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Bansly_Monnalisa-e1444993184395-1024x680  Una volta, a un mercatino di beneficenza, l’organizzatore dell’evento successivo prese a sollecitarci perché concludessimo in fretta e gli cedessimo i tavoli che usavamo come bancarelle, indispensabili per la sua triste cena associativa. Alla terza sollecitazione sgarbata gli risposi per le rime. Allora una compagna buddista, immaginatevi la scena, si avvicinò a me, che ero diventata verde col fumo che mi usciva dalle orecchie, e mi sorrise:

– Lascialo stare, Maria. Vedi, è una persona arrabbiata, che trasmette molta rabbia. Se lasci che ti prenda, diventi come lui. Vedi come sei alterata? Lo stai già facendo.

Ora, il mio stomaco è più debole di quello dell’ammirevole compagna e la prima tentazione che m’investe è ancora quella di trasformarmi in Super Saiyan.

A volte, dunque, m’invade il dolore altrui.

Travestito da rabbia.

Lo fa all’improvviso, quando scorro la home di facebook e mi ritrovo uno status di Salvini. Capirete che uno dei privilegi di vivere fuori dall’Italia è scegliere quando farmi intossicare la giornata da cose del genere.

Stavolta, però, Salvini viene a “casa” mia (anche se virtuale) a vomitarmi banalità sugli immigrati, la cui cacciata dovrebbe restituire ai suoi (e)lettori il lavoro e la stabilità che neanche il Padreterno può contendere alle banche e ai governi che le proteggono.

Allora m’incazzo, e faccio male. Perché così ha vinto lui, e ha vinto il fascistello che mettendo mi piace a tante ipocrite ovvietà mi ha intossicato il caffelatte.

Infatti sono pochi, i conoscenti che si bevono sta roba, e quasi tutti “hanno sofferto da piccoli”. Non è una condicio sine qua non, magari lo fosse, così avremmo un’indagine sociologica esaustiva. È quello che succede ai miei contatti, e a volte a me.

È la tentazione che ho avuto alla lettura della mia tesina di master, quando ho scoperto in commissione la professoressa che aveva tenuto un intero corso di norme di stesura tesi che avevo bellamente ignorato, e che ora con garbo e dovizia di spiegazioni mi abbassava il voto.

Per non incazzarmi con lei, vedete che analisi complicata mi toccava fare: lei è puntigliosa, non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma ha ragione quando mi segnala dei problemi nel testo, ma voglio continuare a fare di testa mia, sì ma devo migliorare.

Non è più facile dare la colpa a quella grande zompapereta?

Peccato che non funzioni, né con me né con gli altri.

Mi spiace che tu abbia perso il lavoro, o euroscettico, o che a 30 anni stia facendo uno stage. È colpa dell’Europa? Sì, anche. Allora sostieni Farage? Sicuro che recuperi lavoro e stabilità, eh.

Mi spiace che ti sia morta la mamma per una malattia contratta sul lavoro, amico hooligano, ma non è colpa “dei zincari”. Prendertela con loro non ti restituisce tua madre, né ti migliora la vita. Ti rende solo più rancoroso e cattivo. Devi addirittura chiamarmi buonista, per non vedere quanto ti sei incattivito tu, e per niente.

Perché è inutile, tutta questa rabbia che scarichiamo sempre su qualcun altro quando la colpa o è nostra o non è di nessuno, o è proprio di chi ci invita a dare la colpa ai soliti che ci sono abituati.

È inutile perché non risolve niente. È solo bello crederci.

Come lo shampoo schiarente che ti promette capelli platino “ma comunque sani”, o come quei tutorial tipo “ADDIO CELLULITE!111!! coi fondi del caffè sbruscinati sui fianchi”. Facile e indolore. Peccato non funzioni.

Ma questi sono fatti di chi ci crede.

Il mio problema è che la rabbia altrui, come il dolore che la muove, è contagiosa. Ed è un peccato, farsene travolgere. È un’altra cosa inutile, che stavolta sottrae energie anche a noi che ci caschiamo.

Allora sorrido, cancello il post di Salvini, non prima di avergliene dette quattro, e torno a pensare ai cazzi necessari.

tagliateglilatesta Ok, lo ammetto per chi mi sfotte e mi chiama piccola Buddha. Incazzarsi è facilissimo.

Basta sentirsi in un loop, ritrovarsi in una situazione in cui il nostro potere decisionale non gioca che un terzo della partita (tutte, in pratica) e non digerire l’impotenza.

Basta scoprire che il progetto a cui avevamo lavorato come pazzi non corrisponde alle nostre aspettative (e appartenendo queste alla fantasia e i risultati alla realtà, è un’altra cosa che succede sempre).

Insomma, la risposta più facile a tutto questo è incazzarsi, di brutto. E sapete come. A parte lo scatto d’ira singolo, che non può ripetersi troppo se no ci viene un infarto secco, esiste la rabbia sorda che monta piano piano. Come la  marea a Barceloneta, dopo che è passata una crociera: giunge a riva quella schiumetta radioattiva, piena di lattine e bottiglie con l’etichetta stinta.

Sì, l’avete riconosciuta. È la rabbia latente che porta la gente a fare commenti acidi su facebook, o a perdere di vista l’argomento su cui interviene e parlare solo di sé, del suo problema, delle sue paure, vomitando sugli altri la facile frustrazione dei giorni andati male.

Be’, niente di più facile, capita anche a me e più spesso di quanto vorrei.

Mi accorgo che mi sta succedendo quando comincio quel sarcasmo da due soldi, quell’amarezza costante sempre diretta a qualcun altro, un amico in ritardo o un’alunna difficile… Qualcun altro che, in definitiva, non è mai il problema.

Il vero problema è l’associazione che sonnecchia, ma me la prendo col singolo membro che non ha procurato l’altoparlante (esempio a caso, in realtà ne abbiamo ben due!). O l’irriducibile differenza di gusti con le persone che amo. O la constatazione che le ore di lavoro extra mi dimezzano, di fatto, entrate già magre.

E lo so, l’ideale sarebbe passare all’azione. Cercare di risvegliare l’associazione o accettarne il letargo per fare altro. Inventarsi un lavoro più fantasioso e remunerato. Crearmi un’agenda personale che complementi il vivi e lascia vivere che già adotto con chi amo. Esempio: se tu hai una serata partita/rutto libero, io vado a mangiarmi una pizza (altro esempio a caso, nella mia vita maschi alfa non pervenuti, per fortuna).

Ma no, a volte vogliamo solo sfogare, permetterci la battuta acida verso la cazzara che non ha portato il vino per la cena aziendale, le smorfie ai turisti lenti che scambiano i cunicoli della metro per il lungomare di Napoli.

Insomma, lo sfogo ci sta. Ma sul lungo termine, ci fa bene? Anche perché, si diceva, spesso a guidarlo è la paura generata dall’impotenza. O devo rassegnarmi al fatto che il tizio che mi diceva “gli immigrati vogliono ammazzarci tutti e lei sta qui a sottilizzare” sia semplicemente un idiota (possibile, eh).

Insomma, ecco la nostra amica paura, quella di non riuscire a venire a capo della situazione, solo perché non la controlliamo tutta. E fateci caso, questa paura è come le sabbie mobili. Più ce ne facciamo prendere, più difficilmente ne usciamo.

Dopo lo sfogo iniziale, quindi, proviamo a riacquistare fiducia in noi stessi. A capire che non fa niente se arriviamo un po’ tardi o se qualcuno ci insulta per strada: non siamo inadeguati noi, insulterebbero uguale un altro passante. A capire che la soluzione in tasca è un optional, quello che abbiamo di serie è la capacità di affrontare la situazione.

Ne riparleremo.

 Ieri in metro ho sentito delle adolescenti di origini dominicane discutere di una loro amica che piangeva, perché si sentiva grassa. Ora, della cucina di Santo Domingo (ma sono diffusi in mezza America Latina) adoro i patacones fritos, che sono in pratica banane trasformate in dischi volanti e servite con salsine varie. Lo so, molto dietetiche.

La ragazza che parlava dell’amica sovrappeso era visibilmente orgogliosa del consiglio che le aveva dato: “Piangere non è la soluzione. Lucha, tía! Lotta per dimagrire”.

Ecco, a me sta storia di “lottare” a cui si riduce ogni sforzo terreno non convince molto.

Intendiamoci, evitare i conflitti nemmeno è la soluzione, ma quest’idea di vita come continua sopraffazione, come braccio di ferro tra forze opposte, vogliamo lasciarla all’homo homini lupus delle interrogazioni al liceo?

Io per la verità, caro Hobbes, ho imparato prima il bastardissimo lupus non est lupum con cui il nonno, mio maestro ufficiale di latino, mi faceva impazzire a 11 anni, prima di rivelarmi che quell’est non era essere, ma mangiare. Il lupo non mangia l’altro lupo. Capito, diffamatori di canidi?

È che secondo me le metafore belliche ci sono un po’ sfuggite di mano. Sta storia pseudodarwiniana della lotta per la sopravvivenza non è un po’ troppo inflazionata, adesso che ci arrivano anche le immagini della guerra com’è davvero?

Alla lotta preferisco il lavoro. E scusate, ci avete fatto una capa tanta, col lavoro che nobilita l’uomo! (La donna più che altro la sottopaga). E francamente il lavoro a cui sono abituata io consiste nel fare la stessa cosa ogni giorno, con livelli crescenti di difficoltà.

So che ha meno appeal di una “lotta”, ma per me la vera sfida è l’impegno costante che porta davvero a qualche risultato.

Scomodare la guerra ogni due passi ha dell’epico, ma questa benedetta epica ci piace così tanto?

Non staremmo più sereni e concentrati sull’obiettivo, e più propensi a farcela, se la piantassimo con l’idea di far schifo e dover “lottare per cambiare”? In molti dei video “prima” e “dopo” di gente che è dimagrita c’è un po’ quest’idea di doversi guadagnare il proprio rispetto e quello altrui. Secondo me è per quest’immagine così severa di se stessi che, a dieta avvenuta e complimenti presi, spesso il “campione” o la campionessa tornano a metter su un bel po’ di chili. Mai quanto prima, per fortuna. Ma figurini che restassero tali ne ho visti pochi, e forse trasformare la loro vita in una palestra ipocalorica non ha pagato sul lungo termine.

Se invece facessimo il nostro lavoro ogni giorno e poi pensassimo a godercene i frutti?

Facciamoci un’epica camomilla e pensiamo (letteralmente) alla salute.

Sperando che la giovane “lottatrice” di cui sopra, che si metterà in camera un poster di Irina Shayk con l’obiettivo impossibile di assomigliarle, non rinunci del tutto ai patacones.

In tal caso mi chiamasse, che dividiamo. Tutto per la causa.

 Ebbene sì, sono andata a scuola dalle suore.

Adesso difendo strenuamente la scuola pubblica, in termini un po’ accesi che mio padre non esita a definire esaltati, perché diciamo che, anche a distanza di trent’anni, sto un po’ incazzata. Roba che fino a poco tempo fa le suore erano l’unica categoria di donne che da femminista chiamassi zoccole.

Per questo mio padre, che ricordiamo cura bambini leucemici e al di sotto di un linfoma non vede problemi, mi ritiene poco affidabile sull’argomento.

A me sembra di mettere sul piatto ragionamenti piuttosto sensati, testimonianze, soprattutto. Non fanno statistica e sono state vissute meglio dai miei compagnelli di sventura, che riescono pure a conservare un buon ricordo dell’esperienza.

Ma intanto:

  • ho visto una bambina picchiata da suora e superiora per aver confuso il quaderno a righi con quello a quadretti (ed essendo il napoletano proibito a noi bimbe perbene, non capivo la spiegazione “ha fatto a nummere”, con cui si avventavano sui codini della malcapitata);
  • ho visto bambini poco versati nella lettura, o “colpevoli” di aver sbagliato qualche compito, portati di classe in classe perché li chiamassero in coro “asino”;
  • io stessa, che ero arrivata in quella scuola già in grado di leggere, ero stata portata di classe in classe per mostrare alle altre maestre come fosse brava la mia (sono stata pure usata per sputtanare un bimbo di quarta, che ancora leggeva male);
  • ho visto un’intera scolaresca costretta dalla signorina del doposcuola a stare “mani in testa e bocca chiusa”. Quando mia madre è andata a protestare, è diventato “mani in testa e bocca chiusa, tutti tranne LEI” (io);
  • ho visto un compagno decisamente irrequieto sentirsi minacciare con “prima o poi ti lego alla sedia”. Minaccia realizzata, e ridevamo pure;
  •  ho visto una suora seguire in bagno un bimbo che usciva spesso dall’aula, per vedere “se davvero doveva fare pipì”;
  • sono stata portata in chiesa con tutti i miei compagni per l’intera recita del rosario, che la mia suora evidentemente si era impegnata a dirigere nelle ore di lezione (e i misteri gaudiosi mi erano più ostici della sigla di Capitan Harlock);
  • tiferò per sempre per il bimbo che diede un calcio alla suora davanti a sua madre, per cui lei, dopo aver chiesto il permesso alla genitrice, gli mollò un ceffone leggendario.

Insomma, mi sembra che qualche motivazione per essere scettica nei confronti delle scuole delle suore ce l’abbia, a prescindere dall’emotività con cui le accompagni.

Perché, vedete, l’emotività può essere una grande alleata, secondo me, a saperla dosare. È come l’acqua di fiori d’arancio nella pastiera: qualche goccia la rende squisita, a metterne troppa annulli tutti gli altri sapori.

È un errore che possono fare anche i miei sostenitori in questa piccola battaglia per la scuola pubblica: spesso mi appoggiano perché odiano le suore, dello stesso odio che svalorizza le accuse pur sensate mosse a Madre Teresa di Calcutta di non pensare a curare corpi, ma a “preparare per il paradiso” malati che si potevano salvare anche in terra.

Ora, se questo diventa una battaglia tra insicurezze, paure, brutti ricordi, vinceranno sempre loro. Quelli che in nome delle personali convinzioni (e ce ne sono di religiosi e di laici) fanno più danni delle cavallette.

Le suore sono cittadine come le altre, per me insegnassero nelle scuole pubbliche, dove ci sono più controlli per tutti. Solo questo, dico.

Non lascio che la bambina che a sette anni ha convinto i suoi a farle cambiare istituto (approdando in una scuola pubblica in cui le maestre pure picchiavano) mi detti a distanza di tempo i suoi capricci.

L’ascolto attentamente per far sì che mia figlia, se mai esisterà, non viva lo stesso.

Ne riparleremo.

 

 Avete presente il luogo comune “Non devi piacere a lui, ma a te stessa?”. Va bene anche la versione maschile, può diventare unisex.

Ebbene sì, sono qui per ribadirlo. Ne sentivate il bisogno? No? Peccato.

Perché è una di quelle frasi fatte così vere che ce le dimentichiamo, le scartiamo pensando o che abbiamo imparato la lezione o che alla fine è una cagata, e facciamo i bastian contrari pure su questo.

Io sono qui per ricordarvela per un motivo: è una frase che a sottovalutarla costa tempo e denaro.

Non ci credete? Allora rilancio con un altro luogo comune: se le donne amassero il proprio corpo, quante aziende andrebbero in fallimento?

Vedete, ora che ho di nuovo del tempo libero sono tornata alla mia follia degli ultimi anni: il fai-da-te. Scarto su youtube i tutorial più divertenti, cerco di mettere in pratica con risultati alterni le lezioni su come farsi un maglione a uncinetto o un ghiacciolo di yogurt e frutti di bosco.

Ma sapete quanti tutorial riguardano la bellezza personale, quest’ossessione per essere sempre smaglianti, oppure esibire la tartaruga perfetta e il look giusto per ogni occasione?

Ecco, pensate a quanto costi questa roba in termini di tempo e denaro.

Me l’immagino come una strada che prima di portarci alla meta (piacere a noi, in definitiva) si attorciglia peggio dei labirinti del Corriere dei Piccoli, per chi se li ricorda.

Quello è il percorso che facciamo se cerchiamo la nostra approvazione attraverso gli occhi degli altri. Con l’aggravante, magari, di lasciar andare gli altri in questione una volta che l’abbiamo ottenuta.

Invece, la strada per l’approvazione di noi stessi, senza questa falsa scorciatoia che finisce per farci perdere, è una vita retta, un po’ monotona ma lineare, due metri al giorno se va bene, con occasionali balzi e rarissime tappe bruciate (non vi ci affezionate, però). Non costa che qualche minuto di attenzione, soprattutto costanza, che è la cosa più difficile. La costanza con cui ci applichiamo del balsamo sapendo che prima di un mese non vedremo risultati.

Ecco, l’amor proprio è un balsamo che funziona un po’ così.

Non ci dà le impennate d’orgoglio che può conferire l’approvazione altrui, né la sensazione di star facendo chissà cosa, perché ormai ci sembra che se non buttiamo tempo e denaro non stiamo facendo niente.

Eppur si muove, funziona, fa quei miracoli che proprio per l’assenza di miracolosità sono i più duraturi, economici, efficaci.

Quindi, non sottovalutiamo sta storia che piacere a noi in definitiva è l’unica cosa che conti.

Peraltro non sono mai piaciuta tanto agli altri come quando ho smesso di cercare la loro approvazione e ho mostrato loro, serenamente, la mia per me.

   Ho guardato un po’ “cambiare” sul vocabolario, il Treccani online, che mi riportava voci aggiornate tipo “cambiare cavalli alla diligenza”.

Comunque avete ragione, il primo significato è sostituire.

Nella fattispecie, sostituire “una persona, una cosa, con altra simile o diversa”. Ecco qua, becchiamoci questa: vogliamo cambiare vita? La “sostituiremo” con un’altra uguale e contraria, in cui avremo solo finto di metterci a dieta, smettere di fumare, per riprendere tutto poco dopo.

Vogliamo cambiare fidanzato, fidanzata? (Tra gli esempi del vocabolario di cui sopra). Ci troviamo una persona opposta nei modi, uguale nella sostanza, e via.

Meno male che c’è il secondo significato, di cambiare: “Rendere diverso, trasformare”. E giù di esempi: “gli anni e l’esperienza mi hanno cambiato; la fortuna cambia spesso la sorte degli uomini”.

Ovviamente scatta l’esempio manzoniano: “quella prima meraviglia sospettosa di Lucia s’andava cambiando in compassione (Manzoni)”.. Ok, ok, vi risparmio gli altri significati, solo l’ultimo esempio: “s’è cambiato il vento, ha preso a soffiare in altra direzione”. Perché perfino Mary Poppins è più simpatica di quella pereta di Lucia Mondella.

Insomma, il primo significato, quello di sostituire, fa tanto pubblicità del Dixan della mia infanzia: “Io le offro due fustini in cambio…”. Eppure, quando ci decidiamo a cambiare, finiamo per accontentarci di questo. Sostituire un’abitudine, un lavoro, un’abitazione, con un’altra simile, che ci dia il senso del cambiamento senza restituirci anche il salto nel vuoto che lo rende possibile.

È anche la soluzione più facile, a volte: non ci va bene la nostra storia? La sostituiamo con un’altra uguale, che come vantaggio ci porta i primi tre mesi d’incanto e poi finisce “perché non ci capivamo più”, proprio come l’altra. Mica finisce perché, intanto, non siamo cambiati noi.

Il secondo significato ci credo che sia il secondo: è complicato assai! Bisogna prendere una cosa che già si tiene e modificarla, lavorarci su, buttare sudore, sapendo che le probabilità di star perdendo tempo ed energie sono molto alte.

Ma nella mia esperienza sono questi i cambiamenti che durano. Intendiamoci, se una cosa non funziona non funziona, meglio buttare tutto invece che accanircisi come quei carucci dei nostri nonni, decisi a usare la caffettiera anche quando più che una guarnizione nuova ci voleva un esorcismo.

Però, tornando a quei carucci dei nonni, qualcuno dice che il segreto delle loro nozze d’oro non fosse l’impossibilità del divorzio o la dipendenza economica delle donne (come insinuano i cinici come me), ma fosse racchiuso in quel meme… Come diceva?

“Veniamo da una generazione in cui le cose rotte si aggiustavano” ecc. ecc.

Sì, vabbe’, nonnina, sei meglio te.

Ma sul fatto di “riparare”, invece di sostituire, non hai tutti i torti.

A meno che non si tratti di un fustino di Dixan.

limonata Sono diventata intollerante a ciò che non mi piace.

Intendiamoci. Se mi devo sparare quattro ore di lezione con alunni cinesi inconsapevoli dell’esistenza dell’articolo, lo faccio e zitta.

Se invece devo mangiarmi un piatto carbonizzato di pasta ammescata, piuttosto butto tutto, con sommo orrore di mio padre che d’altronde è figlio della guerra e non riflette sulle scarse probabilità di mandare quella schifezza ai “bimbi in Africa”.

Credo sia una buona abitudine, diventare allergici alle sgradevolezze evitabili. Pare anche facile, invece provateci e ditemi se qualche volta non vi sentite spreconi. O, peggio, egoisti, quando vi fingete morti pur di non ascoltare l’ennesimo sfogo di un amico, pronto a rituffarsi tra le braccia di quella pereta.

Ma resistete! Che la vita sia un piacere, se no, come dice una canzone, era meglio morire da piccoli.

Però, però. Ci sono cose che non possiamo classificare esattamente come sgradevoli, ma che neanche sono una passeggiata.

Prendete il lavoro. Adesso che consegno la tesina del master e mi finisco tutti i corsi che sto dando, cosa m’impedisce di mettermi a quattro di bastoni con un mojito in mano? (Ok, al massimo una limonata).

Be’, il fatto che a non finire siano le mie lezioni private! Neanche poche, piazzate in quegli orari strategici che nella routine quotidiana sono perfetti, ma che a luglio ti intossicano la giornata.

Però, vediamo, mi fa schifo avere delle entrate extra, quest’estate? E gli alunni sono così carini, specie ora che cominciano a capire che “ho andato” è Satana!

Allora che faccio? Mi accorgo di una cosa: gli alunni vivono in zone pericolosamente vicine al mare. Pensateci un attimo. Io. Barceloneta. Luglio. Metteteci un po’ di crema solare e il gioco è fatto.

Lo stesso dicasi per l’apparecchio che ho comprato per gassificare l’acqua (una poracciata su Amazon). Ero stanca di bottiglie di plastica a profusione, ma io sono da acqua gassatissima a livello estintore, mentre quella prodotta da questa macchina è la cugina loffia della Perrier.

Se mi avesse fatto proprio schifo, starei già a fare questione col rivenditore. Ma continuo a non voler produrre una discarica intera di bottiglie e troppo gas ha spiacevoli effetti collaterali.

Così mi faccio un punto d’onore di passare l’estate a fare bibite gassate il giusto, con gli ingredienti che dico io. Non eguaglierò mai il fantastico mandarino al seltz catanese, ma uno sciroppino casareccio da gassificare ad hoc si può provare. Vedi se la ricetta la devono avere i ‘mericani e chiamarla Italian soda, ma inso’, la tradizione fa giri strani.

Tutto questo per dire: le cose che non ci piacciono, via. Quando proprio non siamo obbligati a sorbircele, rispediamole al mittente.

Quelle con un’equivalenza tra pro e contro, be’, ricordate quella canzone di Elisa quando faceva l’inglese? Heaven out of Hell? Insomma, trasformare l’Inferno in Paradiso.

Lo so, lo so, adesso fa più figo dire che se la vita dà limoni bisogna farne limonata.

Io non sarei così drastica: non quando i limoni si possono bellamente snobbare per le fragole.

Per tutto il resto, ho un gassificatore ad hoc, vi aspetto a casa!

https://www.youtube.com/watch?v=X57WQ0zShw8

 

 

indoor-plants Per quelle coincidenze che fanno bene al cuore, ho rivisto la “mia” casa due anni dopo averla lasciata.

Scrivo mia tra virgolette perché l’ho sempre sentita estranea, dopo qualche mese tra le sue pareti lunghe e tetre l’ho sbolognata a un ragazzo che l’ha fatta davvero sua, prendendosene cura.

Due anni dopo ammiro le piante, nelle stanze in cui neanche io riuscivo a coltivarmi.

Non è cambiata l’atmosfera un po’ triste, da vecchietto che aspetta.

Restano le vicine cresciute lì, incattivite dal non saper pronunciare il mio cognome straniero.

Ma due anni dopo è cambiato tanto, quasi tutto.

Anch’io. Per esempio, ora consegno la tesi che ad ascoltare il famoso cuore avrei scritto 10 anni fa. Portare 10 anni di ritardo sulle tabelle di marcia “cardiache” non è uno scherzo. Ma tengo botta, ho pensato impigliandomi tra i rampicanti del corridoio che a me era sembrato una prigione.

Eccomi determinata a tenermi quello che mi serve, a separarmi da quello che non funziona più.

E a non dedicare mai più il giorno dopo il trasloco (come due anni fa) a una festa non mia che non verrà neanche apprezzata: l’emblema del mio antico fare cose di cui non ho bisogno, per gente che non le vuole.

Questo, a prescindere, è passato.

Mi spiace per il ficus di quella vecchia casa, enorme e mai travasato, le radici accomodate su una ringhiera, come rampicanti.

Non potevo tenerlo. Quello che invece ho portato via era appena nato, un regalo dell’unica festa celebrata tra quelle pareti ingiallite.

Era un germoglio in un vasetto troppo piccolo, ora cresce.

E sta bene dove sta.

testament-youth  Sto riguardando Generazione perduta, cattiva traduzione di Testament of Youth, basato sul libro di memorie di Vera Brittain. La fanciulla, vent’anni quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, era stata così fortunella da innamorarsi pochi mesi prima. E di uno che, scoppiato il conflitto, non ci avrebbe visto più dalla voglia di partire, vagamente convinto peraltro di essere immortale.

Non ve lo dico neanche: alla pischella muore l’impossibile tra amici e parenti. Il fratello. I compagni di lui. E ovviamente il fidanzato, Roland, con quel nome da paladino un po’ stralunato, che finisce come un colabrodo per la seguente impresa eroica: andare a sistemare il filo spinato intorno alla trincea.

Sì, non bisogna essere esperti di guerra per intuire che se lo potesse risparmiare.

Nel film, Roland è Kit Harington, condannato ormai da tutti i copioni a fare il soldato strano (tanto ormai mi avete già spoilerato tutti Trono di Spade).

Lei è Alicia Vikander, determinata a sfuggire a ogni cliché, e infatti da svedese bruna interpreta una così inglese da chiamarsi Brittain.

Allora eccola infuriarsi, lottare per il suo sogno di andare a Oxford che nel 1914 sarebbe stato ben più irrealizzabile che fare oggi la velina. E certo, le donne nel 1914 devono solo sposarsi e avere figli. Non possono neanche andare in guerra, devono restare indietro a rammendare calzini per chi ci va.

Ok. Ma c’è una scena bellissima in cui i due ragazzi cominciano ad amoreggiare senza mai neanche baciarsi (spunta sempre all’orizzonte la matrona corpulenta che li sorveglia). Lei, allora, gli confessa un po’ timida che vuole fare la scrittrice.

Lui le risponde, sullo sfondo di un bel sentiero di campagna, che vuole fare lo stesso.

Cento anni dopo, possiamo dirlo: chi c’è riuscito?

Lei. Perché? Perché lui è morto in guerra, a vent’anni. Perché? Lui era uomo e lei no.

Gli svantaggi che ti darebbe possedere una vagina sfumano davanti ai luoghi comuni legati all’avere un pene: e allora tutti a fare a gara a chi muore prima, chi va per primo a uccidere tanti nemici cattivi, salvo finirne crivellato mentre faceva qualcosa di simile a rammendare calzini, ma col filo spinato.

E allora a chi fanno bene gli stereotipi di genere? Perché ne leggo tante, ultimamente.

È umano commuoversi davanti a delitti efferati. È facile ricorrere a luoghi comuni sugli uomini che hanno la bestia dentro, che considerano tutti le donne come oggetti, che devono frenare questa loro animalità mentre le donne vogliono la pace

Avreste dovuto sentire Vera che parlava con suo padre per mandare a morire il fratello. “Lascia che sia un uomo”. E queste qua, non ingannatevi, ci sono sempre state, spesso più numerose delle madri pietose.

E allora, prima di urlare agli uomini feroci e le donne vittime pacifiche, pensiamo a tutti i cliché che ci investono fin da piccoli e in cui ci crogioliamo.

Sono gli stessi luoghi comuni travestiti da grandi verità che hanno tenuto le donne lontane da Oxford, e mandato dei ragazzi a impigliarsi nel filo spinato di No Man’s Land.

Questo deve cambiare, è vero, ma non dobbiamo inneggiare al cambiamento ogni volta che muore una, prima di tornare a dire agli uomini di “essere maschi, perdio”, e ricordare alle donne che hanno un orologio biologico (cliché tornato in auge proprio quando le Nostre erano passate da Oxford a Wall Street).

Questo può cambiare da adesso nelle nostre pratiche quotidiane, quando rinunciamo a quelle che crediamo certezze e ci affidiamo all’unica bussola possibile: quella che ci porta a scoprire ogni giorno cosa significa essere noi.

A seguire quella, il filo spinato di No Man’s Land poteva anche rammendarsi da solo.

Come i calzini lasciati indietro senza rimpianti da quelle che a Oxford, alla fine, ci sono entrate.

super-glue Tipo l’attak, avete presente, quella volta che l’avete voluta usare al posto della coccoina, senza che mamma se ne accorgesse. Voi pensate di aver pulito il tutto prima di essere sgamati, invece resta con vostro sommo orrore una gocciolina trasparente, cristallizzata, sul dito, molto intenzionata a non togliersi mai di là.

Allora scatta il problema: la lavo via o me la tengo? Perché da bambini pure una goccia di passato cristallizzata è un’avventura. Da grandi un po’ meno.

Mi è capitata una rimpatriata involontaria con gente che non vedevo dal numero giusto di anni perché rimanessero curiosità irrisolte, sulle nostre vicende comuni. Roba da anche tu qua, fa caldo eh, oh sai chi ho visto, ah davvero io non la vedo da un secolo… E via dicendo. Allora senza volerlo (sul serio) scopriamo retroscena che ci fanno cambiare un po’ la polaroid che tenevamo in mente di un certo periodo, la foto in bianco e nero in cui avevamo assegnato a ciascuno il proprio posto, da fotografi esperti, e amen.

E qual è la nostra reazione a scoprire che qualcuno, invece, si è mosso? Che sono sfuggiti all’angolino in cui li relegavamo, intrecciando le loro vite in modi diversi?

Be’, ci arrabbiamo. Ci sentiamo oltraggiati, privati della narrazione di comodo che ci eravamo fatti di quel momento.

Perché è vischioso, appunto, il passato. Specie nei punti che ci hanno fatto male, ad andare a scoprire di nuovo piaghe e cicatrici il risultato a volte è questo. Ci sorprendiamo a contattare gente che non sentiamo da secoli, per interrogarla su cose che neanche più ricorda. E finché è una curiosità innocua, la voglia distratta di scrivere un sequel, ok. Il problema è quando ci rimuginiamo su, accorgendoci che ci portavamo ancora dietro la nostra goccina di attak, così discreta che l’avevamo scordata, ci andavamo a spasso, la nascondevamo sotto i guanti, i bracciali, i nuovi progetti.

Ecco, sono quelli a salvarci, o a risparmiarci un pomeriggio di amarcord. È una considerazione improvvisa che farebbe bene a venirci in mente: i nostri progetti di ora sono più importanti di quelli postumi.

Pare scontato, ma è la cosa più difficile da ricordare. I nostri progetti non sono ancora, la polaroid del passato era là bella che scattata, sembra sempre pesare di più.

E invece no, questo dobbiamo realizzare: perfino il viaggio per l’estate che stiamo pianificando è più importante di sapere perché quell’amica di tre anni fa ha smesso di vederci.

Siamo ancora quella tizia coi capelli più lunghi che si chiedeva cosa fosse successo, con l’ex dileguatosi nel bel mezzo di una festa, o il ragazzo improvvisamente messo da parte dai colleghi per dei giochi di potere in cui lui non c’entrava niente (e a scoprirlo prima…).

Ma siamo soprattutto i desideri che abbiamo ora, gli amici che abbiamo ora, specie se abbiamo perso il vizio di voler decidere anche della loro vita.

Insomma, il passato è vischioso, ma il presente è qualcosa di meglio: è gommapiuma, assume la forma che gli diamo. Adagiamoci fra le sue promesse ogni volta che ci sentiamo spinti all’indietro: non c’è attak che tenga davanti a una promessa di sorriso.

Ma stavolta, che sia a colori.

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