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Adoro il venerdì nel Raval.

È come la domenica, ma più allegro, c’è sia la festa che l’attesa, tra lavoratori che aspettano che cominci il finde, per la settimana corta (il famoso venerdì del villaggio, scusa Giacomo) e pakistani che quando esco alle 15 già tornano dalla moschea.

Ma io sono in missione speciale, così ignoro le loro tuniche immacolate, attraverso rapida Joaquín Costa, per i catalani Joaquim, e scendo il Carme. L’associazione marocchina appena aperta sembra già ben avviata, tra gli annunci illeggibili ne spicca uno in spagnolo: “Domani cominceremo le lezioni di catalano”.

Su Riera Baixa c’è il mercatino vintage, coi negozianti che mettono fuori le bancarelle hipster e si sentono più in dovere che mai di vestirsi come i loro manichini (pure quello degli articoli di guerra). Il negozio di dischi resiste ancora, nonostante il cartello “Si cede per pensionamento”. Una volta mi uccise, mentre tornavo a casa, facendo esplodere nell’aria Il nostro concerto di Bindi, e allora mi fermai a comprare due orecchini alla bancarella vicino, 3 euro, a forma di chiave, ma avevo perso da tempo la serratura.

Ora però tutto tace, e cerco d’intrufolarmi davanti a un carrozzino. Ma la ragazza che lo spinge mi sorride da sotto il velo e mi fa passare, mentre il bimbo, un piede sul poggiamani, balbetta: – Hooo-laaa

Hola, ripete la mamma, con accento più incerto ma dolce.

Hola, rubia! – mi fa, 3 minuti dopo, il cameriere algerino.

Rubia o bionda, a seconda del ristorante “etnico”. Il mio vero nome è così facile da ricordare, così facile da dimenticare.

Hola, dimmi che ce n’è ancora.
– Per te sempre. Chicken, vero?
– Sì, con verdure, senza cipolla.

Non ho chiesto il brodo, ricordo scoprendo che il pollo me lo prende con le mani, dalla casseruola, ma continuo a guardare la televisione, una signora in chador rosa che parla con un’altra più anziana. Chissà che si dicono, penso sfilando per il corridoio di occhi nocciola, a volte neri, che nel locale senza donne ti scrutano quasi rispettosi e fuori, invece, diventeranno “Jooodeeerrr“. Ogni città mediterranea ha la sua imprecazione per le donne.

6 euros, por favor.

6 euros, italiana? – mi fa poco dopo l’alunno di posteggia. – Mica male per un cous cous. Non mi inviti?

Poso la busta sul bancone del panificio, offrendogliela. Lì mi chiamo italiana. E l’ho incrociato sulla soglia ma ha abbassato gli occhi. Allora in francese ho pensato sta chiavanno.

– Grazie, italiana, ma l’ho portato anch’io.
– Quanto hai speso, tu?
Sorride.
– Lo fai a casa, vero?
– Certo!
– Ti odio.

Per Robadors non ci sono passata.
Non ci passo, forse, dalla scena del bambino. Un altro venerdì.
Di sera, però, tra le putas più castigate di me, che le multe sono salate. Passando in fretta ne avevo trovato un gruppetto a discutere, in uno spagnolo strano, Tú uno buscar, tú uno follar. Poi i senegalesi che ti chiamano oye (qui sono oye, come dire ue’), e ancora occhi, sempre occhi, a trafiggere la poca carne gratis.

Finché dal bar più squallido era spuntato questo miraggio in maglietta a righe, un po’ larga sulle maniche. Testolina nera, pelle bianca quasi come il pallone tra le mani. Aveva giocato un po’ vicino al marciapiede, accanto a un’araba coi capelli biondi, poi era sparito in tempo per farmi domandare se non fosse stato una visione, tra l’imponenza della Catalogna che ti scruta dalla vicina Filmoteca, e il viados fuori al baretto che scuote le tette al ritmo di Mossa, mossa, assim você me mata

– Oggi ha vinto Obama, che è nero… È normale che un nero adesso vinca il Barça!

Queste parole, di colore oscuro (mo’ ce vo’), scambiate in spagnolo tra due asiatici, mi hanno regalato un sorriso a pochi minuti dalla sconfitta del Barça, stasera che gironzolavo senza meta per il Raval e, passando fuori al mio bar preferito, mi sono accorta che c’era la partita. Allora ho chiesto contro chi giocassimo, ma intanto riconoscevo già le maglie, e ridevo tra me mentre sorpresa e un po’ turbata ordinavo un hamburger. Come temevo il cameriere bengalese mi aveva portato un piatto con due hamburger, senza panino, ma intanto ero a metà birra e in uno slancio di romanticismo postumo mi chiedevo già se guardare la stessa partita fosse un po’ come guardare la stessa stella. E se i miei occhi, per quanto verdognoli, cangianti e apprezzati, avrebbero mai retto il confronto con quelli che immaginavo accesi dalla vittoria e da qualche birra in più, a svariate miglia da me…

Cominciavo pure a contare quante, mentre Messi, sotto di 2, segnava almeno il goal della staffa, quando dal tavolo a fianco ho sentito la battuta di cui sopra e il mio pensiero, come quello di tanti oggi, è andato a OBAMA.

Lo scrivo in maiuscolo perché ricordo ancora il suo nome su Internet a caratteri cubitali, il giorno dopo le elezioni di 4 anni fa. Io stavo a Barcellona da meno di due mesi. Lui aveva vinto, a dispetto di quelli che dicevano che “la gente non era pronta per votare un nero”. Quel giorno, per l’occasione, comprai El País, che ancora conservo in una grande busta accanto a un baby-doll appeso per scherzo, sopra dei boxer olandesi, nella vetrinetta del mio primo comedor, e un test di gravidanza mai utilizzato (falso allarme, erano i frijoles di Romesco).

Di tutta la vicenda Obama, e di quello che sarebbe seguito, delle truppe non ritirate e i raid a sorpresa, oltre alle riforme mezzo riuscite e al fatto di essersi tolti i pistoleri matti di torno, confesso che mi era rimasto impresso soprattutto questo: che tutti dicevano che l’America non era pronta per il cambiamento.

Manco io lo ero. Ero una persona completamente diversa, 4 anni fa, appena atterrata già mi ero messa nei guai, avevo scelto l’appartamento sbagliato, mezzo litigato con l’università che mi mandava, e mandato a puttane il sogno d’ammore della mia vita prima ancora che si avverasse.

No, non ero pronta al cambiamento.

Oggi ho acceso il PC nel mio appartamentino, sgarrupato ma tutto per me, ho letto Obama’s Night sul New York Times e ho pensato che siamo cambiati assai, tutti e due. Alle primarie contro Hillary (“la gente ha votato un nero pur di non votare una donna”) era lui a non avere un programma definito, ora si accusa il suo avversario dello stesso. Era uno sconosciuto che aveva stravinto, ora è il Presidente, riconfermato, che non essendo più eleggibile si spera faccia grandi cose, foss’anche per vanagloria.

Io sto facendo, per la prima volta, esattamente quello che mi piace, e solo quello.
E sono così pronta al cambiamento, che in questi stranissimi 4 anni, di errori, tesi di dottorato, diplomi di lingue, zen e self-help poi messi da parte, e addirittura un accenno di dieta, ho sperimentato quelle che per me, l’Election Day di 4 anni fa, potevano benissimo essere parole a vuoto: Yes we can.

Un afroamericano può essere Presidente. Un Presidente può essere un buon presidente, visti gli standard. Gli standard possono cambiare. Io posso cambiare. Tutto il mondo può cambiare.

E il Celtic può vincere il Barça, mentre osservo in silenzio, unica a non tifare.

C’è una frase che giuro di aver sentito, 4 anni fa, in una sitcom americana, ma che non trovo più da nessuna parte.

Things never change. Till they do.

Le cose non cambiano mai. Finché non cambiano.

http://www.youtube.com/watch?v=FtKBwuOtntw&feature=fvst

Ok, questa me la dovrei riservare per il mio best-seller, ma prima che venda più di Moccia e mi abbandoniate per essere diventata troppo commerciale (io che di solito disquisisco di Massimi Sistemi…), voglio che sappiate.

Oggi avevo un pranzo con un catalano (succede) che non avevo mai visto dal vivo, perché finora ci si era mantenuti in contatto per questioni letterarie: l’illuso credeva che ne capissi qualcosa.

Ebbene, mentre stavo ancora a cercare in camera delle scarpe marroni decenti (si fa prima a trovare il Graal) mi sono accorta che avrei fatto tardi, e gliel’ho scritto. Ma mi sentivo un po’ in colpa, e già scorgendo, mezz’ora dopo, un unico ragazzo che aspettava al centro di Plaça Reial, ho cominciato a sorridergli da lontano (lui ricambiava) e mi sono precipitata ad abbracciarlo:

Perdona, eh, fa molt que m’esperes?– chiedo in catalano dopo i due baci, ricambiati, di rito.
– No, aspetta, mi sa che hai sbagliato persona – dice allora in spagnolo, gli occhi un po’ a mandorla su un visetto scuro. – Io mi chiamo Ernesto.

Un nome più latinoamericano non c’è.

-Tu chi cercavi?
– Joan.

Un nome più catalano non c’è.

– No, è che lavoro al ristorante qui vicino, sto distribuendo volantini.

Sono viola, paonazza, cocozza. Mi piazzo davanti alla fontana e decido che d’ora in poi se non mi mostrano la carta d’identità non dico manco hola.

Fortuna che mi riconosce Joan, da lontano. Quindi mi propone un fast food italiano stile Wok, ma con la pasta, e io già immaginando una scena alla Alberto Sordi (questo je ‘o damo ar gatto, questo ce ammazziamo ‘e cimici…) lo porto alla mia solita pizzeria.

Qui i tempi comici diventano addirittura perfetti. L’unica volta che mettono la birra davanti a me, e non al mio accompagnatore, è anche l’unica in cui ho ordinato io la Coca-Cola. Ogni volta che abbordiamo un argomento importante (Raval vs Eixample, catalani vs stranieri, perché i catalani non mangiano melenzane e basilico e i napoletani si riempiono di gel) il cameriere tarantino si piazza vicino al tavolo e dice cose tipo:

– Questa è una ragazza da sposare! Ma non invitatemi al matrimonio, che non voglio fare il regalo.

Sull’indipendentismo catalano mi strozzo con la mozzarella. Certo, a morire di gnocchi alla sorrentina, c’è molto di peggio, e la parola Rajoy reiterata non aiuta a salvarmi, però insomma, già m’immagino lì a emettere versi sovrumani schiumando saliva, proprio mentre lui mi dice che il problema è che con la classe politica spagnola non hanno niente a che vedere, come coi duchi che finiscono in prima pagina per aver fatto non sa quale incidente, mentre in Catalogna sono molto più democratici…

Per fortuna riesco a fare ciao ciao a Caronte, già pronto con la pagaia, e dirgli:

– Questa cosa noi italiani non sempre la capiamo, ma di fronte a uno che mi dice “non mi sento del paese a cui appartengo”, non si può far altro che portare rispetto, saprete il fatto vostro.

È vero. Sapesse quanti italiani non si riconoscono nella loro classe politica! Ma rispetto a tanta convinzione, che vuoi fare?

Ordinare il dolce, per esempio.

Ma lui non ne ha voglia.

– Tanto il suo dolce sei tu – commenta il cameriere.

E con questa chiosa, e una vistosa macchia d’olio sulla gonna, mi affretto a tornare a casa prima che scambi il cameriere bellillo, più fonato che mai, per Umberto Eco venuto a promuovere un libro. Magari mi fa un autografo “con affetto e simpatia” e mi concede una foto, con la bocca a cuoricino.

– Invita quella bionda, balla bene. Magari ti fai insegnare i passi.

L’amico siciliano mi guarda, guarda la bionda in questione, lontana e magrolina nel vestito Desigual, e dice non so. Allora per incoraggiarlo prometto, se vai a invitarla invito qualcuno anch’io.

Già so a chi chiedere, nella Sala Monasterio semivuota che comincia il suo sabato sera.

Ricciolino, maglietta a righe, alto ma non troppo. Troppo poco per la mia amica, troppo bella per non minacciare i precari equilibri dell’autostima maschile.

Ma magari è brasiliano, quelli il forró lo ballano solo tra loro. O almeno così era due anni fa, quando venivo più spesso e li vedevo in prima fila a sfilare perfetti, uno due, uno due, uno due, giro e casché. Sempre le brasiliane, sceglievano. E non avevo il coraggio di invitarli io.

Ma prima che mi dia per vinta, l’impossibile: m’invita lui.

E comincia il momento più difficile.

L’arte di lasciarsi andare.

Perché in genere odio i balli di coppia, in cui fa tutto lei “all’indietro e coi tacchi alti”, tutto tranne che decidere. Lui dà il ritmo, lui la direzione. E lei deve solo lasciarsi andare.

Io so decidere, non so lasciarmi andare.

Ma del forró mi diverte la lentezza, le chiacchiere leggere col ballerino. Così appena abbracciati, appena distrutto e accantonato il concetto di spazio vitale, gli chiedo:

– Di dove sei?
– Brasiliano.

No. Oddio, no.

– No, no, stai calma. Il forró è facile. Due a sinistra, due a destra.

Dicono sempre due a sinistra perché per loro è così. Noi iniziamo da destra, invece. Come la bionda, che ora è andata a invitare, lei, il mio amico. Respiro profondo.

– Tranquilla, tranquilla. È facile. È il battito del cuore.

Rido imbarazzata, gli sento la gamba tra i muscoli delle cosce. E capisco che quella leggera pressione mi guida da sola. Ondeggia a destra, e finisco a destra anch’io, poi una spinta leggera, come a chiedere permesso, e vado all’indietro.

Lasciarsi andare. So condurre. Perché non so lasciarmi andare?

– Il segreto è chiudere gli occhi.

Lo faccio, e divento ritmo. Uno, due, uno, due. Sono buio e musica, e questo petto caldo, la guancia che punge un po’ tra i capelli scesi a nascondermi. Sono lontana dal mondo, sono il mondo.

– Così, Maria, così.

Lasciarsi andare. La cosa più facile, la più difficile.

– Sembravi addormentata – scherza dopo l’amica.

Lei ha ballato con gli altri due brasiliani, che faranno volteggiare anche me. Uno più leggero, l’altro delicato. Nessuno come lui.

– È facile, ragazzi – annuncio entusiasta. -È il battito del cuore.

I due siciliani sghignazzano.

– Il battito del cuore. Mo’ ce lo segniamo.

E continuano a fare gli scemi, adorabili, come con le cose che li imbarazzano.

Io non sono più imbarazzata, fiduciosa mi faccio cercare, trovare, e a occhi chiusi torno a scoprire la difficile arte di essere io, ed essere tutto.

Copertina provvisoria

Ho finito il libro e ho capito due cose.

Una è che non si finisce mai. Ma lo sapevo anche quando alzai gli occhi dal PC, nell’aula dottorandi della Facultat de Geografia i Història, e dichiarai: “Ho finito la tesi”.

Partì un timido applauso e qualcuno mi chiese perché, seduta lì da cinque minuti, avessi finito la tesi di dottorato giusto in quel momento. Perché, spiegai, mi mancava solo da copiare una citazione, e pure macabra, su una francese linciata dalla folla perché sposata a un tedesco (era la Grande Guerra). E l’avevo voluta mettere lì. Ma sapevo, come si diceva, che non era davvero la fine.

Anche quando ho chiuso il quaderno, oggi, sul balcone, sul cornetto al cioccolato che è la parte migliore del libro. Sapevo che la parte più difficile cominciava adesso. Renderlo decente, un libro vero. E questo ci porta alla seconda scoperta.

Che ogni rigo che scrivo, ogni frase, è una lotta contro la banalità. Contro le coincidenze scontate, le interruzioni a proposito, la radio che trasmette il lento quando si sta per pomiciare e le porte che si chiudono proprio su quello che è d’uopo scoprire qualche capitolo più in là.

Ma non solo. Confesso che ho vissuto, e ho vissuto in un’epoca banale. Per fortuna. Di guerre e di crisi, e anche di Bim Bum Bam, giornaletti condannati e poi rivalutati, e tempi comici da Drive In, poi Zelig, passando per gli strepitosi cammei della Gialappa’s.

Tutto questo sono io, e non posso farne a meno, né voglio. Ma quando scrivo si fa sentire tutto, e allora cerco di sfuggire a un’ovvietà a cui ho detto tante volte sì nella vita reale. Quando ripetevo tormentoni che su un foglio Word stanno come il cavolo a merenda, quando la passione per il trash mi portava a contaminazioni linguistiche che lascio volentieri agli autori pulp.

Insomma, è una guerra tra trincee a quadretti che ora si trasferisce sui vari borradores, i documenti di bozze, di Word, che mi ostino a mantenere in spagnolo.

Una guerra persa che però combatterei daccapo, ogni giorno, premiando vincitori e vinti (sempre io) con lo spuntino di samosas e dolcetti arabi che adesso mi fa da trofeo.
Se anche, in un mondo parallelo, ne conquistassi altri, non sarebbero altrettanto squisiti.

Ci risiamo. Pioggia battente, e gli amici che lavorano ancora non possono uscire, come me un anno fa. E allora, dopo aver scritto e tradotto un po’, resto a casa a guardare quei tremendi film in costume, spezzettati su youtube con nomi criptati.

Ieri, ad esempio, alla lite tra Crocetta e Renzi ho preferito Becoming Jane, che è più insopportabile degli altri perché cerca di trasformare la vita di Jane Austen in un romanzo dei suoi. E allora i fans (o meglio, le fans) si scatenano a indovinare quali personaggi, di quelli reali, abbiano ispirato quelli dei romanzi. Non si rendono conto che è tutto il contrario, sono i personaggi dei romanzi a ispirare ora questi attori in redingote e crinolina, e chi ha scritto le loro battute. E il naufragar m’è dolce in questo mare di finzione.

Finché, all’improvviso, una scena più vera del vero: la Austen viene beccata dalla sorella a scrivere… una lettera? No, una cosa che ha iniziato da poco, su due sorelle. Titolo provvisorio, First impressions. Sì, è Orgoglio e pregiudizio. Ma Cassandra non lo sa. Finisce bene?, chiede. Jane la guarda. È innamorata di uno spiantato che non la può sposare, e Cassandra si è ritrovata vedova ancor prima di sposarsi. Sì, che finisce bene, risponde. Le due fanno matrimoni da favola e sono felici e contente per sempre. E allora la sorella ride, e ride pure lei, della vita che ai libri somiglia solo alla lontana.

Io il lieto fine di Orgoglio e pregiudizio lo lessi un giorno sopra le nuvole, il posto migliore per leggere un lieto fine. Anche se l’aereo va nella direzione sbagliata. Ero da tempo immune a queste illusioni, ma era la prima volta che leggevo le testuali parole di Lizzie, che spiega a suo padre perché quel tizio burbero alla fine se lo sposa, e la prima e l’ultima che speravo di ripetere a breve la scena con mio padre, che già immaginavo scendere a giocarsi i numeri.

Sulle nuvole tutto è possibile, è sotto che le cose si complicano.

Ma adesso che faccio la nana sulle spalle dei giganti, che scrivo invidiando quelle dalla penna facile (che però morivano quasi tutte vergini), devo ammettere che il lieto fine è la pornografia degli scrittori. Come gli attori superdotati e bruttini alle prese con splendide bambole gonfiabili. Come i vari scrittori maledetti che si ritrovano una bionda bendisposta sul pianerottolo. Le scrittrici si sono scritte la fine che non hanno avuto, l’antieroe che non hanno sposato, pure questa delle sfumature di grigio che non ho letto e che mi dicono essere una casalinga molto lontana dalla giovane protagonista sadomaso.

Ma questa fine non la voglio fare. Sfogare su Word (la piuma d’oca macchia) quello che non ottieni in 3D.
Allora coi miei personaggi ci gioco, quando scrivo di me. Cambio i nomi, chiamo un amore mancato come un altro che ho assaggiato poche ore, e mi diverto a scomporre come un puzzle i miei 4 anni a Barcellona, quasi fosse già un congedo.

Ora so che a PC spento possono succedere cose che se le scrivi in un romanzo ti dicono che non è credibile. Che stavolta l’hai sparata proprio grossa.

E allora è meglio, cara Jane, che te le tieni per te.

(Lizzie goes to Hollywood)

http://www.youtube.com/watch?v=JTH1y-dI8zw

(Lizzie goes to Bollywood)

Nella “mia” pizzeria si parlano due lingue, napoletano e spagnolo. Lo spagnolo, però, è rivisitato.

Il carajillo si chiama ‘o carachiglie, e la birra alla spina, caña, diventa proprio ‘na cagna di quelle ‘e canciello, pronte a ringhiare agli avventori che si stipano intorno al bancone.

Il ragazzo abbronzato, poi, gli occhi azzurri sotto il cappellino, si ostina a dire al telefono che le pizze llegan a menudo, intendendo “tra qualche minuto” e garantendo, in realtà, che arrivano “spesso”. In omaggio al copricapo, il cameriere ragazzino, stasera con barbetta e ciuffo fonato, gli propone 5 cappielle a 100 euro ‘a fine d’ ‘o munno, e l’altro chiede in quale magazzino, da sempre, da noi, sinonimo di negozio.

Pure i clienti parlano napoletano, mentre masticano Napoli – Chievo piegata a portafoglio. Non lo distinguevi subito, stasera, tra i romani che si intossicavano contro l’Udinese, la siciliana bionda come solo certe siciliane sanno essere, e un suo compaesano che sfottevano tutti, compa’, t’ ‘o dissi, giocavi ‘a bulletta pure tu e ti facevi ricco (ma ‘mbari è messinese o catanese?, chiede qualcuno alla siciliana).

Invidio quei soliti noti che già si conoscono tutti. Il bellillo dopo più di un anno deve ancora chiedermi come mi chiamo, per mettermi in conto il saltimbocca Positano. Più buono del solito, tra l’altro, l’ha fatto un pizzaiolo nuovo che ancora dice Escudellers con la “l” italiana (ma in bocca a lui suona quasi catalana) e che ora mi scruta, ricambiato, senza che nessuno lì in mezzo ricordi il suo nome. Manco i camerieri. “‘E chi è stu cafè?”, “‘E Davide!”, “Davide chi?”, ” ‘O pizzaiuolo”. Però anche un cliente chiama il ragazzino fratomo, poi nel dubbio chiede agli amici “Comme se chiamma?” e gli viene risposto “Luca”.

Luca che stasera vuole andare a ballare ‘o Suttan’, solo che teme che gli avventori si interessino eccessivamente a lui. Come già in palestra, specifica, e a tal proposito, per difendere la propria rispetto alle più blasonate, chiede è meglio ‘na palestra abbuffata ‘e femmene o chiena ‘e molleggiate?. No, stasera a ballare, è deciso, e il collega rossolillo che consegna le pizze non facesse che verso la mezza dice nun da’ retta: lui, adda muri’ mamma’, ci andrà eccome.

Ma poi mi guarda, dopo che mi sono sgolata a esultare del gol di Ammsícc, a gridare ma che sta a fa’ nei passaggi mancati, e a dire addirittura un ‘u ssapevo, proprio di paese. Imperterrito mi guarda e nel suo migliore italiano mi chiede:
– Ma tu, sei una tifosa del Napoli?

Niente da fare. Ti sembro veronese?, scherzo, cacciando un’ultima volta la carta “compaesana d’Insigne” come se mi desse honoris causa cittadinanza e titolo di tifosa.

– E che era, inglese? – propone invece la ragazza, una delle splendide guaglione bassine e carnose che vedo ogni tanto dietro il bancone.
– Quasi – si giustifica lui – mi sembrava irlandese…
– Sono le mèches – sorrido.
Il bellillo e il siciliano stanno dicendo che Di Natale all’Udinese per segnare ha proprio fatto il cucchiaio pe’ raccogliere ‘a sarza (che il siculo chiama tipo ‘u sucu).

Pago il conto, 9,50 pecché sei tu, tesoro (“Si ero ‘n’ ata erano 8?”), e negli ultimi minuti di gioco, prima che la folla in uscita mi butti fuori dal locale, penso che a parte me, che so’ irlandese, la distanza dall’Italia, dal Sud, li fa tutti compaesani, tutti napoletani. Se vivessimo insieme, dopo un po’, le differenze si noterebbero, ma ora no.

A sproposito penso a una ragazzina olandese che diceva qualcosa tipo non vedo l’ora che smettiamo di essere solo ebrei e torniamo a essere noi stessi.

Chissà perché mi è venuta in mente, penso allontanandomi nel primo freddo.

N.B: Il titolo è stato scelto nel pieno possesso delle mie facoltà mentali. Chiunque insinui il contrario riceverà notizie dal mio avvocato. Hic.

Ora, dire che il mio mondo italiano è un’istantanea di com’ero prima è senz’altro un’offesa a chi resta. Ma è vero che, una volta atterrata sul suolo natio, tra le varie epifanie c’è quella di rivedermi nello specchio o in un vecchio libro che oggi non leggerei mai (la biografia di Tiziana Maiolo, ne vogliamo parlare?) e di chiedermi cosa cavolo facessi, dov’era la mia testa prima di partire.

Oppure di fare una rimpatriata con gli amici di un tempo e chiedermi cosa diavolo ci faccia, lì, tra dei semisconosciuti che somigliano a gente che conoscevo.

E qui l’istantanea ci sta tutta. Perché, per scandire il passaggio del tempo, non c’è niente di meglio che una cesura, un momento da cui cominciare a contare. E tra le varie cesure possibili (cataclismi o date memorabili, tra cui trionfa l’ultima notte di sesso) il viaggio in fondo è tra le più soft. Anche perché di per sé rappresenta un bivio, un momento in cui tu e gli amici lasciati per strada avete imboccato, per forza di cose, percorsi diversi.

Magari non ti capita con gli amici dell’anima, come si direbbe in spagnolo. Ma scopri dei perfetti estranei in gente che ti stava simpatica, e guardi con occhi nuovi persone che hai sempre ignorato. E siccome per cambiare radicalmente, di solito, ci vuole un trauma o una motivazione forte, i tuoi amici non saranno troppo diversi da quelli che ti sei scelta non troppi anni fa, e nella loro vita puoi leggere ancora, in controluce, sprazzi della tua.

A pochi giorni dalla mia ripartenza, se tiro le somme degli incontri felici o infelici, passando ovviamente per quelli mancati, mi ritrovo a constatare che nei casi sfortunati il minimo comune denominatore è stato la paura. A volte mi sono dovuta rassegnare, e la vita è anche questo, all’idea di non essere più una priorità nella vita altrui, o di non esserlo come un tempo. Altre volte, invece, mi sono ritrovata davanti persone pavide, ambigue, troppo impegnate a rincorrere i loro alibi per rendersi conto che la vita fuggisse altrove.

E in quegli occhi sfuggenti e in quegli alibi ho riconosciuto i miei. La mia antica incapacità di amare che giustificavo con l’inadeguatezza altrui, la volubilità che scambiavo per vastità d’interessi e l’arroganza così facile da indossare per difendersi da ciò che neanche ti minaccia, fosse anche un comune di pace gemellato con non so quale città santa.

E allora dovrei rallegrarmi, immagino, per non avere più paura, o aver imparato a controllarla. Anche se sono un ibrido che ancora si riconosce nelle scuse per non uscire, “con quello che costa la benzina”, che ancora è tentato di sedersi sul ciglio della strada e dire andate avanti voi, io schiaccio un pisolino.

Fortuna che in quel caso la mia unica paura sarebbe davvero quella di non svegliarmi più.

(scherziamoci su)
http://www.youtube.com/watch?v=yc35kMGEkME

(ok, piangiamo senza ritegno)

Innanzitutto un appello a San Gennaro, Sant’ Edinson (se non esiste, provvedere) e pure a Santu Sossio, probabilmente invocato dal compaesano Insigne nell’entrare in campo: quando la partita la vedo in Italia, il Napoli deve vincere sempre. Grazie.

E ora mi rivolgo a tutti voi: aridatece il Bar Sport! Quest’italica istituzione, tutta aperitivi e grappini, fatta apposta per guardare la partita tutti insieme. Io che sono fautrice della tecnologia, che non ne ignoro i pericoli ma ne apprezzo soprattutto le opportunità, non rimpiango certo gli anni ’50 di Lascia o raddoppia, con le famiglie costrette a riunirsi in una casa sola per penuria di mezzi, televisivi e non.

Ma cavolo, la soddisfazione di esultare e soffrire tutti insieme, a parte qualche sporadica eccezione ai Mondiali, ormai la viviamo solo noi italiani all’estero, che ci arrabattiamo per sfuggire allo streaming e cercarci un baretto di fiducia, magari tenuto da italiani come noi che controllano tre schermi alla volta per poi esultare, come è capitato ai miei camerieri preferiti, per aver “pigliato ‘a bulletta”.

Ebbene sì, sono disposta a soprassedere sulla novità del multischermo, e a vedere l’intramontabile Luisona di Benni sostituita con dolci più moderni (e, possibilmente, più freschi), come la grandiosa Torta Pan di Stelle che riesce a far gola perfino alle amiche catalane. D’altronde la preclusione alle donne, altra caratteristica del Bar Sport, almeno all’estero è stata ampiamente archiviata, con qualche agguerrita tifosa che oltre ai pettorali in campo bada anche ai lardominali dei camerieri.

Sarà che a casa mia la partita la vedono a spizzichi e mozzichi, ovvero a intermittenza. A volte, ahimé, per noia, a volte perché, al contrario, “non gli regge il cuore”. Ed eccomi da sola sul letto di mio fratello, che ha dovuto comprarmi l’evento Sky (e faccio presente che la Luisona è più economica), a seguire attenta i balletti di Zuniga e a esultare a sproposito di qualche azione sfortunata (ma tanto chi mi sente). Intanto il neolaureato, nello studio, interpreta un mio rantolo come un goal della Juve, e mi chiede ragguagli, e mia madre viene a fumarsi la sigaretta proprio sul balcone alle mie spalle. Mio padre, poi, entra ogni tanto a fare qualche commento sul bimbo Insigne, che ricorderebbe sotto il suo fonendoscopio in un’età in cui si era più certi della sua scarsa statura che del suo futuro di attaccante. E magari lancia qualche seccia tipo: “Attenzione, è a questo punto della partita che cominciano a rubare”. E allora BAM! Due goal in 5 nanosecondi e io a bestemmiare in diverse lingue di origine incerta. Ma stavolta, va detto, furti niente.

In ogni caso, anche se la vostra situazione è migliore, anche se avete una postazione già assegnata sul divano e il numero della pizzeria memorizzato sul Blackberry (e poco importa se stasera vi è andata la margherita di traverso), la partita in compagnia vi farebbe bene. Si parla tanto d’isolamento, d’individualismo, di chiusura in se stessi, che sarebbe carino cominciare da queste piccole cose. Anche quando ci si rattrista tutti insieme, tra una battuta e due chiacchiere la serata un po’ s’appara.

Insomma, che il Bar Sport non sia relegato a istituzione da neoemigranti. Che torni a risplendere tra le nostre tradizioni migliori. E se qualcuno prova di nuovo a mangiarsi la Luisona, la difenderemo con le unghie e coi denti.

http://www.youtube.com/watch?v=Tgcc5V9Hu3g

Vi ho sgamati. Erano anni che non “scendevo” che per esami o feste comandate, o per una breve vacanza estiva. Ed erano anni che non restavo tanto in Italia, quindi vi ho scrutati, spiati, analizzati minuziosamente mentre lavoravate o cercavate lavoro, casa (i miei amici medici, beati loro) o vi ispezionavate il naso nella nuova metropolitana di Napoli. A proposito, bella, la fermata di via Toledo, grazioso quel mare che si muove mentre cammini e allora come una scema ti fermi e scopri che no, non si muove davvero, e manco un bambino di 4 anni ci sarebbe cascato.

Come vi trovo? Non ci crederete, ma più ottimisti, nonostante l’IMU. Non so se perché avete perso pure la voglia d’indignarvi, che pure sembrava lo sport nazionale, o proprio perché un po’ ci sperate perfino a Napoli, perché certi pessimisti che avete sbolognato a me a Barcellona dicono che Giggino de Magistris ha fatto solo ‘e chiacchiere e un po’ di scena. Ma insomma, la scena almeno mi piace. Infine, e la chiudo qua che questo è un blog per ridere, quando succedono immani tragedie, che poi sono le stesse di sempre, sembra che v’incazziate sul serio.

Come mi trovo? Meglio. 20 giorni di permanenza sono strani, perché c’è troppo tempo per riflettere. Anche se scrivo, lavoro, studio finalmente le lingue che mi piacciono. Leggo pure La Storia di Elsa Morante, le… gentilezze che si scambiavano i ventenni tedeschi e italiani nel ’44, e caso mai avessi dei dubbi su come finisse il libro mi basta pensare che, nel 2012, coi miei amici tedeschi parlo inglese, e in inglese auguro loro che sta Merkel “anche basta” (come diceva Renzi su D’Alema, perché dopo l’indipendentismo catalano le primarie del PD sono quasi divertenti).

Anche così, mi sento come Harrison Ford in A proposito di Henry, e mi chiedo che razza di vita facevo prima. La gente invece, quando va bene, mi vive tipo Richard Gere in Sommersby (lo so, so’ cinefila d’élite…), e dice ah però, quasi quasi torna da dove sei venuta e ripassa quando qualunque cosa mettano in quella paella ti faccia diventare addirittura ‘na persona seria.

In questo non cambiate mai: siete degli illusi. Bravi. Così vi voglio.

E voglio ancora l’Erasmus, per favore. Per favore. Ha fatto più miracoli quello che tutti i santuari della Campania. Senza quello, come tanti della mia generazione, non sarei mai partita, per poi tornare ogni tanto e scoprire che, come Spinaceto, l’Italia… pensavo peggio.

(voglia di ricominciare abusiva)

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