Sì, i sogni scadono.
E non c’è niente di male. Basta accorgersene, guardare in tempo l’etichetta prima di assaporarli come sempre e scoprire che, finalmente, sono diventati acidi.
Che il tempo, gli incontri, i giri di fortuna e quelli di sfiga cronica che ci hanno portati in un pizzo di mondo invece che in un altro, li hanno cambiati per sempre.
Ci credereste? Ci piacciono così, scaduti e buoni. Pur di non farne altri e rischiare di veder scadere anche quelli trangugiamo ancora i sogni vecchi, fino a stare male.
Leggo a volte post di amici miei dell’Italia, dei miei 20 anni. Rimpiangono, molto. Quello che eravamo.
Io me lo ricordo, come eravamo. Pieni, freschi, un po’ per aria, tutti. Con la capa per aria, dico. Già rassegnati a non vederci avverare i sogni che adesso rimpiangiamo come passati.
C’è una differenza, tra accettare che scadano e non farlo.
A crescere e accettare di non essere più quello di prima dai per scontato che sì, non sono più tuoi, quei sogni là. Non che non vorresti scrivere più un bel romanzo sperimentale o andare a vivere in Honduras, che mo’ si porta. Ma adesso ti piacciono altre cose, di più, e perché spesso sono più concrete non vuol dire che non siano affascinanti.
A non crescere (cioè, a invecchiare soltanto), semplicemente non li realizzi uguale, quei sogni, ma non te lo dici. Cioè, te lo dici così spesso perché speri di essere smentito dalla sorte, senza fare niente né per realizzarli né per cambiarli. Quindi, diventi un mausoleo dei tuoi sogni.
Che è una condizione/scappatoia che ultimamente va di moda quanto l’Honduras: fai il portatore sano di sogni scaduti. Sarai un fallito, ma vuoi mettere l’alone romantico di eroe tradito dalla sorte? Che la sorte a volte abbia un nome e un cognome (il tuo) è solo un dettaglio.
No, i sogni scaduti evaporano da soli, se glielo lasciamo fare. Conserviamoceli pure in dispensa, a imperitura memoria, ma stiamo attenti a consumare in tempo quelli nuovi.
Sono quelli che si adattano meglio a chi saremmo ora, se non fossimo troppo occupati a rincorrere chi eravamo.

Avete presente la situazione? Una tesina da consegnare proprio entro la domenica del trasloco.
A proposito (immaginatemi con un lungo vestito nero e una statuetta in mano con la sagoma del professore), questo risultato volevo dedicarlo a voi.
Una volta, una ragazza che non conoscevo mi ha salvato, con la sua sola esistenza.
Ok, ormai è finito il tempo in cui, se non vivo nel quartiere più vituperato della città, non sono io.
A volte è la signora a cui pesto i piedi in metro, e non accetta le mie scuse.
No, nel Settecento la gente non era uguale a noi. Non è solo la moda, a cambiare, o la dieta, o la casa, ma gli esseri umani, il loro rapporto con le cose, la loro mentalità.
Ho riscoperto un libro carino che avevo un po’ accantonato durante il dottorato:
Ultimamente sono un po’ stressata.
Al ginnasio andai a vedere il
Le circostanze delicate in cui si sviluppano certi dibattiti dimostrano che l’attenzione di chi vi partecipa è più spostata verso il proprio ruolo indignato o eroico o presuntamente onesto, che sulla questione in sé.