Archivio degli articoli con tag: resilienza

Flickr-potato-sprout  Sì, i sogni scadono.

E non c’è niente di male. Basta accorgersene, guardare in tempo l’etichetta prima di assaporarli come sempre e scoprire che, finalmente, sono diventati acidi.

Che il tempo, gli incontri, i giri di fortuna e quelli di sfiga cronica che ci hanno portati in un pizzo di mondo invece che in un altro, li hanno cambiati per sempre.

Ci credereste? Ci piacciono così, scaduti e buoni. Pur di non farne altri e rischiare di veder scadere anche quelli trangugiamo ancora  i sogni vecchi, fino a stare male.

Leggo a volte post di amici miei dell’Italia, dei miei 20 anni. Rimpiangono, molto. Quello che eravamo.

Io me lo ricordo, come eravamo. Pieni, freschi, un po’ per aria, tutti. Con la capa per aria, dico. Già rassegnati a non vederci avverare i sogni che adesso rimpiangiamo come passati.

C’è una differenza, tra accettare che scadano e non farlo.

A crescere e accettare di non essere più quello di prima dai per scontato che sì, non sono più tuoi, quei sogni là. Non che non vorresti scrivere più un bel romanzo sperimentale o andare a vivere in Honduras, che mo’ si porta. Ma adesso ti piacciono altre cose, di più, e perché spesso sono più concrete non vuol dire che non siano affascinanti.

A non crescere (cioè, a invecchiare soltanto), semplicemente non li realizzi uguale, quei sogni, ma non te lo dici. Cioè, te lo dici così spesso perché speri di essere smentito dalla sorte, senza fare niente né per realizzarli né per cambiarli. Quindi, diventi un mausoleo dei tuoi sogni.

Che è una condizione/scappatoia che ultimamente va di moda quanto l’Honduras: fai il portatore sano di sogni scaduti. Sarai un fallito, ma vuoi mettere l’alone romantico di eroe tradito dalla sorte? Che la sorte a volte abbia un nome e un cognome (il tuo) è solo un dettaglio.

No, i sogni scaduti evaporano da soli, se glielo lasciamo fare. Conserviamoceli pure in dispensa, a imperitura memoria, ma stiamo attenti a consumare in tempo quelli nuovi.

Sono quelli che si adattano meglio a chi saremmo ora, se non fossimo troppo occupati a rincorrere chi eravamo.

 

heygirl  Avete presente la situazione? Una tesina da consegnare proprio entro la domenica del trasloco.

Nel mio caso ci si era messo pure un evento con l’associazione, quindi l’ho spedita via mail il venerdì notte, dopo il lavoro (smontavo alle 21).

Apprendevo due settimane dopo, nel WhatsApp di noi “masterizzandi”, che il prof avesse lanciato un ultimatum per chi non avesse ancora consegnato.

DUE SETTIMANE DOPO, ragazzi. Nonostante fossimo già alla seconda proroga.

Ci credereste? Si lamentavano.

Criticavano la preparazione dell’insegnante (che è convinto d’insegnare male e non fa molto per dimostrarsi il contrario) e c’era qualche allusione scherzosa alle sue origini italiane.

Ieri sono usciti i voti. L’ho appreso che andavo al lavoro e non ho potuto controllare subito il mio. Mi sono letta però qualcosa come 50 WhatsApp di critiche al docente, “perché aveva penalizzato chi consegnasse in ritardo”. Si davano ragione tra di loro (“questo preferisce la velocità all’accuratezza?”) e tutti insieme sfottevano lui, con una gara a chi facesse la battuta più salace.

Io adoro questi momenti di sospensione del giudizio, perché sono rivelatori.

Mi ricordano la tanto vituperata Chiara Gamberale ne Le luci nelle case degli altri, quando una madre consola suo figlio, un futuro fallito, per aver preso un brutto voto a scuola (perché incompreso, ovviamente). Cioè, mi pare così evidente questa rimozione di responsabilità: la colpa è sempre del prof. O del tuo zelo che ti porta ad approfondire troppo, invece che attenerti alle aride scadenze accademiche. Non è mai colpa tua.

E preciso  che un voto basso o una mancata consegna non sono la fine del mondo. Se la prossima volta mando affanculo tesina e prof ed esco a bermi una birra in calle Blai, l’unico problema è che non bevo (ubriaca sono uno spettacolo). L’importante è che mi assuma le mie responsabilità, che sia consapevole della mia scelta.

Mi sembra grave, invece, avere sempre una storiella pronta che ci racconti quanto siamo stati impeccabili noi e quanto avversa si sia rivelata la sorte. Poveretti che siamo.

Finché è una stupida questione di voti, ok. Ma se dobbiamo mantenere un lavoro, una relazione, risolvere una disputa da cui dipenda l’equilibrio familiare? Con questo meccanismo non risolveremmo il problema: ci convinceremmo solo che noi non c’entriamo niente. E una consolazione non è una soluzione, in nessun universo parallelo.

Ma capisco che autoingannarsi serve, ci dà il vantaggio di uscircene sempre con l’autostima intatta, a costo di non risolvere mai il problema. Non rischiamo mai di metterci in gioco, e neanche di prendere il massimo dei voti.

Halle-Berry-Oscar A proposito (immaginatemi con un lungo vestito nero e una statuetta in mano con la sagoma del professore), questo risultato volevo dedicarlo a voi.

A voi che avete ancora il buonsenso di capire che la vostra vita non la scandisce la Fata Turchina, ma quello che a fine giornata siete riusciti a portare a casa.

E a voi che ci state arrivando.

Perché anche voi cominciate a intuirlo: che sia buono o cattivo, che dipenda interamente da voi o solo in parte, quello che portate a casa a fine giornata è tutto vostro.

 

 

images (9) Una volta, una ragazza che non conoscevo mi ha salvato, con la sua sola esistenza.

È riuscita a far innamorare chi proprio non s’innamorava di me.

Merito suo? Non so. Colpa sua? Macché.

Intanto mi ha salvato la vita, magari in un senso meno tragico di quello letterale. Però mi ha concentrato in qualche mese di purificazione (per non chiamarla “sfogo bestiale”) un dolore che diluivo negli anni. E scusate se è poco!

Poteva essere un trasferimento all’estero, un lavoro che mi portasse lontano. Invece è stata lei, e in qualche modo le sono grata.

Non che abbia fatto molto, eh, intendiamoci, nient’altro che essere lei e, per il solo fatto di esserlo, farlo innamorare.

Per le stesse ragioni per cui quell’altro lì non s’innamorava di me: io ero io, con me non succedeva, e così vanno le cose.

Il problema è che, prima che arrivasse lei, l’ultima parte (quella delle cose che così vanno) non l’accettavo. In realtà non me ne faccio neanche una colpa: ci rode assai, quando siamo impotenti di fronte a quello che vorremmo ma non dipende da noi. Anche perché spesso non dipende da nessuno.

Poi però succede sempre lo stesso, o quasi: tutti i nostri tentativi di quadrare il cerchio, i pomeriggi passati a “lavorare” perché le cose filino, svaniscono nel nulla.

Nel modo più umiliante, magari: noi non esistiamo, ufficialmente, poi arriva lei e lo sanno tutti.

Dicono che l’amore sia così. A me questa cosa non tanto convince: guardo con sospetto ai colpi di fulmine, che spesso svaniscono il tempo di accorgersi che anche l’altro è una persona.

Infatti, i più cazzimmosi tra noi si consolano osservando che i nostri “salvatori” non è che durino assai, al nostro posto.

Intanto, però, questa ragazza mi ha salvato la vita, insegnandomela. Mandando a carte quarantotto tutti i castelli che mi stavo costruendo su qualcosa che, semplicemente, non poteva essere.

E come lei, al mondo, ce ne sono a migliaia, di soluzioni. Tutte le possibili soluzioni impreviste, anche dolorose, di problemi che ora vorremmo risolvere fingendo che dipendano solo da noi, senza calcolare il resto: l’incalcolabile. Che spesso è un futuro imprevedibile che non possiamo considerare una risorsa (“prima o poi succede qualcosa e si risolve tutto”), ma neanche ignorare.

Le cose cambiano, costantemente. L’unica cosa che non cambia, diceva un saggio, è il cambiamento.

E finite le lacrime e le ricostruzioni lente, e rimessi pure i chili che manco Rosanna Lambertucci fa perdere più di una crisi, provo questa strana riconoscenza verso una sconosciuta che non ho mai visto. Le porto la stessa gratitudine illogica che sentiamo verso un mattino senza pioggia, o un bar che faccia il caffè buono, per il solo fatto di trovarsi proprio sul nostro percorso, meglio se in pausa pranzo.

A volte siamo capaci di aiutarci anche quando ci facciamo molto male.

Tutt’è avere la lungimiranza per riconoscerlo e, se proprio ci va bene, per non scordarlo più.

https://www.youtube.com/watch?v=b9re90HG2dw

Piccolo_buddha Ok, ormai è finito il tempo in cui, se non vivo nel quartiere più vituperato della città, non sono io.

Ma qui stiamo esagerando, in effetti. Sono andata a fare una passeggiata in una bella strada pedonale del quartiere fighetto e ho chiesto al mio ragazzo: “Ti piacerebbe di più vivere qui o a Vallcarca [zona residenziale e insieme un po’ hippie vicino al Parc Güell]?”. E lui con mia grande sorpresa mi ha risposto: “Qui”.

Allora ho guardato le signore con fazzoletto a righe abbinato alla borsa, poi il bar di cupcakes di cui occupavamo un tavolino all’aperto, e ho sbarrato gli occhi per il terrore.

Vivere lì, davvero? E perché no, mi sono detta. In fondo è una bella strada, costosissima ma quanto altri quartieri che non mi spiacerebbero, e disprezzare un posto perché è troppo perfettino significa essere più snob degli snob.

Finché accanto a me, sullo sfondo di un’aiuola perfetta, non è spuntata una mendicante, la testa avvolta in un fazzoletto ben chiuso intorno al collo, come fanno tante musulmane. Il mio ragazzo le ha messo una moneta in mano, mentre io pensavo.

Ricordavo, più che altro. Cosa? L’ho visualizzato dopo, a chai latte finito, allontanandomi verso la metro.

La visita di Buddha alla sua città, quando è ancora il principe Siddharta. Sarà per Keanu Reeves, ma io la immagino esattamente come nel film di Bertolucci.

Uscendo dal palazzo in pompa magna, il giovane si vede venire incontro le persone più giovani e belle tra i suoi sudditi. Ignorando che sotto ci sia lo zampino di suo padre, pensa allora che la vita sia quella e che sia meravigliosa.

E invece, nel quadro manca qualcosa. Glielo dicono senza saperlo due poveri vecchi sdentati, sfuggiti al controllo delle guardie, che con la sola presenza gli danno un’informazione importantissima: non c’è questo senza di noi. La vita è davvero bella quando hai un quadro completo di cosa sia, anche della morte che ne permette il corso, l’esistenza.

Solo quando avrai accettato anche quella, potrai dire che conosci la vita e ti piace lo stesso.

Mo’ il principe Siddharta, il primo hipster della storia, tutto sto discorso articolato non l’ha fatto, limitandosi a mandare tutti affanculo e salvare il mondo con la meditazione.

Però è questa, la questione: il problema di un quadro troppo bello [pensate all’art pompier] è che sembra fatto apposta per esorcizzare quello che rende fantastica la bellezza. Parlo dell’imperfezione che l’alimenta e, a volte, la corregge.

E una cosa è un posto dalla bellezza struggente, che ne rifletta anche le contraddizioni, come certi angoli del centro storico di Napoli. Un’altra cosa sono quei non-luoghi, e se ne trovano dappertutto, fatti apposta per avvolgerti come bolle e proteggerti dal mondo, che così esorcizzato appare ancora più pericoloso e triste di quanto non sia.

E non abbiamo bisogno di un luogo, per fare questo. Quante volte ci chiudiamo in noi stessi, barattiamo la nostra vita con la sicurezza di non soffrire mai? Senza accorgerci che facciamo un pessimo affare.

Quindi non so se vorrò mai vivere in questa stradina assolata di passeggiate piacevoli. Con quello che costano le case, se me ne regalate una non mi metto a piangere.

Ma non per questo avrò paura del mondo, il mondo che dovrebbe chiedere scusa alla donna velata per essersi dimenticato d’includerla, invece che aspettare le scuse di lei, per esser lì a ricordare che la vita non è solo cupcake.

love A volte è la signora a cui pesto i piedi in metro, e non accetta le mie scuse.

O quello in skate che mi travolge, buttandomi quasi a terra.

Altre volte è qualche fantastico problema in casa, rubinetto rotto o citofono che non va, che per chiamare un tecnico mi manda a carte quarantotto i piani per la giornata.

In un caso è stata la protesta di un cliente al lavoro, su qualcosa per cui, peraltro, aveva ragione (ma io eseguo ordini, come dicevano le SS a Norimberga).

Insomma, sapete meglio di me che gli imprevisti che intossicano la giornata (ma anche solo una passeggiata, o una pausa sigaretta per i fumatori) sono tanti. Specie per chi, come me, rimugina anche sulla pereta dei piedi pestati, che per avere una giornata storta doveva regalare rancore ingiustificato all’umanità.

Ma adesso scriverò una cosa più zen del solito: mi accorgo che, in qualche strano modo, questi piccoli incidenti la giornata me la migliorano.

E non si tratta di un’opera di persuasione da pensiero positivo, ma di bilanci che faccio la sera tardi.

Sapete perché? Perché quando succede qualcosa del genere, sono costretta a leccarmi la microferita e consolarmi, ricordandomi quello che ho di buono. E queste 24 ore che mi erano sembrate uguali alle altre, ora che le guardo dal marciapiede su cui sono caduta, tornano a essere preziose assai. Come tutte le altre.

Solo che, a vivere una giornata senza incidenti, tutta fatta di lavoro e corse in metro e ore al pc a finire la tesina del master, me ne sarei dimenticata.

È in questo senso, che lo dico. Questi piccoli incidenti sono vitali, per me: mi obbligano a fare tutta una ricapitolazione di quello che ho, e ad ammettere che non è affatto male.

Ed è vero, a renderlo così piacevole è proprio quello che faccio quando non mi succede niente: il lavoro, le corse alla metro, le ore al pc a finire la tesina del master. La routine che mi costruisce la vita che voglio, rischiando però di spersonalizzarla.

Ed è qui che entra in gioco la signora rancorosa, la cliente indignata, il rubinetto che mi fa riflettere su quello che invece funziona, o si aggiunge a tutti i buoni motivi per cambiare casa (fatto!).

Non si tratta di fare chissà che cambio di prospettiva, nel nostro modo di vedere le cose, solo di aprire bene gli occhi su quello che abbiamo.

E una vita in cui anche una caduta sul marciapiede può essere motivo di soddisfazione, schifo schifo non deve fare.

 

 

 

 

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Ho fatto lezione contenta, col cuore leggero, nel giorno ideale per farlo: solo due ore al mattino, poi il pomeriggio libero per inventarmi impegni inutili.

In classe abbiamo parlato di cucina “fusion”, ci siamo indignati per certi accostamenti di sapore e poi ci siamo accorti, o ricordati, dell’inevitabile: cucini con quello che hai. Nella carbonara ci vuole il pecorino perché là dov’è nata si allevavano pecore, mica mucche. Il mais è arrivato prima al Nord e allora polenta e osei.

Insomma, ci scanniamo su roba che è nata spesso dalla necessità. Cucini con quello che hai.

Tornando in metro riuscivo a sorridere perfino alle signore locali che mi scostavano a culate o mi facevano il limbo sotto l’ascella per sedersi, e mi sono resa conto che sono otto anni che ci sopportiamo a vicenda. Allora mi sono ricordata di chi otto anni fa, con me in procinto di partire, mi scrisse: “Devi prendere un aereo, quindi non dirò niente. Ci vediamo al ritorno”. Il ritorno che non ci sarebbe mai stato.

Allora ho fatto un po’ di fantastoria e mi sono chiesta: “Se avessi avuto allora la serenità di oggi? La sicurezza, l’allegria? Come sarebbe stato chiudere il cerchio della mia storia-non-storia, la più romantica, quella dei vent’anni? Sopravvivere alla consegna insostenibile di realizzare quei sogni fatti proprio per non avverarsi mai?”.

Sì, questo pensavo, tra gente che sgomitava con le valigie per scendere a Plaça Catalunya, lontana nello spazio e nel tempo dall’aeroporto dell’ultimo saluto.

Mi sono data una risposta che ormai è un’abitudine, ma che, ora lo so, non è una consolazione: i sogni così sono cerchi che si chiudono su se stessi, è come se la tua vita finisse a vent’anni, come in una favola. Due si vogliono, ci sono gli ostacoli, si ottengono e vissero felici e contenti. Che succede, dopo? Boh. Il cerchio si è chiuso e il dopo non è affar dei sogni. Ergo, può anche essere un incubo, non è dato saperlo. Invece che succede se al posto di chiuderci su noi stessi ci apriamo, smettiamo di piegare la vita ai nostri sogni postdatati e seguiamo i suoi giri strani? Che succede se prendiamo i suoi voli, ci lasciamo sbattere un po’ dalla marea provando senza troppa convinzione a girare il timone dove vogliamo?

Tutto questo, pensavo, anche scendendo alla mia fermata, in pasto al pomeriggio di sole.

Soprattutto ricordavo la lezione: si cucina con quello che si ha.

Otto anni fa avevo dei sogni. Ora ne ho altri. Non puoi unire soja e pecorino in un paese in cui non bevono neanche il latte. Non puoi produrre vino dove fa freddo tutto l’anno.

Non puoi avere la serenità accumulata in sette anni e gli stessi sogni di quando non l’avevi.

Il pomeriggio fuori mi ha accolta bene, con un sole nuovo.

https://www.youtube.com/watch?v=fgs_81v9f6o

converse  No, nel Settecento la gente non era uguale a noi. Non è solo la moda, a cambiare, o la dieta, o la casa, ma gli esseri umani, il loro rapporto con le cose, la loro mentalità.

È qualcosa che fatichiamo a capire per l’irriducibile tendenza a ricondurre ogni esperienza alla nostra. Ma no, non basta un abito vaporoso a trasformare un’attrice del New Jersey in Maria Antonietta.

Sofia Coppola ha un bel nascondere un paio di Converse tra gli scarpini dell’austriaca di Versailles, ma il minuetto non è intercambiabile con l’indie degli Strokes e le licenze poetiche si perdonano se, usciti dal cinema, non si confondono con la realtà.

E noi non sempre siamo disposti a credere che il tempo cambi le cose.

Prendiamo il famoso caffè con l’ex. Perché pensiamo sia così risolutivo?

Perché crediamo davvero che la persona che ci ritroveremo di fronte sia la stessa di tre mesi, due anni, un decennio fa. Solo un po’ ingrassata, con meno capelli o con le prime rughe.

Ma a parte questo sarà tutto “come prima”, vero? Magari non staremo su un muretto a darci i baci con la lingua, ma, mutatis mutandis, avremo più libertà di muoverci, ora che uno dei due ha una casa per sé.

E invece no. Come facciamo a non capire che quello che c’è stato nel mentre l’ha cambiato, così come ha cambiato noi? Ricordate Daisy e Gatsby, quando lui cerca di estorcerle la bugia che non abbia mai amato l’odioso marito?

Non è vero. E il mondo non gira intorno a noi e al nostro rapporto col passato. Sapete cosa mi ha fatto più sclerare, dei vari episodi di amiche mie che finissero coi miei ex? Il fatto che tenessi entrambi, l’amica e l’ex, incasellati in due scompartimenti diversi della mia esistenza e che le loro vite, invece, si estendessero più in là di quelli, s’incrociassero, si fondessero a prescindere da cosa decidessi o non decidessi io per loro.

Non controlliamo il passato, figuriamoci il presente.

Accettarlo è  l’unico modo per ricominciare, se proprio vogliamo, una qualsiasi forma di relazione, che sia d’amicizia o di altro. Non cercare il ventenne coi capelli folti e poca voglia di andare ai corsi, ma scoprire invece cosa sia diventata la persona che conoscevamo. Quali esperienze l’abbiano arricchita, o anche trasformata, non sempre in meglio, per portarla a quel tavolino a fare la stessa operazione di riconoscimento con noi.

Altrimenti cercheremo un fantasma in un perfetto sconosciuto.

Chiedendoci anche da quando compri scarpe così orrende.

 

E51b_S4_House_of_Sand_and_Frog_1-crop-540x404 Ho riscoperto un libro carino che avevo un po’ accantonato durante il dottorato: Vita di casa, di Raffaella Sarti. Un’ambiziosa e dettagliata storia della vita “casalinga” nell’Europa moderna, tra contadini tedeschi che cedono per contratto la fattoria ai figli e lunghe case senza corridoio in cui, per arrivare in fondo, devi attraversare tutte le stanze.

L’autrice mi ha fornito la metafora perfetta per qualcosa che, qualcuno l’avrà notato, mi tormenta da un po’: la mia tensione tra moralismo e apertura mentale al momento di descrivere la mia generazione. Intanto ho scoperto, in ritardo, che ci definiscono millenials. O generazione Y. E io che ero rimasta alla X, descritta da un giovane Ethan Hawke nel già precario Prima dell’alba!

Ma tempo fa ho discusso col mio ragazzo sull’idea scrivere un romanzo su una “Young Adult” alla Charlize Theron, ma trapiantata a Barcellona. Una più-che-trentenne che faccia la stessa vita di una ventenne appena sbarcata in città, tra lavoretti in call center e appartamenti condivisi con coinquilini stranieri con cui sbronzarsi. Sentendosi eroica a non “cadere” nella trappola posto fisso – figli – mutuo da pagare.

La mia sensazione è che alcuni lo facciano per vocazione (ok, allora!) e altri si mettano in un limbo in cui né si precludono del tutto la trappola di cui sopra, né trovano un’alternativa che li faccia star bene. Come se fossero eternamente parcheggiati. Come la Theron nel film: secondo il link qui sopra (che sicuramente avrete aperto), è “incastrata in dinamiche affettive adolescenziali ma afflitta da problematiche adulte”.

Cosa te lo fa dire, insisteva il mio ragazzo. Semplicemente stanno bene così e nessuna normativizzazione di ciò che sia l’età adulta impedirà loro di fare ciò che vogliono.

E invece la professoressa Sarti è venuta in mio aiuto con le sue case di qualche secolo fa. Perché ciascuno, in fin dei conti, si arrangiava con quello che trovava (ricordo un contadino toscano che non poteva sposarsi perché non sapeva dove piazzare il letto, con dieci parenti a dormire nella stessa stanza!).

Ma quando c’era da edificare ex novo, spesso l’abitudine batteva la comodità, almeno per gli espatriati: che minchia ci facevano case col tetto spiovente in riva al mare?

Be’, la famiglia in questione veniva, mettiamo, dal Nord Europa, e aveva sempre fatto così.

Ecco, a volte mi sembra che i “giovani adulti” della mia età applichino alla loro vita strategie di costruzione che appartengano ad altri contesti, che magari li fanno sentire comodi per tradizione, ma poi li fanno soffocare sotto altri aspetti.

Un lavoretto part-time è una manna dal cielo quando hai 20 anni e stai facendo un Erasmus, ma se hai già due lauree e un master perché non ci provi nemmeno, a entrare all’università come lettrice? Se mi dici “Non fanno per me, i figli”, ti capisco, ma se cominci a spiegarmi che “vivi in un quinto senza ascensore, come porti su il passeggino?” o “gli uomini di oggi sono tutti bastardi, dove lo trovo un buon compagno?”… Mi chiedo due cose: perché a pari costo ti prendi un attico e non un primo piano? Perché il tuo reparto amici comprende quasi unicamente tizi arroganti, mediamente fasci e inclini alle battute sessiste?

Insomma, per dirla con Hipster Democratici, la metafora architettonica per descrivere la vita umana è mainstream dai tempi del Vangelo. Ricordate? La storia di quello che costruisce la casa sulla sabbia rispetto al saggio architetto che la fa bene, sulla roccia ecc.

E le case sulla sabbia, se pensiamo alle tende berbere, sono ottime in mezzo al deserto, ma edificate in una grande città… non so. Ci convengono? Se la risposta è sempre a me sì, andate in pace.

D’altronde, a Barcellona, non molto tempo fa, tra gli annunci di stanze in affitto c’era chi offriva una tenda da campeggio nel proprio salotto, non so per quante centinaia di euro.

Coincidenza?

Ma prometto ai miei giovani adulti, da adulta vecchia, che non scorderò più questa frase di Borges, che magari dà senso a tutto il mio sproloquio:

Nulla è costruito sulla pietra, tutto è costruito sulla sabbia, ma dobbiamo costruire sulla sabbia come se fosse pietra.

tachipirina-quando-e-come-usarla1 Ultimamente sono un po’ stressata.

Roba che dopo la prima lezione serale come prof., ho telefonato a mio padre, medico, per dettare le mie ultime volontà, e lui ha cominciato a sfottermi: “Ma se non hai niente, prenditi una Tachipirina e vai a letto”. Va detto che mio padre ormai lo chiamiamo El Taqui e che, curando bimbi leucemici, è poco incline a farsi commuovere da una trentenne col mal di testa e le orecchie che fischiano.

Allora, preso il fantomatico paracetamol, che qua la Tachipirina non c’è, devo curarmi da me.

Lo farò con una confessione: è successo di nuovo. Sono diventata le cose che faccio.

È una condizione che si verifica quando abbiamo centomila impegni, o crediamo di averne, e allora ci annulliamo completamente in quelli, senza curarci del nostro benessere fisico, delle ore di sonno, o anche della necessità, che improvvisamente ci sembra superflua, di prenderci un momento di respiro, un pomeriggio di svago.

Allora, non so se vi capita, cominciano i frazionamenti: cioè, inizio a dividermi il tempo in funzione dei primi tre impegni urgenti che ho nelle prossime tre ore. Esempio: “Mentre mi lavo i denti ne approfitto per prepararmi la lezione di domani, dopodomani, e una bozza mentale della tesina da consegnare la settimana prossima”. Ma quanto ci metti, chiederete, a lavarti i denti? Oh, ci tengo all’igiene, io!

Risultato? Che in classe chiedo i congiuntivi a chi si sta ancora impiccando sul passato prossimo, la bozza della tesina la tengo intonsa da una settimana e il mio ragazzo, leggendo l’unico racconto che ho rimaneggiato in mesi, mi fa: “Ma il personaggio a pagina 30 da dov’è uscito?”. E mi accorgo che non lo so. Se sti dettagli non li sapeva la Woolf il capolavoro usciva lo stesso, se sfuggono a me annamo proprio bene.

Finché ieri non mi sono presa i miei dieci minuti per fare mindfulness (ma va bene qualsiasi cosa vi serva a tornare un po’ in voi dopo una giornata alienante, tranne certe droghe) e mi sono resa conto che approfittavo anche di quei momenti di calma per farmi venire idee su come spiegare gli aggettivi qualificativi!

“Allucinata”, per esempio. Perché, e lì l’ho visualizzato bene, era come se stessi scorrendo via da me in mille rivoli distratti e fondendomi con le cose che dovessi fare, prendendo la loro forma. E facendole male.

Se quelle energie fossero tornate a me, a fondersi con me, se fossi stata io nelle cose che faccio invece che io, le cose che faccio, sarebbe andato tutto meglio.

Perché il paradosso è questo: se ci lasciamo prendere dall’ansia e ci annulliamo nelle incombenze quotidiane, le portiamo a termine anche male. Il paradosso delle sabbie mobili: più ti agiti e più affondi.

Per far bene le cose, diceva un’amica psicologa, dobbiamo rilassarci il giusto, conservare il minimo di tensione che ci spinga a dare un buon rendimento e la giusta calma per ottenerlo davvero.

Altrimenti, mi spiace per papà, ma non c’è Tachipirina che tenga.

https://www.youtube.com/watch?v=Vrnhqw4StPs

 

frankenstein1994c Al ginnasio andai a vedere il Frankenstein di Kenneth Branagh, con delle compagne di scuola. Tra noi non sempre correva buon sangue: loro mi trovavano (giustamente) una sfigata, e io le trovavo (fondatamente) delle perete.

Il film, ufficialmente, faceva paura. A me, invece, fece cagare. In effetti è tra i più criticati di Branagh. Ma al ritorno, mentre il malcapitato padre di turno accompagnava questa turba di ragazzine eccitate, la mia diffidenza fu interpretata come: te la sei fatta addosso. Loro, invece, facevano a gara a chi avesse retto meglio le scene più gore. Allora imparai una cosa: la gente ama sentirsi furba o eroica, e a tal proposito esalta anche la merda.

Facciamo una prova.

Ultimamente ho scoperto gruppi, che spero sempre siano satirici, fondati da gente che si sente eroica per fare il contrario degli “altri”. Razzisti contro buonisti, per esempio.

Nella mia terra d’origine, il fenomeno assume dimensioni comiche. Avete presente gli afrancesados della guerra napoleonica in Francia? Ecco, tra noi ci sono gli italianizados. Quelli che in italiano si chiamano pomposamente “persone perbene”. Mica ascoltano i neomelodici, loro sentono o Laura Pausini o un gruppo indie sconosciuto ai suoi stessi membri. E non parlano napoletano, questa lingua barbarica che fino a tre generazioni fa era l’unica che si conoscesse in famiglia. Loro storpiano solo l’italiano.

Ma la vera particolarità di questi gruppi è proprio la pretesa di eroismo. Loro dicono le cose come stanno. Cioè: al luogo comune “Napoli è la città più bella del mondo” rispondono con un obiettivissimo “Napoli è una merda dappertutto, tranne che a casa mia”. Come vedete, è la presunta mancanza di obiettività degli altri a renderli eroi, almeno ufficialmente. Una trappola, questa, che secondo me si supera brillantemente con quanto propongo nel titolo: l’arte di dire sticazzi.

 

 

massimiliano_bruno-nando_martellone  Le circostanze delicate in cui si sviluppano certi dibattiti dimostrano che l’attenzione di chi vi partecipa è più spostata verso il proprio ruolo indignato o eroico o presuntamente onesto, che sulla questione in sé.

Indovinate da dove nasce, per me, quest’atteggiamento? Esatto: dall’insicurezza.

Ma alla mia spiegazione preferita devo aggiungerne un’altra: la frustrazione personale sfogata sugli altri. Non è mai colpa mia, se la mia vita va male. Non è colpa di come faccio le cose, o come reagisco a quelle che non posso cambiare. È sempre il resto del mondo che m’impedisce di vivere bene. E almeno mi ritaglio la parte dell’eroe, del Don Chisciotte che con due soldi d’armatura prende per giganti i primi mulini a vento e assume la dimensione di un eroe tragico.

Ma vi ricordate come diceva, quello lì? La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. E mi spiace, cari donchisciotti, la tragedia è fuori dal palinsesto o spostata altrove, letteralmente su altri lidi.

Allora di fronte a tanto eroismo d’accatto potremmo evitare sia l’emulazione che l’indignazione e dire: sticazzi.

È eroico dire che Frankenstein di Branagh è una cagata pazzesca, anche se rischiamo di passare per codardi? No. È onesto.

Provo a tornare alla mia triste adolescenza e applicare postumamente la mia teoria con l’altra metà della classe, quella che si sentiva appunto ribelle perché non era ossessionata da moda e attori americani (insomma, non era pereta).

Attirata dalla maggiore apertura mentale, a questi confessai: “A me Skin degli Skunk Anansie non piace tantissimo”.

Al che mi venne risposto: “Ma sei pazza! Non solo è nera, ma è pure bisessuale”.

E STICAZZI!

Oh, mi sento meglio. Avrei dovuto farlo allora.

Pure per te, Skin. Pensa se passi alla storia solo per colore della pelle e tendenze sessuali.

Quello in cui essere se stessi passa per eroismo è un mondo in cui non voglio abitare.

 

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