mi pareva un bambino che giocasse ancora col Lego (non lo scrissi così, che mi estradavano). Ma anche della Rambla del Mar, di quanto fosse bella, la sera, con poca gente, nonostante i miei tacchetti fini che s’impigliavano continuamente nelle tavole di legno. E di quanto mi mancasse, ora che ci andavo con scarpe rasoterra, il braccio che mi sosteneva. Il commento in rosso della prof fu “Ets una novel•lista!”. Be’, in effetti ci provo. “… Però amb errors”. La prof di ora è meno generosa: “Questo l’hai scritto tu? È bello. Strano”.

Invece le prime volte degli altri le so a memoria.

La bocca aperta davanti a Gaudí, che da qualche parte mi fa una linguaccia. La domanda al ristorante: “Ma dove sono i primi piatti?”.

I problemi con le presentazioni, con gli autoctoni pronti a dare due baci e gli italiani lì con la destra sospesa nel vuoto. I baci rubati, più o meno involontariamente, nell’operazione (noi partiamo dalla guancia destra, loro no).

La sorpresa (a volte il fastidio) davanti alle coppie gay mano nella mano. Le postegge notturne a qualsiasi bionda in abito corto e tacchi alti, prima di accorgersi che sono troppe per fermarle tutte.

O le sbirciatine all’interno coscia dei nudisti a Barceloneta, mentre spiego all’amica di turno che non si affezionasse troppo, 8 su 10 il chico è gay. Specie se è spettacolare. Ma restano meno sconvolte dei ragazzi di fronte al topless, fanno tanto gli spavaldi ma poi se stanno tutte con le poppe al vento “non si trovano”.

Tanto, anche se si trovassero…

Questo paese è noiosissimo, diceva una conterranea ieri, qua le ragazze quando dicono sì vogliono dire proprio sì, e quando dicono no, è no.

Forse è questa la cosa che mi mancherebbe di più di Barcellona.

Peccato che chi viene da fuori non la sa.

(Barcellona, vista da dei catalani)

Stamattina la luna non voleva proprio saperne, di levarsi dai piedi.

Stava lì, illuminata dal primo sole, enorme e stupenda come due sere fa, quando mi resi conto che la Festa della luna piena era stata un buco nell’acqua. Che la Casta Diva era enorme e stregata sul mare della Mar Bella, la mia spiaggia preferita a Barcellona, ma che intorno alla collinetta dei nudisti la gente si raccoglieva in gruppetti isolati, autarchici.

– Qui siamo così – spiegava l’amica catalana, sorridendo – magari sfiori quelli del gruppo accanto, ma non vi parlate nemmeno.

E poi non c’era granché spazio per la conversazione. Un gruppetto si bagnava en pelotas, senza costume, un altro suonava incessantemente dei tamburi, e un circolo bello grande di gente sembrava consumare qualche strano rito, alternando momenti di raccoglimento a movimenti lenti, uniformi.

In effetti la luna era proprio stregata.

L’amico di Palermo non era venuto, forse era esausto dopo il lavoro. L’avevo visto la mattina in Plaça Sant Jaume, davanti al Palau de la Generalitat, a protestare coi suoi colleghi per la gran putada.

Il governo catalano ha tagliato i fondi ai centri che non gestisce direttamente. Manco gli stipendi per gli assistenti sociali. Intanto lavori, poi si vede.

L’amico però pensa che a settembre si risolve tutto, magari è una manovra politica pure per far vedere che la colpa è del Govern Central (si pronuncia “Satana”) che di fondi non ne manda abbastanza. Pensa ai suoi assistiti, autistici geniali che magari s’incazzano perché le patate nel piatto toccano la carne, e che ora si ritrovano senza suppellettili, senza niente.

Loro non votano, osservo oziosamente.

Lui si voleva mettere in mutande a cucinare un pentolone di fagioli con chorizo (sempre per il doppio senso: salame-arraffone). Avevo già pensato alla battuta: avrei preferito vederti così in circostanze più amene.
E invece, compunti, ci siamo seduti a terra in Plaça Sant Jaume, gruppo “Acció”. E mentre parlavamo è passata una volante, è sceso un poliziotto, si è messo a leggere i cartelli, una delle ragazze gli è andata incontro decisa e… Si sono abbracciati.

Li ho fotografati che chiacchieravano prima che il poliziotto se ne andasse soddisfatto. A lui hanno tolto la tredicesima e diminuito stipendio e ferie.

Ogni tanto passavano turisti italiani, inconfondibili, e allora l’amico si alzava e cercava di spiegare. Guardavano a terra, imbarazzati dal loro disinteresse, e andavano via.
E lui s’intossicava.
Non serviva a nulla spiegargli che le cose non si chiedono, s’impongono, niente “posso lasciarti questo volantino?”, metterglielo in mano e se non lo vuole leggere lo buttasse.
No. Lui pensava solo che era deluso. Che la gente del suo paese, del nostro, è ormai rassegnata.

Passiva no, pensavo tornando dalla festa della luna piena, a giudicare dal balzo che ho fatto quando un energumeno si era parato dinanzi a noi tre. Mi ero sapientemente scansata con l’andalusa, mentre la catalana si era ritrovata in faccia le grandi mani sozze ed era stata “salvata” dalle due terrone. Era stata l’unica a esitare, perché non capiva che succedesse.
Era rimasta incredula per molto tempo: “perché proprio a lei”, ci chiedeva. Avevo provato a dire che lei non ci era abituata, ormai quasi neanche io, e mi tornava alla mente il vecchio refrain “Sono quattro anni che vivo in un paese civile”.

Mi è tornato anche ieri sera, davanti alla luna solo un po’ più lontana e appannata, mentre mio padre mi suggeriva che le molestie vanno assolutamente condannate, però… “Abbassando i toni, in nome dell’umana fallibilità”.

Ci risiamo coi però. È questo che mi aspetta a casa, i però?

Evadere è reato, però se si può… Le raccomandazioni sono esecrabili, però la vita è dura. E le molestie orribili, però chi le fa è spesso incapace d’intendere e di volere. E poi la classica mano sul culo (quella che ti devi “saper giostrare”, diceva un coetaneo al paese) non lascia tracce.

Suppongo che chi la pensa così è stato toccato da una ragazza, la prima volta, non da un baffuto signore sorridente sull’R2, come me a 14 anni.

Ma questa “è la posizione più scientifica”, e allora se fermano ‘e rilorge perché la scienza ha parlato.

La stessa che 50 anni fa prescriveva scientificamente l’elettroshock agli omosessuali, e che ora improvvisamente “non era vera scienza”. Come quella, immagino, che 120 anni fa affermava che le donne amavano le botte, e che poi non sentivano tutto sto dolore.
Quali delle teorie snocciolate come scientifiche non lo saranno più tra 50 anni?

La scienza è la più ridicola delle religioni, perché non sa di esserlo.

E penso con un brivido al mare di “però” che costella il cielo tra la padella e la brace.
Tra Barcellona e Napoli.

Ma è cosa ‘e niente.

(canta che ti passa)

A Barcellona esiste anche l’addio a puntate.

Anzi, mi sa che è la prassi.

La mia sarda preferita la sfottiamo ancora per le dieci serate di birra, capellini (“andiamo al mio cinese o al tuo?”) e Antikaraoke con cui ha fatto la sua sontuosa uscita di scena, l’unica ad aver trovato lavoro in quel di Sassari.

Spesso si emigra in due episodi: prima un viaggetto nella nuova città, con metà dei bagagli, poi un’ultima notte nella vecchia stanza, già pubblicata su loquo tra quelle in affitto, e infine addio. O anche in tre parti: puntatina al paese per una visita a mammà, notte barcellonese (magari in spiaggia a ubriacarsi e farsi rubare le scarpe) e addio.

L’addio è sempre alla fine, ovviamente, ma non è mai definitivo. O così sembra. Scommetto che me li ritrovo tutti alle feste di Gràcia, a offrirmi un sorso di birra da un bicchiere di plastica. Il problema è che a parte la rumba catalana e qualche concertino le feste di Gràcia mi sembrano tristi, come tante cose organizzate dalla gente di qua in quartieri che ormai non la rappresentano.

Così mi accontento di un saluto frettoloso, delle pacche sulle spalle date sulla porta, quando scappo prima che chiuda la metro.

O di due chiacchiere prima che si sfaldi la comitiva, che una parte vada in spiaggia e un’altra a ballare i Beach Boys al Magic (“Ma Beyoncé che vi ha fatto?”, piagnucola l’amica spagnola che di addii ne vede pochi).

Certi episodi, poi, mi fanno capire ho ancora molto da imparare, per evitare le situazioni ridicole.

È tornato per una notte sola, ma che non si sapesse in giro, che “non voleva mettersi a lavare piatti”. Anche noi ti vogliamo bene, avevo pensato.

Gli hanno teso un’imboscata, una cena improvvisata. Ho disertato rispettosa, ma era un no a metà, “fatemi sapere che magari vengo dopo”. È difficile essere razionali e rispettosi se non sai più qual è l’ultima volta.

Ma sì, che lo sai. Tornerà presto, per le ultime cose. E non sarà solo. Ripenso con un brivido a certe serate a Napoli, ere geologiche fa. Non c’è paragone. Ma il ridicolo che non avvertivo allora adesso m’invade la bocca.

Tanto non mi hanno più “fatto sapere”, per la cena, e mi sono sentita un’idiota.

Mi tengo il mio saluto privato e il sospetto che qualcosa non vada, in questa città di adii a puntate.

Artificiali. Come i festoni di carta delle feste di Gràcia.

(però questi alla festa mi piacciono, specie se non nominano la buonanima di Gato Pérez ogni 10 secondi)

da homeaway.es

Il giorno che lui è partito mi ha chiamato il manager per dirmi che non mi assumeva.

La prima cosa che ho pensato è stata: meno male.

Brutto segno. La crisi ti fa accettare lavori che quando li perdi ti senti meglio.

Non lavorerò perché sono laureata da più di 5 anni, e per spacciarmi per stagista dovrei avere un titolo più fresco.

I manager hanno la stessa voce, quando te ne mandano, contrita quanto basta, solidale quanto basta, sempre un po’ impersonale.

Mi hanno segnalato un altro annuncio, più o meno la stessa storia, ma contratto di 6 mesi invece che 3. 6 mesi a guadagnare 10 euro in meno dell’affitto. Lo sapete meglio di me, questi ormai vanno a scatafascio, sono indebitati fino al collo e la gente è esasperata.

Adesso, quindi, mi tocca pensare a cosa fare.

Ed è difficile perché qui è veranito, piena estate. L’estate non si dimentica mai di cominciare. Concerti e cinema all’aperto ogni sera, spesso gratis. I vicini hanno cominciato il Ramadan. I marocchini hanno chiuso i ristoranti giusto venerdì scorso, che con Petra finalmente si andava a mangiare il cous cous.

E i poliziotti che li fermano sono scuri quanto loro. A volte vedo le volanti da lontano, magari a Plaça Universitat, e so che fa un po’ figo, alzare la testa preoccupata come se fossi Lupin, ma dallo sciopero generale tante volanti insieme mi fanno un po’ paura. Adesso, poi, dopo i minatori a Madrid…

Chissà dove vanno al mare, i poliziotti. In quei posti in culo al mondo in cui vanno quelli di qua, snobbando i guiri, come ci chiamano.

Pure io ho inaugurato la stagione delle ustioni. Sabato a Sitges, tra addii al celibato per matrimoni gay (c’era un clone di Borat) e venditori statuari ma quasi più ‘nzisti dei pakibeer della Barceloneta. Volevo pure fare la battuta “è succieso ca m’aggio appicciato”, ma coinciderebbe col più devastante incendio della storia recente di Catalogna, che ci arriva fino alle narici e avvolge Barcellona in una nebbiolina irreale.

Sabato invece minacciava pioggia, il sole sembrava non voler proprio uscire, e poi…

Prima o poi Barcellona lo fa sempre uscire, il sole, e le sono grata per questo.

Ma non mi basta più. Quattro anni a settembre e quasi non ho amici fissi, che non se ne vadano o pensino di farlo, che non si sentano in vacanza tutto l’anno per poi fuggire appena decidono di metter su famiglia, perché di Barcellona conoscono solo i bar e le agenzie interinali.

E allora ho pensato perfino a…

Sì. Perfino a tornare.

Come soluzione estrema. Fare quelle cose che ho rifiutato a 20 anni, il master chiattillo per comprarmi il tesserino, o il lavoro aggratis per fare curriculum. No, fin lì non ci arrivo.

Gli italiani quanti sono? 60 milioni. Non è detto che perché non mi sono trovata bene con quei 3 o 4 debba essere sempre così.

Sarebbe una specie di tregua. Tornerei a casa serena e “riconciliata” come se fossi appena uscita a giocare, a saltare sulla pietra enorme spuntata un giorno in mezzo al marciapiede. Chissà da dov’era uscita. Magari era un avanzo di costruzione.

“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”, diceva il protagonista di un best-seller che leggevo allora.

Io è già tanto che non prendo a testate gli angoli di casa!

Ma vi dico cosa faccio. Faccio passare un altro po’ d’estate, che Barcellona non la lascio facile, e decido finalmente che sarà di me.

Parola di scout.

Non l’ho mai fatta, la scout.

E così se ne vanno tutti.

Pure da qua. Barcellona non è più la Terra Promessa di Zapatero, quella che un lavoro lo trovi sempre, che sole mare e fiesta.

Adesso è anche crisi, gente che rovista nella spazzatura, licenziamenti improvvisi e collettivi e riassunzioni per due soldi, che per qualcuno è meglio prendere il sussidio di disoccupazione e non fare niente. Anche se è una miseria, anche se la coinquilina olandese ti guarda e si chiede “come fai a vivere da parassita”.

Altrimenti te ne vai.

E la cosa strana degli addii di qua è che veramente è l’ultima volta che vi vedete. Oddio, non si sa mai, vi potete sempre incontrare nello stesso angolo di mondo. Questa è gente che viaggia, che cambia spesso paese. Magari approfitti per un viaggio con alloggio assicurato.

Ma se dici addio al tuo ex o litighi con un’amica al paese, 9 su 10 dovrai incontrarli per strada, e sarà perfino una scocciatura.

Qui ti abbracci, dici “suerte”, “good luck” in qualsiasi lingua vi parlaste quando lavoravate o bevevate insieme, e buonanotte.

Lui che se ne va perché sì, perché non sa cos’è meglio ma intanto qualcosa vuole fare. Tu che resti per gli stessi motivi.

E a volte l’addio può essere improvviso e scioccante, come oggi.

Che se ne andasse a breve me l’avevano detto, e ci sono rimasta male ma ho detto vabbe’. Meglio ora che sto bene, che so che al massimo ci si sarebbe visti ogni tanto per una birra e due risate.

Ma oggi aspettando la birra dico “te ne vai”, e risponde “sì, dopodomani”, “pensavo tra un mese”, “no, ho anticipato”. E capisci che è l’ultima volta, e non puoi fare niente di quello che ti chiede lo stomaco in panne.

Solo sorridere e mettere insieme due chiacchiere mentre ti riaccompagna a casa per scherzare un altro po’. Che diamine, dopo tanti mesi un’amica non si saluta in tre secondi davanti alla metro.

E poi abbracciarsi e dire in bocca al lupo, addio adiós adéu.

Fine delle trasmissioni.

(quando ancora si aspettava)

Tutto è cominciato con tre giganti sotto casa.

Appena usciti dall’Almazen, trasformato per l’occasione in un vero almacén (magazzino) di festoni e co. : il mio vicolo è letteralmente il cuore della Festa major del Raval 2012.

Ogni barrio ha la sua festa e stavolta tocca al mio.

E i gegants sono d’obbligo, come i castellers, e tutto l’ambaradan delle feste catalane.

Io li adoro, è come se al mio paese ci ritrovassimo improvvisamente tutto il mondo a passeggiare per il Corso e la festa del patrono continuasse invariata.
Ah, siete abituati a Capodanno a Times Square? Che ce frega, noi andiamo avanti con le nostre tradizioni.
Che di solito, non rievocandomi i ricordi d’infanzia delle mie amiche, mi annoiano anzichenó.

Ma il Raval non annoia mai. Siamo appena al secondo giorno e sulla Rambla Raval è già comparsa la denuncia degli indignados: il cineforum all’aperto non è stato autorizzato, perché “troppo rivoluzionario”. Un poliziotto di passaggio non avrebbe gradito le cariche della polizia rappresentate nell’ultimo film. Fonte non specificata e immancabile frecciatina alla Filmoteca de Catalunya, che semplificando “non dà niente al quartiere e fa aumentare gli affitti”.

Certo. Non vedo l’ora di rinunciare alla visita di Costa Gavras e alle rassegne su Berlanga per sedermi a terra a rivedere V for Vendetta. E il ragionamento “niente musei e filmoteche perché ci aumentano l’affitto” mi fa indignare con gli indignados.

Balliamoci su, va’, che alla cena catalana ho provato ad andare, ma mentre pregavo perché non fosse troppo nazional-popolare mi ritrovo Plaça dels Angels apparecchiata col servizio buono e tanti anziani in ghingheri (più 5 ragazzi di un coro) che aspettano di essere serviti da camerieri in nero.

È questa la Catalogna del Raval?, mi chiedo piazzandomi sotto al palco della rambla a ritmo di samba. Sembrerebbe di sì, se uno scherzoso “sisplau” del cantante brasiliano riesce a suscitare l’ilarità generale. Sono poche le mani che si alzano quando chiede se ci sono catalani e canta la storia della Montserrat, trasferitasi a Rio col fidanzato Jorginho Pandeiro. Poi però un rastone alle mie spalle lo chiama scherzosamente fill de puta e ricordo che la rappresentanza catalana tra i fricchettoni è decisamente alta.

Invece i pakibeer, stasera, fanno proprio casa e puteca, e mi urtano con l’Estrella fredda a un euro mentre uno strepitoso rapper brasiliano scende tra il pubblico a ballare anche lui.

Pure un pako verso l’ultima canzone, accompagnata un gruppetto di batucadores, fa roteare la cervesabeer in un rock acrobatico con un biondissimo spettatore.

Mentre gridiamo “bis” mi sento prendere per la spalla e baciare sulle guance.

– Hola, qué tal?

È lui, la cosa più vicina alla pedofilia capitatami (nel mio vecchio gruppo italiano, dai 5 anni di differenza in su si era tacciati scherzosamente di pedofilia). Cerco di calcolare se almeno ha raggiunto i 22 anni e di allontanarmi il più possibile, che gli amigos con derecho sarebbero una grande invenzione se non scordassero spesso di essere, appunto, amigos. E sparire nel nulla per più di un anno non lo chiamo amicizia.

– I musicisti sono amici miei – riesce a dirmi prima che riprendano le percussioni.

Già. Questo ragazzo che è un romanzo vivente solo per la sua storia (nonno architetto amico di Dalì, padre scampato a un attentato franchista a Parigi), vive più o meno a scrocco tra gli artisti a cui fa da manager.

E adesso col suo entusiasmo infantile abbraccia il rapper, che si è appena presentato a un gruppo di conterranee. Thiago.

Ma a me dice Tiago, quando gli faccio i complimenti. Perché io sono spagnola. Anzi, catalana.

Infatti domani parteciperò al Sopar Sabors del Món con un risotto a… Un risotto a…

… allo zafferano, suggerisce Andrea, incrociato sulla strada di casa.

Perfetto! Una napoletana che scambiano per spagnola e fa il risotto alla milanese.

– Se non lo mangia nessuno un piatto lo prendo io – promette Andrea prima di andare al concerto punk.

Rincuorata torno a casa, e scopro che sul palco montato sotto al cuore illuminato dell’Almazen raccontano fiabe ai bambini, ai Kalima, Ahmed e… Jordi che nominavano al microfono nel pomeriggio.

E c’è uno striscione rosso aranciato con caratteri in corsivo:

En aquest carrer tenim un cor gegant.

In questa strada abbiamo un cuore gigante.

Lo misuro col mio che in confronto mi sembra piccolo piccolo.

Non posso fare a meno di chiedermi se sarà all’altezza.

E siamo appena a metà festa.

(l’ultima festa maggiore, #beimomentipuntocom)

(chi me piglia pe’ francese, chi me piglia pe’ spagnola… e se fossi giapponese?)

Tra i personaggi che infestano la mia vita barcellonese c’è il ragazzo del Lindy Hop.

Scrivo “infestano” perché appare e scompare come un fantasma.

Per farvi capire perché mi rimase tanto impresso, il giorno che lo vidi, devo raccontarvi un po’ la notte prima.

Era una notte speciale, per due motivi. Il primo era che mi avevano regalato uno spray antistupro al peperoncino. Un ragazzo dello scambio linguistico che non rividi mai più.

Il secondo fu il messaggio del coinquilino olandese. Mi ero presa una cotta spaventosa per lui, e mi ero un po’, come dire, lost in translation: “Maria, quando l’altra notte ti ho chiesto se ‘ti aspettavi’ qualcosa, da me, intendevo questo”, “Ma expectation in inglese non ha questo significato!”, “Vuoi che prendiamo il vocabolario?”, “Ok, mi fido”. Che gli vuoi insegnare l’inglese a un olandese? Per un po’ avevo cercato un’altra casa, poi mi ero detta vabbuo’, le cose vanno affrontate.

E nel Michael Collins, alle 2 di notte, mentre scherzavo beata con due amici sul mio nuovo regalo, “affrontai” il seguente messaggio: “Maria, non so che stai nell’appartamento [pure sgrammaticato] ma vorrei dirti che non sono solo nell’appartamento”. Brillante eufemismo. Uno dei due amici si offrì di spalancare la porta di camera sua, gridare “Perché mi tradisci con una donna???” e spruzzargli in faccia il famoso spray al peperoncino. Alla fine mi schiaffai io una doppia bustina di tiglio (la camomilla di qua) e mi preparai a una nottatella niente male.

Il giorno dopo ero seduta su una panchina del Parc de la Ciutadella, con due voragini sotto gli occhi e lo zaino: avevo deciso di tornare a dormire nell’hotel in cui avevo passato i miei primi giorni qua, per la serie “ricominciamo daccapo che è meglio”.

Quando improvvisamente lo vidi.

Era nel gazebo vicino alla fontana.

C’era un raduno di appassionati di Lindy Hop, una danza molto diffusa tra i fricchettoni, come dimostra questa canzone.

E lui aveva avuto un’idea geniale: abbinare i boxer con la maglia. Bordeaux, tono su tono. Per un uomo etero, non italiano, non fighetto, ero commossa. I pantaloni a metà fianco risaltavano tutto il movimento d’anca con cui passava da una ballerina a un’altra, premuroso, discreto, ma asciutto, potente.

Era uscito un po’ di sole, e anche se il gazebo, ovviamente, era in penombra, la sua barbetta di qualche giorno per contrasto sembrava ancora più nera. E sorrideva.

E quel movimento di fianchi mi fece decidere. La vita era bella e continuava. E 30 euro per dormire in un vecchio hotel fuori alla stazione erano pure troppi. Tornai a casa, e una volta lì ricordai che non sapevo manco come si chiamasse.

Nonostante il mio stalking (tra ricerche su facebook, lezioni di ballo da un coinquilino riluttante e una visitina al circolo Lindy) non lo seppi mai. Tornai altre volte, ma non c’era, lo vidi solo un giorno che attraversavo il parco di fretta.

Lo rividi nel maggio dell’anno scorso. Nella piazzetta vicino casa mia. Altri tempi, altro quartiere, capelli più corti. Lo riconobbi solo quando ormai era passato. Che gli dicevo? Ciao, scusa, ti ho visto due anni fa, vuoi un caffè?

E poi stavo in fase ottimismo assoluto (vedi questo articolo). L’avrei rivisto ancora.

Infatti.

Giorni dopo, nella stessa piazza, in un’ora diversa.
E poi ore dopo, mentre correvo a lezione di canto e quasi ci andavo a sbattere contro, mentre usciva da un supermercato con due baguettes.
E dopo il corso, sul binario della metro di Gràcia, mentre cercavo la linea 4 e lui andava in tutt’altra direzione.

Coincidenze. Come l’amico che si è scoperto nella stessa foto di un concerto oceanico con un coinquilino che avrebbe conosciuto anni dopo. Come la ragazza incontrata su un treno a Catania e rivista anni dopo a Madrid.

Ma in quel momento sapevo che non c’era due senza tre.

Oggi, meno magicamente, l’ho visto a un raduno Lindy Hop a Barceloneta. Sudatissimo e felice. Il movimento di fianchi era diventato una danza indiavolata, e ormai era troppo fricchettone per i miei gusti neochiatt (neochiattilli, sono una snob dell’ultim’ora).

Ma era lui.

E in quel momento penso: quasi quasi, se mi invitasse…

– Ciao, bella! – mi saluta il vecchio alto che balla al suo fianco. Mi guardo. La tartarughina argentata sulla borsa Carpisa? Il fatto che sia praticamente l’unica truccata? Da cosa l’ha capito, che sono italiana?

La canzone finisce, il mio eroe si congeda dalla ballerina, poi si gira e…

E il vecchio m’invita a ballare.

Manco il tempo di sfuggire alla sua presa, che il ragazzo del Lindy Hop ha già invitato un’altra.

Ma al prossimo raduno vado, voglio vedere se prima della fine del mondo (che come saprete è imminente) riusciamo a dirci almeno hola.

(Lindy nel Parc de la Ciutadella. Odio i pantaloni sotto i vestiti, ma a Barcellona siamo in poche)

(un’altra che cercava di rimorchiare durante il Lindy)

(Indice Stugots ***)

Niente, volevo solo dire che oggi è andato tutto bene.

Qua pare che Barcellona dev’essere per forza caotica, o molesta, o malinconica, per essere lei.

E invece sono giornate come questa che me la fanno amare, o quantomeno stimare moltissimo.

I giorni in cui il sole non ha ancora capito che vuole fare, come me che in attesa di scoprirlo lavoro un po’, faccio i compiti di catalano, litigo su facebook e, udite udite, pulisco casa.

Poi esco verso le 18, quando l’astro bastardo ha deciso di uscire e ustionarmi ma è ormai troppo tardi, e a Drassanes scopro un mercatino “di prodotti del Raval”. Saranno progetti finanziati dagli enti locali per promuovere l’artigianato multietnico: bancarelle di borse marocchine, pakistane che ti offrono tatuaggi all’henné… Ma la Catalogna è in ogni dove, nelle bandiere bicolori in ogni stand e nei formaggi che ti offrono a prezzi su cui è meglio non indagare (come è meglio non chiedere se quelle che vedo sono pizze o… coche salate).

Dev’essere giorno di mercatini, ormai, la domenica, perché ce n’è uno anche a Barceloneta: tanti vestiti fricchettoni e una Xurreria ambulante che mi affumica di deliziosa fritanga, l’inconfondibile odore spagnolo di frittura che ti appesta per giorni. Proseguo, che i miei amati Made in Barcelona sono cambiati, ne è rimasto uno solo ed è cambiato un po’ lo stile: più melodia, meno spettacolo e meno pubblico seduto sulle scale ad ascoltarli.

Mi siedo in riva al mare col mio libro, che mi sta appassionando. Finora l’anziana signora estone del 1992 non capisce ancora che ci faccia nel suo giardino una ragazza russa vestita da zoccola e sporca di fango, timorosa che passi una macchina nera stile pappone a riprendersela. Vediamo quanto ci mette.

Barceloneta scoppia di gente, ovvio, ma a parte che sotto l’Hotel Vela al tramonto è bellissimo (nonostante l’Hotel Vela), non capisco quelli che vanno a Masnou, o Montgat. Capirei la Costa Brava, Sant Pol de Mar, Calella: anche un’ora di treno mi sembra più sensata di mezza per una spiaggia che fa tanto Villaggio Coppola con l’acqua pulita. A questo punto, non è meglio Poblenou, a portata di metro? Con le sue reti da pallavolo, la gente giovane, la collinetta per nudisti, la rambla elegante e tranquilla lì vicino… E l’acqua che alla fine non è malaccio. Boh, per leggere un libro va bene anche Barceloneta.

Al ritorno passo per il 7 Portes, ristorante übercatalà carissimo, in cui magari mi faccio portare dai miei quando vengono. Sarà la punizione per l’ora d’attesa che già mi piango davanti alla Cervecería catalana, ma mamma ci tiene. Poi, forse, accontenterò papà mettendogli il salmorejo nel microonde, che è come mettere una margherita di Michele calda in frigo.

Entro pure a Santa Maria del Mar. È bellissima, l’unica chiesa che mi piace finora. Oggi alla Casa del Tibet c’era un festival di musica, ma era per il compleanno del Dalai Lama, mi faceva strano partecipare a una ricorrenza così.

Niente di nuovo sotto il sole. C. Ferran puzza di vomito anche se qualche cameriere ha cercato di pulire. Nel tragitto scopro Troika, meganegozio di prodotti russi in c. de la Unió, con in vetrina una sfilza di annunci in russo di cui capisco giusto “Natalia, centro di bellezza”.

Lì vicino due ragazze bussano a un portone senza insegne e dicono serie “Hola, due pizze da portare”, e non saprò mai se è uno scherzo o una pizzeria clandestina.

Più avanti una ragazza in shorts piange e un poliziotto prende appunti. Le faccio un sorriso triste, solidale, sperando che nel suo non ci fosse nessun documento, come successe a me.

A fine strada, in un bar da due soldi esplode una canzone latina, e mezza clientela si mette a cantarla.

Mi resta solo un mercato, quello domenicale per eccellenza.

Compro una quiche alla tenda marocchina su Rambla Raval. Me le mangiavo con gli occhi da ieri, ma andavo in palestra e avevo già provveduto al pranzo. Oggi scopro che stanno 2 euro. E il profumo di tè alla menta è sempre eccezionale.

Anche Joaquim Costa profuma di menta. Sarà passato il furgone a rifornire i negozi di frutta.

Ma questi minuti in cui l’odore rimane nell’aria, e ti giri per capire da dove viene, sono la parte più bella.

(i Made in Barcelona che mi piacciono)

(attenzione, articolo ad alto contenuto Stugots)

Avete presente quando vi svegliate e capite che non è cosa?

Prima di tutto mi sono alzata alle 7 per poi ricordarmi che era sabato, e dormire fino alle 11.

Risultato? Mal di testa e buon umore: a un certo punto faccio a pezzetti un ciondolo staccatosi dal laccetto. Meno male che valeva 3 euro.

Il latte freschissimo e costoso che ieri era diventato panna oggi è proprio yogurt.

Lo apro pure, eh, il documento che sto traducendo, ma capisco che oggi Vasari non si sopporta e la butto sul fitness (oh yeah).

In palestra almeno tutto liscio. Addirittura trovo il vogatore libero e la tizia alla macchina degli adduttori si alza in tempo perché non le secci (“maledica”) tutta la famiglia.

Il problema inizia a casa quando scopro le formiche in bagno. Un esercito. Ora, io ho scatenato liti familiari per risparmiare uno sciame di api, figurati se ammazzo le formiche.

Che fare?

A proposito di problemi, almeno lavoriamo su quelli “emozionali”. Mi hanno prestato un libro serio, di una vera terapeuta (non una santona a 30 euro a volume) pieno di esercizi. Pure quella che me l’ha prestato, dice non puoi passare la vita a rimandare i problemi che ti bloccano (vedi articolo precedente).

E perché no?, mi chiedo.

Ok, ok. Prendo il quaderno e traccio 3 linee, tipo nomi cose e città: “scherzi della sorte”, “minchiate che ho fatto io”, “possibili soluzioni”.

Ce la posso fare!

10 minuti dopo piove sul foglio, piange il telefono ed è l’esatto momento che sceglie il mio miglior amico per avvisarmi via SMS che è collegato alla chat.

La brutta giornata comincia anche per lui, penso con un sorriso sadico.

Mezz’ora e varie imprecazioni dopo, mi convince a uscire “a prendere aria”.

Bene, ho un’oretta prima di andare alla festa di stasera.
Sono un po’ tesa, penso guardando le vetrine, ci saranno tanti “italiani di Barcellona” e come disse una volta un’amica di qua: “Non ho mai conosciuto un popolo così estremo, o siete bestie o radical-chic. Noi però non riusciamo a essere nemmeno quello”.

Dimenticava i punkabbestia, penso entrando alla Fnac. Solo per un’occhiata, eh, niente acquisti. Stavolta proprio no.

Mezz’ora dopo esco con The Mill on the Floss, e Purge, amena storia di prostituzione e violenza nelle foreste post-sovietiche.

Andiamo alla festa, va’.

È nel barrio dell’Eixample.

Io l’adoro, l’Eixample.

Le stesse quattro strade per chilometri, negozi chiusi entro le 8, come fossi al paese, percentuale di stranieri nettamente inferiore rispetto al centro. Certa gente preferisce vivere in un posto in cui i vicini NON ti salutino nella tua stessa lingua.

Soprattutto, mi ci raccapezzo benissimo. Infatti finisco a Plaça Espanya.

Ok, per come vanno le cose, meglio prendere la metro.

Arrivo a destinazione con una trista busta piena di patatine, per scoprire che la festeggiata è uscita. E ha messo la segreteria al cellulare.

Finalmente un amico comune risponde al telefono.

– La festa è rimandata, Maria, non lo sapevi?
– Non ho la sfera di cristallo.
– Io l’ho saputo per caso. Ero a un compleanno.

Il primo di una bambina a cui fa da baby-sitter.
È commovente, quando parla di lei. Dovevo andare a una festa e mi ritrovo nell’Eixample a cantare al cellulare Era una casa molto carina.

Ecco, appunto, di corsa a casa prima di fare altri danni.

Ma mi fermano due italiani, un uomo e una donna:

– Scusa, questo è il Gaixample?
– Be’, sì, lo chiamano anche così.
– Qual è la zona più gay?
– Uhm, non so, immagino questa, calle Aribau, magari un po’ più avanti, e le parallele…
– Sai dov’è l’Eterna?
– Mi spiace, non frequento…

Lui sembra decisamente deluso dalla scena gay barcellonese.

Io torno finalmente al mio Raval. Fuori alla rosticceria filippina un giovinastro a torso nudo, t-shirt gettata sulle spalle e cappellino da paninaro, sputa. Poi, non contento, sputa ancora. Casa dolce casa.

Decido di consolarmi con un curry.

Speriamo che non mi serva ancora quello che mi odia.

No, il piatto me lo fa quello simpatico!

Ah, me lo incarta quello che mi odia.

– 4.50.

Por favor è un optional. Gli do 5 euro. Mi getta i 50 centesimi sul bancone. Qui te li danno in mano, ma si vede che Allah non vuole.

No, decisamente stasera non vuole.

Per la gioia di chi crede che tutti i sabati a Barcellona siano fiesta fiesta.

… che vivo nell’unico quartiere di Barcellona centro in cui sembrano fregarsene qualcosa della nazionale spagnola!

È tutto uno scoppio di petardi, un suono di trummettelle e addirittura un crepitare di bottiglie sulle saracinesce. I paki multali per non aver messo i nomi della frutta in catalano, chiamali moros, fagli un po’ quello che ti pare, ma la Roja non si toca.

Spiegatemi mo’ come faccio a dormire con questo strazio fuori al balcone. Quasi quasi gli svuoto addosso la wok-portafiori con tutta l’acqua piovuta oggi mischiata alla ruggine!

Meno male che durante la partita ci sono stati momenti divertenti che hanno compensato un po’:

– Il condizionatore del No Sweat che senza tanti complimenti si è messo a gocciolare per solidarietà con l’acquazzone di fuori.

– Isabel che faceva l’infiltrata in incognito, godendo in segreto a ogni goal per poi affermare “Ci voleva l’Italia perché tifassi per la Spagna“.

– Noi che dal terzo goal in poi esultavamo a prescindere, escogitando piani per evitare di uscire di casa domattina.

– I ragazzi al mio fianco che minacciavano le seguenti vendette:
a) se non si segna dall’82simo cominciare a spezzare braccine (sportivi innanzitutto)
b) mentre gli spagnoli festeggiano a Canaletes, farsi consolare dalle fidanzate rimaste a casa (hai voluto vedere la partita con gli italiani? e mo’ pedala)
c) dare addosso al bastardissimo spagnolo NON in incognito che quando leggevano il risultato ripeteva “ITALIA… ZERO!” tutto entusiasta.

– Il gestore del bar, italiano, che a un certo punto ha levato l’audio dei due esagitatissimi cronisti di Tele5, che cominciavano a ringraziare i giocatori a 10 minuti dalla fine.

– La constatazione che oh, il mio amato Silvolo, l’ottavo nano, prima mi segna per primo, poi se ne va prima, che manco lo posso ammirare un altro po’, e in compenso non se lo filerà nessuna in quanto a bellezza (il che in fondo, se viene a Barcellona, potrebbe risultarmi propizio verso la quinta copa… Pere ‘e palummo, lo faccio venire apposta).

E dopo la partita, flagellarsi con l’ombrello e meditare suicidi creativi con Isabel “disposta a farmi da messaggera postuma, vestita con un cappuccio nero”.

Insomma, quest’anno è andata così. Due passi avanti e uno indietro.  Pure l’amore per il calcio inaugurato col Gamper. Meno male che dopo il 5 a 0 di Barça-Napoli (Isabel chiedeva pure “a favore di chi?”) posso sopportare qualsiasi cosa, anzi, è da lì che è nata la mia inedita passione calcistica! E poi che strano, il mondo ibrido in cui mi muovo, ero fiera della Spagna mentre soffrivo per l’ennesima maglia azzurra in difficoltà.

Domani qualche compagno di corso meno ultracatalanista mi saluterà sventagliando quattro dita, e il manager del colloquio di venerdì mi chiamerà: “No, niente, sei scartata, ti chiamavo per sfotterti un po’!”. E stasera qualcuno festeggerà in buona compagnia e io andrò a letto con la camicia color Big Babol detta anche “la tomba dell’amore”.

Tutt’è ammetterlo, non fare le vittime se non per scucire claras ai vincitori, e prepararsi per la prossima volta.

Perché la prossima volta m’impossesso del telecomando del bar: il commento quei due pazzi lo facessero al principe
Felipe
! O a Rajoy, salutato con un intraducibile steveme scarze.

Ovviamente, mentre cerco immagini di Silva su google, la prima voce che mi esce è “David Silva y su novia”. Adda veni’ BUffone…!

(commento a caldo di una pop star nostrana)

(due che hanno appena vinto gli europei)

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