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Tra i personaggi che infestano la mia vita barcellonese c’è il ragazzo del Lindy Hop.

Scrivo “infestano” perché appare e scompare come un fantasma.

Per farvi capire perché mi rimase tanto impresso, il giorno che lo vidi, devo raccontarvi un po’ la notte prima.

Era una notte speciale, per due motivi. Il primo era che mi avevano regalato uno spray antistupro al peperoncino. Un ragazzo dello scambio linguistico che non rividi mai più.

Il secondo fu il messaggio del coinquilino olandese. Mi ero presa una cotta spaventosa per lui, e mi ero un po’, come dire, lost in translation: “Maria, quando l’altra notte ti ho chiesto se ‘ti aspettavi’ qualcosa, da me, intendevo questo”, “Ma expectation in inglese non ha questo significato!”, “Vuoi che prendiamo il vocabolario?”, “Ok, mi fido”. Che gli vuoi insegnare l’inglese a un olandese? Per un po’ avevo cercato un’altra casa, poi mi ero detta vabbuo’, le cose vanno affrontate.

E nel Michael Collins, alle 2 di notte, mentre scherzavo beata con due amici sul mio nuovo regalo, “affrontai” il seguente messaggio: “Maria, non so che stai nell’appartamento [pure sgrammaticato] ma vorrei dirti che non sono solo nell’appartamento”. Brillante eufemismo. Uno dei due amici si offrì di spalancare la porta di camera sua, gridare “Perché mi tradisci con una donna???” e spruzzargli in faccia il famoso spray al peperoncino. Alla fine mi schiaffai io una doppia bustina di tiglio (la camomilla di qua) e mi preparai a una nottatella niente male.

Il giorno dopo ero seduta su una panchina del Parc de la Ciutadella, con due voragini sotto gli occhi e lo zaino: avevo deciso di tornare a dormire nell’hotel in cui avevo passato i miei primi giorni qua, per la serie “ricominciamo daccapo che è meglio”.

Quando improvvisamente lo vidi.

Era nel gazebo vicino alla fontana.

C’era un raduno di appassionati di Lindy Hop, una danza molto diffusa tra i fricchettoni, come dimostra questa canzone.

E lui aveva avuto un’idea geniale: abbinare i boxer con la maglia. Bordeaux, tono su tono. Per un uomo etero, non italiano, non fighetto, ero commossa. I pantaloni a metà fianco risaltavano tutto il movimento d’anca con cui passava da una ballerina a un’altra, premuroso, discreto, ma asciutto, potente.

Era uscito un po’ di sole, e anche se il gazebo, ovviamente, era in penombra, la sua barbetta di qualche giorno per contrasto sembrava ancora più nera. E sorrideva.

E quel movimento di fianchi mi fece decidere. La vita era bella e continuava. E 30 euro per dormire in un vecchio hotel fuori alla stazione erano pure troppi. Tornai a casa, e una volta lì ricordai che non sapevo manco come si chiamasse.

Nonostante il mio stalking (tra ricerche su facebook, lezioni di ballo da un coinquilino riluttante e una visitina al circolo Lindy) non lo seppi mai. Tornai altre volte, ma non c’era, lo vidi solo un giorno che attraversavo il parco di fretta.

Lo rividi nel maggio dell’anno scorso. Nella piazzetta vicino casa mia. Altri tempi, altro quartiere, capelli più corti. Lo riconobbi solo quando ormai era passato. Che gli dicevo? Ciao, scusa, ti ho visto due anni fa, vuoi un caffè?

E poi stavo in fase ottimismo assoluto (vedi questo articolo). L’avrei rivisto ancora.

Infatti.

Giorni dopo, nella stessa piazza, in un’ora diversa.
E poi ore dopo, mentre correvo a lezione di canto e quasi ci andavo a sbattere contro, mentre usciva da un supermercato con due baguettes.
E dopo il corso, sul binario della metro di Gràcia, mentre cercavo la linea 4 e lui andava in tutt’altra direzione.

Coincidenze. Come l’amico che si è scoperto nella stessa foto di un concerto oceanico con un coinquilino che avrebbe conosciuto anni dopo. Come la ragazza incontrata su un treno a Catania e rivista anni dopo a Madrid.

Ma in quel momento sapevo che non c’era due senza tre.

Oggi, meno magicamente, l’ho visto a un raduno Lindy Hop a Barceloneta. Sudatissimo e felice. Il movimento di fianchi era diventato una danza indiavolata, e ormai era troppo fricchettone per i miei gusti neochiatt (neochiattilli, sono una snob dell’ultim’ora).

Ma era lui.

E in quel momento penso: quasi quasi, se mi invitasse…

– Ciao, bella! – mi saluta il vecchio alto che balla al suo fianco. Mi guardo. La tartarughina argentata sulla borsa Carpisa? Il fatto che sia praticamente l’unica truccata? Da cosa l’ha capito, che sono italiana?

La canzone finisce, il mio eroe si congeda dalla ballerina, poi si gira e…

E il vecchio m’invita a ballare.

Manco il tempo di sfuggire alla sua presa, che il ragazzo del Lindy Hop ha già invitato un’altra.

Ma al prossimo raduno vado, voglio vedere se prima della fine del mondo (che come saprete è imminente) riusciamo a dirci almeno hola.

(Lindy nel Parc de la Ciutadella. Odio i pantaloni sotto i vestiti, ma a Barcellona siamo in poche)

(un’altra che cercava di rimorchiare durante il Lindy)

(Indice Stugots ***)

Niente, volevo solo dire che oggi è andato tutto bene.

Qua pare che Barcellona dev’essere per forza caotica, o molesta, o malinconica, per essere lei.

E invece sono giornate come questa che me la fanno amare, o quantomeno stimare moltissimo.

I giorni in cui il sole non ha ancora capito che vuole fare, come me che in attesa di scoprirlo lavoro un po’, faccio i compiti di catalano, litigo su facebook e, udite udite, pulisco casa.

Poi esco verso le 18, quando l’astro bastardo ha deciso di uscire e ustionarmi ma è ormai troppo tardi, e a Drassanes scopro un mercatino “di prodotti del Raval”. Saranno progetti finanziati dagli enti locali per promuovere l’artigianato multietnico: bancarelle di borse marocchine, pakistane che ti offrono tatuaggi all’henné… Ma la Catalogna è in ogni dove, nelle bandiere bicolori in ogni stand e nei formaggi che ti offrono a prezzi su cui è meglio non indagare (come è meglio non chiedere se quelle che vedo sono pizze o… coche salate).

Dev’essere giorno di mercatini, ormai, la domenica, perché ce n’è uno anche a Barceloneta: tanti vestiti fricchettoni e una Xurreria ambulante che mi affumica di deliziosa fritanga, l’inconfondibile odore spagnolo di frittura che ti appesta per giorni. Proseguo, che i miei amati Made in Barcelona sono cambiati, ne è rimasto uno solo ed è cambiato un po’ lo stile: più melodia, meno spettacolo e meno pubblico seduto sulle scale ad ascoltarli.

Mi siedo in riva al mare col mio libro, che mi sta appassionando. Finora l’anziana signora estone del 1992 non capisce ancora che ci faccia nel suo giardino una ragazza russa vestita da zoccola e sporca di fango, timorosa che passi una macchina nera stile pappone a riprendersela. Vediamo quanto ci mette.

Barceloneta scoppia di gente, ovvio, ma a parte che sotto l’Hotel Vela al tramonto è bellissimo (nonostante l’Hotel Vela), non capisco quelli che vanno a Masnou, o Montgat. Capirei la Costa Brava, Sant Pol de Mar, Calella: anche un’ora di treno mi sembra più sensata di mezza per una spiaggia che fa tanto Villaggio Coppola con l’acqua pulita. A questo punto, non è meglio Poblenou, a portata di metro? Con le sue reti da pallavolo, la gente giovane, la collinetta per nudisti, la rambla elegante e tranquilla lì vicino… E l’acqua che alla fine non è malaccio. Boh, per leggere un libro va bene anche Barceloneta.

Al ritorno passo per il 7 Portes, ristorante übercatalà carissimo, in cui magari mi faccio portare dai miei quando vengono. Sarà la punizione per l’ora d’attesa che già mi piango davanti alla Cervecería catalana, ma mamma ci tiene. Poi, forse, accontenterò papà mettendogli il salmorejo nel microonde, che è come mettere una margherita di Michele calda in frigo.

Entro pure a Santa Maria del Mar. È bellissima, l’unica chiesa che mi piace finora. Oggi alla Casa del Tibet c’era un festival di musica, ma era per il compleanno del Dalai Lama, mi faceva strano partecipare a una ricorrenza così.

Niente di nuovo sotto il sole. C. Ferran puzza di vomito anche se qualche cameriere ha cercato di pulire. Nel tragitto scopro Troika, meganegozio di prodotti russi in c. de la Unió, con in vetrina una sfilza di annunci in russo di cui capisco giusto “Natalia, centro di bellezza”.

Lì vicino due ragazze bussano a un portone senza insegne e dicono serie “Hola, due pizze da portare”, e non saprò mai se è uno scherzo o una pizzeria clandestina.

Più avanti una ragazza in shorts piange e un poliziotto prende appunti. Le faccio un sorriso triste, solidale, sperando che nel suo non ci fosse nessun documento, come successe a me.

A fine strada, in un bar da due soldi esplode una canzone latina, e mezza clientela si mette a cantarla.

Mi resta solo un mercato, quello domenicale per eccellenza.

Compro una quiche alla tenda marocchina su Rambla Raval. Me le mangiavo con gli occhi da ieri, ma andavo in palestra e avevo già provveduto al pranzo. Oggi scopro che stanno 2 euro. E il profumo di tè alla menta è sempre eccezionale.

Anche Joaquim Costa profuma di menta. Sarà passato il furgone a rifornire i negozi di frutta.

Ma questi minuti in cui l’odore rimane nell’aria, e ti giri per capire da dove viene, sono la parte più bella.

(i Made in Barcelona che mi piacciono)

(attenzione, articolo ad alto contenuto Stugots)

Avete presente quando vi svegliate e capite che non è cosa?

Prima di tutto mi sono alzata alle 7 per poi ricordarmi che era sabato, e dormire fino alle 11.

Risultato? Mal di testa e buon umore: a un certo punto faccio a pezzetti un ciondolo staccatosi dal laccetto. Meno male che valeva 3 euro.

Il latte freschissimo e costoso che ieri era diventato panna oggi è proprio yogurt.

Lo apro pure, eh, il documento che sto traducendo, ma capisco che oggi Vasari non si sopporta e la butto sul fitness (oh yeah).

In palestra almeno tutto liscio. Addirittura trovo il vogatore libero e la tizia alla macchina degli adduttori si alza in tempo perché non le secci (“maledica”) tutta la famiglia.

Il problema inizia a casa quando scopro le formiche in bagno. Un esercito. Ora, io ho scatenato liti familiari per risparmiare uno sciame di api, figurati se ammazzo le formiche.

Che fare?

A proposito di problemi, almeno lavoriamo su quelli “emozionali”. Mi hanno prestato un libro serio, di una vera terapeuta (non una santona a 30 euro a volume) pieno di esercizi. Pure quella che me l’ha prestato, dice non puoi passare la vita a rimandare i problemi che ti bloccano (vedi articolo precedente).

E perché no?, mi chiedo.

Ok, ok. Prendo il quaderno e traccio 3 linee, tipo nomi cose e città: “scherzi della sorte”, “minchiate che ho fatto io”, “possibili soluzioni”.

Ce la posso fare!

10 minuti dopo piove sul foglio, piange il telefono ed è l’esatto momento che sceglie il mio miglior amico per avvisarmi via SMS che è collegato alla chat.

La brutta giornata comincia anche per lui, penso con un sorriso sadico.

Mezz’ora e varie imprecazioni dopo, mi convince a uscire “a prendere aria”.

Bene, ho un’oretta prima di andare alla festa di stasera.
Sono un po’ tesa, penso guardando le vetrine, ci saranno tanti “italiani di Barcellona” e come disse una volta un’amica di qua: “Non ho mai conosciuto un popolo così estremo, o siete bestie o radical-chic. Noi però non riusciamo a essere nemmeno quello”.

Dimenticava i punkabbestia, penso entrando alla Fnac. Solo per un’occhiata, eh, niente acquisti. Stavolta proprio no.

Mezz’ora dopo esco con The Mill on the Floss, e Purge, amena storia di prostituzione e violenza nelle foreste post-sovietiche.

Andiamo alla festa, va’.

È nel barrio dell’Eixample.

Io l’adoro, l’Eixample.

Le stesse quattro strade per chilometri, negozi chiusi entro le 8, come fossi al paese, percentuale di stranieri nettamente inferiore rispetto al centro. Certa gente preferisce vivere in un posto in cui i vicini NON ti salutino nella tua stessa lingua.

Soprattutto, mi ci raccapezzo benissimo. Infatti finisco a Plaça Espanya.

Ok, per come vanno le cose, meglio prendere la metro.

Arrivo a destinazione con una trista busta piena di patatine, per scoprire che la festeggiata è uscita. E ha messo la segreteria al cellulare.

Finalmente un amico comune risponde al telefono.

– La festa è rimandata, Maria, non lo sapevi?
– Non ho la sfera di cristallo.
– Io l’ho saputo per caso. Ero a un compleanno.

Il primo di una bambina a cui fa da baby-sitter.
È commovente, quando parla di lei. Dovevo andare a una festa e mi ritrovo nell’Eixample a cantare al cellulare Era una casa molto carina.

Ecco, appunto, di corsa a casa prima di fare altri danni.

Ma mi fermano due italiani, un uomo e una donna:

– Scusa, questo è il Gaixample?
– Be’, sì, lo chiamano anche così.
– Qual è la zona più gay?
– Uhm, non so, immagino questa, calle Aribau, magari un po’ più avanti, e le parallele…
– Sai dov’è l’Eterna?
– Mi spiace, non frequento…

Lui sembra decisamente deluso dalla scena gay barcellonese.

Io torno finalmente al mio Raval. Fuori alla rosticceria filippina un giovinastro a torso nudo, t-shirt gettata sulle spalle e cappellino da paninaro, sputa. Poi, non contento, sputa ancora. Casa dolce casa.

Decido di consolarmi con un curry.

Speriamo che non mi serva ancora quello che mi odia.

No, il piatto me lo fa quello simpatico!

Ah, me lo incarta quello che mi odia.

– 4.50.

Por favor è un optional. Gli do 5 euro. Mi getta i 50 centesimi sul bancone. Qui te li danno in mano, ma si vede che Allah non vuole.

No, decisamente stasera non vuole.

Per la gioia di chi crede che tutti i sabati a Barcellona siano fiesta fiesta.

… che vivo nell’unico quartiere di Barcellona centro in cui sembrano fregarsene qualcosa della nazionale spagnola!

È tutto uno scoppio di petardi, un suono di trummettelle e addirittura un crepitare di bottiglie sulle saracinesce. I paki multali per non aver messo i nomi della frutta in catalano, chiamali moros, fagli un po’ quello che ti pare, ma la Roja non si toca.

Spiegatemi mo’ come faccio a dormire con questo strazio fuori al balcone. Quasi quasi gli svuoto addosso la wok-portafiori con tutta l’acqua piovuta oggi mischiata alla ruggine!

Meno male che durante la partita ci sono stati momenti divertenti che hanno compensato un po’:

– Il condizionatore del No Sweat che senza tanti complimenti si è messo a gocciolare per solidarietà con l’acquazzone di fuori.

– Isabel che faceva l’infiltrata in incognito, godendo in segreto a ogni goal per poi affermare “Ci voleva l’Italia perché tifassi per la Spagna“.

– Noi che dal terzo goal in poi esultavamo a prescindere, escogitando piani per evitare di uscire di casa domattina.

– I ragazzi al mio fianco che minacciavano le seguenti vendette:
a) se non si segna dall’82simo cominciare a spezzare braccine (sportivi innanzitutto)
b) mentre gli spagnoli festeggiano a Canaletes, farsi consolare dalle fidanzate rimaste a casa (hai voluto vedere la partita con gli italiani? e mo’ pedala)
c) dare addosso al bastardissimo spagnolo NON in incognito che quando leggevano il risultato ripeteva “ITALIA… ZERO!” tutto entusiasta.

– Il gestore del bar, italiano, che a un certo punto ha levato l’audio dei due esagitatissimi cronisti di Tele5, che cominciavano a ringraziare i giocatori a 10 minuti dalla fine.

– La constatazione che oh, il mio amato Silvolo, l’ottavo nano, prima mi segna per primo, poi se ne va prima, che manco lo posso ammirare un altro po’, e in compenso non se lo filerà nessuna in quanto a bellezza (il che in fondo, se viene a Barcellona, potrebbe risultarmi propizio verso la quinta copa… Pere ‘e palummo, lo faccio venire apposta).

E dopo la partita, flagellarsi con l’ombrello e meditare suicidi creativi con Isabel “disposta a farmi da messaggera postuma, vestita con un cappuccio nero”.

Insomma, quest’anno è andata così. Due passi avanti e uno indietro.  Pure l’amore per il calcio inaugurato col Gamper. Meno male che dopo il 5 a 0 di Barça-Napoli (Isabel chiedeva pure “a favore di chi?”) posso sopportare qualsiasi cosa, anzi, è da lì che è nata la mia inedita passione calcistica! E poi che strano, il mondo ibrido in cui mi muovo, ero fiera della Spagna mentre soffrivo per l’ennesima maglia azzurra in difficoltà.

Domani qualche compagno di corso meno ultracatalanista mi saluterà sventagliando quattro dita, e il manager del colloquio di venerdì mi chiamerà: “No, niente, sei scartata, ti chiamavo per sfotterti un po’!”. E stasera qualcuno festeggerà in buona compagnia e io andrò a letto con la camicia color Big Babol detta anche “la tomba dell’amore”.

Tutt’è ammetterlo, non fare le vittime se non per scucire claras ai vincitori, e prepararsi per la prossima volta.

Perché la prossima volta m’impossesso del telecomando del bar: il commento quei due pazzi lo facessero al principe
Felipe
! O a Rajoy, salutato con un intraducibile steveme scarze.

Ovviamente, mentre cerco immagini di Silva su google, la prima voce che mi esce è “David Silva y su novia”. Adda veni’ BUffone…!

(commento a caldo di una pop star nostrana)

(due che hanno appena vinto gli europei)

Allora, la situazione è questa:

– le ballerine marroni le ho forate ieri col ditone, ma visto il prezzo hanno resistito anche troppo;

– la tunica grigia è pulita, ma le due t-shirt che ci metto sotto no;

– il vestito bianco chiattillo sarebbe il colmo, va bene che è un sito per matrimoni, ma andare vestita da sposa non mi sembra il caso;

– la gonna nera stile sangallo è ancora reduce dalla notte di San Juan.

Scosto la minigonna per vedere se mi è sfuggito qualcosa. Niente. Uff, che mi metto?

Riciclo un vestito di mezza stagione, di quelli a bretelline che paghi un po’ di più perché “lo metti tutto l’anno”.
Poi mentre corro sulle espadrillas, le uniche scarpe possibili a questo punto, mi rendo conto che il 60% di acrilico mi farà sudare a più non posso.

Come se non bastassero i Ferrocarrils de la Generalitat. Manco un tabellone con gli orari dei treni.

Devo dirglielo, ai miei amici catalani, hanno ragione. Appena esuli un po’ dai mezzi pubblici per turisti, apriti cielo.

Eccomi ad aspettare un quarto d’ora a un binario che dice “Sant Cugat”. Eppure quando andavo in archivio era lì che passava il treno.

Che angoscia, l’archivio di Sant Cugat. Pareva un libro gigante a righe bianche e grigie, caduto dal cielo in mezzo a uno stradone che non sapevi manco come attraversare. Erano belle le margherite, fuori al cancello e dentro una lettera dal fronte orientale. 1917. Oddio, un po’ affumicate dai gas, ma si mantenevano bene.

– Scusa, per Sant Cugat? – finalmente un’impiegata delle ferrovie.
– Sei sul binario sbagliato, passano al 3 o al 4.
– E allora perché sulle scale c’è scritto Sant Cugat?
– Quella linea passa solo la mattina presto.

E io invece sono in ritardo. Quanto ci metterò, ad arrivare? Non ricordo, messaggio Vanessa. Lei lavora lì, da un mesetto. Quando ha saputo che mi avevano chiamata per il colloquio mi ha scritto tutta contenta, dopo ci prendiamo il caffè.

Mi piacerebbe lavorare di nuovo con lei, che era troppo simpatica lo scoprii tardi, quando aveva già rifiutato il passaggio al part-time perché non le bastava manco a pagare l’affitto.

A scrivere per la Francia era venuta Marie, un’altra bella scoperta. Ma perdermi Vanessa era stato un peccato, come mi confermava il messaggio di risposta: niente Sant Cugat, devo scendere due fermate dopo. E l’ufficio sta proprio vicino alla stazione.

Sì, ma dove si entra, mi dico mezz’ora dopo, contemplando desolata il complesso di uffici. Lascio un messaggio sulla segreteria del manager, che non risponde.
Quando un portiere magnanimo mi dice “lì a sinistra” arrivo nel bell’ufficio moderno che lui non è ancora disponibile.

È giovane, però. E carino, penso mentre ci accomodiamo.

– Parlami di quello che facevi prima.

Siamo vicini all’archivio, parlo anche a lui delle lettere. Lo so, sono una uallera, ma alle lettere dei “miei” soldati ci tengo davvero. Vorrei pubblicarle, un giorno.

– Quindi ti piace scrivere.

– Più di ogni altra cosa.

– Bene. Sei perfetta per fare il nostro sito in italiano. Però al momento posso offrirti solo un contratto da stagista. Se lo fai bene puoi
fare carriera.

L’ho già sentita. Anche che sono un’azienda in costante sviluppo.

– Il corso di catalano al mattino non lo posso lasciare.
– Nessun problema, lavori part-time il pomeriggio finché lo frequenti.
– Ah, bene
– Ovviamente, part-time è metà stipendio. 4 ore, 400 euro.

Non so se salto sulla sedia, certo la voce mi trema un po’.

– Prima part-time ne guadagnavo 600.

– Sì, ma il contratto di stagista prevede il minimo sindacale, 5 euro all’ora. Non ti conosciamo, se lavori bene il contratto cambia.

Que parva que eu sou, mi ritorna in mente la canzone dei Deolinda di qualche articolo fa. Che per essere schiavi bisogna studiare.

– Mi spiace, ma per prendere il treno ogni giorno, conciliarlo col corso e tutto il resto vorrei almeno 500 euro al mese, e 1000 a tempo pieno. Almeno quello.

Sorride sempre, come me.

– Il corso non ti abbiamo chiesto noi, di farlo. E ti veniamo incontro come orari ecc. Però, francamente, se per te tutto il progetto in espansione che ti propongo è una questione di 100 euro in più o in meno, e di prendere o no il treno, non fraintendermi, ma… Forse non sei il profilo che cerco.

– Pago 500 euro di affitto al mese. Vorrei coprire almeno quello, mi sembra il minimo per un trattamento umano. E se non posso, forse hai ragione, non sono il profilo che cerchi.

E poi sì, le dico. Le due parole. Questione. Morale.

Alza le mani. Stiamo nel campo dell’etica e lui sceglie solo il personale, è simpatico e disponibile finché fa bene all’azienda e come me non ne troverà mille, ma una che lavori a 800 al mese sì.

– Chiedo, non ti prometto niente – conclude.

La prendo come una fine diplomatica del colloquio, ma no, mi fa parlare con altri, col capo del personale, che mi ascolta tranquillo (e si emoziona un po’ pure lui quando gli parlo delle lettere) e mi dice che gli faccio una buona impressione. Anche se domenica vincerà la Roja. “Ya veremos”, sorrido.

E viene una potenziale collega italiana.

– Che fai, ora?
– Traduzioni.
– Ah, mi fa piacere, anch’io sono traduttrice.
– Allora non mi metto al tuo livello, ma spero di farlo bene.
– Tranquilla, qui c’è poco da tradurre, comunque.

È la più pratica, mi spiega cosa c’è da fare in dettaglio. Content, newsletter, e altre parole inglesi. E spera di rivedermi.

Saluto i manager spagnoli con una stretta di mano e un “vinca il migliore” per domenica. Detto con molta ironia su entrambi i fronti.

Resto un po’ nel parco. È bello, sono quasi tutti giovani, e le cicale sono impazzite.

Messaggio Vanessa, ma ha una riunione. Mi dice d’informarla appena so qualcosa. È durato molto, aggiunge. Buon segno.

Dal treno guardo i palazzi di Sant Cugat, quelli dei catalani ricchi. C’è una torre simil-gotica, ma elegante, coperta d’edera.

Perché allora l’archivio l’hanno fatto così brutto?

Devo ammettere che un po’ mi manca.

Mi porterei il pranzo, non come prima. E magari ci lavora ancora l’usciere biondo con gli occhi azzurri che parlava italiano e l’ultima volta mi aveva salutata con “a più rivedere”.

Due anni fa, quando credevo che avrei scritto libri di storia.

Ora voglio scrivere libri e basta.

A più rivedere, Sant Cugat.

(noi siamo i giovani)

Mi ha messaggiato. A mezz’ora dalla partita.

Petra, la donna che caduto il muro di Berlino andò subito “dall’altra parte” a comprarsi una Barbie.

Mentre aspetto all’ultimo semaforo tra me e la Casa Batlló, luogo d’incontro per andare a vedere la partita, leggo il suo messaggio.
“Maria, in bocca al lupo stassera!”

Ricambio in italiano, che di bello in tedesco so solo strudel, krapfen e Stadtluft macht frei, una reminiscenza di Storia medievale.

L’aria di città rende liberi,

È vero, Barcellona mi ha resa libera, anche se mi fa passare le giornate ai semafori!

In compenso, una volta a Casa Baglioni scopro che dei 3-4 candidati a vedere la partita alla Casa degli italiani manco l’ombra.

Gli do 5 minuti, poi ciao, che è stata un’altra giornata bella piena.

Al corso di catalano, per esempio.

– Facciamo una simulazione di esame orale. Chi si offre?

Il toro per le corna, il toro per le corna…

Avevo alzato la mano.

– Portati la sedia.

Avevo dato un’occhiata al testo: il nudismo. No, era uno scherzo.

– Leggi.

A mezza voce, perché gli altri intanto facevano esercizi. Mi aveva fatto fermare alla prima frase:

– La pronuncia è molto buona. Ovviamente si nota che la tua fonologia d’origine non è catalana.

E io ci ero rimasta un po’ male.

Che pretendevi, direte. Lo so. Ma una parte di me non si rassegna al fatto che in quanto essere umano ho dei limiti.

– Ora fai il commento.
– Eh?
– All’orale dovrete farlo.
– Ma abbiamo 5 minuti per prepararcelo, no?
– Eh, ma adesso non c’è tempo.

Che potevo dire. Che ero d’accordissimo, che il sesso non c’entrava proprio niente (e anche se fosse stato…), era una questione di libertà. Avevo citato un tizio del brano che la pensava come me.

Lei aveva concluso:

– Ragazzi, non citate mai troppo il testo.

Avevo sbattuto la sedia contro il banco alle mie spalle.

Poi il convegno. Genere e postcolonialismo 2, la vendetta. 4 ore di letteratura e postcolonialismo, Africa nera e autrici lesbiche, e l’Algeria della mia Assia Djebar: “Noi tutte, appartenenti al mondo delle donne dell’ombra, che invertiamo il processo. Noi che finalmente guardiamo. Noi che incominciamo”.

(“E io che furnesco, ccà”, aveva commentato una volta mia madre, dalla cucina)

Tutto fila liscio finché, a 10 minuti dalla fine, la prof. francese più ‘nzista si era fatta uscire la seguente frase: “È impossibile scrivere una storia dei vinti”.

Come “embè”?

Apriti cielo!

La mia prof. aveva aperto il fuoco: io ho dedicato la vita agli anarchici della Guerra Civil, non perché sia d’accordo col loro pensiero politico, ma lo faccio (cito) “desde un sentido de honestidad y obligación moral para recuperar la historia que en mi infancia, en mi colegio, en mi propia historia, me fue negada”.

Si erano fermati gli uccelli in cielo, e me n’ero scappata prima della rissa.

A saperlo, che all’appuntamento non veniva nessuno…

Almeno mi posso avviare senza rimorsi e raccogliere gente per strada: amici di amici, conoscenti che non sapendo del catering si sono portati la birra.

– Sarà già affollatissimo.

Una milanese mi suggerisce un termine che dopo una giornata multilingue non mi viene.

– Bravissima! – ringrazio.
– È che sono madrelingua, sai.

Vabbuo’. A distribuire focacce/panini, Lorenzo “del Grande Fratello”, prima edizione. Sapevo che vivesse qui, ma non che facesse catering, e niente, ci rimango un secondo, ripenso alla Gialappa’s e al fatto che finalmente hanno interrotto la trasmissione. E che il panino è buono.

Dentro è pieno come un uovo, in mancanza di giacche hanno occupato tutto con accendini, fazzoletti, non c’è una sedia libera nella grande sala con schermo gigante. Mi siedo a terra, davanti, unica over 20 tra gli studenti del Liceo italiano.

Che al momento dell’inno battono pure le mani a ritmo e la sala si riempie di “fratelli d’Italia” che l’Italia non la vedono da un po’. Per me ultracampanilisti e cosmopoliti non capiscono una cosa: l’inno italiano è antinazionalista per eccellenza. Prenderci sul serio? Ma se facciamo pure il parapa, parapa, parapapapapapapa… !

Manco a coorte, ci sappiamo stringere, ma “a corte”, per la gioia di Scipio e del suo elmo. Aggiudicato all’unanimità (cresta permettendo) a Balotelli, per una volta lucido e presente quando non cade da solo (ma per quello c’è Di Natale).

Dietro di me una sicilianuzza in maglia azzurra grida cose come “apri a destra”, “sali”, “chiudi, chiudi!”. Quello alla sua destra è più taciturno, dice solo “suca!” ogni tanto.

Ma a un certo punto si alzano tutti e due, ci alziamo tutti, mentre salvo dai colpi di tacco quel che resta dello spritz e grido:

Goooal!

Lo grida anche il messaggio che ricevo al 35esimo, e che non mi aspettavo. “Grazie per l’invito ma sono lontano”.

E mi gioco la borsa tra le gambe sudate che non sei solo.

Chiudo di scatto il cellulare. Va bene così, Maria, i patti erano questi, ci si vede di tanto in tanto se accetti che non-è-cosa. Il triangolo no.

Buffon para ancora. Si può fare.

Un minuto dopo, il secondo goal.

Decisamente.

E per una volta non finiremo ai rigori.

Davvero sto urlando “Vai Mario”?

La sicilianuzza socializza col vicino a sinistra, torinese in vacanza, in nome della comune passione (ebbene sì) per la Juve.

La sala ulula alla vista delle tifose tedesche (“italiani”, scuoto la testa), i ragazzi alla mia sinistra si lanciano in amenità tipo:

– Ma sti vecchietti tedeschi in prima fila facevano i giurati a Norimberga! Quelli che poi dicevano “ma no, che avete capito, erano solo campi estivi…”.

Ma la perla è:

– Passa questo spread, stronza!

Qualcuno da dietro ripete “suca”.

Isabel mi raggiunge al secondo tempo e siede con me.

Ormai il grosso è fatto, siamo tutti più rilassati. Troppo.

Ma il rigore tedesco, vi dirò, mi è andato bene.

Così Petra porta a casa il goal della bandiera, e noi vinciamo lo stesso.

Certo, la mia storia d’amore con Hummels non è ancora cominciata che già parte un corale “scemo, scemo…”.

Ma il “chi non salta un tedesco è”, a partita finita, se lo potevano pure risparmiare. Isabel salta. Io messaggio Petra, “siete stati bravi, e un portiere che va all’attacco non s’era mai visto!”.

Isabel dice: – Non so se potremo vedere la partita insieme, domenica…

Claro que sí!

Domenica vorrei andare in un posto in cui ci siano spagnoli e italiani insieme, senza musoni e antinazionalisti in giro, solo gente che vuole divertirsi.

Tanto l’inno spagnolo non dà problemi: è senza testo.

(canzone stonata sui muri che cadono)

da ElNuevoDiario.com

Giornata piena, ieri.
La mattina catalano, il pomeriggio, udite udite, seminario, come ai vecchi tempi: Gender and Postcolonial Studies. Un obolo alla mia tutor catalana di dottorato e alla vita a cui, più volente che nolente, ho rinunciato causa crisi.

È dal master che non sento parlare di orientalismi e politiche postcoloniali, rifletto in classe, mentre adocchio il mio riassunto tra quelli corretti sulla cattedra, e conto gli scippi rossi.

I miei compagni hanno il vantaggio dell’esperienza, io quello dell’ignoranza. Non sono di madrelingua spagnola e il catalano è una lingua a cazzimma, scherzavo lontano dagli amici di qua: prendi una grammatica spagnola e fai l’esatto contrario.

Però non lo spiego alla giappocatalana Saori, sulla strada di casa, mentre lei mi analizza il suo nome per ideogrammi e lo traduce come “tessere suoni leggeri”. Faccio oh come i bambini e le spiego che in Italia siamo cresciuti a pane e manga censurati. Adesso oh lo fa lei: il suo fidanzato, Niccolò, non gliel’ha mai detto.
Sulla cyclette, in palestra, mi scopro a canticchiare la sigla sdolcinata di Ken il Guerriero.

Due ore dopo, mentre attacco i manifesti del seminario in giro per l’Universitat de Barcelona, la musica cambia. A Napoli dicevo alle colleghe che il dottorato è un corso professionale di attacchinaggio. Adesso mi devo correggere: lo fai anche dopo, ma gratis. Almeno intanto ho imparato a staccare lo scotch coi denti. Que parva que eu sou, canticchio riesumando le tre lezioni di portoghese. Che stupida sono.
Canto più forte, sulle scale della UB.

E che mondo stupido, che per essere schiavi bisogna studiare. E nella mia testa il Coliseu applaude ai Deolinda e alla loro canzone-manifesto di una generazione.

E come nei film, a questo punto squilla il telefono.

Il rappresentante di un sito web di matrimoni.

Non ci serve niente, sto per dire.

Mi spiega che servirei io a lui. Cercano content writer in italiano.

Quasi mi cade lo scotch.

Venerdì alle 11? Va bene. Ci vediamo là. Sì, mando il curriculum aggiornato.

Riattacco.

Una parte di me dice che hai fatto. E l’estate a studiare, scrivere, riflettere sulla tua vita? Sei un mostro di coerenza, lo sai?

L’altra dice solo: affitto.

Sì, ma i tuoi colleghi in pausa di riflessione come te?

Loro hanno un anno di assegno di disoccupazione, è come un part-time, e uno ha la casa di proprietà. Tu hai un sussidio minimo di 6 mesi.

E i tuoi già minacciano un “regalo per l’estate”, come i nonni quando, prima delle lunghe vacanze anni ’80, ti mettevano una banconota in mano e ti dicevano: “Comprati il gelato”. E tu calcolavi le montagne di gelato che avresti dovuto comprare e ti chiedevi se Provolino, Geppo e una bambola andassero bene lo stesso.

A 31 anni gelato e bambole non mi servono. Mi serve l’affitto, e vorrei pagarmelo io.

Que parva que eu sou, canticchio entrando nella sala conferenze.

Le seminariste invece parlano francese. Un’iraniana, un’algerina, una tunisina, una marocchina, una rumena, qualche catalana. La mia prof. mi ringrazia per l’acqua e il caffè, la moderatrice sciorina cognomi e titoli di ciascuna e poi mi presenta come “Maria, che dà una mano con la logistica”.

Io una volta ero come voi, penso sorridendo, mentre pian piano le furbone passano al francese.

Non era previsto, ma va bene. E in francese si scannano sul rapporto binario occidente e oriente, propongono ibridazioni, denunciano il paternalismo della questione Sakineh e prevedibilmente contestano l’ennesima studiosa marocchina che ci parla “del progresso che ci ha portato il nostro re”.

E in una lingua simile al francese penso “mo’ se vattono”.

L’iraniana mi conquista subito. Precisa, pungente, documentata. Oh, ne incontrassi una scema. Pure quella a Parigi: sapete che vuol dire essere donna, dalle mie parti? Eppure sono felice. If you want to be successful, you have to be successful.

Il giovane professore associato alla mia sinistra non capisce il francese e parla poco inglese, e scarabocchia il volto della locandina.

Rinuncio alla cena accademica per un altro importante seminario:

Rapporti iberici post-dittatoriali tra nuove democrazie scongiurate dalla crisi. Con una tavola rotonda sull’odio postcoloniale catalano verso Cristiano Ronaldo.

Insomma, per la partita Spagna-Portogallo i miei ex colleghi stanno già schierati nel bar di fronte all’ufficio.

In prima fila: Xisca, amica maiorchina che tifa Spagna con riserva; Dennis, o seu amor, olandese cresciuto in Portogallo; Carolina, mezza svizzera e mezza valenciana, a tifare Spagna; amici portoghesi di Dennis.
Seconda fila: David, mezzo francese e mezzo portoghese; sa copine Julia, tedesca, a tifare Spagna; David2, padre inglese, madre spagnola, nato a Malta, a tifare Spagna; la sua ragazza, inglese di origini indiane, a tifare Spagna; amici filospagnoli del gruppo.

– Hello! – fa Dennis.
– Perderete – rispondo.

Mi guarda in cagnesco mentre Xisca conferma.

Come Isabel, che arriva di corsa dopo il lavoro solo per vedere Ronaldo perdere, come i suoi colleghi.

Mangio pane e odio (e un po’ di jamón ibérico), mentre grido in un misto di lingue (perlopiù ma ch’ha fatto, chisto?!) e la selección si mangia goal su goal.

Quando passano ai rigori, Xisca esulta per una bella azione e Dennis l’afferra come in una partita di rugby, affogandola di baci per metterla a tacere. Tra David e Julia c’è più tensione, colgo l’occasione per dire a lei “Vinca il migliore, domani”. E a David “Vinca l’Italia!”. Paracula, lo so.

Il barista viene a chiedere quando minchia finisce la partita, che se ne frega e deve chiudere. Manco giocasse il Barça.

Infatti, quando finisce. 10 anni di vita li ho già persi, domenica, per i rigori italiani. Ci mancano solo questi.

– Ronaldo non tira? – chiede Isabel, pronta a gufare in tutti i modi.

Non fa in tempo. Fàbregas (per l’occasione Fábregas, sulla Vanguardia di oggi) lo precede. Come le nostre urla, e il capo chino di Dennis.

David guarda Julia e dice solo: “Forza Italia!”.

Forza Azzurri, correggo allontanandomi.

Mi aspetta un’altra giornata piena, e una notte di passione.

Ma senza rigori, per favore.

(per sentirvi un po’ stupidi anche voi)

Me la sono giocata e mi è andata bene, penso leggendo “Melchior de Palau” sulla targa all’angolo di strada.

All’ultimo momento avevo deciso di scendere a Plaça de la República, a una fermata da quella Sants-Estació costatami un quarto d’ora di strada e diverse bestemmie, sia quando avevo iscritto un’amica assente al fantomatico C di catalano, invidiandole il livello raggiunto mentre io scrivevo la tesi, sia ora che mi ero iscritta io al D, il corso successivo. Quello che non è necessario per trovare lavoro, basta il C, e sopra c’è solo il K, per filologi.

Nessuno lì in giro conosceva la strada, né i Serveis Lingüístics dell’Università di Barcellona, e mi cominciavo a preoccupare, che erano le 9.20 e mancavano 10 minuti all’inizio della lezione. Chiedevo pure in spagnolo, l’ideale per due ore e mezzo da passare col catalano, e m’innervosivo ancora di più.

Ma adesso… Una volta a destinazione ordino al volo un cornetto al cioccolato al bar di fronte. 7 minuti. Ho fatto tardi perché ho dormito male, ho fatto sogni troppo belli.

Terzo piano, questo lo so. Aula 3F3.
Ascensore. Piano deserto. Corridoi con aule a tre cifre, senza lettere. Adesso bestemmio in napoletano. L’ideale per due ore e mezza di catalano.

Finché non viene un tizio stanco e perduto quanto me (e carino!) che mi chiede in catalano perfetto se cerco l’aula del D. Annuisco col cornetto in bocca, sperando di non aver macchie di cioccolato. Lui ha trovato le aule con le lettere. Sbagliamo una volta sola prima di arrivare alla classe già piena, con la prof. che spiega le solite cose.
80 ore, finisce a settembre, esame scritto il 29 (un numero a caso), orale la settimana dopo. Due composizioni a settimana, lavoro in classe, esercizi scritti e orali.

Mi guardo intorno.

Sono l’unica straniera.

Non ci vuole Lombroso per capirlo, basta una rapida occhiata ai vestiti fantasia delle donne, di varie età, e alle basette squadrate dei ragazzi, generalmente più giovani.

Non mi far parlare, non mi far parlare…

Vabbuo’, ma è il D. Possibile che ci faccia presentare come all’asilo?

– E adesso vi presenterete uno a uno, e mi racconterete la vostra traiettoria linguistica col catalano.

Ecco.

Meno male, comincia in ordine alfabetico! Starò al centro.

Solo che non legge i cognomi, non so quanto tempo ho.

La mia storia col catalano.

Che le dico?

Il tempo è poco, meglio separarla da quella coi catalani, anche se è quasi impossibile: quando vieni qua, se davvero ci tieni, devi prenderti tutto il pacchetto, lingua e paese.

Potrei cominciare con la rabbia dei primi giorni, io che faccio fatica a parlare spagnolo e i cassieri catalani che mi dicono cose incomprensibili.

O i prof. di Tarragona, durante il fantomatico Erasmus, che mi spiegano “aquest curs és en català”, e io mi sento precipitare nell’Appartamento Spagnolo, spiego che capisco il 70% della lezione e poi nei dibattiti non apro bocca perché mi fa strano essere l’unica a parlare un’altra lingua.

Al mio sfogo con l’amico di Toledo, il primo a rivelarmi, ai tempi di Manchester, che “los catalanes son pesados”.

La sopresa del toledano, in visita a Barcellona, quando scopre che ho afferrato il toro per le corna (metafora poco catalanista) e mi sono appena iscritta al B1, per ultraprincipianti offerto dal Governo catalano, costo 10 euro (per il libro).

La mia cotta per l’insegnante dall’accento fortissimo (avrei scoperto poi che era un maiorchino trapiantato), e la sera in cui “guarda caso” ci ritrovammo nello stesso vagone della metro, lui salutò un bel ragazzo coi capelli lunghi e mentre pensavo “ua’, pure isuoi amici sono interessanti!” li vidi darsi un dolcissimo bacio sulla bocca.

No, questa parte la salto.

Invece, le devo dire assolutamente che il catalano me l’hanno insegnato i soldati.

100 anni fa.

Sgrammaticati e morti di freddo, che scrivevano dalle trincee per chiedere soldi, sigarette e giornali, e sentirsi dire che se combattevano nella Legione Straniera francese era perché la Catalogna, un giorno, potesse essere indipendente, e perché un esercito ce l’avesse anche lei.

Quel barbiere così simpatico che chiedeva sempre tabacco, quello che mandò la foto e poi s’incazzò col destinatario e chiese di restituirla, o il povero Muñoz, morto “nei campi d’onore”. E Camil, ovviamente.

Camil Campanyà. Che scrive una lettera bellissima, che quasi non capisco perché mancano poche ore all’alba e all’attacco, e i suoi ultimi pensieri sono per l’amata Catalogna che non sa se vedrà ancora, e per la gente che dovrà continuare la sua battaglia quando, poche ore dopo, verrà colpito dalle raffiche dei boches (crucchi) di Belloy-en-Sainterre. 23 anni.

Pare che la bandiera che lo avvolgeva è stata nascosta chissà quanti anni, anche mentre Franco cercava di cancellare il catalano dalla faccia della terra.

Ma quando scoprii questa storia la tesi l’avevo già consegnata, insieme alla lettera di “Anchaleta Muñoz”.
Povera Angeleta, se scrivo come lei sai che botte prendo dalla prof., che adesso è arrivata alla lettera F (me ne accorgo per un caso di omonimia). Dovetti leggerla a bassa voce, nel silenzio dell’archivio, per capire che cavolo scrivesse da Parigi al Presidente del Comitè che voleva onorare la memoria di suo marito. Che piangesse e fosse stanca dopo ore e ore a lavorare “anche le domeniche” non aiutava. Ma i suoi figli sarebbero stati presi a carico dalla riconoscente nazione senza paese. La figlioletta sarà mandata a una scuola francese, addirittura, per diventare “une femme sérieuse”.

Povera piccola Muñoz, penso, mentre ormai siamo a Hernández (sì, qualche madrelingua spagnolo c’è, non sono del tutto sola), speriamo che non sia diventata troppo seria.

Il C invece rapido e indolore, quattro mesi di semintensivo al Consorci, di corsa dopo il lavoro, e lunghe domeniche a studiare i pronoms febles.

Quando scoprii che l’avevo passato, l’esame, il 13 febbraio, festeggiai guardando la partita del Napoli nella pizzeria lì vicino. Perfetto esempio d’integrazione. Speravo di avere compagnia, ma la margherita l’avevo mangiata da sola. Ma il giorno dopo, al lavoro, Ferrero Rocher per tutti, baci abbracci e auguri, Maria, lo sapevo, grazie, Xisca, grazie, Isabel, se non fosse stato per voi… Andy era arrivato tardi e gli avevo detto che il regalo era per San Valentino. Tutti a ridere.

Ci fu solo l’episodio dell’impiegato del Consorci che m’invitò a uscire e, vedendo che non messaggiavo ancora, si fregò il mio numero dal faldone.

Sono passata dal Consorci alla UB anche per questo, un po’, penso adesso, mentre aspetto di sentire il mio nome da un momento all’altro. Certo, il motivo principale è che ora ho tempo e voglia di studiare. E ho l’impressione che si possa farlo bene, qui, tra questi ragazzi che sembrano in gamba, tutti lì riuniti in nome del dio Lavoro e della madre, matrigna e meravellosa (con “s” sonora) Catalunya.

– Maria… Marcese, si dice così?

Sono commossa. È la prima prof. di catalano che me lo chiede, se lo pronuncia bene.

– Marchese – preciso sorridendo.

Poi aspetto un secondo, e comincio a parlare.

PS: Tre ore più tardi scopro che in realtà dalla fermata Sants bastava girarsi, invece di andare verso la stazione, e dopo la piazza ero già arrivata.

da zimbio.com

Il camion dell’immondizia si ferma sulla Rambla, di fronte ai poliziotti fuori la centrale.

– Abbiamo questo per voi!

Il poliziotto riconosce da lontano il documento d’identità:

– Italiano. L’avranno perso mentre festeggiavano per la partita.

6 ore prima, ero seduta contro un lampione del Porto Vecchio di Barcellona, di fronte all’acqua torbida, e ridevo, piangevo e un po’ m’incazzavo sottolineando il libro sulle mie gambe. Ero tesa, dovevo ammetterlo. Dopo mesi ancora mi succede, di essere tesa, finché non arriva la telefonata:

– Sicura che vuoi vedere la partita allo Sports Bar?
– Veramente no, sarà una bolgia infernale, ma lo facciamo per Mark, no?
– No, che hai capito! Sta a Madrid, nell’e-mail che ci ha mandato diceva solo che “gli sarebbe piaciuto” guardare la partita con noi. Ma non può.
– Vuoi dire che ho organizzato questa follia per niente?
– Ahah, ci vediamo là.

L’e-mail di Mark, scozzese non proprio tenero con la vicina Inghilterra, aveva un titolo molto significativo: “The Free World is With You”. Seguito da un video di 8 minuti su un’epica partita Inghilterra – Scozia del 1985. Avevo risposto con toni altrettanto enfatici:

Figli di Scozia,
è giunta l’ora. Siamo in guerra, signori. Dobbiamo mandare l’intera compagine spart… ehm, italiana, per preservare la libertà, la giustizia e la ragione. E soprattutto la speranza.
Mai più parmigiano sulle linguine allo scoglio!

E dopo un’altra serie di menate mi firmavo Maria Gorgo Schillax de Neapoli.

Alti livelli, consideravo guardando gli yacht tamarri di fronte a me.
Ogni tanto un turista si fermava al mio fianco e faceva una foto al veliero alla mia destra, riproduzione di non so che nave storica.

Finché uno dall’aria un po’ nerd invece di scattare la foto mi fa:
– Española?
– No.
– Your country?
– Soy italiana.
– Ah. You’re beautiful. I like you.
Fa il pollice alzato e se ne va.

Il cameriere che fuma fuori allo Sports Bar, mezz’ora dopo, dice solo:
– Per un tavolo da 5 chiedi dentro, sarà impossibile dirti di no.
Ma Mimmo è carta conosciuta, è nuovo e già so che mi porterà lui la clara in cui affogare i 45 minuti di anticipo sacrificati sull’altare della patria (e del posto a sedere). E ci proverà con tutte le ragazze del tavolo di fronte, che piano piano prendono posto insieme agli amici inglesi e tedeschi (ah, l’Erasmus…), imitandomi col surrogato di birra che fa tanto estate.
La prenderà anche la tedesca alla mia destra, appena giunta col fidanzato napoletano e perplessa per la splendida porzione di zeppulelle alle alghe che lascerà a metà.

Quando sopraggiunge l’amica sarda gliele indico, ma lei è indecisa. Lo scozzese superstite, quasi abbronzato e fresco di sbronza di San Juan, è più facile da gestire:

– Maria, come si chiama quella pizz…
– Salsiccia e friarielli.

Friarielli, ripete al cameriere con accento perfetto.
I miei napoletani preferiti, invece, giungono tardi ma non hanno bisogno di consulenze, semmai cercano un motivo per restare 90 minuti a sudare davanti a una squadra di cui non gliene frega niente.

– Come sei patriottica – ironizza lui mentre canto l’inno.
– Grazie!

In realtà canto un peana neomelodico alla mia infanzia, l’Italia ‘90 che m’insegnò che guardare la nazionale in compagnia era divertente.

– Io non mi sento italiano. Solo di Napoli.
– E allora sei venuto a intossicarti?
– No. A tifare Maggio!

Non fa una piega, penso attaccando il saltimbocca Positano. Le melenzane non sanno di niente, la partita nemmeno. 45 minuti e già sudo e soffro, la sarda impreca con me, lo scozzese è soddisfatto: alla fine giocate bene, sentenzia.
Ma il vero capo ultrà è Mimmo, che tra una caña e una pizza a metro incita la curva e distribuisce complimenti tra le nuove venute, che si piazzano davanti allo schermo. Uff, che fatica. Ma Balotelli quando minchia segna?

Nocerino ai supplementari va bene lo stesso?

Sì!`
No.
Fuorigioco.

Ingoiamo l’esultanza e torniamo all’ansia.
In fondo che ne capisco, io, di calcio. Vedo solo che Balotelli non segna mai e il falloso Carroll non è niente male.

E che i rigori mi daranno l’infarto.

– Non ci credo, io sto schiattando in cuorpo e Buffon ride!

Ripenso alle discussioni di tesi altrui, che mi davano l’ansia finché non toccò a me.

– Ma ti credo, che ride – fa il napoletano – ha i milioni! Tu ce li hai i milioni? – .

No, ma ho un coccolone, quando Montolivo sbaglia il rigore. E un po’ mi fa pena, cavolo, io mi sarei sentita uno schifo a non trovavare posto dopo aver organizzato la serata, figurati a far uscire la mia squadra dagli europei. Solo Rajoy non si sente in colpa a mandarci sul lastrico, direbbe un’amica di qua.

Mi accorgo che in queste cose che mi riportano all’infanzia, i rigori in nazionale, penso ancora come un tempo: è finita, non farti illusioni. E invece insorge la me che ci ha lavorato tanto, in questi due anni. Siediti e aspetta.

Aspetto. Esulto. Aspetto. Esulto.

Finché lo scozzese da albicocca si fa paonazzo dalla gioia e capisco che è finita.

Non capisco mai qual è il rigore decisivo, non mi concentro. Pure nel 2006, mi ritrovai un amico addosso a Piazza Plebiscito e intuii che forse eravamo campioni del mondo.

Adesso abbiamo solo sconfitto l’Inghilterra, e possiamo saltare e fare il solito poporopopopopo… Pure in strada, almeno gli altri avventori, che invadono il c. Ample mentre io mi riparo già dagli scrosci d’acqua che prevedo dai palazzi intorno.

Il cameriere ci caccia con gentilezza, e fa bene.

Noi ci facciamo un’altra birra al Sor Rita (gioco di parole tra “Suor Rita” e zorrita, “zoccoletta”) e tra parati kitsch e bambole che fanno il kamasutra ci diciamo che Barcellona è un fumettone per turisti, che illude chi voglia vivere una vita vera. In realtà io stento ancora a crederci. Ma ripenso anche alle considerazioni del libro di oggi, e temo che prima o poi dovrò farmene una ragione.

Intanto, però, viviamo il fumettone, dico dando appuntamento a La Casa degli italiani per Italia-Germania.
Chissà che tra le pagine chiare e le pagine scure qualcosa di autentico non si trovi.

Come l’ansia sottile che aveva preceduto la telefonata, e poi l’aveva pure seguita, e che qui non ha spazio, perché qui si ride e si scherza e si cerca un bandolo a questa matassa intricata che chiamano serenità.

(la lettera di Mark per intero, letta con un accento strano)

Mierda, la partita.

M’ero scordata che coincidesse con la Nit de Sant Joan, finché non vedo dei turisti in zainetto e sandali entrare in un ristorante di Rambla Raval, attirati dalla scritta: España – Francia 20.45. Ne escono sconsolati un secondo dopo, seguiti dal cameriere interdetto.

Io rimango col dubbio: la guardo?

No, è la prima volta in 3 anni che mi permetto di festeggiare San Juan.

Ah, i riti celtici di Beltane, il sogno di una notte di mezza estate, il sole che dimentica di tramontare…
Seh.
La notte più breve dell’anno qua si festeggia in due modalità diverse e schizofreniche.

Amici catalani:

– Vieni a fare un barbecue in culo ai lupi per sfuggire alla folla?

Amici “folla”:

– Vieni alla spiaggia più affollata per bere, ballare e pisciare in tutti i posti non occupati da coppie che pomiciano?

Per non parlare della simpaticissima abitudine di sparare petardi, sollevando polveroni di sabbia e facendoti starnutire zolfo puro.

Dopo il primo anno sono rimasta tappata in casa.

Stavolta però mi ha invitato gente tranquilla, di quelli che vivono qua da anni e non sembrano appena scesi dall’aereo (conosco italiani che quando ripensano a Barcellona rievocano gli stessi luoghi di un turista di passaggio).

Deciso. Deviazione per lo Sports Bar, vedo il primo tempo e poi dritta in spiaggia.

Solo che ordino una clara e il cameriere capisce che voglio una Moritz, che essendo molto chiara e fruttata scende giù che è un piacere. Lui se ne accorge e fa ammenda che già me ne sono scolata mezza, e ho la tolleranza all’alcool di un neonato allergico.

– Goal! – esulto come se fossi di Toledo.
– Ti vedo molto partecipe – fa un cameriere che non ho mai visto.
– Be’, domani per l’Italia mi sentirai urlare, intanto però oh, sono contenta che la Spagna vinca.
– Ma sei italiana, no?
– Sono di Frattamaggiore.
È la prima volta che lo dico, ricordo misurando il tasso alcolico.
– Devo andare più spesso a Frattamaggiore – conclude lui.
Ecco, bravo, vacci tu, che io prima di ottobre non la vedo. Torno in strada a fine primo tempo, cantando Will you still love me tomorrow?

Urge mangiare prima che passi al repertorio di Chavela Vargas.
– Pronto, Alessandro, siete ancora lì?
– Sì, sì, di fronte al chiringuito Inercia della spiaggia di Nova Icària. Non puoi sbagliare, c’è una bandiera sarda.
– ‘O sapevo.

Però è un buon sistema per riconoscerli, insieme al fatto che il 50% degli uomini si chiami Alessandro. Il più ballerino mi procura pure un panino!
Lo mangio seduta sulla sabbia, di fronte allo schermo del chiringuito, mentre il cronista continua a informarci di quanti minuti manchino perché la Spagna passi in semifinale. Quando il rigore finale diventa goal scatta un boato sottolineato da una nuova scarica di botti.

Già, perché i catalani sdegnosi della nazionale staranno perlopiù a ballare coi lupi, ma gli altri sono lì decisi a sollevare quanta più sabbia possibile.

Fortuna che ci sono anche i fuochi “veri” verso Barceloneta, tra cui delle splendide fiammelle volanti che diventano un cuore. E a partita finita tolgono le sedie e si balla. C’è un tizio sulla cinquantina che si ferma davanti a tutte le ragazze, spalanca le braccia per invitarle e fa un sorriso così sfigato e disarmante che… lo mandiamo a quel paese lo stesso.

Un ragazzo si mette a suonare il bongo a ritmo con Shakira, ai margini del chiringuito. Un sessantenne balla in costumino. Due ragazzi si studiano e corteggiano, e mi piace, un approccio alla pari, senza cacciatori e prede. Dei paki hanno rimorchiato prima di tornare a criticare birra e discoteche coi vicini di casa. Will you still love me tomorrow? Io rifiuto sdegnosamente house e techno per ballare nell’ordine Danza Kuduro, Waka Waka, e un po’ di Bollywood d’annata, di due fidanzati paki fa.

Lo so, fatti non fummo a viver come bruti.
Ieri, però, c’erano molti fatti e, soprattutto, molto fummo.

Ma noi ce ne stiamo tranquilli, tranne le fidanzate internazionali dei sardi che fanno scattare un polemica sui prodotti biologici, che le dolci metà snobbano perché troppo cari “e in Sardegna non ne abbiamo bisogno”. Io mi diverto a soffiare sul fuoco prima di rifugiarmi tra una minoranza di siculi (e una compaesana scatenata) a ripassare le glorie di Bip Bip Ballerina.

Ma l’ora è tarda, l’alluce mi duole, e levo le tende.
– Ma no – mi trattiene il re della pista – semmai riposati un po’ come questi qua a terra – .
– Veramente stanno trombando.
– Ah, vero.

Pur di non prendere la metro sovraffollata me la faccio a piedi. Un’ora di cammino in una Barcellona in delirio. Un gruppo di brasiliani balla per strada, assiepato sotto non so che bandiera (ero rimasta a quella verde e gialla). Un ragazzo piscia tranquillamente vicino a un albero, tra la fidanzata e un amico.

Ai piedi di un Suv, una ragazza è accasciata a peso morto tra le braccia di un uomo. Sirene in lontananza.

Un senegalese m’insegue con una strana bicicletta, incredulo che non voglia parlare con lui. Quando glielo confermo dice “ok, la prossima volta”. L’ottimismo innanzitutto.

Un gruppo di ragazzi che ballano vicino a un’auto mi urla dietro “Shakira, where you were?”. Pure ignoranti. Ma no, sono solo francesi. Hanno perso gli europei e si consolano come possono.

Arrivo a casa che non mi sento più le gambe, ma riesco ad addormentarmi prima dell’alba.
Dice che per stare in salute tutto l’anno devi aspettare l’alba a San Giovanni.
In effetti stamane mi ha svegliata un crampo al ginocchio che ancora zoppico.

(una canzone che sono riusciti a remixare)

(una canzone che chiederò al DJ l’anno prossimo)

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